Le foreste e l’uomo, relazione complessa anche alla luce del cambiamento climatico

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Che ruolo svolgono le foreste nel contrasto al cambiamento climatico? Il legno potrebbe costituire una valida risorsa energetica? Il tema delle foreste e della loro gestione genera sempre un acceso dibattito. Abbiamo intervistato Luca Caverni, laureato in Scienze Forestali e studioso in questo ambito. Dalle sue parole si evince come una corretta pianificazione forestale potrebbe favorire una gestione dei boschi in grado di mitigare i cambiamenti climatici.

Perché gestire le foreste italiane?

1. Luca, potresti descriverci brevemente la situazione forestale italiana e cosa significa gestione forestale?

“L’Italia è bella e nota grazie anche al suo territorio, caratterizzato da colline e montagne scarsamente popolate. La maggior parte dei lettori, probabilmente, se si affacciasse dalla finestra non osserverebbe foreste (sinonimo di boschi  – comma 1 art. 3 D.lgs 34/2018) seppure queste occupano il 38% della superficie nazionale, ma aree urbane e palazzi (anche io vi rispondo da questa situazione) questo perché le foreste si trovano prevalentemente nelle Aree Interne del Paese. Le foreste italiane sono tra le più ricche a livello europeo per diversità di specie e categorie forestali e per questo sono anche tra le più protette nel continente. Questa ricchezza è anche frutto della interazione millenaria tra l’uomo e la natura. Infatti in Italia meno di un sesto dei boschi (15.4%) non presenta tracce di interventi selvicolturali passati.

Tra i molti esempi del costante rapporto tra uomo e foresta vi è sicuramente il Codice Forestale Camaldolese, testimonianza di come per oltre 8 secoli i monaci hanno gestito i boschi, dimostrando una profonda sintonia tra ricerca spirituale e cura della foresta (oggi all’interno di un Parco Nazionale).

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Foto credit: AlwaysIthaka

“Il 66% delle foreste è di proprietà privata”

Gestire le foreste significa compiere delle scelte, nel rispetto della normativa vigente, conciliando, attraverso azioni concrete, gli aspetti ambientali, economici e sociali che un bosco esprime. Un fattore fondamentale, che consente di conoscere meglio le caratteristiche di ogni foresta, individuarne la vocazione, garantirne la tutela e una gestione lungimirante ed equilibrata nel tempo è la pianificazione forestale. Eppure ad oggi solo il 18% della superficie forestale nazionale è sottoposto ad un Piano di gestione forestale (livello di pianificazione più dettagliato). Grazie alla storia e alla ricerca abbiamo a disposizione conoscenze molto accurate che stimolano continuamente il miglioramento delle tecniche di pianificazione gestionali. Preme sottolineare un aspetto relativo alle foreste private: attualmente il 66% della superficie è di proprietà privata, contraddistinta da una marcata frammentazione fondiaria e dall’assenza di gestione per buona parte della superficie”.

Le foreste nel contrasto al cambiamento climatico

2. Che importanza ha la gestione forestale nel contrasto al cambiamento climatico?

Le foreste, essendo composte da alberi (organismi viventi), non sono elementi statici del paesaggio ma crescono in volume (in Italia quanto 39 piscine olimpioniche[1] ogni giorno) e superficie (un campo da calcio[2] ogni 9 minuti). Essendo vive, reagiscono agli stimoli, inclusi quelli del clima, ma con il cambiamento in atto le loro “reazioni” potrebbero compromettere i servizi ecosistemici (ovvero funzioni e beni primari) finora garantiti. Certamente le foreste vivrebbero anche senza l’uomo, tuttavia è l’uomo che non vivrebbe senza le foreste. Infatti i servizi ecosistemici che le foreste assicurano nel tempo sono di tre tipologie: regolazione e mantenimento (qualità dell’aria, depurazione dell’acqua, prevenzione incendi, protezione dal dissesto idrogeologico…), approvvigionamento (di legname, prodotti spontanei…) e culturali (benefici immateriali, spirituali, ricreativi e sanitari…).

L’IPCC prevede che i disturbi alle foreste boreali (tempeste di vento, incendi e fitopatie…)  conseguenti alle variazioni climatiche, possano diventare più intensi e frequenti. Tuttavia un recente articolo di Nature ricorda come la gestione forestale consenta di aumentare la resilienza e la stabilità delle foreste nel lungo periodo. In questo modo si può preservare o incrementare il carbonio stoccato nella foresta (beneficio evidenziato anche dall’IPCC) e mantenere la biodiversità (par. 2.2.4 Strat. UE Biodivesità 2030).

Gestire le foreste non è sinonimo di deforestare

Quindi, come spiegato al punto 1, gestire non è deforestare, cioè convertire la foresta in altro uso del suolo che rappresenta la seconda causa dei cambiamenti climatici dopo la combustione di fonti fossili. Le cause della deforestazione sono molteplici, tra queste vi è anche il commercio illegale di legname di cui l’Europa è uno dei principali importatori. Anche la deforestazione incorporata, di cui siamo “inconsapevolmente” responsabili attraverso acquisti quotidiani (alimentari, pellame…) non appropriati, contribuisce a danneggiare le foreste.

Tra le varie misure di contrasto messe in atto, l’UE ha individuato, oltre al ripristino forestale, anche la gestione forestale in grado di agevolare una bioeconomia più attenta alle dinamiche globali. L’uso del legno rappresenta comunque un elemento cui non possiamo rinunciare, perché essendo CO2 “solidificata”, materiale riciclabile e alternativo ad altri più energivori (cemento, plastica…), ci consente di mitigare i cambiamenti climatici. Un’altra azione fondamentale di mitigazione dei cambiamenti climatici è la messa a dimora e cura nel tempo del verde urbano“.

Il legno: preziosa risorsa rinnovabile?

3. Foreste e biomassa: esiste un acceso dibattito sulla possibilità di ricavare energia dal legno. Da una parte c’è chi sostiene che non si possa utilizzare il legno perché si compromette il patrimonio forestale, intaccando così la sua capacità di immagazzinare anidride carbonica. Dall’altra c’è chi sostiene che il legno possa costituire una preziosa fonte di energia rinnovabile. In questo quadro che ruolo ha la gestione forestale nel fornire combustibile necessario al Paese?

“Alcune premesse:

  • Entro il 2050 in UE non si dovranno più generare emissioni nette di gas serra.
  • Il settore energetico provoca l’80,5% delle emissioni di gas serra nazionali;
  • In Italia le energie rinnovabili soddisfano il 17,8% dei consumi finali lordi complessivi;
  • La quota di fabbisogno energetico nazionale soddisfatta da importazioni è il 75% del totale.

Precisazioni:

  • In Italia, in UE e nel mondo le bioenergie sono la principale energia rinnovabile;
  • Le biomasse sono incluse tra le fonti rinnovabili (art. 2 D.lgs 387/2003);
  • Il termine biomassa è molto ampio (qui mi riferirò solo ai prodotti e residui forestali);
  • Sulla neutralità climatica c’è un acceso dibattito scientifico, oltre che politico;
  • L’Italia è il primo importatore al mondo di legna da ardere, e quarto di pellet.
  • Dalle foreste italiane, secondo la stima più alta, si preleva solamente il 37,4% del volume che cresce annualmente mentre la media europea è del 65-67%.

Il ruolo della politica nella gestione forestale

Considerati i rischi delle importazioni e il basso tasso di prelievo, ritengo quest’ ultimo accettabile e incrementabile. Tuttavia esso non deve necessariamente soddisfare l’intero fabbisogno nazionale tenuto conto che il legno viene chiaramente impiegato anche per altri fini (tessile, strutturale…). Rispetto alla finalità energetica, vista la scarsa indipendenza nazionale e il rilevante ruolo delle bioenergie, applicando il “principio a cascata”, per cui il legno debba essere impiegato prima per i suoi fini durevoli (Strategia forestale UE e nazionale), si possono conciliare le diverse destinazioni d’uso. Ai fini energetici si destinano soprattutto i residui, così da massimizzare l’impatto positivo delle biomasse verso il clima, che comunque non devono rappresentare l’unica fonte energetica nazionale.

Le politiche dovrebbero sostenere filiere territoriali (senza distorcere il mercato) e tecnologie in grado di abbattere le emissioni. La realizzazione dell’uso a cascata del legno richiede: la pianificazione forestale, la formazione degli operatori, la conoscenza delle aree circostanti al bosco e l’attuazione di processi partecipativi. C’è tanto ancora da fare rispetto alle foreste, ma diffido da soluzioni uniche e sempre valide; la selvicoltura è una scienza, influenzata da tanti fattori nella sua applicazione, ma essenziale per orientarci nelle scelte“.

Leggi anche: “CO2 in netto calo nel 2020, eppure non basta”


[1] volume della piscina: 2500 m3

[2] dimensioni campo da calcio: 110m x75m=8.250 m2.

Deforestazione: ‘Quanta foresta avete mangiato, usato o indossato oggi?’

Dietro i prodotti di largo consumo, alcuni anche tipicamente italiani come il caffè, si cela una massiccia, sistematica deforestazione: è quello che emerge da un report del WWF (fonte di tutti i dati riportati in questo articolo)

Sembra che ci siamo abituati agli incendi in Amazzonia, alla scomparsa del polmone verde della terra, alla deforestazione. Notizie divenute abituali, niente che ci sconvolge (quasi) più: spesso l’abitudine ci fa dimenticare l’importanza delle foreste.

Negli ultimi 30 anni sono stati deforestati 420 milioni di ettari di terreni, più o meno come la superficie dell’intera Unione europea (UE). Il saldo tra deforestazione e creazione di nuove foreste è negativo per 178 milioni di ettari, un’area equivalente a quella della Libia. Ma a quale scopo?

Leggi anche: Deforestazione Amazzonia: quando la natura non ha voce (lecopost.it)

Quali sono le cause della deforestazione?

La conversione delle foreste in terreni agricoli è responsabile del 73% della deforestazione e ne è oggi la prima causa nelle aree tropicali e subtropicali del nostro pianeta.

