Che legame c’è tra riscaldamento globale e uragani

Uragano

Domenica pomeriggio, l’uragano Ida ha toccato terra negli Stati Uniti. Nel momento in cui scrivo, il suo passaggio ha lasciato in Louisiana quasi un milione di persone senza elettricità e ha provocato almeno sei morti. Il National Hurricane Center (NHC) lo ha classificato di categoria 4, definendolo “estremamente pericoloso”. “Possiamo dire che questo sarà uno degli uragani più forti a colpire la Louisiana, almeno dal 1850”, ha detto pochi giorni fa il governatore John Bel Edwards.

La quantità di danni che eventi meteorologici estremi come questo potrebbero causare, insieme ai vari record raggiunti nella stagione degli uragani dell’anno passato, hanno portato molte persone a chiedersi se esista un legame tra uragani e riscaldamento globale. Bisogna fare una premessa: non è una questione facile, sul tema ci sono opinioni contrastanti.

Prima di proseguire, però, bisogna fare alcune precisazioni.

Un paio di cose da sapere sugli uragani

Per prima cosa, che cos’è un uragano? Un uragano è una grande tempesta che si forma al di sopra delle acque tropicali o subtropicali dell’Atlantico. Spesso abbiamo sentito parlare anche di tifoni, ma sono la stessa cosa? Non esattamente. Gli uragani si differenziano dai tifoni per una semplice ragione: il luogo in cui avvengono. Nell’Atlantico si usa il termine uragano, mentre nel Pacifico si usa quello di tifone.

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Le condizioni ideali per la loro formazione sono tre:

  • bassa pressione
  • acqua calda
  • umidità atmosderica

Con questi ingredienti durante la stagione estiva (solitamente tra giugno e novembre) possono crearsi delle tempeste simili a torri di vento che ruotano ad alta velocità su se stesse. Se queste torri non sono rallentate da venti laterali o dalla terraferma continuano a crescere indisturbate.

L’intensità di una tempesta si misura in base alla cosiddetta scala di velocità del vento Saffir-Simpson, che va da uno a cinque. Quando una tempesta arriva al terzo punto della scala è classificato come uragano grave, con venti di almeno 178 chilometri all’ora e una forza sufficiente a danneggiare abitazioni e sradicare degli alberi. Le tempeste di categoria quattro con velocità fino a 252 chilometri orari, come l’uragano Ida che sta colpendo la Louisiana, possono radere al suolo degli abitati, provocare una diffusa mancanza di elettricità e determinare molte morti.

Il riscaldamento globale influenza gli uragani?

Gli uragani sono fenomeni complessi. Il dibattito tra gli scienziati sull’ipotesi che il riscaldamento globale possa giocare un ruolo importante nella formazione degli uragani prosegue ormai da anni. Sono stati prodotti numerosi studi scientifici, alcuni anche in contrasto tra di loro.

Ora, benché non è ancora arrivata una risposta definitiva, esiste però un ampio consenso su una cosa: il riscaldamento globale sta cambiando le tempeste.

Sulla base dei dati raccolti fino ad ora, i ricercatori concordano che, a causa del riscaldamento globale, gli uragani stanno aumentando la loro intensità, ma non necessariamente la loro frequenza (il numero complessivo è rimasto più o meno lo stesso negli ultimi decenni). Tutto ciò significa che in futuro le tempeste avranno determinate caratteristiche. Vediamo quali sono.

1 Venti più forti

Come abbiamo visto, uno dei fattori per la formazione di uragani è la temperatura dell’acqua. Acqua più calda significa più energia per alimentare le tempeste. In un report del 2013, gli esperti dello Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) sostenevano di essere “virtualmente certi” che ci sia stato un “aumento di frequenza e intensità dei cicloni tropicali più forti, nell’Atlantico settentrionale, a partire dagli anni Settanta”.

È stato calcolato che a ogni grado di aumento della temperatura media dovuto al riscaldamento globale i venti si rafforzano di circa 8 chilometri orari. E con venti più forti si avranno anche danni maggiori, tra cui linee elettriche abbattute, tetti danneggiati e peggiori inondazioni costiere.

2 Più pioggia

Dal punto di vista fisico, esiste un legame tra aumento della temperatura e aumento delle precipitazioni. Per semplificare, con l’aumento delle temperature, aumenta anche la quantità di acqua che evapora dagli oceani, che a sua volta porta a una maggiore formazione di nubi e quindi a un aumento delle precipitazioni.

Ciò significa che possiamo aspettarci che le future tempeste generino maggiori quantità di pioggia. Si calcola che per ogni grado Celsius di riscaldamento atmosferico, l’aria potrà trattenere circa il 7% in più di acqua. Se a ciò si aggiunge l’innalzamento del livello del mare, uragani che scaricano più acqua renderanno più probabili inondazioni nelle aree costiere.

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3 Tempeste più lente

I ricercatori non sanno ancora bene il motivo, ma negli ultimi anni hanno osservato che le tempeste si muovono più lentamente. Alcuni dicono che potrebbe essere in parte responsabile un rallentamento della circolazione atmosferica globale, o dei venti globali.

Il passaggio lento delle tempeste fa sì che le piogge restino intense e battenti per lunghi periodi a livello locale. E questo non fa che peggiorare le cose. Per spiegarlo bene gli scienziati hanno usato una metafora: cioè che succede con tempeste più lente è come quando si cammina in un cortile e si spruzza con un tubo acqua sul terreno. Se si cammina velocemente, l’acqua non avrà la possibilità di formare una pozza. Ma se si cammina lentamente, si creeranno delle grosse pozzanghere.

4 Tempeste più estese

L’aumento del calore intorno ai tropici implica anche l’estendersi dell’area in cui gli uragani potranno svilupparsi, il che produrrà gravi tempeste in territori più settentrionali rispetto al passato.

Nel Pacifico questa mutazione fa sì che il punto focale dei tifoni si stia spostando dalle Filippine verso il Giappone. Nell’Atlantico, i ricercatori stanno cercando di appurare se i cambiamenti climatici contribuiranno a modificare l’itinerario degli uragani al punto da spingere in futuro alcuni di essi verso il RegnoUnito.

5 Tempeste più volatili

Le tempeste, inoltre, si intensificano in modo sempre più veloce. Ad esempio, l’uragano Delta dell’ottobre 2020 è stata la tempesta che più rapidamente è passata da depressione tropicale a uragano di categoria 4. Ha effettuato questatransizione in sole 36 ore. Secondo una recente ricerca pubblicata su Nature, la proporzione di tempeste tropicali che si sono rapidamente trasformate in potenti uragani è triplicata negli ultimi trent’anni.

Infine, le conclusioni riportate sono un buon punto di partenza per dire che il riscaldamento globale produce conseguenze anche sugli uragani. Nei prossimi anni, grazie allo sviluppo delle attrezzature tecnologiche, potremo sicuramente conoscere molte più cose su questi fenomeni meteorologici così complessi.

Stratosfera sempre più ristretta: CO2 nuovamente responsabile

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Chi segue L’EcoPost con maggiore assiduità lo sa bene: la CO2 è altamente nociva per il nostro pianeta e chi lo abita. Altre volte abbiamo descritto come l’anidride carbonica agisca disturbando i cicli di vita del nostro habitat. Questa sostanza è una dei principali attori responsabili del surriscaldamento globale. E non solo, a quanto sembrerebbe. Una ricerca congiunta ha dimostrato che la CO2 abbia enormi responsabilità anche nel restringimento della stratosfera.

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Ascolta il podcast di introduzione all’articolo!

Uno spessore sempre più contenuto

La rivista specializzata Environmental Research Letters (ERL) è incentrata sulla gestione del cambiamento climatico. Sulle sue pagine, nel numero di maggio 2021, è uscita una ricerca congiunta di studiosi tedeschi, austriaci, spagnoli, cechi e statunitensi. I loro risultati sono allarmanti per quanto riguarda la salute della stratosfera: essa si sarebbe ridotta di ben 400 metri dal 1980 a oggi e diminuirà di un intero altro chilometro entro il 2080 qualora le emissioni non vengano tagliate. Ciò finirà per danneggiare in maniera sensibile l’operatività satellitare, il sistema GPS e le telecomunicazioni in genere.

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Foto di Jerry Xavier da Pixabay 

L’importanza della stratosfera

Che cos’è la stratosfera? Come mai dovremmo curarcene? Come ricorderà chiunque abbia qualche reminiscenza dalle scuole, l’atmosfera terrestre viene convenzionalmente divisa in 5 diversi strati, noti come sfere. Allontanandoci dalla superficie terrestre incontriamo, in ordine, dapprima la cosiddetta tropopausa e poi gli strati appena citati. Quello più vicino alla Terra si chiama troposfera. In seguito, continuando ad allontanarci, incontriamo stratosfera, mesosfera, termosfera ed esosfera, la più lontana dalla superficie.

Si definisce stratosfera quello strato che si origina a una distanza di circa 12 chilometri dalla superficie terrestre. Tale numero è una media. La conformazione terrestre infatti – che come sappiamo non è lineare sebbene qualcuno continui a volercelo far credere – comporta che lasciando i poli e allontanandosi da essi in verticale ci si trovi nella stratosfera dopo essersi alzati di 8 km. Un astronauta che parta da coordinate equatoriali dovrà innalzarsi di 20 km prima di poter dire lo stesso. Questo strato si conclude ad un’altezza di circa 50 km dalla Terra, prima di lasciar posto alla mesosfera. Intorno al confine alto della stratosfera, la temperatura massima è di -3 gradi Celsius, al massimo. A separarla dallo strato successivo troviamo la stratopausa, una zona di transizione che non possiede dimensioni proprie e segnala il passaggio tra le due sfere.

Peculiarità della stratosfera

Questa porzione di atmosfera è caratterizzata da un gradiente termico verticale positivo, molto piccolo. In altre parole, ciò significa che la temperatura della stratosfera – per strano che possa sembrare – aumenta leggermente mano a mano che si sale. Nello strato precedente, la troposfera più vicina alla Terra, avviene il contrario.

