Vanessa Nakate: chi è la giovane paladina della giustizia al fianco di Greta Thunberg

Vanessa Nakate

Vanessa Nakate è una figura ispiratrice che sta avendo un impatto significativo nella lotta contro i cambiamenti climatici. Attraverso il suo attivismo e la sua scrittura, sta contribuendo a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla urgente necessità di agire su questo tema critico. Spesso al fianco della più celebre Greta Thunberg in diverse occasioni, come ad esempio le COP dell’ONU o il World Economic Forum di Davos, è senza ombra di dubbio uno dei personaggi più importanti del panorama ambientalista mondiale.

L’attivismo di Nakate e il suo impegno per la giustizia climatica le hanno guadagnato riconoscimento e fama sia nel suo paese d’origine, l’Uganda, che a livello internazionale. Nel 2020 è stata inserita nella lista delle 100 donne più influenti al mondo della BBC.

Chi è Vanessa Nakate in breve

Nata nel 1992 a Kasese, una piccola città dell’Ovest dell’Uganda, è cresciuta in una famiglia di agricoltori.

Da bambina, Nakate era appassionata di ambiente e spesso trascorreva il suo tempo libero esplorando la bellezza naturale della sua regione. Si è preoccupata in particolare degli impatti dei cambiamenti climatici sulla sua comunità, che già affrontava sfide come l’insicurezza alimentare e la mancanza di accesso all’acqua pulita.

Oggi è ormai riconosciuta in tutto il mondo come uno dei volti più importanti dell’attivismo ambientalista giovanile.

Il suo impegno per l’ambiente

Nel 2019, Nakate ha fondato l’organizzazione Youth for Future Africa, che si occupa di sensibilizzare l’opinione pubblica sugli effetti dei cambiamenti climatici sulle comunità in Africa e di promuovere la giustizia climatica. È stata anche un membro attivo del movimento Fridays for Future, partecipando a numerose proteste e scioperi per chiedere azioni urgenti sui cambiamenti climatici.

Nakate ha anche lavorato con organizzazioni internazionali come il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo e la Banca Africana per lo Sviluppo, promuovendo politiche e pratiche amiche del clima.

Il discorso di Vanessa Nakate alla Pre-Cop 26 del 2021

Il triste episodio di Davos

Vanessa Nakate è diventata ampiamente conosciuta nel gennaio 2020 quando è stata tagliata fuori da una foto di gruppo che la ritraeva insieme ad altri attivisti ambientali al World Economic Forum di Davos, in Svizzera, tra cui Greta Thunberg. La foto, ampiamente diffusa sui social media, mostrava Nakate in piedi da sola sulla sinistra dell’immagine, mentre gli altri attivisti erano in primo piano al centro della foto.

L’incidente ha suscitato indignazione e accuse di razzismo, con molti che hanno sottolineato come il taglio di Nakate dalla foto avesse cancellato la sua presenza e i suoi contributi al movimento ambientalista. Anche Nakate ha parlato dell’incidente, dicendo che era “deludente” essere stata esclusa dalla foto e che aveva messo in luce il problema più ampio delle voci marginalizzate che vengono silenziate nel movimento ambientalista.

A seguito dell’incidente, Nakate ha ottenuto riconoscimento internazionale e si è affermata come figura di rilievo nella lotta per la giustizia climatica. Ha utilizzato la sua piattaforma per sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza di includere e amplificare le voci di persone di colore e comunità marginalizzate nel movimento ambientalista.

Altre attività di Vanessa Nakate

Oltre all’attivismo, Nakate è anche scrittrice e utilizza la sua piattaforma per condividere le sue esperienze personali e le sue riflessioni sull’importanza della protezione dell’ambiente. Ha scritto per giornali come The Guardian e The Huffington Post e ha parlato in numerose conferenze e eventi in tutto il mondo.

Riciclo di carta e cartone: un passo verso la sostenibilità

Buone notizie per l’ambiente: la filiera di carta e cartone si sta avviando sempre più verso la sostenibilità grazie agli investimenti attuati per migliorare le performance di riciclo. Già da diverso tempo l’industria cartiera si è posta come modello di economia circolare, riuscendo a sopperire alla scarsità di materia prima vergine puntando sullo sviluppo della raccolta urbana di carta e cartone. In questo modo viene posta l’attenzione sul mantenimento e la salute delle foreste, fonte naturale indispensabile per la produzione di carta e cartone.

Una consapevolezza, quella di sfruttare risorse limitate nel tempo, che ha indotto a riflettere sulla possibilità di riutilizzare manufatti già presenti sul mercato, giunti ormai al termine della loro vita, per realizzarne di nuovi con un aspetto simile a come si presentavano in precedenza. È quanto avviene con la carta da macero, che dopo essere stata sottoposta a specifici trattamenti, viene reimmessa in commercio sotto forma di fogli d’ufficio, imballaggi e giornali.

Processi produttivi sostenibili

Il concetto di sostenibilità nell’industria della carta è espresso nell’impiego di energie rinnovabili in fase di produzione, e nella gestione delle risorse sfruttate. Un’attenzione che si concretizza già nei riguardi del legname: sono infatti numerose le foreste sostenibili nate per ricavare la materia prima necessaria, create per contrastare il fenomeno della deforestazione. Spesso il legname raccolto per realizzare carta e cartone non si ottiene attraverso l’abbattimento degli alberi, ma tramite lo sfoltimento delle loro chiome. La carta proveniente da queste realtà è riconoscibile tramite le certificazioni, che vanno a contrassegnare il prodotto ultimato.

Nella fase di produzione vera e propria, la filiera della carta si è evoluta notevolmente, arrivando a utilizzare 24 metri cubi di acqua per produrre una tonnellata di carta, contro i cento che servivano in passato. Il 90% dell’acqua impiegata è inoltre di riciclo: in questo modo si ottimizza la risorsa e si evitano gli sprechi. Per quanto riguarda il consumo di energia, l’industria sta puntando sulle fonti rinnovabili, provenienti dal
sole e dal vento. Un settore, dunque, che si serve di tecnologie ed energie pulite, capace di impattare il meno possibile sul Pianeta.

L’introduzione di nuovi materiali

Per tutelare ulteriormente l’ambiente, l’industria cartiera sta portando avanti ricerche su nuovi materiali, ingegnandosi su possibili soluzioni per progettare e realizzare prodotti sostenibili e innovativi, facili da
raccogliere e da riciclare. Uno di questi è la nanocellulosa, che oltre a essere dotata di bassa densità e grande resistenza, è biodegradabile e compostabile. Utilizzandola come additivo nella fabbricazione della carta, quest’ultima acquisirebbe nuove proprietà, e diventerebbe più leggera. “Rifiuti” ricchi di cellulosa che possono essere sfruttati per la produzione di carta e cartone sono le alghe che si accumulano sulle spiagge, dalle quali è possibile ricavare carta di buona qualità.

Anche i residui dell’agricoltura, come bucce d’arancia, noccioli d’olive, gusci di mandorle e noci, stanno suscitando l’interesse delle imprese, in quanto rappresentano una fonte di fibre promettente per la linea di
produzione della carta.

La sostenibilità passa anche dal cittadino

Nel settore della carta, per alimentare e valorizzare un’economia sostenibile a livello ambientale, serve anche riciclare carta e cartone seguendo precise regole. Attuare una raccolta differenziata efficace è un dovere dei cittadini, indispensabile per re-immettere nel processo produttivo i materiali cartacei di scarto.

Prima di tutto, carta e cartone devono essere depositati in appositi contenitori, suddividendoli così dalle altre tipologie di rifiuti. Non tutte le carte possono essere inserite al loro interno: gli imballaggi con residui di cibo, come i cartoni della pizza, non possono essere riciclati in quanto contaminati. In questi casi, o qualora non si possa riciclare ulteriormente il materiale, è importante effettuare lo smaltimento carta e cartone in maniera corretta: gli scontrini, fatti con carte termiche, e la carta sporca di sostanze velenose come vernici o solventi, possono creare problematiche in fase di riciclo, pertanto vanno collocati nell’indifferenziata. È fondamentale, prima di destinare la carta alla raccolta differenziata, rimuovere materiali non cellulosici come punti metallici o nastri adesivi.

