“La letteratura ci salverà dall’estinzione”. Il nuovo libro di Carla Benedetti

“Dove falliscono la politica, l’economia, il diritto e altri saperi specializzati, può forse riuscire la parola poetica inseparata, il pensiero incarnato, l’arte?” Carla Benedetti, autrice di La letteratura ci salverà dall’estinzione, parte proprio da questa domanda. Attraverso un excursus di autori antichi e contemporanei, questo saggio illuminante traccia una panoramica del ruolo che la letteratura ha ricoperto e potrebbe ricoprire nell’attuale emergenza climatica.

Un dialogo fra Noè, Leopardi e Pasolini

Carla Benedetti è professoressa di Letteratura Italiana contemporanea all’Università di Pisa. Edito da Einaudi, l’ultimo libro da lei pubblicato riesce ad evidenziare l’enorme potenzialità “suscitatrice” della parola. Da Omero al Don Chisciotte di De Cervantes, da Leopardi a Carlo Emilio Gadda, da Pasolini fino ad Amitav Gosh de La grande cecità. L’autrice fa dialogare quegli autori che hanno saputo usare l’immaginazione e la potenza della scrittura per creare una cosiddetta “terza via”. Ma terza via rispetto a che cosa?

Il libro parte dal presupposto che la letteratura contemporanea, la saggistica e i testi divulgativi trattano la crisi climatica seguendo due filoni principali. Il primo, quello catastrofico, denuncia tutta la gravità dell’emergenza ambientale e porta a credere che non ci sia più niente da fare. Il secondo, quello della “sostenibilità”, dà fin troppo rilievo all’aspetto ottimistico che risiede nelle soluzioni. Ed ecco che la terza via consiste nel prospettare “una via tragica, che non promette salvezza ma neppure pietrifica l’azione nell’idea di una catastrofe inevitabile”.

Il fallimento della letteratura nella crisi ecologica

Per fare ciò, secondo l’autrice, è necessario che il lettore venga coinvolto non solo nella sfera del logos, ovvero della ragione, ma anche in quella del pathos, del sentimento e della compassione. Questa seconda sfera di comprensione porterebbe il lettore a percepire il senso di emergenza e a riorientare le proprie strutture di pensiero. Se vogliamo infatti attribuire alla letteratura una parte di responsabilità dell’attuale crisi climatica – dice Benedetti – dobbiamo farlo riconoscendo che la letteratura ha risposto all’avanzare della crisi usando le stesse strutture che usava prima, nella cosiddetta “modernità”. Con le sue parole:

Mentre le scienze della Terra registravano un mutamento epocale di portata geologica, e la parola Antropocene guadagnava sempre di più la ribalta, le cerimonie di denominazione e le categorie storico-culturali degli umanisti non rilevavano nessuna rottura epocale clamorosa con la modernità”.

Leggi anche: Il nuovo libro sull’educazione ambientale “Educare al pensiero ecologico”

La letteratura ci salverà dall’estinzione con immaginazione ed empatia

In queste parole possiamo certamente rinvenire una critica implicita agli autori “postmoderni” e a grandi filosofi contemporanei quali Zygmunt Bauman, coniatore del termine “modernità liquida”. Ed è impressionante come l’autrice riesca a rendere estremamente attuali alcuni episodi biblici, come il diluvio universale di Noè, ed alcuni passi dello Zibaldone di Leopardi, proprio a sottolineare che la letteratura non è lettera morta. Alcuni scritti del passato possono offrire una chiave di lettura per le crisi di altre epoche, come quella attuale. Perché la crisi cui stiamo assistendo è in primo luogo ambientale, ma anche filosofica e di pensiero.

Intervista a Amitav Gosh, autore de La Grande cecità disponibile nella nostra sezione Libri sull’ambiente

Se da una parte questo libro riconosce il fallimento della letteratura all’interno del dibattito ecologico, dall’altra sottolinea che quello stesso ambito del sapere potrebbe “salvarci” e aprire orizzonti nuovi. La letteratura ci salverà dall’estinzione invita ad una “metamorfosi” del sapere, in cui siano padrone l’immaginazione, l’empatia e una nuova idea di umanità:

Per portare alla luce e valorizzare la forza suscitatrice che si può liberare da questa antica pratica di parola sarebbe necessario un sisma anche nel quadro teorico che informa gli studenti letterari, un ripensamento radicale della natura del loro oggetto di studio, alla luce dell’emergenza ecologica e del sorgere di una nuova idea di umanità in quanto specie: specie terrestre interconnessa alla vita degli altri terrestri non umani e alle forze “inanimate” della Terra e dell’universo“.

Greta Thunberg e il fenomeno Fridays For Future

Carla Benedetti cita anche Greta Thunberg, sottolineando l’efficacia dei suoi discorsi proprio perché usa parole semplici, empatiche, che spaventano e allo stesso tempo spingono all’azione. E quando l’autrice analizza il fenomeno Fridays For Future lo fa mettendo in risalto l’elemento che accomuna la fanciullezza e la letteratura, ossia l’immaginazione. È grazie all’immaginazione, in definitiva, che si può sperare di amplificare alcune voci del passato e dargli una valenza attuale. Ed è sempre grazie all’immaginazione che la letteratura deve trovare scenari nuovi con cui raccontare ed affrontare la crisi climatica.

letteratura

Esistono nella nostra cultura zone meno sorvegliate di altre, dove l’immaginazione e la sensibilità umane bruciano con maggiore forza, dove il sentimento non è ancora “affievolito e intorpidito dall’esperienza del mondo e dalla misera cognizione delle cose” [Leopardi, Zibaldone]. Zone in cui si aprono maggiori varchi di libertà mentale, da cui passa anche ciò che non è regolare. Spazi dove continuano a sorgere pensieri, intuizioni, modi di sentire, determinazioni e sogni che non sono stati normalizzati o resi omogenei a quelli dominanti nella cultura e nella società presente. Attraverso quei varchi può penetrare qualcosa di diverso che pare provenire da un altrove rispetto all’esistente, e che può trasportare possibilità dimenticate, scartate, magari considerate sorpassate ma che in realtà non sono mai del tutto e definitivamente morte.

Una metamorfosi del sapere per salvarci dall’estinzione

Nelle pagine finali, Carla Benedetti passa al vaglio le parole che forse più di altre riescono a cogliere la condizione dell’uomo contemporaneo. Dopo aver analizzato i termini “Antropocene” e “sesta estinzione di massa”, l’autrice sceglie di concludere il saggio con la parola terrestri. È la condizione di terrestri che ci rende vulnerabili, una specie in mezzo ad altre tantissime specie. Una parola che permette di tenere insieme natura e cultura, gravemente separate dalla modernità, e che ora debbono necessariamente riabbracciarsi per provocare una metamorfosi del sapere e una possibile salvezza dall’estinzione.

Il libro è disponibile nella nostra sezione Libri sull’ambiente

“Minuti contati”: Noam Chomsky si espone sul clima

Minuti contati

Se state cercando una guida pratica su come contribuire alla lotta ai cambiamenti climatici attraverso il fai-da-te, “Minuti contati” non fa per voi. Se invece cercate un’illustrazione del quadro politico, sociale e sopratutto economico dello scacchiere internazionale alla luce del clima che sta cambiando, con questo libro fate centro. “Minuti contati – Crisi climatica e Green New Deal globale” ci serve per capire quanto sono importanti le decisioni di politici, economisti e attivisti per cambiare davvero le sorti dell’umanità.

Economia, la vera protagonista di “Minuti contati”

È vero, l’economia e la finanza sono due dei temi centrali del libro. Questo però non deve intimorire, in quanto la narrazione è strutturata in modo così semplice e scorrevole da non lasciare spazio alla noia. Assistiamo infatti a un’intervista condotta dallo scienziato ed economista C. J. Polychroniou rivolta nientemeno che a uno dei più grandi intellettuali viventi, Noam Chomsky e all’altrettanto importante economista e accademico Robert Pollin. Le domande sono semplici e dirette, così come le risposte, che riempiono le pagine di conoscenze, dati e riflessioni a dir poco concrete sulla situazione attuale. Per i pochi euro del libro sarebbe veramente un peccato non infondere le proprie meningi di tanta ricchezza.

Sia Chomsky sia Pollin sono grandi sostenitori del Green New Deal Globale. Pollin lo definisce un progetto globale per raggiungere gli obiettivi dell’IPCC, ma in modo tale da ampliare al contempo le opportunità di un lavoro dignitoso e migliorare le condizioni di vita dei lavoratori e dei poveri di tutto il mondo. Secondo Noam Chomsky una qualche forma di Green New Deal è indispensabile per salvare il pianeta. Quando si parla di Green New Deal, però è ovvio che il denaro sia il fulcro dell’argomento in quanto consiste nel mezzo più importante che abbiamo per contenere la crisi climatica in poco tempo.

Leggi anche: Da “Green New Deal” a “Gas New Deal”: l’UE ci ricasca

Da dove arriveranno i soldi per il Green New Deal?

L’investimento iniziale per attuare il Green New Deal globale dovrebbe essere di 2,6 bilioni di dollari solo nel primo anno. Questa cifra probabilmente aumenterà sino ad arrivare a 4,5 bilioni all’anno tra il 2024 al 2050. Anche se sembrano cifre esagerate, i due intellettuali sottolineano come questo denaro rappresenti solo una minima parte del PIL globale e che i combustibili fossili richiedono investimenti e generano introiti decisamente maggiori. Come dice Pollin, nel 2019 il valore complessivo delle attività finanziarie globali è stato di 317 bilioni di dollari. I 2,4 bilioni che propongo di convogliare negli investimenti sull’energia pulita a partire dal 2021 corrispondono allo 0,7% di questa torta.

Qualcuno dovrà pagare

Comunque, qualcuno dovrà pagare. La soluzione che Pollin vede più fattibile è quella di una divisione equa degli investimenti tra i governi e i privati. Queste due realtà, lavorando insieme, potranno assicurare la stabilità dei prezzi del mercato, sulla scia dell’attuale liberismo economico. Questa strategia incoraggerà gli investitori privati nelle rinnovabili, creando concorrenza e incentivando la ricerca per prodotti sempre più nuovi e competitivi. A livello pratico, gli Stati potranno contribuire in diversi modi.

