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Approccio One Health: perché è importante?

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Tempo di lettura 6 minuti

Avete mai sentito parlare di “Approccio One Health”? Se no: non vi preoccupate. Siamo certi che dopo aver letto il nostro articolo avrete in mente una definizione chiara e precisa di cosa esso sia. Capiremo anche perché, soprattutto in considerazione del periodo storico in cui viviamo, è fondamentale che se ne parli. 

È probabile che per molte persone questo termine possa suonare nuovo, ma la realtà è che il concetto su cui si basa è stato riconosciuto per lungo tempo sia su scala nazionale che globale. Storicamente, già a partire dal diciottesimo secolo, numerosi ricercatori tra cui medici e veterinari avevano notato forti analogie fra le malattie che affliggono l’uomo e quelle che riguardano gli animali. Un fatto che già allora sembrava suggerire un forte collegamento tra noi e la natura, indicando quanto fosse importante che le diverse scienze cooperassero al fine di studiare e trattare con maggiore efficacia la comparsa di nuove malattie.

La definizione

Ma cosa si intende per “One Health” (lett. “una sola salute”)? Tale termine si basa sulla concezione secondo cui esseri umani, animali e ambiente sono inestricabilmente connessi. Infatti, nonostante all’apparenza ciò possa sembrare scontato, potremmo affermare come solo in seguito all’impatto della pandemia causata da SARS-CoV-2, il mondo intero abbia infine iniziato ad accorgersi di quanto sia delicato l’equilibrio su cui si basa la nostra esistenza. 

Una volta presa coscienza degli effetti negativi causati dalle attività antropiche a scapito dell’ambiente, e considerato quanto siano strette le relazioni che intercorrono tra ecologiamalattie animali e salute pubblica, risulta più che mai urgente il bisogno di ristabilire e mantenere una certa armonia tra le parti. 

Schema riassuntivo approccio One Health
Schema riassuntivo dell’approccio One Health (Fonte: Wikimedia Commons)

Alleanza tripartita e One Health

L’impegno a preservare questo delicato equilibrio fra i vari componenti dell’ecosistema può essere fatto risalire all’ormai lontano 2004, anno in cui a Manhattan ebbe luogo un congresso fra esperti di varie discipline. Il tema centrale, ruotò intorno ai problemi causati dalla circolazione di varie patologie tra uomini, animali domestici e fauna selvatica. Il risultato di questo incontro fu la stesura de “I principi di Manhattan”, ovvero 12 raccomandazioni finalizzate a stabilire un approccio più olistico nel prevenire malattie epidemiche/epizootiche, nonché volte al mantenimento dell’integrità degli ecosistemi, a beneficio di uomini, animali domestici e biodiversità.  

Da allora, tre organizzazioni internazionali rappresentate dalla Organizzazione per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO), l’Organizzazione Mondiale della Sanità Animale (OIE) e l’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO), hanno costituito la cosiddetta “Alleanza tripartita”, unendo i loro sforzi al fine di produrre un documento strategico. Tale dossier, fu intitolato: “Contribuire ad un solo mondo, una sola salute: quadro strategico per la riduzione dei rischi causati da malattie infettive all’interfaccia Ecosistema–Esseri Umani–Animali“.

Ogni anno, da quasi trent’anni, i maggiori esperti di queste tre organizzazioni si sono riuniti per discutere i temi più urgenti in materia di salute, sia umana che non. Dal 2021, inoltre, è entrato a far parte dell’alleanza anche il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP). Insieme, WHO, FAO, OIE, e UNEP si impegnano a integrare l’approccio One Health perché il mondo sia più preparato a prevenire, predire, rilevare e rispondere a eventuali nuove minacce per la salute globale, promuovendo allo stesso tempo forme di sviluppo sostenibile.  

Perché abbiamo bisogno di One Health?