È il Brasile il paese con il tasso di deforestazione più alto e raccapricciante. Negli ultimi 30 anni, 65 milioni di ettari di foresta amazzonica brasiliana sono stati trasformati in pascoli e campi coltivati. Questa espansione della produzione ha portato benefici sociali in alcune regioni. Sì, ma a che prezzo? Il prezzo è l’aumento delle disuguaglianze sociali in altre regioni, il contributo ai cambiamenti climatici a livello locale ed il potenziale di alterare il sistema climatico su scala planetaria.

Deforestazione incorporata: il ruolo dell’UE e dell’Italia

Ciò che viene sottolineato nel report è la stretta correlazione tra la deforestazione, in particolare in Sud America, ed il consumo di prodotti nell’UE ed in Italia.

Dal 2013 la commissione europea analizza tale relazione. Essa è riassunta nel concetto di ‘’embedded deforestation’’, cioè quanta ‘deforestazione è incorporata nella produzione di alcuni beni e servizi. Con le sue importazioni, risulta che l’UE è responsabile del 10% della deforestazione globale.

Deforestazione e Made in Italy?

Anche la responsabilità dell’Italia è tutto fuorché trascurabile. È diffuso infatti l’utilizzo di carni e mangimi provenienti da deforestazione indiretta per la produzione delle eccellenze del made in Italy, come salumi e formaggi. Non sono esenti nemmeno i prodotti IGP: ne è un esempio la bresaola, in parte proveniente da cosce congelate di zebù (Bos taurus spp) un bovino allevato prevalentemente in Brasile.

Quali sono i prodotti responsabili della deforestazione?

Soia, carne di manzo, legno e olio di palma, i principali, a cui si aggiungono caffè, pellame ed i lattiero-caseari.

Carne bovina

L’allevamento bovino è il primo driver della deforestazione. Circa l’80% della distruzione della Foresta Amazzonica deriva da questo settore. Un quinto (17%) della carne bovina importata in Unione europea dal Brasile è legato alla deforestazione illegale. Anche l’Italia importa 1/3 delle carni bovine dall’Amazzonia , rendendo il Brasile la prima fonte di carne proveniente dall’estero . Il nostro Paese ha indotto in media una deforestazione che va da 11.153 ha/anno (ipotesi di massimo) a circa 5.900 (ipotesi di minimo).

Soia

Segue la soia, la cui produzione è aumentata negli ultimi 50 anni a causa dell’incremento del consumo di carni: la soia è destinata infatti per l’80% alla produzione di farine usate. Di questo, il 97% è destinato ai mangimi animali. E’ il Brasile il maggiore produttore e L’UE è al secondo posto al mondo per importazione di questo legume, dopo la Cina. Bisogna sottolineare che un quinto della soia importata in UE dal Brasile è legata a deforestazione illegale. L’Italia è al terzo posto in UE per importazioni di farina di soia che hanno indotto una deforestazione media di circa 16.000 ha/anno.

Caffè

Dopo l’acqua, il caffè è la bevanda più consumata al mondo, ogni giorno.

Secondo i dati, la produzione di caffè dovrà triplicare entro il 2050 per soddisfare la domanda globale: il 60% dell’area che sarebbe idonea a coltivare il caffè nel 2050 è oggi coperta da foreste. L’Europa rappresenta il 33% del consumo globale di caffè. I Paesi da cui proviene il caffè bevuto in Europa sono il Brasile (il 31% delle importazioni extra-Ue) e Vietnam (22%). L’Italia è il secondo maggiore importatore di caffè in UE, dopo la Germania.

Legno

Nell’ambito dei settori legno-arredo e della carta l’Italia riveste un doppio ruolo: da un lato quello di un importatore pressoché netto di materie prime grezze e/o semilavorate, dall’altro quello di un forte esportatore di prodotti finiti.

La deforestazione potenziale associata all’import italiano di legno e prodotti derivati tra il 2010 e il 2018 oscilla complessivamente tra 99.135 ha (stima per difetto) e 313.896 ha (stima per eccesso), il 95% dei quali dovuti all’import diretto.

Pellame

L’Italia ha un ruolo da protagonista in questo ambito per quanto riguarda l’approvvigionamento della pelle, di cui è il massimo importatore al mondo, per fornire alcune delle più importanti industrie del Made in Italy: moda, arredamento, automotive. L’Italia è il 2° maggiore importatore al mondo di pelli dal Brasile, dopo la Cina. Comprare pellame in Brasile significa essere di fronte ad un alto rischio di avere a che fare con la deforestazione.

Cosa significa quindi davvero ‘’qualità’’ ed ‘’eccellenza’’? Siamo spesso ignoranti circa l’origine dei prodotti che consumiamo abitualmente. Forse, scorgere dietro le etichette l’ombra di una sistematica deforestazione può insegnarci ad adottare un’inedita, più responsabile prospettiva per rispondere a queste domande.

Consigliamo la visione del documentario Deforestazione Made in Italy , ”una storia che mette in discussione il concetto di “eccellenza”, indagando angoli bui di un sistema di produzione globalizzato.”

Le foreste bruciano: come la corsa al rinnovabile devasta il bosco

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Ci sono stati in cui il patrimonio forestale è ingente. All’interno dell’Unione Europea, le repubbliche baltiche – Lettonia ed Estonia in particolare – sono regioni ove le foreste son presenti in abbondanza. Un’inchiesta del Guardian, testata nota per l’impegno che mette a favore dell’ambiente, ha recentemente messo in luce come esse vengano gestite davvero male, a quelle latitudini e nel resto della UE. Il motivo del loro eccessivo sfruttamento si deve, oltre all’endemica incapacità della politica di salvaguardare l’ecosistema, che non è certo soltanto un problema estone e lettone, all’inseguimento di forme di energia pulita.

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Foto: Pixabay

Colpe dei governi e complicità dell’Europa

Nel 2015 il governo estone approvò una pessima misura. Concesse infatti l’autorizzazione (documento in lingua) al disboscamento di alcune porzioni della rigogliosa riserva naturale di Haanja. Ciò consentì la rimozione di aree intere di foresta matura e la rimozione di tronchi storici, interi. Questo alleggerimento delle norme per il disboscamento in Estonia fu figlio di un aumento nella richiesta internazionale di legno. La domanda non aumentò solamente per mobili ed edilizia ma anche a causa di un colpevole che può sorprendere: le politiche europee sul rinnovabile.

Camminando all’interno dell’area della riserva naturale è ormai consueto trovare ceppi che ricordano l’esistenza di alberi abbattuti. L’azienda Valga Puu ha immediatamente approfittato della nuova normativa per presentarsi in loco con le asce. Il brand appartiene alla Graanul Invest Group, maggior produttore europeo di pellet in legno. Questo materiale è bruciato su scala industriale, come biomassa per luce e riscaldamento in pressoché tutte le centrali precedentemente alimentate a carbone.

In Estonia le foreste ricoprono 2 milioni di ettari di superficie nazionale. A conti fatti, ci accorgiamo che si tratta di quasi il 50% dell’intero suolo estone – che ammonta a 4 milioni e mezzo di ettari circa. 380mila di questi 2 milioni di ettari, riserva naturale di Haanja inclusa, appartengono al network europeo Natura 2000. Tale rete è stata progettata per tutelare le foreste europee e i rifugi di specie animali rare e protette. Haanja è la casa di 29 di queste, tra cui cicogna nera, quaglia reale e clanga pomarina. Nessuno a Bruxelles ha fatto nulla per fermare bulldozer e boscaioli.

Leggi anche: “Land Grabbing l’accaparramento delle terre nel 2020”

Natura 2000 e la giurisdizione forestale nazionale

Le zone tutelate da Natura 2000 sono gestite all’interno delle direttive europee per la protezione degli uccelli, una norma risalente al 1979 e poi aggiornata. A questo provvedimento è stata poi affiancata la normativa per la protezione degli habitat del 1992. Teoricamente, dovrebbero essere queste due leggi a tutelare le zone protette dalla UE. In realtà, però, il disboscamento delle foreste è regolamentato dai governi nazionali, i quali possono tranquillamente calpestare le misure europee sui propri territori nazionali. In Estonia, ad esempio, l’unico limite è quello di non danneggiare le paludi e di evitare l’abbattimento di tronchi durante la stagione degli amori per gli uccelli.

La ONLUS estone ELF (Estonian Fund for Nature) non dà la colpa della distruzione delle sue foreste soltanto al governo. Giustamente, mette la dinamica in una prospettiva più ampia, senza perdere mai di vista il quadro generale. Come sempre, si tratta di una dicotomia tra ambiente e crescita economica. Siim Kuresoo, portavoce di ELF, afferma come ci sia una diretta connessione tra la grande crescita dell’industria europea della biomassa sollecitata e sostenuta da Bruxelles e l’accelerazione del disboscamento delle foreste sul Baltico.

“Vi sono chiare prove che l’intensificazione del disboscamento è guidata almeno in parte da una maggiore richiesta di biomassa per energia e riscaldamento. Oltre la metà dell’esportazione di pellet in legno prodotti nel 2019 in Estonia e Lettonia è andata in Danimarca, Olanda e Regno Unito. Possiamo dunque dire che l’energia pulita usata in quei Paesi ha direttamente contribuito all’abbattimento delle foreste nelle repubbliche baltiche.” Si legge in un report redatto da ELF e la Società Lettone di Ornitologia, di cui Kuresoo è stato co-autore.

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Foto: Pixabay

Foreste minacciate

Tra il 2001 e il 2019 in Estonia, Natura 2000 ha perso oltre 15mila ettari della sua area protetta. L’80% di questa riduzione è avvenuta negli ultimi 5 anni. Il governo ha progettato ulteriori interventi nelle zone su cui insistono le sue foreste. In seguito a queste autorizzazioni, gli uccelli boschivi nel Paese stanno scomparendo all’allarmante ritmo di 50mila coppie riproduttive all’anno (numeri da un report nazionale, in lingua estone.) Va da sé che la distruzione prepotente e sistematica del patrimonio forestale stia gravemente danneggiando la capacità delle macchie locali di immagazzinare carbonio. Ciò potrebbe tradursi nell’incapacità dell’Estonia di raggiungere i suoi obiettivi di emissioni zero.

