Gli oceani sono uno dei componenti essenziali della vita sulla terra. Senza acqua, infatti, il mondo come noi lo conosciamo non esisterebbe e noi con lui.
Le attività umane stanno danneggiando questa preziosa risorsa naturale e l’inquinamento è uno dei fattori di maggiore rischio. L’uomo infatti riversa nei mari plastica e sostanze nocive che ne uccidono la biodiversità. Anche l’anidride carbonica presente nell’aria acidifica l’acqua e provoca l’estinzione di specie che stanno alla base della catena alimentare oltre che i coralli, habitat di molti organismi. Inoltre l’acidificazione dei mari minaccia la sicurezza alimentare di milioni di persone che dipendono dai frutti di mare, oltre al turismo e ad altre economie legate all’oceano.
Il riscaldamento globale provoca lo scioglimento dei ghiacci, l’alterazione della temperatura marina e delle correnti e, quindi, le catastrofi naturali.
Infine, l’utilizzo eccessivo di acqua per i nostri bisogni igienici, per le coltivazioni e gli allevamenti riduce la presenza complessiva di acqua sul pianeta.
Yucatan, Messico – Il 2 luglio alle 5:15, la società petrolifera Pemex ha segnalato una perdita proveniente da uno dei suoi gasdotti sottomarini; ma solo alle 10:45 la compagnia ha iniziato a chiudere le valvole di interconnessione, spegnendo l’incendio e la fuoriuscita del gas per controllare la perdita. Più di 5 ore dopo. Siamo difronte ad un nuovo disastro ambientale nel Golfo del Messico? Lo sapremo presto.
I fatti dal Golfo del Messico
Immagini raccapriccianti risvegliano l’Italia ed il Mondo intero. Il Golfo del Messico sembra non trovare pace. Difatti, si sono da poco spente le fiamme che parevano aver aperto le porte per gli inferi.
Vicino alle coste dello Yucatan ha rischiato di consumarsi l’ennesima strage in nome del Dio Petrolio. Una fuga di gas da un condotto sottomarino ha dato vita ad una scena drammatica: un «occhio di fuoco» che si sviluppava sotto la superficie del mare, con fiamme arancioni che uscivano dall’acqua, a poca distanza da una piattaforma petrolifera, la di Ku-Maloob-Zaap.
Il guasto è avvenuto a ovest della penisola dello Yucatan, nel Golfo del Messico, venerdì 2 luglio. La compagnia petrolifera messicana Pemex ha affermato di aver ormai provveduto a riparare il guasto: le operazioni hanno richiesto più di 5 ore (dalle 5:15 alle 10:45). Le squadre dei vigili del fuoco sono state in grado di spegnere la massa d’acqua incandescente intorno alle 10:45, e la compagnia ha dichiarato che non ci sono stati feriti.
Ángel Carrizales, direttore esecutivo dell’agenzia di regolamentazione della sicurezza petrolifera messicana ASEA, ha twittato che “la perdita non ha generato alcuna fuoriuscita”, ma non ha proferito parola su cosa fosse in fiamme. La causa dell’incidente è ancora in fase di indagine. Sfortunatamente, sembra un copione già letto.
“Le turbomacchine degli impianti di produzione attivi su Ku Maloob Zaap sono state colpite da una tempesta elettrica e da forti piogge”, secondo un rapporto sull’incidente condiviso da una delle fonti di Reuters. Questi dettagli non sono stati menzionati nella dichiarazione di Pemex. Secondo una delle fonti, i lavoratori dell’azienda hanno utilizzato l’azoto per controllare l’incendio.
Non è ancora chiaro chiaro quanti danni ambientali avrà causato e causerà la fuga di gas e la conseguente sfera di fuoco oceanica. Miyoko Sakashita, direttrice del programma oceanico del Center for Biological Diversity, ha scritto che:
“Il filmato spaventoso del Golfo del Messico mostra al mondo quanto le trivellazioni offshore siano pericolose. Questi orribili incidenti continueranno a danneggiare il Golfo se non le interrompiamo una volta per tutte.”
Nuovo disastro ambientale nel Golfo del Messico?
Sono passati 11 anni da quello che è stato probabilmente il peggior disastro ambientale di sempre. Parliamo della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon.
Tutto iniziò il 20 Aprile 2010 quando, durante una perforazione del Pozzo Macondo, un’esplosione uccise 11 persone e causò un violento incendio. Inizialmente la situazione venne completamente sottovalutata e le possibilità di un danno ambientale furono scartate per via della presenza di valvole di sicurezza all’imboccatura del pozzo.
Al rovesciamento della piattaforma petrolifera queste però non funzionarono a dovere ed il petrolio iniziò a risalire in superficie in grandi quantità. A questo punto si provò a cercare di arginare la marea nera, ma era già troppo tardi. I vari tentativi fallirono sistematicamente uno dopo l’altro.
A 100 giorni dall’inizio delle perdite, ci fu una tempesta tropicale che dissipò quasi del tutto la macchia di petrolio in superficie. Il 4 Agosto, a 106 giorni di distanza dall’inizio del disastro, la perdita venne chiusa del tutto. Si calcola che in quel periodo vennero disperse in mare tra le 414.000 e le 1.186.000 tonnellate di greggio.
Più di 1.000 chilometri di costa sono stati inquinati, centinaia di migliaia di animali sono morti. Non fu il primo e tanto meno sarà l’ultimo. Se si parlerà di ennesimo disastro ambientale nel Golfo del Messico, lo scopriremo nelle prossime settimane.
Pemex, quanti problemi
Non è il primo incidente per la Compagnia petrolifera Pemex (conosciuta anche come Petróleos Mexicanos). Nel gennaio 2013, dopo un’esplosione causata da un accumulo di gas nella sede della società, 37 persone sono rimaste uccise.
Nel 2015, quattro lavoratori persero la vita e 16 sono rimasti gravemente feriti dopo un’esplosione sulla piattaforma petrolifera Abkatum, nel Golfo del Messico. Altre 30 persone sono decedute in un impianto di gas naturale nel settembre 2012 nello stato di Tamaulipas.
All’inizio di quest’anno Pemex ha annunciato di aver perso circa 23 miliardi di dollari nel 2020, a causa della diminuzione della domanda di petrolio durante la pandemia, sebbene nel quarto trimestre abbia registrato un profitto di circa 5,9 miliardi di dollari.
Secondo Bloomberg, la Pemex ha il debito più alto di qualsiasi grande compagnia petrolifera, circa 114 miliardi di dollari. L’ex presidente della Pemex, Emilio Lozoya, (2012-2016) è stato incriminato con l’accusa di corruzione ed estradato dalla Spagna al Messico lo scorso luglio.
Sterminate dal riscaldamento globale, le stelle marine tornano a vivere in un laboratorio statunitense all’avanguardia. Quasi scomparse del tutto sette anni fa a causa di un’epidemia che potrebbe avere una relazione con l’improvviso innalzamento della temperatura del mare, le Sunflower Sea Star (Pycnopodia helianthoides) rinascono ora all’interno dei Friday Harbor Laboratories, sull’isola di San Juan, nello stato di Washington.
Friday Harbor Laboratories e le stelle marine
Il futuristico progetto dei Friday Harbor Laboratories nello stato di Washington: far riprodurre esemplari in cattività per riequilibrare l’ecosistema minacciato dalla loro scomparsa. Il repentino crollo demografico è un danno consistente per l’intero ecosistema marino.
Difatti, senza stelle marine, hanno proliferato gli Strongylocentrotus purpuratus, i ricci viola che divorano le foreste sommerse di alghe brune, in particolare le alghe kelp (Nereocystis luetkeana), che crescono in prossimità delle coste rocciose dell’Atlantico e del Pacifico. Anche queste ultime hanno a loro volta subito un crollo vertiginoso, dal 2014, del 95%. Con conseguenze negative, naturalmente, sull’intero ecosistema e sulla fotosintesi, trattandosi di specie che trattengono grandi quantità di anidride carbonica.
Da qui, dunque, la futuristica idea di ripopolare l’oceano con stelle marine allevate in cattività, contribuendo a controbilanciare gli effetti del cambiamento climatico.
“L’intervento dell’uomo può essere risolutivo per gestire alcune delle principali conseguenze inattese causate dai cambiamenti climatici. L’estinzione di una singola specie può causare il crollo di un ecosistema, sin qui bilanciato. Con la pesca eccessiva e il riscaldamento globale stiamo rimuovendo alcune specie chiave della catena trofica. Lo abbiamo fatto con le lontre, che si nutrivano di ricci e che per decenni abbiamo cacciato, e lo abbiamo fatto indebolendo – con inquinamento e pesca eccessiva – le foreste di kelp. Ma sin qui l’ecosistema aveva retto. Ora, con il significativo ridimensionamento della popolazione di Pycnopodia helianthoides, a causa di un’epidemia legata a un innalzamento senza precedenti della temperatura, siamo prossimi al collasso”.
sottolinea Drew Harvell, docente emerita alla Cornell University e ricercatrice ai Friday Harbor Laboratories.
Per evitarlo, dunque, si lavora senza sosta a un progetto affascinante partito dal ritrovamento, nel 2015, di un primo esemplare della stella marina girasole, fortunatamente risparmiato dall’epidemia. Il team di biologi ha dovuto scandagliare i mari dello stato di Washington per trovare, in sei mesi, appena trenta esemplari di Pycnopodia helianthoides. Da quelli si è partiti per scongiurare il rischio dell’estinzione della specie e, soprattutto, gettare le basi per un riequilibrio di questo angolo del Pianeta. Creando un intrigante precedente per il futuro degli oceani: l’uomo che, in laboratorio, rimedia ai danni indiretti dell’antropocene.
I vari tentativi e l’interesse dell’Italia
Non mancano, tuttavia, le incognite.
“Abbiamo inizialmente provato a iniettare nelle gonadi delle stelle marine un ormone, inducendole alla deposizione delle uova. Poi, però, abbiamo optato per la fecondazione in vitro. Rimuovendo le uova dalle braccia delle stelle marine e fecondandole con lo sperma maschile. Non conoscevamo le condizioni in cui le stelle marine potessero crescere. Abbiamo dovuto separarle per evitare che le più grandi mangiassero le più piccole”.
La parte inferiore di una stella marina adulta di girasole alla UW Friday Harbor Laboratories. Crediti: Dennis Wise / Università di Washington
In attesa di comprendere il numero, la taglia e le quantità ideali per liberare in mare le stelle marine allevate in cattività, i ricercatori restano ottimisti. E’ necessario individuare l’agente patogeno che ha portato alla morìa diffusa fra le stelle marine di questa specie. Per evitare che la malattia incida brutalmente sulla loro reintroduzione rendendo vani gli sforzi dei ricercatori.