Nella pratica, con questo termine si intende un approccio multi-settoriale e multi-disciplinare, mirato alla realizzazione e all’implementazione di programmi, politiche, leggi e ricerche, in cui esperti provenienti da ambiti diversi comunicano e lavorano in maniera sinergica con l’obiettivo di migliorare la salute pubblica. In virtù dell’inscindibilità del rapporto tra uomo, animali ed ambiente, assumono dunque un ruolo fondamentale figure quali quelle di professionisti sanitari, nonché veterinari, fitopatologi ed ecologi. 

Tra le tematiche maggiormente rilevanti cui si presta l’approccio, riconosciamo indubbiamente il concetto di food safety, la lotta all’antibiotico resistenza e il controllo delle zoonosi. Le evidenze che sostengono la necessità di un approccio ad ampio spettro per la risoluzione di simili problematiche, sono quindi diverse.

Food Safety

Da non confondersi con il termine di Food Security, ad esso complementare, per Food Safety si intende un insieme di pratiche volte a prevenire infezioni di origine alimentare. Tali linee guida dettano il modo corretto con cui maneggiare, conservare e preparare il cibo, in modo che preservi abbastanza nutrienti da garantire una dieta sana. Acque e cibi non sicuri potrebbero essere stati esposti a contaminanti e microrganismi patogeni o essere andati incontro a processi di decomposizione, aumentando di conseguenza il rischio di contrarre infezioni e malattie come diarrea e meningite.

Lotta all’antibiotico resistenza (AMR)

L’abuso di antibiotici nella nostra società, – causa questa della AntiMicrobial Resistance” (AMR) –, è dovuto a due principali motivi. Da una parte, deriva da prescrizioni mediche in condizioni di malattia che non ne richiederebbero l’impiego, mentre dall’altra, riconosciamo la somministrazione indiscriminata agli animali da allevamento, spesso intensivo. L’uso massiccio di queste sostanze sottopone i batteri a pressione evolutiva che, come conseguenza, mutano in ceppi più resistenti, iniziano a tollerare gli antibiotici e si replicano con maggiore efficienza rispetto ai propri precedessori. Ciò si traduce in una minore disponibilità di princìpi noti in grado di poter contrastare determinate infezioni.

Controllo delle zoonosi e SARS-CoV-2

Con il termine di zoonosi, si fa riferimento alle malattie che si propagano fra animali ed umani. Tra le tante, riconosciamo l’influenza, la rabbia, l’ebola e, ovviamente, la COVID-19. A questo proposito e per rimarcare l’importanza dell’approccio One Health, possiamo portare d’esempio la pandemia causata da SARS-CoV-2. Quali che siano le opinioni in circolazione in merito all’origine del virus, le evidenze scientifiche in nostro possesso ci portano a rigettare teorie complottiste circa una sua creazione in laboratorio, puntando piuttosto il dito ad un’origine assolutamente naturale

Da tempo, virologi, conservazionisti ed esperti provenienti da vari settori, avevano previsto la possibilità della comparsa di un nuovo tipo di patogeno che potesse causare un’emergenza sanitaria di proporzioni globali. Benché la natura, il tempo e il luogo della sua comparsa, fossero logicamente incognite. Ad incrementare le possibilità che eventi simili si verifichino sempre più spesso, giocano un ruolo fondamentale le attività antropiche a scapito dell’ambiente, in grado di porre le perfette condizioni per la diffusione di “nuovi” batteri o virus dannosi per la salute umana, così come per quella animale. Infatti, imponendo la sua presenza in quasi ogni angolo del mondo, l’uomo abbatte ogni tipo di confine che lo separa dalle specie selvatiche, ponendo a serio rischio la sua salute così come il benessere dell’ambiente.

L’impatto dell’uomo

Attività come la deforestazione, mirata all’estrazione di minerali e alla creazione di campi per l’allevamento intensivo, così come la cattura, la caccia e il traffico illecito di animali selvatici, non fanno che creare le perfette opportunità perché patogeni a noi sconosciuti e che normalmente risiedono indisturbati nei propri ambienti, possano entrare in contatto con noi in modo diretto o attraverso gli animali, dando luogo a fenomeni di spillover.