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Foto di Richard Gatley su Unsplash

Questo contenuto aumento di temperatura si deve a una particolare reazione chimica che coinvolge le molecole di ozono presenti in stratosfera. Questo gas, noto in chimica con la formula O3, si compone appunto di tre molecole di ossigeno. Nel momento in cui i raggi ultravioletti emessi dal sole vanno a urtarle, esse si dissolvono, separandosi. Dunque le tre molecole di ossigeno si dissociano e questo processo dà vita ai due fenomeni che caratterizzano la stratosfera: produzione di calore e arresto dei raggi ultravioletti.

Maggiori sono le dissociazioni, più alta sarà la produzione di calore. A questo si deve il gradiente termico particolare di questa sfera. Questa emanazione di calore fa sì che la temperatura aumenti al salire di quota. I raggi ultravioletti sono dannosi per la vita. L’importanza della stratosfera nel rallentarne – o addirittura impedirne – l’arrivo sulla superficie terrestre, è capitale. Ciò deve preoccuparci mentre leggiamo che lo spessore di questo strato atmosferico è in così forte riduzione.

Le cause

La ricerca congiunta avrebbe individuato due principali cause per le quali la stratosfera si sta riducendo con questa velocità. Entrambe le ragioni hanno a che fare con i pericolosi gas serra. Da un lato, infatti, essi si espandono a macchia d’olio nell’atmosfera sottostante, schiacciando sempre più verso l’alto il limite inferiore dello strato superiore, in maniera instancabile. Per tal ragione, il confine basso – per così dire – della stratosfera si alza sempre più.

Non solo. I gas serra abbassano le temperature della stratosfera, raffreddandola. In questa maniera la fanno restringere. Per quale motivo? Poiché assorbono il calore e l’aria calda è più dilatata di quella fredda. Così facendo riducono la dispersione nello spazio del calore solare che arriva sulla Terra.

Riduzione della stratosfera: motivi di preoccupazione

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Foto di EMANUELE CRAVA da Pixabay 

La ricerca si è basata su dati risalenti agli ultimi 40 anni, dal 1980 in poi. Non sono disponibili misurazioni antecedenti a questa data. Gli studiosi hanno espresso alcune preoccupazioni perché la stratosfera non è soltanto parte integrante di quella atmosfera che protegge il nostro pianeta rendendolo abitabile per l’umanità, bensì è anche fondamentale per la corretta traiettoria dei satelliti, la propagazione delle onde radio e l’efficienza del sistema di posizionamento GPS. La precisione di tutti questi strumenti potrebbe finire per risentire di questo fenomeno dovuto principalmente – tanto per cambiare – alla nefasta azione dell’uomo sul pianeta.

Se continueremo a emettere gas serra nell’atmosfera, l’assottigliamento stratosferico sarà sempre più netto e deciso. L’impatto umano sulla Terra è troppo marcato e sta causando gravi danni al pianeta. Stiamo alterando addirittura una zona atmosferica che dista 60 chilometri da dove viviamo quotidianamente; dobbiamo fermarci. All’interno della stratosfera si trova quello strato di ozono di cui sentiamo spesso parlare, il quale assorbe le nocive radiazioni solari ultraviolette. Nonostante l’importante firma del protocollo di Montreal (1989), il quale vietò i clorofluorocarburi (CFC) che stavano devastando l’ozono come un tritatutto alle prese con della gelatina, la riduzione dello strato di ozono è continuata. Ciò si deve alla CO2 e a come il suo aumento nell’aria provochi una costante contrazione della stratosfera, accentuando i gravi fenomeni riportati nel paragrafo precedente.

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Il virus della disuguaglianza

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Il covid-19, ormai è assodato, si è diffuso anche a causa dello sfruttamento ambientale da parte dell’uomo, come spieghiamo in questo articolo. Lo stesso sfruttamento che ha generato anche una fortissima disuguaglianza sociale ed economica in tutto il mondo. A conferma di ciò, il coronavirus non ha mietuto vittime in egual misura. Alcune categorie di persone sono state più colpite di altre e alcuni paesi pagheranno il prezzo di questa pandemia per un tempo più lungo.

Disuguaglianza economica

La pandemia da coronavirus ha paralizzato economie e stati, mostrando come alcuni di essi siano più fragili ed esposti. Africa e America Latina, secondo le analisi, saranno i paesi che soffriranno più a lungo a causa della pandemia e non solo in termini di salute, ma principalmente in termini di calo, se non arresto e retrocessione, di sviluppo.

L’Africa dopo la pandemia da covid-19 dovrà fare i conti con un panorama ancora più complesso in cui la disuguaglianza sarà, se possibile, accentuata. La situazione di partenza era infatti già tragica, a causa delle sempre più evidenti discrepanze sociali dovute anche al riscaldamento globale. Come si legge sul Sole 24 Ore, le temperature più elevate hanno migliorato la crescita economica nei paesi più ricchi, mentre hanno influenzato negativamente la crescita dei paesi poveri. In particolare, in uno scenario di continue elevate emissioni e assenza di politica climatica, si prevede che entro il 2050 i soli cambiamenti di temperatura e precipitazioni nell’Africa orientale e occidentale ridurranno i tassi di crescita del Pil pro capite annui di oltre il 10%. 

Il Covid ha quindi anticipato la catastrofe. The Economist rivela statistiche agghiaccianti che mostrano come il continente abbia incontrato un blocco nello sviluppo. Una battuta d’arresto che si protrarrà a lungo e i cui effetti danneggeranno la popolazione in maniera diffusa. Le più grandi economie dell’Africa si stanno contraendo a causa del crollo del turismo, le sole Mauritius hanno registrato una decrescita del 12,9% del PIL, e della diminuzione della domanda di combustibili fossili. Persino le grosse economie strettamente legate all’esportazione di petrolio, come la Nigeria, stanno affrontando un arresto senza precedenti e, soprattutto, senza essere preparate.

Disuguaglianza sociale

A pagare le conseguenze di questa battuta d’arresto innestatasi su crisi ancora in corso, come nel caso del Sud Africa, sono e saranno proprio le fasce più a rischio: donne e bambini appartenenti alle frange più povere della popolazione. Human Rights Watch avverte che la chiusura delle scuole avrà effetti disastrosi incrementando le disuguaglianze.

I bambini impossibilitati ad andare a scuola rimangono a casa, spesso senza i mezzi necessari per usufruire della scarsamente disponibile didattica a distanza. Oppure iniziano a lavorare per racimolare qualche decimo di dollaro raccogliendo rifiuti. La chiusura delle scuole, poi, colpisce i bambini in maniera ineguale. Infatti le bambine sono spesso chiamate ad occuparsi di faccende domestiche e familiari, trovandosi a rinunciare in partenza allo studio autonomo. Per non parlare del rischio di incorrere in matrimoni non programmati per sgravare la famiglia dalla spesa di mantenimento.

Gender gap

Il gender gap avrà effetti duraturi poiché nelle famiglie vi è la tendenza a dare precedenza all’istruzione dei membri di sesso maschile. Questo fenomeno è nettamente in contrasto con gli obiettivi di sviluppo sostenibile fissati dalle Nazioni Unite. Lo schema dell’ONU, infatti, trova una correlazione molto forte tra la sostenibilità ambientale e quella sociale. Questo ha fatto sì che si ponesse come obiettivo di sviluppo sostenibile anche la sutura del gender gap quale conseguenza degli effetti del cambiamento climatico. Effetti che invece il Covid ha decisamente accentuato.

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Jaipur, India, 2019

Disuguaglianza digitale

Per non parlare, poi, del digital divide, il gap di accesso a internet, miete vittime laddove la povertà è più diffusa. Prima della pandemia le stime dell’UNESCO Institute of Statistics indicavano che in Africa almeno il 60% dei bambini in età compresa tra i 15 e 17 non frequentava le scuole. Inoltre, tra i 6 e gli 11 milioni di bambine non avrebbero avuto accesso ad alcun tipo di educazione. L’assenza prolungata dalle scuole viene ora calcolata in mesi, ma si tradurrà in una perdita di anni in termini di possibilità e sviluppo.

Una perdita che le statistiche impiegheranno poco tempo a restituire in termini numerici. Di fatto, però, è una dimensione da valutare in termini di vite possibili che verranno negate. La prospettiva non è solo quella di un inciampo nello sviluppo, ma di un vero e proprio ostacolo, una diga da cui i giovani cercheranno in ogni modo di esondare. La pandemia infatti non lascerà solo una cicatrice economica. Spingerà molti ad emigrare, affrontando le complessità di un flusso sempre più criminalizzato e periglioso per giungere altrove, nel Nord del mondo, e ritagliarsi un futuro diverso.

La disuguaglianza in America Latina

Luis Alberto Moreno, ex presidente della Inter-American Development Bank nel mandato 2000-2005, in un lungo articolo apparso su Foreign Affairs ha dipinto un’immagine realistica delle prospettive dell’America Latina particolarmente colpite dalla pandemia. Il primo elemento che emerge dall’analisi riguarda proprio la struttura iniqua della società dell’America Latina. Qui il virus è stato portato e diffuso dalle classi medio-alte che hanno contratto il virus durante le loro permanenze all’estero e non hanno rispettato le norme preventive consigliate al loro rientro.

Dalle case delle famiglie più abbienti, il virus si è diffuso usando come portatori gli impiegati, la working class. Da qui in poco tempo ha raggiunto anche gli strati più bassi della popolazione, diffondendosi a macchia d’olio e trovando dei bacini di contagio immensi nelle zone più indigenti. Il pattern di Guayaquil nei primi mesi del 2020 si è dipanato subito come un modello di disuguaglianza. I malati abbienti hanno usufruito subito dei costosi servizi di sanità privata, mentre le classi medio basse e le fasce più povere di popolazione hanno dovuto rivolgersi al sistema pubblico. Il quale, prevedibilmente, è arrivato presto alla saturazione, lasciando per giorni i corpi dei deceduti a imputridire ai margini delle strade della capitale economica dell’Ecuador.