Oltre a stare attenti durante la raccolta differenziata, si può dare una mano all’ambiente pensando a metodi alternativi per sfruttare la carta: i quotidiani, avendo un’alta capacità assorbente, possono essere destinati alla pulizia delle superfici al posto dei classici panni, o per imballare gli oggetti durante i traslochi, proteggendoli dagli urti.

Lo spreco della carta si può evitare anche attraverso alcune azioni quotidiane, una su tutte l’acquisto di carta riciclata, una forma di risparmio oltre che un modo per ridurre gli sprechi. Invece di comprare fazzoletti di carta usa e getta, si possono preferire quelli in stoffa, lavabili e riutilizzabili e quindi convenienti dal punto di vista ecologico. Lo stesso discorso vale quando si compiono gesti automatici come asciugarsi le mani nei bagni pubblici: invece di utilizzare troppe salviette, meglio scrollare via tutta l’acqua e impiegare più volte la stessa per assorbirla.

Infine, quando si ha la necessità di stampare dei documenti, farlo sempre su fronte/retro e impaginare il file in modo tale da sfruttare quanto più spazio possibile. La regola di utilizzare i fogli su entrambi i lati vale
anche quando si scrive manualmente.

Greta denuncia l’ipocrisia del G7

greta-g7

Si è concluso qualche giorno fa il G7, il primo incontro di persona tra i più importanti esponenti politici del mondo nel post pandemia. E, come sempre accade in queste circostanze, la conclusione è stata decorata da tantissime belle parole sulla necessità di azzerare le emissioni di CO2 entro il 2050 e il riconoscimento della soglia critica dell’aumento di temperatura globale al di sotto del +1,5C, come ratificato anche più di 5 anni fa nell’Accordo di Parigi.

Poteva andare peggio? Sicuramente sì. Si sarebbe potuta bypassare la questione climatica in toto senza neanche nominarla, e probabilmente nessuno, quanto meno tra le testate giornalistiche di prima fascia, si sarebbe indignato per l’accaduto. Tuttavia, ad un occhio attento alla questione climatica come quello di Greta Thunberg, non è sfuggito un dettaglio importante. La mancata coerenza tra le parole e l’atteggiamento tenuto dai protagonisti durante il summit.

Il messaggio di Greta

Proprio quando si inizia a correre il rischio di abituarsi a questo scenario, in cui politici di tutto il mondo si riempiono la bocca con le parole che vorremmo sentirci dire, senza che poi seguano proposte e fatti concreti, la giovane attivista svedese lancia un messaggio importante.

https://www.instagram.com/p/CQEcQERJGtV/

La crisi climatica è in rapida escalation. Eppure i leader del G7 sembrano davvero divertirsi nel resort a presentare i loro vuoti impegni sul clima e a ripetere vecchie promesse non mantenute: ovviamente questo richiede una celebrazione con tanto di bistecche e aragoste sul barbecue, mentre jet aerei eseguono acrobazie nel cielo sopra il resort G7!

Con poche parole, ben ponderate, Greta ha messo a nudo la profonda incoerenza che caratterizza l’operato di queste persone. La lista di buoni comportamenti, in grado di fare la differenza tra uno stile di vita sostenibile e uno che, tendenzialmente, non lo è, è ormai piuttosto chiara per chiunque si informi a dovere su come avvicinarsi al concetto di sostenibilità. E al suo interno è possibile individuare le seguente voci, in mezzo a tante altre:

  • mangiare meno carne e meno derivati
  • mangiare meno pesce
  • ridurre al minimo gli spostamenti in aereo

Aggiungiamo poi, come regola generale, un approccio più minimalista, che poco si allinea alla goliardata dei jet che fanno delle acrobazie in cielo.

Un piccolo ripasso per ricordarci l’importanza di adottare comportamenti sostenibili

I motivi per cui questi tipi di comportamento non possono essere considerati sostenibili sono i seguenti:

  • La produzione di carne e, più in generale, il settore degli allevamenti è responsabile, secondo le stime più ottimistiche, di quasi il 20% delle emissioni su scala globale.
  • L’industria della pesca è responsabile di buona parte dell’inquinamento da plastica che invade i nostri oceani a causa delle reti disperse in mare e, allo stesso tempo, mina ferocemente la salute degli oceani, da cui dipende enormemente anche quella del pianeta che abitiamo.
  • L’aereo è il mezzo di trasporto con il più alto rapporto emissioni per passeggero. Ed in questa statistica vengono considerati prevalentemente i voli di linea, con centinaia di passeggeri a bordo. Figuriamoci quale possa essere il rapporto per dei jet privati che fanno delle acrobazie e per quelli che trasportano gli illustri partecipanti del G7 da una parte all’altra del globo.

Con gli occhi del mondo puntati addosso, una crisi climatica che incombe e dopo un anno di pandemia che ha le sue origini in uno sfruttamento ambientale ormai senza controllo da parte dell’uomo, queste persone, che dovrebbero guidare la conversione ecologica mondiale, hanno perso l’occasione per dimostrarsi coerenti con i principi che sbandierano ai quattro venti.

E naturalmente, alla fine dei 3 giorni di summit, non hanno perso l’occasione per recarsi di fronte ai microfoni a parlare di quanto sia importante ed urgente contrastare il cambiamento climatico.

Alcuni dati sull’urgenza in atto

A rincarare la dose di una così brutta figura, c’è un dato, fresco di rilevazione, che racconta chiaramente l’inadeguatezza delle politiche fin qui adottate per ridurre le emissioni.

Secondo quanto dichiarato dalla NOAA – National Oceanic and Atmospheric Administration, la CO2 presente in atmosfera ha raggiunto la quota record di 419 parti per milione, il dato più alto da quando nel 1958 sono iniziate le osservazioni scientifiche. Ogni anno continuiamo ad immettere circa 40 miliardi di tonnellate di gas a effetto serra in atmosfera. Per contestualizzare il dato, basti dire che l’ultima volta che il nostro pianeta ha sperimentato una così alta percentuale di anidride carbonica, è stato circa 4 milioni di anni fa, quando il livello del mare era più alto di 24 metri e la temperatura media globale era superiore di 4°C rispetto ad oggi.

Uno scenario poco rassicurante, soprattutto se si guarda al mancato raggiungimento di un calo nella presenza di CO2 in atmosfera neanche una pandemia, e che, francamente, poco ci azzecca con i sorrisi stupefatti dei nostri politici di fronte alle acrobazie dei jet.

Eppure, come spesso accade, l’unica persona che ha il coraggio di denunciare l’accaduto, nel silenzio assordante dei media, è la giovane Greta, che, inevitabilmente, finirà per accaparrarsi qualche altra antipatia, solamente per aver fatto notare quanto i protagonisti di questi gesti siano, fondamentalmente, irresponsabili e di cattivo esempio per chi li segue.

La coerenza come arma

Di fronte a tali inadempienze da parte di chi dovrebbe trainare la conversione ecologica, si corre il rischio di restare scoraggiati. Tuttavia, non ci sarebbe nulla di più sbagliato. “Se non lo fanno loro, perché dovrei farlo io”. Sarebbe facile cadere in questo cliché, ma contrastare il cambiamento climatico non sarà “facile” e, semplicemente, non possiamo permetterci di lasciarci andare.

Inoltre, va specificato come l’obiettivo delle dichiarazioni di Greta non fosse quello di enfatizzare in linea assolutamente generale un comportamento sbagliato. Dopo esser tornata dal viaggio in barca per recarsi a New York, fu lei stessa ad ammettere che “vivere in modo sostenibile oggi è praticamente impossibile”.

E per molte persone, forse è ancora così. Ma è difficile credere che non si possa rinunciare ad un barbecue o a un’aragosta ad una cena in cui, in mezzo al tavolo, avrebbe dovuto esserci proprio l’argomento della crisi climatica.