E al progetto guarda con interesse anche il mondo della ricerca italiana.
“Questo esempio proveniente dall’altra parte del mondo ha interessanti analogie con l’iconica cascata trofica del Mediterraneo che coinvolge i saraghi, i ricci e le alghe. I saraghi sono i principali predatori naturali dei ricci ed in condizioni normali ne controllano le densità. I ricci sono erbivori che quando raggiungono densità elevate possono brucare le alghe desertificando i fondali, creando i barren; ovvero porzioni di fondali completamente prive di vegetazione. Se nei mari americani è successo per via di un’epidemia delle stelle marine girasole, qui succede quando si ha una pesca eccessiva. Un fenomeno che può essere invertito riducendo la pesca. Come avviene per esempio all’interno delle aree marine protette gestite in maniera efficace, nelle quali i saraghi sono abbondanti, controllano le popolazioni di ricci e consentono alle alghe di ricoprire i fondali ed ospitare un’elevata biodiversità. Senza che l’uomo intervenga in laboratorio, dunque, per rimediare ai suoi stessi danni.”
Antonio Di Franco, che con la sede di Palermo della Stazione Zoologica Anton Dohrn si occupa di ecosistemi nelle aree marine protette
Il “Blob” Pacifico del 2013
Il Blob era una grande massa di acqua relativamente calda nell’Oceano Pacifico al largo della costa del Nord America, rilevata per la prima volta alla fine del 2013 e ha continuato a diffondersi per tutto il 2014 e il 2015. È stato un esempio di ondata di caldo marino.
A settembre 2016, il Blob è riemerso. Le sue acque calde erano povere di nutrienti e influivano negativamente sulla vita marina.
Le anomalie della temperatura della superficie del mare sono un indicatore fisico che influisce negativamente sullo zooplancton nell’Oceano Pacifico nord-orientale. Le acque calde sono molto meno ricche di nutrienti rispetto alle acque di risalita fredde che erano normali fino a poco tempo prima al largo della costa del Pacifico. Ciò ha comportato una riduzione della produttività del fitoplancton con effetti a catena sullo zooplancton, che se ne alimentava, e sui livelli più elevati della catena alimentare.
Le specie più basse nella catena alimentare che preferiscono acque più fredde e tendono ad essere più grasse, sono state sostituite da specie di acque più calde con un valore nutritivo inferiore. Migliaia di cuccioli di leoni marini sono morti di fame in California, il che ha portato a spiaggiamenti forzati.
L’acqua calda fino a una profondità di 100 metri ha favorito la diffusione di una misteriosa malattia che ha ucciso quasi tutte le 20 specie di stelle marine che popolavano le foreste di kelp situate al largo della California settentrionale, fra cui anche la “Sunflower Sea Star”; che è l’unico predatore in grado di rompere il carapace estremamente duro dei ricci di mare viola, i quali si nutrono principalmente di kelp.
Scomparse queste stelle marine, i ricci di mare viola hanno cominciato a riprodursi in modo esponenziale (una femmina rilascia nell’acqua milioni di minuscole uova ricoperte di gelatina).
L’importanza delle foreste di alghe
In alcuni casi le foreste di alghe potrebbero essere anche 400 volte più efficienti degli alberi nella rimozione della Co2. Tra il 1997 e il 2004 i nostri oceani hanno assorbito 34 gigatoni di carbonio nel mondo attraverso alghe, vegetazione e coralli; in altre parole, gli alberi potrebbero non salvarci, ma gli oceani si.
Per chi non lo sapesse, il termine “Kelp” si riferisce ad alghe giganti che possono raggiungere i 60 metri di altezza e che crescono fino a 60 centimetri al giorno formando fittissime foreste sottomarine che offrono cibo e rifugio a moltissime specie animali, non solo a pesci e invertebrati, come stelle marine, ricci e cetrioli di mare, gasteropodi marini, gamberi e tantissimi altri crostacei, ma anche a uccelli marini come gabbiani e sterne, e a mammiferi marini, come foche, otarie e trichechi.
Fino a pochi anni fa, lungo certi tratti delle coste dell’Oregon, queste foreste di Kelp erano così dense da impedire addirittura la navigazione. Si tratta infatti di uno degli ecosistemi marini più ricchi al mondo, asilo nido di numerosissime varietà di pesci e che è alla base dell’industria della pesca lungo gran parte della costa americana dell’Oceano Pacifico.
Questi ecosistemi sono essenziali per la vita di migliaia di specie, tra cui la nostra. Con i tassi di produzione di CO2 attuali è necessario avere al nostro fianco un valido alleato per il suo smaltimento.
Come da copione, per il terzo anno consecutivo il Giappone ha ripreso la caccia alle balene a scopi commerciali. Non è una novità dato il ritiro del Paese dalla International Whailing Commission a dicembre del 2019 e la sempre sofferta ottemperanza alle regole della IWC, che portarono il Giappone a infrangere comunque gli accordi e ad ostentare la caccia.
La ripresa della caccia
Quattro baleniere hanno lasciato i porti giapponesi all’alba del 3 aprile, salpando alla volta delle acque costiere. Il Paese è entrato nella sua terza stagione di caccia commerciale alla balena dopo oltre 30 anni di (semi) stop della pratica.
Con un’altra barca che si unirà all’operazione a giugno, si prevede un totale di cinque baleniere che avranno come unico obiettivo quello di catturare 120 balenottere minori. La mattanza avverrà nelle acque a largo della costa di Sanriku e di Hokkaido e si protrarrà fino allo scadere del mese di ottobre, secondo quanto affermato dall’Agenzia per la pesca.
Una barca da caccia alle balene lascia un porto a Ishinomaki, nella prefettura di Miyagi, sabato mattina presto. Crediti: KYODO
“Vorremmo fornire balene fresche e deliziose per tutti coloro che stanno aspettando”
ha detto Nobuyuki Ito, presidente di una compagnia baleniera a Ishinomaki.
La compagnia di Ito ha in programma di catturare balene nelle acque costiere delle prefetture di Aomori, Iwate e Miyagi fino all’inizio di giugno per poi dirigersi a nord, verso le acque costiere a largo di Hokkaido.
Il Giappone ha ripreso a cacciare le balene per scopi commerciali dal 1 ° luglio 2019, un giorno dopo aver ufficialmente lasciato la International Whaling Commission. In qualità di membro IWC, il Giappone aveva “interrotto” la caccia commerciale alla balena nel 1988, ma continuò comunque a catturare piccole quote di balene per quelli che definisce “scopi di ricerca”: una mera copertura per la caccia commerciale.
Carne di balena e rischi per la salute
Il consumo di carne di balena nel tempo ha portato allo sviluppo di malattie e, di conseguenza, alla nascita di nuove tecniche di indagine e ricerca. Queste ultime portarono a risultati drammatici. Gli esiti delle autopsie su uomini e animali hanno dimostrato la tossicità delle loro carni, dovuta all’elevato contenuto di mercurio, il quale provoca avvelenamento e gravi patologie: la malattia di Minamata.
I test sulla carne di balena venduta nelle isole Faroe e in Giappone, hanno rivelato alti livelli di metilmercurio e altre tossine come il PCB. Una ricerca è stata condotta da Tetsuya Endo, Koichi Haraguchi e Masakatsu Sakata presso l’Università di Hokkaido, i quali hanno trovato alti livelli di mercurio negli organi delle balene, in particolare nel fegato.
Hanno dichiarato che “l’intossicazione acuta potrebbe derivare da una singola assunzione di fegato”. Dallo studio è emerso che i campioni di fegato in vendita in Giappone contenevano, in media, 370 microgrammi di mercurio per grammo di carne; 900 volte il limite imposto dal governo. Livelli rilevati nei reni e dei polmoni erano approssimativamente 100 volte superiore al limite.
Tabella nella quale i risultati mostrano dati superiori al livello di sicurezza consigliato dal Governo giapponese di 0,4 parti per milione (ppm). Vi sono diverse specie di balene e delfini nella lista.
Per saperne di più vi invitiamo a leggere un nostro articolo riguardante il mercurio e la sua biomagnificazione all’interno degli oceani.
IWC, Commissione internazionale per le balene
L’IWC è stato istituito ai sensi della Convenzione internazionale per la regolamentazione della caccia alle balene, firmata a Washington DC il 2 dicembre 1946. La premessa della Convenzione afferma che il suo scopo è quello di provvedere alla corretta conservazione degli stock di balene e quindi rendere possibile l’ordinato sviluppo dell’industria baleniera.
Una parte integrante della Convenzione è il suo “Programma” giuridicamente vincolante. Quest’ultimo stabilisce misure specifiche che l’IWC ha ritenuto necessarie per regolamentare la caccia alle balene e conservarne gli stock.
Le misure includono limiti di cattura (che possono essere pari a zero come nel caso della caccia commerciale alla balena) per specie e area; designandone alcune specifiche come santuari, a protezione dei cuccioli e delle femmine accompagnate da cuccioli, oltre a porre restrizioni sui metodi di caccia. A differenza della Convenzione, il Programma può essere modificato e aggiornato quando la Commissione si riunisce.
Esistono diversi motivi per cui potrebbero essere necessarie modifiche alla pianificazione. Questi includono nuove informazioni dal comitato scientifico e variazioni nei requisiti di sussistenza dei balenieri aborigeni. La Commissione coordina e, in molti casi, finanzia anche i lavori di conservazione di molte specie di cetacei; piani di gestione della conservazione per le specie e le popolazioni chiave.
La Commissione ha inoltre adottato un piano strategico per il whalewatching, per facilitarne un ulteriore sviluppo in modo responsabile e coerente con le pratiche internazionali. La Commissione intraprende studi e ricerche approfonditi sulle popolazioni di cetacei; sviluppa e mantiene database scientifici e pubblica la propria rivista scientifica, il Journal of Cetacean Research and Management.
IUCN e le balene
Dato che la popolazione mondiale è quasi raddoppiata dagli anni ’70, la balenottera comune (Balaenoptera physalus) passa dalla categoria “in pericolo” alla categoria “vulnerabile”.
«Questo aumento fa seguito ai divieti internazionali di caccia commerciale alla balena nel Nord Pacifico e nell’emisfero sud, in vigore dal 1976, così come a delle riduzioni importanti delle catture nell Nord Atlantico dal 1990».
