Con il termine green economy si intende una nicchia dell’economia che opera secondo criteri di sostenibilità. Riciclaggio, fonti rinnovabili, economia circolare, filiere etiche, coltivazioni biologiche e via dicendo. Negli ultimi anni questo settore è stato in grado di crescere moltissimo, grazie alla crescente richiesta di servizi e prodotti che siano a ridotto impatto ambientale, a causa dell’avanazamento inesorabile del cambiamento climatico.
Green Economy: sempre più in alto
La crescita che si è vista negli ultimi decenni è esponenziale e non da l’impressione di volersi fermare. Sono infatti sempre di più gli investimenti e, parallelamente, i ricavi generati da questo settore. E il futuro sembra ancora più prospero. La necessità di abbinare il principio di sostenibilità a quello del profitto economico è sempre più palese. Il modello economico attuale non è in alcun modo sostenibile e necessità grandi cambiamenti sotto diversi punti di vista. Dai materiali che usiamo, ai modi in cui produciamo energia, alla quantità di rifiuti che ricicliamo, fino al modo in cui li smaltiamo ed infine anche il modo in cui mangiamo e produciamo cibo. Il cambiamento è in atto, anche se non a velocità supersonica, ma è ragionevole ipotizzare che nei prossimi anni ci sarà un boom della green economy, che ha quindi di fronte a sè un potenziale davvero enorme. Profitto, progresso e sostenibilità. Per un futuro più sostenibile.
L’introduzione degli impianti fotovoltaici può garantire dei benefici dal punto di vista ambientale. Grazie all’autoproduzione di energia, essi consentono di evitare superflue dispersioni, e di conseguenza garantiscono un livello di efficienza molto più elevato rispetto a quello che caratterizza un impianto classico di distribuzione energetica. È stato calcolato che per ogni kWh che viene prodotto grazie ai pannelli fotovoltaici si ha la possibilità di prevenire la formazione di più di 500 grammi di anidride carbonica. Come noto, le emissioni di CO 2 hanno effetti dannosi per l’ambiente. Si stima che l’installazione di un impianto fotovoltaico destinato a uso domestico da 3 kWp consenta di risparmiare nel giro di 20 anni ben 38 mila chili di anidride carbonica: un po’ come se venissero piantati 190 alberi.
Il mancato inquinamento
Grazie all’energia fotovoltaica, si evita l’inquinamento termico, dato che le temperature si fermano al massimo a 60 gradi, e si limita l’inquinamento chimico: i pannelli fotovoltaici e gli impianti, infatti, non generano, scorie, emissioni o residui di alcun genere. Inoltre vale la pena di mettere in evidenza che un impianto fotovoltaico in azione non produce alcun tipo di rumore, il che consente di limitare al massimo l’inquinamento acustico. Ecco perché il fotovoltaico fa bene all’ambiente, contando anche che ogni kW di picco installato corrisponde a quasi 8 quintali di anidride carbonica non emessa nel giro di un anno.
Perché l’energia solare è considerata una fonte energetica alternativa
L’energia solare viene ritenuta una fonte di energia alternativa perché è rinnovabile e, in teoria, inesauribile dato che il Sole si spegnerà solo tra qualche miliardo di anni. Si tratta di una soluzione che permette di rinunciare, almeno in parte, alle fonti fossili tradizionali; per di più non immette nell’atmosfera anidride carbonica o altre sostanze che possono aumentare l’effetto serra. I sistemi di energia alternativi, con il progredire delle tecnologie, stanno diventando sempre più economici e al tempo stesso vedono crescere il proprio livello di efficienza. Le risorse rinnovabili sono tali non perché siano infinite, ma perché vantano un tasso di rinnovamento più elevato rispetto al tasso di utilizzo e consumo. Sono sostenibili proprio perché il tasso di rigenerazione è almeno pari al tasso di utilizzo. Ciò non toglie che sia importante usare le risorse rinnovabili in modo razionale, fermo restando che la fonte solare non pone problemi di scarsa disponibilità.
L’irraggiamento solare per la produzione di energia
Sfruttare l’irraggiamento solare come fonte di energia, pertanto, non mette in alcun modo a repentaglio la disponibilità di questa risorsa per il futuro, e al tempo stesso contribuisce a limitare l’impatto ambientale. I raggi del sole possono essere usati per produrre non solo energia elettrica, ma anche energia termica ed energia chimica. Si tratta di una preziosa alternativa rispetto al gas naturale, al carbone e al petrolio, che rientrano nel novero delle energie non rinnovabili, in teoria destinate a esaurirsi entro poche generazioni, sia perché per formarsi hanno bisogno di tempi molto lunghi, sia perché vengono consumate in maniera troppo rapida. Peraltro, la stessa energia eolica è figlia dell’irraggiamento solare, visto che il vento dipende dal riscaldamento non omogeneo delle masse d’aria.
Quali sono le altre fonti energetiche rinnovabili
Ovviamente l’energia solare è solo una delle fonti di energia rinnovabili: fonti, cioè, che in un’ottica di sostenibilità permettono di non consumare le risorse scarse del pianeta. Tra le altre, vale la pena di citare l’energia eolica (cioè del vento), l’energia marina (che viene ricavata dalle maree e dal moto ondoso), l’energia geotermica, l’energia idroelettrica. Esistono, poi, l’agroenergia e l’energia che si ottiene dalle biomasse: la prima corrisponde all’energia che può essere ricavata dalla produzione di biocarburante, mentre la seconda scaturisce da biogas, oli o biodiesel.
Come avviene la trasformazione dell’energia solare?
Attraverso la cella fotovoltaica si può procedere alla trasformazione dell’energia solare, che viene direttamente convertita in energia elettrica. Ciò è possibile per effetto dell’interazione fra la radiazione luminosa e gli elettroni di valenza, un fenomeno fisico che si verifica nei materiali semiconduttori e che prende il nome di effetto fotovoltaico. Il meccanismo attraverso il quale la luce del sole viene trasformata dalla cella in energia elettrica non cambia a prescindere dal materiale che viene utilizzato. Nella maggior parte dei casi, le celle sono realizzate in silicio cristallino. I portatori di carica libera che sono prodotti dalla luce vengono spinti dal campo elettrico incorporato in direzioni opposte. Questo campo agisce come un diodo, e di conseguenza non permette agli elettroni liberi di invertire la marcia e di tornare indietro dopo che hanno attraversato il campo. Nel momento in cui la cella fotovoltaica riceve la luce, in base al tipo di cella le cariche negative vengono spinte verso la parte inferiore della cella e quelle positive verso la parte superiore (o viceversa). Il collegamento tra la parte superiore e quella inferiore attraverso un conduttore assicura il passaggio delle cariche libere: così viene generata corrente elettrica.
Non è una buona notizia per l’ambiente quella che stiamo per dare. Nonostante siamo in un momento in cui la questione ambientale è attualità stretta, quotidiana, di tendenza potremmo dire, continuiamo a vedere che molti se ne riempiono la bocca ma pochi fanno azioni concrete. Una nuova dimostrazione di ciò ce la da il Gestore dei Servizi Energetici. GSE è una società pubblica incaricata di assegnare i contributi per chiunque scelga di investire nelle energie rinnovabili. In seguito all’ultimo lotto di aste organizzate dalla società per assegnare le installazioni, gran parte di esse non sono state acquistate.
Ascolta il podcast di introduzione all’articolo!
I numeri delle energie rinnovabili
Come sovente sta accadendo nel nostro Paese, anche l’ultimo lotto di aste per l’installazione di centrali di sfruttamento delle energie rinnovabili si è dimostrato un flop. Entriamo nel merito, facendoci aiutare da alcuni numeri. GSE ha messo all’asta – nelle settimane passate – 1.582 megawatt (MW) di nuova capacità. La quantità avrebbe potuto – e dovuto – attirare l’attenzione di alcuni attori importanti nel mercato energetico. In realtà sono state ricevute offerte soltanto per 98,9 di questi MW. Le aziende ne hanno poi acquistati 73,7. Sarà questa la quantità sulla quale saranno portati avanti progetti di sfruttamento delle energie rinnovabili. Parliamo di meno del 5% della disponibilità totale.
Sulla totalità dei 73,7 MW assegnati, 41,2 se li è aggiudicati ENEL. L’asta di giugno è andata peggio di quella di maggio, nella quale fu venduta soltanto il 12% della potenza posta in vendita.
Questi numeri ce la raccontano lunga su quanta strada ci sia ancora da fare, in Italia, prima di poter davvero entrare nell’era delle energie rinnovabili. Facciamo un esempio che funga da paragone anche per il profano. Nel corso dei 12 mesi del 2020, il nostro Paese ha messo all’asta 1.800 GW complessivi di energia pulita. GSE ha ricevuto offerte solamente per 470. L’anno scorso è stato naturalmente difficile e complicato e si potrebbe pensare che la longa manus del covid abbia influito in maniera considerevole, falsando il dato. Nello stesso periodo, però, in Spagna sono stati messi all’asta ben 3mila MW di energie rinnovabili. Madrid ha ricevuto richieste per oltre 9mila.
Burocrazia e opposizioni locali, ostacoli spesso insormontabili
Sembra proprio, dunque, che le aziende energetiche non ne vogliano sapere di investire in Italia. Per quale motivo? Le ragioni sono, in realtà, più di una. Il primo problema è una vecchia conoscenza nel nostro Paese, quel leviatano chiamato burocrazia che, inevitabilmente, finisce per rallentare qualunque cosa. I tempi medi di un processo autorizzativo in Italia sono di 5 anni: un lasso di tempo davvero troppo lungo. Ciclicamente i governi mettono l’accento su quanto ci sia bisogno di agevolare gli iter burocratici; un vero e proprio problema in questo Paese, capaci di ostacolare chiunque. Ciclicamente, questi programmi vengono disattesi.