Un futuro poco roseo

Secondo quanto descritto da Moreno “Tutti i progressi fatti dalla regione per risolvere la povertà degli ultimi 20 anni rischiano di venire disfatti”. La disuguaglianza non svaniranno al rientrare dell’emergenza. Anzi, si manifesteranno in maniera ancora più prepotente ed invalidante, soprattutto considerando la drammatica tendenza populista dei governi in corso di mandato attualmente presenti. Il telelavoro, lo smart working, in America Latina è impossibile. Il digital divide infatti mutila l’accesso ad internet di circa il 50% della popolazione totale, secondo quanto registrato dalla Banca Mondiale. Le criticità dell’America Latina emergeranno in una crisi invalidante che, ricalcando il modello della crisi degli anni 90, costringerà gli stati a fare ancora più affidamento sugli Stati Uniti.

Disuguaglianza ambientale

Il covid 19 ha arrestato le attività del mondo intero senza esclusioni. Comunque, gli effetti dei collassi economici e sociali, terreno fertile per regimi politici totalitari ed instabili, avranno un’eco più duratura in Africa, America Latina e nei paesi più poveri dell’Asia. Si prospetta un panorama complesso, fratturato e soprattutto drasticamente connesso alle criticità sempre più evidenti direttamente derivate dal cambiamento climatico. È vero, nella prima metà del 2020 si è registrato un lieve calo globale delle emissioni di gas CO2eqiv pari al 8%. Il cambiamento climatico però non ha subito un rallentamento, o perlomeno un rallentamento sufficiente a scongiurare il pericolo.

Nel 2020 i disastri naturali hanno colpito i paesi sviluppati, quelli in via di sviluppo e i meno sviluppati, ma con un’incidenza maggiore, e arrecando danni esponenzialmente più gravi, in quelli compresi nelle ultime due categorie, agendo quindi su sistemi e meccanismi già gravemente compromessi da condizioni di povertà diffusa e sistemica. L’arresto allo sviluppo e l’incalzante avanzata delle manifestazioni del cambiamento climatico peseranno sul volume complessivo della povertà estrema che interesserà ben 49 milioni di persone.

Indigenza, precarietà e assenza di prospettive. Questo il futuro di milioni di persone in un ambiente sempre più ostile, soggetto ad alluvioni, desertificazione e scarsità di risorse essenziali. Un futuro che inevitabilmente spingerà sempre più persone a scegliere di migrare. I migranti climatici sono coloro che scelgono di lasciare il luogo di origine a causa dell’ostilità del clima e dei disastri naturali. Secondo quanto riportato dall’ IDMC sono circa 25 milioni di persone l’anno. Questo numero è condannato ad aumentare, soprattutto viste le previsioni del Centro di Monitoraggio per Le Migrazioni Interne (IDMC) che prospettano una quantità sempre crescente di terremoti, tsunami e alluvioni.

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Un tragico futuro

L’incontro inevitabile tra le contrazioni economiche dovute alla pandemia, l’arresto o la riduzione degli aiuti e la stasi delle politiche di sviluppo limiteranno drammaticamente gli interventi nei Paesi Meno Sviluppati che dovranno fare i conti con una crescente disuguaglianza sociale, traducibile in aumento della povertà, delle marginalizzazioni delle minoranze e della discriminazione di genere, e una carenza di piani d’azione necessari e cruciali. Il coronavirus ha colpito in maniera iniqua, indebolendo ulteriormente chi già partiva svantaggiato ai blocchi di partenza, zavorrandolo e spargendo ostacoli lungo il percorso.

Di Martina Micciché. Nata a Milano ma vive ovunque, qualche volta anche nella sua città. Ha contribuito a fondare, con Saverio Nichetti, il blog www.alwaysithaka.com, dedicato alla sostenibilità e alla promozione di turismo sostenibile e informato. Vegana, femminista, laureata in Scienze Politiche, sta conseguendo la magistrale in Relazioni Internazionali. Un giorno vorrebbe trasferirsi in Islanda, con Saverio e un numero spropositato di pecore. Durante il primo lockdown ha auto-pubblicato un breve romanzo dal titolo “Cielo a domicilio”.

La pandemia è stata innescata dal clima più caldo

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Che la pandemia sia stata causata anche dallo sfruttamento ambientale da parte dell’uomo ormai è stato scientificamente assodato. A corroborare questa tesi sono sopraggiunti i ricercatori del dipartimento di zoologia dell’Università di Cambridge. Dallo studio condotto nella prestigiosa università si evince come il mutamento degli habitat dovuto ai cambiamenti climatici abbia innescato la diffusione del Covid-19 per mezzo di animali selvatici quali i pipistrelli. Vediamo in che modo.

Pandemia: se la crescita delle foreste ci tradisce

Un dato decisamente meno noto riguardante l’origine della pandemia è quello relativo alla crescita degli alberi. Recentemente, anche grazie a massicce campagne di piantumazione verde da parte di famosi marchi, la crescita forestale è vista da molti come un fattore estremamente positivo per la salvaguardia dell’ambiente. Talvolta, però, non è così, o almeno non se la crescita non è molto ben controllata.

Nello studio si legge che le temperature più alte, l’aumento della luce solare e quello dell’anidride carbonica nell’aria hanno stimolato la crescita di piante in luoghi prima quasi desertici. Più precisamente, gli habitat di alcune zone della Cina meridionale, dello Yunnan e delle regioni adiacenti in Myanmar e Laos si sono trasformati da arbusti tropicali a savana tropicale e poi a boschi decidui. Questo ha creato un ambiente adatto per la proliferazione di molte specie di pipistrelli, che vivono prevalentemente nelle foreste.

Da qui, poi, la storia è nota. I pipistrelli di tutto il mondo sono portatori di oltre 3000 specie di coronavirus. Ognuno, quindi, può portare con sé più di due virus. Uno di questi, il ben conosciuto Covid-19, era ospite di uno di quei pipistrelli appena trasferiti nella zona grazie alla nuova ricchezza della vegetazione. Ha poi raggiunto un innocente pangolino, il quale a sua volta è stato strappato dal suo habitat per finire in un mercato di animali selvatici di Wuhan. Il passaggio dall’animale all’uomo, in questo ambiente che pullulava di organismi attraverso cui proliferare, gli esseri umani appunto, è stato per il virus molto semplice.

La vegetazione della regione dello Yunnan, in Cina

Una scoperta importante

Questa constatazione è risultata dalla creazione, da parte dei ricercatori inglesi, di una mappa della vegetazione mondiale dei primi del ‘900 e nei tempi recenti. Per farlo hanno utilizzato i dati relativi alle temperature, alle precipitazioni e alla copertura nuvolosa. Successivamente hanno analizzato la presenza dei pipistrelli in varie zone del mondo, per verificarne la coincidenza. Così è risultato chiaro che alcune specie si sono spostate proprio in concomitanza con il cambiamento della vegetazione, dovuta a sua volta all’aumento di temperatura.

Robert M. Beyer, lo scienziato a capo del team di ricerca, ha affermato quanto segue. Poiché il cambiamento climatico ha alterato gli habitat, le specie hanno lasciato alcune aree e si sono trasferite in altre, portando con loro i loro virus. Questo non solo ha alterato le regioni in cui sono presenti i virus, ma molto probabilmente ha permesso nuove interazioni tra animali e virus, causando la trasmissione o l’evoluzione di virus più dannosi. Sostanzialmente, con la proliferazione delle specie di pipistrelli, anche i virus si sono moltiplicati, mutando natura e diventando talvolta più resistenti e aggressivi.

Cambiamenti climatici e pandemia: l’inquinamento

Oltre il 60% delle malattie infettive emergenti in tutto il mondo è riconducibile alle zoonosi, e in particolare alla fauna selvatica. Già solo questo fatto dovrebbe portarci a rivalutare la cura dell’ambiente a 360 gradi, fosse anche solo per un egoistico istinto di conservazione. Un altro fattore che dovrebbe stimolare i politici del mondo ad agire contro i cambiamenti climatici è la connessione tra inquinamento ed effetti del Covid.

Nelle aree in cui si è maggiormente diffusa l’epidemia le concentrazioni di inquinanti atmosferici superano ampiamente i limiti massimi. L’esposizione cronica agli inquinanti atmosferici è stata associata alla sovraespressione polmonare, nota per essere il recettore principale per il Covid-19. Anche il numero di ricoveri in terapia intensiva e il tasso di mortalità sono risultati strettamente correlati alla quantità di particolato atmosferico nelle regioni italiane. Nelle regioni particolarmente inquinate, la mortalità era due volte superiore rispetto alle altre.

È il momento di agire

Inoltre, come abbiamo approfondito qui, sembra che il particolato atmosferico funzioni da carrier, ovvero da vettore per molti contaminanti chimici e biologici, come i virus. In più, le particelle inquinanti costituiscono un substrato che permette al virus di rimanere nell’aria in condizioni vitali per più tempo. Alla luce di questi fatti e dello studio da lui condotto con l’Università di Cambridge, Andrea Manica ha esortato i responsabili politici a riconoscere il ruolo del riscaldamento globale nei focolai delle malattie virali. Li ha poi incoraggiati ad affrontare la crisi climatica nell’ambito dei programmi di ripresa economica post Covid-19.

Manica ha ricordato che la pandemia di Covid-19 ha causato enormi danni sociali ed economici. I governi devono cogliere l’opportunità di ridurre i rischi per la salute derivanti dalle malattie infettive, adottando misure decisive per mitigare i cambiamenti climatici. Camilo Mora, terzo autore dello studio, ha aggiunto che il fatto che il cambiamento climatico possa accelerare la trasmissione di agenti patogeni dalla fauna selvatica all’uomo dovrebbe essere un campanello d’allarme urgente per ridurre le emissioni globali.

