Cambiamento climatico: cause e soluzioni nella rubrica de L’EcoPost
Stando all’attuale realtà delle cose, il cambiamento climatico, o climate change, sarà con ogni probabilità l’emergenza globale che caratterizzerà in negativo il futuro del nostro pianeta nei decenni a venire. Per questo motivo, con il peggioramento della situazione e con la frequenza e la determinazione con la quale scienziati e comunità di tutto il mondo hanno richiesto un intervento collettivo a livello planetario, i cambiamenti climatici sono entrati a far parte delle agende politiche di vari paesi e non solo. L’EcoPost, in qualità di blog che intende aiutare il lettore a rivedere il proprio comportamento in ottica sostenibilità, non può esimersi dall’affrontare questa complessa tematica, e fornire al proprio pubblico le notizie più salienti sul cambiamento climatico.
Ma che cos’è il cambiamento climatico? Come lo possiamo definire? E quali conseguenze avrà sull’ecosistema terrestre? Il termine cambiamento climatico è quanto mai sconfinato e difficile da racchiudere in una definizione tanto stringente quanto chiara, senza rischiare di incappare in una eccessiva semplificazione.
Cambiamento climatico: definizione
Diversamente da quanto si possa pensare, l’elemento principale del cambiamento climatico è l’uomo. Infatti, in natura esiste già una variabilità climatica derivante da una complessa serie di processi naturali interni ed esterni al pianeta. Tuttavia, quando parliamo di cambiamento climatico facciamo riferimento allo stato di alterazione di questa variabilità climatica per mano dell’uomo. Dunque, quando parliamo di cambiamento climatico stiamo affermando che le attività umane, dette anche antropiche, raggiungono un’intensità tale da influenzare quello che altrimenti sarebbe il naturale corso degli eventi. Per essere considerato tale, il cambiamento o alterazione dell’atmosfera planetaria deve però essere misurabile in un intervallo di tempo solitamente corrispondente a trenta anni. Ma andiamo per gradi e cerchiamo di rispondere alle domande sul perché si parli di cambiamento “climatico”.
Il bilancio energetico e la centralità del clima
Il clima gioca un ruolo fondamentale nella molteplicità di elementi che interagendo tra loro regolano la vita sul pianeta Terra. Il clima o sistema climatico racchiude in sé due aspetti che sono il bilancio energetico del pianeta e gli interscambi di materia che avvengono al suo interno.
Il bilancio radiativo terrestre
Con il bilancio radiativo si intende la quantità di energie della Terra che si ottiene facendo la differenza tra l’energia in uscita e quella in entrata. Per sua conformazione la Terra ha un bilancio energetico stabile e costante, in quanto l’energia in entrata e in uscita più o meno corrispondono. La temperatura del pianeta dunque è in diretta correlazione con il bilancio radiativo terrestre.
La materia nel ciclo chiuso terrestre
Come dicevamo l’altro aspetto che concorre al determinare il clima terrestre sono invece gli interscambi di materia. Diversamente dalle radiazioni che entrano ed escono, la materia rimane grossomodo sempre interna all’atmosfera terrestre, salvo poche e poco rilevanti eccezioni. Se la temperatura rappresenta una buona misura dell’energia terrestre. L’acqua è un ottimo indicatore della materia che viene scambiata all’interno del sistema terrestre. A questo si deve la grande rilevanza del ciclo dell’acqua e quindi delle precipitazioni ai fini della classificazione del cambiamento climatico.
Climatechange e riscaldamento climatico
Ora che abbiamo compreso le nozioni basilari del cambiamento climatico proviamo a capire cosa sta succedendo e perché parliamo di emergenza climatica. Negli ultimi anni soprattutto, ma già da decenni in realtà, gli studiosi hanno cercato di sensibilizzare istituzioni e cittadini del significativo cambiamento delle temperature, quello che chiamiamo riscaldamento climatico o riscaldamento globale [collegamento ipertestuale]. Questa tendenza è talmente delineata che quasi l’unanimità degli scienziati si sono espressi d’accordo [collegamento ipertestuale] nel considerarlo un cambiamento reale e destinato a perdurare se non si interviene in tempo.
Le misurazioni hanno portato gli studiosi ha identificare con assoluta certezza le cause di questo aumento della temperatura terrestre, l’aumento dei gas clima alternati, i cosiddetti gas serra, prodotti dalle attività umane. Seppure la storia climatica terrestre non sia completamente estranea a cambiamenti climatici così decisi, l’elemento davvero preoccupante è la repentinità con la quale questo aumento della temperatura si sta verificando. Un aumento progressivo e incrementale nel relativamente breve periodo corrispondente al progresso della rivoluzione industriale, specialmente con gli ultimi decenni che hanno fatto registrare dei picchi mai raggiunti.
La categoria cambiamento climatico de L’EcoPost
Preso grossomodo atto di che cosa stiamo parlando, noi de L’EcoPost abbiamo deciso di dedicare una delle categorie del nostro blog al cambiamento climatico. Questa categoria, decisamente la principale per quantità di articoli, ha l’obiettivo di portare all’attenzione dei nostri lettori le notizie di carattere generale sulle cause delcambiamento climatico e, allo stesso modo, informarli di tutte quelle che sono le possibili soluzioni al cambiamento climaticoadottate e proposte dagli attori a livello globale.
Dal 21 maggio al 6 giugno 2019 si terrà il Festival dello Sviluppo Sostenibile. Questa manifestazione, giunta alla terza edizione, mira a sensibilizzare e mobilitare la comunità sui temi della sostenibilità economica, sociale e ambientale. Tra i punti focali vi è la promozione della costruzione di un mondo sostenibile attraverso il dialogo e il confronto tra i cittadini, le amministrazioni, le università, le imprese e la società civile. L’iniziativa è realizzata dall’ASviS, ovvero l’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile che riunisce oltre 200 organizzazioni del mondo economico e sociale. Più di 600 sono gli eventi organizzati per questa edizione 2019. La missione del Festival è quella di far crescere la consapevolezza dell’importanza degli Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. Questa si svolge nell’arco di 17 giorni, tanti quanti sono gli obiettivi.