Secondo l’aggiornamento della Red List, è migliorato anche lo status della sub-popolazione occidentale della balena grigia (Eschrichtius robustus), che passa da “in pericolo critico” a “in pericolo”. Storicamente, queste due specie di balene erano minacciate dal sovra sfruttamento per il loro grasso, l’olio e la carne.
Le balene si riprendono in gran parte grazie al divieto della caccia commerciale, agli accordi internazionali e a diverse misure di protezione. Gli sforzi di conservazione devono continuare fino a che le popolazioni non saranno più minacciate.
La protezione quasi completa delle balenottere comuni nel loro areale (vengono cacciate ancora con quote da Norvegia, Islanda e Giappone) ha permesso alla popolazione mondiale di raggiungere circa 100.000 individui adulti. Le balene grige occidentali sono protette dalla caccia in quasi tutti gli Stati del loro areale a partire dagli anni ’80; solo recentemente si è constatato un aumento del loro numero nel Pacifico occidentale, in particolare al largo dell’isola di Sakhalin, nell’estremo oriente russo.
La differenza tra gli effetti delle misure di conservazione e l’avvio del recupero delle balene è dovuto in parte al basso tasso di riproduzione di questi animali. Anche le attività industriali, in particolare l’estrazione offshore di petrolio e gas e la pesca commerciale, rappresentano una minaccia per le balene grige.
L’importanza delle balene
Una recente ricerca sulle balene mostra come questi cetacei abbiano una forte influenza sulla funzionalità degli oceani, in particolare nello stoccaggio del carbonio a livello globale e favorendo il ricircolo degli elementi nutritivi, migliorando la disponibilità di risorse ittiche per la pesca commerciale. La tutela delle grandi balene, può contribuire ad aiutare gli ecosistemi marini stressati da sollecitazioni destabilizzanti, tra cui il cambiamento climatico, l’acidificazione e l’inquinamento.
Dopo l’alimentazione in profondità le balene tornano in superficie per defecare. Questa attività di “fertilizzazione” marina fornisce molti nutrienti che favoriscono la crescita del plancton. E’ uno dei molti esempi di come le balene mantengano la salute degli oceani.
“Si consideri la sottigliezza del mare, come la sua maggior parte delle creature temute scivolino sotto l’acqua, invisibili per la maggior parte e proditoriamente nascoste sotto le più belle tinte di azzurro.”
scriveva Herman Melville in Moby Dick.
Per molto tempo, le balene sono state considerate troppo rare per fare una grande differenza negli oceani. Questa è stata una grande sottovalutazione del ruolo dei cetacei. Il calo del numero di balene, dovuto alla caccia intensiva degli scorsi decenni pre-moratoria ha probabilmente alterato la struttura e la funzione degli oceani.
Al momento della morte le carcasse di balena, che contengono una notevole quantità di carbonio, si inabissano divenendo habitat e risorsa per un incredibile varietà di creature che vivono solo su queste carcasse. Centinaia di specie dipendono dalle balene decedute. Il calo del numero di queste creature ha quasi sicuramente danneggiato anche la biodiversità, in quanto molte specie saprofite delle carcasse sono probabilmente scomparse prima di poterle scoprire.
Ad oggi, Giappone e Norvegia sono i due paesi balenieri più attivi. E’ necessaria una maggiore sensibilizzazione riguardo queste splendide creature ed al danno che si reca all’intero Pianeta eliminandole.
Vi sarà sicuramente capitato, durante una passeggiata sulla spiaggia, di incontrare delle palline color marrone e non capire di cosa si trattasse. In questo articolo vi introdurremo ad una pianta marina essenziale per l’equilibrio dei nostri mari, ai rischi che corre e al suo aiuto nella battaglia contro la plastica: stiamo parlando della Posidonia oceanica.
La Posidonia oceanica, elemento chiave
La Posidonia oceanica è una pianta adattata alla vita subacquea, endemica del Mediterraneo, cioè presente solo lungo le coste di questo bacino; si tratta di un elemento chiave per la conservazione degli ecosistemi del Mar Mediterraneo. Difatti, questa è in grado, come tutte le piante, di catturare la CO2 dall’atmosfera e, di conseguenza, modificare l’acidità dell’acqua oltre ad ossigenarla. Inoltre, svolge la funzione di habitat e nutrimento per un gran numero di specie di pesci ed invertebrati, in particolare larve e i giovani esemplari, creando vere e proprie “nursery”.
Crediti: Marevivo
Le piante di Posidonia oceanica crescono formando ampie praterie sommerse, su fondali sabbiosi e ghiaiosi. Per un a crescita ottimale ha bisogno di acque estremamente limpide. Per questo motivo, la presenza di fitte e grandi praterie è un chiaro segno della qualità delle acque. Vengono considerate per questo dei “bioindicatori”.
La funzione delle praterie è paragonabile a quella delle foreste tropicali e delle zone umide: essa svolge un ruolo fondamentale nella regolazione dell’equilibrio ecologico del mare.
I posidonieti svolgono un ruolo importante nei processi relativi agli ecosistemi costieri e alle dune, nella modellazione dei processi sedimentari e nella compattazione delle spiagge di sabbia. Le foglie morte di Posidonia oceanica agiscono come un naturale bacino di riduzione dell’energia delle onde; portando al minimo l’erosione del suolo, della spiaggia e delle dune.
Una valida alleata nella lotta contro la plastica
I ricercatori hanno scoperto che queste piante sottomarine intrappolano le microplastiche in fasci di fibre naturali, noti come “palline di Nettuno”. Secondo lo studio “Seagrasses provide a novel ecosystem service by trapping marine plastics”, queste sono in grado di filtrare e “intrappolare” le plastiche disperse in mare, specialmente nelle aree costiere. Gli scienziati hanno svolto la conta delle particelle presenti in queste sfere riversatesi sulle spiagge in Spagna.
“Ciò dimostra che i detriti di plastica sul fondo del mare possono essere intrappolati nei residui algali, lasciando infine l’ambiente marino riversandosi sulla spiaggia”, ha riferito Anna Sanchez-Vidal, biologa marina dell’Università di Barcellona.
“Questa pulizia rappresenta una continua eliminazione dei detriti di plastica dal mare”, ha aggiunto.
Ancorandosi in acque poco profonde, aiutano a prevenire l’erosione della spiaggia e ad attenuare l’impatto delle mareggiate distruttive.
‘Neptune balls’, è ben visibile la plastica intrappolata nelle fibre. Photograph: Marta Veny/UNIVERSITY OF BARCELONA/AFP/Getty Images
Crescendo dall’Artico ai tropici, la maggior parte delle specie ha foglie lunghe e erbose che possono formare vasti prati sottomarini. Non è chiaro se la raccolta della plastica danneggi le alghe stesse. Sanchez-Vidal e il suo team hanno studiato solo la Posidonia oceanica; ma si pensa che anche altre Fanerogame possano svolgere la medesima funzione.
Le minacce alla Posidonia oceanica
Le principali minacce per le praterie di Posidonia oceanica sono le costruzioni marittime, l’inquinamento delle acque costiere; l’ancoraggio, le spiagge artificiali e l’eliminazione delle foglie morte di Posidonia oceanica dalla spiaggia e le specie aliene.
I posidonieti, che occupano circa 500.000 km2, sono in declino a livello mondiale, con un tasso di perdita stimata del 1-2% all’anno; quattro volte il tasso di perdita delle foreste tropicali e la percentuale sale e raggiungere il 5% nel Mediterraneo. Inoltre, la lenta crescita di queste piante (2 cm/anno) fa si che le perdite siano irreversibili, e che i tempi di recupero della pianta richieda diversi secoli.
Un’altra minaccia ai posidonieti sono le specie aliene, come la Caulerpa taxifolia, conosciuta come “alga killer”. All’inizio degli anni ’80 l’alga è sfuggita dall’Acquario di Monaco attraverso le acque di pulizia delle vasche e ha iniziato a colonizzare il Mediterraneo ad una velocità impressionante. Ai tempi la questione fu sottovalutata perché non si pensava che un’alga marina originaria delle acque tropicali degli oceani Indiano, Pacifico e Atlantico sarebbe riuscita a superare le temperature invernali del Mediterraneo.
Oggi l’alga è invece diffusa in gran parte del Mediterraneo (la colonia più settentrionale è in Croazia) ma anche in California e nell’Australia meridionale. Ora sono considerate una delle 100 peggiori specie invasive a livello mondiale.
Cresce rapidamente soffocando le forme bentoniche delle zone costiere soprattutto se l’ambiente è già disturbato, ad esempio da scarichi di acque usate. Producono una tossina repellente che le rende sgradevoli, così da non avere predatori in natura.
Progetto “Rispetta il tuo Capitale” di Marevivo
Il progetto “Rispetta il tuo capitale” di Marevivo, in collaborazione con Pramerica SGR, ha permesso la riqualificazione, il ripristino ed il monitoraggio di un’importante area marina Italiana, concretizzandone poi i risultati in uno studio in collaborazione con l’Università Bocconi di Milano e l’Università degli Studi di Genova.
In particolare l’associazione si è occupata di effettuare interventi ambientali innovativi nell’area di Marina di Cecina, in Toscana, per la tutela della Posidonia oceanica.
Le attività condotte hanno permesso un pieno riutilizzo delle risorse necessarie per l’ambiente ed un corretto trattamento dei rifiuti antropici rinvenuti durante le operazioni. La Posidonia spiaggiata è stata recuperata e trasformata in fertilizzante naturale; la sabbia depurata è stata riportata sulla spiaggia di appartenenza e gli scarti sono stati correttamente smaltiti secondo i principi della raccolta differenziata.
Il progetto è proseguito nei mesi di giugno e luglio 2020 in zona Secche di Vada, a nord di Marina di Cecina; con un intervento finalizzato alla pulizia dei fondali marini per liberare il mare e la Posidonia dai rifiuti. Sono stati recuperati grandi quantità di plastica, copertoni di auto e camion, reti abbandonate e altri attrezzi da pesca; tutti materiali potenzialmente pericolosi per gli animali marini e per la crescita e lo sviluppo della Posidonia.
La tutela della Posidonia
I posidonieti sono stati considerati un ecosistema prioritario dalla Comunità Europea con la direttiva n° 43/92 CEE relativa alla “conservazione degli habitat naturali e semi-naturali e della flora e della fauna selvatiche”, recepita nell’ordinamento italiano dal D.P.R. n° 357 del 08/09/1997.
La Posidonia oceanica è specie protetta in quanto inclusa nell’allegato II alla Convenzione di Berna del 19/11/1979 relativa alla “Conservazione della vita selvatica dell’ambiente naturale in Europa” ratificata in Italia con la legge n° 503 del 05/ 08/ 1981.
