La Scozia ha dichiarato lo stato di emergenza climatica

28 Aprile 2019. Un giorno che potrebbe passare alla storia. Per la prima volta il Primo Ministro di uno Stato europeo ha dichiarato che il suo paese, la Scozia, si trova in uno stato di “emergenza climatica”. A dare la svolta è stato proprio l’incontro di Nicola Sturgeon con i giovani attivisti di Fridays For Future. “Qualche settimana fa ho incontrato alcuni dei giovani attivisti che hanno scioperato per accrescere la notorietà dei problemi legati ai cambiamenti climatici. Vogliono che i governi di tutto il mondo dichiarino l’emergenza climatica. E hanno ragione”. Queste alcune delle parole della Sturgeon che potrebbero rappresentare una svolta nel panorama ambientalista.

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Foto dell’isola di Skye, in Scozia

La Scozia potrebbe non esser la sola a dichiarare l’emergenza climatica

Il paese anglo-sassone non è nuovo ad una dimostrazione di sensibilità verso il problema. La prima ministra infatti aveva già dichiarato l’obiettivo del paese di diventare carbon-neutral entro il 2050 favorendo, tra le altre cose, anche la vendita di macchine elettriche. La scelta della Surgeon segue quella di diversi comuni inglesi, anch’essi nella cerchia delle realtà che hanno dichiarato lo stato di emergenza climatica, soprattutto dopo le proteste che hanno bloccato le strade di mezzo paese organizzate da Extinction Rebellion.

Nel frattempo, secondo la BBC, il partito laburista inglese dovrebbe fare pressione sul governo britannico per seguire la Scozia con una dichiarazione ufficiale che dovrebbe essere sulla falsa riga di quella scozzese. “Dobbiamo iniziare a fare i conti con le nostre responsabilità.” – ha aggiunto Nicola Sturgeon – “La Scozia è già tra i migliori paesi al mondo nella lotta al cambiamento climatico. Dobbiamo continuare ad essere da esempio. Gli obblighi che abbiamo nei confronti delle future generazioni sono i più importanti che ci portiamo dietro.

La prima di una lunga serie?

Il Comitato sui Cambiamenti Climatici scozzese dovrebbe pubblicare un nuovo report in settimana, in cui verranno presentati i risultati dei target di emissione effettivamente raggiunti. “Se il Comitato ci dirà che possiamo accelerare e fare meglio rispetto a quanto precedentemente pianificato lo faremo”. Tra le misure attuate dalla Sturgeon c’è anche la messa al bando delle attività di fracking in tutto il territorio nazionale. Questa è infatti una procedura di ricerca di petrolio o gas molto invasiva che distrugge chilometri di sottosuolo. Anche la Gran Bretagna dovrebbe provvedere ad applicare lo stesso divieto molto presto. 

Parole di conforto sono arrivate anche dal Ministro dell’Energia scozzese, un’istituzione che è presente nella maggior parte dei paesi occidentali ma non in Italia, Paul Wheelhouse: “Il dibattito sui cambiamenti climatici è urgente e il governo ha il dovere di rispondere in modo responsabile per lasciare accesa la luce della speranza”. Questo avvenimento storico avviene a breve distanza dalla nascita ed espansione di grandi movimenti ambientalisti internazionali come FridaysForFuture ed Extinction Rebellion. Un’ulteriore conferma della forza di queste proteste che sono riuscite ad ottenere risultati mai visti prima in tema di ambiente. E allora non ci resta che continuare a fare sentire la nostra voce. La Scozia e l’Inghilterra non hanno potuto fare a meno di cedere al diffuso desiderio di cambiamento dei loro cittadini. Sperando che le loro azioni non smentiscano la parola data. Chissà che non possa accadere lo stesso anche in tutto il resto del mondo.

Spreco alimentare: arriva l’app che salva il cibo dalla spazzatura

Si chiama TooGoodToGo ed è stata fondata nel 2015 a Copenaghen. Ad oggi può contare su più di 8 milioni di utenti che aiutano l’azienda a combattere uno dei problemi più trascurati della società di oggi: lo spreco alimentare. Solo in Italia ogni anno più di 10 milioni di tonnellate di cibo finiscono nel cestino dell’immondizia senza essere consumate. Sono circa 317 kg al secondo. Tradotto in Euro significa gettare 17 miliardi l’anno nella spazzatura. A livello mondiale circa 1/3 del cibo prodotto viene sprecato.

Nonostante non finiamo per consumarli, questi alimenti necessitano comunque di risorse per essere prodotti e, di conseguenza, contribuiscono alle emissioni di gas serra con un peso dell’8% sul totale dei gas ad effetto serra antropogenici immessi ogni anno in atmosfera. Insomma, non solo utilizziamo in maniera poco efficiente le risorse già eccessivamente stressate del pianeta producendo enormi quantità di carne e latticini, ma finiamo anche per buttarli nella spazzatura.