“Mettiamo mano al nostro futuro”
Il messaggio lanciato dall’ASviS in questa edizione è “Mettiamo mano al nostro futuro”. Il portavoce Enrico Giovannini afferma che questo appello «chiama all’azione tutti, sia individuale sia collettiva, perché la sensibilità verso la sostenibilità è in aumento, sempre più cittadini chiedono politiche per lo sviluppo sostenibile, consapevoli ormai che siano l’unica strada per garantire crescita e benessere». Inoltre, la grande partecipazione nelle passate edizioni, come riportano i dati pubblicati sul sito dell’ASviS, indica che la popolazione italiana stia mostrando sempre più un maggiore interesse gli Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Onu. Nell’edizione del 2018 ci sono stati 702 eventi e una grandissima diffusione mediatica.
Gli appuntamenti dell’ASviS
Il 21 maggio ci sarà l’inaugurazione della manifestazione, con il primo dei tre eventi dell’ASviS, presso l’Auditorium Parco della Musica di Roma con il convegno “Per un’Europa campionessa mondiale di sviluppo sostenibile”. Saranno presenti figure di spicco, quali il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, il Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco ed altri esponenti internazionali. Il primo appuntamento si concluderà con il concerto dei musicisti della European Union Youth Orchestra. Il 22 maggio si svolgerà a Milano presso l’Auditorium di Assolombarda il convegno “Le imprese e la finanza per lo sviluppo sostenibile. Opportunità da cogliere e ostacoli da rimuovere”. Prenderanno parte importanti esponenti e organizzazioni del mondo imprenditoriale. Infine, il terzo appuntamento del 6 giugno, “Italia 2030: un paese in via di sviluppo sostenibile”, si terrà alla Camera dei Deputati. In più, durante quest’ultimo evento saranno esposti i risultati ed i progetti sviluppati nell’arco dell’intera manifestazione.
Dunque, il Festival sarà un vero e proprio palcoscenico per il confronto e il dialogo tra tutti gli strati della società. Perciò, chiunque avrà interesse potrà partecipare ad uno o più dei centinaia di eventi in tutta Italia.
Il 9 maggio a Sibiu, in Romania, si è tenuta una riunione a cui hanno partecipato i rappresentanti di 27 paesi facenti parte dell’Unione Europea. Per l’Italia ha presenziato il premier Giuseppe Conte. Lo scopo di questo incontro era quello di discutere sul futuro comune post Brexit. Tuttavia, dopo che ogni decisione finale sul tema è stata prorogata al mese di Ottobre, alcuni Stati membri hanno colto l’occasione per presentare al consiglio un paper che sottolineasse l’importanza di iniziare a prendere serie contromisure contro i cambiamenti climatici.
Gli 8 paesi firmatari di questo documento, che è stato pubblicato e analizzato dall’Independent, sono Belgio, Danimarca, Francia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo, Spagna e Svezia. Germania, Polonia e, purtroppo per noi, Italia hanno invece deciso di non sottoscrivere questa richiesta. Un’ulteriore occasione persa da parte del Governo italiano per dimostrare di essere in grado di prendere scelte coscienziose e non volte solamente a scopi propagandistici.
Cosa chiedono gli 8 Stati firmatari
Il modo migliore per riassumere il contenuto del documento, intitolato “Non paper on Climate for the Future of Europe”, è racchiuso nello slogan ambientalista “agire ora”. Scendendo più nel dettaglio la richiesta fatta dagli 8 paesi sopra elencati è quella di azzerare le emissioni di gas serra dei paesi membri “al più tardi” entro il 2050. Se infatti, in precedenza, tutti gli accordi sul clima prevedevano di farlo “entro” il 2050, questa volta sono state invece utilizzate per la prima volta le parole “at latest”. Un cambiamento tanto piccolo quanto significativo che sta a sottolineare la grande ambizione dei paesi firmatari in merito ai temi legati al cambiamento climatico.
Ecco una parte del testo del documento: “Sarà cruciale reindirizzare i flussi finanziari verso l’azione climatica. Il budget europeo, attualmente in negoziazione, sarà uno strumento fondamentale in questo senso. Almeno il 25% delle spese dovranno essere indirizzate verso progetti che vogliono combattere il cambiamento climatico. Il budget non dovrà in alcun modo finanziare ogni qualsivoglia politica che vada contro questo obiettivo.”
Un’occasione persa dall’Italia per schierarsi sul tema dei cambiamenti climatici
Che il Ministro dell’Interno Matteo Salvini ed il suo partito non prendano in considerazione uno dei problemi che più minaccia la vera sicurezza delle future generazioni non è una novità. Già nel momento in cui il Parlamento Europeo ha dovuto esprimersi sull’accettazione dei target inseriti nel Paris Agreement, tutti gli esponenti della Lega avevano votato contro questo provvedimento. Tuttavia tra le principali battaglie del Movimento 5 Stelle, prima di iniziare a governare, c’era proprio quella dell’ambiente. Propositi che, alla luce di quanto visto dall’inizio di questo governo, sono rimasti solo parole.
In un mese in cui il comune di Acri, l’Irlanda ed il Regno Unito hanno dichiarato lo stato di emergenza climatica, l’Italia mette in cascina un’altra pessima figura a livello internazionale. Il treno per la transizione ecologica sta per partire. I movimenti ecologisti, su tutti Extinction Rebellion e Fridays For Future, si stanno espandendo giorno dopo giorno. I democratici negli USA inneggiano ad un Green New Deal. La Nuova Zelanda ha approvato un documento per azzerare le proprie emissioni di CO2 il prima possibile. E molti paesi dell’UE stanno spingendo per accelerare il cambiamento verso un’economia a basso impatto ambientale.
