Hosting e sostenibilità ambientale: come rendere i servizi di hosting meno inquinanti

Ad oggi sono tante le fonti di inquinamento, soprattutto considerando la produzione di anidride carbonica che deriva dalle normali attività quotidiane. Ad esempio, anche internet, quindi la gestione dei siti internet e la disponibilità di spazio online, è una fonte di inquinamento. Oggi esistono però delle realtà che offrono il cosiddetto hosting sostenibile; si tratta aziende che stanno modificando in modo preciso la gestione dei data center e delle server farm, cercando di mantenere l’impatto sull’ambiente il più basso possibile.

Come si fa hosting sostenibile

Per capire come fare hosting sostenibile è necessario partire da quali sono le fonti di inquinamento di tale attività. La principale è l’utilizzo di energia elettrica: i server di tutto il mondo funzionano con l’elettricità, che nel nostro Paese deriva solo per poco più di un terzo da fonti rinnovabili. L’hosting a impatto zero parte dall’utilizzo di energia di questo tipo, proveniente da fonti rinnovabili quali gli impianti eolici e fotovoltaici o da centrali idroelettriche. Ci si può anche attivare per diminuire il consumo di energia da parte degli impianti, utilizzando hardware particolarmente efficiente, prevedendone il riciclo in maniera corretta o anche la possibilità di upgradare alcune apparecchiature senza sostituirle completamente. Queste attività coinvolgono l’intera rete di fornitura di hosting, permettono però di diminuire sensibilmente l’anidride carbonica prodotta.

Altri metodi per ridurre la produzione di anidride carbonica

Esistono poi altre modalità che permettono di ridurre in maniera consistente il consumo di energia e quindi anche la produzione di inquinanti che finiscono nell’atmosfera. Ad esempio, cercando di ottimizzare la struttura IT dei data center; lo si fa migliorando l’efficienza dell’hardware ma anche del software, virtualizzando alcuni servizi, proponendo soluzioni che permettono di gestire il carico di utenti senza aumentare il numero di server utilizzati o sfruttando sistemi di raffreddamento intelligenti. Perché a consumare energia sono i server, ma anche gli impianti di raffreddamento che li mantengono in perfette condizioni, le vetture dei dipendenti delle aziende di hosting, l’utilizzo di carta e di altro materiale all’interno degli uffici. Strategie integrate permettono di attivare il risparmio energetico anche in questi ambiti, ad esempio favorendo l’utilizzo di sistemi di mobilità sostenibile da parte dei dipendenti o spingendoli al corretto riciclo dei materiali utilizzati quotidianamente.

Quanto inquina internet

Sono numerose le ricerche in questo ambito, anche perché effettivamente negli ultimi anni la digitalizzazione di numerose attività sta prendendo il volo ovunque, anche nel nostro Paese. Da una ricerca di Fridays For Future si evince che tutti gli apparati informatici mondiali consumano circa il 10% di tutta l’energia elettrica utilizzata sul pianeta. Per quanto riguarda l’emissione in atmosfera di anidride carbonica, si tratta di circa il 3,7% del totale. Se si considera che tali cifre sono in costante aumento e che buona parte degli esseri umani fa un utilizzo della rete ancora minimo, è importante concentrarsi già oggi su questo tema, per favorire un utilizzo di internet che sia meno inquinante. Chiaramente oltre alle aziende che offrono hosting, anche gli utenti possono diminuire il proprio impatto ambientale; ad esempio, imparando a differenziare i rifiuti, utilizzando veicoli meno inquinanti e installando presso la propria abitazione sistemi di produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili.

I benefici all’ambiente portati dal fotovoltaico

Vantaggi impianti fotovoltaic

L’introduzione degli impianti fotovoltaici può garantire dei benefici dal punto di vista ambientale. Grazie all’autoproduzione di energia, essi consentono di evitare superflue dispersioni, e di conseguenza garantiscono un livello di efficienza molto più elevato rispetto a quello che caratterizza un impianto classico di distribuzione energetica. È stato calcolato che per ogni kWh che viene prodotto grazie ai pannelli fotovoltaici si ha la possibilità di prevenire la formazione di più di 500 grammi di anidride carbonica. Come noto, le emissioni di CO 2 hanno effetti dannosi per l’ambiente. Si stima che l’installazione di un impianto fotovoltaico destinato a uso domestico da 3 kWp consenta di risparmiare nel giro di 20 anni ben 38 mila chili di anidride carbonica: un po’ come se venissero piantati 190 alberi.

Il mancato inquinamento

Grazie all’energia fotovoltaica, si evita l’inquinamento termico, dato che le temperature si fermano al massimo a 60 gradi, e si limita l’inquinamento chimico: i pannelli fotovoltaici e gli impianti, infatti, non generano, scorie, emissioni o residui di alcun genere. Inoltre vale la pena di mettere in evidenza che un impianto fotovoltaico in azione non produce alcun tipo di rumore, il che consente di limitare al massimo l’inquinamento acustico. Ecco perché il fotovoltaico fa bene all’ambiente, contando anche che ogni kW di picco installato corrisponde a quasi 8 quintali di anidride carbonica non emessa nel giro di un anno.

Perché l’energia solare è considerata una fonte energetica alternativa

L’energia solare viene ritenuta una fonte di energia alternativa perché è rinnovabile e, in teoria, inesauribile dato che il Sole si spegnerà solo tra qualche miliardo di anni. Si tratta di una soluzione che permette di rinunciare, almeno in parte, alle fonti fossili tradizionali; per di più non immette nell’atmosfera anidride carbonica o altre sostanze che possono aumentare l’effetto serra. I sistemi di energia alternativi, con il progredire delle tecnologie, stanno diventando sempre più economici e al tempo stesso vedono crescere il proprio livello di efficienza. Le risorse rinnovabili sono tali non perché siano infinite, ma perché vantano un tasso di rinnovamento più elevato rispetto al tasso di utilizzo e consumo. Sono sostenibili proprio perché il tasso di rigenerazione è almeno pari al tasso di utilizzo. Ciò non toglie che sia importante usare le risorse rinnovabili in modo razionale, fermo restando che la fonte solare non pone problemi di scarsa disponibilità.

L’irraggiamento solare per la produzione di energia

Sfruttare l’irraggiamento solare come fonte di energia, pertanto, non mette in alcun modo a repentaglio la disponibilità di questa risorsa per il futuro, e al tempo stesso contribuisce a limitare l’impatto ambientale. I raggi del sole possono essere usati per produrre non solo energia elettrica, ma anche energia termica ed energia chimica. Si tratta di una preziosa alternativa rispetto al gas naturale, al carbone e al petrolio, che rientrano nel novero delle energie non rinnovabili, in teoria destinate a esaurirsi entro poche generazioni, sia perché per formarsi hanno bisogno di tempi molto lunghi, sia perché vengono consumate in maniera troppo rapida. Peraltro, la stessa energia eolica è figlia dell’irraggiamento solare, visto che il vento dipende dal riscaldamento non omogeneo delle masse d’aria.

Quali sono le altre fonti energetiche rinnovabili

Ovviamente l’energia solare è solo una delle fonti di energia rinnovabili: fonti, cioè, che in un’ottica di sostenibilità permettono di non consumare le risorse scarse del pianeta. Tra le altre, vale la pena di citare l’energia eolica (cioè del vento), l’energia marina (che viene ricavata dalle maree e dal moto ondoso), l’energia geotermica, l’energia idroelettrica. Esistono, poi, l’agroenergia e l’energia che si ottiene dalle biomasse: la
prima corrisponde all’energia che può essere ricavata dalla produzione di biocarburante, mentre la seconda scaturisce da biogas, oli o biodiesel.

Come avviene la trasformazione dell’energia solare?