Nel Paese la maggior parte della popolazione considera la natura un elemento sacro del proprio territorio. Ogni operazione di abbattimento forestale dà luogo a proteste e manifestazioni, tanto che i media locali hanno cominciato a parlare di una guerra per le foreste. Gli abitanti di Saku, una cittadina situata circa 25 km a sud di Tallinn, sono riusciti a salvare un’area di foresta che doveva essere abbattuta lo scorso anno. “Convertiamo i nostri alberi in pellet e li vendiamo ai Paesi più ricchi. Questa operazione è considerata sostenibile ma noi ne soffriamo.” Ha detto al Guardian Ivar Raig, uno degli attivisti di Saku.

Sostenibilità in fumo

La sostenibilità è al centro del dibattito europeo sulle rinnovabili. L’obiettivo è quello di rimpiazzare il carbone, il quale come sappiamo è una delle principali fonti d’emissione di carbonio. Sostituirlo con sorgenti più pulite è tra i primi obiettivi della lotta globale al cambiamento climatico. Bruciare pellet di legno invece di carbone sembra essere una soluzione ideale, semplice e neutrale rispetto all’emissione di carbonio. Quando gli alberi bruciati sotto forma di pallini legnosi sono sostituiti con nuove piantumazioni, la matematica ci dice che non incrementiamo lo stock di carbonio liberato in atmosfera. Il processo però non è rapido. Anzi, esso può arrivare a richiedere decenni. E non solo. All’interno della fornace dove viene incenerito, il legno libera più diossido di carbonio per unità energetica rispetto a gas, petrolio e anche carbonio. La dimostrazione la riportò proprio il Guardian, in un reportage del 2018. L’incenerimento di alberi per produrre energia potrebbe accelerare molto l’emissione di CO2 nell’atmosfera, allontanando sempre più gli Stati dagli obiettivi della conferenza di Parigi.

La richiesta di biomassa legnosa e di energia ottenuta dagli alberi si è imposta a partire dal 2009. Una direttiva dell’UE uscita in quell’anno imponeva a ognuno dei membri di ottenere almeno il 20% della propria energia da fonti rinnovabili entro i successivi 10 anni. La stessa misura classificava l’energia da biomassa come carbon-neutral. Tale legge è scritta male. Essa categorizza infatti l’intera energia ottenuta da biomassa legnosa come neutrale; indipendentemente dal fatto che essa sia originata da residui, scarti oppure alberi interi e sani. In tal maniera si è autorizzata la deforestazione per ottenere il pellet. Invece, bisognava specificare che il combustibile andava ricavato soltanto dagli scarti legnosi, residui del corretto mantenimento forestale.

Il video di Marco Torella fa chiarezza sulla biomassa legnosa spiegandone tipologie e conseguenze per l’ambiente

Un errore mai corretto

È un’assurdità che si possano devastare foreste per ottenere energia alternativa al fossile. Nel 2018, quando l’Europa ha deciso di raddoppiare la quota di rinnovabili, la comunità scientifica ha avvertito Bruxelles di questo problema. La politica, però, ha ovviamente preferito non danneggiare la lobby, sempre più ricca e importante a livello economico e finanziario, della biomassa. Dunque nessuno è intervenuto per modificare la misura e il vilipendio delle foreste adulte può continuare indisturbato.

Praticamente ogni Paese europeo ha aumentato la percentuale di bosco abbattuto per ottenere energia. Quasi un quarto degli alberi tagliati in Europa viene convertito in biomassa. Nel 2000 eravamo sotto la quota del 17%. La biomassa legnosa fornisce da sola il 60% di green energy nel vecchio continente; più di eolico e solare messe assieme. Naturalmente, per rispondere a una simile domanda si è sviluppata un’industria continentale il cui core business è l’ascia.

Sussidi e sovvenzioni a danno delle foreste

Gran parte della crescita del settore si deve, oltre che alle direttive europee di cui si è scritto, agli imponenti sussidi per il contribuente. Tra il 2008 e il 2018, i sussidi per le biomasse nei 27 Paesi membri della UE sono cresciuti del 143%. Nel Regno Unito, uscito il 31 dicembre 2020 dall’Unione, il supporto governativo per i progetti di biomassa arriverà ad ammontare a oltre 13 miliardi di sterline entro il 2027, anno in cui scadranno gli attuali termini sulla concessione di sussidi legati alla produzione energetica.

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Foto: Pixabay

La situazione è dunque paradossale. Naturalmente, da ambientalisti, tutti ci auguriamo che ci si liberi quanto prima del carbone e delle altre inquinanti fonti energetiche fossili. D’altra parte, però, di fronte a inchieste come quella del Guardian che si è qui messa in luce (reperibile a questa pagina; tutte le fonti di questo articolo sono in lingua, si è cercato di riportare ogni passaggio principale in lingua italiana nel testo, agevolando chi non legge l’inglese) è d’obbligo domandarsi se non lo si stia facendo nella maniera errata. Non è giusto che le foreste e la natura paghino il prezzo della riconversione energetica. È davvero sbagliato danneggiare le macchie boschive per risanare la situazione dell’approvvigionamento energetico. Se nascondiamo la polvere sotto il tappeto, spostando il problema invece di risolverlo, difficilmente potremmo ottenere grossi risultati nella lotta per il clima. La battaglia la stiamo già perdendo come umanità tutta; forse dovremmo smetterla di colpirci con fuoco amico. Ben vengano sovvenzioni, susside e agevolazioni alla riconversione energetica. Quest’ultima, però, non deve andare a danno del pianeta o siamo daccapo.

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Treno Maya, la ferrovia che minaccia la giungla

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MESSICO – Il megaprogetto Treno Maya (Tren Maya in spagnolo) è motivo di vanto per il presidente di sinistra Andrés Manuel López Obrador. Eppure, quello che è iniziato come uno dei più grandi progetti di turismo sostenibile dell’attuale presidente, diventerà l’investimento più dannoso per l’ecosistema.

Si tratta della costruzione di una linea ferroviaria di circa 950 km che collegherà i cinque stati sud-orientali del Chiapas, Tabasco, Campeche, Yucatán e Quintana Roo in un circuito turistico. L’obiettivo è quello di portare i turisti che si riversano su Cancún, Tulum e altre città costiere con le loro ricchezze all’interno della penisola dello Yucatán – che contiene alcuni degli stati più poveri del paese.

 Le rotaie dunque, promuoverebbero lo sviluppo socio-economico del sud e del sud-est del paese come anche la storia e la cultura degli indigeni ai turisti.

Con lo scoppio della pandemia COVID-19, il presidente ha colto la palla al balzo per sottolineare  l’importanza del progetto che, a suo dire, darà forte impulso all’industria del turismo in difficoltà e accelererà la ripresa del Messico dalla crisi economica.

Tuttavia, dietro queste luminose aspettative si nasconde una realtà molto pericolosa: l’impatto ambientale del treno maya è infatti disastroso.

Il Treno Maya è ”un atto di guerra” per le comunità indigene

Gli attivisti e molte comunità indigene avvertono che il treno devasterà l’ecosistema del Messico meridionale.

Anche secondo El Universal, “il progetto viene portato avanti senza considerare gli impatti ambientali che può causare”. La deforestazione è tra i motivi di maggiore preoccupazione.

Il treno attraverserà una delle foreste pluviali più importanti delle Americhe, dopo l’Amazzonia: la riserva della biosfera di Calakmul della giungla Maya. Calakmul è l’unica giungla a fusto alto di tutta la penisola dello Yucatan. Costituita da quasi 3.000 miglia quadrate di giungla è un punto focale per la biodiversità ed ospita un gioiello archeologico: l’antica città Maya di Calakmul.

Il Treno Maya deforesterà la giungla

In un rapporto presentato dal Fondo Nazionale per la Promozione del Turismo (Fonatur) emerge che il 24% dell’area interessata dalla costruzione della ferrovia fa parte proprio della giungla maya. In quest’area, più di 10.000 alberi saranno tagliati per fare spazio alle rotaie.

La deforestazione su larga scala ha già interessato quest’area, oltre che tutto il paese. Secondo uno studio del 2017 del “Center for Social Studies and Public Opinion”, circa il 90-95 per cento del Paese è già stato deforestato, collocando il Messico accanto ad Haiti ed El Salvador come uno dei Paesi con la più grande perdita di alberi al mondo.

In particolare, negli ultimi 20 anni, le foreste tropicali della penisola dello Yucatán, le foreste tropicali sono state rase al suolo per fare spazio agli allevamenti industriali di maiali e ai campi di soia e di palma da olio, secondo Greenpeace Messico.

Oltre al treno passeggeri, il governo prevede di utilizzare i binari per il trasporto di merci. Il timore è che la ferrovia incentivi una maggiore produzione di merci – soprattutto olio di palma e soia. Questi prodotti derivano, come già sottolineato, da pratiche agricole insostenibili che già provocano la deforestazione della zona.

La ferrovia minaccia anche la flora della giungla. Lo Yucatán è un habitat molto importante per il giaguaro ed ospita cinque specie in via d’estinzione.

Infine, nella valutazione di impatto ambientale (MIA) viene riportato che il treno è alimentato a gasolio, uno dei combustibili fossili più dannosi per l’ambiente.

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Un’altra Cancùn?

 Inoltre, il turismo di massa aggreverà gli impatti del cambiamento climatico come già successo nelle località di Cancùn e Tulum.

Dal 2011 al 2012 il numero di turisti a Cancùn è aumentato del 16,9% e ha continuato a crescere tra il 2% e il 5% annuo da allora fino al 2017.

Uno dei tanti esempi degli effetti dell’overturism in quest’area è la morte del 30% del corallo in un parco della barriera corallina di Quintana Roo avvenuta in poco più di quattro mesi a causa del riscaldamento delle acque.

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Il treno maya è un esempio dei megaprogetti che, insieme alla costruzione di beni immobili, stanno trasformando la penisola dello Yucatán e sono problematici. E’ quello che afferma Casandra Reyes García, biologa del Centro di Ricerca Scientifica dello Yucatán e coautore dello studio “Mayan Train”: Perché i biologi sono così preoccupati?”, Essi  includono anche progetti destinati alla transizione energetica verso l’energia eolica e solare.