Il governo gialloverde è invece colpevole di un silenzio assordante sul tema. Ignorare l’argomento non farà sparire nè il problema, né tanto meno l’evidenza scientifica che sta guidando le scelte di governi più coscienziosi. Risulta utile inoltre ricordare che l’Italia è uno dei paesi che subirà maggiormente le conseguenze dei cambiamenti climatici. Mettere la testa sotto la sabbia è dunque un atteggiamento imperdonabile, soprattutto per chi dovrebbe avere come priorità assoluta quella di fare il bene del proprio paese. Se non vogliamo rimanere indietro, per l’ennesima volta, occorre darsi una mossa.
É il 28 ottobre 2018. Il Brasile va alle urne per decidere chi tra Jair Messia Bolsonaro, candidato del Partito Social-Liberale, e Fernando Haddad, del Partito dei Lavoratori, diventerà il presidente del Brasile a partire da Gennaio 2019. Chiunque abbia seguito con un minimo di attenzione le dichiarazioni precedenti alle elezioni da parte dei due candidati sa già che in gioco, oltre ad una presidenza, c’è anche la sopravvivenza di una grossa fetta dell’Amazzonia.
I problemi legati alla deforestazione della più grande foresta pluviale al mondo sono noti ormai da tempo. Ettari di alberi vengono sacrificati per la produzione di soia per gli allevamenti, olio di palma, ricerca dei combustibili fossili e per fare carta. Anche un bambino sa che sono gli alberi, oltre agli oceani, ad assorbire l’anidride carbonica per poi rilasciare ossigeno nell’atmosfera. Dunque tagliare alberi, invece di piantarne altri, in un’epoca in cui le emissioni di CO2 nell’atmosfera sono al massimo storico sono segno o di grande incompetenza e disinformazione oppure, più verosimilmente, di corruzione.
Il primo provvedimento di Bolsonaro: aumentare il tasso di deforestazione dell’Amazzonia
La prima decisione presa da Bolsonaro dopo essersi seduto sulla poltrona più importante del Brasile ha riguardato proprio la deforestazione dell’Amazzonia. Alcune zone della foresta sono aree protette sia per motivi biologici, legati all’unicità della biodiversità della foresta, sia per motivi di conservazione delle culture e delle popolazioni indigene. La creazione dei confini di queste aree protette è stata messa nelle mani del Ministero dell’Ambiente che, casualmente, è controllato dalla lobby dell’agribusiness.
Che queste aziende si avvalgano di metodi poco ortodossi per continuare a portare avanti i loro business altamente distruttivi per l’ambiente, soprattutto in dei paesi in cui i controlli sono più ridotti, non è mistero. Prima, almeno, cercavano di farlo di nascosto. Ora Bolsonaro gli ha dato il diritto di farlo alla luce del sole, dandogli la possibilità di autoregolarsi e di confinare le popolazioni indigene in delle aree molto più ridotte rispetto ad oggi.
Qualche dato sull’Amazzonia
A confermare lo stato di emergenza in cui vertono le foreste di tutto il mondo è un report del Global Forest Watch, un organo indipendente dell’Università del Maryland. Secondo quanto constatato grazie alle immagini dei satelliti nel 2018 sono spariti 12 milioni di ettari di foreste tropicali. L’equivalente di 30 campi da calcio al minuto. Un quarto di questa perdita si è verificata proprio in Brasile, e Bolsonaro non era ancora neanche presidente.
L’Amazzonia è la più grande foresta pluviale del mondo e costituisce il più grande bacino di acqua fluviale del pianeta. 1 specie su 10 di quelle che vivono nel pianeta è unica di questa zona. Il 75% delle specie vegetali presenti nella foresta sono uniche dell’Amazzonia. Ci sono inoltre oltre 3.000 specie di pesci di acqua dolce. La foresta Amazzonica è quella che sta subendo il più alto tasso di deforestazione a livello mondiale. Il WWF stima che oltre il 27% della superficie originale sarà senza alberi entro il 2030. La foresta è grande 670 milioni di ettari e ci vivono 34 milioni di persone che dipendono dalle sue risorse. Tra il 2001 e il 2012 sono stati persi circa 1,4 milioni di ettari di alberi ogni anno, per un totale di 18 milioni di ettari principalmente in Brasile, Perù e Bolivia.
Perché ciò che fa Bolsonaro in Amazzonia interessa anche a te
I problemi legati alla deforestazione del più grande polmone del pianeta sono diversi. Il primo riguarda la liberazione di enormi quantità di Carbonio che gli alberi hanno immagazzinato per generazioni e generazioni. Al ritmo di deforestazione che abbiamo oggi questa non è affatto una quantità trascurabile. Questi processi fanno del Brasile uno dei paesi che immette più anidride carbonica nell’atmosfera. E le emissioni, si sa, non stanno a guardare i confini nazionali.
Come avviene la deforestazione in Amazzonia
La maggior parte di questa deforestazione avviene bruciando direttamente intere aree di foreste. Questi incendi finiscono per impoverire il terreno delle sue sostanze nutritive rilasciando allo stesso tempo enormi quantità di CO2 in atmosfera. Una volta liberato il campo, questo verrà utilizzato per una monocoltura che andrà ad impoverire ulteriormente il terreno, rendendo necessario l’utilizzo di fertilizzanti chimici. Questi prodotti andranno a loro volta vanno ad inquinare ulteriormente il terreno che ad un certo punto sarò desertificato ed inadatto a qualsiasi altro tipo di coltura, rendendo necessario il suo abbandono.
Da casa del 10% delle specie conosciute sulla terra a deserto dell’Amazzonia basta veramente poco. Basta l’uomo e il suo delirio di onnipotenza verso la natura.