La Posidonia oceanica è inserita nell’Annesso II alla Convenzione di Barcellona del 1995 per la protezione del Mediterraneo dall’inquinamento, ratificata in Italia con legge n° 175 del 27/05/99.
In un periodo storico come quello attuale, all’insegna delle pandemie e del disequilibrio tra uomo e natura, è importante focalizzare l’attenzione sugli allevamenti intensivi. Di questi ultimi, seppur meno trattati, fanno parte gli allevamenti ittici; spreco, sofferenza e inquinamento ambientale sono solo alcune delle drammatiche conseguenze legate a questa pratica, sempre più utilizzata in molte parti del mondo.
Dati alla mano
L’itticoltura è il settore zootecnico con la più rapida crescita; si pensi che nel ’74 provvedeva solo al 7% del fabbisogno totale di pescato, passando al 39% del 2004. Oggi, in Europa, il pesce da allevamento corrisponde al 50% di quello immesso nel mercato, e con tutta probabilità a breve toccherà il 60%.
Come si è arrivati a questi numeri? Da una parte un aumento globale del consumo di pesce, passato da 18 milioni di tonnellate nel 1950 a 104 milioni nel 2015. E, come conseguenza, la pesca intensiva ha sovrasfruttato i mari, impoverendoli a tal punto da portare numerose specie sull’orlo dell’estinzione.
Nel 2014 la Commissione Europea ha dichiarato infatti che:
“il 96% delle specie di fondale mediterranee è soggetto a uno sfruttamento eccessivo”.
La risposta a questo grave problema non è stata invitare a una riduzione del consumo di pesce, ma costruire ampie vasche a terra o enormi gabbie di rete in mare, in cui far riprodurre e crescere i pesci.
In ognuna di queste gabbie possono vivere da 100 a 300 mila pesci; in situazioni che non prevedono alcun interesse per il loro stato di salute. Il problema dunque non è solo di carattere prettamente ecologico, ma anche etico. Il sovraffollamento nelle vasche è quasi una costante e in più allevamenti si è riscontrata la presenza di acque torbide e sporche.
Quanto inquinano gli allevamenti intensivi ittici?
Troppo spesso i consumatori sono poco informati sulle problematiche legate a questo tipo di allevamento. Prima di tutto, ingenti danni ambientali; la produzione annuale di 43 milioni di tonnellate di gas serra emessi e immensi consumi di acqua, ossigeno, energia elettrica e farmaci.
Si parla di tonnellate di rifiuti e di liquami scaricati in mare e nei fiumi; alcune sostanze in eccesso eutrofizzano le acque, provocando una invasioni algale e quindi, di attività batterica. Questa porta alla morte delle forme di vita limitrofe a causa di un eccessivo consumo di ossigeno.
Tra gli scarti prodotti dall’allevamento ittico annualmente ci sono più di 500 mila tonnellate di escrementi; causate dalla ricchezza di fibre nella dieta imposta ai pesci allevati, rispetto all’alimentazione che seguono in natura. La percentuale di fibre nella dieta in trent’anni è passata dal 10% al 70% del volume del mangime. Inoltre, negli escrementi si concentrano i residui dei medicinali che vengono somministrati ai pesci spargendoli in acqua. Questi ultimi si diffondono anche al di fuori dei confini degli allevamenti, soprattutto in mare aperto.
L’ambiente in cui i pesci sono costretti è così insalubre e sovraffollato che gli animali si ammalano e si trasmettono parassiti l’un l’altro, come dimostrano diversi casi di epidemie. Che spesso poi, rischiano di passare all’uomo.
Per tenere a bada alghe e parassiti, questi allevamenti impiegano tonnellate di antibiotici, alghicidi, erbicidi, disinfettanti e insetticidi. Gli allevamenti in mare finiscono per contaminare anche i pesci liberi, che assorbono le sostanze, subendone le conseguenze.
Secondo un studio pubblicato su Nature, gli abitanti di 66 Paesi mangiano pesce nel quale la concentrazione di mercurio è superiore a quella ritenuta pericolosa per un feto in crescita.
Farina e olio di pesce, cosa c’è di sbagliato?
Recentemente sono emersi nuovi dati che mettono in luce come gran parte del pescato non finisca sulla tavola delle popolazioni locali, ma piuttosto diventi mangime per gli allevamenti di pesce di altri paesi.
Anche in questo caso quindi si ripresenta un meccanismo già ben noto al sistema di allevamenti intensivi “terrestri”; c’è una parte del mondo, come l’Africa, che si trova ad utilizzare le sue risorse, il pescato in questo caso, per dare da mangiare agli animali allevati per sfamare la parte del mondo “ricca”.
Il business che si sta sviluppando consiste nel prendere il pescato dalle popolazioni locali ed utilizzarlo per produrre farina o olio di pesce; prodotti che vengono usati dalle industrie di mangimi per gli allevamenti intensivi.
Negli ultimi due anni, l’ufficio africano di Greenpeace ha condotto una ricerca documentando la presenza di oltre 40 impianti di produzione di farine e oli di pesce tra la Mauritania, il Senegal e il Gambia. Negli ultimi 25 anni le catture totali di pesci pelagici sono più che duplicate.
È quindi chiaramente un fenomeno preoccupante e in rapida crescita. Perché? La richiesta di pesce da parte dei consumatori del mondo “ricco” è in continuo aumento. Ma la causa di questo aumento della richiesta di pesce e prodotti ittici non è da ricercare solo nei consumi diretti, quanto anche nell’aumento degli allevamenti intensivi di pesce, che si stanno sviluppando a velocità impressionante.
Analizzando il mercato dell’importazione-esportazione, si vede chiaramente come anche l’Italia abbia una parte di responsabilità di quello che sta succedendo. Difatti è uno dei principali importatori di farine di pesce e di olio, per esempio dal Senegal.
Vita e morte negli allevamenti intensivi
Se la situazione di galline, ovini e bovini è sotto gli occhi del Mondo, altrettanto non si può dire del pesce. Si pensi ai salmoni: vengono privati del loro istinto di riprodursi risalendo i fiumi e costretti a vivere in recinti. Alimentati con coloranti chimici per dare loro un aspetto rosa arancio.
O ancora ai gamberi. Forse non tutti sanno, che quelli che troviamo nel banco frigo dei supermercati provengono da allevamenti intensivi che comportano inquinamento, distruzione di ecosistemi, deforestazione costiera e ancora erosione del suolo.
I pesci allevati in tali condizioni non possono esprimere i loro comportamenti naturali. La loro è una vita trascorsa in ambienti insalubri con altissime densità dove spesso vengono alimentati con mangimi medicati per contenere l’inevitabile diffusione di virus e batteri
Divorati vivi dai parassiti, imbottiti di medicinali e ammassati in condizioni che nel caso di altri animali sono considerate crudeltà, i pesci sono vittime invisibili. Subiscono sovraffollamento, inquinamento, sofferenza e una morte che spesso è anche inutile: difatti, ogni anno 10 milioni di tonnellate di pesci vengono ributtati in mare perché non idonei alle richieste del mercato.
L’alimentazione umana si basata su appena 25 specie di pesce; tra le quali a dominare sono soltanto tonno, salmone, spigola e merluzzo. Pur essendo 550 le specie allevate in 190 Paesi.
Dall’asfissia nel ghiaccio di orate e spigole a quella senza ghiaccio per le trote; il tempo dell’agonia degli animali varia tra un’ora e i 250 minuti. Il metodo del congelamento con anidride carbonica non garantisce lo stordimento dei pesci, i quali mostrano chiari segni di agitazione e stress. Capita spesso che prima dello stordimento tramite un colpo in testa, i pesci possano passare anche lunghi periodi fuori dall’acqua.
Come cambiare la realtà degli allevamenti intensivi?
Questa pratica impoverisce le risorse naturali del nostro Pianeta causando un impatto ambientale enorme, con il solo scopo di sfamare gli animali negli allevamenti. E’ il medesimo processo che sta portando alla distruzione delle foreste pluviali per fare spazio alle coltivazioni di cereali come la soia, per produrre il foraggio di bovini, maiali ed altri animali costretti negli allevamenti intensivi.
Non esiste una legge ad hoc per la protezione dei pesci negli allevamenti intensivi. Ci viene continuamente detto che l’assunzione di pesce, e quindi di omega-3, sia essenziale per un corpo sano. Nessuno fa presenti però, i pericoli che si celano dietro questi stabilimenti.
La richiesta di pesce aumenterà nei decenni a venire come ovvia conseguenza della crescita esponenziale del genere umano sul Pianeta. Sono quindi necessari interventi che mirino alla risoluzione del problema.
Possiamo scegliere di consumare sempre meno – o non consumare affatto – il pesce e altri prodotti ittici. E’ un primo passo che ognuno di noi può compiere per aiutare gli oceani. Ma non basterà. La politica ha il dovere di legiferare su questa realtà: è importante che vi sia una maggiore tracciabilità dei pesci allevati, di spazi più ampi, così da generare un minor stress fisico e l’eliminazione di farmaci. Educare al consumo di specie meno pregiate, così da far riprendere gli stock ittici delle specie più sfruttate.
La nostra società attuale si aspetta sempre delle prestazioni molto rapide. Siamo le generazioni del “tutto e subito”; non si da tempo alla natura di poter fare il proprio corso. Per questo diamo ormoni potenti alle piante e ai pesci, inquinando terreni e mari.
La politica deve essere affiancata dalle scelte consapevoli del singolo cittadino: lo stile alimentare che adottiamo, infatti, è una decisione importantissima che influisce in modo diretto sul clima, sugli animali e sull’ambiente.
Non è una novità che le candide spiagge dell’isola di Bali vengano periodicamente sommerse dalla plastica, proveniente dal grande Blu. Secondo gli esperti, questo dramma ecologico sta diventando un appuntamento annuale fisso, durante la stagione dei monsoni; a causa della cattiva gestione dei rifiuti e per via della sempre più crescente crisi globale da inquinamento marino. L’ultimo episodio ha inaugurato il 2021, dando il via ad un altro anno all’insegna del vero mostro dei mari: la plastica.
Plastic Bali
No, non è il titolo di un nuovo film in uscita nelle sale a gennaio, ma lo scenario davanti al quale si sono ritrovati i balinesi nei primi giorni dell’anno nuovo. La sabbia bianca delle tipiche spiagge indonesiane lascia il posto a tonnellate di materiali plastici.