Come se non bastasse, le popolazioni umane sono soggette a continua crescita demografica, e ciò comporta l’espansione in nuove aree geografiche. Come risultato, sempre più persone si trovano a vivere in stretta vicinanza ad animali selvatici e domestici, siano essi da compagnia o d’allevamento. La loro presenza, sotto diversi aspetti, assolve a ruoli importanti per le vite di tutti noi. Tuttavia, il fatto di condividere con loro gli stessi ambienti, aumenta notevolmente la probabilità che nuove malattie possano trasmettersi fra persone ed animali.  

Per i motivi sopra esplicitati, appare chiaro come l’educazione e la formazione in medicina umana, così come in quella animale, debbano iniziare ad abbracciare più strettamente un concetto di salute ambientale preventiva, attraverso la quale la salute di tutti gli animali (incluso l’uomo) può essere protetta preservando l’integrità dell’ambiente naturale, della sua diversità e delle naturali barriere ecologiche. Per questo, l’approccio One Health costituisce uno strumento risolutivo di indubbia utilità.

Cosa si potrebbe fare?

Recentemente, alcune analisi statistiche hanno evidenziato come l’investimento economico finalizzato alla prevenzione di future pandemie nell’arco del prossimo decennio, attraverso la tutela di specie selvatiche e aree boschive, corrisponderebbe in termini numerici a solo il 2% del danno finanziario stimato di cui è causa la COVID-19. Ciò indica quanto sia necessario, se non indispensabile, preservare le aree verdi del pianeta e i loro confini.

Inoltre, proprio per il fatto che uomini ed animali mostrano spesso suscettibilità agli stessi patogeni, i settori di medicina umana e veterinaria dovrebbero adottare protocolli fondati sulla cooperazione, al fine di garantire uno stato di continua sorveglianza e pronta rilevazione di nuovi agenti infettivi. Gli sforzi effettuati da un solo settore non possono né prevenire né eliminare il problema posto da nuove infezioni. Nell’essere umano, ad esempio, la rabbia può essere prevenuta efficacemente soltanto prendendo di mira la principale sorgente animale del virus, ovvero vaccinando i cani.

Nonostante ogni giorno vengano compiuti enormi passi avanti per il sequenziamento, l’identificazione e la catalogazione di nuovi virus (Global Virome Project), predire il tempo, il luogo e il tipo di agente che sarà al centro della prossima pandemia rimane una sfida di proporzioni enormi. Per questo, un approccio olistico, più eco-centrico, educativo e preventivo, nonché un maggiore impegno su scala governativa e globale per la preparazione alle pandemie, dovrebbe agevolare la risoluzione delle problematiche più estreme poste da qualsiasi futura minaccia.

In conclusione

L’epoca in cui viviamo è caratterizzata da cambiamenti di proporzioni enormi e senza precedenti. Pur non volendo essere allarmisti, ci troviamo senza dubbio davanti a una crisi di salute planetaria i cui sintomi più evidenti sono la rapida scomparsa di specie e conseguente declino di biodiversità, un prospettato aumento di eventi pandemici, e il repentino peggioramento delle condizioni climatiche. La pandemia che ci ha accompagnato negli ultimi due anni non è che un effetto, una conseguenza del rapporto sbilanciato che abbiamo instaurato con il resto del mondo naturale. Se c’è una lezione che la presenza del virus SARS-CoV-2 ci ha insegnato, è che la salute dell’uomo, – la nostra salute –, dipende strettamente da quella di altre specie. Vi è dunque un’unica salute, che ha origine da quella di esseri umani, animali non-umani ed ecosistemi. Tutte, profondamente connesse.

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di Cristiano Gatta
Mar 29, 2022
29 anni, laureato in biologia molecolare e cellulare all'Università di Bologna e con una forte passione per la natura. Da piccolo ho sognato di diventare paleontologo, poi zoologo, poi ancora naturalista come Sir Attenborough. Ad oggi non ho ancora capito cosa voglio diventare, ciononostante la diversità della vita continua ad affascinarmi ogni giorno sempre di più.

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