Uno di questi è sicuramente la carbon tax e tutte quelle le politiche atte a spillare all’industria del fossile parte del suo immenso bacino monetario. Molti dicono che la carbon tax sia solo un altro modo per impoverire le persone comuni, in quando l’innalzamento dei prezzi della benzina e del riscaldamento peseranno principalmente sulle famiglie. Pollin però propone che il 75% di questi introiti vengano restituiti ai cittadini, per esempio nella busta paga alla fine del mese. Il 25% invece sarà destinato a investimenti nelle rinnovabili.

Ovviamente, poi, una larga parte del denaro necessario alla transizione potrebbe provenire dai fondi ora destinati all’industria militare la quale, si spera, diventerà sempre più obsoleta. Larga parte dei soldi, poi, potranno provenire dai prestiti delle grandi banche statali in favore dei progetti sulle rinnovabili. Infatti, questo grande progetto di investimento quale è il Green New Deal sarà completamente ammortizzato nel tempo. In particolare, si tradurrà in costi energetici più bassi per i consumatori di tutto il mondo. Oltre ovviamente a creare milioni di nuovi posti di lavoro e incrementare così la capacità di acquisto della popolazione.

minuti contati

“Minuti contati” e l’idealismo pratico

A modo loro, sia Chomsky che Pollin sostengono che l’idealismo nel senso puro del termine non porti lontano. O meglio, entrambi sono d’accordo che gli ideali siano fondamentali, ma solo come punto di partenza per interventi più concreti, che sono l’unica vera chiave per salvare il pianeta nei pochissimi anni che ci sono concessi. D’altra parte il titolo parla chiaro: abbiamo i minuti contati e bisogna trovare soluzioni veloci e fattibili.

Il pragmatismo di Chomsky

Il passato di Chomsky è caratterizzato dall’attivismo politico nel panorama della sinistra più radicale e talvolta anarchica, che lo ha visto, per esempio, in prima linea nella protesta contro la guerra del Vietnam e la pena di morte. Ciò non toglie, però, che la visione di Chomsky sulla disobbedienza civile come metodo per combattere la crisi climatica sia molto più trattenuta rispetto a quello che ci potremmo aspettare da lui.

Per molti anni ho praticato la disobbedienza civile e ritengo che sia una buona tattica, a volte. Ma non va adottata solo per dimostrare al mondo di avere a cuore il problema. […] Bisogna valutare le conseguenze. Una determinata azione è progettata in modo da stimolare la riflessione, il convincimento e la partecipazione degli altri? O è più probabile che essa si inimichi le persone, le indispettisca e le induca ad appoggiare proprio quello che combattiamo?

In “Minuti contati”, Chomsky arriva persino ad “accogliere” l’accusa di alcuni detrattori di sinistra riguardo al fatto che il Green New Deal non sarebbe un progetto per salvare il pianeta, ma per salvare il capitalismo. Dice infatti che, qualora dovesse funzionare, il Green New Deal potrebbe sì salvare il capitalismo, ma annullerebbe le tendenze suicide del capitalismo reale e condurrebbe a una forma sostenibile di organizzazione sociale. E comunque aggiunge: Personalmente, spero che esso si spinga molto più oltre.

Il realismo di Pollin

Anche Pollin non sembra vedere altra via d’uscita se non quella di intrufolarsi tra le mura del nemico con lo scopo di abbatterlo dall’interno. Secondo lui non abbiamo il tempo per invertire la rotta del capitalismo e risolvere in questo modo la crisi climatica. Realisticamente e cinicamente parlando, questa “rivoluzione” porterebbe più danni alla popolazione e all’ambiente di quanto si creda. Pollin è totalmente in accordo con chi crede che il capitalismo sia un sistema economico ingiusto, malato e che per ora non tiene affatto conto dei danni ambientali che comporta. Egli però afferma che, se il PIL globale dovesse contrarsi significativamente, i fondi per le rinnovabili subirebbero una battuta di arresto, così come i posti di lavoro promessi alle persone ora occupate nel settore del fossile.

Io non posso certo commentare negativamente le opinioni di due pilastri dell’economia e della politica mondiale, peraltro tutte basate su dati scientifici. Gli argomenti trattati in “Minuti contati”, inoltre, coprono uno spettro troppo ampio perché chi sta dall’altra parte delle pagine costruisca grazie ad esse una propria opinione esaustiva su di essi. Si parla infatti di tanto altro, oltre all’economia: diritti umani, disoccupazione, attivismo (Extinction Rebellion e Greta Thunberg), agricoltura, deforestazione, migranti climatici. Sicuramente, però, un’infarinatura di questi temi potrà giovare tutti per contrastare i cambiamenti climatici attraverso un più deciso voto politico.

Nature Deficit Disorder: che cos’è e perché la pandemia lo ha accentuato

Nature Deficit Disorder

Ascolta il podcast di introduzione all’articolo!

Quanti di voi durante l’anno passato hanno sentito il bisogno e l’urgenza di riconnettersi con la natura? Il lockdown e le restrizioni tutt’ora in vigore hanno fortemente limitato la possibilità di stare all’aperto, aumentando quella che gli esperti hanno chiamato “sindrome del distacco dalla natura” o “Nature Deficit Disorder”. Per capire che cosa sia, ci affidiamo alla recente pubblicazione Educare al pensiero ecologico di Rosa Tiziana Bruno e ad un articolo del New York Times, in cui si conferma il legame fra contatto con la natura e benessere psico-fisico, soprattutto per quanto riguarda i bambini.

Nature Deficit Disorder: le teorie di Richard Louv

Il termine “Nature Deficit Disorder” fu coniato dal giornalista americano Richard Louv nel suo libro Last Child in the Woods. La sindrome del distacco dalla natura consiste nell’ “insieme dei segnali che caratterizzano la condizione umana in assenza di contatto con la natura”. Riportiamo ora una breve spiegazione contenuta nel libro Educare al pensiero ecologico, in cui la sociologa Rosa Tiziana Bruno delinea cause e conseguenze del Nature Deficit Disorder:

“Trascorrere costantemente poco tempo all’aria aperta e a contatto con la natura causa una serie di disfunzioni fisiologiche e comportamentali. Possono verificarsi una riduzione dell’uso dei sensi (l’olfatto, il tatto), difficoltà attentive e un aumento del rischio di disordini fisici e mentali (depressione, ADHD, obesità). Questo accade perché la separazione dalla natura mortifica un bisogno primario sensoriale e psicosomatico. (…) Alcuni fenomeni comuni come la stanchezza cronica, l’irrequietezza e l’insonnia sono, almeno in parte, riconducibili alla mancanza di contatto con gli elementi naturali”.

R. T. Bruno, Educare al pensiero ecologico

I benefici del contatto con la natura

Il Nature Deficit Disorder parte dalla premessa che la relazione con la natura gioca un ruolo fondamentale nella vita dell’uomo. Il contatto con l’ambiente naturale funge da antidoto contro “la crescente e generalizzata epidemia del disagio”. Secondo le teorie di Louv, la relazione uomo-natura provoca influenze positive sulla capacità di apprendimento, sulle relazioni sociali e anche sulla formazione del senso etico.

Scientificamente parlando, spiega la dottoressa Bruno, ci sarebbe un vero e proprio giovamento corporeo quando si osserva un paesaggio naturale: La relazione con la natura aumenta la produzione di endorfine: esponendosi al sole o osservando dal vivo un paesaggio, non solo la tensione si dissolve, ma si prova una intensa e inesprimibile sensazione di benessere”. L’autrice del libro ci tiene a ribadire che la cosiddetta “sindrome del distacco dalla natura” non è ancora stata inserita nell’elenco delle patologie ufficialmente riconosciute. Tuttavia, sempre più ricerche confermano il legame fra la diminuzione del tempo trascorso in natura e l’aumento del disagio psico-fisico. Ciò è specialmente vero se osserviamo bambini e adolescenti.

New York Times: “Nature Deficit Disorder is really a thing”

Infatti, un articolo di giugno 2020 del New York Times intitolato “Nature Deficit Disorder Is Really a Thing”, riporta nuove evidenze accademiche su questo tema. Soprattutto per quanto riguarda i bambini, i benefici dati dal contatto con la natura sono evidenti. Una ricerca dell’ Instituto Salud Global di Barcellona ha dimostrato che aggiungere uno spazio verde ai cortili scolastici aumenta i comportamenti prosociali: i bambini aiutano, cooperano e condividono maggiormente. La mancanza di accesso a spazi verdi provoca invece l’effetto contrario. Ming Kuo, professoressa associata all’Università di Illinois, ha spiegato come l’accesso agli spazi verdi diminuisca l’aggressività e il disturbo da deficit di attenzione/iperattività; allo stesso tempo, il contatto con la natura rinforza il sistema immunitario.

Nell’articolo del New York Times viene infine menzionato uno studio in cui si rileva che anche solo guardando delle scene naturali è possibile ridurre lo stress e regolare il battito cardiaco. Tali ricerche analizzano anche gli effetti della pandemia: “per alcune persone è stata necessaria una pandemia e l’ordine di rimanere in casa per sentire la necessità di spendere più tempo all’aperto”. Gli esperti si augurano che la consapevolezza nata in questo periodo di lockdown e restrizioni anti-Covid possa perdurare anche quando torneremo alla “normalità”.

Nature Deficit Disorder e lockdown

La sociologa Rosa Tiziana Bruno ha sperimentato sul campo quanto appena detto. Infatti, il suo libro si concentra prevalentemente sul disagio adolescenziale, tracciando una sorta di road-map per insegnanti e educatori. Durante il periodo di lockdown, non potendo effettuare i laboratori che solitamente svolge in classe e all’aperto, Rosa Tiziana Bruno ha chiesto agli alunni coinvolti di concentrarsi sull’unico elemento naturale accessibile a tutti durante la quarantena: il cielo.

“Dai diari visivi sono emersi i pensieri più variegati, ma ho notato alcune differenze. I bambini che vivono in appartamenti privi di significativi sbocchi esterni hanno espresso la propria inquietudine usando colori piuttosto cupi. Le scene da loro raffigurate esprimono sensazioni di isolamento, di timore e talvolta anche di confusione. Al contrario, i bambini a contatto con piante e animali, con un giardino o un terrazzo a disposizione, hanno usato colori caldi e riprodotto scene da cui emerge un senso di equilibrio e di fiducia nel futuro”.