Attraverso la cella fotovoltaica si può procedere alla trasformazione dell’energia solare, che viene direttamente convertita in energia elettrica. Ciò è possibile per effetto dell’interazione fra la radiazione luminosa e gli elettroni di valenza, un fenomeno fisico che si verifica nei materiali semiconduttori e che prende il nome di effetto fotovoltaico. Il meccanismo attraverso il quale la luce del sole viene trasformata dalla cella in energia
elettrica non cambia a prescindere dal materiale che viene utilizzato. Nella maggior parte dei casi, le celle sono realizzate in silicio cristallino. I portatori di carica libera che sono prodotti dalla luce vengono spinti dal campo elettrico incorporato in direzioni opposte. Questo campo agisce come un diodo, e di conseguenza non permette agli elettroni liberi di invertire la marcia e di tornare indietro dopo che hanno attraversato il campo. Nel momento in cui la cella fotovoltaica riceve la luce, in base al tipo di cella le cariche negative vengono spinte verso la parte inferiore della cella e quelle positive verso la parte superiore (o viceversa). Il collegamento tra la parte superiore e quella inferiore attraverso un conduttore assicura il passaggio delle cariche libere: così viene generata corrente elettrica.

Il rispetto dell’ambiente spiegato ai bambini

rispetto ambiente bambini
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Il rispetto dell’ambiente in famiglia è molto importante perché i bambini sono le generazioni che in futuro si occuperanno di produrre, lavorare e consumare. Pertanto, è essenziale che i tuoi figli crescano comprendendo l’importanza della vita sostenibile e siano educati a valori in linea con il rispetto dell’ambiente intorno a loro. Solo in questo modo, sarà più facile e naturale per loro adottare uno stile di vita migliore quando saranno grandi. 

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Ma come spiegare la sostenibilità ai bambini? Attraverso piccole azioni e attività divertenti. Qui di seguito ne elenchiamo sette che si possono mettere in pratica sin da subito!  

7 semplici attività che insegnano ai bambini a rispettare l’ambiente

  1. Usare la bicicletta il più possibile. Quando puoi, evita di usare i mezzi o la macchina. Soprattutto in primavera ed estate, puoi portare i bambini a scuola usando la bicicletta oppure, qualora fosse possibile solo il fine settimana o durante le vacanze, portarli a fare una mini-escursione alla scoperta di zone della città che ancora non conoscete.
  2. Fare giardinaggio. Grazie a questa divertente attività, i bambini avranno l’occasione di sviluppare il pollice verde. Basta anche solo comprare una pianta e prendersene cura. Questo lì aiuterà a riconoscere l’importanza della natura e di tutti i suoi esseri viventi.
  3. Non consumare ciò che non è necessario. Quanto volte ti è capitato di lasciare l’acqua scorrere mentre ti lavi i denti o di lasciare la luce accesa nella stanza quando non eri presente? Definisci una nuova routine in casa e spiega ai tuoi figli che un sovra-consumo di luce e acqua danneggia l’ambiente.
  4. Dai una seconda vita agli oggetti o donali. Ciò che non ricicli lo puoi riutilizzare o donare. Riutilizzare i materiali per dare vita a un altro oggetto, insegnerà ai bambini a non sprecare nulla. Un classico esempio è quello del riciclo creativo che consente di realizzare bellissimi fai da te con materiali come rotoli di carta igienica, bottiglie di plastica, cartoncini e tanti altri. Nel caso invece di oggetti in buone condizioni, ma che non utilizzi più, puoi valutare l’idea di donarli alle persone che ne hanno più bisogno. È il caso di vestiti che i tuoi figli non indossano più, giocattoli e così via. Un’azione come questa insegnerà loro anche l’importante concetto della condivisione.
  5. Riduci il consumo della carne. Moderare il consumo della carne contribuisce a inquinare meno. Gli allevamenti contribuiscono alle emissioni globali di gas serra in misura maggiore di quelle rilasciate dai mezzi di trasporto. In casa, con i tuoi bambini, prova ad adottare uno stile alimentare più sostenibile. Anche un cambiamento a piccole dosi impatterà positivamente a livello ambientale.
  6. Usa meno plastica. Molta della plastica che buttiamo viene poi gettata nei nostri mari. Oltre a danneggiare le specie marine, danneggia l’ambiente e anche la nostra stessa salute. Anche qui basta cambiare alcune abitudini per rendere la propria routine plastic free. Quando per esempio vai a fare la spesa con i tuoi figli, porta con te una borsa riutilizzabile invece di comprarne una di plastica che poi butterai via.
  7. Fai la raccolta differenziata. Probabilmente la fai già perché prevista dal tuo Comune, ma dato che sei qui per spiegarlo ai tuoi figli, è bene coinvolgerli nell’attività quotidiana. Puoi usufruire di un supporto visivo come questo qui sotto e spiegare la destinazione di ogni materiale:
rispetto ambiente bambini
Grazie a un supporto pratico come questo, sarà per i bambini più automatico fare la raccolta differenziata, soprattutto quando si troveranno a farlo da soli o a casa degli altri. 

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L’esempio degli adulti è importante

I genitori dovrebbero sempre dare il buon esempio ai propri figli perché questi poi emuleranno i loro comportamenti. Una volta che imparano a essere più rispettosi dell’ambiente all’interno delle propria mura domestiche, sarà per loro più facile assumere questo atteggiamento anche all’esterno. Ma non solo le famiglie con i bambini devono cambiare le proprie abitudini. Dovrebbe essere un dovere di tutti quello di adottare una stile di vita più sostenibile. Per raggiungere, quindi, più persone possibili, è necessario che realtà più grandi si impegnino a spargere la voce.

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Babysits, piattaforma online che mette in contatto babysitter e genitori, ha deciso di ridurre le proprie emissioni di carbonio, in particolare, aderendo al programma di Leaders for Climate Action per diventare un’azienda a zero emissioni. In quanto azienda digitale, ha deciso di intervenire anche sul fronte mediatico: scrive articoli di sostenibilità, ha partecipato ad una manifestazione dei Fridays For Future e collabora con aziende che condividono la medesima visione. Sempre più aziende dovrebbero abbracciare questa visione e combattere contro il cambiamento climatico. Solo insieme si potrà garantire ai bambini di oggi di vivere domani in un mondo migliore

di Elena Mancini, responsabile del mercato italiano di Babysits.

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Il virus della disuguaglianza

disuguaglianza

Il covid-19, ormai è assodato, si è diffuso anche a causa dello sfruttamento ambientale da parte dell’uomo, come spieghiamo in questo articolo. Lo stesso sfruttamento che ha generato anche una fortissima disuguaglianza sociale ed economica in tutto il mondo. A conferma di ciò, il coronavirus non ha mietuto vittime in egual misura. Alcune categorie di persone sono state più colpite di altre e alcuni paesi pagheranno il prezzo di questa pandemia per un tempo più lungo.

Disuguaglianza economica

La pandemia da coronavirus ha paralizzato economie e stati, mostrando come alcuni di essi siano più fragili ed esposti. Africa e America Latina, secondo le analisi, saranno i paesi che soffriranno più a lungo a causa della pandemia e non solo in termini di salute, ma principalmente in termini di calo, se non arresto e retrocessione, di sviluppo.

L’Africa dopo la pandemia da covid-19 dovrà fare i conti con un panorama ancora più complesso in cui la disuguaglianza sarà, se possibile, accentuata. La situazione di partenza era infatti già tragica, a causa delle sempre più evidenti discrepanze sociali dovute anche al riscaldamento globale. Come si legge sul Sole 24 Ore, le temperature più elevate hanno migliorato la crescita economica nei paesi più ricchi, mentre hanno influenzato negativamente la crescita dei paesi poveri. In particolare, in uno scenario di continue elevate emissioni e assenza di politica climatica, si prevede che entro il 2050 i soli cambiamenti di temperatura e precipitazioni nell’Africa orientale e occidentale ridurranno i tassi di crescita del Pil pro capite annui di oltre il 10%. 