Non è la burocrazia l’unico alto gradino da superare per chiunque voglia fare delle energie rinnovabili il proprio core business. Queste imprese, infatti, si trovano spesso contro comitati di ogni genere, nemici delle infrastrutture che occorrono per sfruttare a dovere una produzione pulita. Enti locali, comitati cittadini, amministrazioni comunali, sovrintendenti del Ministero dei Beni Culturali che bocciano i progetti poiché deturpano il paesaggio… Non è certo semplice insediare una centrale che sfrutti energie rinnovabili, nel nostro Paese. Gran parte dell’Italia è vittima della cosiddetta sindrome nimby ovvero not in my backyard. L’espressione inglese descrive un atteggiamento davvero comune, secondo il quale le persone non si dichiarano contrarie a centrali elettriche da energie rinnovabili – o a qualunque altra novità, però non le vogliono vicino a casa. Non a caso, letteralmente, la frase si traduce con “non nel mio cortile”.
All'asta per l'assegnazione degli incentivi per le energie rinnovabili ne sono state assegnate solo il 24,7%. Sembra che il motivo siano i blocchi dei comitati locali, sindaci e Tar. Se non impediamo che questi enti blocchino sempre tutto possiamo scodarci l'economia green.
L’Italia installa ogni anno, in media, circa 800 MW di energie rinnovabili. Per raggiungere l’ambizioso – sebbene necessario – obiettivo europeo di ottenere il 70% di energia pulita nel 2030, dovremmo salire a 7mila MW l’anno di nuova potenza. I numeri sono quelli indicati dal Ministro per la Transizione Ecologica, Roberto Cingolani. Servirebbe un immediato cambio di rotta, dunque. Eppure non stiamo certo assistendo a nulla del genere.
Il CEO di Enel Green Power, nonché direttore responsabile della Global Power Generation division, Salvatore Bernabei, si è espresso in maniera piuttosto chiaro sull’attuale situazione italiana. La ha definita preoccupante.
“Il risultato della quinta asta GSE ha visto assegnare circa il 5% della capacità disponibile da energie rinnovabili. L’offerta per i progetti è stata notevolmente inferiore ai volumi di gara e la partecipazione è stata di pochissimi operatori. Siamo ai minimi mai registrati e si tratta di una situazione preoccupante per l’Italia.”
“La lentezza dei processi autorizzativi e l’incertezza sulla capacità di realizzazione rappresentano un freno alla transizione ecologica del Paese. Occorre trovare una soluzione per raggiungere gli obiettivi europei di decarbonizzazione. Gli operatori di un comparto fondamentale per la ripartenza hanno bisogno di certezze.”
Bernabei non si è sicuramente nascosto. Ha ragione da vendere quando sottolinea come ci sia un problema. Numerosi altri Paesi, come la Spagna che abbiamo già citato, puntano in maniera molto aggressiva alle energie rinnovabili, consci che sono queste a costituire la strada maestra per la decarbonizzazione. In Italia questo forse non lo capiamo o comunque, come sistema Paese, non siamo in grado di supportare chi davvero vorrebbe mirare sulla trasformazione in energia di fonti rinnovabili agevolando loro il compito. Di questo passo, le richieste di Bruxelles per una riconversione in tempi brevi non potranno che essere disattese.
Forse non tutti sanno che le scarpe da ginnastica sono davvero inquinanti e difficili da riciclare. All’interno del settore della moda, infatti, sono tra gli oggetti più pericolosi per l’ambiente. Si stima che una scarpa da corsa abbia un’impronta di carbonio pari a 13,6 kg di anidride carbonica equivalente (CO2e). Qualcosa però potrebbe presto cambiare. Un prototipo Adidas sviluppato insieme ad Allbirds, infatti, si sarebbe concentrato proprio su questo aspetto e avrebbe un’impronta inferiore ai 3 kg.
FUTURECRAFT.FOOTPRINT, il prototipo Adidas
Lo scorso 12 maggio Adidas ha tolto il velo alla sua ultima creazione. Si chiama FUTURECRAFT.FOOTPRINT ed è una scarpa davvero innovativa. Nè il notissimo brand della tripla striscia né i loro collaboratori di Allbirds hanno rilasciato tutti i dettagli relativi al modello. Dunque non conosciamo ancora ogni caratteristica di questa scarpa green, per così dire. Il prototipo Adidas si presenta leggerissimo, composto da un numero inferiore di componenti i quali presentano pochissimo carbonio nella loro struttura chimica.
Accompagnando la presentazione del modello, Adidas e Allbirds hanno affermato di aver: “scomposto i materiali, rivoluzionato la catena delle loro forniture e sfruttato ogni innovazione.” Anche il design scelto e la manifattura del modello sono rispettose dell’ambiente, perché durante questi processi sono state applicate procedure rispettose dell’ambiente, da parte di tutto lo staff coinvolto. Le fasi dell’ideazione e della produzione di ogni scarpa, infatti, sono solitamente estremamente inquinanti.
Dettaglio ravvicinato del prototipo Adidas FUTURECRAFT.FOOTPRINT, sul rivestimento leggiamo che l’LCA della scarpa produce 2,94 kg di anidride carbonica equivalente. Foto: solecollector.com
Il prototipo Adidas e l’attenzione all’ambiente
La notizia con la N maiuscola, in questa vicenda, è che il prototipo Adidas FUTURECRAFT.FOOTPRINT presenta un’impronta di carbonio misurata pari a 2,94 chilogrammi di CO2e. I due marchi non hanno mai prodotto prima un modello impattante in maniera così contenuta sull’ambiente. Le due aziende affermano come non sia possibile avvicinarsi ulteriormente a emissioni zero, nell’iter produttivo di una scarpa. È possibile che l’avanzamento tecnologico renda possibile abbassare ancora questa soglia in futuro.
“La nostra partnership con Allbirds è un faro che illumina quanto possa accadere quando due marchi concorrenti della stessa industria uniscono le loro forze nello sviluppo di un design innovativo. Creando in simbiosi e mettendo apertamente a disposizione del partner le proprie competenze e risorse – come l’esperienza di Allbirds nel campo del calcolo dell’impronta di carbonio e le capacità di Adidas di realizzare scarpe competitive e performanti – si può arrivare a risultati importanti. Questa esperienza è una call-to-action per gli altri marchi e una pietra miliare nell’industria sportiva che vuole raggiungere la neutralità carbonica.”
Ha affermato Brian Grevy, membro del direttivo Adidas per i marchi globali.
Nel video di Run Testers un approfondimento sul prototipo Adidas e Allbirds FUTURECRAFT.FOOTPRINT
Il percorso di questo progetto
L’annuncio della collaborazione tra i due marchi per sviluppare una scarpa che avesse un basso impatto ambientale risale al 2020. A quel tempo c’era solo una grande ambizione, quella di riuscire a dar vita ad un modello pulito che fosse il meno inquinante mai creato. Non si tratta della prima volta che Adidas mostra interesse per l’ambiente, dal momento che qualche anno fa ha già dato vita a una scarpa sportiva prodotta interamente con plastica recuperata dagli oceani. È legittimo pensare che il marchio creato da Adi Dassler voglia strumentalizzare l’attenzione al pianeta e stia mettendo in atto del greenwashing con queste iniziative. In fin dei conti, il sospetto è d’obbligo quando parliamo di queste enormi multinazionali, che hanno naturalmente importanti responsabilità sul fronte del surriscaldamento globale. Ciò posto, bisogna spezzare una lancia in favore delle tre strisce, in quanto almeno mostrano dell’interesse a migliorare la loro etica. Non possiamo dire lo stesso di brand altrettanto noti e loro rivali.
Adidas ha dichiarato che intende ridurre la propria impronta di carbonio entro il 2030 e giungere alla neutralità di emissioni entro il 2050. Anche B-Corp Allbirds – questo il nome legale del marchio che ha collaborato allo sviluppo del prototipo Adidas – vuole raggiungere le emissioni zero. Troviamo dunque coerenza nell’iniziativa dei due professionisti delle scarpe.
In tempi non sospetti, ben prima dell’accordo con Adidas, Allbirds aveva già sviluppato una tecnologia LCA (Life Cycle Assessment – analisi del ciclo di vita) che mirava ad abbattere le emissioni. Lo strumento creato dal brand di moda e da alcuni esperti provenienti da industrie di altri settori e terze parti può calcolare con cura l’impronta di carbonio durante ogni fase della catena produttiva. Esso è diventato parte integrante del processo aziendale di creazione e progettazione, in grado di mappare l’impronta di carbonio di ogni prodotto. Recentemente, Allbirds ha creato una versione open-source – gratuita da utilizzare – di questo suo calcolatore, che altro non è se non un software informatico, in modo da renderlo disponibile anche ad altri marchi che vogliano seguirne i passi.
“Abbiamo urgente bisogno di ridurre le nostre emissioni di carbonio. Si tratta di una missione molto più grande di Allbirds o Adidas. Sia che ce ne rendiamo conto sia che non siamo in grado di farlo, questa gara ci vede tutti coinvolti. Ci riguarda come pianeta ed è enormemente più grande delle sfide quotidiane tra compagnie rivali e concorrenti.”
È il pensiero di Tim Brown, co-direttore di Allbirds. Difficile inquadrare meglio le nostre priorità, come società e collettivo.
Con la continua evoluzione del nostro Pianeta, siamo costretti a fare i conti con il cambiamento climatico: le energie rinnovabili, come l’energia eolica, dunque non rappresentano più solo un’alternativa, ma l’unica soluzione credibile all’eccessivo utilizzo dei combustibili fossili.
L’energia eolica sta diventando sempre più importante. Essa è alla base dello sviluppo di un futuro carbon neutral, con zero emissioni di CO2. A dirsi sembra un’utopia, ma se si continua con un trend in crescita, entro il 2030, questo tipo di energia verde dovrebbe arrivare a coprire il 20% della domanda elettrica globale.
Leggi questa breve guida per avere tutte le informazioni sull’energia eolica.
La definizione della Treccani
L’energia ricavata dalla conversione della forza cinetica del vento in energia meccanica o elettrica.
Energia eolica: cos’è e come funziona. Alcune caratteristiche
L’energia eolica viene ricavata dalla forza del vento, che viene trasformata in forza-lavoro. Questa tecnologia eolica viene utilizzata fin dall’antichità, pensate per esempio alla barca a vela o al mulino, due strumenti piuttosto datati che utilizzano la forza del vento per muoversi.
