Sonic Sea: un documentario sui suoni del mare

Inquinamento acustico mare cargo

Sonic Sea, letteralmente mare sonico, è il titolo del documentario del 2016 diretto da Michelle Dougherty e Daniel Hinerfield, vincitore di diversi premi tra cui anche due Emmy Awards. Si tratta di un importante contributo di denuncia contro un fenomeno di cui non si immaginava nemmeno l’esistenza fino a pochi decenni fa: l’inquinamento acustico nei mari e negli oceani causato dall’uomo. Della durata di poco meno di un’ora, il documentario riassume chiaramente le maggiori cause di disturbo per la vita degli esseri marini, in particolare dei cetacei, e di alcuni eventi chiave che hanno portato alla luce questa problematica.

Sonic Sea trailer

Nella vita quotidiana di città siamo costantemente sottoposti a fonti di inquinamento gestite secondo normative specifiche e, fra queste, il suono non è da sottovalutare. Probabilmente per chi abita vicino a una stazione o un grande centro metropolitano, o semplicemente ha dei vicini di casa particolarmente irrispettosi può non sembrare una novità, ma gli effetti prolungati all’essere sottoposti ad alti livelli sonori possono avere seri danni per la salute fisica e mentale. Tra questi ricordiamo: irritabilità, disturbi del sonno, danni al cuore e perfino una riduzione delle capacità cognitive nei bambini secondo un rapporto dell’Agenzia Europea dell’Ambiente.

Purtroppo non vi sono altrettante attenzioni per quanto riguarda l’inquinamento sonoro dei mari. E questo fatto è ancora più grave se si considera che l’acqua è un ottimo mezzo per la propagazione di onde sonore. Così come la luce riesce ad attraversare l’aria, allo stesso modo il suono si diffonde negli oceani. Ed è anche per questo motivo che diverse specie marine si affidano al suono per la loro sopravvivenza, poiché la luce non penetra a sufficienza sotto il livello del mare per consentire loro di orientarsi con la vista.

I cetacei, in particolare, hanno sviluppato un’abilità nel generare suoni così elaborati da essere considerati al pari di una lingua parlata e riescono a farsi sentire per migliaia di chilometri di distanza. Ad esempio, un cucciolo di balena sarebbe in grado di ritrovare la madre anche da una parte all’altra dell’oceano se si perdesse, grazie alla facilità del suono di raggiungere grandi distanze in acqua. Tuttavia, poiché queste capacità sono sfruttate per nutrirsi, accoppiarsi, proteggersi dai pericoli e, in breve, per vivere, i cetacei sono incredibilmente sensibili all’inquinamento acustico.

Quello che non sapevamo

Il fattore di cui non si era a conoscenza fino a non molti anni fa, era la quantità di pressione sonora prodotta artificialmente dall’uomo sotto la superficie dell’acqua. Nella pellicola Sonic Sea vengono individuate e approfondite tre principali fonti inquinanti: il traffico navale, le esplorazioni petrolifere dei fondali marini e i sonar.

  • Traffico marittimo: il traffico nautico comprende numerose attività umane, a partire dalle navi da cargo e la pesca fino a giungere alle navi da crociera e i traghetti. L’incremento delle connessioni via mare, in particolare, è stato molto influenzato da processi di globalizzazione. Ad oggi, la maggior parte degli scambi commerciali avviene via nave e in quantità di quattro volte superiori agli anni settanta. Le navi di grandi dimensioni producono diversi “rumori silenziosi” all’orecchio umano (per es. vibrazione del motore, frizione dello scafo contro l’acqua e il rumore causato dalle eliche), ma che sono udibili da alcune specie, come la balenottera comune, e si sovrappongono ai loro suoni, causando interferenze sempre maggiori con l’intensificarsi delle rotte navali.
  • Indagini geosismiche con airgun: ad avere un impatto più diretto è uno degli strumenti utilizzati nelle indagini geosismiche con lo scopo di trovare nuovi giacimenti di petrolio o gas sul fondo del mare. Tale strumento viene chiamato airgun, ed è di fatto un’arma ad aria compressa che invia onde d’urto verso il fondale marino. L’analisi delle onde di ritorno permette di comprendere molte cose sulla conformazione geofisica della zona, tuttavia, è una fonte ad alto impatto sui mammiferi marini. Esso produce vere e proprie esplosioni subacquee che possono danneggiare l’udito anche in maniera permanente, se non addirittura causare la morte.
  • Sonar: infine, un’altra tecnologia ampiamente utilizzata dalla marina militare, ma non solo, è il sonar. Con un ampio range di frequenze i sonar si sono rivelati estremamente pericolosi lesionando l’apparato uditivo e anche tessuti cerebrali dei cetacei. Inoltre, per sfuggire a questi suoni, spesso gli animali riemergono verso la superficie con troppa velocità, il che, come ogni esperto di immersioni saprà, può causare emboli letali. Questo fenomeno è stato anche ricollegato a diversi episodi di spiaggiamento in massa di cetacei, come narrato nel documentario.

Le immagini e le registrazioni riportate in Sonic Sea sono una prova evidente di come l’insieme di questi fattori possano avere un effetto devastante nel breve e lungo termine sulla vita dei cetacei. Gli animali nel mare non hanno modo di abbassare il volume quando è troppo alto, non hanno né via di fuga né mezzi per proteggersi e bisogna quindi tenerne conto nello svolgimento delle attività umane.

Rappresentazione grafica del traffico marittimo mondiale

Sfortunatamente il Mar Mediterraneo non fa eccezione a questo tipo di inquinamento. Infatti, sebbene rappresenti una superficie minima rispetto alla totalità degli oceani della Terra, ospita fino al 15% del traffico marittimo mondiale. Non bisogna dimenticare che sul totale della diversità di specie marine conosciute il 7,5% si trova nel Mediterraneo e si contano 8 specie di cetacei che frequentano abitualmente queste acque, tra cui la balenottera e il delfino comune, il capodoglio, lo zifio e la stenella striata. Su alcune di queste specie non vi sono dati sufficienti per conoscerne lo stato di conservazione, mentre le rimanenti sono considerate vulnerabili o in pericolo di estinzione. Di conseguenza, l’inquinamento acustico potrebbe giocare un ruolo chiave per il futuro di questi cetacei.