Il Covid ha quindi anticipato la catastrofe. The Economist rivela statistiche agghiaccianti che mostrano come il continente abbia incontrato un blocco nello sviluppo. Una battuta d’arresto che si protrarrà a lungo e i cui effetti danneggeranno la popolazione in maniera diffusa. Le più grandi economie dell’Africa si stanno contraendo a causa del crollo del turismo, le sole Mauritius hanno registrato una decrescita del 12,9% del PIL, e della diminuzione della domanda di combustibili fossili. Persino le grosse economie strettamente legate all’esportazione di petrolio, come la Nigeria, stanno affrontando un arresto senza precedenti e, soprattutto, senza essere preparate.

Disuguaglianza sociale

A pagare le conseguenze di questa battuta d’arresto innestatasi su crisi ancora in corso, come nel caso del Sud Africa, sono e saranno proprio le fasce più a rischio: donne e bambini appartenenti alle frange più povere della popolazione. Human Rights Watch avverte che la chiusura delle scuole avrà effetti disastrosi incrementando le disuguaglianze.

I bambini impossibilitati ad andare a scuola rimangono a casa, spesso senza i mezzi necessari per usufruire della scarsamente disponibile didattica a distanza. Oppure iniziano a lavorare per racimolare qualche decimo di dollaro raccogliendo rifiuti. La chiusura delle scuole, poi, colpisce i bambini in maniera ineguale. Infatti le bambine sono spesso chiamate ad occuparsi di faccende domestiche e familiari, trovandosi a rinunciare in partenza allo studio autonomo. Per non parlare del rischio di incorrere in matrimoni non programmati per sgravare la famiglia dalla spesa di mantenimento.

Gender gap

Il gender gap avrà effetti duraturi poiché nelle famiglie vi è la tendenza a dare precedenza all’istruzione dei membri di sesso maschile. Questo fenomeno è nettamente in contrasto con gli obiettivi di sviluppo sostenibile fissati dalle Nazioni Unite. Lo schema dell’ONU, infatti, trova una correlazione molto forte tra la sostenibilità ambientale e quella sociale. Questo ha fatto sì che si ponesse come obiettivo di sviluppo sostenibile anche la sutura del gender gap quale conseguenza degli effetti del cambiamento climatico. Effetti che invece il Covid ha decisamente accentuato.

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Jaipur, India, 2019

Disuguaglianza digitale

Per non parlare, poi, del digital divide, il gap di accesso a internet, miete vittime laddove la povertà è più diffusa. Prima della pandemia le stime dell’UNESCO Institute of Statistics indicavano che in Africa almeno il 60% dei bambini in età compresa tra i 15 e 17 non frequentava le scuole. Inoltre, tra i 6 e gli 11 milioni di bambine non avrebbero avuto accesso ad alcun tipo di educazione. L’assenza prolungata dalle scuole viene ora calcolata in mesi, ma si tradurrà in una perdita di anni in termini di possibilità e sviluppo.

Una perdita che le statistiche impiegheranno poco tempo a restituire in termini numerici. Di fatto, però, è una dimensione da valutare in termini di vite possibili che verranno negate. La prospettiva non è solo quella di un inciampo nello sviluppo, ma di un vero e proprio ostacolo, una diga da cui i giovani cercheranno in ogni modo di esondare. La pandemia infatti non lascerà solo una cicatrice economica. Spingerà molti ad emigrare, affrontando le complessità di un flusso sempre più criminalizzato e periglioso per giungere altrove, nel Nord del mondo, e ritagliarsi un futuro diverso.

La disuguaglianza in America Latina

Luis Alberto Moreno, ex presidente della Inter-American Development Bank nel mandato 2000-2005, in un lungo articolo apparso su Foreign Affairs ha dipinto un’immagine realistica delle prospettive dell’America Latina particolarmente colpite dalla pandemia. Il primo elemento che emerge dall’analisi riguarda proprio la struttura iniqua della società dell’America Latina. Qui il virus è stato portato e diffuso dalle classi medio-alte che hanno contratto il virus durante le loro permanenze all’estero e non hanno rispettato le norme preventive consigliate al loro rientro.

Dalle case delle famiglie più abbienti, il virus si è diffuso usando come portatori gli impiegati, la working class. Da qui in poco tempo ha raggiunto anche gli strati più bassi della popolazione, diffondendosi a macchia d’olio e trovando dei bacini di contagio immensi nelle zone più indigenti. Il pattern di Guayaquil nei primi mesi del 2020 si è dipanato subito come un modello di disuguaglianza. I malati abbienti hanno usufruito subito dei costosi servizi di sanità privata, mentre le classi medio basse e le fasce più povere di popolazione hanno dovuto rivolgersi al sistema pubblico. Il quale, prevedibilmente, è arrivato presto alla saturazione, lasciando per giorni i corpi dei deceduti a imputridire ai margini delle strade della capitale economica dell’Ecuador.

Un futuro poco roseo

Secondo quanto descritto da Moreno “Tutti i progressi fatti dalla regione per risolvere la povertà degli ultimi 20 anni rischiano di venire disfatti”. La disuguaglianza non svaniranno al rientrare dell’emergenza. Anzi, si manifesteranno in maniera ancora più prepotente ed invalidante, soprattutto considerando la drammatica tendenza populista dei governi in corso di mandato attualmente presenti. Il telelavoro, lo smart working, in America Latina è impossibile. Il digital divide infatti mutila l’accesso ad internet di circa il 50% della popolazione totale, secondo quanto registrato dalla Banca Mondiale. Le criticità dell’America Latina emergeranno in una crisi invalidante che, ricalcando il modello della crisi degli anni 90, costringerà gli stati a fare ancora più affidamento sugli Stati Uniti.

Disuguaglianza ambientale

Il covid 19 ha arrestato le attività del mondo intero senza esclusioni. Comunque, gli effetti dei collassi economici e sociali, terreno fertile per regimi politici totalitari ed instabili, avranno un’eco più duratura in Africa, America Latina e nei paesi più poveri dell’Asia. Si prospetta un panorama complesso, fratturato e soprattutto drasticamente connesso alle criticità sempre più evidenti direttamente derivate dal cambiamento climatico. È vero, nella prima metà del 2020 si è registrato un lieve calo globale delle emissioni di gas CO2eqiv pari al 8%. Il cambiamento climatico però non ha subito un rallentamento, o perlomeno un rallentamento sufficiente a scongiurare il pericolo.

Nel 2020 i disastri naturali hanno colpito i paesi sviluppati, quelli in via di sviluppo e i meno sviluppati, ma con un’incidenza maggiore, e arrecando danni esponenzialmente più gravi, in quelli compresi nelle ultime due categorie, agendo quindi su sistemi e meccanismi già gravemente compromessi da condizioni di povertà diffusa e sistemica. L’arresto allo sviluppo e l’incalzante avanzata delle manifestazioni del cambiamento climatico peseranno sul volume complessivo della povertà estrema che interesserà ben 49 milioni di persone.

Indigenza, precarietà e assenza di prospettive. Questo il futuro di milioni di persone in un ambiente sempre più ostile, soggetto ad alluvioni, desertificazione e scarsità di risorse essenziali. Un futuro che inevitabilmente spingerà sempre più persone a scegliere di migrare. I migranti climatici sono coloro che scelgono di lasciare il luogo di origine a causa dell’ostilità del clima e dei disastri naturali. Secondo quanto riportato dall’ IDMC sono circa 25 milioni di persone l’anno. Questo numero è condannato ad aumentare, soprattutto viste le previsioni del Centro di Monitoraggio per Le Migrazioni Interne (IDMC) che prospettano una quantità sempre crescente di terremoti, tsunami e alluvioni.