R.T. Bruno, Educare al pensiero Ecologico

Il problema dell’iperconnessione tecnologica

Seguendo le teorie di Louv, l’autrice individua tre cause principali per il Nature Deficit Disorder: l’eccessivo controllo genitoriale, la scomparsa della natura dalle città e l’iperconnessione tecnologica. Per quanto riguarda quest’ultimo fattore, è stato addirittura coniato un nuovo termine, ovvero la “nomofobia” (no mobile phobia), che significa appunto “paura di restare disconnessi”. Le principali statistiche riportano che le giovani generazioni trascorrono quasi un terzo delle loro giornate davanti a uno schermo.

Invece, il tempo trascorso per giochi all’aperto sarebbe diminuito del 90% rispetto agli anni Settanta, così come emerge dalla ricerca di Stephen Moss dal titolo “Natural Childhood”. Rosa Tiziana Bruno traccia un’efficace sintesi del problema appena delineato: mentre aumentano le diagnosi di iperattività, depressione, ansia, scarsa attenzione viene dedicata ai luoghi dove i bambini trascorrono il proprio tempo. Compensare il tempo trascorso al chiuso con del tempo a contatto con la natura potrebbe giovare non poco, permettendo ai bambini di sviluppare le abilità tipiche dell’infanzia: esplorare, socializzare, inventare ed acquisire fiducia in se stessi.

Curare il Nature Deficit Disorder nel lungo termine

Vi invitiamo dunque ad approfondire le teorie della sociologa Bruno nell’intervista all’autrice pubblicata qualche mese fa e disponibile al seguente link. Oppure tramite l’acquisto del libro Educare al pensiero ecologico nella nostra sezione Libri sull’ambiente. La pandemia ha reso evidente un bisogno psico-fisico dell’uomo e sarebbe da sciocchi non indagare ulteriormente questa consapevolezza e sfruttarla a beneficio della società. Soprattutto per quanto riguarda i bambini, non possiamo ignorare i benefici che derivano dal contatto con la natura o, al contrario, non tener conto dei disagi che comporta il distacco da essa. Sperimentando e curiosando fra gli elementi naturali, le nuove generazioni saranno capaci di sviluppare un’ecosaggezza – così come la chiama Rosa Tiziana Bruno – e delle autentiche relazioni sostenibili.

Comunicare la sostenibilità in maniera positiva è la chiave

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Comunicare la sostenibilità in modo efficace non è affatto facile. Spesso si corre il rischio di essere pesanti e di giudicare le scelte altrui. Altre volte i contenuti vengono trasmessi in maniera troppo semplicistica, o al contrario troppo dettagliata. Così facendo le persone non vengono affatto invogliate ad adottare uno stile di vita sostenibile. Esistono però libri e film che puntano esattamente a colmare questo vuoto per far risaltare l’aspetto intrigante dell’ambientalismo. Inoltre, il mondo dei Green Influencer ci dimostra che comunicare la sostenibilità può rivelarsi un successo se si mettono in primo piano passione, positività e senso pratico. Abbiamo intervistato Martina Casagrande (su Instagram @la_martains), che nel suo profilo offre consigli sostenibili per la vita di tutti i giorni.

Il problema di comunicare il cambiamento climatico

Purtroppo per troppo tempo l’ambientalismo ha cercato di “spaventare” le persone descrivendo il cambiamento climatico come l’avvento imminente della fine del mondo. Con questo articolo non vogliamo certamente minimizzare l’entità della crisi climatica. I nostri lettori trovano infatti ripetuti moniti nel nostro blog su quanto sia seria la situazione e su quanto poco tempo abbiamo a disposizione. Quello che oggi vorremmo però sottolineare è che esistono svariati metodi per approcciarsi al cambiamento climatico e alla sostenibilità. Alcuni di questi risultano più efficaci di altri, proprio perché alla paura e alla giusta informazione (fondamentale in questo campo), affiancano soluzioni e proposte per invertire la rotta. Non ha senso limitarsi a lanciare allarmi catastrofistici, se si desidera stimolare una presa di coscienza collettiva e individuale. Comunicare la sostenibilità in maniera positiva e propositiva è cruciale per ottenere cambiamenti concreti.

Leggi il nostro articolo: “Perché la crisi climatica non sembra un’emergenza”

Comunicare la sostenibilità: libri che danno speranza

Prima di dedicarci al mondo dei social, vorremmo sottolineare che esistono degli interessanti spunti bibliografici e filmografici che puntano in questa direzione. Per quanto riguarda il mondo dei libri, un must dell’ecologia che analizza questo argomento è Ecologia del Desiderio (2018) di Antonio Cianciullo. Già recensito per voi sul nostro blog, nel retro di copertina recita: “Per arginare il collasso degli ecosistemi serve un progetto largamente condiviso, capace di muovere i grandi numeri, ma da mezzo secolo gli ecologisti vincono nella gara della paura e perdono in quella della speranza. (…) È ora di passare alla seduzione della proposta”.

Leggi il nostro articolo: “Ecologica del desiderio: un libro per ripensare l’ambientalismo”

Sempre nella sezione libri, ma con un taglio più politico, troviamo L’utopia sostenibile (2018) di Enrico Giovannini. In questo breve trattato, il presidente dell’Alleanza per lo Sviluppo Sostenibile delinea una panoramica generale dei problemi e una forte visione di come il futuro potrebbe essere, in linea con gli obiettivi dell’Agenda 2030. Per il mondo dell’alimentazione, nei nostri scaffali non può mancare Possiamo salvare il mondo prima di cena (2019) di Jonathan Safran Foer. Questi e altri spunti per comunicare la sostenibilità con positività sono presenti nella nostra sezione Libri sull’ambiente.

Comunicare la sostenibilità: docu-film da non perdere

Tra i film che parlano di ambiente e sostenibilità in maniera ottimistica la migliore proposta è senza dubbio Domani (2018). Questo documentario francese, ancora troppo poco conosciuto in Italia, parte proprio dal presupposto che sottolineare l’aspetto catastrofico della crisi climatica fa solo perdere tempo utile per concentrarsi sul cambiamento già in atto. Il film è diviso in quattro macrocategorie (cibo, energia, economia ed educazione) e mette in luce alcune realtà innovative già presenti e funzionanti nel mondo. Inoltre, il successo di questo docu-film sta nella consapevolezza che ognuna delle tematiche ha delle ripercussioni sulle altre. Ovvero, è inutile puntare sulle rinnovabili se nel frattempo non vengono modificati anche il sistema agroalimentare, l’economia e l’educazione. Ulteriori spunti di riflessione e ottimismo possono essere trovati in Ice on Fire (2019) di Leonardo di Caprio e Minimalism (2016) di Millburn e Nicodemus.

Comunicare la sostenibilità: il potere dei social

La sostenibilità nella sua veste seducente e ottimistica trova uno spazio certamente maggiore nel mondo dei social. Ed è qui che vorremmo fare una grande precisazione, perché comunicare la sostenibilità sui social può costituire un gigantesco boomerang per il bene del pianeta. Sempre più influencer stanno decidendo di convertire le proprie sponsorizzazioni verso prodotti “sostenibili”. Eppure, la maggior parte di questi prodotti fa parte di ampie strategie di greenwashing che, a conti fatti, inducono il pubblico a comprare sempre più prodotti, aumentando di fatto il consumismo e i suoi effetti sulla Terra.

Un discorso diverso va fatto per i Green Influencer. I Green Influencer sono persone che offrono riflessioni ecologiste attraverso i propri post e storie. Il Sole 24 ore ha di recente stilato una lista di Green influencer italiani fra cui risultano, per esempio, l’italoamericana Camilla Mendini (@carotilla), Francesca Boni de Il Vestito Verde e il divulgatore ambientale Alex Bellini. La differenza fra la prima e questa seconda categoria sta nel fatto che i Green Influencer compiono una vera e propria opera di sensibilizzazione dove comprare non è l’obiettivo principale. Sui loro profili si trovano tutorial per l’autoproduzione, valorizzazione dell’artigianato Made in Italy e diffusione di progetti virtuosi.

Intervista a Martina Casagrande, blogger sostenibile

Abbiamo deciso di dar voce a Martina Casagrande (su instagram @la_martains) che cerca di trasmettere ai suoi seguaci consigli pratici e facilmente imitabili per uno stile di vita sostenibile. Senza puntare il dito, senza essere pesanti, è possibile comunicare la sostenibilità con positività e concretezza.

comunicare la sostenibilità
Martina Casagrande, blogger sostenibile (@la_martains)

Martina, come ti sei avvicinata al mondo della sostenibilità? E perché hai deciso di parlarne nel tuo profilo Instagram?

“Intanto ci tengo a ringraziarti per aver pensato a me per quest’intervista, credo tantissimo in una comunicazione accogliente e nel non mostrare né richiedere la perfezione in questo stile di vita. Pensa che il primo post che pubblicai circa la sostenibilità citava proprio questo: “We don’t need a handful of people doing zero waste perfectly, we need millions of people doing it imperfectly.”

Come scrivevo qualche giorno fa, la verità è che io non lo so come sono arrivata fin qui. È stato un percorso dentro me, ho sempre avuto una certa sensibilità ambientale ma mi ci sono voluti anni per capirlo a fondo e, contestualmente, decidere di approfondire e continuare su questa strada. Le persone care intorno a me, scherzando, mi hanno spinta ad aprirmi su Instagram: se potevo “essere utile” a loro, allora potevo esserlo a molte più persone. Chi mi conosce lo sa, quando mi intestardisco e mi appassiono, do tutta me stessa, senza sosta, senza che per me studiare ancora e ancora sia del benché minimo peso”.

Plastic Free e moda sostenibile

Attraverso il tuo profilo cerchi di dare consigli pratici per adottare uno stile di vita sostenibile nella routine di tutti i giorni. Su quali settori ti concentri principalmente? E perché ritieni importante comunicare la sostenibilità in maniera positiva e stimolante?

“I settori su cui ho più competenza sono sicuramente due. Il “plastic free” nella vita di tutti i giorni, ovvero cercare di usare alternative senza plastica nei gesti quotidiani, con lo scopo di ridurre i nostri rifiuti (ma non dobbiamo parlare soltanto di plastica, attenzione!): in cucina, in bagno, nel tempo libero, nei viaggi… Insomma, da un dentifricio solido a un tappetino in silicone al posto della carta forno usa e getta; dalle posate in bamboo da portare con sé al rasoio di sicurezza in acciaio. Il secondo è la moda etica, un capitolo lunghissimo. Provando a essere sintetica, invito a comprare abiti prodotti in maniera sostenibile, sia dal punto di vista umano che ambientale; comprare abiti di seconda mano e vintage e, in generale, comprare meno e comprare meglio.