Ognuno di noi, nessuno escluso, ha il dovere di adottare uno stile di vita quanto più possibile sostenibile. Per qualcuno sarà più facile, per altri meno. Non deve diventare una gara a chi ha più colpe. Tuttavia, c’è un gruppo di persone che stanno in una posizione privilegiata e che non perdono mai l’occasione per dire quanto sia importante l’ambiente.

Ecco, queste persone devono fare la propria parte più di altre e cogliere al volo occasioni di questo tipo per lanciare messaggi inequivocabili. Peccato che abbiano scelto quelli sbagliati.

Mario Draghi: cosa aspettarsi sulle politiche ambientali

Mario-Draghi

L’ex Presidente della Bce ed economista di fama mondiale Mario Draghi è stato incaricato dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella di affrontare un nuovo governo. Una notizia accolta con gioia da una buona parte della popolazione, visto il suo “alto profilo”.

Ma cosa possiamo aspettarci dalla sua Presidenza in termini di misure ambientaliste?

Durante il suo primo discorso pubblico dopo l’assegnazione dell’incarico, Draghi non ha esitato a mettere al centro del discorso il Recovery Plan, una risorsa senza dubbio fondamentale se si vuole attuare una vera e propria conversione ecologica del Paese.

Abbiamo a disposizione le risorse straordinarie dell’Ue, abbiamo la possibilità di operare con uno sguardo attento alle future generazioni e alla coesione sociale

Per andare a scovare uno sprazzo di ambientalismo tra le sue prime parole da Premier, bisogna però andare ad interpretare questa frase in un modo che si può definire ottimistico. Tra tutte le crisi elencate da Draghi, di quella ambientale e climatica non ce n’è traccia. Almeno per ora.

L’Unione Europea preme

Tuttavia, l’attenzione che sta rivolgendo l’Unione Europea alla questione ambientale, finirà sicuramente per influenzare alcuni dei provvedimenti inseriti nel Recovery Plan. La pianificazione di uno sviluppo economico che vada a braccetto con la sostenibilità ambientale è infatti uno dei criteri con cui verrà giudicato il documento. Inoltre, sebbene sia a tutti gli effetti un’economista, e sappiamo bene come il binomio economia-sostenibilità sia percepito come antitetico, durante la sua lunga carriera non sembrano esserci grosse macchie in termini di incarichi per aziende particolarmente dannose.

A parte qualche anno passato alla Goldman Sachs, quarta banca al mondo, tra il 2002 e il 2005, in cui è quanto meno probabile che abbia gestito dei fondi di investimento in settori dannosi per l’ambiente, gli altri ruoli ricoperti sono stati per lo più istituzionali. Riguardo a questo, si potrebbe aprire un discorso molto ampio sulle oggettive responsabilità delle istituzioni per l’immobilità con cui hanno affrontato l’avanzare della crisi climatica. Ma quando si parla di ambiente, si parla di futuro. Ed è in quella direzione che bisogna guardare per trovare soluzioni credibili al problema.

L’attenzione verso le giovani generazioni

La situazione cambia drasticamente se invece guardiamo alle parole pronunciate dall’ex-Presidente della Bce durante l’incontro annuale organizzato dalla Fondazione Meeting Per l’Amicizia fra i popoli, tenutosi lo scorso agosto.

“Il ritorno alla crescita che rispetti l’ambiente e non umili la persona è divenuto un imperativo assoluto […]. Il ritorno alla crescita e alla sostenibilità delle nostre politiche economiche sono essenziali per rispondere al cambiamento dei desideri delle nostre società […]. La protezione dell’ambiente, con la riconversione delle nostre industrie e dei nostri stili di vita è considerata dal 75% delle persone nei 16 maggiori Paesi al primo posto nella risposta dei governi a quello che è il più grande disastro sanitario dei nostri tempi

In quest’occasione Draghi ha sottolineato, eccome, la centralità della questione ambientale nella pianificazione di un futuro che possa essere sicuro per le future generazioni. Di fronte a queste dichiarazioni risulta quindi lecito guardare ai prossimi mesi, e perché no ai prossimi anni, con un cauto ottimismo.

D’altronde, che il futuro dell’economia mondiale passi per una conversione ecologica sostanziale, è ormai un dato di fatto. E Draghi questo lo sa bene.

Economia e ambiente possono andare a braccetto

In un momento di totale incertezza come quello che stiamo vivendo, l’assegnazione del ruolo di Primo Ministro ad uno degli economisti migliori del mondo può essere consdierata una vera e propria boccata d’ossigeno. Soprattutto alla luce delle sue dichiarazioni di meno di sei mesi fa. E se a dire che l’idea di uno sviluppo economico incentrato sulla sostenibilità è più che concreta, è un uomo del suo profilo, questo significa che è davvero possibile.

Ciò che resta da vedere, come sempre in questi casi, è se e come le belle parole verranno trasformate in azione. Fino ad ora, di slogan ne abbiamo sentiti fin troppi e, molto spesso, ci hanno lasciato interdetti. Sebbene infatti la questione climatica abbia guadagnato un minimo di attenzione mediatica, siamo ancora ben lontani dal trattarla con l’urgenza che merita. E la colpa è inevitabilmente anche dei governi e dei decisori politici di tutto il mondo. Ad oggi, sebbene qualcosa sia stato fatto, siamo ancora ben lontani dal raggiungimento dei target intermedi previsti per arginare l’aumento della temperatura media mondiale al di sotto dei 2 gradi.

Draghi questo lo sa bene, così come è consapevole dei danni economici, e non solo, che l’avanzare del cambiamento climatico porterebbe all’Italia. Abbiamo a disposizione una chance incredibile per far ripartire il nostro pase in modo green, grazie ad una quantità di finanziamenti mai vista prima. Guai ad abbassare la guardia, i “soliti noti” sono dietro l’angolo e hanno puntato questi soldi da lontano. Ma le parole del neo Presidente del Consiglio dei Ministri dello scorso agosto, possono farci ben sperare.

Speriamo che non ci deluda, come fatto dai suoi predecessori.

Inquinamento dell’aria: la Pianura Padana si conferma l’area peggiore d’Europa

tagli alle emissioni

Il Nord Italia è l’area più inquinata d’Europa. Per l’ennesima volta un report sulla qualità dell’aria, questa volta targato Università di Utrecht, Global Health Institute di Barcellona e Tropical e Public Health Institute svizzero e pubblicato sulla rivista scientifica The Lancet, inchioda l’insufficienza delle politiche ambientali che dovrebbero diminuire l’inquinamento in Pianura Padana.

smog pianura padana

Un primato ormai consolidato da anni, che ha inevitabilmente delle conseguenze sulla salute degli abitanti. Tra le prime 30 città segnalate dal documento, ben 19 sono italiane.

Le città più inquinate della Pianura Padana

Brescia, Bergamo, Vicenza, Saronno, Verona, Milano, Treviso, Padova, Como, Cremona, Busto Arsizio, Pavia, Novara, Venezia, Pordenone, Piacenza, Ferrara, Torino, Gallarate. Una lista già così lunghissima che, scendendo nella graduatoria, si allunga ulteriormente. Tutte queste località hanno registrato una presenza di particolato atmosferico PM 2.5 ben al di sopra della soglia critica stabilita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Le conseguenze, oltre che essere drammatiche da un punto di vista ambientale e delle emissioni, hanno un impatto significativo anche sulla salute dei suoi abitanti. Un’alta presenza di agenti inquinanti può infatti generare diverse patologie ed aggravarne altre. Senza scendere troppo in dettagli medici, che non riguardano il focus di questo blog ma che potete approfondire in questo documento ufficiale, basti dire che un report del 2020 ha evidenziato come ogni anno in Italia si registrino oltre 45.000 morti premature legate, appunto, all’inquinamento dell’aria. Un ulteriore studio, condotto dalla scienziata dell’Università di Harvard Francesca Dominici, ha inoltre dimostrato che una situazione di questo tipo può aggravare l’incidenza sulla mortalità del virus Covid-19 del 15%. Un dato che racconta, almeno in parte, le cause della tragedia che sta investendo il Nord Italia in termini di vite perdute dall’inizio della pandemia.