Ha avuto un grande sviluppo durante gli anni ’70 quando i costi dell’energia derivata dai combustibili fossili ebbero un’impennata: fu necessario quindi trovare nuove modalità per l’approvvigionamento dell’energia.
A seguito di numerosi studi portati a termine nel corso del ‘900 si capì che per trasformare l’energia eolica in elettricità era necessario uno strumento: la pala eolica.
Le pale eoliche, dette anche areogeneratori, ruotano grazie alla forza del vento producendo energia cinetica che viene trasmessa ad un rotore collegato alle pale stesse.
Il rotore conduce l’energia della rotazione all’albero della pala che la porta direttamente al generatore che a sua volta la trasforma in energia elettrica.
Le pale fanno generalmente parte di parchi eolici, più tecnicamente detti wind farm, ossia ”fattorie del vento”, proprio perché ospitano diverse pale eoliche interconnesse tra loro attraverso un collegamento a tensione media e vengono controllate da remoto.
On-shore, near-shore e off-shore: le differenze
In ingegneria energetica si definisce parco eolico o centrale eolica un insieme di aerogeneratori, più comunemente detti turbine, interconnessi tra di loro e situati in un territorio delimitato con lo scopo di produrre energia elettrica sfruttando quella del vento.
Esistono tre tipologie di parchi eolici (on-shore, near-shore e off-shore) vediamo le differenze.
On-shore
Le wind Farm on-shore sono collocate sulla terraferma in luoghi normalmente molto ventosi, come le zone costiere, montuose oppure pianure interne, in modo da sfruttare appieno tutto il vento disponibile per creare elettricità.
Un vantaggio da non sottovalutare dell’eolico on-shore è che si tratta di una fonte molto economica per la produzione di energia in moltissimi paesi europei.
I parchi eolici ben progettati e gestiti hanno inoltre un impatto davvero minimo sul territorio e sull’ecosistema. Collocandosi sulla terraferma, l’eolico porta con sé diversi benefici, anche in termini economici, alle comunità che vivono negli immediati dintorni dell’impianto, creando posti di lavoro e aumentando il tasso di occupazione. Il settore eolico infatti, impiega circa 300 mila persone in tutta Europa, principalmente abitanti di zone rurali e decentrate dove sono solitamente posizionate le pale.
Near-shore
Gli impianti eolici near-shore sono costruiti ad una distanza massima di 10 km dalla costa. Hanno caratteristiche molto simili ai parchi on-shore, anche in termini di produzione. Il vantaggio è che il rumore dovuto al movimento delle pale giunge meno intensamente ai villaggi costieri, disturbando in misura minore la tranquillità degli abitanti.
Off-shore
I parchi off-shore vengono costruiti in mare aperto, lontano dalla costa e consentono di ottenere energia eolica in grande quantità. I costi di realizzazione e manutenzione sono più elevati rispetto a quelli degli impianti on-shore.
La principale differenza tra l’eolico terrestre e l’off-shore è che per realizzare quest’ultimo sono necessari dei cavi sottomarini, che devono essere costruiti sul fondale, per garantire la trasmissione alla terraferma dell’energia prodotta dalle pale eoliche situate al largo. La produzione di energia eolica ormai è in qualsiasi caso cotrollata da software in grado di monitorare costantemente la produzione e l’impianto stesso.
Eolico domestico
La consapevolezza che il cambiamento climatico è una questione drammatica che riguarda tutti noi sempre più da vicino, ci spinge a trovare delle soluzioni anche nel quotidiano, in particolar modo nell’ambito domestico.
Una soluzione sostenibile è la transizione alle energie rinnovabili anche nelle singole abitazioni. Il mercato ci offre diverse alternative per la produzione ecosostenibile di energia, una delle quali è rappresentata dagli impianti mini o micro eolici ad uso domestico.
Gli impianti micro-eolici, a differenza dei grandi parchi eolici che sono in grado di soddisfare più grandi fabbisogni di energia, sono semplicemente impianti eolici di piccole dimensioni, talmente piccole da poter essere installati nelle singole abitazioni.
La differenza tra il micro eolico e il mini eolico è solo in termini di potenza: il micro eolico raggiunge al massimo i 20 Kw, mentre il mini eolico raggiunge una potenza compresa tra i 20 Kw e i 200 Kw.
Il vantaggio? Oltre a rappresentare un aiuto per il nostro Pianeta, consente anche di risparmiare sulla bolletta. È vero che i costi di installazione e il materiale può essere costoso, ma è anche vero che dura nel tempo.
è una fonte rinnovabile e facilmente reperibile (il vento non si esaurisce mai!);
zero emissioni di CO2, dunque non inquina e non produce rifiuti;
i materiali utilizzati per le pale eoliche si riciclano più facilmente rispetto a quelli delle centrali geotermiche, inoltre durano nel tempo (fino a 25 anni);
produzione di energia a basso costo nelle aree del Pianeta ventose.
Visti gli effetti positivi, una domanda sorge però spontanea: se l’eolico da una parte rappresenta una soluzione concreta per minimizzare le emissioni di carbonio, dall’altra ci si chiede che cosa potrebbe comportare una sua espansione. Visti gli effetti positivi dell’energia eolica non solo sull’ambiente, ma anche in termini di costi, non si può però negare che vi siano anche dei fattori sfavorevoli:
l’impatto negativo che le pale eoliche hanno sul panorama;
inquinamento acustico, dovuto al movimento delle pale nei loro immediati dintorni. Alcuni esperti hanno dichiarato che il rumore generato dalle turbine causerebbe danni neurologici da non sottovalutare. La soluzione a questo problema sarebbe far prevalere gli impianti off-shore in modo da non fare arrivare sulla costa il suono sgradevole del movimento delle pale;
in alcune zone del pianeta possono causare un danno ai volatili, in particolar modo agli uccelli migratori e ai pipistrelli, che potrebbero impigliarsi nelle pale eoliche.
Dove si produce l’energia eolica nel Mondo
Nel panorama mondiale, i più grandi produttori di energia eolica sono la Cina e gli Stati Uniti, ma in questi ultimi anni anche i paesi situati nel Nord Europa si stanno muovendo per sfruttare la ventosità del Mare del Nord aumentando la presenza di aereogeneratori eolici. Per esempio, nel 2017 in Danimarca il 43,3% del consumo elettrico derivava dallo sfruttamento dei venti.
Un’altra nazione che sa come sfruttare il vento è la Grecia, dove l’impianto eolico di Kafireas ha un peso molto importante per l’economia del paese. Il parco eolico è situato nel comune di Karystos sull’isola di Evia e, con le sue 67 turbine eoliche, è il più grande di tutta la Grecia. Per realizzarlo sono stati spesi ben 300 milioni di euro. Enel Green Power è l’addetta alla gestione dell’impianto nonché alla sua costruzione. Per edificarlo si è usato il riferimento del cantiere sostenibile, energicamente indipendente e ad emissioni zero, grazie all’installazione di pannelli solari.
Altri 83 paesi del mondo sono soliti ad utilizzare l’energia eolica, infatti nel 2018 la capacità di generare energia eolica nel mondo è aumentata del 9,6%. Sempre nel 2017 il 4,4% del fabbisogno energetico planetario era coperto dall’energia eolica.
La situazione in Italia
In Italia, gli impianti eolici sono maggiormente concentrati al Sud e nelle Isole, essendo i luoghi più ventosi dello Stivale: essi soddisfano circa il 6% della domanda energetica nazionale.
L’Italia è attualmente il quinto paese in Europa per la quantità di impianti eolici installati: la maggior parte di essi fu installata durante lo scorso decennio, quando furono messi a disposizione degli incentivi per la costruzione degli impianti.
Ora, anche a causa del lockdown, la costruzione di nuovi impianti ha subito un drastico rallentamento.
Secondo il PNIEC (Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima),entro il 2030 l’Italia dovrebbe arrivare a produrre, grazie allo sfruttamento eolico, circa il 10% lordo del consumo elettrico nazionale.
Gli interventi di repowering (sostituzione delle componenti obsolete degli impianti) e di reblading (installazione di nuove pale più potenti, a seguito dello smantellamento delle vecchie) potrebbero rappresentare una componente importante nella crescita dell’eolico.
Ottime notizie
Il più grande parco eolico del mondo é una novità: si chiama Dogger Bank e verrà costruito entro la fine del 2024 su un altopiano sabbioso situato nel Mare del Nord, dove l’acqua non supera l’altezza di 15/30 metri (basta pensare che questo altopiano, circa 10.000 anni fa era un’isolotto!).
Il campo eolico off-shore ospiterà una serie innumerevole di turbine alte almeno 200 metri, che andranno a soddisfare il 5% della domanda di elettricità proveniente dall’Inghilterra, ossia coprirà il fabbisogno di circa 6 milioni di famiglie.
Il Regno Unito si sta dando da fare per dimostrare il suo reale interesse per l’ambiente ed raggiungere l’obiettivo che si era prefissato per il 2050 di emissioni zero.
Un’altra novità recente è la Baltic Sea Offshore Wind Declaration, un patto siglato nel 2020 da Danimarca, Finlandia, Polonia, Svezia, Germania, Estonia, Lettonia e Lituania.
L’accordo prevede di aumentare la costruzione degli impianti eolici off-shore, sfruttando al massimo la ventosità del mar Baltico fino a produrre 93,5GW di energia.
Verso un futuro ecosostenibile
In questi ultimi anni le classi dirigenti si stanno muovendo in una direzione ecosostenibile. D’altra parte era inevitabile non farlo: il tempo che ci rimane a disposizione per salvare il nostro Pianeta sta diminuendo sempre di più e non abbiamo tempo per le chiacchiere.
È importante che ognuno di noi si adoperi nel suo piccolo per compensare le proprie emissioni di CO2 e per diminuire quindi la propria impronta di carbonio. Solo collaborando si arriverà a quel tanto ambito futuro ad emissioni zero.