I numeri della piattaforma

L’app, da qualche settimana disponibile negli store italiani, è già stata lanciata in diversi paesi dell’Unione Europea prevenendo l’immissione in atmosfera di 25.541 grammi di CO2 che si sarebbero invece generati con lo smaltimento dei rifiuti. L’idea nasce quando, dopo aver partecipato ad una cena a buffet, i fondatori hanno visto enormi quantità di cibo ancora buono finire nella spazzatura.

In quel momento è scattato qualcosa in loro, che hanno quindi deciso di mettere mano al problema. L’ambizione, si legge su loro sito, è quella di arrivare ad “un mondo senza sprechi scommettendo sul potere delle persone”. I risultati sono più che soddisfacenti. La startup sta crescendo “alla velocità della luce” e ad oggi rappresenta la più importante realtà di riduzione del surplus alimentare al mondo.

Combattere lo spreco alimentare: come funziona TooGoodToGo

Combattere lo spreco alimentare non è mai stato così facile. Basterà scaricare l’app o registrarsi sul loro sito web, geolocalizzarsi e controllare quali siano le attività che aderiscono all’iniziativa nella tua zona. Allo stesso tempo i commercianti immettono nella piattaforma degli annunci per delle “Magic Box” che avranno un prezzo variabile dai 2 a 6 euro. L’utente può prenotarne una, e pagarla, tramite un click e recarsi al punto vendita per il ritiro. Già dal momento del lancio la soluzione è stata adottata da Carrefour Italia, dai ristoranti biologici EXKi e da Eataly, presso il punto vendita di Milano Smeraldo. Ed è proprio nel capoluogo lombardo che TooGoodToGo ha iniziato a concentrare la sua attività, con l’obiettivo di espandersi in tempi brevi in tutta la penisola.

https://www.youtube.com/watch?v=MLiArpuQV74

Il consiglio, per chi non risiede nell’area milanese, è di giocare d’anticipo e controllare l’app già da ora, caso mai volesse sorprenderci. Se invece foste a conoscenza di qualche commerciante a cui potrebbe fare comodo ridurre lo spreco alimentare del proprio negozio, gli basterà contattare l’azienda tramite l’apposito form presente nel sito web ed il gioco è fatto. Vince il consumatore, che acquista cibo a prezzo ridotto, il commerciante, che non è più costretto a gettare le eccedenze nella spazzatura, e, soprattutto, il nostro caro ambiente.

Trovate microplastiche nell’aria. E probabilmente le respiriamo

Non più soltanto nei mari e nei fiumi, ai lati delle strade cittadine, nei sentieri di montagna, nei boschi. Adesso le microplastiche si trovano anche nell’aria. E, quindi, definitivamente ovunque. Lo ha dimostrato uno studio di Nature Geoscience pubblicato pochi giorni fa. Tutto è nato in seguito al ritrovamento di microplastiche sia nei corsi d’acqua che sul suolo nella regione di Vicdessos, sui Pirenei Francesi. Nessuno però si è mai chiesto da dove provenissero. L’area in questione è quasi isolata, tanto che per molti chilometri non vi sono attività industriali, i villaggi sono pochi e molto piccoli. Di tanto in tanto si può incontrare qualche camminatore o sciatore. Era quindi strano che una tale quantità di microplastiche potesse provenire da loro.

Origine nei prodotti monouso

La scienziata coautrice dello studio Deonie Allen ha avuto un’ illuminazone: dovevano concentrarsi non sul terreno, bensì sull’aria. Hanno quindi sfruttando l’attrezzatura di misurazione atmosferica già presente nei Pirenei e analizzato i campioni d’aria raccolti durante oltre cinque mesi. Con non troppa sorpresa, hanno rilevato nell’atmosfera esattamente gli stessi materiali che si trovavano sul suolo, ovvero fibre di plastica di dimensioni diverse. La maggior parte erano polistirolo, polietilene e polipropilene, che sono tutti comuni nei prodotti monouso come borse e contenitori per alimenti.

A questo punto era chiaro che le microplastiche, trovandosi nell’aria, potessero essere anche trasportate dal vento da un luogo all’altro e quindi raggiungere anche luoghi in cui mai ci si aspetterebbe di trovare della plastica, o almeno non in tali quantità. Un altro triste risultato emerso dallo studio infatti è che le microplastiche di dimensioni inferiori sono anche quelle maggiormente presenti. Questo avviene in quanto il vento trasporta più facilmete i frammenti piccoli e leggeri.

Il viaggio aereo delle microplastiche

Ma quello che più interessava gli scienziati di Nature era capire da dove provenissero precisamente queste microplastiche. Ebbene, utilizzando dei modelli computazionali delle correnti atmosferiche, sono stati in grado di rilevare le direzioni delle correnti e, quindi, delle microplastiche. Anche se questo tipo di misurazione è stato possbile soltanto su scala regionale, dagli studi è emerso che le miscroplastiche hanno iniziato il loro viaggio aereo non dai piccoli villaggi vicini, bensì da 100 kilometri di distanza.