L’esempio del fotografo Salgado
Come sempre, anche in questo caso, c’è chi si è schierato dalla parte giusta dando l’esempio e mostrando che una riconversione è possibile. Il fotografo di fama internazionale Sebastiao Salgado è infatti riuscito a ricreare un ecosistema praticamente dal nulla. Una volta recatosi in una delle case della sua famiglia, una volta immersa tra la fitta vegetazione della foresta, Salgado è rimasto interdetto dallo stato di parziale desertificazione in cui si trovava l’area a causa delle azioni sopra citate.
Insieme a sua moglie ha fondato l’Istituto Terra, che ora si occupa di progetti di riforestazione in tutto il mondo, ed ha iniziato a ricostituire l’ecosistema perduto. Vent’anni dopo l’area in questione ha recuperato buona parte della biodiversità perduta. Un esempio che da speranza per il futuro. Se, oggi, con Bolsonaro al potere la deforestazione della foresta tropicale più grande del mondo continuerà la sua corsa incontrollata, l’esempio di Salgado ha mostrato come sia possibile riportare il sistema Terra allo stato di equilibrio naturale che ci permetterebbe di avere un futuro sicuro sul pianeta.
A cosa servono le foreste
Le foreste ci servono per sopravvivere, per pulire l’aria già troppo inquinata e per raffreddare il pianeta grazie all’immagazzinamento di enormi quantità di CO2. Raderle al suolo, per fare ancora più soldi, non farà che peggiorare la situazione già drammatica in cui ci troviamo. E nonostante le pressioni provenienti anche dall’Unione Europea per limitare questa distruzione di massa Bolsonaro non sembra intenzionato a fermare la sua opera di devastazione dell’Amazzonia. Anche gli indigeni della tribù Waorani in Ecuador, che abitano alcune delle zone vittima di deforestazione, hanno fatto causa al proprio governo e alle industrie petrolifere riuscendo a vincere la prima di tante battaglie. .
La foresta pluviale più grande al mondo, così come era conosciuta, rischia di diventare un enorme cimitero di specie vegetali ed animali. Tutto ciò mentre Bolsonaro e le lobby dell’agribusiness continueranno a fare, come direbbe Greta, “inimmaginabili quantità di denaro” anche grazie alla deforestazione dell’Amazzonia. Con buona pace per le future generazioni che dovranno fare i conti con questo disastro.
Se la terra non basta più, gli uomini salpano alla conquista del mare. Ma questa volta non sarà un’invasione irrispettosa. In Olanda un gruppo di ingegneri dell’azienda Floating Solar sta costruendo il più grande arcipelago di pannelli solari galleggianti.
Come girasoli in mezzo al mare
Le quindici isole conterranno in tutto 73.500 pannelli, rendendo l’impianto molto efficiente. Insieme a un altro impianto di pannelli solari terrestre, infatti, questo arcipelago sarà in grado di fornire energia a più di 10 mila abitazioni nelle zone vicine. Questo risultato si può ottenere anche per la tecnologia innovativa di questi pannelli, cosiddetta “a girasole”. I pannelli infatti saranno sempre rivolti verso il sole, per garantire un’efficienza senza precedenti, con il 30% di assorbimento in più rispetto a un impianto fisso. Questo avviene grazie alla presenza di tre boe, ancorate ad ogni isola con un cavo, il quale permette loro di muoversi e nello stesso tempo di mantenerle compatte. Grazie a questa snodabilità, inoltre, i pannelli possono resistere al movimento delle onde, anche durante tempeste e uragani
Rispetto per l’ambiente
L’idea di portare nel mare questa tecnologia è nata anche dalle critiche che alcuni ambientalisti hanno mosso nei confronti dell’energia prodotta dalle pale eoliche. Queste infatti sfrutterebbero molto terreno rischiando di alterare gli ecosistemi. Non sono mancate critiche anche alla Floating Solar stessa riguardo a questo progetto. Ma, dall’intervista del direttore della compagnia Arnoud van Druten rilasciata al Guardian, emerge la sua volontà di rispettare l’ambiente. “Ci sarebbe piaciuto iniziare prima – dice van Druten – ma a causa dei problemi ambientali che concernono gli uccelli migratori, in questo periodo non è possibile mettere assolutamente nulla nell’acqua”.
Il fatto che i pannelli siano installati nel freddo mare del nord, poi, ha un altro vantaggio. Permette infatti di risparmiare l’energia solitamente necessaria per raffreddare i circuiti, che diventano meno efficienti quando si scaldano. Alcuni ambientalisti si sono preoccupati anche del fatto che i pannelli solari possano bloccare la penetrazione dei raggi solari nelle profondità marine. “Proprio perché le isole sono mobili – continua van Druten – non vi sarà mai un’ombra fissa sul mare”. Infine, sono state mosse critiche riguardo all’alterazione della qualità dell’acqua, al fatto che riflettono la luce disturbando le abitazioni e alla generale mancanza di “gusto estetico” degli impianti.
Van Druten risponde che il loro design ha il minore impatto possibile sugli ecosistemi, quindi l’ambiente marino sarà inalterato. Inoltre, la fusione della luce con l’acqua crea un effetto sfocato che permette ai pannelli di scomparire. I lavori termineranno a novembre e a quel punto avremo prove tangibili dell’effettiva utilità di questa nuova, ecologica fonte energetica.
Come spesso accade, le giornate mondiali a tema ambientale istituite, non sono motivo di celebrazione, ma di indignazione e sensibilizzazione. Questo è il caso anche con la Giornata Mondiale degli Uccelli Migratori, istituita nel 2006 per sensibilizzare noi tutti sull’importanza della loro salvaguardia. Quest’anno il focus non poteva che ricadere sulla plastica, pericolo numero uno dell’ambiente. La campagna lanciata unitamente da CMS, AEWA e EFTA è stata intitolata “Protect Birds: Be the Solution to Plastic Pollution!“, con il chiaro intento di coinvolgere i cittadini di tutto il globo a contribuire alla tutela dei migratori alati.