Comunità rurali: avanguardie della lotta all’emergenza ambientale

Fin dai tempi dell’antica Grecia, la letteratura narrativa e saggistica si sofferma sulla contrapposizione tra comunità urbane e comunità rurali. Indimenticabile è la favola di Esopo del topo di campagna e del topo di città, che non rappresentano soltanto luoghi geografici, ma veri e propri sistemi valoriali. Dopo secoli di sviluppo delle città, vien da chiedersi se l’urbanesimo abbia avuto la meglio.

Da schema di analisi dei mutamenti storici che era, la marcia inesorabile della modernizzazione si è trasformata in un mito dell’uomo artefice del proprio destino, che ha eretto monumenti alla velocità dei moderni mezzi di trasporto e all’efficienza delle macchine. Rinchiusi in una bolla mediatica che rappresenta il mondo globalizzato in maniera parziale e deformante, i cittadini-consumatori rischiano di perdere la consapevolezza del filo sottile delle filiere alimentari che legano aree urbane e aree rurali. Con la differenza che solitamente le comunità rurali sono ben più informate dei “cugini di città” sullo stato di salute degli ecosistemi terrestri e acquatici e sulle malattie che li affliggono.

comunità rurali

Una resistenza silenziosa alle periferie del globo

A dirla tutta, essendo in prima linea nella lotta all’emergenza ambientale, le comunità rurali svolgono un ruolo nel monitoraggio e nella mitigazione degli effetti del cambiamento climatico che non è solo positivo, ma indispensabile. È osservando il sistema-mondo dalle “periferie” dei Paesi sviluppati e in via di sviluppo che piccoli agricoltori, allevatori e pescatori si accorgono di minime variazioni del clima, della perdita di produttività del suolo, dell’erosione del terreno e della scomparsa di aree di foresta e, conseguentemente, di biodiversità. Un quadro abbastanza esaustivo delle questioni cui devono far fronte e delle strategie escogitate da queste sentinelle di vitale importanza si può trarre dal rapporto della FAO, intitolato “Lo stato della sicurezza alimentare e dell’alimentazione nel mondo” del 2018.

Negli ultimi anni, e più in particolare tra il 2011 e il 2016, sono stati rilevati livelli di piovosità al di sotto della norma in aree geografiche – in Africa, America Centrale e Meridionale, Asia Sud- orientale, Filippine e Papua-Nuova Guinea – con grandi appezzamenti adibiti a coltura. Eppure, nelle aree maggiormente esposte alle ripercussioni del fenomeno anomalo di El-Niño tra 2015 e 2016, specialmente in Asia, piogge al di sopra della norma hanno costretto milioni di famiglie di agricoltori, allevatori e contadini-allevatori a fronteggiare danni ai raccolti, erosione del suolo e inondazioni.

Ma il continente africano resta uno dei principali terreni di lotta al cambiamento climatico. Nelle pianure di Afram, in Ghana, i contadini hanno notato dei ritardi dell’inizio della stagione delle piogge, insolite ondate di calore e piogge torrenziali che provocano perdite di raccolto e bassa produttività, cosicché scarseggiano anche i prodotti alimentari destinati al consumo famigliare. Variazioni significative delle stagioni delle piogge e periodi di crescita dei raccolti più brevi sono stati segnalati anche dalle comunità rurali della savana nigeriana e della regione del Kagera nel Nord della Tanzania.

A livello aggregato, non tutti gli effetti dei mutamenti climatici sulle attività del settore primario sono immediatamente apprezzabili. Eventi estremi e cambiamenti minimi potrebbero non incidere sulla sicurezza alimentare di un Paese e, parallelamente, ridurre allo stremo le comunità rurali di zone più limitate. È il caso dell’Etiopia, in cui negli ultimi decenni, mentre aumentavano i livelli di produzione agricola, sono stati registrati scenari più localizzati di siccità associata a insicurezza alimentare e malnutrizione. D’altronde, le ondate di siccità colpiscono spesso aree limitate, per quanto le conseguenze non siano rilevabili nelle indagini condotte a livello macroeconomico.

Allo stesso modo, in Cina, dove la popolazione rurale costituisce storicamente una colonna portante della nazione, è stato osservato che i danni causati dalle precipitazioni più intense verificatesi tra il 1980 e il 2008 nelle province periferiche non si sono tradotti in una riduzione vistosa dei raccolti a livello nazionale. Resta che coloro che subiscono le conseguenze più gravi dello shock climatico e degli eventi estremi sono, secondo il rapporto già citato, i due miliardi e mezzo di piccoli agricoltori, allevatori e pescatori che abitano le “periferie” del globo. Alle conseguenze specificate in precedenza si somma la proliferazione di batteri, parassiti e insetti, particolarmente sensibili ai cambiamenti di temperatura e umidità e dannosi per colture e allevamenti, di cui l’invasione di locuste che ha attraversato nel 2020 India, Medio Oriente e Africa orientale è un esempio lampante.

Strategie di mitigazione in chiave “glocal”

Grazie all’attenzione rivolta da istituzioni internazionali e associazioni ai rischi in cui le comunità rurali incorrono a causa del cambiamento climatico, sono stati concepiti dispositivi preventivi e assicurativi un tempo impensabili. Programmi come WFP-Oxfam’s Rural Resilience Initiative e Productive Safety Net Programme riducono il peso economico sostenuto da singoli individui e nuclei famigliari per contrastare lo shock climatico. Certo è che, per quanto le comunità possano organizzarsi in maniera autonoma per adottare le misure necessarie ad attenuare i danni provocati alle economie locali, non può mancare la collaborazione della società civile con le agenzie governative per interventi più consistenti.

Tuttavia, desta interesse la varietà di strategie affinate negli anni dalle sentinelle delle aree rurali. Spinte dal senso di appartenenza agli stili di vita tradizionali, alla cultura locale e al corpo sociale della comunità, esse attuano piani di diversificazione delle sementi e di riforestazione nei pressi dei bacini idrici naturali o artificiali, affinché l’erosione del suolo rallenti e la temperatura dell’acqua diminuisca e sia più adatta all’irrigazione. Investendo risorse nella riforestazione (un esempio lodevole è la cooperazione avviata tra contadini e associazioni cattoliche sull’isola di Mindanao, nelle Filippine), che allevia per altro l’impatto delle ondate di calore sulle coltivazioni, e nel miglioramento dei sistemi di irrigazione, le comunità si battono per non esser indotte a migrazioni forzate.

Se si considera che 17 milioni e mezzo di persone sono state forzate ad abbandonare i propri territori per via di disastri climatici nel 2014, è facile capire l’urgenza di tutelare le piccole comunità periferiche.

La prospettiva dello sviluppo umano integrale

Sarebbe utilitaristico e scarno un discorso che fosse incentrato sulle statistiche, sul ruolo di mitigazione svolto da piccoli agricoltori, allevatori e pescatori e che tralasci, però, la ricchezza culturale conservata e tramandata dalle comunità rurali. Una sapienza millenaria viene custodita e trasmessa di generazione in generazione su usi e costumi, mitologie e lingue antiche. Inizialmente, si parlava di contrapposizione tra sistemi valoriali urbani e rurali.

Ebbene, il cittadino-consumatore è esposto agli stimoli di una cultura consumistica, o dello scarto, come la definisce Papa Francesco, che può tradursi in un desiderio di accumulazione patologica, nonché nel tentativo vano di alimentare un bisogno materiale di felicità. Nell’ascoltare le parole degli agricoltori-allevatori raccolte da Yann-Arthus Bertrand nel suo documentario “Human” e, successivamente, in “Humans and the Land”, si riscoprono valori di sobrietà e semplicità che sembrano esclusi dalle grandi città globali. Con il disgregarsi delle comunità rurali rischia, insomma, di scomparire un patrimonio inestimabile di memoria, saperi antichi e tecniche di trasformazione del territorio.

Ma non è accettabile che la globalizzazione cancelli la saggezza delle comunità contadine e il fotografo e regista francese lo ribadisce a dovere con le sue riprese. Perciò, allo sviluppo sostenibile si deve affiancare la prospettiva di una rivoluzione antropologica, ossia la prospettiva dello sviluppo umano integrale, che metta al centro la persona umana e su questo punto non ceda di un solo passo alle logiche di profitto predatorie perseguite, per esempio, da quell’1% delle aziende che controlla il 70% delle terre agricole del mondo intero. Non c’è pretesa di aumento della produttività che tenga se questa dev’essere barattata con il diritto a una vita dignitosa delle comunità rurali, prime fra tutte quelle dei Paesi in via di sviluppo.

Di Francesco Giuseppe Laureti

Articolo redatto in collaborazione con il nostro partner Kritica Economica

L’acqua diventa una merce e si quota in borsa

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Ascolta il podcast di introduzione all’articolo di oggi!

Un noto modo di dire recita che l’acqua è oro. Ora non si tratta più soltanto di un proverbio, in quanto l’acqua è stata effettivamente quotata in borsa. Sarà dunque d’ora in avanti consentito, perfettamente lecito, speculare anche su un bene di tale importanza. Il capitalismo della grande finanza ci è finalmente riuscito, ha abbattuto anche l’ultimo tabù.

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La situazione

Ne avevamo avuto una anticipazione in settembre, quando si era cominciato a parlare di una possibile quotazione a Wall Street per l’acqua. Ora quelle previsioni sono tristemente divenute realtà. Come riferisce CME Group, uno dei principali marketplace derivativi mondiali, è stato creato, internamente all’indice NASDAQ, un mercato dedicato all’acqua. Il nome che gli è stato dato è NASDAQ Veles California Water Index e i suoi fautori ne parlano come del futuro dell’acqua. La realtà appare un pò diversa e l’unico futuro positivo sembra essere quello dei soliti speculatori.