Credo che in questo, dobbiamo sempre cercare di porci come i primi alunni di noi stessi, sempre. Puntare il dito non ha senso, mostrare una vita “instagrammabile” neppure, perché poi, spento il telefono, ci sono tante variabili, tante vite diverse, tanti impegni. Perché far vedere questo mondo come elitario, difficile da raggiungere? Facciamo vedere, invece, che è possibile avere uno stile di vita più green, che si possono fare tanti piccoli passi per migliorare se stessi e il nostro mondo, senza renderci la vita impossibile. Che ogni tanto gli errori esistono, le tentazioni anche, in quel giorno orribile la scelta veloce per la cena pure. Quello che cerco sempre di trasmettere è di fare le nostre scelte in maniera CONSAPEVOLE, sempre”.

Comunicare la sostenibilità: l’importanza dei rapporti di fiducia

Un altro aspetto fondamentale che cerchi di mettere in luce è l’artigianato locale. Nella tua esperienza, quanto conta il rapporto fra produttore e consumatore? Pensi che sui social sia comunque possibile stabilire relazioni di fiducia?

“Penso che i social possano essere proprio un grandissimo strumento per il rapporto tra produttore e consumatore, un canale diretto in cui puoi capire e scoprire meglio cosa c’è dietro quel prodotto, quelle scelte, quel negozio. Sostenibilità è anche guardare il nostro vicino, il locale, aiutare le nostre piccole realtà, sia per noi (ad esempio, cibo a km0) che per loro. Sì, credo proprio, per esperienza personale, che si possano trovare bellissime realtà e magnifiche persone con cui si costruiscono relazioni vere e, perché no, amicizie a distanza”.

Il nuovo libro sull’educazione ambientale: “Educare al pensiero ecologico”

Ascolta il podcast introduttivo all’articolo cliccando qui sopra

Esiste un metodo per educare alla sostenibilità? È passato quasi un anno dalla notizia sull’introduzione dell’educazione ambientale nelle scuole italiane. L’allora ministro dell’istruzione Lorenzo Fioramonti era finito sulle pagine dei quotidiani di tutto il mondo per l’avanguardia di tale proposta. Purtroppo però, la pandemia ha costretto la nuova ministra, Lucia Azzolina, ad occuparsi di tutt’altro e l’educazione ambientale è per ora stata rilegata in un angolo. Numerosi quesiti restavano comunque irrisolti: chi l’avrebbe insegnata? Secondo quale metodo? In attesa di nuove risposte dal governo, abbiamo intervistato Rosa Tiziana Bruno, insegnante e sociologa, che ha di recente pubblicato il libro Educare al pensiero ecologico con Topipittori editore. Il metodo da lei elaborato, chiamato “Fiabadiario”, coniuga lettura, scrittura e passeggiate in natura per far scaturire nei ragazzi l’amore per il pianeta.

Intervista a Tiziana Bruno, autrice de “Educare al pensiero ecologico”

Tiziana, da anni fai ricerca nell’ambito educativo, soprattutto per quanto riguarda il contesto scolastico. Che cosa lega la tematica ambientale e il mondo della scuola? Com’è nata l’idea del libro Educare al pensiero ecologico?

“La scuola è il luogo dove si cresce nella conoscenza, imparando a diventare persone socialmente responsabili, capaci di autonomia di pensiero e di scambio democratico con gli altri. Ma è anche teatro di crescita interiore, di acquisizione della consapevolezza di sé e di costruzione della propria identità. La natura ha tanto da insegnarci, su noi stessi e sulla realtà in cui siamo immersi. Eppure ci comportiamo come se il mondo naturale fosse soltanto qualcosa da depredare e sfruttare, avanzando nella nostra folle impresa di distruttori seriali. Pertanto, la domanda da cui sono partita per sviluppare il mio lavoro è stata: come trasformare la nostra vita in modo da non essere distruttivi nei confronti del mondo e di noi stessi? E poi anche: Cosa può fare la scuola per la Natura e per un mondo sostenibile? E cosa la Natura può fare per la scuola?

educazione ambientale
Tiziana Bruno, autrice del libro Educare al pensiero ecologico con Topilettori editore

La formazione di una “ecosaggezza”

E’ così che ha preso avvio un percorso di ricerca, in convenzione con l’Università e sviluppato all’interno di vari luoghi educativi, principalmente scuole, per oltre due anni. L’obiettivo era provare a cambiare lo sguardo verso il mondo, costruire una visione nuova, un nuovo modo di “pensare”. Non soltanto, quindi, la trasmissione di regole di buon comportamento, ma soprattutto la formazione di una ecosaggezza, ovvero la consapevolezza della relazione che ci lega alla Terra e a tutti gli esseri viventi.

Mi interessava puntare allo sviluppo delle coscienze in una dimensione nuova, ovvero la capacità di considerare il noi e non soltanto il me. Perché preservare la vita del pianeta significa prestare attenzione ai cambiamenti climatici, ma ancora di più alle relazioni umane. I risultati della sperimentazione si sono rivelati incoraggianti e dunque ho deciso di pubblicarli in un libro. Mi sembrava importante condividerli con chiunque abbia a cuore l’educazione di bambini e ragazzi”.

Leggi il nostro articolo: “Educazione ambientale a scuola da settembre”

Il “Fiabadiario” come metodo di educazione ambientale

Nel tuo libro identifichi una sorta di metodo, chiamato “Fiabadiario”. In che cosa consiste? E cosa lo rende originale rispetto ai metodi attualmente utilizzati per l’educazione ambientale?

“Il Fiabadiario è una strategia didattica che ho ideato unendo, in maniera armonica, delle tecniche che solitamente si usano in modalità disgiunta: la lettura condivisa di libri illustrati, la scrittura collettiva, la scrittura autobiografica e lo scambio di narrazioni. Tutto parte dalla lettura e si snoda poi lungo un cammino fatto di ascolto reciproco, di scambio di idee e pensieri, di conoscenza dell’altro e riflessioni sul proprio sé e sul mondo. Ma c’è ancora dell’altro. Per la prima volta un percorso educativo abbina la narrazione e la lettura all’incontro con la natura. Una delle fasi del Fiabadiario prevede infatti il contatto con gli elementi naturali, un contatto mediato dalle storie che sono state oggetto di lettura in classe. Lettura, scrittura e movimento all’aperto si fondono in un unicum educativo per costruire in maniera efficace un autentico Sé ecologico”.

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Educazione ambientale come occasione di relazioni sostenibili

Dalle tue parole si evince lo stretto legame che deve esistere fra cultura e natura nell’educazione ecologica impartita ai ragazzi. Che risultati ottieni applicando questa strategia didattica? Cosa ti porti a casa dall’incontro con gli alunni? E cosa speri che loro portino con sé?

“Sono felice di testimoniare l’efficacia di questa strategia educativa, i risultati sono davvero incoraggianti. Siamo riusciti a creare un’autentica comunità dentro la scuola, sperimentando concretamente quel “noi” indispensabile per la costruzione di relazioni sostenibili, ovvero per riuscire a sostituire gli atteggiamenti egoistici e di sopraffazione con una sincera disponibilità all’ascolto e una gioiosa armonia con la natura, di cui siamo parte, anche se tendiamo a dimenticarlo.

Abbiamo sperimentato il Fiabadiario persino durante il lockdown ed è stato davvero emozionante per tutti noi, bambini, insegnati e genitori, renderci conto di come anche nella distanza sia possibile fare comunità, traendone un gran beneficio per il corpo e per la mente. La mia speranza è che questa strategia venga in futuro applicata su larga scala e lungo l’intero percorso formativo di bambini e ragazzi. Per realizzare un vero cambiamento di rotta è necessaria la perseveranza e bisogna regalarsi il tempo lento della riflessione quotidiana e del dialogo profondo”.

Educazione ambientale scuola: una proposta per insegnanti e educatori

Educare al pensiero ecologico è quindi una proposta, una possibile guida per tutti gli insegnanti e gli educatori che sono in cerca di un metodo efficace con cui avvicinare le giovani generazioni all’ecologia. Nelle pagine del libro troverete la personale testimonianza di Tiziana Bruno, che grazie al doppio ruolo di insegnante e sociologa, ha potuto coniugare teoria e pratica. Il libro è frutto di una “ricerca-azione” in un percorso di alfabetizzazione ecologica e la sua realizzazione è stata possibile grazie ad una convenzione con il Dipartimento di Sociologia dell’Università di Salerno. Il testo è disponibile nella nostra sezione Cultura Sostenibile alla sezione “Bambini e ragazzi” o cliccando nell’immagine sottostante. In attesa di nuove delucidazioni sull’educazione ambientale a scuola, riteniamo che il Fiabadiario possa essere una proposta vincente per educare i più giovani a vivere relazioni sostenibili.

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Leggi il nostro articolo: “20 libri sull’ambiente per bambini e ragazzi”

20 libri sull’ambiente per bambini e ragazzi

È finalmente riniziata la scuola e con essa riparte anche l’educazione ambientale per bambini e ragazzi. Per questo, abbiamo pensato di elencare i principali libri sull’ambiente per le giovani generazioni. Un elenco di titolo utili a insegnanti e genitori per preparare al meglio le bambine e i bambini di oggi a conoscere il cambiamento climatico e le principali azioni possibili per arginarlo. Conoscere la crisi climatica e attuare uno stile di vita sostenibile è possibile, a partire dai più piccoli.

I libri sull’ambiente per le giovani generazioni

Riassumiamo qui di seguito i principali titoli di ecologia per ragazzi.

I seguenti libri sono disponibili nella nostra sezione “Cultura disponibile” alla voce “Libri sull’ambiente: la nostra selezione” dove potrete trovare oltre 60 titoli scelti dalla Redazione de L’EcoPost per concedersi una piacevole coscienziosa lettura sul tema ambientale.