Il Treno Maya come emblema di sviluppo insostenibile

Se fossero ben sviluppati, tutti questi progetti potrebbero davvero giovare alla popolazione. “Tuttavia, quello che stiamo vedendo è che questi progetti sono realizzati su aree che un tempo erano giungle: dunque richiedono la rimozione di uno strato di alberi e l’eliminazione di 10 centimetri di terreno”, ha sottolineato Reyes.

Un tempo considerato leader nell’azione per il clima tra i Paesi a basso e medio reddito, il Messico sta ora scommettendo su una serie di progetti infrastrutturali costosi dal punto di vista ambientale per dare impulso allo sviluppo e rilanciare l’economia. Quest’approccio è emblematico di una delle maggiori ideologie alla base della distruzione dell’ambiente: l’idea che lo sviluppo sia unilateralmente destinato alla crescita economica. Alla luce di ciò, ci si sente dunque giustificati a fare letteralmente terra bruciata tutt’intorno. Una tale prospettiva a breve termine che consideri ancora ambiente e sviluppo come due facce di una diversa medaglia è inconcepibile ed insostenibile.

Alaska, la foresta del Tongass in pericolo

A poche ore dalla definitiva uscita di scena degli Stati Uniti dall’accordo di Parigi, una nuova preoccupazione ambientale si fa strada. Trump dà il sì al disboscamento della foresta Tongass in Alaska; ma c’è ancora una speranza ed è riposta nelle votazioni che a breve definiranno il nuovo Presidente USA.

L’importanza della foresta

La Foresta Nazionale Tongass, che si estende nel sud-est dell’Alaska, con i suoi 68 mila km 2 è la più grande foresta degli Stati Uniti. La maggior parte della sua area è composta dalla foresta pluviale temperata ed è abbastanza remota da ospitare molte specie di flora e fauna rare e in via di estinzione. 

La foresta è un immenso serbatoio di carbonio, che assorbe dall’atmosfera più emissioni di CO2 di quante ne rilasci, svolgendo un ruolo fondamentale nel mitigare il riscaldamento globale. Gli scienziati stimano che Tongass detenga tra il 10 e il 12% del carbonio immagazzinato negli Stati Uniti.

“L’Amazzonia del Nord America” è per lo più un regno selvaggio e senza strade. Muschi, licheni, salmoni, cervi, aquile calve e orsi vivono alle pendici di montagne nastrate di ghiacciai blu e ricoperte da verdi boschi. 

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Ma mentre l’Amazzonia è definita una foresta pluviale tropicale, Tongass, che si trova alle medie latitudini, è una foresta pluviale temperata; ovvero uno dei biomi più rari sulla Terra (si trova solo nell’Alaska costiera e nella Columbia Britannica, nel Pacifico nord-occidentale, nella costa meridionale del Cile e dell’Isola del Sud della Nuova Zelanda).

Cos’ha fatto l’amministrazione Trump?

Il Presidente Trump ha rimosso le protezioni alla foresta del Tongass per permettere la costruzione di strade e l’utilizzo del legname del conseguente disboscamento. Un avviso, pubblicato mercoledì dal servizio forestale, ha affermato che tutti i territori del Tongass saranno aperti al suo sfruttamento. L’amministrazione Trump sta rimuovendo le garanzie in vigore da quasi 20 anni. 

A pochi giorni dalle presidenziali, l’amministrazione Trump ha annunciato che il Tongass sarà esentato dalla Roadless Rule del 2001, che proibisce la raccolta del legname e la costruzione / ricostruzione di strade, con limitate eccezioni all’interno di aree designate. 

A partire da giovedì 29 ottobre sarà possibile per le industrie del legname farsi strada nella foresta del Tongass, in Alaska.

In una dichiarazione al The Independent, il Dipartimento dell’Agricoltura (USDA), che sovrintende al servizio forestale, ha affermato che la sua decisione di esentare Tongass dalla Roadless Rule è stata presa con “il sostegno significativo dello Stato dell’Alaska e della delegazione del Congresso dell’Alaska, e con una solida considerazione di molteplici alternative e punti di vista delle parti interessate ”. 

“Il Dipartimento ritiene che una maggiore flessibilità per la raccolta del legname e la costruzione di strade nel Tongass possa permettere di affrontare le preoccupazioni economiche e di sviluppo locali, bilanciando le esigenze di conservazione della foresta”

Ha aggiunto una portavoce.

Secondo l’USDA qualsiasi progetto deve essere conforme al Tongass Land Management Plan 2016 ed essere sottoposto a revisione ambientale, ai sensi del National Environmental Policy Act (NEPA). 

 A luglio, l’amministrazione Trump annunciò una revisione proprio della NEPA, indebolendone la capacità di valutare i danni che potenziali progetti potrebbero causare all’ambiente. Tutto ciò sta mettendo a repentaglio la cultura e la sussistenza delle comunità indigene, il ruolo della foresta nella lotta alla crisi climatica e la fauna selvatica già in pericolo.

Biden, l’unica speranza contro la devastazione di Trump?

Joe Biden ha annunciato la sua intenzione, come futuro Presidente, di avviare il Paese verso una vera e propria rivoluzione energetica.

“L’industria petrolifera inquina in modo significativo e deve essere sostituita nel tempo da fonti di energia rinnovabile”.

Ma vincere le elezioni potrebbe non essere sufficiente per realizzare l’agenda sul clima. Un Presidente americano non può infatti implementare un piano di investimenti simili senza prima avere una solida maggioranza sia al Senato che alla Camera. Anche in questo caso, la parola finale spetterà agli elettori.

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La distruzione totale delle foreste che più sostengono la vita del nostro pianeta in pericolo deve finire. Come? Un buon primo passo: votare per i politici che prendono decisioni basate su una solida scienza.

Mater Amazonia, la mostra presso il Museo Etnologico Vaticano “Anima Mundi” termina il 26 ottobre

Mater Amazonia. The deep breath of the world, è il nome della mostra dedicata al cuore verde della Terra, l’Amazzonia, che porta la firma dei Musei Vaticani. Allestita nei rinnovati spazi del Museo Etnologico Vaticano Anima Mundi, è stata voluta ed inaugurata dal Santo Padre. La mostra è stata prorogata fino al 26 ottobre 2020.

Mater Amazonia. The deep breath of the world

La mostra nasce dal desiderio di Papa Francesco di portare l’attenzione sui temi odierni riguardanti l’Amazzonia.

Locandina della mostra Mater Amazonia, presso il Museo Etnologico Vaticano.

L’enciclica Laudato sì” ed il sinodo sull’Amazzonia sono la dimostrazione di quanto questo tema sia centrale nel cuore del Papa, tanto da volere e da inaugurare il 18/10/19 una mostra che potesse creare un dialogo concreto tra il pubblico e questo territorio.

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La mostra permette al visitatore di immergersi nel cuore naturale e culturale della foresta, ed è divisa in due settori.

Un indigeno presenzia all’inaugurazione della mostra, presso il Museo Etnologico Vaticano.

Il primo, di tipo educativo-generale, con l’ausilio di alcuni pannelli descrittivi, introduce all’Amazzonia, alle sue popolazioni indigene, alla sua struttura e biodiversità.

Il secondo settore invece, attraverso l’utilizzo del multimediale, trasporta in un’attiva denuncia ecologica nei confronti dell’impatto antropico, sotto forma di incendi, deforestazione, estrazioni minerarie, espansione delle città ed inquinamento. Inoltre, si susseguono scene di vita quotidiana alternate a parole di saggezza degli indigeni nonché di speranza da parte del Santo Padre:

“La difesa della terra non ha altro scopo che la difesa della vita” .

Papa Francesco, incontro con la popolazione indigena dell’Amazzonia, Puerto Maldonado, gennaio 2018

Nella realtà naturale si inserisce quella umana; difatti al centro della mostra sono esposti 120 oggetti rappresentativi delle popolazioni indigene, provenienti da tutti e 9 i Paesi toccati dalla foresta. Attraverso di essi, la mostra vuole sottolineare lo stretto rapporto di equilibrio tra le popolazioni indigene e la natura stessa, generatosi in migliaia di anni.

La posizione della Chiesa

Forte è la posizione della Chiesa: il Cristianesimo può contribuire nel preservare l’ambiente ed essere accanto alle popolazioni indigene locali. Per questo motivo sono presenti due grandi pannelli dedicati ai missionari ed alle missionarie, testimoni di una realtà vissuta in prima linea.

Spiccano i nomi di Chico Mendes, sindacalista, politico e ambientalista brasiliano assassinato nel 1988 e Don Luigi Bolla, il quale, nonostante i pericoli e le minacce di ogni tipo, continuò ad indagare sui costumi, l’etnologia e la cultura degli Shuar ecuadoregni, fino alla sua morte nel 2013.

Don Luigi Bolla
Crediti: Beatrice Martini

“La situazione dell’Amazzonia è triste paradigma di quanto sta avvenendo in più parti del pianeta, una mentalità cieca e distruttrice, che predilige il profitto alla giustizia e mette in evidenza l’atteggiamento predatorio con il quale l’uomo si rapporta con la natura.”

Papa Francesco.

Alla fine della sala, come a fare da ponte con la mostra sull’Oceania, è esposto un copricapo di piume proveniente dalla Papua Nuova Guinea. Questa collocazione sta a simboleggiare che, al mondo, esistono tante Amazzonie e che i problemi appena affrontati nella mostra sono in realtà globali.

Anima Mundi, il rinnovato Museo Etnologico del Vaticano

Dopo un periodo di chiusura per ristrutturazione, riapre finalmente al pubblico il Museo Etnologico Vaticano e lo fa con un primo spazio dedicato all’Australia e all’Oceania. Il nome Anima Mundi (anima del mondo), racchiude un significato profondo: i Musei Vaticani visti come una casa comune, che spalanca le porte ai popoli del Mondo intero.

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Il curatore del Museo Etnologico Vaticano, Padre Nicola Mapelli, ci accompagna in un viaggio attraverso le meraviglie, le culture ed i conflitti ecologico/sociali dei Paesi rappresentati. L’Anima Mundi vuole cambiare il paradigma del museo come mero contenitore e trasformarlo in un luogo di incontro.