Gli effetti della plastica
La pagina ufficiale dell’iniziativa per il WMBD(World Migratory Bird Day) informa su quelli che sono i pericoli che la plastica rappresenta per queste specie e le terribili conseguenze che ne derivano. Gli uccelli migratori, così come tanti altri animali selvatici, pagano un caro prezzo per l’irresponsabile utilizzo e smaltimento dei prodotti di plastica, specialmente monouso. Pulcini e adulti perdono la vita a causa dell’ingestione di pezzi di plastica, o finendo intrappolati in anelli e reti, morendo spesso per soffocamento.
Ingestione
La ricerca di cibo porta gli uccelli marini all’ingestione involontaria e inconsapevole di plastica. I prodotti di plastica galleggianti, spesso ricoperti di alghe, vengono spesso scambiati per una preda. La plastica ingerita viene poi passata ai più piccoli durante il loro nutrimento. Creature dagli organi ancora non del tutto sviluppati e proprio per questo più vulnerabili. Le particelle di plastica, quando non abbastanza grandi da causare lesioni interne e portare quindi una morte pressoché immediata, conducono alla morte per fame. Infatti questo materiale, quando ingerito, rimane nello stomaco in quanto non digeribile, dando l’impressione di sazietà, anche quando lo stomaco è praticamente vuoto. Altra minaccia è la tossicità delle sostanze chimiche di cui la plastica è composta.
Imbrigliamento e intrappolamento
I rifiuti di plastica presenti nei terreni acquitrinosi, con particolare menzione per l’attrezzatura da pescaabbandonata, rappresentano un elemento fortemente pericoloso. Gli uccelli rimangono impigliati. Questo causa ferite, con rischio di infezione, e l’intrappolamento. In questo secondo scenario gli uccelli, dopo aver tentato strenuamente per liberarsi, finisco spesso per affogare o per essere preda di altri animali.
1.000.000 di uccelli marini uccisi dalla plastica ogni anno
1 milioni di uccelli morti è un numero spaventoso (e in crescita), soprattutto se si pensa che si tratta di morti spesso piene di sofferenza e provocate da prodotti artificiali, fatti di un materiale per il quale non c’è spazio in natura. Di questo passo, nel 2050 la pressoché totalità degli uccelli marini ingerirà plastica. Attualmente si stima che il 90% abbia particelle di plastica nel proprio intestino.
Non è facile fare qualcosa di concreto per questi incredibili animali capaci di volare dai 20 ai 1000km al giorno per continuare a dare un futuro alla propria specie. Si può sempre partire dal proprio piccolo, informando amici e parenti con il passaparola, riducendo l’utilizzo di materiali di plastica, o immolare qualche ora (da soli o nell’ambito di attività di gruppo come ce ne sono molte organizzate su tutto il territorio) per la pulizia dei rifiuti di plastica da zone dal valore ambientale. L’Italia rappresenta infatti un’area di primaria importanza negli spostamenti migratori dei volatili, vista la sua posizione geografica a metà della rotta Mediterranea e Atlantica.
È lo stesso Chouinard, fondatore e attuale proprietario del marchio di vestiario per l’outdoor Patagonia, a parlare di modello aziendale “responsabile”, discostandosi dall’etichetta “ecosostenibile”. Infatti, sebbene Patagonia sia un marchio di successo con valori ambientali e sociali ben precisi, non è certo senza pecche. «L’ecosostenibilità non esiste» dice riferendosi al mondo degli affari, «la cosa migliore che possiamo fare è causare il minor danno possibile». La chiave sta nello smettere di trattare la natura come una risorsa da spremere, ma come un’entità dalla quale noi tutti dipendiamo.
Il buon viso a cattivo gioco delle grandi aziende
Il messaggio che esce dall’intervista del The Guardian all’ottuagenario uomo d’affari e (ex?) arrampicatore è per certi versi a tinte fosche. «Ero solito pensare che se fossimo riusciti a dimostrare che fare affari responsabilmente porta profitto, gli altri avrebbero fatto altrettanto. Alcuni sì, lo fanno, ma si tratta di piccole aziende. Le aziende con un nome fanno semplicemente green-washing (buon viso a cattivo gioco con le tematiche ambientali, ndr). Ho smesso di sperare che possano cambiare». Chouinard non risparmia sfiducia neanche ai politici, definendoli “pedine delle grandi società”.
Chouinard fa attivismo da 50 anni. Un cammino pieno di vittorie e di altrettante sconfitte, come quelle sull’inquinamento degli oceani e sul cibo geneticamente modificati. «Evil never stops» afferma. Il male non si arresta, è una lotta infinita, «l’importante è combattere». Per Chouinard politici come Trump e Bolsonaro, sono persone che ignorano, violano e calpestano la natura, il suo valore e i suoi diritti. Tanto che il fondatore e unico proprietario di Patagonia ha recentemente intentato causa al presidente statunitense assieme a una coalizione di tribù indigene nord americane e di movimenti locali, per i continui tentativi di ridimensionale le terre ancestrali nello stato dello Utah.
Un miliardario che ha a cuore l’ambiente
Chouinard, attraverso Patagonia, ha donato 105 milioni di dollari totali per cause legate all’ambiente. Ha implementato misure di marketing anti-consumo (un controsenso per chi guarda solo al portafoglio), come invitare i consumatori a non acquistare i propri prodotti durante il Black Friday. Ultimamente, sempre con Patagonia, ha anche realizzato Artifishal. Un film fatto di persone, fiumi e della lotta per il futuro dei pesci selvatici e dell’ambiente attorno a loro, nel quale viene raccontata la preoccupante situazione del salmone selvatico, a rischio estinzione, la continua perdita di fede nella natura, e non solo.
Trailer di Artifishal – La lotta per salvare il salmone selvatico
Oliver Bach, l’autore dell’intervista, lo descrive come un uomo d’affari che preferisce il giardinaggio agli incontri d’affari. Ne esce un ritratto di un uomo realista, consapevole e, appunto, responsabile; che si augura la fine delle grandi aziende quotate in borsa. In quanto il capitalismo moderno sta distruggendo il pianeta.