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Le cause dell’inquinamento

Sebbene il traffico cittadino e l’intensa attività industriale della regione contribuiscano in maniera non indifferente al problema, i dati ci dicono che il 54% delle PM 2.5 presenti in atmosfera ha un’origine ben diversa: le cause principali dell’inquinamento in Pianura Padana sono da individuare negli allevamenti intensivi, nell’agricoltura e negli impianti di riscaldamento, nonostante un altro studio pubblicato dal CNR, abbia rivelato come la percezione dei cittadini sia ben distorta da questa realtà.

Il dito, infatti, viene spesso e volentieri erroneamente puntato contro il settore dei trasporti e quello delle industrie, che, ben lontani dal poter essere considerati sostenibili, costituiscono solo una porzione minoritaria del problema.

Le possibili soluzioni

Individuate le molteplici cause, è giunto il momento di parlare delle possibili soluzioni. Agire solamente su uno degli aspetti scatenanti, non porterebbe infatti pressoché alcun beneficio. Ed ecco che, probabilmente con decenni di ritardo, si inizia ad intravedere un minimo di intraprendenza politica per arginare il problema.

Dal Bonus al 110%, che mira a ridurre le emissioni del computo domestico, passando per un potenziamento dei trasporti pubblici, fin anche alle agevolazioni per l’installazione di filtri antiparticolato, qualcosa sta iniziando a muoversi, ma siamo ancora ben lontani dall’affrontare il problema con l’urgenza che merita.

Commentando i dati del report, infatti, i sindaci di Bergamo e Brescia, le due città maggiormente incriminate dal report, hanno smentito lo studio, affermando che “i dati si riferiscono al 2015 e sono quindi vecchi. In questi anni la situazione è notevolmente migliorata”. Sebbene sia vero che lo studio ha preso come riferimento delle rivelazioni di qualche anno fa, è altrettanto vero che il problema dello smog nel Nord Italia è più che evidente e contestare un report, redatto secondo gli stringenti paradigmi della pubblicazione scientifica, non è l’atteggiamento giusto. Banalmente, ammettere di avere un problema è il primo passo per trovare una soluzione. Negare di averne uno, può invece causare un effetto domino che ha già oggi, e continuerà a farlo in futuro, delle conseguenze tangibili sulla salute della popolazione.

Va sottolineato però come, nonostante i dati inchiodino il settore della produzione intensiva di carne e latticini, al momento non ci siano dei piani per la riduzione delle sue emissioni. Il bacino padano, come precisato da Greenpeace Italia, è una delle aree con la più alta concentrazione di sistemi di allevamento intensivi in Europa. Eppure di misure atte ad intervenire sul problema non ce ne sono, e non sembrano neanche essere in programma. Un’ulteriore dimostrazione di come nel nostro paese, e non solo, sottolineare che il nostro sistema di approvvigionamento alimentare vada cambiato in maniera sostanziale, in quanto largamente insostenibiliìe, sia ormai a tutti gli effetti un argomento tabù.

Con questi dati, attuare delle politiche mirate, giustificando eventuali decisioni impopolari grazie all’immensa quantità di dati che abbiamo oggi a disposizione, potrebbe sì generare un iniziale malcontento nella popolazione, ma allo stesso tempo aumenterebbe la consapevolezza dei cittadini sul problema e, sul lungo termine, finirebbe anche per salvare delle vite, con anche tutti i benefici ambientali, troppo spesso esclusi dalle equazioni politiche, che ne conseguirebbero.

Serve un cambio di paradigma

La percezione distorta dei cittadini sulle cause dell’inquinamento dell’aria, abbinata ad una parziale e tardiva applicazione di misure atte a mitigare il problema, va ad aggiungere un nuovo capitolo di una narrazione, che portiamo avanti sin dalle origini del blog, sull’insufficienza di comunicazione chiara e di qualità da parte delle istituzioni sui più svariati temi legati all’ambiente e al cambiamento climatico.

Il problema dell’inquinamento in Pianura Padana, e più in generale quello della qualità dell’aria, è altamente sottovalutato e troppo poco discusso. E a pagare il prezzo più alto, come spesso accade, siamo tutti noi.

Eni mette gli occhi sul Recovery fund

Sciolte le ultime resistenze da parte di Bulgaria e Polonia, l’Italia è riuscita ad assicurarsi gli oltre 200 miliardi che l’Unione Europea verserà nelle nostre casse grazie al piano “Next Generation EU”, da noi conosciuto come “Recovery Plan”. Un’ottima notizia per il nostro paese, che nasconde comunque delle insidie. Specialmente se si guarda ai possibili risvolti ambientali. Se infatti da un lato un corretto impiego di queste risorse potrebbe dare inizio ad una storica svolta ambientalista in grado di pervadere ogni ambito della società, dall’altro, se questi soldi finissero nei progetti sbagliati, gli obiettivi dei tagli delle emissioni previsti dall’Accordo di Parigi e dal Green New Deal Europeo diventerebbero poco più di un miraggio per l’Italia.

La bozza del Consiglio dei Ministri sull’impiego del Recovery Plan

Uno degli ultimi scalini per ottenere i fondi è la presentazione di un piano dettagliato, inviato da Palazzo Chigi alla Commissione Europea, in cui si esplica in che modo si vorranno utilizzare questi soldi. Secondo quanto trapelato dal Consiglio dei Ministri dello scorso 7 dicembre, il Sole 24 ore ha riassunto quella che sarebbe una bozza del documento da spedire a Bruxelles.

Ben 123 miliardi di euro, ovvero poco più del 60% del totale, sarebbero destinati alla transizione verde e digitale. Di questa somma circa 74,3 miliardi dovrebbero essere investiti nella transizione ecologica ed energetica del Paese. In più ci sono circa 27,7 miliardi che dovrebbero essere impiegati per rendere più sostenibile il settore della mobilità, e non solo.

Andando ancora più nel dettaglio, come spiega il giornale di Legambiente “La Nuova Ecologia”:

40,1 miliardi saranno destinati all’efficienza energetica e riqualificazione degli edifici, e dunque anche alla proroga del superbonus al 110%; 18,5 miliardi per la transizione energetica e la mobilità locale sostenibile, 9,4 miliardi per la tutela e la valorizzazione del territorio e della risorsa idrica e 6,3 per impresa verde e l’economia circolare, 9,1 per la ricerca all’impresa. Nella bozza sono inoltre previsti iter rapidi per nuovi progetti greenfield rinnovabili e investimenti per la produzione di idrogeno in siti brownfield e da elettrolisi, e progetti di ricerca e sviluppo per le applicazioni di idrogeno a usi finali. Tra le proposte, infine, c’è anche un riordino delle spese fiscali e della tassazione ambientale.

Una notizia “troppo buona per essere vera”, direbbero alcuni. E infatti, il rischio che possa andare tutto storto c’è. Ecco perché.

L’ombra di Eni e delle altre grandi compagnie

Che Eni, una delle più grandi multinazionali del petrolio, sia una società con un’ampia partecipazione dello Stato è ormai cosa nota. Così come lo è la consapevolezza che, fino ad oggi, è stata proprio l’azienda milanese a decidere la politica energetica di un Paese dove sole e vento non mancano di certo.

Ed ecco che il nostro governo, come denunciato a più riprese da Fridays For Future Italia con la creazione della campagna Non Fossilizziamoci, sta pensando di creare una task force che possa gestire “al meglio” i soldi del Recovery Fund. Secondo le prime indiscrezioni sembrerebbe che a farne parte saranno Claudio Descalzi, Francesco Starace, Marco Alverà, Gianfranco Battisti, Alessandro Profumo e Fabrizio Palermo, rispettivamente Amministratori Delegati di Eni, Enel, Snam, Ferrovie dello Stato, Leonardo-Finmeccanica e Cassa Deposito e Prestiti.