I litorali maggiormente colpiti sono quelli di Kuta, Legian e Seminyak collocati a nord dell’isola. In due giorni sono state raccolte circa 90 tonnellate di rifiuti, e durante il secondo giorno di raccolta la quantità è raddoppiata fino a 60 tonnellate.
La stagione monsonica porta alla luce lo scorretto modello di gestione dei rifiuti a Bali.
Wayan Puja, dell’agenzia per l’ambiente ed i servizi igienico-sanitari della zona di Badung, maggiormente colpita, ha dichiarato:
“Abbiamo lavorato molto duramente per ripulire le spiagge, tuttavia la spazzatura continua ad arrivare. Ogni giorno impieghiamo il nostro personale e camion”.
Nel 2010 l’Indonesia ha prodotto 3,2 milioni di tonnellate di plastica. Circa la metà è finita in mare.
Perchè la plastica arriva a Bali?
La dott.ssa Denise Hardesty, ricercatrice presso l’agenzia australiana CSIRO ed esperta di inquinamento da plastiche, ha affermato che attualmente ne viene raccolta una “quantità enorme” dalle spiagge e che la situazione peggiora di anno in anno. Ma perché?
“Non è un fenomeno nuovo e non ci si deve sorprendere; accade ogni anno, ma è aumentato nell’ultimo decennio. La spazzatura probabilmente non viaggia molto e ci sono molte altre spiagge dell’arcipelago indonesiano che subiscono il medesimo destino.
Nel sud-ovest di Bali le spiagge tendono a raccogliere rifiuti quando piogge monsoniche e venti soffiano da ovest a est (annualmente).
La crescente quantità di plastica portata dal mare è in linea con l’aumento globale della produzione di quest’ultima. Le spiagge di tutto il mondo stanno assistendo ad un aumento dei rifiuti, ma nei paesi monsonici troviamo un effetto stagionale molto più forte.”
La dott.ssa Hardesty ha affermato che la comunità locale sta diventando sempre più attiva nel tentativo di ridurre l’uso della plastica, utilizzando una serie di approcci per affrontare il problema alla radice.
Alcune delle cause principali risiedono nel pessimo trattamento e negli inefficaci sistemi di gestione dei rifiuti in Indonesia; Bali e Java hanno appena iniziato a riorganizzarlo.
Il governatore di Bali, Wayan Koster, ha sollecitato un’azione seria per ripulire le spiagge dalla plastica, enorme attrazione turistica.
“L’amministrazione Badung dovrebbe disporre di un sistema di gestione dei rifiuti a Kuta Beach completo di attrezzature e risorse umane adeguate, in modo che possano lavorare rapidamente per ripulire i rifiuti che giungono sulla spiaggia. Inoltre, nella stagione delle piogge, quando ci sono turisti in visita, i sistemi di trattamento dei rifiuti dovrebbero funzionare 24 ore al giorno. Non si può più aspettare”.
Migliaia di turisti sarebbero normalmente a Bali in questo periodo dell’anno, ma la pandemia da Covid-19 ha duramente colpito l’economia dell’isola e decimato l’industria del turismo, con solo arrivi nazionali.
Le strategie: dall’educazione alla Tourist Tax
A Bali manca l’infrastruttura – o un piano – per affrontare la situazione rifiuti. Se le spiagge sono sempre più piene di bottiglie e buste è anche a causa del turismo, di abitudini molto radicate e di una scarsa consapevolezza del ciclo di vita della plastica, dal momento in cui si butta al mare che la riporta a riva sotto forma di rifiuto.
A fine 2018 il governatore balinese Wayan Koster ha annunciato la messa al bando di polistirolo, buste e cannucce di plastica.
Il governo indonesiano si è ripromesso di ridurre i rifiuti di plastica nel mare del 70% entro il 2025. E l’amministrazione di Bali sta convertendo la discarica di Suwung, che con oltre 30 ettari è la più grande dell’isola e si trova nella capitale Denpasar, in un parco ecologico con termovalorizzatore.
Una delle spiagge più famose di Bali, completamente invasa dai rifiuti.
Sempre nel 2018 è stato redatto un nuovo regolamento che include una tassa di $10 per i visitatori stranieri. Il governatore di Bali ha affermato che le entrate derivate dalla tassa andrebbero a favore di programmi che aiutano a preservare l’ambiente e la cultura balinese. La nuova tassa viene proposta alla luce della continua battaglia dell’isola contro i rifiuti di plastica, che inquinano le spiagge e le acque circostanti.
Altrettanto essenziale è la sensibilizzazione del singolo cittadino al tema dei rifiuti; di questo, per esempio, se ne occupa la ONG “Bye Bye Plastic Bags” fondata dai giovani del luogo e che mira ad aumentare la consapevolezza sull’impatto dannoso che la plastica ha sul nostro ambiente, animali e salute, condividendo anche come essere parte della soluzione.
Il Mediterraneo, un tempo luogo di incontro fra popoli e culture diverse e fucina di biodiversità, ad oggi si trova a vivere la sua ora più buia. A causa dei cambiamenti climatici e dell’impatto antropico rischiamo di perdere per sempre un ecosistema unico al mondo. Worldrise Onlus, fondata dalla biologa marina Mariasole Bianco, si batte in prima linea per la tutela e salvaguardia del Mediterraneo; recentemente ha lanciato la sua nuova campagna 30×30, con uno scopo ben preciso: proteggere il 30% dei mari Italiani entro il 2030.
Intervista a Mariasole Bianco, presidente di Worldrise Onlus
La campagna 30×30 nasce grazie a Worldrise Onlus, puoi parlarci di quest’ultima?
Worldrise è un’associazione che agisce per la salvaguardia dell’ambiente marino, attraverso progetti creativi di sensibilizzazione che promuovono il cambiamento individuale e la (ri)connessione alla natura. I progetti di Worldrise vengono coordinati e realizzati coinvolgendo le nuove generazioni per favorire conoscenza e formazione dei futuri custodi del patrimonio naturalistico del Mediterraneo.
Mariasole Bianco, la Presidente di Worldrise Onlus Crediti: Worldrise
Worldrise cerca attraverso il suo lavoro di creare conoscenza e consapevolezza circa le meraviglie dell’ambiente marino, le sue problematiche e le soluzioni di cui disponiamo per cambiare rotta. In questo contesto abbiamo da poco lanciato la campagna Italiana 30X30, un percorso nazionale di respiro internazionale; il cui obiettivo è proteggere il 30% dei mari Italiani entro il 2030.
La campagna nasce per diffondere l’importanza e i benefici della protezione degli ecosistemi marini del Mediterraneo, coinvolgendo diversi settori della società, uniti dalla visione comune di un mare italiano produttivo e resiliente, in cui la tutela della biodiversità diventi volano di sviluppo economico e sociale.
Le AMP (aree marine protette)
Perché è necessario istituire delle AMP (aree marine protette) in almeno il 30% dei mari italiani entro il 2030?
Il Mediterraneo è un mare ricco di biodiversità ma secondo la FAO è anche uno dei mari più sovra sfruttati al mondo; le aree marine protette sono il miglior strumento che abbiamo a disposizione per invertire la rotta. In queste aree la biodiversità viene tutelata e salvaguardata in un’ottica di sviluppo sostenibile, in modo che le bellezze del mare e le sue risorse siano fruibili anche per le generazioni future.
Crediti: Worldrise
Al momento stiamo usando il mare come fosse un conto corrente da cui preleviamo in continuazione senza mai versare un centesimo. Le Aree Marine Protette (AMP) sono dei libretti di risparmio, delle polizze assicurative. Un investimento in grado di produrre non solo benefici ecologici ma anche favorire lo sviluppo sociale ed economico.
Nonostante ciò, ne esistono ancora troppo poche: per questo la campagna 30×30 Italia si propone di sollecitare l’istituzione di più spazi dedicati alla protezione del mare.
30×30 Italia, la nuova campagna di Worldrise
30 è il numero “simbolo” della campagna, ci parli dei 30 obbiettivi?
La protezione del 30% dei nostri mari entro il 2030 è un traguardo che si inserisce in un contesto internazionale molto più ampio e che fa riferimento a una “resolution” approvata durante il Congresso Mondiale della conservazione dell’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN) del 2016.
Questa identifica come necessaria la protezione di almeno il 30% dell’Oceano entro il 2030 per garantirne la funzionalità e produttività, ai nuovi target Post-2020 del Global Biodiversity Framework e all’impegno adottato dalla Unione Europea all’interno della “EU biodiversity strategy for 2030 – Bringing nature back into our lives” e recentemente approvato dal Consiglio Europeo.
Obiettivo della campagna: proteggere il 30% dei mari Italiani entro il 2030. Crediti: Worldrise
Naturalmente il perseguimento di questo ambizioso traguardo finale per il 2030 sarà scandito nel corso degli anni da una serie di obiettivi intermedi, che verranno fissati di anno in anno a seconda del perseguimento degli obiettivi dell’anno precedente. Al momento abbiamo fissato gli obiettivi legati al 2021, indicati sul sito www.30×30.it, legati alla ricerca, alla sensibilizzazione e naturalmente all’azione.
Sul sito www.30×30.it alla sezione “Obiettivi”sarà possibile, per chi desiderasse dare una mano, indicare le priorità relative agli obiettivi futuri e suggerirne dei nuovi da inserire, motivandone l’importanza.E’ una campagna inclusiva che oltre a necessitare del sostegno di tutti desidera anche coinvolgere in maniera attiva tutte le parti in gioco, che siano esse individui, associazioni o enti.
C’è speranza per il Mediterraneo?
Sappiamo che il Mediterraneo è considerato uno dei mari più vulnerabili al riscaldamento globale ed uno dei più sfruttati al mondo.Cosa accadrebbe se si raggiungesse il “tipping point” (punto di non ritorno)?
Il Mediterraneo è un mare di straordinaria ricchezza biologica, abitato da oltre .17.000 specie; caratterizzato da una biodiversità che rappresenta, a seconda di come la si calcoli, dal 4% al 25% della varietà di specie marine globali, circa dieci volte superiore alla media mondiale.
Eppure il “Mare Nostrum” sta cambiando in maniera drastica: secondo la FAO, è il mare più’ sovra sfruttato al mondo, con più del 90% degli stock pescati sopra il livello di sostenibilità, la temperatura superficiale delle sue acque ha raggiunto recentemente il massimo storico di 31°C ed in alcune aree la concentrazione di microplastiche si avvicina ai 10kg per km2.
Le conseguenze se supereremo il “tipping point” saranno sicuramente drastiche; si concretizzeranno con una drammatica perdita di biodiversità che avrà pesanti conseguenze economiche e sociali.