Chi ha il potere di cambiare le cose
È dunque tutto perduto? Nient’affatto! Per Chouinard la migliore speranza sono i consumatori. Le aziende non possono fare a meno di loro. Dunque, se loro cambiano, cambiano di conseguenza anche le aziende, e così i governi. Secondo Chouinard sbagliamo a pensare in senso opposto, ad affidarci ai governi affinché un cambiamento venga in essere.
I consumatori, in particolare quelli più giovani, devono pretendere che i loro marchi preferiti si facciano carico delle proprie responsabilità, diventando così più apertamente politici. «Non possiamo più permetterci di essere cauti. Lo dobbiamo dire chiaro e tondo: questa amministrazione (Trump, ndr) è malvagia, così come malvagio è chiunque dica che il cambiamento climatico non esiste».
La buona notizia arriva dalla Calabria. Più precisamente dal Comune di Acri, in provincia di Cosenza. Il consiglio comunale di Acri. tenutosi in data 29 aprile 2019, ha posto all’ordine del giorno la dichiarazione dello stato di emergenza climatica. Decisiva l’influenza dei ragazzi di Fridays For Future – Acri che, nella giornata del 15 marzo durante lo sciopero mondiale per il futuro, hanno riempito le piazze della città attirando l’attenzione dei politici e dei media locali. La mozione è stata approvata in modo unanime ed è la prima nel suo genere nel nostro Paese. In tutta Europa, invece, le municipalità che hanno già ufficializzato un provvedimento del genere sono più di 200.
La speranza è che presto anche gli organi statali annuncino un provvedimento simile. Rossella Muroni, di LeU, ha dichiarato di voler presentare alla Camera “una mozione per dichiarare l’emergenza climatica anche in Italia e impegnare il governo su fronti strategici quali: energia, trasporti, edilizia, uscita dai sussidi fossili e stop al consumo delle risorse naturali”.
I punti del Comunicato di Acri sulla dichiarazione di emergenza climatica
Occorre orientare le scelte dei governi, dei mercati e delle imprese verso una maggiore sostenibilità ambientale
Approva il report dell’IPCC dell’8 ottobre 2018
Riconosce nella lotta al cambiamento climatico e alle relative conseguenze un ruolo di massima priorità all’interno dell’agenda politica.
Di attenersi alle direttive del Paris Agreement
La prima di una lunga serie?
La prima pietra, dunque, è stata riposta anche nel nostro paese. Ed a farlo è stato un piccolo comune del cosentino di 20.000 abitanti. Nonostante il silenzio sui cambiamenti climatici da parte dei più importanti personaggi politici sui cambiamenti climatici del nostro paese c’è ancora chi crede nella politica come uno strumento per fare del bene, per prendere decisioni che servano a migliorare la qualità della vita della collettività.
Ora, sperando che in tanti seguano l’esempio di Acri e del Regno Unito, non resta che passare dalle parole ai fatti. Senza dimenticare che per spingere in questa direzione serve l’apporto di tutti. Intanto mancano meno di 20 giorni al secondo sciopero globale per il clima previsto per il 24 maggio, a cui prenderanno parte più di 3.000 piazze in tutto il mondo. Un numero destinato a crescere, sempre di più. Fino a quando non avranno ascoltato.
Ad affermarlo è l’Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services. L’IPBES è un ente dell’ONU che si occupa dello studio dello stato di salute degli ecosistemi e della biodiversità a livello mondiale. Questo organo ha la stessa natura dell’IPCC, l’ente delle Nazioni Unite che studia i cambiamenti climatici, responsabile della stesura del report uscito nell’ottobre scorso che ha potenziato la portata di movimenti comeFridays For Future e Extinction Rebellion. Questo documento costituisce un ulteriore allarme lanciato da parte della comunità scientifica riguardo al pessimo stato di salute in cui verte il sistema Terra. Mai nella sotria dell’uomo così tante specie sono state a rischio estinzione.
Un declino pericoloso e senza precedenti
Queste le parole usate dall’IPBES per riassumere il contenuto del documento. Lo studio è stato condotto da 145 esperti di 50 nazionalità diverse ed ha ricevuto il contributo di altri 310 autori. Per condurlo sono stati necessari 3 anni. I dati su cui si basa sono stati presi da 15.000 fonti scientifiche o istituzionali. Secondo l’ente questo è il “più grande e comprensivo studio mai effettuato sul tema”. Il presidente dell’organizzazione, Robert Watson, ha parlato di “un’evidenza schiacciante che ci ha permesso di constatare uno scenario nefasto”.
E aggiunge :”La salute degli ecosistemi su cui tutte le specie viventi dipendono, noi compresi, si sta deteriorando più velocemente che mai. Stiamo erodendo le vere e proprie fondamenta della nostra economia, dei nostri stili di vita, della sicurezza alimentare, della salute e della qualità della vita a livello mondiale”. L’ultimo report dell’ONU sul tema delle specie in via d’estinzione risaliva al 2005 e questo diventa dunque il documento più autorevole della storia dell’umanità in merito all’argomento dell’estinzione di massa delle specie a cui stiamo assistendo oggi.
Il riassunto del documento ONU sull’estinzione delle specie
Circa 1 milione di specie di animali e piante sono minacciate dall’estinzione, una quantità mai vista prima nella storia dell’umanità
La quantità di specie autoctone nella maggior parte degli habitat terrestri è calata in media del 20%. Per gli anfibi questa percentuale sale al 40%, per icoralli è del 33%, per i mammiferi marini del 30%, per gli insetti del 10%. Almeno 680 specie di vertebrati si sono estinte dal 1600.
Le principali cause sono, in ordine di importanza, un cambiamento nell’utilizzo di superficie terrestre e marina, sfruttamento diretto degli organismi, cambiamento climatico, inquinamento ed inserimento di specie non autoctone negli habitat.