Ricorderete che in Italia votammo, qualche anno fa, un referendum apposito per decidere se mantenere l’acqua come bene pubblico. Il risultato fu piuttosto chiaro, con la netta maggioranza degli elettori che si schierarono con questa posizione. Evidentemente, nel mondo questa idea non è poi così diffusa. Della notizia della quotazione in borsa dell’acqua si è parlato davvero poco, con i giornali ben più presi a raccontarci che cosa potremmo fare o non fare a Natale e Capodanno, quali saranno i piani vaccinali nel mondo e se Matteo Renzi farà davvero cadere il governo Conte. Eppure la questione dell’acqua è ben più importante.

Leggi anche: “Acqua potabile, un bene comune a rischio”

In che modo l’acqua è divenuta una merce

Chi gioca in borsa non ha interesse nel bene comune. Tutt’altro, quanto più una merce diventa rara tanto più acquisisce valore, dunque può farmi guadagnare, e pure tanto. Poco importa se il mio investimento darà origine a un domino di guerra, povertà e morte; il mondo in cui viviamo è spaccato, diviso da una forbice amplissima, in continuo aumento. Da una parte i ricchi, enormemente abbienti, persino troppo; dall’altra i poveri, persone che non hanno letteralmente di che mangiare; in mezzo una classe media che si assottiglia sempre di più.

L’acqua potabile inizia a scarseggiare. Ne abbiamo già scritto altre volte. Recenti studi hanno dimostrato che ghiacciai e montagne, duramente provati dalla crisi climatica, non riescono più a stoccare e immagazzinare H2O. Le stime per il prossimo future parlano di una possibile ecatombe. In qualche lustro ci ritroveremo impantanati in una crisi idrica planetaria che causerà la morte, per sete, di un numero di persone che potrebbe anche arrivare a due miliardi. Si tratta di un disastro annunciato. Proprio per questo, la grande finanza ha pensato che, tra poco tempo, il prezzo della risorsa comincerà ad oscillare. Perché allora non rendere l’acqua oggetto di investimenti e speculazioni? Perché non arricchirsi sul dramma cui stiamo andando incontro?

Già oggi lo sfruttamento idrico da parte dell’uomo è eccessivo, spesso fuori controllo. Industria e settore primario stanno depauperando sempre più le risorse acquifere del nostro pianeta. L’acqua sembra largamente disponibile, visto che la Terra si compone principalmente di essa, eppure la stragrande maggioranza di essa non è potabile.

La quotazione dell’acqua

La settimana scorsa, l’8 dicembre, il Veles California Water Index quotava l’acqua a 486,53 dollari per piede acro. Questa misura, abbastanza desueta in Europa, è piuttosto diffusa negli Stati Uniti. Un piede acro equivale a 1233 metri cubi. Secondo gli esperti di CME, il fatto che l’acqua sia entrata in borsa è un bene, poiché questa manovra sarà in grado di consentire una migliore gestione del rischio futuro legato ad essa.

Si legge sul sito del marketplace: “Due terzi della popolazione mondiale affronteranno la scarsità d’acqua entro il 2025. Tale crisi rappresenterà un rischio crescente per imprese e comunità in tutto il mondo. In particolare il mercato dell’acqua della California, che vale oltre 1 miliardo di dollari, ne soffrirà in maniera decisa. Grazie ad una forte partnership con il NASDAQ, nonché sulla nostra comprovata esperienza di 175 anni nell’aiuto all’utente finale per la gestione del rischio nel mercato delle materie prime essenziali, abbiamo stipulato un nuovo contratto idrico.” Così descrive l’Index Tim McCourt, responsabile di questo indice azionario e di prodotti d’investimento alternativo per CME.

Il solo utilizzo del termine utente finale parlando di acqua è raccapricciante. Senza alcun buon senso, queste persone parlano di una risorsa fondamentale alla vita come se si trattasse di uno stock di partecipazioni in questa o quell’altra società per azioni. I dati da cui ha mosso il gruppo parlano chiaro. In California ci sono nove milioni di acri di terreno coltivato e il 40% dell’acqua consumata nel maggiore Stato americano è destinato all’irrigazione di queste terre. Ricordiamo che un acro – altro valore in uso nel mondo anglosassone, ove è prassi impiegare misurazioni originali, per così dire – corrisponde a 4046,87 metri quadrati. A detta di CME, l’indice consentirebbe ad ogni produttore di pianificare in anticipo. Prevedendo la modifica del costo base dell’acqua di cui necessita per irrigare, egli potrebbe progettare le sue spese su larga e larghissima scala per il prossimo futuro.

In questo esaustivo contributo video, i dettagli sull’entrata dell’acqua in borsa. Non tutte le opinioni dell’autore corrispondono a quelle de L’EcoPost ma la spiegazione della vicenda è utile a tutti.

Il lancio del primo future acqua

I future dell’acqua, essendo entrati a Wall Street, saranno ora regolati secondo le vigenti norme finanziarie. I contratti acquistati saranno trimestrali, fino al 2022. Ognuno di essi si riferirà a 10 piedi acri di oro blu. È forse necessario, prima di continuare oltre, precisare che cosa si intenda con il termine future. Si tratta di un contratto derivativo, negoziato su un mercato regolamentato. Acquirente e venditore si scambiano una determinata quantità di una specifica attività – reale o finanziaria – a un prezzo prefissato. La liquidazione di questa quantità è riferita ad una data prossima, futura, da qui il termine.

Il future idrico è unico nel suo genere. L’indice fissa un prezzo di riferimento, settimanale. sui diritti legati all’acqua in California. Il prezzo è spot, come si dice in gergo, ovvero corrispondente ad una consegna immediata, al momento stesso della stipula e firma del contratto di compravendita. Può sembrare un’inutile puntualizzazione ma i prezzi in borsa oscillano continuamente e possono variare anche in poche ore. Il costo viene calcolato sulla media ponderata del valore dell’acqua in base alle transazioni nei cinque maggiori mercati californiani.

L’acqua debutta a Wall Street come prima di lei hanno fatto oro, petrolio e altre materie prime. Agricoltori, enti municipali e naturalmente anche fondi speculativi sono ora in grado di scommettere sulla futura disponibilità di acqua nello Stato californiano. Il caldo distretto è il principale mercato agricolo USA e rappresenta, da solo, la quinta economia mondiale. Dal momento che l’acqua è ora una merce, qualcuno potrebbe pensare di inquinarla e sporcarla per renderla più costosa, magari dopo essersene assicurato una buona quantità sul mercato. In fin dei conti, queste sono spesso le regole del gioco speculativo: compra a poco, rendi la merce più desiderabile e poi rivendila a tanto. Just win, baby.

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Cosa attendersi ora?

Non è un caso se il momento in cui l’acqua californiana entra in borsa sia proprio questo. Lo Stato con l’orso grigio sulla bandiera – simbolo di forza – è stato devastato dagli incendi divampati al termine della scorsa estate sull’intera costa occidentale. Inoltre, la California sta uscendo da una siccità lunga ben otto anni. Stravolgimenti ambientali, anche di grande impatto, sono ormai all’ordine del giorno come ben sa chi ci legge con frequenza e numerosi di essi hanno a che fare con la mancanza idrica (siccità, carestie e desertificazione). Si deve probabilmente soprattutto a questo antefatto la creazione dei contratti sull’acqua depositati a Wall Street. Il momento era ghiotto per ideare coperture del genere e venderle sia a coltivatori e, per esempio, aziende elettriche – grandi consumatori di acqua – sia per segnalare a tutti gli investitori del mondo la scarsità della risorsa. È lecito chiedersi se non ci fosse altro modo.

“Probabilmente il cambiamento climatico, la siccità, la crescita della popolazione e l’inquinamento renderanno la questione della scarsità d’acqua e dei suoi prezzi un tema caldo negli anni a venire. Terremo sicuramente d’occhio gli sviluppi di questo nuovo contratto future sull’acqua.” Nel pensiero di Deane Dray, amministratore delegato e analista per RBC Capital Markets – importante banca d’investimento canadese, impegnata sul mercato bancario e finanziario – c’è la sintesi dell’approccio del mondo dei capitali a questa mercificazione dell’acqua. Al mondo della finanza importa ben poco del contesto ambientale circostante, il focus degli addetti ai lavori è soltanto sul rollover.

Leggi anche: “L’Italia senza acqua: siccità in Puglia, Basilicata e Sicilia.”

Islanda, CO2 trasformata in roccia. Ma a che prezzo?

islanda co2

L’Islanda è anche soprannominata la Terra del fuoco. Sembra un controsenso, soprattutto se il nome viene accostato a quello inglese “Iceland” che significa, letteralmente, terra del ghiaccio. Nel sottosuolo di quasi tutta l’isola, però, si nasconde una miniera preziosissima di calore, dato dal fatto che l’Islanda è una terra vulcanica. E proprio questa parte sotterranea potrebbe diventare anche una enorme riserva di gas serra che, invece di essere dispersi in atmosfera, verrebbero “trasformati” in roccia, senza nuocere alla salute umana e ambientale.

Come funziona la trasformazione di CO2 in roccia

Il meccanismo dello stoccaggio del carbonio non è nuovo nel mondo dell’energia, tanto che è già stato implementato in altre aree del mondo oltre all’Islanda, come negli Stati Uniti e in Canada. Gli impianti tradizionali prevedono che la CO2 venga iniettata nel terreno e affinché questa, trascorso un certo periodo di tempo, si mineralizzi. A questo punto diventa, sostanzialmente, una roccia carbonatica, come può esserlo il marmo o il calcare.

Solitamente le rocce già presenti nel terreno, che sono impermeabili, fungono da “coperchio”, impedendo al gas di fuoriuscire. In Islanda, però, le rocce sono vulcaniche, quindi basaltiche e porose. Ciò significa che manca l’importantissima parte impermeabile che permette lo stoccaggio del gas. Ed è qui che è entrata in gioco CarbFix, che ha sviluppato un metodo grazie al quale la CO2, prima di essere immessa nel terreno, viene disciolta in acqua. In questo modo si crea un fluido pesante che tenderà a scendere molto in profondità nelle rocce, riducendo il rischio che il gas risalga in superficie.