Diventare protagonisti è possibile
Se volessimo prendere parte al cambiamento, come dovremmo fare?
Per prendere parte alla campagna esiste la sezione “Partecipa” sul sito www.30×30.it, dove’è possibile mettere a disposizione il proprio sostegno ed eventualmente le proprie competenze. Le iniziative a cui prendere parte in maniera attiva saranno comunicate man mano nel tempo tramite lo strumento della newsletter, a cui è possibile iscriversi nella sezione “Unisciti a noi” del sito. Chi ne avesse la possibilità potrà donare ed eventualmente aiutarci a divulgare questa importante iniziativa.
Possiamo ancora cambiare rotta ma ci rimane pochissimo tempo per farlo. Sappiamo come vincere la partita, abbiamo le soluzioni dobbiamo però agire immediatamente e creare consapevolezza con ogni mezzo.
Di fronte a inquinamento, cambiamenti climatici, pesca eccessiva, perdita di biodiversità e altri problemi scoraggianti, l’iniziativa singola può sembrare una goccia nell’oceano. Ma ogni goccia conta. Ognuno ha la possibilità di essere un grande agente di cambiamento, attraverso l’arte , la ricerca, l’imprenditoria e l’attivismo; attraverso le azioni che ogni giorno possiamo intraprendere per essere dei cittadini e dei consumatori responsabili.
Nessuno deve rimanere indietro, perché le decisioni che prenderemo nei prossimi anni condizioneranno il futuro del nostro pianeta per i secoli a venire.
Pianeta Oceano: il nuovo libro di Mariasole Bianco
Mariasole Bianco, giovane e intraprendente biologa marina, ci mostra in questo volume tutta la bellezza e la fragilità del mare. Con grande competenza e passione, presenta le storie di coloro ogni giorno si battono per la salute degli oceani, e ci ricorda come il futuro del pianeta dipenda da essi.
Crediti: Mariasole Bianco
Potrete trovare ed acquistare il nuovo libro di Mariasole Bianco nella nostra sezione dedicata ai “Libri sull’ambiente”.
Il riscaldamento globale e la sempre maggiore acidificazione delle acque del Pianeta, a causa delle emissioni di anidride carbonica, stanno portando le barriere coralline verso l’estinzione. Saranno i primi ecosistemi al mondo ad estinguersi a causa della nostra incuria? Non è detta l’ultima parola. Dall’allevamento dei coralli alla stampa 3D, gli scienziati stanno utilizzando nuovi metodi per salvare una parte vitale del nostro Pianeta.
La minaccia per le barriere coralline
Le barriere coralline stanno affrontando una minaccia senza precedenti: le emissioni globali di CO2, il surriscaldamento degli oceani, l’acidificazione delle acque e la pesca eccessiva.
Il corallo prospera grazie ad una relazione vantaggiosa con le alghe zooxantelle, che vivono all’interno dei suoi polipi. Queste ultime utilizzano i prodotti di scarto del corallo, fornendogli i nutrienti attraverso la fotosintesi. Le temperature del mare sempre più elevate costringono il corallo a espellere le alghe portandolo a morire letteralmente di fame.
Durante un evento di sbiancamento (bleaching) dei coralli, le barriere coralline arrivano a subire enormi morie. L’acidificazione degli oceani aggrava il problema: erodendo la barriera corallina e costringendo i coralli a spendere molta più energia per costruire i loro scheletri di carbonato di calcio e rallentando il proprio tasso di crescita.
Proteggono le nostre coste dall’erosione, sono le nursery dei pesci che mangiamo e ospitano il plancton che produce parte dell’ossigeno che respiriamo. A livello globale, le barriere coralline sostengono un quarto di tutta la vita marina e un miliardo di persone.
La temperatura media globale è già di 1 ° C più calda rispetto ai tempi preindustriali. Inoltre, il cambiamento climatico sta intensificando i fenomeni meteorologici periodici; come gli eventi di riscaldamento di El Niño, aumentando le temperature delle barriere coralline e riducendo l’intervallo di recupero tra gli eventi di sbiancamento.
Abbiamo perso il 50% delle barriere coralline negli ultimi 20 anni; si prevede che oltre il 90% morirà entro il 2050, secondo una presentazione all’Ocean Sciences Meeting di San Diego, in California, all’inizio di quest’anno.
È uno dei motivi per cui nel 2015 le nazioni del mondo si sono impegnate a limitare il riscaldamento globale a 1,5 ° C sopra i livelli preindustriali, una temperatura che avrebbe consentito alle barriere coralline di sopravvivere. Non è ancora chiaro se raggiungeremo questo obiettivo.
L’uomo e le barriere coralline, una convivenza possibile?
Alcuni studi dimostrano che le barriere coralline hanno maggiori probabilità di riprendersi da un evento di riscaldamento se sono protette da altri stress, come la pesca eccessiva, l’inquinamento da agricoltura e danni da parte delle imbarcazioni.
La Coral Reef Alliance sta lavorando con le comunità di pescatori in Honduras, i quali dipendono fortemente dalla barriera corallina. La pesca eccessiva, e non regolamentata, colpisce le barriere in diversi modi: uno di questi è la rimozione degli erbivori, come i pesci pappagallo. Difatti, il loro pascolo limita la proliferazione delle alghe che danneggia i coralli.
Questa organizzazione non governativa aiuta i residenti attraverso l’acquisto di barche, necessarie al pattugliamento della barriera; fornisce posizioni stipendiate sulla terra ferma e aiuta a diversificare i flussi di reddito, in modo che le persone siano indipendenti dallo sfruttamento dell’ecosistema corallino.
“Possiamo fornire loro alternative quando vi è la necessità di una chiusura temporanea della pesca, mirata a proteggere la barriera corallina; in questo modo possono fornire cibo e un reddito per le loro famiglie. Stiamo costruendo la resilienza nella comunità umana e questo si traduce in resilienza nella comunità di barriera. Con i dati alla mano, la gente ha potuto vedere che gli stock ittici stanno aumentando grazie alle loro azioni”.
afferma Madhavi Colton, direttore della Coral Reef Alliance.
La speranza è che, creando resilienza, le barriere coralline e le comunità che dipendono da esse, saranno in grado di adattarsi e sopravvivere se il clima si stabilizzerà.
Nuove frontiere
Attualmente un gran numero di scienziati, da ogni parte del globo, sta impegnandosi nel trovare soluzioni che possano dare una speranza all’ormai incontrollato declino delle barriere coralline.
Il giardinaggio dei coralli
Nella Grande Barriera Corallina australiana, che ha perso metà dei suoi coralli negli ultimi cinque anni, un progetto innovativo si sta inserendo nell’industria del turismo. Quest’ultima dipende per il 90% dalla barriera.
“Stiamo cercando di costruire un’economia più sostenibile e resiliente, fornendo agli operatori le competenze e gli strumenti necessari per propagare i coralli nei migliori siti della barriera corallina. Ciò è necessario a permettere una ricostruzione.”
afferma David Suggett, professore associato presso l’Università della tecnologia di Sydney.
Il programma di allevamento di Suggett, in corso da quattro anni, si basa sul giardinaggio dei coralli. Il progetto prevede l’incollaggio di frammenti di corallo vivo, recuperati da parti sane della barriera corallina, a scheletri di coralli morti o strutture artificiali di barriera.
L’idea è quella di accelerare il processo naturale, per cui frammenti di corallo o polipi vengono trasportati dalle correnti e si fissano su una scogliera, ripopolandola.
“I tour operator possono ritagliare diverse centinaia di frammenti di corallo sulla barriera corallina in ogni immersione e, entro uno o due mesi, il corallo si incolla naturalmente alla barriera iniziando a crescere”.
Il team ha dovuto creare dei veri e propri vivai , propagando solo le linee madri. Viene usata anche la “fecondazione in vitro”, raccogliendo uova/sperma e fertilizzandoli lontano dai predatori fino a quando i piccoli coralli potranno essere iniettati nuovamente sulla barriera corallina in modo controllato.
L’editing genetico
“Abbiamo scoperto che una diversità di tipi di barriera corallina fornisce la varietà da cui dipende l’evoluzione. Dobbiamo conservare i siti caldi, che sono importanti fonti di coralli resistenti al calore, così come i siti più freddi che possono diventare importanti habitat futuri “.
afferma Malin Pinsky, professore associato presso la Rutgers University, New Jersey
Si è notata una migrazione dei coralli in direzione dei poli, presentandosi in Giappone, in luoghi un tempo ricoperti di alghe, e nell’Australia meridionale. E’ un segno di speranza.
Di fronte a un profondo cambiamento globale, non è sufficiente proteggere semplicemente le barriere coralline dallo stress: è necessario un intervento attivo e un adattamento, dal giardinaggio dei coralli alla rimozione fisica dei predatori di questi ultimi.
Altri vogliono intervenire ulteriormente impiantando in modo selettivo varietà tolleranti al calore, inclusi polipi coltivati in laboratorio, o anche utilizzando Crispr, una tecnologia di editing genetico rapido, per produrre versioni geneticamente modificate e resistenti.
L’utilizzo di coralli estremofili
Un posto dove guardare sarebbe il Golfo di Aqaba nel Mar Rosso settentrionale. A causa di una stranezza geologica, i coralli si sono evoluti adattandosi a condizioni di caldo estremo, prosperando meglio quando l’acqua si riscalda.
Questi coralli potrebbero rappresentare una popolazione preziosa e unica: le ultime barriere coralline in piedi alla fine del secolo. Eppure attualmente sono scarsamente protette , minacciate dall’inquinamento e dal dilagante sviluppo costiero, che ne compromette la resilienza.
“Prendi la Grande Barriera Corallina settentrionale, con tre anni di sbiancamento consecutivo. In alcuni punti, il 70% del corallo è andato perso. Ciò significa che il 30% del corallo è sopravvissuto, forse perché è più tollerante. Questi sono i coralli che producono la generazione successiva, che eredita alcuni di quei tratti “
In effetti, uno studio ha dimostrato che il corallo sopravvissuto allo sbiancamento sulla Grande Barriera Corallina nel 2016 aveva il doppio della tolleranza al calore dell’anno precedente. Ricerche di laboratorio separate rivelano che i coralli possono trasmettere le loro strategie adattive alla prole .
Le barriere coralline artificiali stampate in 3D
L’impianto di estremofili termici, come i coralli di Aqaba, potrebbe accelerare il processo evolutivo di adattamento al calore, ma significherebbe cambiare drasticamente l’ecosistema, che va contro i principi della conservazione tradizionale, e comporterebbe dei rischi.