Difatti, il 15/10/2010 nel museo etnologico ci fu l’inaugurazione di una mostra chiamata “Ritual Life”, dedicata all’arte e alla cultura degli Aborigeni australiani. Per organizzarla, i curatori della mostra P. Nicola Mapelli e Katherine Aigner hanno visitato le comunità di origine degli oggetti, per comprenderne a fondo il significato e per avere l’autorizzazione ad esporli. All’inaugurazione in Vaticano, furono presenti diversi Aborigeni australiani che resero vive quelle opere tramite danze tradizionali.

Crediti: Beatrice Martini

“Ci hanno insegnato che il nostro sistema culturale è molto fragile. Hanno conoscenze ancestrali e profonde. Da quell’incontro di visioni diverse è nata una grande voglia di ristrutturare completamente il museo e Padre Mapelli si è fatto artefice di questa rivoluzione”.

Stefania Pandozy, Responsabile del Laboratorio di Restauro Polimaterico dei Musei Vaticani

Trasparenza e Riconnessione nel Museo Etnologico

Trasparenza: è la parola d’ordine nel museo, per la quale Padre Mapelli ha insistito molto.

Il Mondo è come una piazza in cui le culture dialogano, ed il museo vuole rievocare tale assenza di barriere; presentando al pubblico ampi spazi carichi di luce, senza punti di chiusura nelle vetrine ed opere libere dall’ingombro dei classici sostegni. Tutto ciò grazie ai supporti morfologici creati nel rispetto dell’opera.

Crediti: Beatrice Martini

Nella mostra permanente dedicata all’Australia e all’Oceania è esposto solo lo 0,5% dell’intera collezione di quella parte del mondo. Complessivamente, la collezione del Museo Anima Mundi vanta ben 80.000 opere, conservate in moderni depositi climatizzati, collocati al di sopra dell’esposizione. Il concetto di trasparenza è stato applicato anche a questi ultimi, per non far passare l’idea di possesso ed accumulo degli oggetti da parte del mondo occidentale, come troppo spesso accade.

Essenziale nel processo di rivoluzione del Museo è stata la filosofia di “Riconnessione” sostenuta da Padre Mapelli: a questo scopo, nel corso del tempo ha viaggiato nei luoghi più remoti del Pianeta per incontrare i discendenti di coloro che hanno inviato le opere, facendosi raccontare cosa significassero e chi fossero gli artisti.

Vi è anche una sezione del Museo dedicata ai non vedenti, i quali possono “avvicinarsi” all’opera ed entrare in contatto con essa attraverso riproduzioni di opere, profumi e suoni che rievocano paesi distanti. La collezione dell’Oceania e dell’Australia presenta al pubblico pezzi unici ed invidiati da tutto il Mondo.

Stefania Pandozy e Padre Mapelli (foto scattata prima della pandemia)

L’Anima Mundi e la sua forte denuncia ecologico/sociale

La mostra, con il suo sguardo sul Mondo, intende sollecitare una riflessione profonda su alcuni temi, molto cari al pontefice: il dialogo con i popoli indigeni e la cura della casa comune. Quello che si snoda attualmente nel Museo è un vero e proprio viaggio, che va dallaPolinesia alla Melanesia, dalla Micronesia alla Nuova Guinea e dall’Australia alla Nuova Zelanda.

Intervistato, Padre Mapelli ha tenuto molto a dar voce e spazio a quelli che oggigiorno sono temi assai delicati: l’impatto antropico nei confronti dell’ambiente e delle minoranze, spesso in estremo legame con quest’ultimo.

“Una volta giunti in Australia ci si presenta davanti agli occhi il mondo spirituale degli Aborigeni australiani, definito “Dreaming”. Nella visione di vari gruppi, gli antenati hanno camminato sul territorio australiano lasciando molti segni ed infine, una volta giunto il momento di andarsene, trasformandosi nella realtà naturale. Dunque, per gli Aborigeni australiani, la natura è molto importante perché non rappresenta solo terra e acqua, ma l’antenato stesso; il quale viene estirpato e dissacrato con i soprusi ambientali.”

E continua:

“Per questo motivo gli Aborigeni lottano fortemente contro le attività che creano danni ai luoghi per loro sacri. L’Australia è uno dei principali produttori di uranio e le comunità stanno avviando forti lotte contro i depositi delle scorie radioattive, ovviamente progettate nelle riserve dei nativi. Altra tragedia quella degli esperimenti nucleari (7 esplosioni) che gli inglesi fecero in Australia. Il Pacifico è stata una delle zone più martoriate dai test atomici americani e inglesi in Micronesia, e francesi in Polinesia.”

Ristabilire un contatto profondo

Arrivati in Melanesia, non si può non dar voce ad un disastro sociale e ambientale consumatosi sull’isola di Bouganville:

“Le popolazioni indigene dell’isola di Bougainville si schierarono contro i piani di una società mineraria, la quale estraeva minerali dal suolo locale. Come prodotto di pulitura di questi ultimi, produceva immense quantità di mercurio e altre sostanze tossiche. Queste, per incuria, finirono nell’oceano e nelle falde, creando gravi danni fisici alle persone e all’ambiente. Il vescovo dell’isola era molto legato a questo tema tanto da creare un festival ‘dell’acqua’, il quale mirava a sensibilizzare ed istruire circa la sua importanza”.

Per Padre Mapelli gli elementi della natura non devono quindi essere trattati come materia inerte, concetto ormai predominante nella mentalità occidentale, ma bisogna ristabilire un contatto profondo, per contribuire a preservare un Mondo ormai sempre più sfruttato.

Infine:

“La Nuova Zelanda è una nazione “nuclear free”, non possiede centrali ne accetta il passaggio di sottomarini a propulsione nucleare nelle proprie acque territoriali. Dal punto di vista conservativo dell’ambiente ha qualcosa da insegnare al resto del Mondo”.

Il Laboratorio di Restauro Polimaterico del Museo Etnologico Vaticano (tutto al femminile)

Dal 1997 ad oggi, il Laboratorio di Restauro Polimaterico dei Musei Vaticani ha permesso di conservareoltre 60.000 manufatti. Questo si compone di un’equipe tutta al femminile, con restauratrici provenienti da diversi settori della conservazione.

La sua istituzione è stata dunque una vera e propria sfida, che ha visto nascere un nuovo linguaggio; questo ha permesso di avviare un lavoro di gruppo allo scopo di definire peculiarità e criticità di vari materiali che spesso, in questo genere di opere, ritroviamo come elementi costitutivi di un unico pezzo, stabilendo priorità e protocolli conservativi. Proprio la compresenza di più materiali sullo stesso manufatto ha portato a dover definire in comune quale sia il più fragile da salvaguardare nonché, dettaglio non secondario,  la scelta del microclima idoneo per preservarlo.

Il team di restauratrici (foto scattata prima della pandemia)

Ancora Stefania Pandozy:

 “Padre Mapelli difende la conservazione del bene tangibile ed intangibile attraverso la politica di riconnessione, considerando gli oggetti degli ambasciatori; il laboratorio Polimaterico opera questa difesa individuando ed approfondendo il valore dell’opera stessa nella cultura di origine, affatto scontato come per le opere occidentali,  e attraverso una politica del ‘minimo intervento’. Le componenti del team hanno chiaramente rinunciato alla visibilità ed al valore connesso all’epoca di un manufatto (un Michelangelo ha, nell’immaginario collettivo,  una risonanza diversa da una corona di piume della Papua Nuova Guinea). Un oggetto etnografico può essere di grandissimo valore nella contemporaneità se, per esempio, parliamo di una maschera della Terra del Fuoco che viene distrutta alla fine del rito”.

L’importanza di creare un dialogo

Il Laboratorio è riuscito a conservare i pigmenti naturali di alcuni manufatti presenti nel Museo, così da permettere ai popoli indigeni la possibilità di ammirare nuovamente i colori di un tempo; cosa che invece spesso non è possibile, a causa di una totale assenza di cultura dei musei.

“Si sono emozionati molto alla vista dei colori ritrovati, e ci hanno permesso di esporli nel Museo. Dunque, questa diviene anche un’operazione culturale di grande valore, che prevede la cura e la condivisione del bene materiale. In questo momento storico, in cui il dialogo interculturale è così fondante, pensiamo che un museo come questo possa portare un valore aggiunto, una prova che si può cambiare paradigma. Qui abbiamo una dimostrazione di ciò: la trasparenza, l’essenzialità delle architetture e l’attenzione al particolare, ci possono aiutare a vedere le cose in un altro modo”.

Legno, l’economia circolare cresce costantemente

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Grazie al sistema Rilegno sono state avviate a riciclo circa 2 milioni di tonnellate di legno, negli ultimi 12 mesi. Si stima che la filiera garantisca intorno ai 6mila posti di lavoro e un risparmio, in termini di anidride carbonica, prossimo al milione di tonnellate annuale.

Il mondo Rilegno

Rilegno è un consorzio nazionale. Esso raccoglie, recupera e ricicla imballaggi in legno. Nato nel 1997, in seguito all’entrata in vigore del Decreto Ronchi (Decreto legislativo 22/1997). Operando all’interno della sfera CONAI, il consorzio nazionale imballaggi, ha il compito di garantire il raggiungimento di obiettivi, fissati dalla legge, per il recupero degli imballaggi legnosi. L’importante mission di Rilegno è quella di garantire modelli sostenibili di produzione e consumo.

I settori ove il consorzio è impegnato sono svariati. Al fine di ottimizzare le prestazioni degli imballi, estendendone e migliorandone l’utilizzo, si occupa di prevenire la produzione del rifiuto. Oltre a ciò raccoglie gli scarti, provenienti sia da superficie pubblica che dalle sedi commerciali e industriali. Estrae la materia prima legnosa da ogni volume raccolto e, infine, favorisce l’economia di manufatti ottenuti dal riciclo, stimolandone il riutilizzo.

Rilegno: un nuovo orizzonte per l’economia circolare del legno

Un anno di successi

“La crisi sanitaria ed economica che stiamo attraversando ci ha lasciato alcune incognite. I dati del 2019, però, confermano un trend in costante crescita. La raccolta gestita dal Consorzio è stata portata al massimo livello mai raggiunto dal sistema.” Afferma Nicola Semeraro, il presidente di Rilegno. Il consorzio da lui gestito, infatti, ha registrato un’annata di successi, durante lo scorso anno. Per quanto riguarda la prima metà del 2020, nonostante le ovvie difficoltà legate alla pandemia, Rilegno non ha mai fermato il suo ciclo di economia circolare. Il sistema ha infatti continuato a garantire anche in questo difficile anno la raccolta e l’avvio al riciclo del legno sull’intero territorio peninsulare.