Da dove viene la CO2 dell’Islanda

L’Islanda è considerata una delle nazioni più green al mondo. Questa remota isola dell’estremo nord infatti, grazie all’alta presenza di vulcani, ha a disposizione moltissima energia geotermica gratuita e rinnovabile. Circa l’80% delle abitazioni della nazione sono riscaldate e illuminate grazie alla geotermia che proviene, appunto, dall’acqua calda presente nel sottosuolo. Allo stesso tempo, però, l’Islanda è anche una delle nazioni che emettono più anidride carbonica, in rapporto al numero di abitanti. Come dimostrano i dati, nel 2017 la nazione ha prodotto ben 10,82 tonnellate di anidride carbonica pro capite. La terra del ghiaccio ha quindi superato di molto persino l’Italia, che ne ha prodotte “solo” 5,75.

Cosa ci sta sotto? Ovviamente l’industria pesante e tutto ciò che ne deriva, ovvero un grande profitto e, purtroppo, anche molto danno all’ambiente. Il settore industriale in Islanda contribuisce a produrre il 48% alle emissioni di anidride carbonica del paese. Nonostante questi impianti industriali siano alimentati da energia rinnovabile, idroelettrica e geotermica, la CO2 rilasciata nell’atmosfera è parte del processo di produzione di metalli. La più grande delle strutture industriali del paese produce infatti acciaio e alluminio, gran parte del quale viene esportato e utilizzato nell’industria automobilistica.

Il lato oscuro dell’energia pulita

L’impianto idroelettrico Kárahnjúkar genera 5.000 GWh all’anno, ovvero più di un quarto di tutta l’elettricità prodotta in Islanda nel 2016. Tutta questa energia, però, viene utilizzata per alimentare quella stessa industria di alluminio. Lo stesso discorso vale per l’enorme impianto geotermico di Hellisheiði. Come fa notare la rivista scientifica phys.org, questo è uno studiatissimo e insidiosissimo esempio di greenwashing. Infatti, una realtà virtuosa come può essere un impianto che produce energia rinnovabile può nasconderne un’altra che di green non ha assolutamente nulla.

Innanzi tutto Alcoa, la multinazionale che ha acquisito l’acciaieria, ha trovato un escamotage per pagare pochissimo il consumo energetico. Questo infatti sarebbe legato ai prezzi del volatile mercato globale dell’alluminio, senza quindi contare ciò che realmente spetterebbe all’Islanda per lo sfruttamento energetico. Inoltre Alcoa avrebbe scelto proprio l’Islanda per sfuggire al pagamento di alcune tasse cui avrebbe dovuto sottoporsi costruendo un’acciaieria nel “continente”. Ciò ha fatto sì che Reykjavík, il cui governo credeva di beneficiare della crescita economica data dall’acciaieria, non abbia guadagnato quanto era stato previsto. Sia in termini economici ma anche e soprattutto ambientali e sociali.

Infatti gli impianti energetici precedentemente nominati, costruiti, ricordiamolo, con il solo scopo di alimentare l’acciaieria, sono essi stessi dannosi per l’ambiente circostante. Innanzi tutto per la loro costruzione sono andati irrimediabilmente persi i fragili ecosistemi della zona; la popolazione ittica locale è crollata e quella di renne selvatiche ha perso parte dei suoi pascoli e dei suoi terreni riproduttivi. Per estrarre energia geotermica, poi, l’acqua calda o il vapore che risalgono in superficie spesso trasportano contaminanti, come lo zolfo o l’azoto. Questi elementi finiscono quindi in atmosfera o nei corsi d’acqua.

In Islanda sono presenti moltissime “piscine” di acqua naturalmente calda, talvolta anche pubbliche e gratuite

I risvolti ambientali di CarbFix

Ciò che è rimasto al territorio islandese non è altro che la necessità di costruire un’ ulteriore infrastruttura, come quella di Carbfix, per smaltire la enorme quantità di anidride carbonica prodotta dall’acciaieria. Questo quindi sarebbe lo scopo qualora il progetto si diffondesse nel resto del mondo: buttare sotto il tappeto, o meglio, sottoterra, la polvere derivante da un sistema economico sbagliato e insostenibile.

Per di più, anche CarbFix avrebbe un risvolto ambientale da non sottovalutare: il consumo eccessivo di acqua. Nell’impianto di Hellisheiði si utilizzano circa 27 tonnellate di acqua per ogni tonnellata di CO2 iniettata nel substrato roccioso. Edda Aradottír, project manager di CarbFix, afferma che l’acqua può essere riutilizzata dopo la mineralizzazione. Il problema si pone per le nazioni con meno acqua a disposizione rispetto all’Islanda che, almeno per ora, è ricchissima di ghiacciai e, quindi, di acqua pulita. Aradóttir e i suoi colleghi stanno sviluppando un modo per utilizzare l’acqua di mare. Tuttavia, questa ritiene molto di più rispetto all’acqua dolce e ne servirebbe una quantità maggiore. “In più gli elementi disciolti nel mare interferirebbero con la chimica del processo”, ha affermato Sandra Ósk Snæbjörnsdóttir, ricercatrice presso CarbFix.

Infine questa tecnologia è molto efficiente quando si tratta di stoccare altissime concentrazioni di anidride carbonica, ma potrebbe rappresentare un problema quando il gas “si presenta in quantità minori”. Questo palese controsenso apre molti quesiti ai quali ad oggi possiamo dare soltanto risposte scettiche e negative.

Eliminare la CO2 in Islanda? Il vero scopo di CarbFix

Sappiamo, ormai, che il riscaldamento globale è un processo irreversibile e poco contenibile. Progetti come CarbFix potrebbero quindi rivelarsi molto utili nel frenare la crisi climatica. Questo ragionamento, però, funzionerebbe solo a patto che industriali e politici non se ne approfittino. Non devono, quindi, usare queste nuove tecnologie come giustificativo per continuare ad inquinare oltre che creare disuguaglianze economiche e sociali nel mondo.

Il riscaldamento globale è infatti un danno che non deve essere sommariamente riparato. Piuttosto è un problema che deve essere eliminato alla radice. Se ciò avvenisse rappresenterebbe l’anticamera di una nuova era nella quale l’energia pulita sia davvero pulita e in cui CarbFix potrebbe essere usato per disfarsi di gas serra emessi solo in via eccezionale e con motivazioni eticamente valide.

Leggi anche: “Il film Downsizing mostra che la tecnologia non è la soluzione

Ecologia e ambiente: un binomio indissolubile

ecologia

Oggi il termine “ecologia” viene spesso utilizzato in diversi ambiti e la sue accezioni, grazie all’utilizzo più diffuso che ne viene fatto, possono assumere connotati diversi, tanto che sono ormai molteplici le branche ad essersi sviluppate intorno a questa parola: da quella industriale, a quella culturale, passando per quella urbana, sociale, comportamentale e via dicendo. Ma da dove proviene questo termine? E come è entrato nel nostro linguaggio di tutti i giorni? Scopriamolo insieme.

Definizione di ecologia

Il primo scienziato a dare una definizione precisa di “ecologia” fu Ernst Haeckel che, nel 1866, coniò per la prima volta questo neologismo, utilizzandolo nel suo libro intitolato Generelle Morphologie der Organismen. Parola di origine greca – da οίκος, oikos, “casa” e  λόγος, logos, “discorso” – letteralmente identifica la scienza che, in generale, si occupa di studiare la nostra biosfera e tutto ciò che ad essa si collega.

Haeckel la definì così:

L’insieme di conoscenze che riguardano l’economia della natura – l’indagine del complesso delle relazioni di un animale con il suo contesto sia inorganico sia organico; comprende soprattutto le sue relazioni positive e negative con gli animali e le piante con cui viene direttamente o indirettamente a contatto – in una parola, l’ecologia è lo studio di tutte quelle complesse relazioni alle quali Darwinfece riferimento come alle condizioni della lotta per l’esistenza.

Nel vocabolario della Treccani, invece, il termine assume una duplice accezione:

1. Parte della biologia che studia le relazioni tra organismi o gruppi di organismi e il loro ambiente naturale, inteso sia come l’insieme dei fattori chimico-fisici (clima, tipo di suolo, luce, nutrimento, ecc.) sia come l’insieme dei fattori biologici (parassitismo, competizione, simbiosi, ecc.), che influiscono o possono influire sulla vita degli organismi stessi. Sviluppatasi in tempi recenti e diffusasi largamente come scienza e come pratica, si suddivide in numerose branche (evegetaleagrariaanimalemarinaumanaspaziale) che toccano tutte problemi di importanza vitale (produttività e sfruttamento delle risorse naturali, conservazione e protezione della natura dal depauperamento ambientale, comprendendo la tutela del paesaggio, la lotta all’inquinamento delle acque, la razionalizzazione degli insediamenti umani, ecc.) nei paesi moderni densamente popolati e in via di massiccia industrializzazione. 

2. Con sign. meno proprio, ma diffuso nel linguaggio com. e giornalistico, il termine è spesso adoperato per indicare la necessità di conservare e difendere la natura, e l’insieme dei provvedimenti rivolti a eliminare quanto può turbare l’equilibrio dell’ambiente naturale.

Se la prima di queste due voci si riferisce al significato, per così dire, “scientifico” del termine, la seconda, invece, rappresenta ciò che la parola è diventata nel tempo, grazie all’utilizzo che ne è stato fatto nel linguaggio comune, soprattutto a partire dagli anni ’60, periodo in cui i movimenti ambientalisti hanno iniziato a farsi spazio all’interno delle società, grazie anche alle sue varie declinazioni rese possibili da un’applicabilità molto vasta. Tra le più diffuse troviamo quelle di “ecologia sociale”, “ecologia profonda” ed “ecologia integrale”.