Le barriere coralline artificiali, anche stampate in 3D, possono fornire una buona struttura ai coralli; inoltre i ricercatori stanno ricreando e sperimentando il “rumore” della barriera corallina. Difatti, è dimostrato che l’utilizzo di altoparlanti subacquei per riprodurre i suoni di una barriera corallina sana (in aree degradate) attiri le popolazioni ittiche nell’area, contribuendo a dare il via al recupero dell’ecosistema.
“Affinché l’evoluzione avvenga rapidamente, di solito, richiede molta morte: questo è il segnale della selezione naturale. In questo momento, siamo nel terribile inizio di quel processo. Credo che molti coralli supereranno questo collo di bottiglia, non si estingueranno, troveranno un modo per stare al passo con il cambiamento climatico, purché si dia loro un po ‘di spazio”.
afferma Michael Webster, un ricercatore della New York University.
In altre parole, dipenderà da una buona gestione della barriera corallina e se l’umanità sarà in grado di gestire il cambiamento climatico. Data la portata dello sbiancamento a livello globale, è una previsione coraggiosa: speriamo che abbia ragione.
L’oceano: la grande distesa blu dove la vita ebbe inizio, lo specchio d’acqua attraverso il quale civiltà differenti si sono incontrate e sviluppate. Al giorno d’oggi sembra che l’uomo abbia dimenticato il ruolo fondamentale che gli oceani ricoprono per la propria esistenza, apprestandosi sempre più a deturparne la bellezza e gli equilibri. Cerchiamo di fare chiarezza sulla repentina distruzione dei mari e del ruolo antropico in questa tragedia.
Impatto antropico sui mari del mondo
Dobbiamo riconoscerlo: non abbiamo saputo custodire il Pianeta con responsabilità. La situazione ambientale, a livello globale così come in molti luoghi specifici, non si può considerare soddisfacente. Tra questi luoghi vi è proprio il grande Blu.
La popolazione umana sta crescendo in maniera esponenziale, ciò si traduce in una maggiore necessità di spazi e, soprattutto, di risorse. Una buona percentuale di queste ultime proviene proprio dai mari.
La pesca eccessiva, spesso praticata utilizzando reti da pesca non idonee, sta portando ad un impoverimento ecosistemico, con conseguenze future senza precedenti. L’immissione di sostanze tossiche attraverso le acque reflue o lo sversamento di petrolio nei mari. Queste sono solo alcune delle terribili cause che stanno portando i mari del Pianeta al collasso.
Sotto il segno del mercurio
Le attività antropiche, come i processi industriali e minerari-estrattivi, nel tempo hanno contribuito all’aumento delle concentrazioni di mercurio (Hg) negli oceani ed alla distruzione dei mari.
Uno dei drammi legati a questo elemento, si è consumato sull’isola di Bouganville (Papua Nuova Guinea) nel 1963, per mano della Rio Tinto Zinc, uno dei giganti del settore minerario.
Quando ottenne da parte del governo coloniale australiano la licenza per poter iniziare le operazioni di estrazione sull’isola, l’amministrazione stabilì l’utilizzo momentaneo della valle del fiume Jaba, dove vennero scaricati rifiuti altamente nocivi, compresi cianuri e metalli pesanti derivanti dal processo di concentrazione di rame e di oro.
La distruzione dei mari passa anche attraverso lo sversamento in acqua di sostanze come il mercurio.
Questi scarichi nel sistema fluviale distrussero gran parte della vita marina dell’estuario.
Quest’area del letto del fiume, abitata dalla tribù dei Nasioi, divenne priva di pesce e la diffusione di acque sotterranee inquinate in terreni non compensati non permise l’utilizzo agricolo di questi ultimi e quindi il conseguente sostentamento della popolazione. I problemi locali s’intensificarono ulteriormente dinanzi gli evidenti danni ambientali causati dall’incessante sfruttamento della miniera da parte della compagnia australiana.
Le tonnellate di acidi generati dall’attività mineraria hanno ucciso i fiumi Jaba e Kawerong, che rappresentavano una risorsa di acqua e di cibo per migliaia di persone. Tutta l’area attorno a questi fiumi appare come un paesaggio abbandonato.
La plastica soffoca i mari
L’inquinamento da plastica è diventato uno dei problemi ambientali più urgenti, a causa del rapido aumento della produzione di materiale usa e getta che travolge la capacità del mondo di affrontarli. L’inquinamento da plastica è maggiormente visibile nei Paesi in via di sviluppo, dove i sistemi di raccolta dei rifiuti sono spesso inefficienti o inesistenti.
Le comodità offerte dalla plastica, tuttavia, hanno portato ad una cultura dello scarto che rivela il lato oscuro del materiale stesso. Ad oggi, le plastiche monouso rappresentano il 40% della plastica prodotta ogni anno. Molti di questi prodotti, come i sacchetti di plastica e gli involucri per alimenti, durano da pochi minuti a poche ore, ma possono persistere nell’ambiente per centinaia di anni.
Ogni anno, circa 8 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica finiscono negli oceani. È l’equivalente di mettere cinque sacchi della spazzatura pieni su ogni piede di costa in tutto il mondo.
Sull’isola di Henderson gli scienziati hanno trovato oggetti di plastica provenienti da Russia, Stati Uniti, Europa, Sud America, Giappone e Cina; trasportati nel Pacifico dal vortice del Pacifico meridionale, una corrente oceanica circolare.
Entro il 2050, la plastica negli oceani supererà i pesci, secondo quanto prevede una relazione della Ellen MacArthur Foundation, in collaborazione con il World Economic Forum. La distruzione dei mari passa anche da qui.
Una volta in mare, la luce del sole, il vento e l’azione delle onde scompongono i rifiuti di plastica in piccole particelle. Queste “microplastiche” si diffondono in tutta la colonna d’acqua in ogni angolo del globo, dal Monte Everest, la vetta più alta, alla Fossa delle Marianne , la depressione più profonda.
Milioni di animali vengono uccisi dalla plastica ogni anno, dagli uccelli ai pesci ad altri organismi marini. Si sa che quasi 700 specie, comprese quelle in via di estinzione, sono state colpite dalla plastica.
Foche, balene , tartarughe e altri animali rimangono strangolati dalle plastiche del nostro quotidiano o impigliati in attrezzi da pesca abbandonati (come le ghost nets). Sono state trovate microplastiche in più di 100 specie acquatiche, tra cui pesci, gamberi e cozze destinati alla nostra tavola.
L’overfishing ed il bycatch depauperano i mari
Con la crescita della popolazione umana è aumentato anche lo sfruttamento dell’ambiente. Inoltre, i nostri metodi di pesca e raccolta di risorse sono diventati sempre più efficienti, portando alla scomparsa di molti animali di grandi dimensioni e alla creazione di ambienti marini insolitamente “vuoti”.
L’overfishing ne è un esempio. Con questo termine si intende il fenomeno della sovrappesca, ovvero quando avviene la rimozione di una specie dall’ambiente ad una velocità che la stessa non può sostenere attraverso il reclutamento, con il risultato di un declinano numerico.
La pressione di pesca è cresciuta in maniera così elevata nel tempo da determinare il sovrasfruttamento di quasi la totalità degli stock delle principali specie commerciali. La biomassa di queste specie è fortemente ridotta e l’eccesso di mortalità da pesca fa sì che un numero insufficiente di individui riesca ogni anno a raggiungere l’età di riproduzione.
Il fenomeno del bycatch comporta la cattura “involontaria” di organismi assieme alla specie ricercata durante l’attività di pesca, specialmente se vengono usate reti come quelle a strascico (non selettive). La distruzione dei mari passa anche da qui. Credits: Beatrice Martini
Molti vertebrati ed invertebrati marini vengono pescati in modo accidentale durante le operazioni di pesca. Vengono feriti o muoiono durante tale processo, un fenomeno chiamato bycatch.
Un altro effetto legato all’overfishin è un cambiamento drastico e innaturale nella struttura in classi di età delle popolazioni ittiche, dominate da individui in età giovanili e riproduttori di piccola taglia, mentre si riduce la proporzione di individui di età avanzata, cioè dei grandi riproduttori.
Perchè l’industria della pesca possa avere un successo a lungo termine è importante che essa sia ben organizzata. Che stabilisca quote di prelievo ben precise e che monitori continuamente lo stato della risorsa. La situazione del Mediterraneo è al collasso a causa dell’assenza di regolamentazioni razionali e dell’incapacità di far osservare le poche leggi esistenti.
Inquinamento ed eutrofizzazione dei mari
L’inquinamento delle acque ha conseguenze negative sulle persone, gli animali ed interi ecosistemi. Gli oceani sono spesso usati come scarichi all’aperto per rifiuti industriali e liquami urbani.
Un’altra fonte di inquinamento in crescita lungo le aree costiere è lo scarico di nutrienti e composti chimici derivanti dagli allevamenti di gamberetti e salmone. Gli inquinanti scaricati in acqua possono diffondersi rapidamente e su vasta scala a causa della presenza di forti correnti.
Alcune sostanze minerali che solitamente sono essenziali per la vita di piante ed animali possono divenire tossiche se presenti ad elevate concentrazioni. Tra queste vi sono i nitrati ed i fosfati, derivati dai fertilizzanti usati massivamente in agricoltura, dai liquami degli scarichi urbani o dai processi industriali: grandi quantità di queste sostanze innescano il fenomeno di eutrofizzazione.
La piattaforma petrolifera Deepwater Horizon, la quale causò un disastro ecologico di cui ancora oggi molti ecosistemi ne pagano le conseguenze; a risentirne, anche la stessa pesca locale. La distruzione dei mari passa anche da episodi come questo.
La concentrazione di tali elementi porta ad abnormi crescite di fitoplancton sulla superficie del mare (ma anche di laghi e stagni), creando strati talmente spessi da oscurare la colonna d’acqua. Ciò impedisce alle specie vegetali di fare fotosintesi (e dunque di produrre ossigeno) impedendo la crescita di altre piante, esse stesse fonte di cibo.
Lo strato ad un certo punto degenera, muore e sprofonda; in risposta a tutta questa materia organica morta, alcuni batteri e funghi decompositori si riproducono più rapidamente (condizioni ottimali) consumando tutto l’ossigeno presente sul fondale e generando un’ambiente anossico tutto attorno, portando alla morte di molti esemplari.