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Cos’hanno in comune tutte queste compagnie? Sono a partecipazione statale. Un evidente conflitto di interessi che rischia di mettere in pericolo il corretto impiego di queste risorse facendole finire nelle tasche sbagliate. Alcuni di queste aziende sono infatti tra le principali responsabili della crisi climatica, Eni su tutte, ed affidarsi a loro per una ripartenza green del paese è a dir poco da ingenui, per non dire di peggio. Ed ecco che la montagna di soldi provenienti dal piano europeo di ripresa dalla pandemia, denominato “Next Generation EU” e caratterizzato dalla necessità di costruire un futuro vivibile per le future generazioni, rischia di diventare l’ennesimo flop per un Paese che, se continuerà a dare ascolto a chi ci ha trascinato in questa situazione, rischierà seriamente di restare indietro in modo irrimediabile.

Qualsiasi azienda che abbia anche un minimo interesse nel perseguire una folle politica energetica basata sui combustibili fossili, non può far parte del Comitato che decide come verranno impiegati i soldi destinati alle “future generazioni”.

CCS o carbon capture storage: l’ultima trovata mangiasoldi di Eni

Per fare un esempio concreto di come alcune di queste aziende intendano raggirare le indicazioni fornite dall’Unione Europea, che se non rispettate potrebbero far saltare l’intero accordo, parliamo del progetto di Eni che, come la maggior parte delle grandi multinazionali del fossile, sta puntando forte sul CCS – Carbon Capture Storage, ovvero il “Sequestro di Carbonio” dall’atmosfera. Lo stesso premier Conte ha parlato del progetto di conversione della centrale a gas di Ravenna in uno sito di stoccaggio del carbonio come di un “polo di eccellenza”.

Questa sigla, tanto accattivante quanto fuorviante, potrebbe costituire la pietra tombale dei buoni propositi ambientalisti. Grazie ad un’astuta strategia comunicativa, queste aziende stanno tentando di trovare una soluzione tecnologica che possa tirarci fuori dai guai. Guarda a caso, in questo modo, le grandi multinazionali potrebbero continuare ad inquinare come sempre hanno fatto – basti pensare agli ingenti investimenti nel settore del gas fossile e dell’idrogeno “verde”, che ancora così verde non è – invece di lavorare per abbattere le proprie emissioni, ponendo fine ad ogni speranza residua.

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Le possibilità che sarà questa tecnologia a salvarci, secondo gli esperti, sono molto vicine allo zero, principalmente perché siamo ancora lontani dall’avere progressi che potrebbero essere decisivi ed il tempo per salvare il pianeta sta scadendo. E questo lo sanno anche i grandi manager del settore fossile. Far rientrare il Carbon Capture Storage, all’interno delle buone pratiche green sarebbe l’errore più grande che possiamo commettere. Da un lato andremmo infatti a togliere soldi che potrebbero essere utili alla vera conversione ecologica del paese, dall’altro rischiamo seriamente di andare contro le direttive europee e, quindi, vederci revocato il trattamento di favore ricevuto con l’assegnazione di questi fondi.

Ad oggi, lo ribadiamo, l’unica soluzione credibile per limitare i danni del riscaldamento globale è un calo verticale delle emissioni, perseguibile solo attraverso la conversione ecologica dei vari settori economici. Ogni altro tipo di intervento è assolutamente inutile, se non dannoso. Non possiamo più fidarci di chi ci ha trascinato consapevolmente in questa situazione tragica senza mostrare un briciolo di rimorso e, soprattutto, dobbiamo smetterla di rifocillare le loro casse con soldi che non si meritano e di cui, con ogni probabilità, non hanno neanche troppo bisogno.

L’ultima spiaggia?

Il nostro Paese ha delle enormi potenzialità non sfruttate, soprattutto in termini di fonti di energia pulita. Se solo questa enorme quantità di denaro finisse nelle mani giuste, non ci vorrebbe molto per avviare un circolo virtuoso destinato a soppiantare nell’arco di pochissimo tempo il sistema energetico attuale. Un cambiamento che porterebbe più soldi allo Stato, che non dovrebbe più andare a comprare la materia energetica dall’estero, e al cittadino. Una situazione da cui trarrebbe vantaggio chiunque, tranne, per l’appunto, le aziende operanti nel settore fossile che, in mancanza delle sovvenzioni statali, non riuscirebbero a reggere la concorrenza di un settore sempre più competitivo ed innovativo, oltre che molto più democratico, come quelle delle energie rinnovabili.

Lasciare che siano i “soliti noti” a gestire quella che assomiglia sempre di più all’ultima occasione che ha il nostro paese per salire sul treno delle conversione ecologica, potrebbe farcelo perdere una volta per tutte. Con buona pace della “Next Generation”.

Perché la sesta estinzione di massa è causata dall’uomo

estinzione di massa

Solamente a nominarla vengono i brividi, ma, ormai, è un’evidenza che non si può più negare. La razza umana, grazie al suo delirio di onnipotenza nei confronti della natura circostante, ha scatenato un processo che difficilmente riusciremo a fermare. Stiamo parlando della sesta estinzione di massa. Un termine spesso utilizzato da scienziati e ambientalisti che rende giustizia alla criticità della situazione in cui ci troviamo oggi. Ma quali sono state le atre? E perché dobbiamo preoccuparci della prossima? Cosa si intende esattamente con questo termine?

Cos’è un’estinzione di massa: definizione

Quando si parla di estinzione di massa, o mass extinction, ci si riferisce ad un “evento durante il quale una considerabile porzione della biodiversità terrestre viene persa. Un’estinzione può avere diverse cause. Si contano almeno 5 maggiori eventi che hanno causato un’estinzione, ognuna delle quali ha spazzato via un’ampia porzione della biodiversità”.

Secondo il Cambridge Dictionary, che ha attualizzato il significato del termine riferendosi, con ogni probabilità, alla situazione ambientale critica odierna, si tratta invece della “morte di molti animali, piante ed esseri umani, come un risultato del cambiamento climatico in atto”.

Le cinque (o sei) grandi estinzioni di massa della storia

La scienza al giorno d’oggi parla di “sesta estinzione”, in quanto, nelle centinaia di milioni di anni che hanno preceduto la comparsa dell’uomo, se ne sono succedute già cinque:

1- Ordoviciana-Siluriana: la prima estinzione di massa

Secondo la teoria maggiormente riconosciuta dal panorama scientifico, ipotizzata dagli scienziati Berry e Boucot nel 1973,  circa 450 milioni di anni fa, quando la Terra era popolata da invertebrati e da pesci, degli impulsi glaciali, che si suppone abbiano avuto una doppia ondata separata da circa 500.000/1.000.000 di anni, hanno causato l’estinzione di circa l’85% delle specie viventi. Il calo della temperatura delle acque ha infatti reso impossibile la vita per gran parte dei pesci che erano, invece, abituati a vivere in acque tropicali. La glaciazione perdurò per diversi milioni di anni.

2- L’evento Kellwasser

Storicamente inserita all’interno dell’era geologica del Devoniano Superiore, il “Kellwasser event”, avvenuto all’incirca 375 milioni di anni fa, spazzò via l’82% delle specie che abitavano la terra. Sebbene inizialmente si pensò che questa estinzione si consumò in un tempo relativamente breve, di circa 3 milioni di anni, alcune rilevazioni successive hanno cambiato le carte in tavola. La perdita di biodiversità, caratterizzata verosimilmente da un forte deterioramento dello strato di ozono innescato da un cambio della temperatura media terrestre, secondo uno studio cinese molto accreditato, si verificò invece in circa 50 milioni di anni.

3 – Estinzione del Permiano o Permiano-Triassico

Si tratta dell’estinzione di massa più grande di sempre. Avvenuta, all’incirca, 251,4 milioni di anni fa, ed anche nota con il nome di “Great Dying”, causò la perdita dell’81% delle specie marine con una diminuzione del 96% della popolazione degli oceani, oltre al 50% delle specie animali. Per quanto riguarda le cause ci sono diverse teorie. Se da un lato si riconduce a degli eventi repentini, come ad esempio l’impatto con uno o più asteroidi, la teoria più credibile riguarda le conseguenze nefaste di un periodo di altissima attività vulcanica. Le continue e massicce eruzioni causarono l’aumento della presenza di CO2 in atmosfera fino a 1.000 parti per milione – oggi, in una situazione già critica per il proseguimento della vita sulla terra questo valore si attesta a 414 ppm – oltre alla creazione di uno strato di chemioclino sulla superficie oceanica, che rese di fatto il mare quasi privo di ossigeno e , quindi, inabitabile dalla maggior parte delle specie.