Origini e diffusione dell’ecologia

Sebbene questa scienza iniziò ad essere oggetto di molti studiosi verso la fine del diciannovesimo secolo, le sue origini partono da ben più lontano. Il concetto che sta alla base di tutto ha infatti anche delle connotazioni politiche ed etiche già presenti in alcuni dei filosofi più famosi della storia, come ad esempio Aristotele ed Ippocrate. Anche lo stesso Platone denunciò il processo di deforestazione dell’Attica, in Grecia, esprimendo il proprio sgomento per la distruzione di una terra a lui cara dove “l’acqua prima veniva trattenuta ed ora scorre sul dorso nudo della montagna”.

Tra gli esponenti illustri della disciplina troviamo anche Charles Darwin che, avvalendosi della traduzione del termine “oikos” in “gestione della casa”, ed utilizzando quindi la stessa accezione del termine così come viene intesa nella parola “economia”, la interpretò come “la condizione della lotta per l’esistenza”.

Col tempo, poi, si iniziò a definire in maniera più specifica il quadro in cui operava l’ecologia, che rientra tra le scienze cosiddette di “sintesi” in quanto, per essere studiata, ha bisogno di avvalersi della conoscenza di tante altre materie quali, ad esempio, la geologia, la chimica, la botanica, zoologia e via dicendo.

Un altro step degno di nota fu poi quello del 1925, quando gli scienziati August Thienemann e Charles Elton si fecero fautori della nascita dell’ ecologia “della comunità”, inserendo nel dibattito scientifico concetti quali la piramide delle specie e la catena alimentare.

Ma il momento nel quale il termine, con una sua accezione più idealista, iniziò davvero a diffondersi tra la popolazione, fu a cavallo degli anni ’60 e ’70. Grazie all’esplosione dei movimenti ambientalisti in giro per il mondo, il significato della parola assunse delle connotazioni più profonde e venne interpretato, ed utilizzato, per definire in una specie di “guida comportamentale” in grado di far proliferare il rapporto tra uomo ed ambiente. In questo modo assunse la connotazione, etimologicamente scorretta, che tutti conosciamo oggi, rimandante a concetti quali la conservazione della natura o, più in generale, il rispetto dell’ambiente.

Ecologia e ambiente: quale futuro?

Sebbene negli ultimi anni l’approccio ecologista, inteso come un’adozione di uno stile di vita filoambientalista, si sta facendo sempre più strada nella società, ci sono ancora diverse criticità da risolvere. Su tutte la mancata condivisione di questo modo di intendere il nostro rapporto con la natura da parte delle classi dirigenti dei nostri paesi. Decidere, o meno, di applicare i principi ambientalisti ai vari settori della nostra economia è una scelta che solo loro possono compiere. Le ideologie che hanno guidato i movimenti ambientalisti negli anni ’60, e che oggi rivivono un exploit forse mai visto grazie a movimenti quali Fridays for Future, Extinction Rebellion e tanti altri, possono infatti essere adattati a tutti i campi: dall’economia, alle politiche sociali, a quelle energetiche e via dicendo.

La crisi climatica sta avanzando inesorabile ed il tempo per arginarla è prossimo a scadere. Solamente con un’affermazione totale ed in ogni campo dell’ecologia avremo qualche chance di arginarla.

L’Italia senza acqua: siccità in Puglia, Basilicata e Sicilia

acqua in italia

L’Italia, il Paese di cui tutto il mondo invidia il cibo, il clima e le risorse è sempre più in balia dei cambiamenti climatici. Stiamo infatti già affrontando i problemi che solo qualche anno fa attanagliavano le nazioni cosiddette tropicali. La mancanza di acqua è uno di questi e ha interessato la Puglia, la Basilicata e la Sicilia durante tutto il mese di ottobre, che statisticamente è uno dei più piovosi dell’anno.

Ascolta il podcast di introduzione all’articolo di oggi!

Le regioni più colpite dalla scarsità d’acqua

La valutazione della carenza di acqua nelle regioni italiane viene condotta dall’analisi dei bacini idrici, ovvero enormi contenitori di acqua piovana utili a sfruttare il più possibile ciò che il cielo ci invia ogni anno gratuitamente. I dati più recenti rivelati dall’ ANBI (Associazione Nazionale Bonifica e Irrigazione), però, non sono incoraggianti.

Nei bacini idrici della Basilicata si trovano ora 78,4 milioni di metri cubi di acqua. Può sembrare molto se non si considerano i metri cubi presenti in questi stessi bacini nel 2019: ben 110 milioni, ovvero 35 milioni di metri cubi di acqua in più. In Puglia lo scarto (negativo) è di 75 milioni di metri cubi. Alla lista delle regioni che stanno affrontando una crisi idrica si è da pochissimo aggiunta la Campania, i cui fiumi stanno subendo un calo significativo della loro capacità: il bacino di Piano della Rocca sul fiume Alento contiene soltanto 6,5 milioni di metri cubi d’acqua, che consiste nel 26% della sua capacità. L’invaso di Conza della Campania, sull’Ofanto, nonostante sia in lieve crescita, presenta comunque un deficit significativo rispetto a un anno fa di oltre 4,7 milioni di metri cubi.

Ancora più preoccupante è il caso della Sicilia. Il 70% del suo ricchissimo territorio rischia infatti la desertificazione. Il dato è stato diffuso lo scorso giugno dal CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche) ed è stato confermato dai dati ANBI. La portata dei bacini idrici siciliani è infatti passata dai 69,9 milioni di metri cubi di acqua del 2019 ai 53,8 milioni di quest’anno.

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Siccità, un nemico ormai invincibile

La prima e più intuibile causa della scarsità d’acqua nei bacini di molte regioni italiane è quella di una inusuale siccità e, quindi, dei cambiamenti climatici. Già a febbraio Coldiretti annunciava che all’Italia mancavano l’80% di piogge, con un inverno più caldo di 1,87 gradi rispetto alla media. In Sicilia sopratutto i picchi di calore e siccità sono in costante aumento e la piovosità dell’isola diminuisce di anno in anno. Secondo l’Osservatorio europeo sulla siccità (European drought observatory) nel 2020 soltanto il mese di marzo avrebbe registrato piogge quantitativamente significative sull’isola. Una quantità ingente di acqua è caduta soltanto a luglio quando Palermo è stata colpita da una bomba d’acqua degna di un paese situato nelle vicinanze dell’equatore (ne parliamo in questo articolo).

La diminuzione delle precipitazioni annuali preoccupa gli scienziati ormai da decenni. Dai primi anni del 900 ai primi del 2000 infatti il tasso di diminuzione delle piogge è stato di quasi 2 millimetri all’anno. Ecco perché è importante fare tesoro delle piogge e raccogliere più acqua possibile nei bacini idrici del Bel Paese. Qui però sopraggiunge un altro problema legato alla poca attenzione che viene riservata alle questioni ambientali oltre che alla prevenzione di eventi meteorologici estremi, siano essi alluvioni o siccità prolungate. Anche perché i bacini dell’Appennino meridionale sono per lo più a gestione pluriennale: impiegheranno molti mesi per riguadagnare quote e volumi confortanti, a patto che piova.

Non solo siccità: ecco perché manca l’acqua in italia

Senza girarci troppo intorno, i bacini idrici italiani non funzionano bene. Come ha spiegato il presidente di ANBI Francesco Vincenzi, in Sicilia la rete di distribuzione irrigua è insufficiente e la capacità degli invasi è fortemente condizionata dagli interramenti, contro i quali è necessaria una vera e propria campagna di escavi. Nel 2019 l’Ispra ha pubblicato dei dati riguardanti i consumi e le perdite di acqua in Italia. Da questi si evince che in Sicilia il 50% dell’acqua potabile “si disperde” a causa di “corrosione, giunzioni difettose, deterioramento o rotture delle tubazioni”. Ciò significa fondamentalmente che la metà dei volumi immessi in rete non raggiunge gli utenti come invece dovrebbe. La situazione è anche migliore rispetto alla Basilicata dove viene disperso il 56,3% dell’acqua raccolta. In Sardegna ne viene persa il 55,6 per cento e nel Lazio il 52,9 per cento.

Il direttore generale di ANBI ha affermato che anche in Sicilia, come nel resto d’Italia mettiamo a disposizione delle autorità competenti l’esperienza e le capacità tecniche presenti nei Consorzi di bonifica ed irrigazione. Ribadiamo, però, la necessità di una loro ristrutturazione secondo principi di efficienza sostenibilità economica. Da troppi anni, infatti, una mal interpretata funzione della politica ne condiziona l’operatività a servizio del territorio, possibile nell’isola come già avviene nel resto d’Italia“.

Mozia, Sicilia

La carenza di acqua causa perdite economiche

Alcuni aiuti, quindi, ci sono. Lo dimostra anche la Sardegna, per la quale sono stati stanziati 20 milioni di euro per l’efficientamento del canale adduttore dell’invaso di Liscia, mirati a ridurre le perdite in un territorio soggetto a gravi carenze idriche. Una tale preoccupazione da parte delle autorità competenti nasce sopratutto quando iniziano ad esserci anche deficit economici relativi al settore agricolo delle regioni. “La siccità è diventata l’evento avverso più rilevante per l’agricoltura. I fenomeni estremi hanno provocato danni alla produzione agricola, alle strutture e alle infrastrutture con una perdita di 14 miliardi di euro in 10 anni”. Ha dichiarato Coldiretti.

A conferma di ciò si può consultare il rapporto Istat “Utilizzo e qualità della risorsa idrica in Italia“. La premessa dello studio è il fatto che nel nostro paese il settore agricolo si contraddistingue come il più grande utilizzatore di acqua. I bacini idrici infatti servono anche all’irrigazione del terreno, indispensabile per la prosperità delle zone con più spinta specializzazione produttiva. Un esempio è la piana del Sele, dove si coltivano grandissime quantità di ortaggi e frutta. Qui l’irrigazione deve essere assicurata tutto l’anno.