Per ulteriori informazioni si veda il report del WWF aggiornato al 2021.

Cosa si può fare

Sebbene il problema possa sembrare insormontabile, esistono alcune alternative per mitigare l’inquinamento acustico subacqueo. Si tratta di miglioramenti sia tecnologici che logistici nati dalla riflessione su come raggiungere una migliore convivenza dell’uomo con entità non umane nei nostri mari.

Un semplice esempio potrebbe essere l’imposizione di limitazioni delle attività antropiche in aree in cui sono presenti specie a rischio di estinzione, o durante il periodo delle migrazioni e degli accoppiamenti. Allo stesso tempo è possibile usare tecnologie alternative per rendere le navi più efficienti e ridurre le frequenze, oltre che limitare la potenza della fonte sonora nel caso in cui siano avvistate specie sensibili.

In definitiva, esistono delle possibilità di miglioramento, ma rimane di fondamentale importanza portare avanti le ricerche in questo campo per avere dati sempre più aggiornati sulla sensibilità di ogni specie e degli effetti delle nostre abitudini sulle loro. Solo così si potranno portare avanti campagne di informazione volte anche alla creazione di norme per la protezione della biodiversità più specifiche e stringenti.

Dove vedere Sonic Sea

Il documentario non è facilmente reperibile attraverso le piattaforme di streaming, tuttavia, all’interno del sito dedicato al documentario si può trovare una sezione apposita per richiedere delle proiezioni per scuole, università o altre organizzazioni.

In alternativa, sempre sul sito sonicsea.org è possibile acquistare la visione del documentario su Vimeo On Demand per 2,49$.

Per chi ha confidenza con l’inglese e poco con il tema, Sonic Sea è l’opzione perfetta. Guardare questo documentario è un modo semplice ma efficace per cominciare ad informarsi ed ottenere una visione generale del problema. La presenza di alcune registrazioni ed immagini forti è di grande impatto sensoriale, ma in maniera positiva. Infatti, nessun articolo scritto potrà darci la sensazione di avvicinarci alla vita di una balena o di un delfino allo stesso modo.

“Seaspiracy” e l’insostenibilità della pesca

A distanza di sette anni dal discusso documentario “Cowspiracy”, Kip Andersen, nei panni di produttore esecutivo, affiancato dal regista Ali Tabrizi, torna a denunciare una realtà attuale quanto drammatica; quella dell’impatto antropico sugli oceani. Una delle tante che vengono nascoste ai nostri occhi ogni giorno. Tabrizi mette in gioco se stesso per capire meglio cosa si celi dietro la pesca industriale. Corruzione, giochi di potere, schiavismo e distruzione ambientale sono solo alcuni dei temi che vengono affrontati in questo meraviglioso documentario; disponibile su Netflix a partire dal 24 marzo.

Prima tappa Taiji, Giappone

Questo documentario ha lo scopo di denunciare le ingiustizie che ogni giorno, silenziosamente, massacrano gli oceani del Pianeta ed i suoi abitanti. Ali Tabrizi ha deciso di iniziare questo viaggio dando voce ad una terribile pratica che tutt’oggi lascia sgomenta gran parte del Mondo. La mattanza dei delfini a Taiji, che ha luogo in una baia nel sud del Giappone.

Il governo giapponese si impegna molto per far si che la gente non ne sappia niente. Chi si oppone è messo in prigione e chi cerca di documentare viene seguito h24. E’ essenziale nel 2021 informare su ciò che accade a Taiji. Se non risolviamo questo terribile massacro come possiamo pensare di salvare e tutelare gli oceani? La baia nella quale avviene la mattanza dei delfini è grossa quanto un campo da calcio. E’ impensabile che non si possa cambiare le cose.

Ric O’Barry fondatore di “Dolphin Project“.

Purtroppo lo scenario è lo stesso per una settimana o più; circa 13 barche escono molto presto dal porto per andare a speronare pod (gruppi familiari) di delfini disturbandoli con forti rumori e spingendoli verso la baia. Una volta lì alcuni vengono catturati per poi essere venduti al mercato dei parchi acquatici, ma la maggiorparte invece viene annegata e arpionata. Ma per quale motivo?

Un pod di globicefali si radunano insieme, alla ricerca di una via di fuga. 
Sarebbero stati tutti massacri diverse ore dopo, ad eccezione di uno.
Crediti: Dolphin Project

La caccia ai delfini di Taiji continua ad essere sostenuta, sottoscritta e finanziata dall’industria dei parchi acquatici. Un delfino vivo vale parecchio. Perciò l’obiettivo è catturare giovani esemplari di delfini e balene e rivenderli a tali parchi. La cattività in vasche di cemento li priva di tutto ciò che rende la vita degna di essere vissuta e spesso si lasciano morire. Tutto ciò che non vogliono fare sono costretti a farlo.

Lori Marino, fondatrice di “The whale sanctuary project

La domanda più ovvia a questo punto che si pone Ali è: quanto può valere un delfino morto? Da alcune ricerche è risultato che dal 2000 al 2015, per ogni delfino catturato e rivenduto ai parchi ne sono stati eliminati 12. Perchè ucciderli se la mattanza dei delfini è alimentata dall’industria della cattività? La risposta può essere formulata solo da coloro che dedicano la propria vita a contrastare tali ingiustizie, come Sea Shepherd:

La risposta è: disinfestazione. Per i pescatori i delfini rappresentano la concorrenza, poichè mangiano grandi quantitativi di pesce. Perciò, sbarazzandosene, avranno più pescato a loro disposizione. In altre parole, è una reazione alla pesca eccessiva che ha luogo a Taiji.