Nell’oceano di brutte notizie che si infrangono ogni giorno sui lidi delle testate internazionali, è spuntata un’onda anomala che interessa l’Italia: quella delle rinnovabili. Secondo l’Analisi trimestrale del sistema energetico italiano condotta da ENEA, infatti, le rinnovabili in Italia hanno visto un’accelerazione, specialmente negli ultimi due anni. Un risultato certamente buono, non fosse che gran parte del “merito” è da attribuirsi a un evento non proprio felice: quello della pandemia.
Rinnovabili in Italia: i dati che fanno sperare
L’Indice ISPRED è stato elaborato da ENEA per misurare la transizione energetica italiana sulla base dell’andamento di prezzi, sicurezza e decarbonizzazione. Ed è proprio qui che scorgiamo la buona notizia. L’indice ha infatti segnato un aumento su base annua del 38%, anche grazie a un continuo abbassamento dei prezzi delle rinnovabili. Per quanto riguarda le importazioni di tecnologie low carbon dall’estero, anche qui vediamo un forte aumento (+27%, per un valore di 2,2 miliardi di euro), soprattutto per veicoli elettrici, ibridi e batterie. Queste ultime categorie, in particolare, sono passate dal coprire il 33% dell’import green nel 2019, al 56% nel 2020. Nel complesso, quindi, la quota di rinnovabili sui consumi finali è pari a circa il 20% (era 18% nel 2019). Questo dato consente all’Italia di superare il target Ue del 17% imposto per il 2020.
Di pari passo, assistiamo a una costante decarbonizzazione, che nel 2020 ha accelerato del 40%. La forte diminuzione della richiesta di petrolio e carbone ha spinto al minimo storico dal 1961 la quota di fossili nel mix energetico. Una quota che però rimane ancora molto alta, visto che si attesta al 72% nel 2020 (contro il 74% del 2019). La capacità eolica e solare è comunque in crescita, e si stima che passerà dal 16% attuale al 25% nel 2030.
Rinnovabili in Italia: ancora molto da fare
Tra burocrazia lenta e blocchi culturali
Purtroppo, molti lati oscuri caratterizzano questo significativo, ma apparente miglioramento nel settore delle rinnovabili in Italia. Innanzi tutto, il gas resta la prima fonte energetica della Nazione (37,4%). Le rinnovabili, in valore assoluto, hanno subito un aumento di appena l’1%. L’Italia sembra quindi non riuscire a spingere del tutto il piede sull’acceleratore quando si tratta di energia pulita. Il primo ostacolo è dato dalla monumentale torre burocratica italiana e dal continuo scarica barile di responsabilità fra Stato, Regioni ed enti locali.
In secondo luogo, sussiste un grande blocco culturale che impedisce a imprenditori e investitori di dare adito anche solo al pensiero di costruire centrali di energia pulita sul territorio. Un esempio è quello di Francesco Ferrante, vicepresidente del Kyoto Club. Egli aveva censito 160 progetti di impianti per produrre biometano da rifiuti organici e scarti agricoli. Sono però stati tutti bloccati da comitati di cittadini “informati” e da sindaci riottosi ai nuovi progetti. Forse in nome di un paesaggio che andrà comunque distrutto dagli effetti ormai noti e sempre più vicini dei cambiamenti climatici.
Come riporta il Sole 24 Ore, in Italia ogni mese si realizzano impianti eolici da 6 megawatt e impianti fotovoltaici per 54 megawatt. Un risultato ancora lontano dalla cifra da raggiungere per soddisfare gli obiettivi Pniec (Piano Energia e Clima) entro il 2030: 83 megawatt per l’eolico e 250 megawatt per il fotovoltaico. Terna ha dovuto realizzare l’elettrodotto di alta tensione Adriatic Link al largo e sul fondo del mare, con un aumento dei costi che sarà pagato dai cittadini. Il tutto perché le autorità locali ne hanno impedito la costruzione sul suolo nazionale. Confindustria ha calcolato che questi rallentamenti sulle rinnovabili apportino una perdita al Paese di 600 milioni di euro all’anno.
Soldi e pandemia
Un terzo freno è dato dai prezzi delle energie rinnovabili, che restano più elevati rispetto al resto d’Europa. Il motivo è legato soprattutto al ruolo determinante che l’import di rinnovabili gioca per l’Italia, vista la mancanza di fonti domestiche. Il tutto nonostante la nostra Nazione abbia un altissimo potenziale in questo settore. La nostra geografia privilegiata, specialmente nell’Italia meridionale, permetterebbe infatti di sfruttare facilmente le principali fonti, come eolico, fotovoltaico e idroelettrico. Settori che aiuterebbero a colmare la ferita ancora pulsante che divide il Nord e il Sud, innescando in quest’ultima zona incalcolabili progressi nella sfera lavorativa, economica e sociale.
Un ultimo aspetto da considerare è l’effetto dei lockdown dal 2020 ad oggi. I consumi di combustibili fossili si sono drasticamente ridotti, dando quindi l’impressione di una decarbonizzazione de facto. Non dobbiamo dimenticare, però, che il trend potrebbe ribaltarsi nuovamente una volta terminata l’emergenza epidemiologica. In questo articolo approfondiamo la questione.
Per concludere lasciando un barlume di speranza e motivazione, è doveroso sottolineare come gli sforzi della politica italiana del post-pandemia siano maggiori rispetto agli anni passati. In cima alla lista delle priorità che si è posto il nuovo ministero della Transizione ecologica vi è proprio l’aggiornamento del Piano Energia e Clima ai nuovi obiettivi di riduzione delle emissioni posti dall’Europa (-55% entro il 2030). E, per la prima volta, sembra esserci anche la fondamentale disponibilità economica per farlo. Basti pensare che il 37% dei 209 miliardi in arrivo dall’Europa andranno a finire proprio nell’appena confezionato nuovo ministero. Ora non resta che vedere se esiste una disponibilità anche politica, sociale e culturale per affrontare la transizione che ci è stata promessa.
Evasione ed elusione fiscale sono due noti nemici di welfare e legalità. Rappresentano un problema endemico per i sistemi economici, come ben sappiamo noi italiani. Quel che però non sappiamo, poiché non siamo soliti pensarci, è come essi siano un vero e proprio freno a mano tirato anche per l’agenda climatica. Tutto è infatti collegato e ambiente ed economia non fanno certo differenza.
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Elaborazione grafica: Gerd Altmann da Pixabay
Il rapporto ONU
“L’integrità finanziaria è fondamentale per il successo dell’agenda 2030. Come comunità internazionale impegnata ad affrontare la disuguaglianza e a promuovere lo sviluppo sostenibile, dobbiamo mettere in atto principi di trasparenza, sana governance e responsabilità che così spesso sosteniamo.” È quanto ha affermatoVolkan Bozkir, presidente dell’assemblea generale ONU, presentando il rapporto Financial Integrity for Sustainable Development. Il documento è stato pubblicato dall’High Level Panel on International Financial Accountability, Transparency and Integrity for Achieving the 2030 Agenda (FACTI Panel).
All’interno del report, il team di esperti FACTI è stato davvero molto chiaro. Evasione ed elusione fiscale rappresentano una malattia terminale all’interno della società odierna, specialmente in virtù degli ambiziosi obiettivi climatici che ci siamo posti da oggi al 2030. I governi dovrebbero finanziare innanzitutto azioni contro povertà estrema, Covid-19 e crisi climatica. È parere di chi ha redatto il dossier che vadano recuperati miliardi di dollari persi per frodi fiscali, corruzione e riciclaggio di denaro.
“I Paesi in via di sviluppo non possono permettersi di perdere risorse in periodi normali. Tantomeno possono farlo ora, nel mezzo della crisi Covid.” Ha detto Bozkir. “Ogni anno viene riciclato fino al 2,7% del PIL globale.” Gli ha fatto eco il FACTI Panel. Gli esperti hanno domandato ai governi di prendere parte ad un Global Pact for Financial Integrity for Sustainable Development.
Un circuito ben oliato a favorire evasione ed elusione fiscale
Il gruppo di esperti coinvolto nella redazione del documento ha messo in risalto problematiche note nelle pratiche di evasione ed elusione fiscale. Le corporation, specialmente le più grandi, riescono ad avvalersi di giurisdizioni tax-free. Questa pratica, scorretta ma non illegale, è capillarmente diffusa. Conti alla mano, il team ha calcolato che questo modus operandi finisca per costare ai governi fino a 600 miliardi di dollari – ogni anno. “Coloro che consentono crimini finanziari devono affrontare sanzioni punitive.” Si legge nel testo del rapporto. Purtroppo, molto spesso ciò non succede. Questo si deve al fatto che occorrono misure, provvedimenti, leggi e sanzioni molto più forti e stringenti per combattere la corruzione e prevenire il circolo vizioso del riciclaggio di denaro.
È a gran voce che sul rapporto si chiede “Maggiore trasparenza in merito alla proprietà delle società e alla spesa pubblica. Serve una più forte cooperazione internazionale per perseguire la corruzione e aumentare i livelli di tassazione sulle gigantesche corporation digitali.” Quante volte i media ci parlano di provvedimenti mirati a tassare gli enormi guadagni delle super-aziende del silicio? Quante volte poi non cambia assolutamente nulla dal momento che certi giganti spadroneggiano nelle stanze della finanza mondiale, la quale regola ogni decisione politica? Questi abusi vanno anche a danno dell’ambiente.
Risorse necessarie al bene comune
“Un sistema finanziario corrotto e fallimentare deruba i poveri. Esso priva il mondo intero delle risorse necessarie a eradicare la povertà, riprendersi dal Covid e affrontare la crisi climatica.” Ha evidenziato Dalia Grybauskaite, co-presidente FACTI ed ex presidente lituana, in sede di presentazione del rapporto. “Chiudere le scappatoie che consentono riciclaggio di denaro, corruzione e abuso fiscale sono passo per trasformare l’economia globale per il bene universale.” Ha invece voluto enfatizzare l’altro co-presidente FACTI, Ibrahim Mayaki, ex primo ministro del Niger. “Un decimo della ricchezza mondiale potrebbe essere nascosto in attività finanziarie offshore. Ciò impedisce ai governi di raccogliere la loro giusta quota di tasse.” Avverte il dossier ONU. In tempi recenti circa 131 milioni di esseri umani hanno ufficialmente superato la soglia della povertà mentre la ricchezza dei miliardari è aumentata del 27,5%. Siamo una società sempre più polarizzata, ove la forbice tra ricchi e poveri aumenta instancabile.