1) Giuseppe Civati – Seguendo Greta
2) Jean Giano – L’uomo che piantava gli alberi
3) Luca Mercalli – Uffa che caldo
4) Franco Berrino – Fiabe per i custodi del pianeta
5) Marco Mastrorilli – Sybilla, l’odissea di una bottiglia di plastica
6) Geronimo Stilton – Il piccolo libro della Terra
7) Carola Benedetto e Luciana Cilento – Storie per ragazze e ragazzi che vogliono salvare il mondo
8) Antje Damm – Cosa diventeremo? Riflessioni intorno alla natura
9) Chiara Cannito e Marco Loiodice – Gli ecoviaggi di Gulliver
10) Agnès Vandewiele – Salviamo il mare e gli oceani. Manuale del giovane ecologista

11) Valentina Camerini – La storia di Greta. Non sei troppo piccolo per fare grandi cose
12) Pierdomenico Baccalario e Federico Taddia – Il manuale delle 50 (piccole) rivoluzioni per salvare il mondo
13) Isabel Thomas – Questo libro salva il pianeta. 50 missioni per ecoguerriori
14) Emanuela Busà – Vera la Mongolfiera. Alla scoperta della Foresta Amazzonica
15) Dr. Seuss – Il Lorax
16)Fulvia Degl’Innocenzi – Greta e le altre, un pianeta da salvare
17) Marlies Van der Wel – La voce del mare. Ed. Illustrata
18) Italo Calvino – Il barone rampante
19) Adonella Comazzetto, Marianna Turchi e Marissa Tonelli – Ada e i suoi rifiuti. Ed. Illustrata
20) Elin Kelsey – Buone notizie dal pianeta terra. Non è il solito libro sull’ambiente!

Nuove uscite 2021:
21) Loretta Cavaricci – Tutti su per terra
22) Carla Negrini, Giulia Brosio, Alberto Collareta – L’incredibile viaggio di Flip la coronula
23) Maria Loretta Giraldo – Avrò cura di te

Il filone Greta. Nessuno è troppo piccolo per fare la differenza

Innanzittutto, come si può notare dall’elenco dei titoli, è evidente che nella letteratura ambientale per ragazzi domini la figura di Greta Thunberg. La giovane attivista svedese ha infatti mobilitato milioni di ragazzi come lei, alzando l’interesse per l’ecologia attraverso un semplice messaggio: “you are never to small to make a difference” (non si è mai troppo piccoli per fare la differenza). Nonostante la giovane età, i suoi discorsi sono di una lucidità e di una chiarezza disarmante. Per chi volesse quindi consigliare una lettura di questo genere, Seguendo Greta della casa editrice People fa un ottimo riassunto dei discorsi più celebri fatti dalla ragazza negli ultimi due anni.

Per chi invece volesse ampliare la prospettiva, abbiamo messo in elenco altre letture che mettono in luce tutte le persone famose che hanno messo l’ambiente al centro del loro attivismo. In Storie per ragazze e ragazzi che vogliono salvare il mondo si parla di 16 celebrità, fra cui per esempio Leonardo di Caprio ed Emma Watson, che stanno utilizzando la propria posizione mediatica per lanciare un messaggio ai loro followers: “salvare il mondo” si può ed è compito di tutti noi, grandi e piccini.

Libri ecologia bambini: manuali delle azioni possibili

Un altro filone interessante all’interno della nostra selezione dei libri di ecologia è quello delle azioni possibili. In Il manuale delle 50 (piccole) rivoluzioni per cambiare il mondo eQuesto libro salva il pianeta. 50 missioni per ecoguerriori vengono segnalati tutti i piccoli gesti quotidiani che possono fare la differenza. Il testo Salviamo il mare e gli oceani. Manuale del giovane ecologista dedica particolare attenzione al tema della plastica negli oceani: il libro segnala le principali criticità e soluzioni “per continuare a godere delle ricchezze del mare, andare in spiaggia a nuotare, mangiare il pesce”.

Vai alla sezione: “Libri sull’ambiente: la nostra selezione”

Libri sull’ambiente da leggere prima di dormire

Per chi invece volesse trasmettere il messaggio sotto forma di favola, sempre sul tema della plastica trovate in elenco l’edizione illustrata di Sybilla, l’odissea di una bottiglia di plastica dove una bottiglia di plastica capisce il ruolo pericoloso che riveste e diventa protagonista di un cambiamento meraviglioso. Inoltre, del genere fiabesco segnaliamo i titoli di Franco Berrino – Fiabe per i custodi del pianeta – e di Antje Damm – Cosa diventeremo? Riflessioni intorno alla natura. Se si volesse invece optare per uno stile più ironico, ecco che i nostri giovani lettori potranno avvicinarsi all’ecologia grazie a Geronimo Stilton con Il piccolo libro della Terra oppure attraverso la storia di Lorax. Grazie alla lettura di Ada e i suoi rifiuti scopriranno come i rifiuti possano riprendere vita sotto forma di altri oggetti, solo però… facendo bene la differenziata!

Nelle novità 2020 troviamo Gli ecoviaggi di Gulliver e Vera la Mongolfiera. Nel primo libro i due autori hanno scelto Gulliver, l’amatissimo personaggio della letteratura per ragazzi, convertendo le sue avventure in chiave ambientale. Il protagonista compie un viaggio alla scoperta dell’energia eolica, solare, idroelettrica e ricavata da biomasse, dipingendo un mondo possibile dove fantasia e tecnologia aiutano l’uomo a rispettare il pianeta. Vera la Mongolfiera invece, è un viaggio verso la foresta amazzonica in cui l’amore per la natura trapela in ogni riga. Le tematiche dell’amicizia, della solidarietà e del rispetto per le differenze rendono questo racconto ancora più prezioso. Il volume è stampato dalla casa editrice Glifo nel rispetto dell’ambiente, ovvero tramite la selezione di carte italiane amiche delle foreste e di inchiostri a base vegetale.

Le ultime uscite: libri sull’ambiente 2021

Nel 2021 è uscito Tutti su per terra, un libro divertente ma nello stesso tempo educativo. La storia narra di quando tutti gli animali e gli elementi naturali del mondo hanno deciso di allontanarsi dagli uomini e fuggire su un Pianeta nuovo, per non essere più sfruttati e maltrattati dagli esseri umani. Sarà poi un gruppo di bambini a decidere di partire per un’avvincente e coraggiosa missione per convincerli a tornare a casa. Altre due novità di recente pubblicazione sono L’incredibile viaggio di Flip la coronula di Milenalibri e Avrò cura di te di Camelozampa. Entrambi adatti ai più piccini, il primo racconta il prezioso equilibrio dell’ecosistema marino, messo alla prova da plastica e innalzamento dei ghiacciai. Il secondo descrive con cura i cicli della natura, dove dominano solidarietà e collaborazione.

I classici a servizio dell’ecologia: Il Barone Rampante e L’uomo che piantava gli alberi

Per quanto riguarda i classici della letteratura, si è da tempo segnalata la forte carenza del tema ambientale nei testi più letti dai ragazzi a scuola. L’amore per la natura e il paesaggio è però implicitamente presente nel celebre romanzo di Calvino Il Barone Rampante. Cosimo, il protagonista, passa la sua esistenza fra gli alberi senza scendere mai. Il fratello, che lo ha osservato tutta una vita dalla finestra, conclude il romanzo con queste parole: «Ogni tanto scrivendo m’interrompo e vado alla finestra. Il cielo è vuoto, e a noi vecchi d’Ombrosa, abituati a vivere sotto quelle verdi cupole, fa male agli occhi guardarlo. Si direbbe che gli alberi non hanno retto, dopo che mio fratello se n’è andato, o che gli uomini sono stati presi dalla furia della scure».

Da queste righe emerge la profonda sinergia che l’uomo aveva con l’ambiente prima della rivoluzione industriale e che è stata poi interrotta dalle “scure” degli uomini. Il romanzo è infatti ambientato nel Settecento e non è un caso: Calvino scrisse questo romanzo nel secondo dopoguerra dove la ricostruzione postbellica e la spinta al benessere inducevano l’uomo a fare scelte scellerate. Il parallelismo con il secolo dei Lumi serve quindi al celebre scrittore per segnalare le distorsioni della società contemporanea. Il tema della deforestazione e riforestazione è anche protagonista del classico L’uomo che piantava gli alberi, disponibile in versione illustrata. Una storia di pazienza e perseveranza in cui si dimostra “come gli uomini potrebbero essere altrettanto efficaci di Dio in altri campi oltre la distruzione”.

Uffa che caldo! Il libro di Mercalli diventa un cortometraggio

Nella lista dei libri sull’ambiente per bambini e ragazzi non può mancare Uffa che caldo! di Luca Mercalli. In questo testo, il climatologo spiega ai ragazzi i principali problemi legati alla crisi climatica e indica le principali soluzioni che la società e l’individuo devono adottare per fermare l’aumento della temperatura terrestre. È stato di recente rilasciato anche un cortometraggio (disponibile qui sotto) che sintetizza i punti principali indicati nel libro. Carico di positività è infine il libro Buone notizie dal pianeta terra. Non è il solito libro sull’ambiente! dove viene fatta la precisa scelta di spiegare il cambiamento climatico con un messaggio ottimista e propositivo.

Esistono quindi innumerevoli metodi per trasmettere ai più piccoli l’amore per l’ambiente e l’importanza di salvaguardarlo. Spetta a noi adulti offrire loro i giusti strumenti per comprendere ed amare questa tematica. Le parole di Emanuela Busà, autrice di Vera la Mongolfiera, rendono bene questa missione e le prendiamo in prestito per concludere questa panoramica letteraria: «Se anche un solo bambino, si innamorasse di uno dei personaggi del libro; se anche un solo bambino, grazie a questo libro, si scoprisse curioso di conoscere meglio la foresta amazzonica o si ritrovasse ad ascoltare il sussurro di un albero… be’, penso che sarebbe davvero una grande vittoria. I piccoli di oggi sono la vera speranza per il pianeta: è nostro dovere proteggerli, coltivarli, farli innamorare della loro casa Terra».

Leggi il nostro articolo: 10 video sulla natura per bambini e ragazzi

Terra e dissenso: i volti che riflettono il territorio

Ulivi Salento

Abbiamo chiesto all’amico Matthias Canapini se voleva scrivere un articolo per L’EcoPost, lui che viaggiando ha visto angoli di mondo differenti, ognuno con le proprie specificità, ognuno con un rapporto col territorio a suo modo unico. La sua scelta è però ricaduta su luoghi prossimi, sia fisicamente che concettualmente, ai lettori di L’EcoPost, prevalentemente residenti in Italia. Terre e Dissenso è un viaggio, personale ancor prima che letterario, alla ricerca di quelle comunità che non vogliono cedere allo stravolgimento – imposto dall’alto – del territorio in cui vivono. Di Matthias si può dire che sia uno specialista nello stabilire una connessione con chiunque incontri sul proprio cammino.