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Un tragico futuro

L’incontro inevitabile tra le contrazioni economiche dovute alla pandemia, l’arresto o la riduzione degli aiuti e la stasi delle politiche di sviluppo limiteranno drammaticamente gli interventi nei Paesi Meno Sviluppati che dovranno fare i conti con una crescente disuguaglianza sociale, traducibile in aumento della povertà, delle marginalizzazioni delle minoranze e della discriminazione di genere, e una carenza di piani d’azione necessari e cruciali. Il coronavirus ha colpito in maniera iniqua, indebolendo ulteriormente chi già partiva svantaggiato ai blocchi di partenza, zavorrandolo e spargendo ostacoli lungo il percorso.

Di Martina Micciché. Nata a Milano ma vive ovunque, qualche volta anche nella sua città. Ha contribuito a fondare, con Saverio Nichetti, il blog www.alwaysithaka.com, dedicato alla sostenibilità e alla promozione di turismo sostenibile e informato. Vegana, femminista, laureata in Scienze Politiche, sta conseguendo la magistrale in Relazioni Internazionali. Un giorno vorrebbe trasferirsi in Islanda, con Saverio e un numero spropositato di pecore. Durante il primo lockdown ha auto-pubblicato un breve romanzo dal titolo “Cielo a domicilio”.

Comunità rurali: avanguardie della lotta all’emergenza ambientale

Fin dai tempi dell’antica Grecia, la letteratura narrativa e saggistica si sofferma sulla contrapposizione tra comunità urbane e comunità rurali. Indimenticabile è la favola di Esopo del topo di campagna e del topo di città, che non rappresentano soltanto luoghi geografici, ma veri e propri sistemi valoriali. Dopo secoli di sviluppo delle città, vien da chiedersi se l’urbanesimo abbia avuto la meglio.

Da schema di analisi dei mutamenti storici che era, la marcia inesorabile della modernizzazione si è trasformata in un mito dell’uomo artefice del proprio destino, che ha eretto monumenti alla velocità dei moderni mezzi di trasporto e all’efficienza delle macchine. Rinchiusi in una bolla mediatica che rappresenta il mondo globalizzato in maniera parziale e deformante, i cittadini-consumatori rischiano di perdere la consapevolezza del filo sottile delle filiere alimentari che legano aree urbane e aree rurali. Con la differenza che solitamente le comunità rurali sono ben più informate dei “cugini di città” sullo stato di salute degli ecosistemi terrestri e acquatici e sulle malattie che li affliggono.

comunità rurali

Una resistenza silenziosa alle periferie del globo

A dirla tutta, essendo in prima linea nella lotta all’emergenza ambientale, le comunità rurali svolgono un ruolo nel monitoraggio e nella mitigazione degli effetti del cambiamento climatico che non è solo positivo, ma indispensabile. È osservando il sistema-mondo dalle “periferie” dei Paesi sviluppati e in via di sviluppo che piccoli agricoltori, allevatori e pescatori si accorgono di minime variazioni del clima, della perdita di produttività del suolo, dell’erosione del terreno e della scomparsa di aree di foresta e, conseguentemente, di biodiversità. Un quadro abbastanza esaustivo delle questioni cui devono far fronte e delle strategie escogitate da queste sentinelle di vitale importanza si può trarre dal rapporto della FAO, intitolato “Lo stato della sicurezza alimentare e dell’alimentazione nel mondo” del 2018.

Negli ultimi anni, e più in particolare tra il 2011 e il 2016, sono stati rilevati livelli di piovosità al di sotto della norma in aree geografiche – in Africa, America Centrale e Meridionale, Asia Sud- orientale, Filippine e Papua-Nuova Guinea – con grandi appezzamenti adibiti a coltura. Eppure, nelle aree maggiormente esposte alle ripercussioni del fenomeno anomalo di El-Niño tra 2015 e 2016, specialmente in Asia, piogge al di sopra della norma hanno costretto milioni di famiglie di agricoltori, allevatori e contadini-allevatori a fronteggiare danni ai raccolti, erosione del suolo e inondazioni.

Ma il continente africano resta uno dei principali terreni di lotta al cambiamento climatico. Nelle pianure di Afram, in Ghana, i contadini hanno notato dei ritardi dell’inizio della stagione delle piogge, insolite ondate di calore e piogge torrenziali che provocano perdite di raccolto e bassa produttività, cosicché scarseggiano anche i prodotti alimentari destinati al consumo famigliare. Variazioni significative delle stagioni delle piogge e periodi di crescita dei raccolti più brevi sono stati segnalati anche dalle comunità rurali della savana nigeriana e della regione del Kagera nel Nord della Tanzania.

A livello aggregato, non tutti gli effetti dei mutamenti climatici sulle attività del settore primario sono immediatamente apprezzabili. Eventi estremi e cambiamenti minimi potrebbero non incidere sulla sicurezza alimentare di un Paese e, parallelamente, ridurre allo stremo le comunità rurali di zone più limitate. È il caso dell’Etiopia, in cui negli ultimi decenni, mentre aumentavano i livelli di produzione agricola, sono stati registrati scenari più localizzati di siccità associata a insicurezza alimentare e malnutrizione. D’altronde, le ondate di siccità colpiscono spesso aree limitate, per quanto le conseguenze non siano rilevabili nelle indagini condotte a livello macroeconomico.

Allo stesso modo, in Cina, dove la popolazione rurale costituisce storicamente una colonna portante della nazione, è stato osservato che i danni causati dalle precipitazioni più intense verificatesi tra il 1980 e il 2008 nelle province periferiche non si sono tradotti in una riduzione vistosa dei raccolti a livello nazionale. Resta che coloro che subiscono le conseguenze più gravi dello shock climatico e degli eventi estremi sono, secondo il rapporto già citato, i due miliardi e mezzo di piccoli agricoltori, allevatori e pescatori che abitano le “periferie” del globo. Alle conseguenze specificate in precedenza si somma la proliferazione di batteri, parassiti e insetti, particolarmente sensibili ai cambiamenti di temperatura e umidità e dannosi per colture e allevamenti, di cui l’invasione di locuste che ha attraversato nel 2020 India, Medio Oriente e Africa orientale è un esempio lampante.

Strategie di mitigazione in chiave “glocal”

Grazie all’attenzione rivolta da istituzioni internazionali e associazioni ai rischi in cui le comunità rurali incorrono a causa del cambiamento climatico, sono stati concepiti dispositivi preventivi e assicurativi un tempo impensabili. Programmi come WFP-Oxfam’s Rural Resilience Initiative e Productive Safety Net Programme riducono il peso economico sostenuto da singoli individui e nuclei famigliari per contrastare lo shock climatico. Certo è che, per quanto le comunità possano organizzarsi in maniera autonoma per adottare le misure necessarie ad attenuare i danni provocati alle economie locali, non può mancare la collaborazione della società civile con le agenzie governative per interventi più consistenti.

Tuttavia, desta interesse la varietà di strategie affinate negli anni dalle sentinelle delle aree rurali. Spinte dal senso di appartenenza agli stili di vita tradizionali, alla cultura locale e al corpo sociale della comunità, esse attuano piani di diversificazione delle sementi e di riforestazione nei pressi dei bacini idrici naturali o artificiali, affinché l’erosione del suolo rallenti e la temperatura dell’acqua diminuisca e sia più adatta all’irrigazione. Investendo risorse nella riforestazione (un esempio lodevole è la cooperazione avviata tra contadini e associazioni cattoliche sull’isola di Mindanao, nelle Filippine), che allevia per altro l’impatto delle ondate di calore sulle coltivazioni, e nel miglioramento dei sistemi di irrigazione, le comunità si battono per non esser indotte a migrazioni forzate.

Se si considera che 17 milioni e mezzo di persone sono state forzate ad abbandonare i propri territori per via di disastri climatici nel 2014, è facile capire l’urgenza di tutelare le piccole comunità periferiche.