È quindi ufficiale: la plastica viene trasportata anche dal vento e può essere ovunque, anche nel luogo più remoto della terra. Lo studio ovviamente non può fermarsi qui. Secondo gli autori dello studio sarà anche interessante scoprire come le microplastiche si comportano in diverse condizioni atmosferiche e in diverse parti del mondo. Ma la cosa più importante sarà capire quante di queste microplastiche presenti nell’atmosfera potremmo inalare giorno dopo giorno. Se infatti queste si possono trovare nell’aria potenzialmente pura di un’isolata strada di montagna, possiamo solo immaginare quante ve ne siano nei pressi delle nostre città.

Smartphone ecologico: oggi c’è Fairphone

smartphone ecologico

L’azienda Fairphone ha sede in Olanda e ha già commercializzato due versioni dello smartphone ecologico, vendendo centinaia di migliaia di telefoni. La missione è quella di fornire un prodotto di qualità che possa durare molto di più di uno smartphone “tradizionale”, a volte prodotto appositamente per avere vita breve. I materiali che vengono utilizzati per produrlo sono riciclati oppure provenienti da una filiera certificata come sostenibile. Come se non bastasse, Fairphone ha una particolare attenzione anche verso le condizioni dei lavoratori, un fattore che spesso non è riscontrabile nelle fabbriche delle altre marche più conosciute, le quali non esitano ad avvalersi di manodopera a bassissimo costo, orari di lavoro disumani e, nei casi peggiori, anche sfruttamento minorile.

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Numeri di una follia

La nostra malattia di consumo di apparecchi elettronici sta degenerando. Si stima che oggi, nel mondo, siano già stati venduti più di 7 miliardi di smartphone. Una cifra enorme se si pensa che prima di 7 anni fa le persone ad averne uno erano in netta minoranza. Come tutti i fenomeni che prendono piede su larga scala, e che non vengono regolati a dovere, anche in questo caso ci sono degli effetti collaterali di cui è una delle vittime è l’ambiente.

Ognuno di questi dispositivi è infatti composto da una parte di materiali reperibili solo in miniera e con processi di lavorazione che lo rendono, al pari di moltissimi altri oggetti tecnologici, uno dei beni con più alto impatto ambientale di tutti. Se a questo aggiungiamo il nostro incontrollabile desiderio di essere “alla moda” ed un conseguente consumo eccessivo di questi prodotti, non è difficile immaginare perché all’ambiente questo non piaccia affatto.

Perchè scegliere un Fairphone

Per rendere così efficienti dei dispositivi così piccoli è necessario ricorrere all’utilizzo di diversi minerali che rendono quindi lo smartphone un oggetto ad alto impatto ambientale. Su tutti il Coltan, di cui troviamo i principali giacimenti in Congo e Brasile. La creazione di queste miniere, così come di tutte le operazioni atte ad estrarre delle risorse naturali dal sottosuolo, possono difficilmente essere considerate sostenibili. Stesso discorso per cobalto, carbonio, alluminio e, ovviamente, litio.

L’estrazione, il trasporto, la lavorazione ed infine lo smaltimento di tutti questi elementi è un problema non da poco in termini di sostenibilità, soprattutto se si considera l’altissimo tasso di ricambio di questi oggetti da parte della collettività. Se ai problemi ambientali aggiungiamo quelli dello sfruttamento dei lavoratori nelle miniere, possiamo renderci conto di quale sia il vero costo di uno smartphone che, alla fine del suo lungo viaggio, viene venduto per qualche centinaio di euro. Attenzione allo smaltimento che, se non effettuato in modo corretto come avviene nella maggior parte dei casi, va ad immettere materiali altamente tossici nell’ambiente che ci circonda.

I costi esternalizzati degli oggetti tecnologici

Cogliamo l’occasione per dare una regola generale quando si fanno acquisti. A un prezzo basso sul mercato corrisponde quasi sempre un riversarsi di questi costi sull’ambiente o sui lavoratori, a meno che non sia la materia prima in sé per sé ad essere particolarmente economica. Per rendersene conto basta recarsi in un qualsiasi punto vendita della grande distribuzione del settore tecnologico, e non solo. Camminando tra gli scaffali degli utensili da cucina vi magari vi imbattete in un frullatore a immersione da 10 euro.

Fermatevi un attimo e riflettete. Quell’oggetto proviene verosimilmente dalla Cina o da un altro paese dove la manodopera costa meno. Se provate a scomporlo noterete che l’oggetto è composto da diverse parti e da materiali tra loro eterogenei. C’è la presa per la corrente, la testa con le lame ed infine il motore vero e proprio composto da chissà cosa. Il tutto ovviamente rivestito di plastica.

Servono più modelli come Fairphone, lo smartphone ecologico

Tutti questi materiali sono stati prodotti, probabilmente senza rispettare gli standard ambientali minimi, in diverse parti del mondo per poi essere trasportati nella fabbrica dove degli operai, sottopagati e sfruttati, o delle macchine hanno assemblato il tutto. Dopo di che il frullatore è stato inserito nel suo packaging, di solito ancora in plastica, per poi essere spedito in Italia ed infine smistato nel punto vendita. Dal prezzo che tu paghi per acquistarlo il venditore deve anche riuscire ad avere un margine di guadagno sufficiente a pagare i commessi e tutte le altre spese di gestione del punto vendita.