L’intento da cui è nato Terre e Dissenso

Nel 2016 intrapresi un viaggio dalla Valsusa al Salento per conoscere alcuni dei movimenti popolari (o comitati cittadini) che si oppongono alle cosiddette “grandi opere”. Linee ferroviarie, gasdotti, discariche, basi militari. Impianti dannosi a livello ambientale, imposti dall’alto, spesso inutili.

Per circa cinque anni cercai risposte alle seguenti domande: quali sono i nomi, i volti e le storie di chi anima la resistenza civile? Cosa succede quando si mettono a confronto progresso, quotidianità e tradizione? E soprattutto, qual è il rapporto con la natura e come si sviluppa la salvaguardia del proprio ecosistema? 

La comunità

Si inizia manifestando spontaneamente per evitare la devastazione del territorio. Si finisce per riscoprirsi comunità, riunendosi attorno al fuoco e trovando nel dialogo una forza quasi rivoluzionaria, capace di far condividere incertezze, dissensi e prospettive. Ma a volte la comunità si disgrega, il movimento vacilla, abbattuto da multe, divieti, militarizzazione dell’area. Come raccontò Giuliana, un’attivista del movimento No Muos conosciuta in piazza Università a Catania:

“A volte non si rientrava nemmeno a casa. Con il passare del tempo ci sentivamo degli estranei in paese. Il presidio prendeva forma: tende, tendoni, capanne, recinto, orticello, caffè caldo, pane di ieri, frigorifero rotto, cani in cerca di cibo. C’era sempre tanta gente – ancor di più di sera – e spesso arrivava anche da lontano: si apriva il vino, il fuoco era sempre acceso. Sì ascoltavano storie di vite meravigliose. Le assemblee erano interminabili, esasperate, chiassose. Qualcuno cercava di prendere appunti, qualcuno andava via, qualcun’altro voleva prendersi a pugni. Alla fine erano le reazioni di pancia a decidere per tutti noi e per lungo tempo era la spontaneità a guidarci senza pensare alle conseguenze”.

I volti

I nomi e le storie che caratterizzano il dissenso alle grandi opere sono infinite. Come non ricordare Nicoletta, 71 anni, valsusina. C’era un tempo in cui la donna camminava libera in Val Clarea, raccogliendo funghi, odorando violette e salutando con rispetto i castagni centenari. “Prima che costruissero l’autostrada, il traforo ed il cantiere TAV, la Clarea era vergine e magnifica. Il danno è stato immediato. Parte del torrente ora è inglobato dal cantiere, i narcisi sono scomparsi da anni. I castagni sradicati. Tutto è stato soppiantato da muri, reti metalliche, filo spinato. Una prigione a cielo aperto per il profitto di pochi. La rabbia è così grande che piangere pare poco. Il cantiere sta portando un disequilibrio notevole nel regno animale, ma crediamo che cervi e gufi, marmotte e falchi siano più forti dei loro interessi. Essere No Tav significa essere contro le ingiustizie, battersi per un mondo migliore”.

Matthias Canapini - Terra e Dissenso
Terra e Dissenso: cantiere aperto in Valsusa.

E Maria Teresa, conosciuta migliaia di chilometri più a sud, nel profondo Salento? Pianse quel giorno che gli operai capitozzarono gli ulivi secolari per far spazio al gasdotto TAP proveniente da oltre mare. “Mio padre Cosimo, rimasto cieco per lo scoppio di una mina nel 1944, vagava per le campagne in solitaria, orientandosi con gli ulivi oggi scomparsi. Come posso non difendere questa terra quando ogni pietra parla della mia famiglia?” raccontò tra la polvere alzata dalle ruspe.

Ulivi Salento
Terra e Dissenso: la protesta in difesa degli ulivi in Salento.

Nel 2013, a Niscemi, dopo l’occupazione storica delle antenne Muos, Elvira stette male per via delle radiazioni “ingerite”. Vomito e mal di testa la tormentarono per circa due settimane. “Prima era tutto un bosco! Ora è un bosco di antenne. Tante querce secolari le hanno fatte sparire con la dinamite, per far spazio a ciò che vedi: parabole, inferriate, luci al neon. Tutto questa distesa di terra deturpata è all’interno della contrada Ulmo, in origine protetta e salvaguardata” mi disse, un giorno estivo come tanti.

Infine Lucia, intercettata durante la commemorazione per le vittime del Vajont. “La Storia di questa diga – disse indicando il blocco curvo di cemento – potrebbe insegnare tanto, se tutti imparassero ad ascoltare. Il senso di questo presidio è fare memoria ed educare le nuove generazioni alla consapevolezza che non si deve credere che il male non esista. È un grande successo ogni volta che qualcuno in più sa. Quando qualcuno non si gira dall’altra parte e preferisce credere che certe cose non possano succedere. E che i morti del Vajont li ha fatti la natura”.

Matthias Canapini - Vajont
Terra e Dissenso: in memoria dei morti del Vajont.

L’invito

Decisi di tornare nei luoghi elencati più volte. Chiomonte, Lecce, Venezia, Erto, Niscemi. Evitai volutamente grandi manifestazioni o scontri, e tentai comunque di stringere amicizia con montanari taciturni e pescatori estroversi. I locali, additati come facinorosi, violenti e sovversivi non diventarono altro che legittimi difensori delle proprie montagne, dei propri mari. Riportare a galla le quotidianità stravolte da opere simili, riaccese con la fiamma del dissenso popolare, fu il collante per lande tanto differenti.

Rimane l’invito di farsi una scampagnata sulle pendici del Roccia Melone per visitare poi il presidio-roccaforte di Venaus. O farsi un bagno nelle acque azzurre di San Foca e mangiare una focaccia presso il presidio di San Basilio. Troverete Marco, studente liceale. Bruno, pensionato. Gianmarco, operaio edile. Daniele, apicoltore. Sabrina, disoccupata. Il popolo. 

Siamo inglobati in un sistema che ci intontisce, lasciandoci in uno stato di subbuglio mentale col preciso scopo di non farci notare che una marmaglia di “potenti” sta divorando il mondo. Dietro conflitti armati, bandiere e orde di profughi c’è spesso quel raccapricciante accaparramento delle ultime risorse planetarie. Ultimamente siamo così anestetizzati e lontani dalla natura, asfissiati dalla tecnologia, da non fiutare più il pericolo. Guerre e cemento, veleni e povertà. Siamo pieni di speranze e paure ma ancora incapaci di sentire l’urlo boccheggiante della natura ridotta a colabrodo dal denaro.

Questo articolo è dedicato a tutti e tutte coloro che siederanno ancora attorno al fuoco.

Leggi il nostro articolo di recensione del libro Realismo Capitalista in riferimento al sistema nel quale viviamo e al suo rapporto con la natura

Matthias, intervistato a Fano (PU), dalla Radiotelevisione Svizzera

Leggi il nostro articolo sul Fondo Forestale Italiano per scoprire di più su questa onlus che ha come scopo il rimboschimento del territorio italiano

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Copertina del libro “Terra e dissenso. Voci in movimento” di Matthias Canapini, disponibile sul nostro store IBS

Realismo capitalista, un libro per capire la complessità della nostra lotta

Mark Fisher

Qui su L’EcoPost abbiamo ormai recensito vari libri, tutti accomunati dalla tematica ambientale. Realismo Capitalista fa eccezione, in quanto non parla di ambiente; non primariamente per lo meno. Perché parlarne allora? Perché l’ambiente, l’ecologia, la “crisi ambientale”, non sono argomenti indipendenti che possono essere trattati tralasciando il contesto e in particolar modo il sistema che regola quello stesso contesto che chiamiamo realtà.

Mark Fisher, l’autore, definisce infatti il realismo capitalista come un’atmosfera che «pervade e condiziona non solo la produzione culturale ma anche il modo in cui vengono regolati il lavoro e l’educazione, e che agisce come una specie di barriera invisibile che limita tanto il pensiero quanto l’azione». Con la sua disamina tenta perciò di fornire un metodo su come agire raggirando il sistema, che per sua natura incorpora rendendo sterile ogni iniziativa.

Né il mercato né l’autoregolamentazione dei consumatori con le loro scelte d’acquisto, saranno in grado di prevenire la catastrofe ambientale che ci attende. Fisher lo esplicita e qui sotto noi accenniamo al perché. Ma per capire la complessità con la quale ci confrontiamo e scoprire come fare per far sì che i propri sforzi contino, non possiamo che rimandarvi alla lettura di Realismo Capitalista.

La catastrofe ambientale in Realismo Capitalista

Nella sua chiara analisi, Fisher sfiora soltanto la questione ambientale, com’era inevitabile che fosse in uno scritto di queste dimensioni (l’opera consiste di sole 127 pagine). Vi accenna solamente in un paio di passaggi in tutto il libro, eppure, i suoi spunti di riflessione rimangono d’indiscutibile valore per chiunque abbia a cuore il nostro ecosistema. Riportandoli speriamo di trasmettere in minima parte la forza scomoda della sua visione.

La questione ecologica come spiraglio di luce

La prima volta che il lettore s’imbatte nella catastrofe ambientale è mentre l’autore descrive il concetto stesso di realismo capitalista. La catastrofe ambientale viene presentata come uno dei reali attraverso la cui repressione la realtà capitalista si afferma e riesce a imporsi. È in quest’ottica che Fisher riconosce la catastrofe ambientale come una possibile prima strategia contro il realismo capitalista, anche in virtù del fatto che proprio le questioni ecologiche sono uno di quei pochissimi terreni sui quali oggi si combatte politicamente.

Ciononostante non bisogna lasciarsi ingannare, in quanto, per sua stessa natura, il realismo capitalista cerca di appropriarsi della questione ambientale – così come di altre delicate questioni – tentando addirittura di trarne vantaggio. Questo modo di fare è emblematico del funzionamento del capitalismo e testimonia di fatto l’inconciliabilità del capitalismo con qualsiasi nozione di sostenibilità. Infatti il capitalismo stesso si basa sulla concezione che le risorse sono infinite e che il mercato risolverà i suoi stessi problemi. In quanto appena descritto ci si può (e deve) leggere in parte anche una critica ai prodotti “ecosostenibili”, esempio lampante dell’assenza di scrupoli del sistema e dei suoi attori.