È anche grazie al consorzio se le cassette per l’ortofrutta dismesse diventano componenti per una cucina o un tavolo e se il pallet si trasforma in un arredo di design all’ultimo grido. Nei 12 mesi dell’anno scorso, Rilegno ha raccolto e avviato a riciclo 1 milione 967mila tonnellate di legno, incrementando il suo volume di materia prima del 1,77% sulle dodici mensilità 2018. In tal maniera si è dato un contributo sostanziale, non trascurabile, al raggiungimento di quella percentuale del 63,11% di riciclo per gli imballaggi in legno in Italia che è tra le più alte d’Europa. La UE, infatti, chiede ad ogni Paese membro di attestarsi annualmente su una soglia – decisamente troppo bassa – del 30%. Il dato italiano è oltre il doppio di quell’insufficiente valore.

Legno e riciclo

La maggior parte di tutto questo legno accumulato è composta di pallet, imballaggi industriali e ortofrutticoli, confezioni di alimenti. Ben 676mila tonnellate della quantità raccolta, comunque, provengono dalla pulizia urbana. Grazie a convenzioni bilaterali stipulate tra Rilegno e ben 4mila 545 Comuni italiani, confluiscono nel sistema moltissimi materiali provenienti dal consumo domestico. Vecchi mobili, cassette di vino e liquore o per ortofrutta, nonché tappi in sughero, tutti questi materiali giungono all’interno del consorzio grazie all’impegno delle amministrazioni locali.

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Nel grafico semplificato di Legambiente, una spiegazione di come operi l’economia circolare

Per quanto riguarda le circoscrizioni regionali, quelle che forniscono a Rilegno la maggior quantità di materia prima sono, naturalmente, le più popolose: Lombardia (484mila tonnellate, valore prossimo al 25% del totale), Emilia Romagna (278mila), Piemonte (171mila), Veneto (poco distante, a 162mila tonnellate) e Toscana (152mila).

L’attività di rigenerazione del pallet è fondamentale in un’ottica di prevenzione. Va dunque sottolineato quest’aspetto. Grazie alle 839mila tonnellate di pallet riparate e ripristinate, sarà possibile reimmettere sul mercato oltre 60 milioni di pallet già utilizzati, evitando di doverseli procurare nuovamente.

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Una seconda vita per il legno

Dopo la raccolta, gran parte del legno viene riciclato in stabilimenti situati nell’Italia del Nord; la zona che, come abbiamo visto, è quella che ne avvia al riciclo la maggior quantità. Questi impianti sono in grado di destinare un’altissima percentuale di materiale legnoso che riciclano (siamo intorno al 95%) alla creazione di pannelli truciolari. Tale produzione è indispensabile all’industria del mobile. Questi siti, inoltre, trasformano il legno già utilizzato in pannelli OSB (Oriented Strand Board, una tavola composta di trucioli lunghi e stretti), pallet block, blocchi di legno cemento destinati all’edilizia e pasta di legno per cartiere e compost. Gran parte del fabbisogno di legno dell’industria del mobile italiana è soddisfatto da materia riciclata. Il legno, ricordiamo, è uno dei materiali più riutilizzabili in assoluto.

Diagramma concettuale dell’ottimizzazione per i materiali legnosi impiegati nel settore arredo, il più vicino alla vita quotidiana di tutti noi, secondo i principi dell’economia circolare. Grafico: Home Green Blog

L’impegno di Rilegno sorregge dunque un indotto veramente capace di ridare vita a quel legno che riterremmo lacero, usurato e inutilizzabile. Il sistema rappresenta appieno le virtù del riciclaggio e lo fa trattando di un materiale importante come il legno. Riutilizzare questa materia prima ci consente di apprezzare al meglio il valore del legno; salvare alberi, evitare importazioni di legname dall’estero le quali, in alcuni casi, potrebbero essere fonte di disboscamento forsennato e preservare una situazione idrogeologica già non ottimale come quella italiana. Una buona gestione forestale deve proprio evitare l’aumento di questo rischio e tutti i problemi ad esso connessi. È davvero piacevole raccontare una storia di successo come quella di Rilegno.

Rilegno, prospettive future

“Questa paralisi mondiale dovuta al COVID-19 ci costringe a rivedere i nostri stili di vita e le nostre scelte ad ogni livello. Governo, impresa e individuo. Dobbiamo orientarci ai valori e ai principi della sostenibilità e della protezione dell’ambiente e dell’ecosistema in cui viviamo. E dal momento che la sostenibilità passa anche dai materiali che utilizziamo, siamo convinti che il legno sia il materiale su cui puntare per un futuro ecosostenibile. Naturale, circolare, riciclabile all’infinito e sostenibile per eccellenza, il legno è certamente la risposta migliore per un’economia che vada di pari passo con il rispetto dell’ambiente e dell’uomo.” Conclude Semeraro. Difficilmente qualche parte di questa sua intervista suonerà nuova a chi legge abitualmente l’EcoPost.

La filiera del riciclo del legno offre ancora importanti margini di sviluppo. Una ricerca condotta lo scorso anno dal Centro Studi MatER del PoliMi, il Politecnico di Milano, ha stimato che il sistema di riciclo del legno sostenuto da Rilegno generi un impatto economico di 1,4 miliardi di euro. Tale dato si riferisce soltanto al recupero di legno. Se ci aggiungiamo anche il riutilizzo si raggiungono i 2 miliardi di euro. Ciò significa creare un numero di posti di lavoro vicino ai 6mila e abbattere le emissioni di anidride carbonica CO2 di quasi un milione di tonnellate. Niente male.

Diciamolo dunque una volta in più, riciclare è la strada giusta.

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È tempo di proteggere la foresta australiana

«L’intensità, la portata, il numero, l’ampiezza geografica, la simultaneità degli incendi e la varietà di ambienti che stanno bruciando sono tutte fuori dall’ordinario. Siamo in stato di guerra.» Queste le parole di David Bowman, professore di pirogeografia all’Università della Tasmania, all’inizio di quest’anno. Le fiamme hanno inghiottito, solamente nell’ultimo anno e mezzo, più di 85 mila chilometri quadrati di foresta australiana, uccidendo e mettendo in pericolo la sopravvivenza delle specie che la abitavano. La situazione, dapprima fuori controllo, ora è monitorata costantemente. Ma il recupero e il ripristino della flora e della fauna danneggiate sembrano ancora un obiettivo lontano.

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La foresta australiana è in pericolo

A gennaio, tutto il mondo era incollato alla televisione, guardando le terribili immagini che provenivano dall’Australia. Si condividevano i video degli incendi e degli animali in fuga, cercando di trovare una soluzione. Poi, altre emergenze hanno catalizzato l’attenzione mediatica. Ma la distruzione di migliaia di ettari di foresta è continuata, arrestandosi solamente alcuni mesi dopo.

Per questo motivo, la biodiversità australiana è stata gravemente danneggiata dagli incendi divampati tra il 2019 e il 2020. Nessun altro disastro ha causato così tante conseguenze negative. Si calcola che 471 piante, 213 specie di invertebrati e 92 di vertebrati siano a rischio. In alcuni casi, il 100% degli animali è morto tra le fiamme.

Gli scienziati commentano come “l’intensità, la ferocia e la velocità delle fiamme non avevano risparmiato nulla. Il terreno della precedente foresta era una distesa di morte e distruzione. Canguri carbonizzati, wallaby, cervi, opossum e uccelli erano ovunque.”

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Flora, Fauna, Fuoco

Il ricercatore Andrew Peters ammette: “Ho guardato al microscopio all’interno di un topo morto e non potevo credere ai miei occhi. Migliaia di piccole particelle di fumo rivestivano i suoi polmoni.” L’animale, però, non era stato direttamente a contatto con il fuoco, visto che si trovava a più di 50 chilometri dall’incendio più vicino.

Non sono solo fiamme. Prima, una siccità imprevista e duratura ha indebolito la vegetazione, seccandola. Boschi millenari sono diventati vulnerabili. All’interno della ricerca condotta dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO), attenzione particolare è stata data alle mangrovie, che sono una parte importante della foresta primaria, dominando una porzione del territorio nazionale. Purtroppo, però, negli ultimi decenni sono diminuite, minacciando la diversità ecosistemica.

Tra il 2000 e il 2015, il decremento è stato visibile soprattutto nello Stato di Vittoria. A differenza degli alberi di eucalipto, le foreste pluviali non si sono adattate a tollerare il fuoco. Così, quando l’incendio divampa, si apre una breccia verso l’interno, permettendo a specie aliene di invaderne il territorio e a quelle autoctone di scappare.Immagini dei koala e dei canguri che scappano sono il simbolo di una nazione in ginocchio. Ma oltre a questi esemplari iconici del paesaggio australiano, non si devono dimenticare migliaia di altri vertebrati e invertebrati.

I fiumi, già in secca, hanno visto aumentare il livello di cenere e terreno bruciato, togliendo ossigeno ai pesci, che sono morti soffocati. Alcuni animali esistono solo nelle isole. “Siamo qui per fermare che diventino estinti.”, commenta Sarah Barrett, dal parco nazionale Stirling Range. Oltre a questa emergenza, deve fare i conti con infezioni importate e il cambiamento climatico.

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L’insostenibile stato di declino australiano

Il giornale inglese The Guardian è uno dei più attenti alle questioni ambientali. Per questo, la sua sezione oltreoceano ha seguito attentamente ciò che stava accadendo alla foresta australiana. Gli standard nazionali non sono sufficienti. La percezione da parte della popolazione è che debba essere il governo a spingere per nuove, e più stringenti regolamentazioni.

Uno studio del Centro per la Biodiversità e per le Scienze della Conservazione dello scorso settembre ha portato alla luce dei dati sconvolgenti. La legge per contrastare l’estinzione risale al 1999. Nonostante ciò, il monitoraggio costante a livello satellitare, ha visto la correlazione tra la distruzione del manto boschivo e il rischio di morte di molte specie autoctone.