Tamara Arenovich, Sea Shepherd crew

Non solo delfini

A pochi km da Taiji vi è il porto di Kii-Katsuura, il quale cela dietro ai propri cancelli un altro dramma. Questa volta ad essere coinvolto è un pesce: il tonno. Rendere i delfini il capro espiatorio per la pesca eccessiva permette alle flotte pescherecce nipponiche di perseverare nell’industria multimiliardaria del tonno e declinare qualsiasi responsabilità ecologica.

Le cifre che circolano riguardo al tonno ed in particolare alla varietà “rossa” sono drammatiche. I prezzi che raggiunge la sua carne sono i più alti in assoluto, proprio per la sua sempre maggiore scarsità negli oceani di tutto il globo; un solo esemplare può essere venduto anche per 3 mln di dollari ed il settore ne vale 42 all’anno.

Mercato del tonno di Tokio

Il settore è a rischio di sovra sfruttamento e, ad oggi, rimane solo il 3% della specie. Purtroppo il tonno non è l’unica specie di valore pescata. Un altro pesce è al centro del commercio ittico nipponico: lo squalo. Una volta a Tokio, Ali si è trovato davanti ad una scena agghiacciante: distese di corpi di squali ai quali venivano recise le pinne.

Lo shark finning (o spinnamento degli squali) è un’altra industria multimiliardaria, spesso legata ad attività criminali e associazioni mafiose. Gli squali di tutto il mondo vengono uccisi per le pinne, le quali vengono vendute in Asia, specialmente in Cina per la tipica zuppa.

Seconda tappa Hong Kong, Cina

Il mistero che avvolge la caccia agli squali incuriosisce Ali, tanto da partire alla volta di Hong Kong, nota come “la capitale delle pinne di squalo”. Ciò che vi trova è sconvolgente: pinne ovunque.

La presenza degli squali negli oceani non deve spaventarci, mentre la loro assenza si. Questi ultimi mantengono in salute gli oceani, oltre che le risorse ittiche sane e gli ecosistemi vivi. Se portassimo gli squali all’estinzione l’oceano diventerebbe una palude.

Leggi anche il nostro articolo: “Overfishing: UE accusata di ipocrisia e neocolonialismo”

Proprio come il tonno rosso, il numero degli squali sta crollando. Lo squalo volpe, toro e martello si sono ridotte dell’80% fino al 99% della popolazione negli ultimi decenni. Ogni anno almeno 50 mln di squali vengono catturati a causa del “bycatch” assieme al pescato destinato alle nostre tavole.

Ali Tabrizi ad Hong Kong
Crediti:  Lucy Tabrizi

Secondo alcune stime, il 40% del pescato viene rigettato in mare come “cattura accessoria” in gran parte già morto prima ancora di rientrare in acqua. Dunque impedire il commercio di pinne destinate alle zuppe è solo un granello di sabbia rispetto alla vera entità del problema; la pesca è dannosa quanto, se non più, dello shark finning (limitato all’Asia), essendo praticata in tutto il Pianeta.

Le catture accessorie sono le vittime invisibili della pesca industriale. Vengono definite “accidentali”, ma in realtà è un elemento perfettamente calcolato nell’economia della pesca. Esistono oltre 100 regolamenti di pesca per ridurre tali catture; ma con più di 4 mln e mezzo di pescherecci commerciali in mare aperto i governi hanno rinunciato a farli rispettare. A Taiji viene ucciso 1/10 dei delfini che rimangono vittime nelle reti francesi, ed il governo bada bene di non divulgare tali informazioni. Queste cifre devono far riflettere.

Il marchio “salva delfino”

La più grande minaccia per balene e delfini è la pesca commerciale; ogni anno più di 300.000 esemplari rimangono vittime di tale pratica. Tutti noi, quando dobbiamo acquistare del pesce in scatola (come il tonno) preferiamo mirare a marchi che presentano la qualifica “salva delfino”, pensando che siano sostenibili. Purtroppo, invece, molto spesso le etichette coprono ciò che realmente accade in mare.

La qualifica “salva delfino” su di una scatoletta di tonno.

Tale qualifica purtroppo non è garantita. Un controsenso? Proprio così. Lo afferma la stessa organizzazione che si trova dietro il marchio, l’ “Earth Island Institute”:

Se vuoi usare tale logo non puoi uccidere nemmeno un delfino, altrimenti sei fuori. Sfortunatamente non possiamo garantire che ogni lattina sia “dolphin safe”; una volta che i pescherecci sono in mezzo all’oceano non è possibile controllarli. Si, a volte mandiamo degli osservatori a bordo ma spesso vengono corrotti, e così ci si deve fidare dalla parola del capitano.

Mark J.Palmer dell’ “Earth Island Institute”

Una vera e propria frode. Questo marchio, riconosciuto a livello internazionale, è una montatura, dal momento che non garantisce assolutamente nulla. Inoltre, il 46% della plastica presente nel Great Pacific Garbage è costituita da reti e attrezzatura da pesca. Ma di questa correlazione (Pesca= Inquinamento) se ne parla pochissimo. Perchè le campagne contro la plastica non parlano della pesca come primo colpevole?

Visitando i siti delle principali organizzazioni che trattano l’inquinamento da plastiche si possono notare centinaia di incoraggiamenti ad abbandonare l’utilizzo di cannucce, bustine del thè e gomme da masticare; ma nessun cenno alla pesca ed ai suoi rifiuti. Si è scoperto che dietro una delle realtà che più incarna la denuncia all’utilizzo della plastica, “Plastic Pollution Coalition”, vi è l’ “Earth Island Institute”. La stessa organizzazione che gestisce il marchio “Dolphin Safe”. Ecco spiegato il silenzio sulla correlazione pesca-plastica. La corruzione parte dalle stesse realtà che dovrebbero tutelare il mare. Terribile.