Com’è possibile? A pagare quello che non stai pagando tu sarà, nella maggior parte dei casi, o l’ambiente o il lavoratore sfruttato. Oppure entrambi. Giusto o no? Ad ognuno le proprie opinioni, ma vale la pena rifletterci un attimo.

Quanto costa un Fairphone e dove comprarlo

Il Fairphone 2, quello attualmente disponibile, è uno smartphone ecologico con un costo di circa 590 euro. Un prezzo che sembra alto, ed effettivamente lo è se si prendono in considerazione le prestazioni del telefono, che sono paragonabili a modelli di fascia più bassa – che comunque a nostro modo di vedere sono più che sufficienti. Per chi volesse esagerare è possibile anche acquistarne uno ricondizionato a 299 Euro, al momento l’unico disponibile. Il modo migliore è quello di acquistare dal loro sito web, ma in Italia è stato distribuito anche da MediaWorld.

https://www.youtube.com/watch?v=6DW733G76BY

Ma la vera idea innovativa del prodotto sta nella sua progettazione. Il Fairphone è infatti assemblato in modo da far sì che possa durare praticamente in eterno. Il telefono è molto facilmente smontabile, anche da un principiante, proprio affinchè, in caso di guasto, il consumatore possa recarsi sul sito web dell’azienda ed ordinare il pezzo di ricambio che sarà poi in grado di montare da solo. Noi, per sicurezza, una mano da un esperto ce la faremmo dare, almeno le prime volte, ma per chi è appassionato del fai da te non sarà un problema aggiustarsi il proprio Fairphone.

Quindi, come comportarsi?

La prima regole per gli smartphone, così come per tutti gli oggetti tecnologici, è quella di cercare di farli durare il più a lungo possibile. In caso di guasto è sempre consigliabile tentare la riparazione. Quando invece siamo proprio costretti a disfarcene vale la pena fare il famoso “miglio in più” per smaltirlo in modo corretto. MediaWorld, ad esempio, si occupa del recupero degli oggetti tecnologici e sarà quindi sufficiente recarsi in un loro punto vendita per destinare il rifiuto, appartenente alla categoria “speciali” e quindi considerato altamente tossico, ai canali di riciclo o smaltimento più adeguati.

Spesso questi oggetti vengono infatti ricondizionati e rivenduti a prezzo minore, oppure smaltiti in modo corretto in delle apposite filiere. Un ulteriore consiglio è anche quello di valutare gli oggetti ricondizionati anche in fase di acquisto, dato che avranno un impatto ambientale nettamente minore di uno nuovo e riscontrano anche una grande convenienza nel prezzo. Insomma consumate di meno, magari in modo più etico, e riciclate di più. L’ambiente ve ne sarà grato.

Extinction Rebellion: più di 1.000 arresti in Inghilterra

In Italia nessuno ne parla ma in questi giorni in Inghilterra sta avendo luogo la più grande “disobbedienza civile mai registrata nella storia recente del Regno Unito”. Queste le parole con cui il Guardian descrive ciò che sta succedendo da più di una settimana a questa parte. Già vi avevamo parlato di Extinction Rebellion, un movimento ambientalista di protesta contro le inazioni dei governi verso i cambiamenti climatici.

Il 15 aprile scorso è iniziata la “Rebellion Week” che verrà portata avanti “ad oltranza”. Queste le parole degli organizzatori che hanno messo assieme una serie di azioni non violente mirate ad accrescere l’attenzione dei politici verso un tema che non può più essere ignorato. Il risultato? 1.000 arresti. Ma anche la comparsa di Greta Thunberg durante le manifestazioni ed un successivo incontro tra la piccola attivista svedese e i rappresentanti del governo inglese (qui il suo discorso completo).

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I blocchi delle strade da parte di Extinction Rebellion

Una delle azioni più partecipate è stato il blocco di diverse strade da parte dei manifestanti. Su tutte quella di Waterloo Bridge, a cui hanno preso parte in migliaia. I “ribelli” hanno occupato una delle sponde del ponte, bloccando il traffico e portando avanti un sit-in che è durato fino a domenica pomeriggio. A poco sono serviti gli interventi da parte della polizia locale, data la disponibilità da parte dei protestanti ad essere arrestati in onore della causa.

Non ci sono stati episodi di violenza di nessun tipo e nonostante la portata degli eventi oltremanica non se n’è parlato più di tanto nel continente. Forse, proprio i politici, temono un diffondersi del movimento che li costringerebbe ad iniziare a fare realmente qualcosa per contrastare i cambiamenti climatici.