Nelle conclusioni si mettono in discussione le azioni legislative del Paese per proteggere l’intero habitat naturale. Senza nuove regole, gli sforzi di adattamento e mitigazioni saranno vani.

La traiettoria deve essere aggiustata. I ritardi nell’osservazione e catalogazione delle specie sono evidenti. Molto spesso, i piani non sono adeguatamente aggiornati. Questo comporta il fallimento nella protezione dell’intero territorio studiato.

La resilienza della foresta australiana

Nonostante la devastazione, la natura ha ripreso possesso delle aree danneggiate. Già a metà 2020, si potevano notare dai satelliti i primi segni di riforestazione.

Il portale The Conversation ha seguito gli eventi catastrofici e studiato le conseguenze sull’ambiente, gli animale e la popolazione indigena, constatando che con l’accelerazione del cambiamento climatico, gli effetti sono più gravi. Così, il paesaggio potrebbe non riprendersi mai del tutto.

Alcune telecamere posizionate nella foresta australiana per filmare alcune specie rare si sono sciolte durante l’incendio. Animali terrorizzati tentavano di mettersi in salvo. Il giornale ha anche stilato un elenco di varietà di uccelli, mammiferi, pesci, insetti e piante in pericolo.

Il ministero per l’agricoltura, risorse idriche e ambiente del governo australiano ha creato una task force di esperti per ricominciare la piantumazione e riprendere la vita nelle regioni bruciate.

Ci sono racconti di resistenza e rinascita che iniziano con un evento negativo. Sicuramente, gli incendi che hanno distrutto la foresta australiana ne sono un esempio. È tempo di impegnarsi per il ripristino e risanamento del territorio.

Ora è tempo di scegliere il futuro che vogliamo!

Si inizia riconoscendo il problema e localizzandolo. Il Global Forest Watch (GFW) è una piattaforma online che fornisce dati e strumenti per il monitoraggio delle foreste, in modo che ognuno possa entrare in possesso di informazioni in tempo reale su dove e come siamo in atto dei cambiamenti.

La foresta australiana è monitorata costantemente dal Global Forest Watch. Qui, si posso avere i dati sui mutamenti negli ultimi anni. (schermata dal sito)

Ma non basta, bisogna progettare il futuro. Più vasta è l’area interessata, più difficile sarà la ricolonizzazione. Per le specie che hanno un tasso di riproduzione basso è ancora più difficile ripopolare. Piccoli mammiferi, che possono sopravvivere sul breve periodo, si ritroverebbero in condizioni pessime nei mesi successivi.

L’introduzione di piante o animali alieni avrebbe un impatto devastante nei confronti di quelli nativi. Il lasso temporale da considerare è, comunque, considerevole. Gli acquazzoni di febbraio, che hanno rallentato il fuoco, hanno causato un danno più grande rispetto ai roghi. Chi non moriva asfissiato, annegava o veniva intossicato.

L’estate nera, come è stata ribattezzata dai media e dagli scienziati, non è ancora terminata. Una risposta collettiva e forte deve arrivare: dalle istituzioni, dai cittadini, dalla comunità internazionale. Continuare a pensare di non essere intaccati da questi fenomeni è anacronistico e sbagliato.

Amazzonia: un grido d’aiuto dall’Assemblea Mondiale

“Ora basta! Vogliamo difendere la nostra cultura, la nostra Amazzonia, condividendola con l’umanità. E se tu sei addormentato, se tu credi di poter vivere […] senza il bacino dell’Amazzonia, […] svegliati! […] Ci rimane davvero poco tempo. Invito tutti e tutte, da differenti parti del mondo: lasciamo perdere l’egoismo, l’invidia, la rabbia. […] È in gioco la nostra vita e la nostra casa, la nostra foresta, la nostra permanenza sul pianeta.” Così Gregorio Mirabal, esponente del Coordinamento delle Organizzazioni Indigene del Bacino Amazzonico (COICA), presenta l’Assemblea Mondiale per salvare il polmone verde del pianeta. Una due-giorni di denuncia collettiva. La lotta dei popoli che abitano quelle terre disboscate, incendiate e saccheggiate “dall’estrattivismo che violenta, obbedendo solo al potere e all’avidità”.

Amazzonizzati!: lo slogan dell’Assemblea Mondiale

Adesso o mai più. La pandemia in corso ha esacerbato i problemi che già esistevano prima del virus. “Questo tessuto nasce nell’angosciante certezza di sapere che non c’è più tempo. È ora di unirsi nella diversità dei saperi dei popoli di Abya Yala e del mondo, e nelle culture del prendersi cura, per restituire lo spirito della foresta all’umanità.” Una dichiarazione forte, un grido di disperazione. La compenetrazione tra uomo e natura è ancora più forte in questi territori. “I fiumi amazzonici ci attraversano, ci danno respiro, ci cantano canzoni di libertà; siamo figlie e figli della Terra e dell’Acqua, di cui le nostre radici si nutrono e in cui coesistono con le stelle del Giaguaro dell’Universo”.

È giunto il momento di rinascere. Utilizzano la metafora del parto: il dolore per nuova vita. Un tessuto ribelle di molti spiriti della foresta e del cemento. Tanti sono i protagonisti dell’Assemblea Mondiale che si è tenuta il 18 e 19 luglio, portando le istanze non solo delle loro comunità, ma facendo rete. I problemi, infatti, sono comuni. Le proposte sono volte a:

  • rafforzare il sistema di salute comunale interculturale in modo permanente;
  • posticipare l’attività di estrazione vicino alle comunità per non aumentare l’etnocidio;
  • proteggere i popoli in isolamento o contatto iniziale (PIACI);
  • sollecitare una missione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità;
  • implementare il Piano di Azione per l’Amazzonia Indigena per eradicare 200 anni di esclusione e razzismo strutturale.

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L’Assemblea Mondiale contro lo sfruttamento dell’Amazzonia

“La deforestazione è una delle principali fonti di emissioni di gas a effetto serra in Perù. Si deve, in gran parte, al cambiamento nell’uso del suolo dato dall’ampliamento del terreno agricolo, ai progetti per nuove infrastrutture e alle attività estrattive legali e illegali”, ha continuato la delegazione peruviana, descrivendo la situazione sempre più difficile. Per mantenere il fragile equilibrio sarebbe necessario aumentare le possibilità di godere della sovranità alimentare, aiutando la medicina tradizionale e dando impulso a un’economia resiliente.

La critica contro le autorità è aspra. A fronte dei discorsi ufficiali del governo peruviano durante forum internazionali, la politica interna è poi basata sull’estrazione come volano per la riattivazione dell’economia. Grandi progetti idroelettrici e minerari minacciano fortemente non solo gli abitanti, ma anche e soprattutto la biodiversità di questo territorio.

Ecuador e Bolivia all’Assemblea Mondiale

L’appello è raccolto da altri Stati. “L’estrattivismo in Ecuador è un virus più pericoloso del Coronavirus“. La pandemia ha portato alla luce tutte le contraddizioni del Paese, aumentando l’instabilità, la violenza e la violazione dei diritti. I casi di positività al Covid-19 nella regione, a metà luglio, erano più di duemila. “Quando a tutti veniva detto: “Restate a casa”, le attvità nella foresta amazzonica hanno accelerato.”, senza nessun tipo di controllo. La rottura di tre oleodotti durante il lockdown ha causato danni disastrosi per i fiumi della regione e messo a repentaglio la salute delle specie autoctone. “Bisogna transitare verso un nuovo paradigma che privilegi la vita.” hanno ribadito con forza.

L’Ecuador è il primo Paese al mondo a garantire diritti alla natura costituzionalmente. “Si devono stimolare le energie rinnovabili, la agroecologia, la sovranità alimentare, il trasporto alternativo, il turismo sostenibile e l’economia circolare.”

Rita Saavedra, attivista boliviana, continua la lotta personale e collettiva. “Ora le nuove autorità cercano di introdurre illegalmente semi transgenici” per rimpiazzare le colture che danno sostentamento da secoli e che sono sostenibili dal punto di vista ambientale. Dopo il Brasile, la Bolivia diventerebbe il secondo Paese per utilizzo di OGM. Cristina Hernaiz, attivista ambientale Rìos de Pie, è sicura quando afferma: “la pendemia è una malattia sistemica, generata dallo sfruttamento capitalista e coloniale. Saimo qui per dire al mondo che desideriamo giustizia razziale, che storicamente ci ha schiavizzato. Ci ha condotto alla crisi climatica attuale.”

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L’Amazzonia è in grave pericolo

I problemi per la foresta amazzonica sono molteplici. Le stime dell’Istituto di ricerca ambientale dell’Amazzonia (IPAM) stanno monitorando la situazione. A giugno, grazie alle elaborazioni satellitari, sono stati individuati quasi 2300 incendi. È il numero più alto registrato dal 2007. La stagione estiva è quella in cui si registrano più roghi. Le cause, spesso, non sono naturali. Gli incendi dolosi, infatti, sono in costante aumento. Si cercano nuove terre in cui far pascolare il bestiame o coltivare abusivamente.

La deforestazione rimane una delle preoccupazioni più grandi. La riduzione delle aree verdi è aumentata del 55% nei primi quattro mesi del 2020, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Anche per questo motivo, il Brasile ha messo a disposizione migliaia di soldati per la protezione della foresta amazzonica.

“Non vogliamo essere etichettati come antagonisti dell’ambiente” ha affermato Hamilton Mourao, vice presidente brasiliano. Il ministro dell’ambiente, Ricardo Salles, ha, però, sottolineato quanto l’emergenza sanitaria abbia aggravato la situazione. Non ha spiegato le motivazioni, ma spera che si argini la problematica.

La resilienza della foresta amazzonica

Le conclusioni di uno studio dell’Università di Lancaster frenano gli entusiasmi. L’abilità della foresta amazzonica di ricrescere sarebbe sovrastimata. La mitigazione è, infatti, inferiore, specialmente nei periodi di scarsità idrica. La crescita degli alberi ha rallentato, mentre le temperature sono aumentate di 0,1 °C ogni decennio.