La pesca ed il cambiamento climatico

Ogni singola specie è interconnessa e necessaria nel mantenere in equilibrio l’oceano e l’atmosfera del nostro Pianeta. Sembrerà incredibile, ma la forza generata dagli animali che si muovono lungo la colonna d’acqua nell’oceano, in termini di rimescolamento, è alla pari di tutti i venti, maree, onde e correnti messe assieme. Tale rimescolamento è uno dei modi in cui gli oceani assorbono il calore dall’atmosfera. Mentre nuotano, gli animali spingono in profondità le acque superficiali più calde mescolandole con quelle più fredde sottostanti.

Tutto ciò è oggetto di diversi studi, i quali affermano che la decimazione della fauna marina potrebbe interferire con tale processo di assorbimento, contribuendo così all’innalzamento delle temperature. Gli oceani ed i suoi abitanti hanno un ruolo molto più importante di quanto ci si aspettasse. La vita negli oceani è cruciale nel tenere a bada il carbonio ed impedire che venga rilasciato nell’atmosfera.

Le piante marine, ad esempio, svolgono un ruolo fondamentale: accumulano fino a 20 volte più carbonio per ettaro delle foreste emerse. In effetti, il 93% della CO2 mondiale si trova nell’oceano grazie alla vegetazione marina. Perdere solo l’1% di questi ecosistemi equivale ad immettere nell’atmosfera le emissioni di 97 mln di automobili. Continuando l’estrazione dei pesci stiamo disboscando gli oceani; infatti, nel processo di pesca vengono distrutti interi ecosistemi ed habitat. La prima a contribuire è la pesca a strascico, che lascia dietro di se distruzione ed depauperamento.

MSC, la certificazione dell’incoerenza

Ali ha provato più volte a contattare la Marine Stewardship Council (MSC), un’organizzazione internazionale non-profit che si occupa del problema della pesca non sostenibile, con lo scopo di garantire l’approvvigionamento di prodotti ittici anche per il futuro; ma senza successo. Questo è quanto vi è scritto sul loro sito:

“La nostra missione è affrontare il problema della pesca non sostenibile e salvaguardare le risorse ittiche per il futuro. Con l’aiuto dei nostri partner, e di consumatori attenti alla sostenibilità, vogliamo innescare un circolo virtuoso verso un mondo sempre più sostenibile. Il programma di certificazione e di etichettatura MSC permette a tutti di svolgere un ruolo nel garantire un futuro sano per i nostri oceani.”

Il logo del Marine Stewardship Council (MSC)

La più grande organizzazione di pesca sostenibile al Mondo si rifiuta di rispondere alle domande del regista. Perchè? Conflitto di interessi. Dopo alcune ricerche, Ali si rende conto che uno dei fondatori di MSC era la multinazionale Unilever, uno dei maggiori distributori di pesce. Inoltre, l’80% dei 30 mln di reddito annuale viene dalla licenza del marchio sui prodotti ittici. In altre parole, più etichette blu vengono concesse più aumentano i guadagni.

Esiste una forma di pesca sostenibile?

Questa è la domanda che si pone il regista alla fine del documentario. E la risposta è NO. Non esiste un prelievo di animali selvatici su larga scala che possa corrispondere al termine “sostenibile”. Non è possibile far rispettare le leggi sulla pesca, ritenuta sostenibile, a tutte le barche in mare aperto. Si è assistito in più parti del mondo ad assassinii di osservatori sui pescherecci, per tenere nascosta l’illegalità di alcune azioni.

Negli Stati Uniti, ad esempio, un pesce di importazione su tre è pescato e venduto illegalmente. Spesso viene sottratto ai Paesi più poveri, dove è oggetto di guerre. Si pensi al fenomeno della pirateria in Somalia; tutto si è originato dalla pesca illegale. Coloro che erano umili pescatori, trovatisi difronte alle flotte pescherecce del Mondo esterno (illegali) e derubati delle proprie risorse ittiche, son stati instradati alla pirateria per potersi sostentare.

Spesso si associano gli allevamenti ittici alla sostenibilità. Niente di più sbagliato. Bisogna tener di conto delle malattie, dell’inquinamento, del cibo che viene somministrato ai pesci ed altri fattori che spesso sfuggono alle regolamentazioni internazionali. L’industria sostiene che per produrre 1 kg di salmone da allevamento servano solo 1,2 kg di mangime. Facendo un focus su quest’ultimo però, c’è da rabbrividire: è composto da farine ed olio di pesce, la cui produzione richiede un gran quantitativo di esemplari. Ad oggi, circa il 50% del totale del pesce proviene da allevamenti intensivi da tutto il Mondo.

Ciò che ognuno di noi può fare per proteggere gli oceani ed i suoi abitanti è non mangiare pesce o, quanto meno, ridurne il consumo. Aumentando la protezione e riducendo drasticamente la pesca, ristabilendo l’equilibrio e la salute degli ecosistemi, ci sono buone probabilità di superare i problemi. Gli ecosistemi marini hanno la capacità di riprendersi in fretta, se gli viene data la possibilità. Le prospettive di recupero sono realizzabili, ma solo quando verranno istituite enormi aree marine protette (no-take zone) ed i governi inizieranno a far sentire davvero la propria voce. Fino a quel momento, la cosa più etica da fare è: smettere di mangiare pesce.

Ciò che è certo è che consumare pesce ai ritmi odierni non è in alcun modo sostenibile. Alcune stime ci dicono che, se continueremo così, entro il 2048 gli oceani potrebbero essere completamente svuotati. Alla luce di quanto sopra e, soprattutto, dopo la visione di questo documentario, il nostro consiglio, per chi non sia disposto ad eliminare il pesce dalla propria dieta, è quello di ridurne l’assunzione quanto più possibili e di evitare le specie appartenenti agli stock più sfruttati come, ad esempio, il tonno. In ogni caso, prima di prendere una decisione, L’EcoPost consiglia vivamente la presa visione del documentario in modo che ognuno possa scegliere con consapevolezza il da farsi.