Il Panel vuole promuovere equità, responsabilità e integrità finanziaria. Questa deve essere la strada per condurci ad un progresso nel segno della sostenibilità. Con le parole di Bozkir: “Nessuno di noi trarrà vantaggio dall’incapacità di agire. Spetta a ciascuno di noi mettere in atto un sistema di integrità finanziaria che miri ad uno sviluppo sostenibile. Dobbiamo liberare risorse che altrimenti andrebbero perse e creare fiducia nei nostri piani di governance internazionale, nazionali e locali, dimostrando trasparenza, responsabilità e capacità di realizzare l’agenda 2030.”
Evasione ed elusione fiscale ci sono nemiche nella lotta per il pianeta
Immagine di kalhh da Pixabay
Quella al surriscaldamento globale, per la salute del nostro pianeta è una guerra. Questa brutta parola viene spesso abusata, anche quando trattiamo della pandemia, eppure dà il giusto senso dell’entità dello sforzo che dobbiamo affrontare come umanità per uscire dalla situazione in cui ci troviamo. È una guerra che dobbiamo vincere assieme o ci vedrà sconfitti individualmente: nelle nostre comunità, nei nostri Paesi e nelle nostre regioni. Per farlo, bisogna disporre di tutte le risorse possibili. L’illegalità e il malaffare finanziario sono alleati del global warming; dobbiamo tagliare queste corde di sostegno e riprenderci questi fondi per poterne disporre in un’ottica comune, interna alla legalità e all’ecologia. Cattiva finanza e devastazione climatica vanno a braccetto.
Ecco che ci risiamo. L’ultima volta che abbiamo votato per le elezioni politiche, in Italia, era il 2018. Ora siamo nel 2021. Sono passati 3 anni e si sono già succeduti 3 governi. Più o meno com’è successo nei 75 anni di storia dell’Italia repubblicana, nel corso dei quali abbiamo avuto oltre 60 esecutivi. Povera Italia.
La classe politica che esprimiamo è di livello infimo, e la cosa appare particolarmente evidente negli ultimi tempi. Le leggi elettorali che il Parlamento propone sono risibili, imbarazzanti nella loro inefficacia. Ciò si deve principalmente al fatto che siano concepite per garantire uno scranno a ogni partito, partitino e micropartito che creiamo praticamente per sport. La cosa peggiore in tutto ciò è che ogni classe politica rispecchia il popolo che la elegge. Dunque prima di giudicare loro dovremmo fare un pò di sana autocritica noi stessi, per chiederci perché mai diamo il potere in mano a certi personaggi.
Antefatto a parte, si è insediato un nuovo esecutivo al termine della scorsa settimana. Novità particolarmente rilevante è la creazione del Ministero alla Transizione Ecologica. Ad esser franchi ci si aspettava qualcosa di più di quel che è stato partorito dalla visione politica di Mario Draghi. Andiamo però con ordine.
Donatella Bianchi, presidente WWF, annuncia ufficialmente la nascita del Ministero della Transizione Ecologica. Immagini: LA7
Il governo Draghi
Il nuovo premier Mario Draghi (classe 1947) è uno degli economisti più eminenti a livello mondiale. Dopo un notevole percorso di studi che lo ha portato anche negli Stati Uniti, ha cominciato la sua carriera presso il Ministero del Tesoro, prima di venire nominato Direttore Esecutivo della Banca Mondiale. Dopo un lungo corso tra le mura amiche del Ministero, con la carica di Direttore Generale, entra in Goldman Sachs. Impiegato presso la sede londinese del colosso finanziario, in quanto Vice Chairman e Managing Director, guida le strategie europee del gruppo.
Nel 2005 diviene il nono governatore della Banca d’Italia. A questo punto la sua carriera si impenna. Viene nominato Presidente del Forum per la Stabilità Finanziaria – che nel 2009 diventa Consiglio per la Stabilità Finanziaria – e poi, nel 2011, l’Eurogruppo lo rende ufficialmente Presidente della Banca Centrale Europea. Al termine del suo mandato in BCE si ritira a vita privata, ufficializzandola tramite le note parole: “del mio futuro chiedete a mia moglie.” Il 13 febbraio 2021 giura come Presidente del Consiglio dei Ministri. Il suo governo nasce da un compromesso tra numerose forze politiche – tutte, praticamente, eccezion fatta per Fratelli d’Italia – e nomina l’altissimo numero di 23 Ministri. Draghi ha dovuto accontentare tutti.
Le parole d’ordine del governo
Naturalmente, non occorre ricordare qui il particolare momento che stiamo attraversando. Il neo-governo Draghi, però, non dovrà occuparsi soltanto della crisi sanitaria ed economica innescata dalla pandemia. L’ex presidente di BCE ha fatto già circolare l’elenco dei principali punti programmatici che dovranno caratterizzare la sua azione politica. L’opera sarà convintamente europeista, come ci stanno dicendo i media da giorni, secondo una strategia che dovrebbe essere la più efficacia per riuscire a disporre dei copiosi finanziamenti parte del Recovery Fund.
L’esecutivo si concentrerà su 5 macro-temi, intenzionato a risolvere altrettante emergenze indicate dallo stesso premier: sanità, lavoro, scuola, imprenditoria e ambiente. Per questo motivo è stata avallata la richiesta forte, esternata principalmente dal Movimento 5 Stelle, della creazione di un Ministero preposto alla Transizione Ecologica.
Beppe Grillo e Mario Draghi. Sarebbero le menti dietro l’ideazione del Ministero alla Transizione Ecologica. Foto: The Italian Times
La formazione del Ministero alla Transizione Ecologica
Che cosa intendiamo precisamente quando parliamo di Ministero della Transizione Ecologica? Come sarà costruito e chi lo guiderà? Tra i partiti che hanno maggiormente insistito per dar vita al dicastero c’è il Movimento 5 Stelle, come già scritto. Il partito ha parlato di questo ministero come di un ufficio fondamentale in questo preciso momento. Hanno ragione da vendere. Viene allora spontaneo domandarsi come mai, in due anni che sono stati al governo, non abbiano pensato di istituirlo loro stessi. Nonostante nel nostro Paese si parli sempre più sovente di transizione ecologica, siamo ancora piuttosto indietro nel concreto.
Ricordiamo infatti che l’Italia ha fatto dipendere troppo spesso la propria politica estera dalla strategia industriale di ENI (ne abbiamo parlato qui) e non è riuscita ad imporre alcun obbligo ambientale ad Arcelor Mittal a causa della mancanza di una strategia efficace e sostenibile per ILVA. Il nostro Paese spende annualmente circa 19 miliardi di euro in sussidi ambientali che tali non sono – in quanto in realtà danno origine a complicazioni per l’ambiente – e, dal 2011 a oggi, ha già sborsato oltre 600 milioni in multe a Bruxelles per infrazione. Come se non bastasse, 7 dei circa 60 milioni di italiani vivono in aree altamente inquinate. Altrettanti hanno la dimora in zone a grave rischio idrogeologico e di inondazioni. In una simile situazione, è più che mai necessaria l’istituzione di questo ministero.
Esempi dall’estero: Austria
In Austria l’ambientalista Leonore Gewessler è a capo di un ufficio davvero completo in termini di transizione ecologica. Si chiama Ministero per l’azione climatica, l’energia, i trasporti, l’industria e l’innovazione tecnologica. Il Paese – guidato come sappiamo dal conservatore Sebastian Kurz e i suoi improbabili alleati dei Verdi – è all’avanguardia assoluta, in Europa, per quanto riguarda clima ed energia. Lo Stato alpino, in maniera coerente ed intransigente, tanto che potremmo definirla proprio gerarchica, ha dato vita ad una politica ambientale estremamente ambiziosa. Il Ministero di Gewessler coordina ogni settore legato alla sostenibilità: trasporti, energia, industria e innovazione, grazie all’autorità di cui dispone che gli permette di spegnere immediatamente ogni focolaio di dibattito generato relativamente a questi ambiti.
Spagna
Anche in Spagna tali decisioni sono in mano a una donna. Teresa Ribera Rodriguez, vice primo ministro iberica, regge il ministero ribattezzato della transizione ecologica e della sfida demografica. Si è infatti deciso di associare alla battaglia climatica quella contro lo spopolamento e l’abbandono delle zone rurali spagnole. Ribera da sempre sostiene che le energie rinnovabili siano un indispensabile volano per la trasformazione verde e ha riportato il Paese ai primi posti nello sfruttamento di fonti pulite. In questo modo, si è invertita una tendenza che aveva caratterizzato gli ultimi anni. La chiave di volta è stata l’eliminazione dalle bollette dei costi per il sostegno delle rinnovabili che sono stati trasferiti in un fondo alimentato per di più dai fornitori.
Francia
Oltralpe, in Francia, Emmanuel Macron era riuscito a coinvolgere Nicolas Hulot, celeberrimo ecologista, per guidare il potentissimo Ministero della Transizione Ecologica e Solidale. Un unico hub avrebbe dovuto supervisionare l’operato ambientale, energetico, climatico, relativo ai trasporti e all’economia circolare. Per portare avanti questi compiti il budget ammonta oggi a 48 miliardi – ai quali dobbiamo aggiungere la quota di fondi europei che la Francia destinerà a questo ufficio – che non sono troppi per un Paese ben più sensibile del nostro, dove c’è contezza dell’importanza della sfida climatica. La lotta al surriscaldamento dei cosiddetti cugini è molto più combattuta, a livello sociale e politico, rispetto a quanto sia da noi, dove ancora in troppi vedono la creazione di questo dicastero come un mero contentino dato da Mario Draghi a Beppe Grillo, per comprarsi il suo sostegno al governo. E la cosa peggiore è che potrebbe essere la verità.