Il “die-in” del Museo di Storia Naturale

Tra gli altri atti di protesta uno di quelli che ha destato più clamore, dopo i blocchi delle strade, è stato il “die-in” tenutosi al “Natural History Museum” di Londra. Con questo termine gli attivisti definiscono un’azione coordinata che consiste nel vedere un gruppo di persone sdraiate per terra che simulano la propria morte, esponendo cartelli di denuncia simili a quelli che abbiamo potuto vedere durante le svariate manifestazioni dei FridaysForFuture. Eventi analoghi si sono tenuti anche ad Oxford Circus e in tante altre località in Inghilterra e nel mondo. Nella giornata di giovedì 18 Aprile i membri di Extinction Rebellion hanno anche bloccato un treno che stava trasportando carbone nella città di Brisbane.

Cosa vuole Extinction Rebellion

Il movimento Extinction Rebellion è nato circa 6 mesi fa proprio nel Regno Unito. Le richieste sono piuttosto semplici: più trasparenza da parte delle istituzioni sui veri rischi legati al cambiamento climatico, più azione da parte dei governi per contrastarlo e un passaggio alle economie carbon free entro il 2025. Nel giro di pochi mesi si sono formati diversi gruppi locali in svariate parti del mondo.

Anche in Italia è nata una delegazione che ha già iniziato a riunirsi e ad operare in città come Milano o Roma. Ad appoggiare le iniziative ovviamente c’è anche Greta Thunberg. Durante la sua visita nella capitale inglese, che ha succeduto quella in Italia, Greta non ha esitato ad incoraggiare i protestanti a continuare la propria battaglia. Mentre la polizia continua ad arrestare i manifestanti l’organizzazione continua la sua ribellione pacifica. “Fino a quando sarà necessario”.

 

Sbiancamento dei coralli: il piano per salvarli arriva dalla Florida

Lo sbiancamento dei coralli è uno dei principali problemi che colpisce gli oceani come effetto dei cambiamenti climatici. Come già approfondito in un altro articolo del blog, gli oceani sono, insieme alle foreste, l’ecosistema più importante per il pianeta. E stiamo facendo il possibile per minarne la salute.

I coralli sono tra gli indicatori più credibili dello stato di salute dei mari, e i dati sono abbastanza chiari. Dal 2014 al 2017 la loro popolazione è infatti calata vertiginosamente per colpa del fenomeno dello sbiancamento, che si verifica principalmente a causa del surriscaldamento delle acque degli oceani. Il risultato è l’espulsione da parte del corallo, che altro non è che un insieme di piccolissimi polipi, dell’alga che custodisce al suo interno e da cui ottiene nutrimento grazie alla sua fotosintesi. Essendo inoltre proprio l’alga ad attribuire colore alla struttura, una sua scomparsa repentina finisce per sbiancare lentamente il tratto di barriera interessato.

Alcuni dati sullo sbiancamento dei coralli

Secondo la NOAA, il più autoritario ente di raccolta dati sul tema, nel 2016 lo sbiancamento dei coralli aveva già colpito il 30% degli esemplari a livello mondiale, un numero destinato a crescere di pari passo con l’aumentare degli effetti dei cambiamenti climatici. In alcune aree, in particolare quelle colpite da cicloni o tornado e in alcune zone del Golfo del Messico, la percentuale sale al 97%. Il corallo sbiancato molto difficilmente riesce a ristabilirsi.

Al contrario, nella maggior parte dei casi finisce per sopperire al cambiamento di temperatura del proprio habitat causato dalle nostre attività. Questo genera problemi sotto diversi punti di vista. Il principale riguarda l’equilibrio dell’ecosistema. La barriera corallina è infatti fonte di nutrimento per tantissime specie di pesci e fonte di riparo dai predatori per altri. Ad una morte, quindi, della superficie della barriera corallina corrisponde un declino della quantità di vita marina di quell’area con delle conseguenze, anche economiche, sulle comunità limitrofe.

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Una fabbrica di coralli potrebbe salvarci

Ken Nedimyer è un americano di 56 anni. Sin da quando era piccolo si dedicava allo snorkeling e non dimenticherà mai la prima volta in cui è entrato in contatto con una barriera corallina in Florida: “era semplicemente il posto più magico che io avessi mai visto. Era un tripudio di vita e di pesci, una gioa per gli occhi”. Col tempo Ken ha iniziato ad assistere al fenomeno di sbiancamento dei coralli che ha colpito l’area delle Florida Keys, e non ha potuto fare a meno di cercare una soluzione.

Nel 2007 fonda la Coral Restoraion Foundation, con lo scopo di “installare” una nuova barriera corallina al largo della Florida dove gran parte dei coralli sono andati perduti. Attraverso una serie di esperimenti in laboratorio e partendo da piccoli frammenti di coralli ancora vivi, il suo staff è riuscito poco a poco a far crescere sempre più esemplari in delle apposite vasche. Una volta assodata la possibilità di “allevare” queste specie, ed attraverso altri esperimenti, ha iniziato a trapiantare i coralli in mare.