Le alghe che si generano vanno poi spesso a ricoprire le barriere coralline, portandole alla morte, necessitando queste ultime di acque limpide. La comunità biologica ne risulta impoverita e semplificata; una sorta di “zona morta” popolata solo da quelle specie adattate all’acqua inquinata ed a bassi livelli di ossigeno.
Un altro grosso elemento di distruzione dei mari è il petrolio. Il greggio ha un peso specifico minore dell’acqua, per cui inizialmente forma una pellicola impermeabile sopra la superficie del mare, causando evidenti danni fisici e tossici diretti alla macrofauna. La successiva precipitazione sul fondale replica l’effetto sugli organismi bentonici. La bonifica dell’ambiente danneggiato richiede mesi o anni.
Il disastro ambientale della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon ha causato lo sversamento di petrolio nelle acque del Golfo del Messico in seguito a un incidente riguardante il Pozzo Macondo che si trova a oltre 1.500 m di profondità. Lo sversamento è iniziato il 20 aprile 2010 ed è terminato 106 giorni più tardi. È il disastro ambientale più grave della storia americana.
Massacro di specie a rischio
Uno dei dibattiti più accesi circa lo sfruttamento delle specie a rischio riguarda la caccia alle balene ed il shark finning.
Dopo aver constatato che la caccia aveva drasticamente ridotto le popolazioni di molte specie, nel 1986 un’apposita commissione internazionale (International Whale Commission) finalmente vietò ogni forma di prelievo.
Malgrado ciò alcune specie, come la balenottera azzurra e la balena franca boreale, rimangono oggi a livelli di densità di gran lunga inferiori a quelli precedenti l’inizio della caccia.
La lentezza con cui le popolazioni di alcune specie stanno tornando ad accrescersi potrebbe esser dovuta alla continua caccia illegale e pseudo-legale. Infatti, nonostante il divieto imposto dagli accordi internazionali, il Giappone continua a prelevare migliaia di esemplari di alcune specie di balena; giustificando l’operazione con l’apparente necessità di raccolta di maggiori informazioni scientifiche per poter stabilire lo stato delle loro popolazioni.
Il finning è una pratica brutale quanto inutile. Questa consiste nella rimozione delle pinne dagli squali, ributtando il corpo ancora in vita direttamente nell’oceano. Incapaci di nuotare in modo efficace, gli squali muoiono per soffocamento (devono stare in continuo movimento per ossigenare le branchie) o mangiati da altri predatori.
La rimozione di predatori apicali all’interno degli ecosistemi marini porta a disastrosi effetti top-down che si ripercuotono su tutta la catena trofica. Il finning è aumentato dal ’97 per la crescente domanda di pinne per la zuppa e per le cure tradizionali, in particolare in Cina.
L’Ecopost consiglia: alcune letture
Noi di Ecopost teniamo molto all’informazione del singolo. Qui di seguito riportiamo alcuni titoli che vi potranno avvicinare ancora di più alle tematiche trattate nell’articolo.
Mariasole Bianco, “Pianeta oceano. La nostra vita dipende dal mare”
Non è la prima volta che la Cina invade le acque della seconda riserva marina più grande al mondo. Già nel 2017 un’imponente flotta cinese di pescherecci si era avvicinata alle Galapagos, facendo il suo ingresso con 297 navi, una delle quali aveva la stiva carica di 300 tonnellate di pescato illegale.
Una nuova minaccia da parte della Cina
Una massiccia flotta di pescherecci cinesi si è avvicinata ai confini dell’area marina protetta delle Galapagos, minacciando di decimare la biodiversità dell’arcipelago. Questa è considerata patrimonio dell’umanità e la zona protetta circostante alle isole offre riparo alla più grande biomassa di squali del mondo, e non solo. Difatti in queste acque vengono a riprodursi diverse specie, molte delle quali inserite nella red listdella IUCN.
La zona economica esclusiva (ZEE) è un’area del mare, adiacente alle acque territoriali, in cui uno Stato costiero ha diritti sovrani per la gestione delle risorse naturali.
L’immagine illustra chiaramente il limite della ZEE che la flotta cinese non può superare senza incorrere in sanzioni. Quest’ultima si sta mantenendo “legalmente” ai margini della Riserva, entrando comunque in contatto con grandi quantità di pescato. Crediti: Wikipedia
Circa 265 navi cinesi sono state avvistate entro il limite di 200 miglia nella ZEE dell’arcipelago ecuadoregno per diversi giorni.
I pescherecci in questione sono dei veri e propri cargo con celle frigorifere, sulle quali avvengono i primi processi di lavorazione del pescato. La flotta cinese è situata nella stretta fascia di acque internazionali che si trova tra l’Ecuador e le Galapagos, luogo in cui si apre un’importante rotta migratoria per molte specie a rischio d’estinzione, che nelle acque della riserva trovano rifugio e risorse.
Da questa immagine satellitare si può notare la flotta cinese (in arancione) che pattuglia i confini della riserva marina delle Galapagos.
La flotta in questo momento sta operando nella zona sud ovest dell’arcipelago e la loro presenza non solo sta mettendo a rischio la fauna locale per mezzo della pesca ma, a causa della cattiva gestione, sta anche disseminando rifiuti lungo la propria rotta.
Difatti, massicce quantità di materiali plastici e spazzatura di altro tipo vengono riversati nella Riserva durante la loro permanenza per finire poi sulle vergini coste delle isole.
La contraddizione maggiore risiede nel fatto che la Cina e l’Ecuador siano membri della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare. Questa impone ai due paesi di contribuire alla conservazione della fauna marina, in particolare delle specie migratorie e delle più vulnerabili.
Un programma di monitoraggio effettuato a Cocos island mostra come il numero degli squali martello abbia subito un declino del 50% negli ultimi 20 anni. Il problema è sempre lo stesso: una volta lasciata la riserva marina gli animali diventano vulnerabili agli ami ed alle reti illegali.
La strategia cinese
La Cina si sta apparentemente comportando in maniera legale, mantenendosi ai margini dell’area protetta. Purtroppo però la realtà dei fatti è un’altra; la flotta sta posizionando chilometri di reti lungo ampie porzioni della ZEE. Tutto ciò che si trova all’interno della riserva rimane “tutelato”, ma ciò che tenta di entrare o di uscire da quest’ultima rimane vittima delle reti.
Chilometri di morte che intrappolano e uccidono qualsiasi specie vi capiti a tiro. Dagli enormi squali balena alle piccole tartarughe, dai pesce martello ai tonni; non vi è selezione alcuna. Ciò porta a conseguenze ecologiche catastrofiche. I pescherecci possono aspettare il pesce ai margini di queste aree, così da non essere legalmente perseguibili.
La cattura e il non rilascio degli esemplari più giovani, ad esempio, crea uno squilibrio importante all’interno delle popolazioni locali. In ecologia si parla di reclutamento, che indica l’aggiunta di nuovi individui in una popolazione dovuta alle nuove nascite. Il reclutamento può portare ad un incremento demografico di una popolazione oppure, se le perdite sono uguali o maggiori al n° dei nuovi nati, ad un crollo demografico.
Questo sta ad indicare quanto le aree marine protette siano essenziali per la biodiversità e per le future riserve proteiche, alle quali l’umanità attinge (abbondantemente).
La flotta cinese nel 2017
Nell’agosto del 2017 la Marina ecuadoregna intercettò una grande flotta da pesca illegale cinese che si era avvicinata alla Riserva delle Galapagos. 297 navi, una delle quali aveva nella stiva più di 300 tonnellate di pescato vietato, in gran parte squali.
Pescato illegale da parte della flotta cinese a largo delle isole Galapagos.
Vennero contati 6.600 squali tra cui due specie altamente a rischio di estinzione, i Seta ed i Martello.
L’inchiesta rivelò successivamente che la nave stava recuperando le catture di un centinaio di pescherecci che navigavano al limite delle acque territoriali circostanti. Quito all’epoca aveva convocato l’ambasciatore cinese per consegnare una protesta ufficiale e la giustizia ecuadoregna aveva condannato i proprietari della nave cinese a una multa di circa 6 milioni di dollari.
Il capitano e i suoi tre deputati furono detenuti per tre anni in prigione mentre gli altri 16 membri dell’equipaggio per uno. Tutto ciò non fu abbastanza per rallentare il fenomeno. La strage di quell’anno ancora riecheggia negli animi della popolazione locale, la quale vive nel pieno rispetto della natura.
La seconda Riserva più grande al mondo
Dichiarato patrimonio naturale dell’umanità dal 1978, l’arcipelago delle Galapagos è un vero e proprio bacino di biodiversità.
Le riserve marine vengono create in zone contenenti le nursery (asili- luoghi in cui vengono deposte uova e partoriti cuccioli) o perchè presentano un rilevante interesse per le caratteristiche naturali, con particolare riguardo alla flora/fauna marine/costiere.
La presenza della flotta cinese alle Galapagos è preoccupante in quanto la riserva è considerata la seconda più grande al mondo con i suoi 133.000 km 2 di superficie, ed ospita molte specie marine protette. Anche il governo ecuadoregno ha investito molto nella conservazione di questo patrimonio. All’interno della riserva è autorizzata solo la pesca artigianale mentre la pesca industriale è vietata.
Le aree marine protette delimitate dall’uomo sono di scarsa importanza per i grandi pesci e cetacei che percorrono i lunghi corridoi migratori attraverso gli oceani e l’intervento delle autorità è possibile solo quando le navi entrano nelle riserve. Per questo motivo finchè la flotta cinese continuerà a rimanere lungo i margini della riserva il governo ecuadoregno non potrà richiedere alcun tipo di intervento.
Qui di seguito riportiamo alcune vittorie a livello conservativo delle Isole Galapagos:
1978, l’UNESCO dichiara le Isole Galapagos patrimonio naturale dell’umanità
1986, il governo dell’Ecuador crea la Riserva delle risorse marine delle Galapagos
1990, le isole sono dichiarate Santuario delle balene
1998, viene creata la Riserva marina delle Galapagos
2001, l’UNESCO include la Riserva marina delle Galapagos nella lista del patrimonio naturale dell’umanità
Riflessione
Questo evento dovrebbe far discutere e riflettere su come, in futuro, si dovranno tutelare questi luoghi strategici per la biodiversità di tutto il mondo, non solo delle Galapagos.
Capire come combattere le pressioni ecologiche causate dalle flotte illegali nei pressi delle riserve e quelle dovute ai cambiamenti ambientali. Le protein stocks (riserve di proteine) sparse per gli oceani del mondo sono essenziali per la protezione della biodiversità, per la vita del pianeta ma anche, in futuro, per il rifornimento di cibo per l’umanità.
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