20 cartoni e film sull’ambiente per bambini e ragazzi

cartoni e film sull'ambiente

Prima di natale abbiamo pubblicato due articoli relativi ai migliori film e documentari sull’ambiente. Alcuni di quei titoli sono adatti anche alle fasce più giovani, ma esistono ulteriori titoli di pellicole animate e film per trasmettere l’amore per la natura ai più piccoli. Da Wall-E ai capolavori ambientalisti giapponesi, da Lorax a Sulle ali dell’avventura. Cartoni divertenti e film educativi per insegnare alle giovani generazioni l’importanza del rispetto per l’ambiente.

Lista dei cartoni e film sull’ambiente per bambini e ragazzi

Ecco l’elenco di cartoni e film sull’ambiente per bambini e ragazzi. Potete visionare tutti i trailer nella Playlist creata all’interno del nostro canale Youtube, cliccando al seguente link.  

1. Wall-E (2008)
2. Sulle ali dell’avventura (2019)
3. Lorax (2012)
4. Mia e il leone bianco (2018)
5. L’uomo che piantava gli alberi (1987)
6. La marcia dei pinguini (2005)
7. Il pianeta verde (1996)
8. La volpe e la bambina (2007)
9. Mia e il Migù (2008)
10. Turtle – l’incredibile viaggio della tartaruga (2009)

11. Okja (2017)
12. Happy Feet (2006)
13. Free Willy (1993)
14. Chimpanzee (2012)
15. La tartaruga rossa (2016)
16. Nausicaa della Valle del Vento (1984)
17. Pom Poko (1994)
18. Principessa Mononoke (1997)
19. La città incantata (2001)
20. Ponyo sulla scogliera (2008)

Wall-E e Lorax: divertenti e profondi

Fra i cartoni ambientalisti certamente più famosi troviamo Wall-E di casa Disney-Pixare e Lorax della Universal Pictures. Il primo ritrae il pianeta Terra ormai invaso dalla spazzatura. Gli uomini si sono rifugiati su una navicella nello spazio. Proprio da quest’ultima arriva Eve, un altro robot intento a ricercare forme di vita rimaste sul pianeta. L’amore dei due Robot porterà ad un cambiamento decisivo per il destino degli uomini e della Terra. Lorax racconta qualcosa di simile ma con scenari diversi: parla di un ragazzo nato e cresciuto in una città artificiale dove il suolo è di plastica e gli alberi si ricaricano a batterie. La natura è scomparsa e l’aria si vende come un prodotto. Il ragazzo andrà quindi alla ricerca della natura e si farà aiutare da Lorax, il guardiano della foresta.

Di foreste a rischio e del problema della deforestazione parlano i cartoni Mia e il Migù e Epic – Il mondo segreto. Mia è una bambina del Sudamerica che attraversa un mondo incantato e simbolo della natura inviolata per raggiungere suo padre, operaio in un cantiere di un grande complesso alberghiero costruito nel cuore della foresta amazzonica. A proteggere la foresta ci sono i Migù, esseri magici con la missione di proteggere il cuore del pianeta. Anche in Epic – il mondo segreto troviamo il rapporto padre-figlia e dei minuscoli soldati a difesa della foresta. Di tutt’altra natura sono il cartone animato Happy Feet, che affronta con divertimento il problema della pesca artica, e La tartaruga Rossa, in cui il silenzio e la musica rispecchiano i suoni della natura senza l’interferenza della parola umana.

Leggi anche: “Capri-Revolution, un film che aiuta a comprendere l’ambientalismo”

Cartoni e film sull’ambiente e gli animali

Il tema delle tartarughe era già stato affrontato anni prima in Turtle L’incredibile viaggio della tartaruga. Questo documentario naturalistico racconta il viaggio di una tartaruga dall’America all’Africa, con tutti i pericoli posti dal riscaldamento globale. Altro titolo da non perdere, premiato agli Oscar come “miglior documentario” è La Marcia dei Pinguini. La voce di Fiorello guida l’incredibile viaggio dei pinguini Imperatori in mezzo ai ghiacci artici. Il tema ecologista non è trattato direttamente ma l’amore per la natura nasce in maniera spontanea grazie alla potenza delle immagini. Dall’impatto visivo altrettanto forte segnaliamo Chimpanzee, altro documentario naturalistico che segue la storia di Oscar, un giovane scimpanzè rimasto solo nelle foreste della Costa d’Avorio e preso in custodia da un suo simile.

L’equilibrio fra uomo e mondo animale

Sul complicato equilibrio fra uomo e mondo animale troviamo altri interessanti titoli, fra cui Mia e il Leone Bianco. In questa pellicola viene trattato il tema degli allevamenti di animali. Mia cresce in una famiglia del Sudafrica che, a sua insaputa, alleva leoni e si ritroverà ad intraprendere un viaggio per proteggere Charlie, leone bianco, dalla vendita del padre al migliore offerente. Lo stesso contrasto è sceneggiato in Okja, film prodotto fra gli Stati Uniti e la Corea del Sud. Il problema dell’allevamento della carne viene in questo caso raccontato con scene forti e violente, non adatte ai cuori sensibili.

Anche in Free Willy, commedia avventurosa degli anni ’90, un giovane ragazzo cerca di salvare un esemplare di oca rinchiusa in uno zoo. La volpe e la bambina della casa cinematografica Lucky Red narra invece la storia d’amicizia fra la protagonista e una volpe selvatica. L’insegnamento del rispetto per la natura è evidente lungo tutto il film.

Sulle ali dell’avventura: un film sull’ambiente da non perdere

Per concludere con questo filone, degno di lode è la pellicola francese Sulle ali dell’avventura. Uscito nel 2019, affronta il tema della perdita di biodiversità. Un figlio costretto a trascorrere le vacanze con il padre, verso il quale inizialmente non prova nessuna stima, fino a quando non scopre che proprio nel suo laboratorio sta architettando un piano per salvare le oche selvatiche e offrire loro una rotta migratoria sicura. Emozionante, delicato, e soprattutto tratto da una storia vera, Sulle ali dell’avventura è il film perfetto da vedere in famiglia o a scuola per educazione ambientale.