4 – Triassico – Giurassico: la quarta estinzione di massa

Situata, all’interno della scala delle ere geologiche, alla fine del Triassico, ovvero 203 milioni di anni fa, questa causò la perdita del 76% di tutte le specie abitanti il pianeta. Tra questi ci fu la totale scomparsa dei terapsidi e dei bivalvi. La causa fu un aumento della temperatura di circa 5°C, forse dovuta alla liberazione del metano dal fondo degli oceani.

5 – Cretaceo – Paleocene: la scomparsa dei dinosauri

Risalente a circa 65 milioni di anni fa, è stata per lungo tempo uno dei più grandi misteri della scienza. Almeno fino a quando, nel 1980, gli scienziati Luìs Alvarez, insignito del Premio Nobel per la Fisica nello stesso anno, e Frank Asaro, grazie all’analisi di alcuni prelevamenti geologici, individuarono un’alta presenza di “iridio”, una sostanza rara sul nostro pianeta, ma invece molto presente proprio negli asteroidi. Successivamente, grazie ad ulteriori studi, fu possibile stabilire il luogo in cui avvenne l’impatto che, con ogni probabilità, è situato nella penisola dello Yucatan, dove un meteorite con un diametro di almeno 10 chilometri colpì la terra ad una velocità stimata di circa 30 chilometri al secondo.

Video di una lezione del Prof. Luciano Bani, docente di Zoologia presso il dipartimento di Scienze dell’Ambiente della Terra.

Episodio Pluviale-Carnico

Alcuni studiosi sono anche riusciti ad individuarne un’altra, risalente a circa 233 milioni di fa. Ad annunciare la scoperta è stato, nel settembre scorso, un gruppo di ricercatori della China University of Geosciences che, in uno studio pubblicato sulla rivista Science Advances, sostiene di avere la prova di una “terribile eruzione vulcanica”, denominata “Episodio Pluviale Carnico”. Secondo questa teoria questa enorme attività vulcanica produsse circa un milione di chilometri cubi di magma, iniettando in atmosfera enormi quantità di CO2 e scatenando così un forte aumento delle precipitazioni per un milione di anni. Sarebbe stato in questo periodo che il mondo attuale, così come lo conosciamo, venne “plasmato”.

Una scoperta recente che, almeno per il momento, non andrà a cambiare ciò che intendiamo con “sesta estinzione di massa”, un concetto che chiariamo nelle righe seguenti.

Perché oggi si parla di sesta estinzione di massa

Già solo leggendo la successione temporale di queste catastrofi, distanziate tra di loro da svariati milioni di anni, è possibile capire quanto la presenza dell’ essere umano sulla terra sia recente. Quantificando, con le dovute proporzioni, l’età della terra in 24 ore, la nostra razza avrebbe iniziato il suo sviluppo solamente quattro secondi fa. Il momento in cui l’homo sapiens lascia l’Africa per migrare risale invece a soli 1,3 secondi fa. In questo arco temporale, traducibile in circa 65-75.000 anni, si è sviluppata la civiltà umana così come la conosciamo oggi, senza che il pianeta abbia mai subito degli eventi catastrofici simili e, anzi, proliferando all’interno del sistema terrestre fino a raggiungere la popolazione record di 7,5 miliardi di abitanti.

Se, dunque, da un lato, come troppo spesso ricordatoci dai negazionisti del cambiamento climatico, è vero che nel nostro pianeta si sono già verificati dei sostanziali cambi della temperatura in maniera naturale, dall’altro, la velocità con cui si sta verificando in questo preciso periodo della storia umana, caratterizzata dall’estrazione e dal sovrautilizzo di combustibili fossili, rende la teoria dell’origine “naturale” del riscaldamento globale poco più di una favoletta raccontata da chi, in questo sistema sociale che ha generato più ricchezza che mai concentrandola nelle mani di pochissimi individui, ci guadagna soldi e potere.

Per ben capire la velocità con la quale stiamo rompendo l’equilibrio dell’ecosistema terrestre, prenderemo in prestito una frase di Antonio Cianciullo, celebre giornalista ambientale del nostro paese, che nel suo libro “Ecologia del desiderio”, ce lo spiega così:

“Nel corso del Novecento la popolazione si è moltiplicata per 4, l’economia per 14, la produzione industriale per 40, il consumo energetico per 16, le emissioni di CO2 per 17, il consumo di acqua per 9, la pesca marina per 35, l’area irrigua per 5. Mentre le foreste si sono ridotte del 20% e siamo finiti sull’orlo della sesta estinzione di massa nella storia del pianeta”.

Leggi anche: “La sesta estinzione” è qui. Finiremo come i dinosauri?

Il tempo per invertire la rotta sta per scadere

Guardando inoltre ai dati rilevati agli ultimi 200 anni, l’attribuzione della causa di questa catastrofe ambientale alle attività umane è completamente fuori discussione. A partire dalla prima rivoluzione industriale abbiamo immesso in atmosfera circa 370 miliardi di tonnellate metriche di carbonio. Dato a cui va aggiunto quello liberato dai processi di deforestazione, che aggiungono altri 180 miliardi di tonnellate. La concentrazione di diossido di carbonio è aumentata del 40%, mentre quella del metano, altro potente gas ad effetto serra, è più che raddoppiata.

Tutto questo ha causato, secondo il WWF, la perdità di circa il 60% della altre specie viventi sulla terra, solamente negli ultimi 40 anni.

Mai, in un lasso di tempo così breve, è stata registrata una tale perdita di biodiversità sul pianeta, riconducibile ad un cambiamento del clima terrestre. Storicamente queste variazioni della biosfera si sono verificate nell’arco di milioni di anni, mai e poi mai in poco più di un secolo e mezzo.

La cosa peggiore è che, almeno per il momento, i dati non sono destinati a migliorare. Gli effetti di questi ultimi due secoli di follia della nostra specie, non si sono ancora verificati nella loro totalità. Ciò a cui assistiamo oggi è infatti il risultato delle emissioni di diversi anni fa e, considerando che l’intensità di immissione di gas serra in atmosfera è aumentata nel corso del tempo, è praticamente certo che il peggio debba ancora venire.

Secondo l’ONU abbiamo ancora poco più di 7 anni per invertire la rotta in modo drastico. Se non riusciremo ad abbattere significativamente le emissioni e, allo stesso tempo, preservare la biodiversità del pianeta, distruggendo quindi l’equilibrio della biosfera e con essa la maggior parte delle specie che lo abitano, la probabilità che una larghissima fetta del pianeta diventerà inabitabile è ben più alta di quanto si possa pensare. Ed a quel punto questo periodo sarà destinato a passare alla storia come quello della “sesta estinzione di massa”.

Ecologia e ambiente: un binomio indissolubile

ecologia

Oggi il termine “ecologia” viene spesso utilizzato in diversi ambiti e la sue accezioni, grazie all’utilizzo più diffuso che ne viene fatto, possono assumere connotati diversi, tanto che sono ormai molteplici le branche ad essersi sviluppate intorno a questa parola: da quella industriale, a quella culturale, passando per quella urbana, sociale, comportamentale e via dicendo. Ma da dove proviene questo termine? E come è entrato nel nostro linguaggio di tutti i giorni? Scopriamolo insieme.

Definizione di ecologia

Il primo scienziato a dare una definizione precisa di “ecologia” fu Ernst Haeckel che, nel 1866, coniò per la prima volta questo neologismo, utilizzandolo nel suo libro intitolato Generelle Morphologie der Organismen. Parola di origine greca – da οίκος, oikos, “casa” e  λόγος, logos, “discorso” – letteralmente identifica la scienza che, in generale, si occupa di studiare la nostra biosfera e tutto ciò che ad essa si collega.