La prospettiva dello sviluppo umano integrale

Sarebbe utilitaristico e scarno un discorso che fosse incentrato sulle statistiche, sul ruolo di mitigazione svolto da piccoli agricoltori, allevatori e pescatori e che tralasci, però, la ricchezza culturale conservata e tramandata dalle comunità rurali. Una sapienza millenaria viene custodita e trasmessa di generazione in generazione su usi e costumi, mitologie e lingue antiche. Inizialmente, si parlava di contrapposizione tra sistemi valoriali urbani e rurali.

Ebbene, il cittadino-consumatore è esposto agli stimoli di una cultura consumistica, o dello scarto, come la definisce Papa Francesco, che può tradursi in un desiderio di accumulazione patologica, nonché nel tentativo vano di alimentare un bisogno materiale di felicità. Nell’ascoltare le parole degli agricoltori-allevatori raccolte da Yann-Arthus Bertrand nel suo documentario “Human” e, successivamente, in “Humans and the Land”, si riscoprono valori di sobrietà e semplicità che sembrano esclusi dalle grandi città globali. Con il disgregarsi delle comunità rurali rischia, insomma, di scomparire un patrimonio inestimabile di memoria, saperi antichi e tecniche di trasformazione del territorio.

Ma non è accettabile che la globalizzazione cancelli la saggezza delle comunità contadine e il fotografo e regista francese lo ribadisce a dovere con le sue riprese. Perciò, allo sviluppo sostenibile si deve affiancare la prospettiva di una rivoluzione antropologica, ossia la prospettiva dello sviluppo umano integrale, che metta al centro la persona umana e su questo punto non ceda di un solo passo alle logiche di profitto predatorie perseguite, per esempio, da quell’1% delle aziende che controlla il 70% delle terre agricole del mondo intero. Non c’è pretesa di aumento della produttività che tenga se questa dev’essere barattata con il diritto a una vita dignitosa delle comunità rurali, prime fra tutte quelle dei Paesi in via di sviluppo.

Di Francesco Giuseppe Laureti

Articolo redatto in collaborazione con il nostro partner Kritica Economica

Land grabbing: l’accaparramento delle terre nel 2020

Negli ultimi decenni, il tema della sovranità alimentare sta assumendo crescente rilevanza nel contesto degli equilibri geo-economici internazionali e nelle strategie politiche ed economiche di diverse potenze. Si stanno intensificando gli sforzi necessari non solo a garantire in maniera sistemica la tutela delle filiere di approvvigionamento, ma anche ad acquisire un ruolo predominante nella partita globale del mercato del cibo. La globalizzazione neoliberista e le sue conseguenze hanno creato mercati e terreni di competizione anche nel settore cruciale e delicato delle materie prime alimentari. In questo contesto, la sovrapposizione tra le logiche economiche del capitalismo finanziario, l’attivismo politico degli attori dei Paesi più sviluppati e la presenza di ampie aree aperte alla “conquista” degli operatori esteri nei Paesi in via di sviluppo ha scatenato una corsa globale agli investimenti e all’accaparramento degli asset agro-alimentari ed ambientali. Pochi fenomeni certificano meglio queste dinamiche quanto il cosiddetto land grabbing (letteralmente “accaparramento della terra”).

Ascolta il podcast di introduzione all’articolo!

Cosa si intende con il termine “land grabbing”

Con questo termine “pigliatutto” si è definito in ambito mediatico e politico la corsa all’accaparramento di terre in Paesi in via di sviluppo scatenatasi a seguito della crisi mondiale dei prezzi alimentari connessa alla buriana economica del 2007-2008 e all’aumento dell’attivismo economico sulla scena globale di economie emergenti, principalmente asiatiche, desiderose di tutelare la propria sovranità alimentare.

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Le dinamiche del land grabbing

L’accaparramento della terra comprende al suo interno sia l’acquisizione di contratti a opera di attori privati che quella posta in essere da governi, fondi sovrani, partecipate pubbliche. L’azione non è di per sé connotata con termini critici o accezione negativa. Il volume assunto nel corso degli anni dal fenomeno, però, lascia intendere che nella prima parte del XXI secolo si sia verificato un vero e proprio assalto alla disponibilità di terreni produttivi posti sotto la sovranità di Paesi ricchi di risorse naturali ma privi del capitale umano, tecnico o finanziario per valorizzarlo. Questa asimmetria ha aperto la strada alla conquista economica da parte di operatori europei, nordamericani o orientali.

Con l’aggravante che, in diversi casi, i terreni sono sottratti a comunità locali, piccoli coltivatori o imprese di dimensione famigliare per passare nelle mani di grandi gruppi multinazionali o imprese finanziarie che con la loro azione, come ha rilevato Raj Patel ne I padroni del cibo, contribuiscono a impoverire la varietà biologica dei prodotti coltivati, la resilienza delle colture agli shock ambientali, la qualità dei terreni.

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Le cause del land grabbing. Il caso dell’Africa

Come si è argomentato su Eurasia – Rivista di studi geopolitici, a inizio 2020. “L’accaparramento della terra è un fenomeno che si inserisce pienamente nel grande filone dell’approccio alle risorse naturali tipico del finanzcapitalismo”, estremamente predatorio come hanno già avuto modo di denunciare da sinistra il sociologo Luciano Gallino e il geografo David Harvey e da destra il filosofo conservatore Roger Scruton (scomparso a inizio anno).

“In questo processo”, si notava principalmente in riferimento al caso dell’Africa (continente oggetto di circa due terzi degli investimenti) “il paradosso più lacerante in cui si impiglia il finanzcapitalismo è che la creazione di ricchezza finanziaria, ottenuta dalla cosiddetta valorizzazione di risorse naturali, è in realtà ampiamente sorpassata dalla distruzione permanente della ricchezza ecologica del pianeta (risorse ittiche, foreste e altri biomi a rischio)”, fattispecie ancor più vera quando i terreni oggetti di acquisto sono poi abbandonati allo sfruttamento minerario.  A ciò il land grabbing assomma “la distruzione dei potenziali e più prossimi mercati di sbocco attraverso la riduzione della sicurezza alimentare e, di converso, della stabilità interna dei Paesi che cedono terreni destinati alla produzione per l’esportazione”.

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Approvvigionamento alimentare e land grabbing

L’approvvigionamento alimentare ha assunto una rilevanza maggiore con l’avvento della crisi pandemica. La corsa all’accaparramento non ha, però, tenuto in considerazione la salvaguardia dell’ambiente. I terreni, adibiti alla produzione di una sola coltura, perdono biodiversità, inaridendo il suolo. Trascurano la sostenibilità della filiera, escludendo le popolazioni indigene dal processo di lavorazione. Questo impoverimento generale degli ecosistemi naturali può avere conseguenze gravi anche sull’uomo. Almeno la metà delle trasmissioni di malattie da animali a essere umani è causata da mutazioni di virus dovuti a promiscuità ambientali. Così, i governi facilitano le transazioni, per riuscire a ottenere l’accesso al credito.

Tra i gruppi di studio maggiormente attenti al monitoraggio del fenomeno si segnalano Focsiv, la federazione dei volontari nel mondo e Cidse, l’alleanza delle Ong cattoliche internazionali. In particolare, Focsiv ha realizzato il rapporto “I padroni della Terra”, giunto nel 2020 alla terza edizione. Elaborando i dati dei contratti e cercando di studiare i casi concreti Focsiv, riporta il Servizio d’Informazione Religiosa, vuole dare le misure reali di “una “continua corsa alla terra”. Nuovi investimenti su grandi appezzamenti per la produzione di monoculture per l’alimentazione umana e animale escludono le popolazioni indigene. Degradano la terra, facendone perdere le biodiversità e contribuendo al riscaldamento del pianeta.

Investitori e target: una misura del fenomeno

I 2100 contratti monitorati nel 2020 mostrano l’interesse per 79 milioni di ettari di terreno. Il numero in relativa diminuzione rispetto al 2018. In quell’anno, la superficie presa in considerazione era di ben 88 milioni di ettari, pari a otto volte la dimensione del Portogallo o tre volte quella dell’Ecuador. In ogni caso, enormemente significativo.