Segnaliamo inoltre altri due spunti filmografici visionabili con i ragazzi. Il cortometraggio L’uomo che piantava gli alberi, inspirato al libro di Jean Giono e vincitore del Premio Oscar come miglior cortometraggio animato, e Il pianeta verde. Quest’ultimo, sebbene datato, dipinge con comicità il contrasto fra il nostro mondo inquinato e il Pianeta Verde, in cui l’uomo vive in armonia con i suoi simili e con la natura.

Il filone dei cartoni ecologisti giapponesi

Ultimi, ma non per importanza, menzioniamo i cartoni giapponesi ambientalisti. Seppur tramite scenari e metodi narrativi totalmente diversi da quelli “occidentali”, i film dello Studio Ghibli diretti da Hayao Miyazaki sono considerati dei veri e propri capolavori ecologisti. Nausicaa della Valle del Vento, Pom Poko, Principessa Mononoke, La città incantata e Ponyo sulla scogliera. In ognuno di questi film d’animazione la tematica ambientalista viene affrontata più o meno direttamente, sottolineando le relazioni del cambiamento climatico con il sistema capitalista. Non resta dunque che scegliere, fra i vari titoli proposti, quali proporre alle giovani generazioni per trasmettere loro l’amore per la Terra e la necessità di salvaguardarla.

Leggi il nostro articolo: “Pachamama, il gioco da tavolo per fermare la crisi climatica e salvare il pianeta”

Capri-Revolution, un film che aiuta a capire l’ambientalismo

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Isola di Capri, inizi del ‘900. Famiglie di pastori, pochi abitanti, un solo medico inviato dallo Stato, ricordatosi miracolosamente di questo luogo nascosto e dominato dalla natura selvaggia. Già a pochi minuti dall’inizio del film, però, il regista Mario Martone distrugge il velo di Maya e la sua banalità. Infatti, sul palcoscenico della pur sempre meravigliosa isola amalfitana, compare prima un gruppo di hippie nudisti, totalmente in contrasto con lo stile di vita modesto degli isolani. Poi, l’orrore di un radicato e violento maschilismo da parte della famiglia di pastorelli capresi. Infine l’ombra della guerra che non risparmia nessuno nel mondo, nemmeno questa piccola, insignificante isola. La natura, nel frattempo, viene idealizzata, mistificata, sottovalutata, male interpretata dai vari personaggi del film, che formano uno spettro di umanità molto vario e spaventosamente attuale.

Lo sguardo di Lucia

Il regista ci accompagna tra la moltitudine di questi temi attraverso lo sguardo e, quindi, il punto di vista di Lucia, la protagonista. In questo modo Martone ha creato molta suspense e colpi di scena che rendono la pur lunga pellicola piacevole e scorrevole. Lucia è una ragazza di quasi vent’anni che vive con la madre, il padre malato e i fratelli, in una minuscola casetta su un’altura defilata dal mare. Il suo lavoro è pascolare le capre, oltre che aiutare la madre con le faccende di casa. Durante le sue peregrinazioni con il gregge, Lucia entra piano piano in contatto con un gruppo di artisti hippie provenienti dalle più disparate nazioni europee. Essi amano stare nudi, in gruppo, cantando, ballando, dipingendo e mettendo in scena strane esibizioni di arte contemporanea.

Inizialmente, agli occhi di Lucia e ai nostri, sembrano invadenti, boriosi, irrispettosi della tranquilla e rurale vita caprese. È quest’ultima infatti a dare l’impressione di essere “dal lato giusto” della storia: semplice e in armonia con la natura. Con il passare del tempo e non senza una buona dose di innocente curiosità da parte della pastorella, iniziamo a conoscere il gruppo di stranieri. Allo stesso modo entriamo anche nella casa di Lucia per scoprirne l’oscurità che si cela dietro a quella vita apparentemente semplice e innocente.

capri-revolution
Fishing off the coast of Capri, Bernard Hay

Capri-Revolution mostra le contraddizioni della società

Nel corso del film vengono evidenziate le enormi differenze tra due mondi opposti e che rispecchiano anche le problematiche della società attuale. Una società che come allora comprende da un lato una élite un po’ piena di sé, in auto-isolamento dalla “plebe”, che utilizza metodi di comunicazione molto astratti e incomprensibili ai più, quasi avesse un proprio linguaggio in codice. Dall’altro le persone con pochi mezzi, meno cultura e uno stile di vita più concreto. Nessuno dei due stili di vita, dal punto di vista ambientale e sociale, è totalmente corretto. Così come nessuna delle due parti commette errori madornali.

Gli “hippie” di Capri-revolution, per esempio, non mangiano carne, o “cadaveri”, come li chiamano loro, e questa è chiaramente una buona abitudine. Essi non sono però ben informati su come integrare le proteine, fondamentali per uno stile di vita sano. Questa carenza avrà conseguenze anche gravi su alcuni membri del gruppo. Oppure utilizzano soltanto la medicina naturale, ma in alcuni casi questa non basta, e impone di scendere a patti con una modernità ben più cruda e “reale” di come viene dipinta nel loro mondo idealizzato. Per non parlare delle deviazioni fanatiche di alcuni membri del gruppo, che portano con sé tutto tranne che un messaggio di pace ed ecologia.

Per quanto riguarda la famiglia di Lucia, questa, certo, vive in modo molto modesto. Mangiano prodotti (carne compresa) locali, pascolano le loro capre e dedicano del tempo alla spiritualità, non cedendo alle dinamiche della frenesia e dell’ingordigia borghese. Lucia però è maltrattata e comandata dai fratelli solo perché donna. Inoltre la carne viene consumata ad ogni pasto. Infine, quando arriva l’elettricità a Capri, essi ne sono felicissimi, senza giustamente considerarne le conseguenze ambientali e sociali.

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I mediatori: la chiave della società?