Leggi il nostro articolo sulla speranza del fondatore di Patagonia che i consumatori possano cambiare le cose.

La struttura impersonale e la catastrofe ambientale

Il perché Fisher ce lo spiega nel secondo riferimento alla crisi ambientale che troviamo in Realismo Capitalista. Parlando dell’assenza di centro nel Capitale, o quantomeno della sua incapacità di prendersi responsabilità, Fisher riporta l’esempio della raccolta del riciclo dei rifiuti. Affermando infatti che proprio l’assegnazione della responsabilità al singolo individuo, giusta in linea di principio, non ha altro effetto se non quello di deresponsabilizzare l’intero sistema. Utilizzando la proprietà transitiva, diventa così evidente che lo stesso vale per la catastrofe ambientale, di cui ognuno è responsabile e allo stesso tempo nessuno lo è.

Scopri altri articoli di L’EcoPost sulla cultura sostenibile

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Per ripartire prendiamo spunto dalle piante

Che cosa significa guardare al mondo delle piante come spunto di ripartenza? In queste ultime settimane la reazione del web rispetto al virus sta mutando: se prima dominavano paura e tutorial per sopravvivere durante la quarantena, ora la tendenza è quella di proporre piani per il futuro, per il post-virus, o perlomeno per la fase 2, detta anche di “convivenza con il virus”. Politici, professori e persone comuni stanno riflettendo sulla ripartenza: da dove e come ricominciare per non commettere errori e, perché no, creare un sistema migliore di quello che precedeva la pandemia. In questo senso, oggi vogliamo proporvi uno spunto dal mondo vegetale, seguendo le riflessioni esposte da Stefano Mancuso ne La nazione delle piante.

piante
Mostra Triennale di Milano 2019, sezione La nazione delle piante

Stefano Mancuso, La nazione delle piante

Stefano Mancuso insegna neurobiologia vegetale all’Università di Firenze. Il termine “neurobiologia” potrà sembrare strano, quasi un ossimoro dato che le piante non sono dotate di cervello. Eppure, come ha spiegato lui stesso, in una puntata di Quante Storie condotta da Corrado Augias (disponibile gratuitamente su RaiPlay), “le piante non hanno cervello ma ragionano, memorizzano, comunicano, hanno comportamenti. Fanno tutte quelle cose che noi di solito attribuiamo a un organo solo”. Per questo motivo, Mancuso ci introduce alla possibilità di studiare e imitarle “perché le piante hanno inventato soluzioni per qualunque problema dell’umanità”.

Leggi il nostro articolo: “L’inverno più caldo di sempre: temperature più alte di 3.5°”

Come spunto di partenza, l’autore riporta l’esempio di un pannello fotografico esposto nel 2019 alla Triennale di Milano. Nella sezione chiamata La nazione delle piante, fu riportata una foto con forte prevalenza vegetale e una tigre nascosta fra le foglie. Come potete vedere qui sopra, il pannello era accompagnato dalla domanda: “cosa vedi?” e le risposte rimandavano in maggioranza alla tigre, senza far menzione alle piante, che pur dominano la scena. Mancuso ha chiamato questo fenomeno plant blindness, riferendosi al fatto che il nostro cervello riconosce esclusivamente gli animali, quando il mondo là fuori è perlopiù dominato da alberi e foglie.

Le vere dominatrici del pianeta

Infatti, il dato più impressionante che emerge dalle teorie di Mancuso riguarda, ancora una volta, l’insignificante presenza dell’uomo in questo mondo. Le piante costituiscono l’85% della biomassa presente sulla Terra, mentre gli animali lo 0,03%, comprendendo la specie umana. Il restante è costituito da batteri, funghi ed altre specie non animali. Il professore ci invita dunque ad esplorare il mondo delle vere dominatrici del pianeta, ovvero le piante, cercando di abbattere quella pretesa di antropocentrismo che da sempre ci caratterizza.

Il professore riconosce le profonde differenze che vi sono fra piante e animali: “le piante fissano l’anidride carbonica, gli animali la producono. Le piante sono autotrofe, quindi vivono dell’energia del sole; gli animali sono eterotrofi. Le piante sono lente, gli animali sono veloci. Le piante hanno un’organizzazione diffusa, gli animali ce l’hanno concentrata. È tutto diverso. Però, ovviamente si possono trovare delle regole generali”. Stefano Mancuso ha quindi redatto una sorta di “costituzione” scritta dalla nazione delle piante, da cui il mondo animale può trarre insegnamento.

La costituzione della nazione delle piante

Ecco la costituzione delle piante, che vi invitiamo ad approfondire tramite la lettura del libro, disponibile nella nostra sezione Cultura Sostenibile:

ART.1 La Terra è la casa comune della vita. La sovranità appartiene ad ogni essere vivente.
ART.2 La Nazione delle Piante riconosce e garantisce i diritti inviolabili delle comunità naturali come società basate sulle relazioni fra gli organismi che le compongono.
ART.3 La Nazione delle Piante non riconosce le gerarchie animali, fondate su centri di comando e funzioni concentrate, e favorisce democrazie vegetali diffuse e centralizzate.
ART.4 La Nazione delle Piante rispetta universalmente i diritti dei viventi attuali e di quelli delle prossime generazioni.
ART.5 La Nazione delle Piante garantisce il diritto all’acqua, al suolo e all’atmosfera puliti.
ART.6 il consumo di qualsiasi risorsa non ricostituibile per le generazioni future dei viventi è vietato.
ART.7 La Nazione delle Piante non ha confini. Ogni essere vivente è libero di transitarvi, trasferirsi, viversi senza alcuna limitazione.
ART.8 La Nazione delle Piante riconosce e favorisce il mutuo appoggio fra le comunità naturali di esseri viventi come strumento di convivenza e di progresso.

Leggi anche: “L’ONU propone un divieto per i mercati di animali selvatici”

La soluzione più efficace: creiamo delle giungle urbane

Il libro presenta la drammaticità della situazione attuale, ad esempio mettendo in luce come la sesta estinzione di massa sia molto più grave delle precedenti per quantità e velocità. Nel testo però sono anche presenti numerose soluzioni pratiche con al centro le protagoniste della sua teoria, ovvero le piante. Secondo l’autore infatti, il cambiamento climatico dipende essenzialmente dalla produzione di anidride carbonica, a sua volta fortemente legata all’attività umana. Questa è concentrata soprattutto nelle città ed è dalle città che Mancuso propone di ripartire. La CO2 può essere tolta dall’atmosfera tramite la fotosintesi, perciò le città dovrebbero diventare delle vere e proprie “giungle urbane”, sfruttando tetti, terrazzi, pareti per far crescere il creatore di ossigeno più naturale e antico del mondo.

Darwin: competizione vs. cooperazione

Nell’intervista fatta a Quante Storie, Augias si sofferma soprattutto sull’articolo otto, che invita al mutuo appoggio: “il mito fondativo dell’essere umano è il fratricidio, ci siamo sempre fatti le guerre. Fosse che proprio le piante sono uno strumento che favorisce l’abolizione delle guerre?”. A questa provocazione Mancuso risponde con uno dei più grandi insegnamenti del suo libro: “Guardiamo alle piante. L’idea che il più forte vinca è una balla”. Il professore di neurobiologia spiega dunque come la teoria dell’evoluzione di Darwin sia stata da sempre distorta. Ai darwinisti sociali, a coloro cioè che hanno sempre visto nella competizione il principio fondante della teoria darwiniana, Mancuso replica che è invece la cooperazione ad aver sempre trionfato nella natura.

E le piante, più di tutte le altre specie, ce lo dimostrano: “qualunque sia l’ambito di studio, dovunque si soffermi la nostra attenzione, dall’impollinazione alla difesa, dalla resistenza agli stress alla ricerca di sostanze nutritive, le piante sono le maestre indiscusse del mutuo appoggio”. La consociazione o intercropping è un altro esempio di mutuo appoggio fra le piante, oggi tanto in voga fra gli ambientalisti. Consiste nello sfruttare il più possibile lo spazio dato, facendo cooperare specie con proprietà diverse fra loro. Messe una accanto all’altra, cooperano e beneficiano del lavoro degli altri. Si possono associare asparagi e lattughe, carote e cipolle, basilico e pomodori. I sistemi più famosi comprendono l’integrazione di specie vegetali e animali, come il sistema Rice-Fish-Duck.

Ripartiamo dalle piante

In definitiva, Mancuso ci invita a “studiare ed imitare le piante” perché possono offrirci un aiuto concreto per le problematiche attuali. Egli ha elogiato Fridays For Future perché rimanda fortemente alle qualità delle piante che dovremmo imitare: fare rete, comunicare, usare una struttura decentralizzata, stimolare il mutuo appoggio e tutelare la diversità in tutte le sue forme: “i movimenti di oggi ci stanno mostrando che da soli non ci salviamo – ha detto Mancuso – Il pianeta è una rete di esseri viventi che devono sopravvivere insieme”. Per chi cerca qualche spunto per la ripartenza o soltanto una bella lettura da quarantena, questo libro potrebbe offrire risposte interessanti.

Leggi il nostro articolo: “Ambiente: la chiave per ripartire”

“La sesta estinzione” è qui. Finiremo come i dinosauri?

estinzione

Il fatto che stiamo assistendo a una estinzione di massa paragonabile a quella che ha portato i dinosauri a sparire dalla faccia della terra non è una teoria, una ipotesi, o una supposizione. E’ la cruda realtà. Elizabeth Kolbert, con il suo libro “La sesta estinzione“, vincitore del premio Pulitzer nel 2015, ce lo spiega molto chiaramente.

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L’estinzione di massa è un fenomeno raro

Il primo fatto più scioccante che Kolbert ci presenta è che le estinzioni di massa sono avvenimenti estremamente rari nella storia del pianeta. Atteniamoci alle sue parole:

Qualsiasi evento verificatosi solo cinque volte da quando il primo animale con uno scheletro è apparso sul pianeta, circa cinquecento milioni di anni fa, deve essere definito estremamente raro. L’idea che un episodio di questo tipo stia avendo luogo proprio ora, sotto i nostri occhi, mi ha messa in allarme.