Hulot si è dimesso nel 2018, denunciando in radio il potere e la pervasività delle lobby. Gli industriali, a suo dire, gli impedivano, di fatto, di procedere spedito verso la decarbonizzazione come avrebbe voluto fare. Vista la situazione di grave emergenza climatica, non si poteva certo procedere a piccoli passi e occorreva un cambiamento radicale. Tristemente, Hulot constatò che il governo e la politica gli erano vicini soltanto a parole e si arrese a quest’evidenza. Stremato e stanco di lottare contro mulini a vento, rassegnò il mandato. A sostituirlo arrivò Barbara Pompili, transfuga dei Verdi e vicinissima politicamente a Macron.
La transizione ecologica in sintesi
Affinché funzioni, il Ministero della Transizione Ecologica deve poter soprintendere e organizzare secondo necessità quello dello Sviluppo Economico. I due ambiti non possono più essere separati, pena l’inefficacia dell’operato. Similmente, dovrebbe avere l’ultima parola anche in decisioni ambientali e – specialmente in Italia – relative alle infrastrutture ed i trasporti.
Eppure il MIse, per com’è concepito nel nostro Paese e per come ha sempre lavorato, è costituito quasi interamente da personale formatosi nell’era del fossile. Tale ministero ha sempre operato a braccetto con ENI, ENEL e i settori dell’industria pesante. Per anni lo staff impegnato nella definizione delle strategie italiane di sviluppo economico ha trattato le rinnovabili come fossero un capriccio troppo costoso e ha utilizzato la parola green energy alla stregua di uno slogan. Al Mit poi, la situazione potrebbe essere pure peggiore. Nessuno ricorda addetti particolarmente zelanti nel campo della manutenzione, della sicurezza o dei trasporti pubblici. Tutti invece sappiamo molto bene come le grandi opere scaldino il cuore a chiunque sia impiegato in quelle stanze.
Il Ministero dell’Ambiente sarà sostituito da quello alla Transizione Ecologica. Foto: greenme.it
Un ministero di Serie B
Vent’anni fa, nel 2001, il Ministero all’Ambiente – che sarà sostituito da quello alla Transizione Ecologica – disponeva di un budget pari a circa 2 miliardi di euro. Oggi non può contare neppure su 800 milioni. Inevitabilmente, alla riduzione dei fondi è seguito un drastico abbassamento delle competenze. Di fatto, al giorno d’oggi è un dicastero minore. Nonostante clima e ambiente siano parole sulla bocca di tutti e i cambiamenti dovuti al global warming siano già arrivati al nostro uscio.
Nell’equilibrio del potere, la scrivania dell’ambiente è spesso stata assegnata a rappresentanti di second’ordine, sovente per accontentare questo o quel partito che avevano contribuito al trionfo elettorale. Piuttosto di rado la sua titolarità è stata davvero stabilita in base alle competenze. Non era questo il caso con Sergio Costa, persona attenta e capace ma poi a qualche partitino è venuto il mal di pancia, come ben sappiamo. C’è però anche una nota positiva.
Il governo e la sua responsabilità nella transizione ecologica
La scelta di Draghi, con tutti i limiti che ora analizzeremo, presenta infatti una grande opportunità. Il governo sembra volersi assumere, tramite l’instaurazione del Ministero alla Transizione Ecologica, le proprie responsabilità sul nostro futuro. Se vogliamo giocarcela questa sfida ai cambiamenti climatici, dobbiamo porre il potere decisionale in materia ambientale nelle mani di un solo burocrate. Le competenze in materia sono oggi spezzettate tra vari dicasteri e ciò non agevola certo un’azione rapida, coerente ed efficace.
La lezione di Hulot ci insegna che dobbiamo combattere una dura battaglia per resistere alle forti pressioni di chi ha interessi nel fossile. La lobby del petrolio, infatti, non vuole certo darsi per sconfitta e spera di protrarre quanto più a lungo possibile la sua agonia, in barba al pianeta. Vari ministeri guidati da orientamenti e priorità diverse non hanno alcuna possibilità di vittoria contro un nemico così ostico e organizzato.
Bozza di destinazione dei fondi Recovery Plan per l’Italia. Grafica: ilprimatonazionale.it
I limiti del nuovo dicastero
Il Ministero della Transizione Ecologica riunirà i compiti del Ministero dell’Ambiente e la giurisdizione energetica che fino a qualche giorno fa era nelle mani del titolare del Mise. Ciò naturalmente significa che il nuovo dicastero avrà in sé alcune funzioni precedentemente assegnate allo sviluppo economico ma, simultaneamente, che non ne prenderà il posto in toto. Questo potrebbe essere limitante, mantenendo due polli a razzolare sulla stessa aia.
All’interno del Minambiente esiste già un dipartimento per la transizione ecologica. Esso si occupa, fino a nuova riorganizzazione, di economia circolare, contrasto ai cambiamenti climatici, efficientamento energetico, miglioramento della qualità dell’aria e sviluppo sostenibile. Altri compiti di pertinenza del dipartimento DITEI – possiamo leggere sul sito – sono la cooperazione ambientale internazionale e il risanamento. Queste mansioni dovrebbero ora divenire prioritarie.
Il nuovo Ministero conta di avere a disposizione un ingente budget – parliamo di circa 69 miliardi di fondi Next Generation EU – fin dalla sua nascita. Tali fondi sarebbero destinati alla conversione del sistema produttivo italiano in un modello ben più sostenibile. Energia, industria – e anche lo stile di vita di ogni persona – devono essere meno dannosi per l’ambiente. Questa non è più una novità per nessuno eppure ancora siamo ben lontani dal raggiungere questo risultato. Non è che un bene il fatto che la politica cominci ad occuparsene. Eppure si teme che il dicastero non riesca ad operare all’altezza delle attese. Non solo, ci sono anche voci fuori dal coro le quali sostengono che questo nuovo ministero si riveli un carrozzone, accentrando in maniera imprecisa alcune competenze di altri uffici e fomentando lo spreco di risorse pubbliche.
Dubbi e perplessità
In fin dei conti, dice Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, il Ministero dell’Ambiente nel 1986 era nato proprio per guidare la transizione ecologica. Insomma, ci sono luci e ombre su questo nuovo dicastero, il quale ha grandi possibilità ma potrebbe anche finire per trovarsi costretto tra troppi limiti. Si tratta però di quel rischio che accompagna ogni novità, in fin dei conti.
Lo spazio dedicato al Ministero della Transizione Ecologica da Porta a Porta.
Alla guida del nuovo Ministero della Transizione Ecologica
Il titolare del neonato Ministero sarà Roberto Cingolani, fisico 59enne. Si tratta del manager e responsabile dell’innovazione tecnologica del gruppo Leonardo. Il suo ruolo aziendale – espresso in lingua inglese come fanno tutti oggi, per chissà quale motivo – è quello di Chief Technology & Innovation Officer. Oltre alla guida del dicastero gli saranno date anche le chiavi del costituendo Comitato Interministeriale per la Transizione Ecologica.
Roberto Cingolani. Foto: quifinanza.it
Cingolani – grande esperto di nanotecnologie – ha un curriculum di tutto rispetto, che può vantare esperienze in grandi e noti centri di ricerca negli USA, in Giappone e in Germania. Nel 2005 ha fondato a Genova l’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) di cui è stato direttore scientifico prima di entrare in Leonardo. La carriera di Cingolani potrebbe renderlo l’uomo giusto per affrontare il complesso passaggio a quella società sostenibile che l’UE ci chiede di diventare. Potrebbe, appunto.
Anche sulla sua figura, infatti, si addensa qualche dubbio. Leonardo è infatti parte di Finmeccanica, azienda leader nella produzione ed esportazione di armamenti. Si tratta dunque di un uomo che non vive esattamente di salvaguardia del creato, piuttosto che guadagna distruggendolo. Questo aspetto potrebbe essere tutt’altro che marginale. Si tratta di un tecnico molto politico; visto alla Leopolda renziana, al meeting di Rimini organizzato da Comunione e Liberazione e agli incontri pubblici di Gianni Letta e dei Casaleggio.
Naturalmente, è troppo presto per dare un giudizio su Cingolani e il suo neonato ministero. Ci auguriamo naturalmente che serva al meglio il nostro Paese mettendo l’ambiente e la sua tutela davvero al centro della sua opera – e, possibilmente, di quella dell’intero esecutivo – non possiamo però evitare di vedere tutto il quadro, nella sua scomoda interezza.
Durante il World Economic Forum di Davos, svoltosi quest’anno in formato virtuale, date le note problematiche legate alla pandemia, sono state gettate basi per una interessante iniziativa ambientale. Parliamo di una coalizione a cui hanno aderito oltre 400 aziende che si pone come obiettivo finale la decarbonizzazione di industria pesante e trasporti. Questi due settori contribuiscono largamente al cambiamento climatico.
La coalizione si è data l’accattivante nome di Mission Possible. In tal modo, si vuole fare il verso al celebre film d’azione con Tom Cruise, impegnato a portare a termine varie operazioni considerate impossibili. Clienti, fornitori, banche, azionisti e autorità, tutti questi attori sono coinvolti in Mission Possible. Si punta a raggiungere emissioni nette pari allo zero. Alle spalle ci sono finanziatori importanti quali Bezos Earth Fund e Breakthrough Energy. Il consorzio è un ottimo modo per porre in essere il concetto di stakeholder capitalism di cui tanto si è parlato ultimamente nelle sale del World Economic Forum; almeno sulla carta.
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Foto di Bela Geletneky da Pixabay
Davos Agenda 2021 contro il cambiamento climatico
Le fondamenta di questa alleanza furono gettate da Antonio Guterres, segretario generale ONU, al vertice sul clima tenutosi nel 2019. Egli propose per primo di portare l’industria pesante – dal settore siderurgico a quello dei trasporti aerei e marittimi – a ridurre la propria impronta di carbonio abbassando le emissioni di CO2.