Con un ulteriore aumento della temperatura media globale il cambiamento climatico diventerà la causa principale di queste perdite.
Il trend negativo registrato per quanto riguarda la salute degli ecosistemi e la biodiversità inciderà sulla possibilità di raggiungere l’80% (35 su 44) dei target stabiliti secondo gli obiettivi di sviluppo sostenibili andando ad acuire problemi come povertà, fame, salute, acqua, città, clima, oceani e terreno. La perdita di biodiversità non è un problema relativo solo all’ecologia ma avrà anche riscontri sullo sviluppo, l’economia, la sicurezza, le questioni sociali e morali.
I principali indicatori che vanno di pari passo con la perdita di biodiversità sono l’aumento della popolazione mondiale, il consumo di risorse pro capite, l’estrazione delle risorse e l’incremento della produzione.
Circa il 75% dell’ambiente su terraferma e il 66% di quello marino sono stati significativamente alterati dalle azioni umane. In media questi trend sono molto più negativi nelle aree in cui vivono popolazioni indigene o comunità locali.
Più di un terzo delle risorse del pianeta e circa il 75% dell’acqua dolce sono utilizzati per monocolture o allevamenti.
Il valore della produzione agricola è cresciuto del 300% rispetto al 1970. Circa 60 miliardi di tonnellate di risorse, rinnovabili e non, vengono estratte dal pianeta ogni anno. Il doppio rispetto al 1980.
La degradazione del suolo ha ridotto la produttività della superficie dei terreni del 23%. Circa 577 miliardi di dollari di prodotti agricoli sono a rischio a causa della perdita degli impollinatori.
Tra i 100 e 300 milioni di persone hanno visto aumentare il rischio di essere colpite da alluvioni e uragani a causa della perdita degli habitat costieri che li proteggono.
Nel 2015 il 33% delle specie di pesci sono stati pescati a livelli non sostenibili. Il 60% sono state sfruttate a livelli massimali. Solo il 7% delle specie è stato pescato a livelli sostenibili.
Le aree urbane sono più che raddoppiate dal 1992.
L’inquinamento da plastica è decuplicato rispetto al 1980. Tra i 300 e i 400 milioni di tonnellate di metalli pesanti, solventi, rifiuti tossici e altri scarti provenienti dalle attività industriali vengono gettati ogni anno in acqua. I fertilizzanti immessi negli ecosistemi costieri hanno prodotto più di 400 zone morte per un totale di 245.000 chilometri quadrati, un’area più grande del Regno Unito.
Non è troppo tardi per cambiare
Lo stesso Watson ci tiene però a precisare che “non è troppo tardi per fare la differenza, ma bisogna iniziare ora un cambiamento a tutti i livelli della società, sia globale sia locale. Grazie ad un cambio di direzione netto la natura può ancora essere conservata, ristabilita ed usata in modo sostenibile. Un cambiamento su tutti i fronti, grazie ad una riorganizzazione di tutti i sistemi che si può raggiungere tramite fattori economici, tecnologici e sociali, includendo anche un cambio dei paradigmi, dei valori e degli obiettivi di ognuno”. L’ostacolo più grande verso il cambiamento è riconosciuto dall’IPBES in coloro che hanno i maggiori interessi nel mantenimento dello status quo. L’ente dell’ONU ha dichiarato inoltre che questa opposizione possa essere sovrastata soltanto se verrà riconosciuta dall’opinione pubblica la necessità di mettere l’interesse dei molti di fronte a quello dei pochi.
La risposta di Greta
La notizia non è sfuggita alla giovane Greta Thunberg che, rilanciando un articolo della rivista scientifica “Nature”, ha commentato così: “Dove sono le breaking news? Gli speciali dei telegiornali? Le prime pagine? Dove sono le riunioni di emergenza? I summit per la crisi? Cosa potrebbe essere più importante? Stiamo fallendo ma non è ancora tutto deciso. Possiamo ancora mettere le cose a posto. Ma non se continuiamo come oggi. In tal caso non avremmo una chance”. Come al solito la giovane attivista svedese non ha avuto peli sulla lingua, denunciando il silenzio dei media riguardo al collasso ecologico del pianeta.
Nei giorni in cui usciva questo report non c’è traccia di esso in nessuna delle prime pagine delle testate nazionali, né nella giornata di ieri né in quella di oggi, con l’unica eccezione costituita da “La Repubblica” del 7 maggio. Eppure un trafiletto della parte alta della “front page” del Corriere della Sera da la notizia della nascita del figlio del principe Harry e di Meghan Markle. Inutile sottolineare che l’importanza delle due notizie non è neanche lontanamente comparabile.
Greta ha ragione. Siamo in tempo per cambiare le cose e per assicurare alle generazioni che verranno un futuro sicuro su questo pianeta. Ma è giunto il momento che i media, non solo a mezzo stampa, inizino a fare la propria parte, informando i cittadini sui rischi legati al cambiamento climatici e sulla gravità delle possibili conseguenze. Fino a quando parlare del figlio del Principe Harry sarà più importante di una notizia sulla minaccia di estinzione di più di 1.000.000 di specie viventi sulla terra, non abbiamo speranze.
L’Università siciliana segue l’esempio dell’ateneo di RomaTre e dice basta all’utilizzo della plastica monouso all’interno dei propri edifici. Il polo universitario di Catania ha inoltre regalato circa 11.500 borracce in acciaio tra personale e matricole dell’università. Già nel mese scorso anche l’Università della capitale ha provveduto a distribuire 30.000 borracce agli studenti iscritti. La speranza è quella di avere sempre un maggior numero di atenei “plastic free” sparsi per tutto il paese.
Queste iniziative confermano la sempre maggiore attenzione, anche da parte delle istituzioni pubbliche, verso il problema della plastica. Collaterale al regalo delle borracce è anche la creazione di sessanta punti di erogazione di acqua naturale e frizzante presso gli edifici dell’ateneo siciliano.