Tra gli estremi di questi due gruppi esiste una fiumana di altre persone, rappresentate, genericamente parlando, dalla media borghesia. Queste spesso possono davvero fare la differenza. Da un lato la classe media è stata in grado di scatenare una guerra mondiale, di dare l’avvio alla combustione fonti fossili per ricavare energia ottenibile in altro modo, e di rendere la rincorsa ai beni materiali un bisogno insaziabile. Dall’altro, alcune persone appartenenti a questa categoria, possono diventare il tramite positivo tra i due poli sopracitati i quali, forse, non sono poi così opposti.

In Capri-revolution i mediatori sono rappresentati dal medico del villaggio e da Seybu, leader del gruppo hippie. Il momento più interessante del film infatti è il dialogo tra questi due personaggi. Questi sono gli unici (oltre a Lucia) ad aver avuto il coraggio e l’umiltà di confrontarsi. In questo modo hanno compreso sia il punto di vista dell’altro, sia ciò che li accomuna, aprendo una strada verso la giustizia sociale (e ambientale), forse più tortuosa ma sicuramente più efficace.

Il dialogo rivelatore di Capri-revolution

Seybu: Tutte le attività umane vanno considerate alla luce dell'energia.
Medico: l'energia è quella attraverso cui l'isola è stata appena illuminata. e a produrla è la scienza, lo studio, il progresso.
Seybu accende una lampadina solo tramite il contatto di due cavi che passano attraverso un limone.
Seybu: il problema non è l'elettricità in quanto tale, ma come viene prodotta e come la useremo nel futuro. l'elettricità ha a che fare con le forze condensatrici del centro della terra, con la gravitazione e il magnetismo. non potrei mai considerare l'elettricità come qualcosa di negativo. La questione dell'energia deve essere discussa e capita, perché c'è qualcosa di molto più ampio da imparare. Molto più di quanto possono insegnarci la fisica e il materialismo.
Medico: Non penserà di migliorare il mondo con questi trucchi?
Seybu: e lei, con i suoi idealismi, lo migliorerà? Gli uomini non sono al mondo con la vocazione di essere migliorati, ma semmai di diventare se stessi. Dovremmo riflettere su questo, specialmente ora che stiamo andando contro un muro. Abbiamo tutti gli strumenti per distruggerci e stiamo per usarli.
Medico: questa guerra, dal momento che avviene, può essere utile.
Seybu: una guerra utile?
Medico: sì. La classe lavoratrice potrà piegarla a suo vantaggio se obbligherà il potere ad assumersi le proprie responsabilità. E' una guerra voluta dal capitale, perciò va portata a estreme conseguenze. Bisogna che salti tutto per rifondare nuovi equilibri.
Seybu: sulla critica al capitale la seguo. La crescita economica, il capitale, non renderanno il mondo più produttivo. L'arte è il vero capitale e le persone devono prenderne coscienza. 
Medico: vuole prendermi in giro?
Seybu: niente affatto. Il mio concetto non è un'utopia, è la realtà. L'agricoltura è una questione di arte. Si può fare agricoltura solo occupandosi del terreno e delle condizioni climatiche. Insomma, se si comprende lo spirito delle sostanze; le sostanze umane sono creatività e intenzione. Questi sono i veri valori economici, nient'altro. Non il denaro. Quella di cui parliamo non è vera crescita: progredisce come un tumore che distrugge ogni cosa. Non è produttiva, è un processo letale e fuori controllo. Ma noi possiamo controllarlo, dipende tutto da noi; è inutile prendersela con il potere se le cose vanno male. Bisogna accusare solo se stessi. La rivoluzione siamo noi.

Capri Revolution è un film del 2018 ed è stato presentato in concorso alla 75ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. È fruibile su Netflix, Youtube, Prime Video e Google Play.

20 film sulla natura e l’ambiente tra finzione e realtà

film sulla natura

Dopo la selezione dei migliori documentari sull’ambiente, vi offriamo oggi una lista di film che parlano direttamente o indirettamente di questioni ambientali. Il mondo del cinema ha infatti un enorme potere nella lotta all’emergenza climatica. Gli attori e i registi possono veicolare forti messaggi attraverso scenari fantastici o storie di vita vera. Fantascienza, commedie, film-inchiesta tratte da storie vere: un elenco di titoli utili da guardare in famiglia o da far vedere a scuola per riflettere sul rapporto uomo-natura.

Qui di seguito l’elenco dei 20 film sulla natura e sull’ambiente da noi selezionati. Potete trovare tutti i trailer nel nostro canale Youtube cliccando al seguente link.

1. The day after Tomorrow (2004)
2. The age of Stupid (2009)
3.
Il ragazzo che catturò il vento (2019)
4.
Erin Brockovich (2000)
5. Downsizing (2017)
6. Into the Wild (2007)
7. Cattive acque (2020)
8. Avatar (2009)
9. Waterworld (1995)
10.
Captain Fantastic (2016)

11. Biutiful Cauntri (2007)
12. Un posto sicuro (2015)
13. Dove sognano le formiche verdi (1984)
14. La donna elettrica (2018)
15. Un mondo fragile (2015)
16. Interstellar (2014)
17. Re della terra selvaggia (2012)
18. Qualcosa di straordinario (2012)
19. Snowpiercer (2013)
20. I figli degli uomini (2006)

Fantascienza: film sulla natura del futuro

Un genere che ha unito realtà e fantasia per parlare di cambiamento climatico è la fantascienza. Esistono numerosi titoli di film in cui vengono presentati scenari apocalittici, dove l’innalzamento della temperatura o la scarsità di cibo mettono in pericolo il destino dell’umanità. Presentiamo ora le pellicole più famose, partendo dal kolossal hollywoodiano Interstellar (2014). Il protagonista Matthew McConaughey viene inviato sullo spazio per cercare una soluzione alla scarsità di cibo. Restano solo due decenni per salvare l’umanità e trovare un pianeta alternativo dove andare a vivere.

Vincitore di tre premi Oscar, Avatar (2009) è altrettanto un film distopico in cui gli umani partono in missione verso il pianeta Pandora, dove la flora e la fauna abbondano rispetto alle scarse risorse della Terra e soprattutto dove c’è un minerale per risolvere la crisi energetica in atto sul nostro pianeta. L’arrivo degli umani porterà ad uno scontro fra indigeni e stranieri, fra tecnologia e natura.