Haeckel la definì così:

L’insieme di conoscenze che riguardano l’economia della natura – l’indagine del complesso delle relazioni di un animale con il suo contesto sia inorganico sia organico; comprende soprattutto le sue relazioni positive e negative con gli animali e le piante con cui viene direttamente o indirettamente a contatto – in una parola, l’ecologia è lo studio di tutte quelle complesse relazioni alle quali Darwinfece riferimento come alle condizioni della lotta per l’esistenza.

Nel vocabolario della Treccani, invece, il termine assume una duplice accezione:

1. Parte della biologia che studia le relazioni tra organismi o gruppi di organismi e il loro ambiente naturale, inteso sia come l’insieme dei fattori chimico-fisici (clima, tipo di suolo, luce, nutrimento, ecc.) sia come l’insieme dei fattori biologici (parassitismo, competizione, simbiosi, ecc.), che influiscono o possono influire sulla vita degli organismi stessi. Sviluppatasi in tempi recenti e diffusasi largamente come scienza e come pratica, si suddivide in numerose branche (evegetaleagrariaanimalemarinaumanaspaziale) che toccano tutte problemi di importanza vitale (produttività e sfruttamento delle risorse naturali, conservazione e protezione della natura dal depauperamento ambientale, comprendendo la tutela del paesaggio, la lotta all’inquinamento delle acque, la razionalizzazione degli insediamenti umani, ecc.) nei paesi moderni densamente popolati e in via di massiccia industrializzazione. 

2. Con sign. meno proprio, ma diffuso nel linguaggio com. e giornalistico, il termine è spesso adoperato per indicare la necessità di conservare e difendere la natura, e l’insieme dei provvedimenti rivolti a eliminare quanto può turbare l’equilibrio dell’ambiente naturale.

Se la prima di queste due voci si riferisce al significato, per così dire, “scientifico” del termine, la seconda, invece, rappresenta ciò che la parola è diventata nel tempo, grazie all’utilizzo che ne è stato fatto nel linguaggio comune, soprattutto a partire dagli anni ’60, periodo in cui i movimenti ambientalisti hanno iniziato a farsi spazio all’interno delle società, grazie anche alle sue varie declinazioni rese possibili da un’applicabilità molto vasta. Tra le più diffuse troviamo quelle di “ecologia sociale”, “ecologia profonda” ed “ecologia integrale”.

Origini e diffusione dell’ecologia

Sebbene questa scienza iniziò ad essere oggetto di molti studiosi verso la fine del diciannovesimo secolo, le sue origini partono da ben più lontano. Il concetto che sta alla base di tutto ha infatti anche delle connotazioni politiche ed etiche già presenti in alcuni dei filosofi più famosi della storia, come ad esempio Aristotele ed Ippocrate. Anche lo stesso Platone denunciò il processo di deforestazione dell’Attica, in Grecia, esprimendo il proprio sgomento per la distruzione di una terra a lui cara dove “l’acqua prima veniva trattenuta ed ora scorre sul dorso nudo della montagna”.

Tra gli esponenti illustri della disciplina troviamo anche Charles Darwin che, avvalendosi della traduzione del termine “oikos” in “gestione della casa”, ed utilizzando quindi la stessa accezione del termine così come viene intesa nella parola “economia”, la interpretò come “la condizione della lotta per l’esistenza”.

Col tempo, poi, si iniziò a definire in maniera più specifica il quadro in cui operava l’ecologia, che rientra tra le scienze cosiddette di “sintesi” in quanto, per essere studiata, ha bisogno di avvalersi della conoscenza di tante altre materie quali, ad esempio, la geologia, la chimica, la botanica, zoologia e via dicendo.

Un altro step degno di nota fu poi quello del 1925, quando gli scienziati August Thienemann e Charles Elton si fecero fautori della nascita dell’ ecologia “della comunità”, inserendo nel dibattito scientifico concetti quali la piramide delle specie e la catena alimentare.

Ma il momento nel quale il termine, con una sua accezione più idealista, iniziò davvero a diffondersi tra la popolazione, fu a cavallo degli anni ’60 e ’70. Grazie all’esplosione dei movimenti ambientalisti in giro per il mondo, il significato della parola assunse delle connotazioni più profonde e venne interpretato, ed utilizzato, per definire in una specie di “guida comportamentale” in grado di far proliferare il rapporto tra uomo ed ambiente. In questo modo assunse la connotazione, etimologicamente scorretta, che tutti conosciamo oggi, rimandante a concetti quali la conservazione della natura o, più in generale, il rispetto dell’ambiente.

Ecologia e ambiente: quale futuro?

Sebbene negli ultimi anni l’approccio ecologista, inteso come un’adozione di uno stile di vita filoambientalista, si sta facendo sempre più strada nella società, ci sono ancora diverse criticità da risolvere. Su tutte la mancata condivisione di questo modo di intendere il nostro rapporto con la natura da parte delle classi dirigenti dei nostri paesi. Decidere, o meno, di applicare i principi ambientalisti ai vari settori della nostra economia è una scelta che solo loro possono compiere. Le ideologie che hanno guidato i movimenti ambientalisti negli anni ’60, e che oggi rivivono un exploit forse mai visto grazie a movimenti quali Fridays for Future, Extinction Rebellion e tanti altri, possono infatti essere adattati a tutti i campi: dall’economia, alle politiche sociali, a quelle energetiche e via dicendo.

La crisi climatica sta avanzando inesorabile ed il tempo per arginarla è prossimo a scadere. Solamente con un’affermazione totale ed in ogni campo dell’ecologia avremo qualche chance di arginarla.

“I am Greta”: questa sera in Prima Visione italiana

I am Greta

Ascolta il podcast di introduzione all’articolo! 

Si aggiunge un altro tassello alla lunga lista di documentari che vogliono portare l’attenzione sulla crisi climatica in atto. E questa volta la protagonista è d’eccezione: si tratta di Greta Thunberg, la giovane paladina dell’ambiente svedese che ad oggi è a tutti gli effetti il volto più noto della lotta ambientalista mondiale. Uno status guadagnato grazie alla propria forza e dedizione, che l’hanno spinta a lottare per i suoi ideali anche quando era più facile abbattersi e tirarsi indietro. Ed i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Fridays For Future oggi rappresenta il più grande movimento ambientalista del globo, e se oggi è stato fatto qualche progresso nella battaglia contro i cambiamenti climatici, una buona fetta del merito è loro. Questa sera, sabato 14 novembre a partire dalle 20:30, il documentario “I am Greta. Una forza della natura” verrà proiettato per la prima volta in Italia.

https://www.instagram.com/p/CHgQw7lniLi/?igshid=w3umskaeq4rr

Con i cinema chiusi a causa della pandemia, l’evento si svolgerà online ed il lungometraggio sarà trasmesso sul sito dell’iniziativa iorestoinsala, una piattaforma ideata dai cinema durante il lockdown per permettere a chiunque di poter usufruire di una sala virtuale.

Di cosa parla “I am Greta”

Distribuito da Koch Media e frutto della regia del videomaker Nathan Grossman, “I am Greta” è un documentario della durata di 97 minuti. Una vera e propria testimonianza di un anno di battaglie della giovane Thunberg. Grossmann ha infatti seguito la protagonista per esattamente un anno, sin dal suo primo sciopero di fronte al Parlamento svedese.

Chi si aspetta contenuti in grado di approfondire la crisi climatica potrebbe rimanerne deluso. Se infatti alcuni aspetti del climate change vengono inevitabilmente toccati nel lungometraggio, il focus è incentrato proprio su Greta e sulla sua parabola ascendente che l’ha portata, in pochissimo tempo, ad essere un’icona della lotta climatica, a tenere discorsi di fronte alle più importanti personalità politiche del nostro mondo e ad attraversare l’Oceano Pacifico in catamarano per recarsi al summit delle Nazioni Unite a New York.