Greta Thunberg, la nota attivista ambientale svedese, ha voluto registrare un messaggio per il Forum di Davos. La giovane ha posto l’accento su come si faccia troppo poco per l’ambiente, all’infuori di un grande chiacchiericcio
L’importanza della coalizione per la decarbonizzazione
Dalla comunicazione ufficiale rilasciata dal WEF, si capisce come a Davos vogliano puntare con convinzione su Mission Possible. “La partnership aiuterà un maggior numero di settori industriali a mobilizzare risorse e allinearsi con un maggior numero di organizzazioni. In tal modo accelereremo la corsa verso le emissioni zero. Questa iniziativa aiuterà industrie a utilizzo intensivo di CO2 a raggiungere i loro traguardi e realizzare il cambiamento sistemico necessario per portare a termine il chiaro percorso verso l’abbattimento delle emissioni.”
Si è parlato in apertura di come abbiano aderito a Mission Possible oltre 400 aziende. Ebbene, tra di esse vi sono alcuni nomi i quali, francamente, hanno ben poco a che vedere con la sensibilità ambientale. Ciò non toglie che, ci auspichiamo, potrebbero essere veramente mossi a cambiare le proprie politiche economiche, allineandosi con le aziende che si stanno già muovendo nel concreto per ridurre il proprio impatto sull’ambiente. Alcuni dei brand che hanno aderito alla coalizione – e che ne sono stati nominati guida – sono Arcelor Mittal, Maers e Shell.
Decarbonizzazione: una mobilitazione globale
Da settori hard-to-abate alle emissioni zero
Acciaio, cemento, chimica, alluminio, trasporti navali, aerei e pesanti su gomma; tutti questi settori si contraddistinguono per una peculiarità che li accomuna: inquinano moltissimo. È proprio qui che sta l’importanza di questa coalizione. Potrebbe veramente essere la volta buona che questi giganti dell’inquinamento si alleino per diminuire il proprio impatto ambientale. Se queste industrie divenissero sostenibili, sarebbe un vero e proprio punto di svolta nella battaglia per il clima e il futuro del pianeta. Non potremmo infatti essere troppo ottimisti sulle sorti del global warming, qualora non coinvolgessimo in prima persona gli attori principali delle emissioni, quelli provenienti dai settori cosiddetti hard-to-abate (ovvero che hanno difficoltà a ridurre il proprio impatto ambientale.)
Nel tweet incorporato l’impegno di WEF e delle aziende coinvolte per ottenere emissioni zero al più presto
Naturalmente, gli antefatti sono molto positivi. Quella appena riportata non può che essere una grande notizia per ogni ambientalista, così come per chiunque sia un minimo interessato alle sorti del pianeta su cui abita. Al solito, però, un conto è fare proclami, un altro impegnarsi nel concreto a raggiungere quegli ambiziosi obiettivi che si dichiarano in pubblico.
Bisognerà impegnarsi lungo l’intera catena del valore e della produzione nei settori elencati. Sarà necessario coinvolgere i competitor per stipulare accordi comuni, vincolanti da ambedue le parti, che impegnino ognuno a fare la propria parte di azione climatica. Gli impegni presi a Davos dovranno diventare piani credibili, volti a supportare la decarbonizzazione già in tre anni, a partire dal 2024 come si è messo per iscritto.
“Non si tratta solo di alcune aziende che si vogliono impegnare per il clima. Dobbiamo riunire l’intera catena di approvvigionamento, in modo che ogni settore abbia un incentivo a decarbonizzare. Soltanto così tutti lavoreranno più velocemente per ridurre le proprie emissioni.” Sono le parole di Maria Mendiluce, CEO della coalizione We Mean Business. Nell’illustrare all’agenzia di stampa Reuters il senso di Mission Possible, Mendiluce sintetizza ottimamente la strada che si vuole intraprendere. Non possiamo che augurarci di cuore che questi obiettivi vengano presto raggiunti.
Ci sono stati in cui il patrimonio forestale è ingente. All’interno dell’Unione Europea, le repubbliche baltiche – Lettonia ed Estonia in particolare – sono regioni ove le foreste son presenti in abbondanza. Un’inchiesta del Guardian, testata nota per l’impegno che mette a favore dell’ambiente, ha recentemente messo in luce come esse vengano gestite davvero male, a quelle latitudini e nel resto della UE. Il motivo del loro eccessivo sfruttamento si deve, oltre all’endemica incapacità della politica di salvaguardare l’ecosistema, che non è certo soltanto un problema estone e lettone, all’inseguimento di forme di energia pulita.
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Colpe dei governi e complicità dell’Europa
Nel 2015 il governo estone approvò una pessima misura. Concesse infatti l’autorizzazione (documento in lingua) al disboscamento di alcune porzioni della rigogliosa riserva naturale di Haanja. Ciò consentì la rimozione di aree intere di foresta matura e la rimozione di tronchi storici, interi. Questo alleggerimento delle norme per il disboscamento in Estonia fu figlio di un aumento nella richiesta internazionale di legno. La domanda non aumentò solamente per mobili ed edilizia ma anche a causa di un colpevole che può sorprendere: le politiche europee sul rinnovabile.
Camminando all’interno dell’area della riserva naturale è ormai consueto trovare ceppi che ricordano l’esistenza di alberi abbattuti. L’azienda Valga Puu ha immediatamente approfittato della nuova normativa per presentarsi in loco con le asce. Il brand appartiene alla Graanul Invest Group, maggior produttore europeo di pellet in legno. Questo materiale è bruciato su scala industriale, come biomassa per luce e riscaldamento in pressoché tutte le centrali precedentemente alimentate a carbone.
In Estonia le foreste ricoprono 2 milioni di ettari di superficie nazionale. A conti fatti, ci accorgiamo che si tratta di quasi il 50% dell’intero suolo estone – che ammonta a 4 milioni e mezzo di ettari circa. 380mila di questi 2 milioni di ettari, riserva naturale di Haanja inclusa, appartengono al network europeo Natura 2000. Tale rete è stata progettata per tutelare le foreste europee e i rifugi di specie animali rare e protette. Haanja è la casa di 29 di queste, tra cui cicogna nera, quaglia reale e clanga pomarina. Nessuno a Bruxelles ha fatto nulla per fermare bulldozer e boscaioli.
Natura 2000 e la giurisdizione forestale nazionale
Le zone tutelate da Natura 2000 sono gestite all’interno delle direttive europee per la protezione degli uccelli, una norma risalente al 1979 e poi aggiornata. A questo provvedimento è stata poi affiancata la normativa per la protezione degli habitat del 1992. Teoricamente, dovrebbero essere queste due leggi a tutelare le zone protette dalla UE. In realtà, però, il disboscamento delle foreste è regolamentato dai governi nazionali, i quali possono tranquillamente calpestare le misure europee sui propri territori nazionali. In Estonia, ad esempio, l’unico limite è quello di non danneggiare le paludi e di evitare l’abbattimento di tronchi durante la stagione degli amori per gli uccelli.
La ONLUS estone ELF (Estonian Fund for Nature) non dà la colpa della distruzione delle sue foreste soltanto al governo. Giustamente, mette la dinamica in una prospettiva più ampia, senza perdere mai di vista il quadro generale. Come sempre, si tratta di una dicotomia tra ambiente e crescita economica. Siim Kuresoo, portavoce di ELF, afferma come ci sia una diretta connessione tra la grande crescita dell’industria europea della biomassa sollecitata e sostenuta da Bruxelles e l’accelerazione del disboscamento delle foreste sul Baltico.
“Vi sono chiare prove che l’intensificazione del disboscamento è guidata almeno in parte da una maggiore richiesta di biomassa per energia e riscaldamento. Oltre la metà dell’esportazione di pellet in legno prodotti nel 2019 in Estonia e Lettonia è andata in Danimarca, Olanda e Regno Unito. Possiamo dunque dire che l’energia pulita usata in quei Paesi ha direttamente contribuito all’abbattimento delle foreste nelle repubbliche baltiche.” Si legge in un report redatto da ELF e la Società Lettone di Ornitologia, di cui Kuresoo è stato co-autore.
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Foreste minacciate
Tra il 2001 e il 2019 in Estonia, Natura 2000 ha perso oltre 15mila ettari della sua area protetta. L’80% di questa riduzione è avvenuta negli ultimi 5 anni. Il governo ha progettato ulteriori interventi nelle zone su cui insistono le sue foreste. In seguito a queste autorizzazioni, gli uccelli boschivi nel Paese stanno scomparendo all’allarmante ritmo di 50mila coppie riproduttive all’anno (numeri da un report nazionale, in lingua estone.) Va da sé che la distruzione prepotente e sistematica del patrimonio forestale stia gravemente danneggiando la capacità delle macchie locali di immagazzinare carbonio. Ciò potrebbe tradursi nell’incapacità dell’Estonia di raggiungere i suoi obiettivi di emissioni zero.
Nel Paese la maggior parte della popolazione considera la natura un elemento sacro del proprio territorio. Ogni operazione di abbattimento forestale dà luogo a proteste e manifestazioni, tanto che i media locali hanno cominciato a parlare di una guerra per le foreste. Gli abitanti di Saku, una cittadina situata circa 25 km a sud di Tallinn, sono riusciti a salvare un’area di foresta che doveva essere abbattuta lo scorso anno. “Convertiamo i nostri alberi in pellet e li vendiamo ai Paesi più ricchi. Questa operazione è considerata sostenibile ma noi ne soffriamo.” Ha detto al GuardianIvar Raig, uno degli attivisti di Saku.
Sostenibilità in fumo
La sostenibilità è al centro del dibattito europeo sulle rinnovabili. L’obiettivo è quello di rimpiazzare il carbone, il quale come sappiamo è una delle principali fonti d’emissione di carbonio. Sostituirlo con sorgenti più pulite è tra i primi obiettivi della lotta globale al cambiamento climatico. Bruciare pellet di legno invece di carbone sembra essere una soluzione ideale, semplice e neutrale rispetto all’emissione di carbonio. Quando gli alberi bruciati sotto forma di pallini legnosi sono sostituiti con nuove piantumazioni, la matematica ci dice che non incrementiamo lo stock di carbonio liberato in atmosfera. Il processo però non è rapido. Anzi, esso può arrivare a richiedere decenni. E non solo. All’interno della fornace dove viene incenerito, il legno libera più diossido di carbonio per unità energetica rispetto a gas, petrolio e anche carbonio. La dimostrazione la riportò proprio il Guardian, in un reportage del 2018. L’incenerimento di alberi per produrre energia potrebbe accelerare molto l’emissione di CO2 nell’atmosfera, allontanando sempre più gli Stati dagli obiettivi della conferenza di Parigi.