La pandemia non ha rallentato le compravendite, che stanno continuando. Con più di 17 milioni di ettari, la Cina si attesta come il maggior Paese investitore. Dopo il colosso asiatico, ci sono Stati Uniti, il Canada, il Regno Unito e la Svizzera. Come target principali compaiono il Perù, la Repubblica Democratica del Congo, l’Ucraina e il Brasile. Interessante è la posizione della Russia, che ricopre entrambi i ruoli. La motivazione risiede nel tipo di accordi stipulati, visto che spesso sono imprese nazionali ad appropriarsi dei terreni.

Terre prese, vendute, distrutte

Ogni anno, Focsiv approfondisce le situazioni in alcuni Stati particolarmente colpiti dal land grabbing. I Paesi che comprendono parte della foresta amazzonica sono tra loro. Nonostante alcune costituzioni proteggano la natura, tanto da essere un esempio a livello globale di buen vivir, la realtà si dimostra differente. Ecuador, Perù e Colombia hanno aumentato in modo deciso le esplorazioni petrolifere, minacciando sistematicamente l’equilibrio del polmone verde del mondo. Le aziende e banche coinvolte continuano ad affermare la loro sensibilità per la protezione ambientale. Ma le trivellazioni comportano un impatto decisivo sul clima e sui diritti umani delle popolazioni indigene. Esse tentano, con grandi sacrifici, di opporsi alla distruzione del territorio di cui si sentono protettori. 

Le proteste dei popoli hanno, però, portato a una rallentamento, almeno parziale, dell’attività distruttiva, facendo causa per non aver agito secondo il principio del consenso informato. In Ecuador, la nazione indigena dei Waoriani ha bloccato la produzione industriale, costringendo l’intero Paese a fermarsi. La resistenza ha inciso sulle compravendite, che, nel gennaio 2020, sono state sospese.

Alcuni casi esempio di land grabbing e le relative conseguenze

Ecuador: Andes Petroleum e land grabbing

Petrolio in cambio di prestiti: questo è l’accordo tra Andes Petroleum e il governo ecuadoriano. La partnership è stata siglata con due aziende cinesi, China National Petroleum Corporation (CNPC) e China Petrochemical Corporation (Sinopec). Leader nel settore estrattivo, tentano da anni di arrivare a monopolio delle risorse nello stato sudamericano. Le popolazioni indigene presente hanno dovuto emigrare o non possono più vivere in isolamento. Inoltre, denunciano interferenze e scorrettezze nelle concessioni, appellandosi alla Commissione Interamericana per i Diritti Umani (CIDH), che si è espressa a favore dei Kichwa e dei Sarayaku, costringendo lo Stato a ripagarli del danno. 

Land-Grabbing-Film

10000 barili al giorno: la Frontera peruviana

Non solo interessi cinesi. Anche i canadesi desiderano perforare il suolo sudamericano per fini estrattivi, attraverso la Frontera Energy Corp (FECCF). Dopo dieci anni di proteste, nel 2017 l’impresa ha deciso di abbandonare le terre, a seguito dei continui sabotaggi da parte degli attivisti e degli indigeni. Il più grande giacimento peruviano, al massimo della produzione, riusciva a produrre 10000 barili al giorno. Come riportano alcune fonti locali, sono stati registrati «lagune con petrolio, animali contaminati, pesci morti, disordini sociali e maltrattamenti di uomini, donne e bambini». Per bonificare l’area, dovrà essere impiegato più di un miliardo di dollari.

Le conseguenze ambientali e sociali sono devastanti per l’ecosistema e, spesso, risultano irreversibili. Lo spreco di risorse, l’inquinamento di falde e corsi d’acqua, la sempre maggiore sterilità dei terreni distruggono irrimediabilmente la possibilità di abitare o, almeno, custodire, queste aree. Importanza fondamentale è data alla riflessione di Papa Francesco, durante il Sinodo per l’Amazzonia contro il nuovo colonialismo. Durante le giornate di dialogo, sono stati approfonditi temi come la giustizia ambientale e quella sociale, condannando i crimini contro la natura e chi tenta di proteggerla, fino alla morte. Lo stesso report è dedicato ai «472 leader indigeni che sono stati uccisi dal 2017 al 2019 per essersi opposti alla devastazione e all’inquinamento su grande scala di foreste, terra e acqua, lottando in difesa del Pianeta e del diritto di ciascuno a vivere in un ambiente salubre e sostenibile.»

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Dall’America all’Africa: land grabbing in Repubblica Democratica del Congo

L’approvvigionamento energetico è un tassello importante per le nostre società. Anche la transizione “verde” ha ripercussioni su altre parti del mondo, visto che i problemi di produzione sono sistemici. Esempio chiaro è la “battery economy”, ossia la filiera delle batterie ricaricabili. Espropri, violazioni dei diritti umani, land grabbing sono solo alcuni degli effetti collaterali e negativi per Paesi come la Repubblica Democratica del Congo (RDC), che soffrono questa violenza a causa della presenza di nichel, litio e cobalto. 

I controlli insufficienti da parte di grandi multinazionali hanno peggiorato la situazione  nello Stato. Questo è valido, in particolar modo, nella provincia di Lualaba, dove viene prodotto il 70% del cobalto. Poche organizzazione non governative, come la Good Sheperd International Foudation e la Bon Pasteur Kolwezi, continuano a monitorare il territorio. Cercano di strappare i bambini dal lavoro minorile, facendoli studiare.

Inoltre, tentano di stabilire connessioni in diverse piattaforme multi-stakeholders, per garantire il confronto. Di sicuro, un primo passo, che, però, non è sufficiente per cambiare in profondità le distorsioni e gli abusi perpetrati, anche a causa dell’assenza di un quadro normativo comune ed efficace. Così, la corruzione diventa sempre più generalizzata, impossibilitando una raccolta dati che possa far emergere la reale condizione di lavoratori e ambiente. Come si evince dal rapporto, «la domanda di cobalto, in quanto componente fondamentale, ha subito un aumento esponenziale negli ultimi anni.» Infatti, essa è triplicata tra il 2010 e il 2016, con un’ulteriore crescita del 64% entro il 2025. 

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Land Grabbing Illustrazione

Accaparramento e investimenti in Camerun

La posizione geografica del Camerun è vantaggiosa: posizionato sopra l’equatore, questo Stato possiede terreni fertili, appetibili sia a imprenditori locali che stranieri. L’incidenza di povertà si attesta a quasi il 40% della popolazione, che è ricco, al tempo stesso, di risorse naturali. Nel solo 2020, sono stati stipulati 48 contratti, su un terreno che si estende per più di due milioni di ettari. Di essi, circa il 50% è nazionale. Per quanto riguarda gli investitori internazionali, invece, l’Italia si attesta al primo posto, con 310000 ettari, suddivisi in due contratti.

Casi come Heracklès Farm e Socapalm/Socfin mettono in luce le problematiche della privatizzazione di grandi appezzamenti adibiti a monocoltura. Dirette conseguenze diventano, così, denunce e turbolenze politiche. La contaminazione chimica e l’inaridimento del suolo in zone fertili come quelle del Camerun aiutano la desertificazione, costringendo alla povertà la popolazione. 

A pagarne il prezzo più alto è l’intera popolazione, in particolare donne e bambini. Con la privazione dei mezzi di sussistenza, causati dagli espropri, i diritti delle minoranze e dei gruppi fragili sono calpestati con più facilità. Per assicurare un miglioramento dello standard di vita, si raccomanda di assicurare legalmente le terre ai legittimi proprietà, compensare le comunità vittime di landd grabbing, fornire strumenti per attuare politiche di investimento sostenibile, formalizzando la parità di accesso alla terra da parte di uomini e donne. 