Carenza d’acqua in Italia e allevamenti intensivi: uno stretto legame

Inutile però nascondersi dietro a un dito. All’interno del settore agricolo i maggiori responsabili del consumo idrico nazionale sono gli allevamenti intensivi. Sempre secondo l’Istat ai primi posti per superficie irrigata per tipologia di coltivazione c’è il mais a granella, erbai e altre foraggere, fruttiferi e agrumi. Ma cosa facciamo di tutta questa produzione? “Solo una piccola parte è destinata all’alimentazione umana, mentre la gran parte va ai mangimi degli allevamenti intensivi”. Sostiene Sorlini, professoressa Emerita di Microbiologia Agraria dell’Università di Milano e Presidentessa della Casa dell’Agricoltura. Oltre al fatto che, come sappiamo, gli animali richiedono anche moltissima acqua da bere “direttamente”.

Un’altra schiacciante prova riguarda il consumo di risorse idriche regionale in rapporto alla presenza di allevamenti intensivi. La Lombardia, guarda caso, detiene entrambi i primati. Questo rivela un legame palese tra l’eccessivo sfruttamento del bestiame e un consumo di acqua altrettanto irresponsabile.

Cosa puoi fare tu per alleviare la carenza d’acqua in Italia

Come si legge in un articolo di Internazionale al quale facevamo riferimento in un altro nostro articolo, nella società si sta spargendo il mito del consumatore verde. Un consumatore che, per quanto attento ai suoi piccoli gesti quotidiani, fa poca differenza senza le azioni a favore dell’ambiente di politici, imprenditori ed economisti. Per esempio chiudere il rubinetto mentre ci si lava i denti è una buona pratica che però fa poca differenza a fronte dei consumi di un allevamento di 10.000 galline (e, quindi, intensivo). Avendo quindi ben presente questo, noi de L’Ecopost non scoraggeremo mai i nostri lettori nell’avere qualche accortezza relativa al consumo diretto e indiretto di acqua. Ecco alcuni consigli:

  • Adotta una dieta povera o priva di carne, specialmente quella derivata dagli allevamenti intensivi. In questo modo invieremo insieme un forte messaggio a chi detiene il potere di questo settore.
  • Vota politici che hanno a cuore l’ambiente.
  • Riduci la durata delle docce.
  • Se lavi i piatti a mano riempi una bacinella dove insaponare le stoviglie. Sciacquale poi con l’acqua corrente solo un un secondo momento.
  • Spegni il rubinetto quando non necessario (per esempio mentre spazzoli i denti).
  • Riempi il più possibile la lavatrice e la lavastoviglie per ridurne gli utilizzi.
  • Quando hai a disposizione dell’acqua di scarto o piovana utilizzala per lo scarico del WC.

In Vietnam alluvioni con pochi precedenti

alluvioni vietnam
https://anchor.fm/lecopost/episodes/Le-violente-alluvioni-che-devastano-il-Vietnam-ellj7c

Stessa storia, posto diverso. Siamo in Vietnam, un Paese dalla storia millenaria largamente spazzata via da una guerra violentissima, che ha procurato ferite ancora oggi aperte e pulsanti. Oggi, nel 2020, la popolazione vietnamita deve fare i conti con un atro fenomeno che rischia di cancellare quello che negli anni è stato faticosamente ricostruito: i cambiamenti climatici e le alluvioni ad esso collegate.

L’eccezionalità delle alluvioni in Vietnam

Ottobre è il mese delle piogge nel sud-est asiatico, ed è così da 10 mila anni, ovvero da quando la temperatura media terrestre si è mantenuta stabile con un’ oscillazione massima di un grado centigrado. Quest’anno le alluvioni hanno causato la morte di più di 100 persone dall’inizio di ottobre e centinaia di migliaia di sfollati. Non fosse per un’anomalia climatica sarebbe alquanto strano che quest’anno la stagione dei monsoni avesse colto la popolazione vietnamita così impreparata.

La parte più colpita è stata il Vietnam centrale, e maggiormente la provincia di Hue. Due tempeste entrambe di portata sei volte maggiore rispetto alla norma hanno allagato le 136 mila case presenti nell’area e hanno forzato 90.000 persone all’evacuazione. Michael Brosowski, il fondatore di Blue Dragon, un’organizzazione non governativa che aiuta le famiglie in difficoltà ha rivelato al Guardian che Hue deve interfacciarsi ogni anno con le inondazioni e i residenti vivono in modo da essere preparati a qualunque disastro. La portata e la velocità delle tempeste di quest’anno, però, sono scioccanti. Gli abitanti, ora, dovranno cominciare tutto da capo.

Un campo militare di Quang Trị, una struttura che dovrebbe essere provvista di tutti i sistemi di sicurezza necessari, è stato teatro di morte per 14 soldati, che sono stati travolti da una frana. Altri otto sono al momento ancora dispersi. “Queste devastanti inondazioni sono tra le peggiori che abbiamo visto da decenni”, ha affermato Nguyen Thi Xuan Thu, presidente della Red Cross Society vietnamita.

Le associazioni umanitarie, unitamente al governo, si stanno occupando di fornire cibo, acqua, rifugio e indennizzi alle migliaia di persone che, nel giro di qualche giorno, ne sono rimaste prive. Il tutto tramite barche ed elicotteri, visto che l’altezza dell’acqua in alcuni luoghi ha superato i 3 metri.

Non solo inondazioni: il futuro del Vietnam

Come per tutti i disastri naturali, i danni alle persone e al territorio non si possono calcolare soltanto nel breve tempo. Inondazioni di questa portata devastano campi coltivati e allevamenti, allagano ristoranti e attività commerciali, costringono migliaia di persone a lasciare le loro città per mesi o anni, forse anche per sempre, per stabilirsi in luoghi dove non hanno casa, lavoro, famiglia.

Queste condizioni peggiorano la già compromessa situazione causata dalla pandemia di Coronavirus. Non tanto per l’incidenza dell’epidemia in sé, che sembra aver risparmiato il Vietnam dalla strage di morti e l’alto numero dei contagi che stanno interessando altre nazioni. Le autorità hanno infatti segnalato soltanto 1.141 casi di Covid e 35 decessi.

Il danno più grave del virus in Vietnam è dato piuttosto dalla quasi totale assenza dei milioni di turisti che ogni anno calcavano le strade vietnamite, riempivano hotel e ristoranti, sostentavano le guide turistiche locali. E ora le alluvioni hanno dato il colpo di grazia.

Alluvioni e cambiamenti climatici

Come ricordiamo spesso nei nostri articoli, le forti e numerose alluvioni registrate negli ultimi anni non sono solo comuni fenomeni “naturali”. Sono invece dovuti ai cambiamenti climatici direttamente causati dalle attività umane. Il caldo, infatti, causa un aumento di vapore acqueo nell’aria e un accumulo di energia che favorisce la formazione di violenti nubifragi.

Come dimostra questo grafico di Our World in Data i disastri naturali sono molto aumentati negli ultimi decenni.

vietnam alluvioni

Dal periodo 1980-1999 a quello 2000-2019 i disastri naturali si sono quasi duplicati, passando da 3,656 eventi a 6,681. Tra questi spiccano le grandi alluvioni, che da 1.389 sono diventate 3.254. Con una curva analoga l’incidenza delle tempeste è cresciuta da 1.457 a 2.034. Nonostante l’implemento delle misure di sicurezza e precauzione, i 7.348 eventi catastrofici accaduti tra il 2000 e il 2019 hanno causato 1,23 milioni di morti e hanno colpito 4,2 miliardi di persone, con una perdita in termini economici di circa 2,97 trilioni di dollari.

Il mio viaggio in Vietnam

La mia memoria è molto breve e selettiva. Per questo credo che tutto ciò che vi resta impresso abbia per me un significato importante. Ricordo, per esempio, di camminare per le strade sterrate nella remota provincia di Hue. Per il nostro viaggio in Vietnam ci siamo spesso affidati a una qualche agenzia turistica, che ci accostava una guida locale. In alcuni casi non era possibile fare altrimenti, poiché esiste il rischio di incappare in qualche mina inesplosa degli anni ’70.

Ci hanno raccontato che talvolta animali selvatici o d’allevamento, ma anche purtroppo bambini che giocano nei campi, ne subiscono lo scoppio. Questa volta, vuoi per l’ennesimo prezzo turistico proibitivo, vuoi perché ci trovavamo in un luogo dai percorsi ben indicati, abbiamo deciso di visitare in autonomia un’area che è rimasta per sempre impressa nella mia mente e nel mio cuore.

Le alluvioni cancelleranno la storia?

Ci trovavamo proprio nella provincia di Quảng Trị (dove si trova l’edificio militare di cui abbiamo parlato nel paragrafo precedente), sopra al complesso di tunnel dove gli abitanti del villaggio di Vịnh Mốc e le loro famiglie si sono nascosti per anni dalle bombe americane. Sono scesa passando per una delle porte, ma dopo qualche passo ho desistito. Il passaggio era stretto, buio, e trasudava una storia orrenda, il cui peso era troppo grande per le mie deboli e viziate spalle occidentali.

Decido quindi di rimanere all’esterno, percorrendo il perimetro dell’ormai inesistente villaggio. A un certo punto, inaspettatamente, scorgo a lato del sentiero un cratere gigantesco, triste residuo di una di quelle bombe mortifere da cui le persone si nascondevano. Ho capito allora che, in una tale situazione, non poteva esserci passaggio troppo stretto, né troppo buio per evitare di accamparvisi per giorni e anni. Quei tunnel che io ho codardamente evitato simboleggiavano la vita in un mondo di morte, la salvezza nel pericolo, la speranza nella paura.

Mi immagino, adesso, quei tunnel intasati dal fango e quel cratere colmo d’acqua. Penso che sarà impossibile per chiunque visitare Vịnh Mốc da qui a molto tempo. Ecco cos’altro sarà sommerso dalle alluvioni e dai cambiamenti climatici: la storia. E con lei le paure, le ingiustizie e, quindi, gli insegnamenti che la accompagnano.