La richiesta di biomassa legnosa e di energia ottenuta dagli alberi si è imposta a partire dal 2009. Una direttiva dell’UE uscita in quell’anno imponeva a ognuno dei membri di ottenere almeno il 20% della propria energia da fonti rinnovabili entro i successivi 10 anni. La stessa misura classificava l’energia da biomassa come carbon-neutral. Tale legge è scritta male. Essa categorizza infatti l’intera energia ottenuta da biomassa legnosa come neutrale; indipendentemente dal fatto che essa sia originata da residui, scarti oppure alberi interi e sani. In tal maniera si è autorizzata la deforestazione per ottenere il pellet. Invece, bisognava specificare che il combustibile andava ricavato soltanto dagli scarti legnosi, residui del corretto mantenimento forestale.
Il video di Marco Torella fa chiarezza sulla biomassa legnosa spiegandone tipologie e conseguenze per l’ambiente
Un errore mai corretto
È un’assurdità che si possano devastare foreste per ottenere energia alternativa al fossile. Nel 2018, quando l’Europa ha deciso di raddoppiare la quota di rinnovabili, la comunità scientifica ha avvertito Bruxelles di questo problema. La politica, però, ha ovviamente preferito non danneggiare la lobby, sempre più ricca e importante a livello economico e finanziario, della biomassa. Dunque nessuno è intervenuto per modificare la misura e il vilipendio delle foreste adulte può continuare indisturbato.
Praticamente ogni Paese europeo ha aumentato la percentuale di bosco abbattuto per ottenere energia. Quasi un quarto degli alberi tagliati in Europa viene convertito in biomassa. Nel 2000 eravamo sotto la quota del 17%. La biomassa legnosa fornisce da sola il 60% di green energy nel vecchio continente; più di eolico e solare messe assieme. Naturalmente, per rispondere a una simile domanda si è sviluppata un’industria continentale il cui core business è l’ascia.
Sussidi e sovvenzioni a danno delle foreste
Gran parte della crescita del settore si deve, oltre che alle direttive europee di cui si è scritto, agli imponenti sussidi per il contribuente. Tra il 2008 e il 2018, i sussidi per le biomasse nei 27 Paesi membri della UE sono cresciuti del 143%. Nel Regno Unito, uscito il 31 dicembre 2020 dall’Unione, il supporto governativo per i progetti di biomassa arriverà ad ammontare a oltre 13 miliardi di sterline entro il 2027, anno in cui scadranno gli attuali termini sulla concessione di sussidi legati alla produzione energetica.
Foto: Pixabay
La situazione è dunque paradossale. Naturalmente, da ambientalisti, tutti ci auguriamo che ci si liberi quanto prima del carbone e delle altre inquinanti fonti energetiche fossili. D’altra parte, però, di fronte a inchieste come quella del Guardian che si è qui messa in luce (reperibile a questa pagina; tutte le fonti di questo articolo sono in lingua, si è cercato di riportare ogni passaggio principale in lingua italiana nel testo, agevolando chi non legge l’inglese) è d’obbligo domandarsi se non lo si stia facendo nella maniera errata. Non è giusto che le foreste e la natura paghino il prezzo della riconversione energetica. È davvero sbagliato danneggiare le macchie boschive per risanare la situazione dell’approvvigionamento energetico. Se nascondiamo la polvere sotto il tappeto, spostando il problema invece di risolverlo, difficilmente potremmo ottenere grossi risultati nella lotta per il clima. La battaglia la stiamo già perdendo come umanità tutta; forse dovremmo smetterla di colpirci con fuoco amico. Ben vengano sovvenzioni, susside e agevolazioni alla riconversione energetica. Quest’ultima, però, non deve andare a danno del pianeta o siamo daccapo.
Non è certo una novità che nella maggior parte della frutta e la verdura presente sulle nostre tavole siano stati utilizzati pesticidi e fertilizzanti chimici. Questo perché, per la legge italiana ed europea, l’utilizzo di fitofarmaci sui prodotti ortofrutticoli è totalmente legale, anche se entro certi limiti quantitativi e qualitativi. Legambiente, però, nel nuovo report Stop Pesticidi, ha rivelato che molti prodotti superano la soglia massima di residui che garantirebbero la salvaguardia della salute e dell’ambiente.
I dati di Legambiente sui pesticidi
Il rapporto di Legambiente parla chiaro: quasi la metà dei campioni dei prodotti “analizzati contiene residui di pesticidi”. Nella frutta si arriva a oltre il 70%. Al di là dei numeri assoluti, però, il dato più disarmante è quello per cui soltanto l’1,2% del totale dei prodotti analizzati risulta contenere valori che siano considerati fuori legge. il 46,8% di campioni regolari, però, presentano uno o più residui di pesticidi.
Come spiega Legambiente il problema vero è il multiresiduo. La legislazione europea non considera infatti un prodotto irregolare se ogni singolo livello di residuo non supera il limite massimo consentito. Non è considerata invece la totalità di questi additivi, benché sia noto da anni che le interazioni di più e diversi principi attivi tra loro possano provocare effetti maggiori o addirittura sinergici a scapito dell’organismo umano.
Un po’ di chiarezza sui pesticidi
Il termine “pesticidi” è molto ampio e comprende tipi diversi di agenti chimici usati sulle colture. Per esempio ci sono i biocidi, che servono a debellare organismi nocivi e che portano malattie, come insetti, ratti e topi. Questi non rientrano però nell’ambito di competenza dell’EFSA, ovvero l’ente europeo per la sicurezza del cibo. Vi sono poi i prodotti fitosanitari, che servono per tenere in buona salute le colture e impedire loro di essere distrutte da malattie e infestazioni. Questi comprendono erbicidi, fungicidi, insetticidi, acaricidi, fitoregolatori e repellenti. I prodotti fitosanitari, per svolgere la loro funzione, contengono almeno una sostanza attiva. Tali sostanze possono anche consistere in microrganismi e virus, i quali possono così difendere la pianta da altri agenti aggressivi.
I pesticidi vengono utilizzati in agricoltura con l’obiettivo di rendere più efficienti le colture, aumentandone gli standard qualitativi e quantitativi. I prodotti fitosanitari, infatti, liberano facilmente i prodotti agricoli da piante e altri organismi infestanti, rendendo la coltura più adatta a una distribuzione di massa. Come si legge sul report di Legambiente, però, questo metodo non solo non ha contribuito in maniera significativa alla riduzione della fame nel mondo, ma ha avuto effetti negativi sulla salute dell’uomo e degli ecosistemi. Gli additivi chimici infatti contaminano l’aria, le acque, il suolo e, appunto, il nostro stesso cibo. In un’Europa che ha appena sottoscritto il Green New Deal, quindi, è necessario cambiare metodi di coltura e incentivare altre soluzioni che abbiano a cuore sì l’efficienza agricola, ma anche il benessere dell’ambiente.
L’Europa già dal 2009 chiede agli Stati Membri un Piano di Azione Nazionale (PAN) sull’utilizzo sostenibile dei prodotti fitosanitari. Anche grazie a queste rilevazioni è emerso che l’Italia nel 2018 fosse la terza nazione in Europa per consumo di pesticidi, preceduta da Francia e Spagna (leggi qui l’articolo). Legambiente lamenta il fatto che nell’ultimo PAN italiano non siano stati presi in considerazione molti fattori, come il multiresiduo nominato precedentemente. Un altro fattore che dovrebbe comparire nel nuovo PAN sarebbe la distanza dei terreni agricoli dalle abitazioni e dalle scuole in via preventiva, proprio per evitare che gli esseri umani (sopratutto i bambini) entrino in contatto con acqua e terra contaminata.
Infine si dovrebbe integrare il PAN con un monitoraggio dell’ecosistema ruralee degli effetti nocivi sulla biomassa vivente nella zona. Un’azione importante come misura preventiva, ma anche atta a rendere consapevoli i governi dei potenziali danni, indirizzandoli così verso il divieto assoluto di queste sostanze. Senza pesticidi, però, cosa rimarrebbe?
Agricoltura biologica: l’alternativa ai pesticidi
Come suggerisce il report di Legambiente, l’alternativa migliore all’utilizzo di pesticidi è lo sviluppo dell’agricoltura biologica. Un tipo di agricoltura, cioè, che non prevede l’utilizzo di fitofarmaci o fertilizzanti chimici. Piuttosto, si utilizzano metodi naturali (ovvero elementi già presenti nel terreno) per contrastare le erbe e gli organismi infestanti. Un esempio sono le piante “purificanti” come il macerato di ortica.
Non solo, l’agricoltura biologica mette al primo posto la stagionalità e, quindi, le rotazioni colturali. In questo modo è possibile sfruttare la naturale fertilità del terreno nei giusti periodi dell’anno, evitando di dover utilizzare additivi per la crescita di altri prodotti ortofrutticoli. La rotazione stagionale si lega anche a un concetto più ampio, ma altrettanto importante, che caratterizza la coltivazione biologica. Il fatto cioè chel’agricoltura biologica non riguardi solo pratiche agricole sostenibili e rispettose dell’ambiente, ma tende a rivoluzionare l’intero sistema produttivo agricolo, designando la salute e l’equità dei lavoratori come punti fermi della sua politica.
A questo punto, ancora una volta, siamo tenuti a chiamare in causa la coscienza di ogni individuo perché prenda la giusta decisione ogni qualvolta sia chiamato al voto. Non solo, la propria coscienza deve essere determinante anche nella quotidianità. Se una persona sceglie di acquistare i prodotti agricoli da una piccola azienda indipendente e biologica può fare una piccola differenza. Se questa scelta viene effettuata da tutti, la differenza sarà immensa.
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