Di Andrea Muratore* e Natalie Sclippa

*Della redazione di Kritica Economica.

Ecologia umana: un unico rimedio alla sintomatologia della crisi ambientale

ecologia umana
ecologia umana

Le statistiche non mentono: la ricerca scientifica ha accertato le responsabilità umane nel progressivo aggravarsi degli squilibri ambientali in atto. Una volta che siano state individuate le attività dal più alto impatto ambientale, è indispensabile apportare le opportune correzioni, che si traducono in provvedimenti talvolta impopolari per la classe politica.

Secondo le stime dell’IPCC, i processi produttivi di elettricità e calore e le attività del settore primario (agricoltura, allevamento e deforestazione) rappresentano quasi il 50% delle emissioni globali, ma anche attività industriali (21%) e trasporti (14%) condizionano negativamente gli equilibri climatici. Mentre sui consumi di elettricità e calore converrà soffermarsi più avanti – poiché rientra nella prospettiva microscopica della questione -, le culture normalmente dominate da un’endemica scarsità di risorse naturali (si pensi alle grandi aree desertiche) o, al contrario, dalla forza incontenibile degli elementi naturali (ad esempio, la regione sub-sahariana o il Sud-Est asiatico) hanno molto da insegnare sulla necessità di co-esistere con la biodiversità del luogo, invece di piegarla alle esigenze umane.

La semplice scomparsa degli insetti impollinatori provoca squilibri devastanti sia sulle catene alimentari, sia sulla capacità riproduttive delle piante. Oltre alla tutela della biodiversità, attraverso la riforestazione da una parte e la messa al bando di pesticidi e fertilizzanti chimici dannosi per l’ambiente dall’altra, è bene selezionare le colture in base al consumo di acqua. Analogamente, posto che la produzione di carne richiede ingenti quantità di mangimi – dunque ancora di acqua -, andrebbe imposta una selezione del foraggio in base al consumo di acqua negli allevamenti intensivi.

Scarsità di risorse e demografia

In ogni caso, appaiono tutte iniziative non solo desiderabili, ma necessarie, se si esamina la combinazione futura di crescita demografica in aree del Sud del mondo svantaggiate per la disponibilità di risorse e rallentamento del settore agroalimentare per effetto del riscaldamento globale e della scarsità di risorse: se corrispondono al vero le stime secondo cui a un aumento della temperatura globale di un grado seguirà una riduzione media del 10% della produzione agricola, si può facilmente immaginare a cosa possa portare una riduzione del 50% della produzione agricola alla fine del secolo, come calcolato dai modelli climatici dell’IPCC, mentre la popolazione mondiale avrà superato la soglia dei 10 miliardi di abitanti nel 2057.

Mentre le politiche industriali meriterebbero un capitolo a parte, una riflessione critica va dedicata anche al trasporto delle merci nell’era della globalizzazione. Le teorie del commercio internazionale come il modello HOS, una teoria derivata dai vantaggi comparati di marca ricardiana, mettono in evidenza i vantaggi comparati della delocalizzazione senza tener conto dell’impatto ambientale della cosiddetta “global value chain”. Privilegiare, per esempio, le colture autoctone e la produzione “a chilometro zero” richiederebbe, senza dubbio, un massiccio intervento dello Stato, mediante alcune sovvenzioni che però finirebbero per gravare sui cittadini, ma limiterebbe la varietà di prodotti accessibili ai consumatori. Dunque, i benefici in termini ambientali sarebbero considerevoli.

L’ecologia umana come chiave di volta

Dai ragionamenti precedentemente sviluppati emerge velatamente come un mutamento del modello di sviluppo sia strettamente intrecciato con un cambiamento degli stili di vita. Non esiste stile di vita non negoziabile, neppure quello americano che ha spopolato in Europa nel secondo dopoguerra. Ancora una volta, accorre in soccorso l’idea di limite, che, sul piano microscopico della questione in esame, allude ai diritti delle generazioni future. “I diritti di coloro che ci succederanno siano inscritti nei doveri di coloro che esistono”, avvertiva Jacques-Yves Cousteau. Affinché i viventi non sfruttino fino in fondo la Terra pur di non dover rinunciare a una curva di utilità di poco più alta, occorre investire su campagne di sensibilizzazione ed educazione ambientale, soprattutto nelle scuole. In realtà, di precetti utili a tal proposito molti se ne possono trarre dalla saggezza antica, dal “nulla di troppo” di origine greca alle massime di Lao-Tsû, che esortano alla morigeratezza e alla sobrietà di costumi.

D’altra parte, attorno ai consumi ruotano i modelli più accreditati di micro- e macroeconomia e proprio i consumi superflui andrebbero ridotti al minimo: si tratta di una revisione dei consumi tanto più urgente se si considera la percentuale sulle emissioni globali riconducibile agli sprechi alimentari, ovvero il 6,7%. Non è assurdo immaginare che pochi punti di crescita di Pil siano sacrificati ogni anno per dare sollievo a una Terra ora febbricitante. Forse la chiave di volta sta qui: “se vuoi essere ricco, sii povero di desideri.” Un’autentica ecologia umana, che sia accompagnata da un’ecologia dei temi sociali, con il lavoro e la previdenza in cima all’agenda politica.

Articolo scritto da Francesco Laureti di Kritica economica.

Lavoro sostenibile: cercasi collaboratori nella borgata Paraloup

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Articolo di: Federica Bosi

Vivere in montagna, immersi nella natura incontaminata, è il sogno di molti. Spesso però non è facile coniugare questo tipo di vita con il lavoro. La fondazione Revelli è alla ricerca di un coordinatore degli spazi ricettivi e di un cuoco per Paraloup, borgata partigiana in provincia di Cuneo

Come nasce Paraloup

Paraloup è una borgata di montagna, una manciata di baite in legno, pietra e lamiera, incastonate nella valle di Rittana, in provincia di Cuneo. A Paraloup è nata la prima formazione partigiana italiana, la banda “Italia Libera”, guidata da Duccio Galimberti e Livio Bianco. Paraloup è stato un formidabile esempio di “Resistenza di comunità”: lì, 149 giovani provenienti da tutta Italia si sono formati per combattere il nazifascismo, con la protezione e l’aiuto degli abitanti della valle. Uno di questi giovani era Nuto Revelli, poi diventato scrittore e testimone di memoria, che, reduce dalla ritirata di Russia, ha messo le sue conoscenze militari al servizio della Resistenza.

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Nuto Ravelli durante gli anni del servizio militare

Nel 2006 la Fondazione a lui intitolata ha intrapreso un progetto di riqualificazione e ristrutturazione della borgata. Il risultato del restauro, che si è concluso nel 2012 e che oggi conta, oltre al ristorante e i posti letto, un teatro all’aperto, una cineteca e un museo multimediale, ha vinto numerosi premi di architettura, diventando un esempio d’integrazione tra passato e presente. Il progetto coniuga infatti il recupero e l’utilizzo di materiali tradizionali con nuove tecniche di costruzione, d’isolamento, oltre all’impiego di fonti di energia rinnovabili.

Da rifugio a centro culturale

Dopo otto anni di gestione da parte di una società locale, la fondazione Revelli ha deciso di riprendere in mano la direzione della borgata e ampliarne l’offerta culturale. Oggi Paraloup è infatti punto di riferimento per il turismo e gli sport di montagna. La sfida è sottolineare, attraverso nuove iniziative culturali, l’identità del luogo. “Paraloup si sta trasformando da semplice “rifugio”, con prevalente destinazione turistica, in vero e proprio centro culturale integrato”. Ha spiegato Marco Revelli, presidente della Fondazione e figlio dello scrittore partigiano.

Oltre al teatro esterno in legno, Paraloup offre uno spazio adibito alle mostre. A settembre 2018 è stato selezionato per la mostra Arcipelago Italia della Biennale dell’Architettura di Venezia.