Coral Restoration Foundation: la speranza della barriera corallina

Questo geniale esperimento non può far altro che darci speranza per il futuro. I coralli sono fondamentali per la vita in mare. Una loro eventuale scomparsa avrebbe delle enormi conseguenze sotto diversi punti di vista. I coralli infatti, oltre che essere fondamentali per la vita in mare, fungono anche da barriera naturale contro tornado e tsunami. Due fenomeni che diventeranno sempre più comuni con l’avanzare dei cambiamenti climatici.

Allo stesso modo sono di grande aiuto per le economie delle zone limitrofe. Costituiscono infatti una fonte di sostentamento per il pesce che viene poi pescato, sia come fonte di turismo. Data la complessità biologica della composizione di una barriera corallina quanto sta accadendo ha del miracoloso. Non è facile infatti determinare quale sia la giusta combinazione di specie ed altrettanto difficile è trapiantarle da una vasca al loro habitat naturale. Un chiaro esempio di come la tecnologia e il progresso, se finalizzata a scopi nobili, può essere fondamentale per il recupero di ecosistemi ormai sull’orlo del collasso. Con la speranza che il mondo si popoli di un sempre maggior numero di persone come Ken.

Greta Thunberg a Roma oggi: il video del discorso e la traduzione

“Con Greta salviamo il pianeta”. E’ lo slogan che urlavano a squarciagola le 25mila persone che si sono presentate stamattina in Piazza del Popolo a Roma. Una folla che ha accolto con entusiasmo e grandi aspettative Greta Thunberg, che con il suo viso calmo, sorridente e determinato alle 13:00 è salita sul palco, quest’ultimo alimentato per l’occasione solo da energia motrice.

Vi erano infatti 120 biciclette che animavano il generatore. Un’ idea di Andrea Satta dei Tetes de Bois, un gruppo musicale che prima dell’arrivo di Greta ha presentato la sua nuova canzone, ispirata proprio alle parole dell’attivista svedese. Il suo discorso è stato toccante e qui lo riportiamo integralmente tradotto:

Il discorso di Greta

Greta Thunberg sul palco di Piazza del Popolo a Roma

“L’umanità si trova a un bivio. ora dobbiamo decidere quale strada prendere. Dobbiamo decidere come vogliamo che siano le future condizioni di vita di tutte le specie. Noi siamo qui oggi perché abbiamo scelto il percorso da prendere, e ora dobbiamo aspettare che gli altri seguano il nostro esempio. Mentre viaggiavo per parlare nei diversi Paesi sono sempre stata disponibile a scrivere riguardo alle politiche climatiche specifiche per ogni Nazione. Ma questo non è del tutto necessario, perché il problema di fondo è lo stesso ovunque: non è stato fatto nulla per fermare o almeno rallentare la crisi climatica ed ecologica.

Negli ultimi sei mesi milioni di studenti hanno scioperato per il clima, ma nulla è cambiato. Le emissioni infatti stanno ancora aumentando e, onestamente, non vedo all’orizzonte nessun cambiamento politico. Questo è il motivo per cui dobbiamo prepararci, perché questo richiederà molto tempo. Non ci vorranno settimane, non ci vorranno mesi, ma ci vorranno anni.

Noi giovani non stiamo sacrificando la nostra educazione e la nostra adolescenza perché gli adulti e i politici ci dicano cosa loro considerano essere politicamente possibile in un società che loro hanno creato. Non siamo scesi in strada perché loro si facciano i selfies con noi e dirci che ammirano moltissimo quello che facciamo. Noi giovani lo facciamo per svegliare gli adulti, perché vogliamo che agiscano, perché vogliamo riavere le nostre speranze e i nostri sogni. Non siamo noi ad aver creato questa crisi. Noi siamo semplicemente nati in un mondo in cui vi era già una crisi che per anni è stata ignorata. E ora abbiamo deciso di agire contro di essa, perché ci hanno sempre nutriti con bugie e promesse infrante”.

Non siamo noi ad aver creato questa crisi. Noi siamo semplicemente nati in un mondo in cui vi era già una crisi che per anni è stata ignorata. E ora abbiamo deciso di agire contro di essa, perché siamo sempre stati nutriti con bugie e promesse infrante”.

Tante iniziative, un solo obiettivo

Durante tutta la mattina l’atmosfera in Piazza del popolo è stata gioviale, con musica, canti, balli ed esposizioni di arti visive nei quattro gazebo presenti nella piazza. Il tutto, ovviamente, a tema ambientale. Un filo conduttore non solo metaforico, ma realmente presente. Il cosiddetto “filo per il clima”, infatti, è una corda che collega i quattro gazebo e il palco, dove le persone possono attaccare con una molletta di legno dei foglietti con i loro pensieri, riflessioni e aspirazioni riguardo al clima.

Tutto molto bello, insomma, anche se, anche grazie al discorso di Greta, non si è perso di vista l’obiettivo principale: quello di chiedere alle istituzioni, ai politici, i governi di agire, per garantire ai giovani di tutto il mondo il futuro che desiderano .