“Con le siccità previste nel futuro, dobbiamo essere prudenti sull’abilità delle foreste secondarie di mitigare il cambiamento climatico. I nostri risultati hanno sottolineato la necessità di accordi internazionali per minimizzare gli impatti.” hanno sollecitato i ricercatori brasiliani e inglesi.

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Perchè dovremmo avere cura delle popolazioni indigene?

“La nostra stessa esistenza è intrinsecamente correlata al benessere e all’equilibrio del mondo naturale. Pertanto, mentre continuiamo a invadere e distruggere ecosistemi vitali – come barriere coralline e foreste pluviali tropicali – stiamo minando la nostra stessa sopravvivenza come specie umana e quella di molte altre specie vegetali e animali. La natura non chiamerà la polizia né ci farà causa in tribunale per questo, ci sta chiaramente mostrando che il cambiamento climatico è una sofferenza autoinflitta”. Così esordisce Ben Meeus, impiegato nel programma di difesa delle foreste pluviali, sponsorizzato dal Programma ambientale delle Nazioni Unite.

L’Assemblea Mondiale per l’Amazzonia è l’ultima tappa di un percorso di salvaguardia di queste popolazioni che vivono in sintonia con l’ambiente. Giocano un ruolo cruciale per la conservazione dell’habitat naturale e contro la perdita di biodiversità. Uno studio del 2018, intitolato Cornered by protected areas (Messi all’angolo dalle aree protette), stimola la riflessione sulle capacità di questi popoli. Nonostante gli annunci, i principali risultati della ricerca mettono in luce varie problematiche.

Agli annunci non hanno seguito le azioni. La Dichiarazione dei diritti dei Popoli Indigeni del 2007 è stato un passo significativo, ma non rivoluzionario. Le minoranze soffrono ancora del limitato riconoscimento e rispetto dei loro diritti.

La conservazione dei territori è una pratica che si sta espandendo, ma è fonte di ingiustizie per le popolazioni indigene, che si vedono costrette a emigrare e aumentando il disagio sociale. Le comunità rurali proteggono effettivamente la biodiversità e conservano al meglio il territorio, investendo in esso.

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Ristabilire l’equilibrio in Amazzonia

Dallo studio e dalle conclusione dell’Assemblea Mondiale emergono delle azioni urgenti da mettere in campo:

  • creare un meccanismo indipendente, trasparente, e globale di monitoraggio delle aree a rischio;
  • sviluppare un sistema nazionale di controllo sulla conservazione che sia effettiva;
  • rafforzare e promuovere approcci fondati sui diritti e sui modelli di conservazione;
  • assicurare un coinvolgimento delle organizzazioni internazionali, in primo luogo le Nazioni Unite.

Il grido disperato che si alza dalla foresta amazzonica è forte. Non ascoltarlo sarebbe l’ennesimo tentativo di oscurare una parte importantissima della comunità globale che è in perfetta sintonia con il pianeta. Rispettare le popolazioni indigene significa rispettare la terra.

La Corte dei Conti europea boccia la TAV: “benefici sovrastimati”

Troppo costosa, troppo inquinante. Questo il giudizio rilasciato dalla Corte dei Conti Europea la scorsa settimana per quanto riguarda la TAV, il collegamento ferroviario ad alta velocità che dovrebbe collegare Torino e Lione. In un documento che esamina 18 grandi infrastrutture europee, la Corte dei Conti ha ritenuto che il progetto abbia dei costi superiori al previsto. Ma soprattutto, che il presunto beneficio ambientale verrebbe raggiunto solo nell’arco di trenta o cinquanta anni, a seconda del traffico effettivo sulla tratta. A seguito di ciò, alcuni attivisti NO tav e di Fridays For Future hanno fatto riesplodere la protesta.

Tav Torino Lione: Il giudizio della Corte dei Conti Europea

Riportiamo i principali punti del giudizio rilasciato dalla Corte dei Conti Europea. L’analisi degli otto progetti di grandi infrastrutture cofinanziati dall’UE è disponibile integralmente in lingua inglese sul sito ufficiale.

“Abbiamo rilevato che la pianificazione di elementi chiave per gli otto megaprogetti analizzati necessita di miglioramenti e che ci sia il rischio che le previsioni di traffico siano troppo ottimistiche. Metà delle previsioni non sono state ben coordinate. Per la Lione-Torino e il collegamento Seine-Scheldt, le precedenti stime di traffico merci sono molto più alte dei livelli attuali di traffico. Per il tunnel del Brennero, i tre Stati Membri interessati non hanno ancora realizzato uno studio di traffico uniforme, e hanno messo in discussione i reciproci metodi e grafici. Tutto ciò mentre la Commissione non ha eseguito la sua analisi indipendente”.

Di fatto, i problemi principali rilevati dalla Corte dei Conti riguardano la sovrastima del traffico e dei benefici ambientali: “la costruzione di grandi infrastrutture di trasporto è una fonte rilevante di emissione di CO2 e vi è un forte rischio che gli effetti positivi siano sovrastimati. Inoltre, anche a livello economico il progetto tav risulterebbe non redditizio: “nel tempo, i costi degli otto megaprogetti sono aumentati di più di 17 miliardi di euro (47 %), spesso a causa di modifiche della concezione e portata dei progetti, nonché a causa di un’attuazione inefficiente. (…) La Corte ha inoltre individuato debolezze nelle analisi costi-benefici effettuate dagli Stati membri su questi investimenti per svariati miliardi di euro: le previsioni di traffico potrebbero rivelarsi oltremodo ottimistiche e alcuni progetti potrebbero non essere economicamente sostenibili”.

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La replica di Telt: la relazione si riferisce a studi superati

Non sono mancate le repliche. Prima fra tutte quella del Telt, il promotore pubblico incaricato di costruire e gestire l’infrastruttura, riportata da La Repubblica Torino: “L’aumento dei costi (+ 85%) cui fa riferimento la relazione della Corte dei conti Ue si riferisce a uno studio preliminare effettuato da Alpetunnel negli anni ’90, che riguardava una galleria di base con una sola canna, anziché le due attuali diventate obbligatorie per le normative di sicurezza. Il costo finale è stato certificato da un soggetto terzo a 8,3 miliardi di euro in valore 2012, convalidato e ratificato dagli Stati e ad oggi pienamente confermato”.

Luca Mercalli: “una cura peggiore del male”

Eppure sono tantissimi gli esperti che da tempo denunciano l’insostenibilità economica e ambientale dell’opera. Fra questi c’è sicuramente Luca Mercalli, climatologo e cittadino torinese. Egli ha commentato il nuovo studio con queste parole per Il Fatto Quotidiano: “Il documento finalmente recepisce l’inconsistenza dei vantaggi ambientali promessi dai promotori (…). Nel 2012 il gestore dell’infrastruttura francese ha stimato che la costruzione del collegamento Lione-Torino avrebbe generato 10 milioni di tonnellate di emissioni di CO2. Gli esperti consultati dalla Corte hanno concluso che le emissioni di CO2 verranno compensate solo 25 anni dopo l’entrata in servizio dell’infrastruttura, quindi dopo il 2055.

Ma se i livelli di traffico raggiungono solo la metà del previsto occorreranno 50 anni dall’entrata in servizio prima che le emissioni prodotte dalla CO2 per la costruzione siano compensate. E andiamo cioè al 2080, il che è del tutto incompatibile con il Green Deal europeo e l’esigenza di azzerare le emissioni al massimo entro il 2050. Come volevasi dimostrare, sarebbe una cura peggiore del male”. Riportiamo di seguito un estratto della trasmissione Scala Mercalli del 2016, in cui si approfondiva la questione TAV nel dettaglio.

Attivisti NO tav e FFF riaccendono la protesta

La sentenza della Corte dei Conti ha risvegliato il movimento NOTAV – in verità mai sopito – che da domenica sera ha attivato un presidio permanente in via Clarea, nella zona del cantiere della Torino-Lione. Alcuni attivisti si sono legati ai cancelli, mentre altri sono saliti sugli alberi. SkyTG24 riporta alcune dichiarazioni rilasciate dal movimento NOTAV: “Proprio perché sappiamo che fermare il Tav è possibile e oggi come ieri tocca a noi abbiamo lanciato un appello per un’estate che ci vedrà mobilitati sul territorio valsusino in un’attenta opera di monitoraggio e Resistenza ad ogni tentativo da parte del sistema Tav di distruggere ed attaccare il nostro territorio”. 

no tav

Anche Fridays For Future Valsusa ha aderito alla protesta. L’invito per gli attivisti è quello di unirsi al sit-in permanente con il seguente slogan: “DAL SALENTO ALLA VALSUSA LA TERRA È NOSTRA E NON SI ABUSA”. Si potrebbe pensare che il blocco del cantiere sia un metodo estremo e non efficace. Eppure ricordiamo che imprese simili nel passato hanno portato a risultati straordinari. Nel nostro blog avevamo raccontato la storia di Julia Hill, l’americana che ha vissuto per due anni su un albero per salvare la foresta di Humboldt County. Una storia che ricorda Il barone rampante di Calvino. Già nel 1957, Calvino denunciava il passaggio da un mondo in cui la natura dettava le regole e l’uomo le assecondava, ad un mondo in cui “gli uomini sono stati presi dalla furia della scure”.

Leggi il nostro articolo: “Julia Hill, la ragazza che visse 2 anni su un albero per salvarlo”

Tav Val di Susa: un’estate di mobilitazioni

La questione non finisce sicuramente qui. Gli interessi in ballo, soprattutto di matrice economica, sono tanti. Non sarà il giudizio della Corte dei Conti Europea a fermare definitivamente i cantieri della Tav. Possiamo però certamente affermare quanto segue: mentre qualche anno fa il dibattito era polarizzato a favore della costruzione del collegamento Torino-Lione, ora crescono le voci di dissenso, anche da fonti istituzionali. Gli attivisti hanno appena riacceso il fuoco della protesta e dichiarano di voler continuare per tutta l’estate. Monitoreremo le evoluzioni del dibattito e le azioni sul campo. Nel frattempo, ricordiamo che gli scenari attuali indicano una soglia di otto anni per rimanere sotto l’innalzamento di 1.5 gradi centigradi. Qualsiasi valutazione dovrebbe essere tarata su questo lasso temporale.

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