La campagna del Ministero
dell’Ambiente
Le due inziative succedono il lancio, da parte del Ministero dell’Ambiente, della campagna #StopSingleUsePlastic, inaugurata a fine gennaio con la messa al bando di prodotti in plastica monouso in tutti gli uffici del ministero. L’iniziativa ha come scopo quello di liberare tutti gli atenei italiani dall’eccessivo utilizzo di bicchieri, stoviglie e bottiglie in plastica.
La campagna è stata così commentata dall’On. Micillo, sottosegretario di Stato all’Ambiente: “Per ottenere risultati concreti nella tutela dell’ambiente, è necessario il coinvolgimento e la partecipazione di tutta la collettività. I giovani sono pieni di entusiasmo e imparano in fretta. Sono loro il nostro futuro”. La plastica rappresenta il 70% dei rifiuti che si trovano in mare e solo in Italia si stima un utilizzo di 120.000 tonnellate di stoviglia “usa e getta” all’anno. Numeri non da poco e che vanno azzerati in fretta.
L’ambientalismo non passa solo dal “plastic free”
Le iniziative per vietare l’utilizzo di plastica monouso si stanno moltiplicando giorno dopo giorno. Tanti comuni, spesso situati in delle zone costiere, hanno messo al bando l’utilizzo di plastica anche negli esercizi privati. Tra questi Senigallia, Fano, Noto, Siracusa, Favignana e tanti altri. La regione più attiva sotto questo punto di vista è la Sicilia, che da sola vanta più della metà dei comuni “plastic free” di tutto il paese. Iniziative lodevoli e che hanno sicuramente un buon impatto dal punto di vista ambientale. I problemi legati alla plastica sono innumerevoli e includono sia provessi produttivi molto inquinanti sia le problematiche legate al suo smaltimento.
Tuttavia, troppo spesso negli ultimi tempi, il dibattito sull’ambiente tende a concentrarsi solo sul problema della plastica, che effettivamente esiste. Ma chi pensa di rispettare l’ambiente semplicemente diventando “plastic free” commette un grave errore. Se mai un giorno riusciremo ad eliminare il problema della plastica questo non vorrà dire in alcun modo che saremo vicini a fermare i cambiamenti climatici.
Insomma, ben vengano le buone abitudini legate ad un’eliminazione dell’utilizzo della plastica, ma non usiamolo come metodo per pulirci la coscienza. Vanno presi anche altri accorgimenti. Serve mangiare in modo sostenibile, muoversi in modo ecologico, comprare di meno ed in maniera più etica e tanto altro. Il problema della plastica va combattuto, ma non dimentichiamoci di tutto il resto.
Questa presa di posizione non avviene affatto in modo casuale. Nei giorni che sono andati dal 15 al 24 aprile tutto il Regno Unito è stato messo sotto scacco dalle manifestazioni del movimento ambientalista “Extinction Rebellion”. I protestanti, occupando strade e manifestando in lungo e in largo, sono riusciti a portare il tema dei cambiamenti climatici in cima all’agenda politica nazionale. A farsi cavaliere di questa battaglia è stato il leader del partito laburista Jeremy Corbin. Il politico inglese ha infatti espresso la sua felicità affermando che questo “è un enorme passo in avanti”. Non resta che vedere quali effetti avrà in termini pratici.
Le peculiarità della presa d’impegno del Regno Unito sull’emergenza climatica
La più forte critica che è stata mossa verso questa presa di posizione riguarda proprio la mozione approvata. Questa infatti non è in alcun modo vincolante per il governo che, a livello legale, non è strettamente tenuto a compiere azioni atte a fermare il cambiamento climatico. Resta tuttavia ottimismo per un provvedimento che entrerà sicuramente nella storia del paese e, forse, del mondo. Lo stesso partito laburista sta anche lavorando ad un Green New Deal sulla falsa riga di quello voluto dai democratici negli Stati Uniti.
Qualche preoccupazione in più sorge nel momento in cui alle parole non corrispondono i fatti. Secondo il giornale britannico “The Independent”, il Regno Unito ha appena ricevuto il via libera da parte del consiglio regionale della Cumbria, una regione del Nord dell’isola, circa l’approvazione di un progetto relativo alla creazione nuove miniere di carbone. A confermare che, nonostante questa sia indubbiamente una buona notizia, il cambiamento non arriva da un giorno all’altro. Ma da qualche parte si deve pur cominciare.
Un messaggio da Greta e uno per Trump
Si è rallegrata della notizia la giovane Greta Thunberg che in un tweet ha mostrato la sua felicità con queste parole: “Una notizia storica che da speranza. Ora anche altre nazioni devono seguire questo esempio. E le parole devono trasformarsi in delle azioni immediate”. Positiva anche la reazione di Extinction Rebellion, che continuerà comunque a fare pressioni per accelerare la transizione.
Una stoccata è arrivata anche a Donald Trump, proprio da parte di Corbyn. Mentre commentava la buona notizia il parlamentare inglese ha parlato di come sia necessario “chiarire al presidente degli Stati Uniti Donald Trump che non può ignorare gli accordi e le azioni internazionali sulla crisi climatica”. Il leader del partito laburista inglese ha anche aggiunto: “Questa decisione può scatenare un’ondata di azioni da parte dei governi e dei parlamenti di tutto il mondo. Ci impegniamo a lavorare il più vicino possibile ai paesi che sono seriamente intenzionati a porre fine alla catastrofe climatica”.
Tantissime belle parole dunque che vanno ad abbellire una notizia che, già di per sé, fa sorridere. La presa di posizione del Regno Unito sul dichiarare lo stato di emergenza climatica passserà sicuramente alla storia. Ora non ci resta che stare a vedere e sperare che le parole si tramutino in fatti. Con la consapevolezza che la battaglia sarà e lunga e faticosa e che sarà necessario continuare a lottare per fare fronte più grande minaccia che si sia mai parata di fronte all’essere umano: il cambiamento climatico.
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