Proprio per questo la Fondazione è alla ricerca di due figure professionali da inserire nel suo gruppo di lavoro: un coordinatore degli spazi ricettivi e un cuoco.“Cerchiamo persone entusiaste e amanti della vita in montagna, aperte al confronto e connesse con il territorio”, aggiunge Beatrice Verri, direttrice della Fondazione, “per fare di Paraloup un luogo di produzione di cultura, di creatività, di sostenibilità e di innovazione sociale”.

Si possono inviare le candidature fino al 22 agosto 2020. L’inserzione, disponibile sia in italiano che in inglese, è scaricabile dal sito www.nutorevelli.org oppure qui sotto:

Macchine elettriche: 3 motivi per cui non si diffondono

macchine elettriche

Le macchine elettriche trovato difficoltà a diffondersi capillarmente nella società. Cerchiamo di capire il perché.

1- Costi delle nuove tecnologie

Innovare in settori ad alta intensità di capitale prevede costi molto elevati che devono essere recuperati tramite prezzi maggiori rispetto alle esistenti tecnologie.

Considerando qualsiasi listino di prezzi di auto è infatti evidente come le macchine elettriche ed ibride siano quasi sempre in cima alla propria classe in termini di prezzo.

Inutili sono tutti i calcoli di quanto una motorizzazione “green” faccia risparmiare in termini di carburante, esenzioni o pedaggi. Quando il consumatore arriva alla cassa molto spesso valuta unicamente il prezzo d’acquisto di quello specifico momento.

Leggi il nostro articolo: “Mobilita’ elettrica, perche’ conviene”.

2- Rete di ricarica per macchine elettriche inadeguata

Questo problema è il tipico caso dell’uovo e la gallina, molto comune alle nuove tecnologie che segnano un punto di rottura con il passato.

Per creare richiesta di macchine elettriche bisogna che la rete di colonnine di ricarica sia capillare. Per crearla, gli operatori vogliono però essere certi di avere un rapido ritorno economico, ergo più elettriche in strada.

Tralasciando il discorso relativo alla produzione dell’energia elettrica, la rivoluzione green della mobilità dovrà essere accompagnata da un’altrettanto importante, ma ignorata, rivoluzione: quella dei rifornitori, o meglio ricaricatori.

Molti non sanno infatti che le prime auto elettriche risalenti alla metà del 1800 avevano un motore elettrico e non a benzina o diesel. Questo perché progettare un motore a combustione interna è ben più complesso, da un punto di vista ingegneristico, che non crearne uno alimentato dall’energia elettrica.

La ragione per cui nel 1800 l’elettrico non ebbe il successo che i progettisti si aspettavano è la stessa che ne impedisce la diffusione nel 2019. In mancanza di una rete sufficientemente estesa di rifornimento nessun veicolo può avere un vasto successo commerciale.

Thomas Edison con uno dei suoi prototipi di auto elettrica

3- Incertezza sulla durata

L’età media del parco circolante in Italia è di oltre 8 anni, una tra le più alte tra i maggiori paesi dell’Unione Europea.

Questo fattore è il risultato di una combinazione di avanzamento tecnologico delle auto e del basso potere di spesa della famiglia media. Le auto durano quindi di più e non avendo un grande budget le famiglie preferiscono tenerle più a lungo, posticipando l’acquisto di nuovi modelli.

Come abbiamo visto prima le auto elettriche non sono nulla di nuovo nel panorama automobilistico ma, non avendo mai avuto un grande successo commerciale, il pubblico è ancora scettico circa la durata di questi modelli. Essendo l’elettronica il punto debole delle auto più moderne, molti si chiedono quanto potrà durare nel tempo un’auto dove la meccanica diventa pressoché inesistente.

Risolte queste tre incognite, la diffusione su vasta scala della mobilità elettrica diventerà molto più plausibile e accettabile anche dai più scettici. Ai posteri ”l’elettrica” sentenza!

Leggi anche: “Nel 2021 arriva la prima automobile solare”.

Questo articolo e’ stato scritto da Alessandro Bianchi Maiocchi, fondatore di Meccamico, una piattaforma online con cui qualsiasi automobilista può richiedere preventivi per la manutenzione della propria auto da un network di meccanici altamente selezionati. Si può inoltre richiedere un meccanico direttamente a casa propria o presso il proprio luogo di lavoro così da evitare perdite di tempo tra traffico e attesa in officina. Il meccanico arriva, ritira l’auto e la riporta a lavoro eseguito. Pratico, trasparente e comodo! Al momento Meccamico è specializzata in interventi di manutenzione ordinaria ma si sta sviluppando la possibilità di ricevere clienti con esigenze più particolari come il restauro di auto d’epoca o il lavaggio del cambio automatico. Visita il sito!

“Roma plastic free entro il 2020”. Ma non è abbastanza

Così la sindaca di Roma, Virginia Raggi, annunciava il 27 luglio l’addio alla plastica monouso nel 2020. Quindi, in linea teorica, nel giro di 17 mesi Roma sarà plastic free. Si tratta di una sfida molto ardua, considerata la situazione in cui versa la città. Quello che più viene da chiedersi è se ciò potrà anche placare lo stato di degrado generale, basterà stoppare la plastica per fermare le criticità della città? In primis, pare evidente andrebbe riformulato un piano realistico e realizzabile per quanto riguarda la raccolta dei rifiuti, tutti. Perché spesso ci si imbatte in cumuli di spazzatura e cattivi odori in molti angoli della città, specie nei periodi di festa ed estivi. Viene da pensare ad un ammutinamento di massa tra gli operatori ecologici della capitale. Si potrebbero tirare fuori anche i misteriosi incendi nelle discariche, ma ai quali è impossibile addentrarsi visti i troppi lati oscuri. Al momento non è abbastanza proclamare il plastic free a Roma, servono più iniziative.

roma plastic free

Leggi il nostro articolo: Da Nord a Sud: le spiagge plastic free d’Italia

Un altro dei punti critici della città verte sullo stato allarmante del verde pubblico, il più vasto d’Europa. Verrebbe da dire anche quello più malconcio. Pare siano troppi i 3.932 ettari da poterli mantenere in uno stato dignitoso. Basterebbe organizzazione e una buona gestione delle risorse. Al momento sembrano non esserci né l’una né l’altra. Nel frattempo, chi vive la città si imbatte in vere e proprie paludi sporche che deturpano il valore immenso di una delle mete più visitate al mondo. In più, il degrado porta degrado.

Pochi spiragli di luce oltre al plastic free

Per cominciare, la raccolta porta a porta introdotta da Ama nei soli municipi VI e X, è un po’ poco. Nel primo di questi pare addirittura che stiano tornando gli amati cassonetti su strada a causa della malagestione della raccolta dei rifiuti. Nel 2019 sembra assurdo che una formula di raccolta usata in tante città non riesca ad avere seguito nella capitale. Migliorerebbe di gran lunga la qualità della vita e il decoro urbano. Di recente, l’azienda dei trasporti Atac, famosa più per i disservizi che per altro, ha introdotto un modello green che ricorda quello usato da alcuni supermercati, ovvero il riciclo di bottiglie attraverso delle macchine che in cambio emettono biglietti. A meno di una settimana dal lancio dell’iniziativa si è registrato un grande successo, come riporta RomaToday, con 11.000 bottiglie raccolte. Qualche notizia positiva ogni tanto arriva anche da loro, nella speranza che se ne sentano più spesso.

Anche il Vaticano ha dato il suo contributo, mettendo al bando la plastica monouso. Una voce importante che si unisce al coro del plastic free.

Leggi il nostro articolo: Cosenza, tra Cracking Art e sostenibilità

È evidente che si debbano fronteggiare tutte le criticità legate all’inquinamento e il degrado urbano, per questo sembra piuttosto poco quello che si sta facendo al momento. Le iniziative positive ancora si contano sul palmo di una mano.