Econews: le principali notizie del 18 Aprile

L’Onu lancia l’allarme rifiuti elettronici

Durante una riunione tenutasi a Ginevra nei giorni scorsi, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro delle Nazioni Unite ha messo al centro al dibattito la necessità di investire nelle infrastrutture necessarie ad una gestione virtuosa dei rifiuti, in particolare di quelli elettronici che a causa della complessità dei materiali di cui sono composti hanno un impatto ambientale decisamente maggiore. Saremo colpiti “da uno tsunami di rifiuti elettronici” e occorre farsi trovare pronti. Ogni anno ne vengono generati circa 50 milioni di tonnellate all’anno, di cui solo il 20% finisce per essere riciclato tramite i canali ufficiali. Eppure si stima che il valore di questi rifiuti si attesti intorno ai 55 miliardi di euro.

Agricoltura: firmato il decreto Piano Invasi per le risorse idriche

Ad annunciarlo è il Ministro Gian Marco Centinaio. Il piano ha concesso finanziamenti per 260 milioni di euro, indirizzati principalmente alla bonifica delle riserve idriche ed al miglioramento delle infrastrutture irrigue. Il documento si aggiunge all’approvazione del primo Piano straordinario invasi, adottato a Dicembre 2018.

Greta Thunberg invitata in Senato: “Se si vuole agire i mezzi si trovano”

Durante la sua permanenza in Italia la giovane attivista svedese è stata invitata a tenere un discorso anche di fronte al Senato. L’incontro è avvenuto in una sala Koch gremita in ogni ordine di posto. La Presidente del Senato Elisabetta Casellati ha voluto ringraziare Greta con queste parole: “Senza te, senza il tuo coraggio, senza il tuo esempio , cara Greta, la strada per portare i temi ambientali al centro del dibattito politico internazionale sarebbe stata più difficile e tortuosa”. La giovane Thunberg non ha avuto peli sulla lingua neanche questa volta: “ “Kennedy disse ‘andiamo sulla Luna’ e dopo qualche anno ci si andò. Notre Dame è andata a fuoco e in poche ore si sono trovati i soldi per ricostruirla. Quando vogliamo fare una cosa, i mezzi li troviamo. Il problema è che nulla viene fatto per fermare la distruzione del clima”.

Assoambiente: “Le discariche italiane saranno piene entro due anni”

L’allarme è stato lanciato. Assoambiente, durante la presentazione dei risultati di un loro studio, ha dichiarato che entro massimo due anni tutte le discariche italiane saranno colme fino all’orlo. La situazione peggiore è al sud, già in emergenza, ma anche il centro Italia rischia di rimanere senza spazio per i propri rifiuti entro un anno.

L’energia è a pedali con Hans Free Electric

Rimettersi in forma, risparmiare sulle bollette e fare del bene al pianeta, tutto in un’ora. Manoj Bhargava, un imprenditore di origini indiane diventato miliardario per l’invenzione di un energy drink, ha reso tutto questo possibile inventando Hans Free Electric, una sorta di bicicletta simile a una cyclette da palestra che permette di creare energia elettrica pedalando.

Come funziona?

Il meccanismo consiste nella trasformazione dell’energia cinetica in energia elettrica, la quale viene immagazzinata in una batteria ed è quindi utilizzabile in qualunque momento: una sorta di elettricità on demand senza pagare bollette o comprare carburante. A differenza dei pannelli solari o le pale eoliche, inoltre, non serve aspettare che il sole splenda o che il vento soffi, ma siamo noi che decidiamo quando e quanta energia produrre.

Aiutare il mondo aiutando gli altri

Una pedalata di circa un’ora con Hans Free Electric fornisce l’energia elettrica necessaria per illuminare un’intera casa rurale per 24 ore. L’intenzione di Manoj Bhargava, infatti, è soprattutto quella di aiutare le popolazioni che non possono permettersi l’energia elettrica, per esempio i contadini del terzo mondo, e di accedere ai servizi per noi ormai scontati come l’utilizzo del cellulare, il computer e il televisore, per non parlare dell’illuminazione e del riscaldamento della casa, o ancora usufruire di acqua calda e cuocere il cibo senza dover bruciare legna, kerosene o carbone.

“La parte dell’umanità che voglio davvero aiutare – ha affermato Bhargava in un’intervista – non sono le persone ricche, ma quelli meno fortunati in termini di benessere. A loro serve la stessa cosa che serve a noi, ovvero avere una vita dignitosa e prendersi cura della famiglia”.