Un fardello molto pesante da portare, forse troppo, per una ragazzina non ancora maggiorenne e che da anni convive con la Sindrome di Asperger, una condizione che la giovane attivista commenta così: “Non direi che ne soffro, ce l’ho e basta. Quando mi interesso di qualcosa, diventa la mia ossessione”.

Alla scoperta di Greta

Un vero e proprio viaggio all’interno della personalità della giovane attivista, che si è ritrovata a dover convivere con una responsabilità enorme, a volte anche causa di momenti di debolezza fisiologici per chiunque si trovi in una situazione del genere. Siamo abituati a vederla tuonare con discorsi potenti e feroci nelle più importanti sale del mondo. Con questo film invece viene fatta luce sulla sua persona e sulle difficoltà, spesso troppo sottovalutate, di chi si trova a dover fare i conti con eserciti di haters, politici dalla dubbia integrità morale e giganti del panorama economico mondiale che ti remano contro con ogni mezzo a disposizione e, dettaglio da non sottovalutare per una ragazza così giovane, una costante lontananza dalla propria casa, dai propri affetti e, più in generale, da una vita normale. Un lusso che Greta non si può permettere. La questione climatica è troppo importante per lei. Proprio come dovrebbe essere per tutti noi.

“I am Greta” è la storia della ragazza che può salvarci e di chi si è dimostrato più forte di tutti, ispirando centinaia di milioni di giovani sparsi per tutto il mondo a voler alzare la voce, non tanto per chiedere un “futuro migliore” quanto per pretenderne uno. Un documentario adatto sia a chi è un suo convinto sostenitore, che in questo modo potrà immedesimarsi ancora di più nei suoi ideali, sia a chi, per motivi non ben chiari, abbia deciso di schierarsi contro di lei diffamandola, denigrandola ed accusandola di “essere un burattino in mano ai poteri forti”, quando si batte in prima linea proprio contro di loro.

A questo ultimo gruppo di persone consigliamo ugualmente di vedere il lungometraggio, ma di farlo con una mente aperta. La causa per cui combatte è giusta, in ogni sua sfaccettatura, e la coerenza della persona è tale da avere tanto da insegnare a chiunque. Con questi presupposti cambiare idea su di lei sarà più facile del previsto.

Dove vedere il documentario

“I am Greta. Una forza della natura” verrà trasmesso sabato 14 novembre a partire dalle ore 20:30 al seguente link. Sarà necessario registrarsi sul sito della piattaforma e, successivamente, confermare il proprio indirizzo email. Il costo per accedere alla visione è di 7,99 euro. La proiezione sarà introdotta da un breve dibattito a cui parteciperanno il celebre geologo della RAI Mario Tozzi, il Direttore di Lifegate Tommaso Perrone e Giovanni Mori, giovane attivista di Fridays For Future Brescia.

Qualora non riusciate a vederlo questa sera, il documentario resterà disponibile sulla piattaforma di iorestoinsala. Se siete invece abbonati a Hulu, potrete trovarlo on demand.

Cogliamo l’occasione per segnalare la campagna di crowdfunding lanciata da Fridays For Future Italia per coprire le spese delle multe che alcuni dei propri attivisti hanno ricevuto dopo aver manifestato, in maniera totalmente pacifica e conforme a tutte le normative anti Covid vigenti, di fronte alla sede dell’ENI lo scorso 8 ottobre.

Per contribuire clicca qui!

https://www.facebook.com/fffitalia/posts/819435255522363

USA2020: le elezioni più importanti della Terra?

Il 3 novembre negli Stati Uniti i cittadini saranno chiamati alle urne per decidere quale sarà il futuro politico dello Stato che si trova in seconda posizione nella triste graduatori dei maggiori inquinatori del mondo. Una questione più che rilevante per quanto riguarda le sorti delle questioni ambientali del paese. Per l’occasione L’EcoPost, più in particolare Natalie Sclippa e Mattia Mezzetti, prenderà parte ad una diretta Facebook organizzata in collaborazione con altre due giovani realtà del panorama dell’informazione indipendente italiana: The Pitch, startup milanese dedita ad un’informazione più generalista con diverse redazioni che svariano tra i temi più disparati, e KriticaEconomica, webzine di “un gruppo di universitari e studiosi di varie estrazioni, appassionati di economia e politica economica.”

L’obiettivo dell’incontro è quello di fornire ai nostri lettori una panoramica il più possibile esaustiva sulle imminenti elezioni americane, sfruttando la complementarità delle competenze di ognuna delle redazioni ed accompagnando così il nostro pubblico verso la tanto attesa tornata elettorale statunitense.

L’appuntamento è per questa sera alle ore 21, sulle pagine Facebook di tutti i diretti interessati. Qui il link all’evento.

Perchè potrebbero essere le elezioni più importanti della Terra

Anche il titolo scelto per l’occasione non è casuale. La parola chiave è in questo senso proprio “Terra”, il pianeta in cui abitiamo e la cui salute è fortemente messa a rischio dall’avanzare dei cambiamenti climatici. Gli Stati Uniti in questo senso potrebbero giocare un ruolo fondamentale nel futuro delle politiche ambientali ed energetiche globali, tanto in senso positivo quanto negativo. Se infatti Donald Trump dovesse riconfermare la sua presidenza, considerando il poco tempo che abbiamo per invertire la rotta e l’enorme impronta ecologica del Paese, la situazione potrebbe diventare irrecuperabile. Se invece ad approdare alla Casa Bianca sarà Joe Biden, gli ambientalisti di tutto il mondo potrebbero tirare un sospiro di sollievo. Seppure con tutti i dubbi e le riserve del caso, visto e considerato che il candidato non rappresenta l’ala più riformista del partito in termini di riforme utili alla conversione ecologica, è a tutti gli effetti auspicabile, per chi come noi ha a cuore il futuro di tutti, una vittoria di Biden. Inoltre, in generale, la questione ambientale è uno dei punti cruciali intorno al quale si deciderà l’esito delle elezioni.

Gli altri argomenti cruciali

Se le sorti della crisi climatica potrebbero essere fortemente influenzate dall’esito elettorale, non si può dire lo stesso per il contrario. Il dibattito ambientalista è infatti, come già detto, sicuramente al centro dello scontro, ma ci sono anche tanti altri fattori che vanno inseriti nell’equazione. Ed è qui che entrano in gioco le competenze dei nostri due partner per questa diretta, Kritica Economica e The Pitch. I primi saranno in grado di fornire un’immagine dettagliata dei nodi cruciali in ambito economico, settore che negli Stati Uniti gioca e sempre giocherà un ruolo fondamentale negli esiti di una votazione politica. I secondi invece, oltre ad introdurre quali siano le particolari modalità di voto di quest’anno ed indicarci gli Stati da tenere d’occhio per capire chi la spunterà, ci offriranno una panoramica su tutta una serie di questioni sociali e sanitarie che potrebbero influire in maniera decisiva sull’esito: dalle criticità legate alla gestione della pandemia globale, passando per i risvolti di BlackLivesMatter e, più in generale, la tematica delle diseguaglianze sempre più evidenti all’interno della società americana, ormai sempre più divisa.

Perchè seguire la Diretta

Che siate interessati a questioni ambientali, economiche o politiche, poco cambia. Le elezioni americane sono uno dei fenomeni mediatici più seguiti in tutto il mondo. Il risultato che ne uscirà influirà sicuramente, in qualche maniera, anche su di noi. Sebbene infatti si proverà anche a capire se gli Stati Uniti sono ancora al centro del panorama geopolitico globale, o se al contrario la loro influenza sugli altri paesi stia pian piano scemando, gli USA restano ancora un colosso dell’economia mondiale, e non solo.

Con questa Diretta vogliamo, e speriamo, di riuscire ad offrire agli spettatori una visione il più ampia possibile su quali saranno i temi che decreteranno chi la spunterà, oltre ad ipotizzare quali potrebbero essere i risvolti futuri sul medio-lungo termine anche, e soprattutto, per quanto riguarda la crisi climatica.

Vi aspettiamo questa sera, a partire dalle ore 21, sulla nostra pagina Facebook!