Stiamo quindi assistendo alla sesta estinzione di massa, ovvero un fenomeno per cui il tasso di scomparsa delle specie si impenna in un arco di tempo insignificante dal punto di vista geologico. Le cause di questa estinzione ingente e improvvisa possono essere molto varie, ma un tratto le accomuna tutte. Vi è un cambiamento improvviso delle condizioni di vita “usuali” e le specie viventi non hanno il tempo evolutivo per adattarsi alle nuove.

Come è avvenuta l’estinzione dei dinosauri

L’estinzione dei dinosauri è stata causata da un asteroide enorme, di 10 chilometri di diametro, che si è abbattuto sulla terra. Nell’esplosione che seguì l’impatto venne rilasciata una quantità di energia pari a un milione delle più potenti bombe atomiche mai testate.

Ma il fattore determinante, più che l’esplosione in sé, è stato il cambiamento climatico sopraggiunto successivamente. Alcune particelle ricche di solfuro si sparsero nell’aria, coprendo il cielo e bloccando i raggi solari. Dopo l’iniziale ondata di calore, vi fu un abbassamento drastico delle temperature e, quindi, un cambiamento improvviso delle condizioni di vita sul pianeta. Le caratteristiche degli esseri viventi che fino ad allora avevano probabilmente caratterizzato un vantaggio, diventarono letali. Questo portò all’estinzione di quasi tutti gli organismi viventi e i mammiferi subirono perdite pari al 100 percento.

La seconda estinzione

Per quanto sia meno conosciuta, l’estinzione di massa che più si avvicina a quella che potrebbe avvenire nella nostra era è la seconda, avvenuta 225 milioni di anni fa. Vi fu infatti una improvvisa e massiccia immissione di carbonio nell’atmosfera la cui causa è ancora un mistero.

L’acqua divenne più acida e la quantità di ossigeno al suo interno crollò al punto che molti organismi morirono, di fatto, per soffocamento. I reef corallini subirono un collasso. […]

Quello che sembra essere un antico “riscaldamento globale” ha portato all’estinzione del 90% di tutte le specie del pianeta. Ed è avvenuto in un tempo abbastanza rapido dal punto di vista geologico: circa 200 mila anni.

La “nostra” estinzione

L’essere umano ha immesso nell’atmosfera 365 miliardi di tonnellate metriche di carbonio in meno di duecento anni. La deforestazione ha contribuito con altre 180 miliardi di tonnellate. E ogni anno ne immettiamo il 6% in più. La concentrazione di diossido di carbonio è aumentata del 40% e quella di metano, un gas serra molto più potente, è più che raddoppiata.

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Il fattore determinante è sicuramente quello del tempo. Come scrive efficacemente Kolbert, vi è una grande differenza tra il bere sei lattine di birra in un’ora oppure in sei mesi. Se immettessimo CO2 nell’aria più lentamente, i processi geofisici entrerebbero in gioco per controbilanciare l’acidificazione. L’odierno riscaldamento globale ha invece luogo a una velocità almeno dieci volte maggiore a quella registrata alla fine di tutte le glaciazioni. A questo proposito Kolbert cita la rivista Oceanography, che dice:

E’ probabile che l’eredità dell’Antropocene (l’era degli uomini, ndr.) sarà il più rilevante, se non catastrofico evento nella storia del nostro pianeta

Cosa sta succedendo?

Un aumento di temperatura di questa entità può portare a una serie di eventi in grado di alterare gli assetti del pianeta. Un esempio è quello dello scioglimento di gran parte dei ghiacciai perenni. Nell’Artico i ghiacci perenni coprono la metà dell’area rispetto a quella di trent’anni fa. Fra altri trent’anni potrebbero scomparire del tutto.

Per non parlare poi dell’acidificazione degli oceani. Di questo passo, gli oceani saranno 150 volte più acidi di quanto non lo fossero prima della rivoluzione industriale e supereranno la soglia critica oltre la quale non l’ecosistema marino inizia a cedere. Infatti, molte piccoli organismi marini che sono la prima fonte alimentare di animali più grossi, come salmoni e balene, non sopravvivranno. L’acidificazione inoltre favorirà la crescita di alghe tossiche e batteri velenosi, che potrebbero infestare l’intero Pianeta.

Molte specie dipendono anche dalle barriere coralline, usate per difesa o per procacciarsi il cibo. I ricercatori oggi ritengono che i coralli saranno il primo ecosistema nell’era moderna a raggiungere l’estinzione. Ad oggi la Grande Barriera si è ridotta del 50% negli ultimi 30 anni.

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Non incolpiamo solo la CO2

Colpevole di una eventuale estinzione di massa non sarà però soltanto il riscaldamento dato dalla CO2 nell’atmosfera. Anche l’azione diretta dell’uomo sta giocando un grande ruolo.

Le aree selvagge” del pianeta ormai non esistono quasi più. L’uomo ha alterato più della metà di superficie libera dai ghiacci, compromettendo gli habitat di molte specie viventi. Abbiamo cancellato molte foreste, dalle quali dipendevano intere catene alimentari, per creare immense aree coltivabili o destinate la pascolo. Continuiamo a costruire città e cementificare intere praterie. Scaviamo miniere, cave, acquedotti e oleodotti. Abbiamo introdotto sostanze inquinanti nell’acqua, nell’aria e sui terreni.

In questo modo abbiamo persino peggiorato gli effetti del riscaldamento. Per stare al passo con gli attuali aumenti di temperatura – dice Ken Caldeira, studioso dell’atmosfera – le piante e gli animali dovrebbero migrare verso i poli a una velocità di dieci metri al giorno. Un eventuale loro spostamento, anche meno drastico, è però reso difficile dall’isolamento degli habitat. Per esempio, i “pezzi”di foresta sono spesso sono divisi da enormi aree coltivate e non permettono agli animali di spostarsi alla ricerca di condizioni migliori.

La causa sono gli esseri umani

Gli unici in grado di spostarsi e, quindi, di spostare organismi, sono proprio gli esseri umani. Anche i nostri continui ed eccessivi viaggi, infatti, continuano a causare la contaminazione dei diversi ecosistemi del pianeta. L’introduzione improvvisa di nuove specie o, peggio, di agenti patogeni sconosciuti, non lascia il tempo alle specie native di abituarcisi e porta, quindi, non pochi problemi. La California sta a acquisendo una nuova specie invasiva ogni 70 giorni. Nelle Hawaii vi è un nuovo invasore in più ogni mese. Prima dell’arrivo dell’uomo le specie si sono stabilizzate nell’arcipelago hawaiano al ritmo di una ogni diecimila anni.

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Da ultimo, ma non per importanza, vi è la più inquietante delle cause dell’estinzione di massa cui stiamo assistendo. E, purtroppo, questa avviene con o senza CO2. Fino a qualche centinaio di anni fa era presente sul pianeta la cosiddetta megafauna, ovvero animali di dimensioni grandissime che, tutto a un tratto, sono scomparsi. Ecco cosa scrive Kolbert:

L’estinzione della megafauna è avvenuta a più riprese. La prima, circa quarantamila anni fa, spazzò via i giganti australiani. La seconda interessò il Nord e Sud America circa 25 mila anni fa. I lemuri giganti del Madagascar, gli ippopotami pigmei e gli uccelli elefante sopravvissero fino al Medioevo. I Moa della Nuova Zelanda resistettero fino al rinascimento. Guarda caso, la sequenza di queste scomparse e la sequenza degli insediamenti umani in questi luoghi sono quasi perfettamente allineate.

Detto senza peli sulla lingua, gli uomini uccidevano questi animali senza misura, fino a portarli all’estinzione. Ovviamente inizialmente non sapevano che più grandi sono gli animali, più è basso il loro tasso di natalità. Le uccisioni, quindi, avvenivano senza remore e per i più disparati motivi che andavano dal cibo, al vestiario, al traffico di questi beni (e quindi, il denaro), fino al semplice “divertimento“. Nonostante adesso vi siano le informazioni necessarie per bloccare questi stermini, molti grandi animali come elefanti, orsi e grandi felini sono ancora largamente minacciati.

Il mammut è uno dei maggiori rappresentanti dell megafauna estinta

Ci uccidiamo anche a vicenda

Kolbert si chiede anche che fine farà la specie umana in queste condizioni. Alcuni dicono che anche noi verremo inevitabilmente annullati dalla trasformazione del paesaggio ecologico visto che, in fondo, ne dipendiamo. Un’altra ipotesi è che l’ingegno umano sappia superare qualunque disastro egli abbia messo in moto, per esempio immettendo sostanze in grado di assorbire l’anidride carbonica.

Oppure, qualcuno dice che, tra qualche anno, saremo in grado di scappare su Marte. Vi è anche l’opzione più positiva, per la quale riusciremo a ridurre le emissioni, fare marcia indietro e a recuperare il recuperabile. Vi è però ancora un problema da superare, quello dell’autodistruzione.

Oltre alla megafauna, infatti, l’uomo ha anche da sempre reciso i rami del suo stesso albero genealogico. Quando l’homo sapiens ha incontrato quello di Neanderthal, per esempio, quest’ultimo non ebbe lunga vita. Pare sia avvenuto un vero e proprio sterminio a discapito dei neandertaliani, i quali, di fatto, non differivano moltissimo da noi. Anzi, è stato accertato che l’Homo sapiens abbia avuto rapporti sessuali con quello di Neanderthal, il che ci porta ancora oggi ad avere una parte dei suoi geni

Ci sono tutte le ragioni per credere che, se gli esseri umani non avessero fatto la loro comparsa, i neandertaliani sarebbero ancora lì, insieme ai cavalli selvaggi e i rinoceronti lanosi. Con la nostra capacità di rappresentare il mondo attraverso segni e simboli, arriva anche la capacità di cambiarlo, e quindi di distruggerlo.

Dal libro “La sesta estinzione”, un uomo di Neandertal vestito secondo i dettami moderni. Come si può notare, non sarebbe così facile distinguerlo da un Homo Sapiens qualunque

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Una lunga storia di genocidi

Non serve, però, arrivare a Neanderthal per confermare la capacità dell’uomo di sterminare i suoi stessi simili e non serve quindi che mi dilunghi elencando la quantità di genocidi, stermini, guerre, omicidi che ogni giorno avvengono sul nostro pianeta.

Se quindi, dopo aver letto questo articolo, vi siete anche solo di poco liberati dell’idea che il rispetto della natura sia solo una futile fissazione dei nuovi giovani “hippie”, e che non avrà conseguenze dirette sulla sopravvivenza della nostra specie, completate il processo leggendo questo libro illuminante.