Un prezzo relativo

Inizialmente Hans Free Electric aveva un costo di 200-250 dollari, ma con il tempo è stata perfezionata e resa più efficiente, così che anche il suo costo è sceso a 190 dollari. Per noi può non sembrare molto se pensiamo a quanto si spende all’anno di bolletta elettrica, che per una famiglia di quattro persone oscilla tra i quattrocento e i milleduecento euro. Per le popolazioni meno abbienti, però, Hans Free Electric ha un costo ancora troppo elevato. Nel marzo 2016 Bhargava ha quindi inviato in India 25 biciclette destinate a famiglie di contadini, piccole imprese, istituti sanitari e scuole dove non arriva corrente elettrica. Come ha affermato Bhargava “molti dicono che queste popolazioni hanno bisogno di educazione. Ma se non hanno acqua ed elettricità, l’educazione non li aiuterà”.

https://www.youtube.com/watch?v=sqwdvwxJPsQ
Hans Free Electric in India

Non solo energia

Bhargava, però, non si è fermato qui ed ha brevettato altri importanti oggetti in grado di migliorare il mondo, come un depuratore di acqua piovana, cosiddetto “RainMaker”, e “Renew”, un dispositivo medico che aiuta il sangue a circolare. Nel documentario Billions in change del 2015 si possono conoscere più nel dettaglio queste tre importanti e onorevoli invenzioni.

https://www.youtube.com/watch?v=YY7f1t9y9a0
Documentario

Sito ufficiale: https://billionsinchange.com/solutions/free-electric-past/

Fridays For Future: venerdì Greta sarà a Roma

Finalmente è iniziato il countdown. Venerdì 19 Aprile Greta Thunberg scenderà in piazza a Roma, insieme ai manifestanti di Fridays For Future Italia. La giovane svedese, che già dopo le manifestazioni del 15 marzo aveva espresso il suo apprezzamento per la grande partecipazione mostrata dagli studenti italiani,nelle scorse settimane ha presenziato anche ai cortei che si sono tenuti a Berlino e in Belgio, per mostrare il suo supporto a chi ha deciso di seguire il suo esempio.

La visita in Italia avviene come tappa supplementare di un viaggio, ovviamente via terra, che l’ha portata a parlare anche di fronte all’Unione Europea e che oggi l’ha portata ad incontrare il Papa in Vaticano. Il ritrovo sarà in Piazza del Popolo alle ore 10. Un’occasione più unica che rara per stare con chi, forse, sarà il simbolo della rivoluzione ecologica più importante della storia. Per l’occasione il palco centrale sarà alimentato dalle biciclette dei manifestanti.

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Fuori il report della prima assemblea nazionale di Fridays For Future Italia

In vista dell’arrivo della giovane attivista, e con un occhio puntato al secondo sciopero globale indetto per Maggio, i rappresentati delle divisioni locali del movimento si sono riuniti a Milano. L’incontro è servito a stabilire una serie di linee guida comuni a tutto il movimento italiano. Dopo la conferenza, a cui hanno preso parte anche scienziati di grande caratura, è stato pubblicato un documento di sintesi consultabile al link.

Durante questo incontro, il primo dal vivo, sono state valiati diversi piani d’azione per lo sciopero del prossimo 24 maggio. Si è anche programmata la prossima assemblea nazionale che si terrà a Settembre a Napoli. Sono state 104 le città rappresentate, per un totale di presenza che si aggira intorno alle 500 persone. Per “avviare un il percorso costituente di un movimento globale, pacifico, apartitico e contro ogni forma di discriminazione”.

Al via anche la International Rebellion Week

Già vi avevamo parlato anche di un altro movimento ambientalista transnazionale che sta prendendo piede in Europa e non solo: Extinction Rebellion. Il 15 marzo, a Londra ed in altri 55 paesi, è iniziata la International Rebellion Week. I vari gruppi di attivisti dislocati per le varie città hanno attuato, e continueranno a farlo, delle azioni di protesta per “ribellarsi all’estinzione”. Già disponibili tramite i loro canali social le prime immagini, tra le quali una visita non troppo gradita alla sede londinese della Shell colpevole di “essere consapevole prima di tutti dei rischi legati allo sviluppo di un’econoimia basata sulle fonti fossili”.

La protesta continuerà almeno per una settimana. Ma alcuni esponenti del movimento hanno dichiarato che la “ribellione” continuerà “fino a quando sarà necessario”. Solo durante la prima notte, nella capitale inglese, sono state arrestate più di 100 persone, nonostante una delle principali regole che i membri del movimento sono tenuti a rispettare sia quella della comunicazione non violenta.

A quando delle risposte concrete?

Dopo la lunga coda di iniziative ambientaliste a cui abbiamo assistito negli utlimi mesi, ancora non è giunta nessuna risposta concreta salvo qualche piccola eccezione. C’è ancora troppo silenzio da parte dei media tradizionali verso una causa che andrà con ogni probabilità ad intaccare il futuro del genere umano sul pianeta. Troppa omertà da parte di chi ha contribuito a democratizzare una cultura dell’uso inefficiente delle risorse, dell’usa e getta e del profitto economico sopra ogni cosa.

Le persone vogliono altro. Vogliono difendere l’ambiente ed il futuro dei loro figli. Ne è un’ ulteriore testimonianza la lunghissima lista di iniziative private a cui abbiamo assistito negli ultimi tempi, durante le quali gruppi di persone si sono ritrovare per pulire le spiagge o i parchi. Ecco perché noi seguiremo Greta e continueremo a farci sentire “per tutto il tempo che sarà necessario”.