Fantascienza e crisi climatica

The Day after Tomorrow (2004) presenta invece la crisi climatica al contrario, ovvero parte dagli avvertimenti di un climatologo riguardo un’imminente glaciazione. Molto veritiero in questo film è il ruolo della politica: il Vicepresidente americano non crede infatti alle previsioni dello scienziato e dichiara che l’economia non è abbastanza florida per investire nella lotta al cambiamento climatico. Un’altra similitudine con la realtà è l’allagamento di Manhattan. Quel che si pensava solo uno scenario di fantascienza nel 2004 e che è poi diventato reale nel 2012 durante l’uragano Sandy.

Anche Snowpiercer (2013) è ambientato in una futura era glaciale. Raffigura un mondo decimato per colpa di falliti tentativi per fermare il cambiamento climatico. I pochi sopravvissuti viaggiano su un treno alimentato da un moto perpetuo. Di datazione più vecchia ma con scenari simili, troviamo Waterworld (1995). Siamo nell’anno 2468: il mondo è stato completamente sommerso dalle acque a causa dell’innalzamento dei mari e i pochi superstiti vivono in città galleggianti. Infine, per il capitolo fantascienza resta da nominare il film I figli degli uomini (2006). In questa pellicola si affronta il tema della natalità e del pericolo di estinzione della razza umana.

film sulla natura tratti da storie vere

Tutto un altro filone riguarda i film che raccontano storie realmente accadute. Un must di questo genere è Erin Brockovich (2000). Una giovane Julia Roberts nei panni di una segretaria di uno studio legale che finisce per indagare la contaminazione delle acque di Hinkley per mano della Pacific Gas and Eletric Company. Sempre sull’inquinamento idrico è uscito quest’anno Cattive Acque (2020) con protagonista Mark Ruffalo. Il film si riferisce al caso dell’avvocato Robert Bilott contro il colosso DuPoint.

Il ragazzo che catturò il vento (2019) narra invece di un giovane ragazzo del Malawi che trova un’ingegnosa soluzione per fermare la siccità e la carestia che da anni flagella il paese: sfruttare la forza del vento. La pellicola si si basa sui fatti realmente accaduti all’inventore e scrittore William Kamkwamba. Un’altra storia incredibile ma vera viene raccontata in Qualcosa di straordinario (2012). Rachel Kramer (Drew Barrimore),attivista ecologista, accompagna l’ex compagno e report televisivo in una missione in Alaska per salvare tre esemplari di balene grigie. Il regista si è ispirato all’ Operation Breakthrough del 1988. Into the Wild – Nelle terre selvagge (2007) riporta il viaggio straordinario di Christopher McCandless attraverso l’America. Il protagonista abbandona la vita di città e il consumismo per ritrovare un rapporto autentico con la natura, passando quindi da un estremo all’altro verso un destino inesorabile.

Commedie: film sulla natura per riflettere

Tornando alle pellicole con sceneggiature inventate, presentiamo ora un genere più leggero che può però offrire spunti di riflessione: la commedia. In Captain Fantastic (2016) ricorre il tema della fuga nella natura. Un padre di famiglia decide di non piegarsi al conformismo della moderna società consumistica e cresce i suoi figli nei boschi dello stato di Washington. Downsizing – Vivere alla grande (2017) vede Matt Damon nei panni di un personaggio sottoposto a un esperimento di rimpicciolimento. Nel mondo ci sono infatti troppe persone e l’unica maniera per risolvere il problema della sovrappopolazione è la diminuzione in scala della presenza umana, che consumerà così di meno risorse e produrrà meno spazzatura. La donna elettrica (2018) tratta di un’ecoterrorista impegnata a sabotare le linee elettriche degli impianti siderurgici, fino a quando il desiderio di maternità la metterà davanti a una scelta cruciale.

film sulla natura tra finzione e realtà

Continuiamo con dei titoli di film dalla sceneggiatura inventata ma che trovano riscontro nella realtà. Un mondo fragile (2015) parla del ritorno di un campesino alla sua terra per aiutare la famiglia abbandonata 17 anni prima. Lo scenario che trova davanti a sé è ben diverso da quello che aveva lasciato: gli abitanti lavorano ora in una grossa monocultura di canna da zucchero, piegati dai diktat del “progresso”. Di vecchia datazione sono invece La foresta di smeraldo (1985) e Dove sognano le formiche verdi (1984). Il primo dipinge un’ambientazione purtroppo molto attuale: la disputa fra un’impresa ingegneristica e una popolazione di indigeni nella foresta amazzonica. Il secondo film narra invece la vicenda del territorio conteso fra gli aborigeni australiani e una compagnia mineraria, in parte rifacendosi alla reale disputa legale “Milirrpum contro Nabalco Pty Ltd”.

I protagonisti del film Re della terra selvaggia (2012) sono Hushpuppy e Wink, una bambina e suo padre che vivono nelle paludi della Lousiana. Il territorio è soggetto a continue alluvioni, in peggioramento a causa del surriscaldamento globale. L’innalzamento della temperatura aumenta infatti la probabilità di eventi estremi come gli uragani. Wink scopre di avere una grave malattia e cerca di insegnare alla figlia come sopravvivere senza di lui.

Docu-film sulla natura e sui disastri ecologici

Anche Un posto sicuro (2015), seppur romanzato in alcune parte, riprende i fatti storici del caso italiano Eternit. Amore e dolore ruotano attorno alle vicende di Casale Monferrato, dove moltissime persone furono colpite da malattie polmonari a causa della lavorazione dell’amianto. L’inchiesta aperta negli anni Settanta porterà alla chiusura dell’impianto e alla dismissione della fabbricazione di amianto in Italia. Sempre di produzione italiana, Biùtiful cauntri (2007) affronta il tema dei rifiuti in Campania. Ecomafia, discariche abusive, inquinamento: un’analisi dettagliata di un problema ambientale e sociale che affligge una delle più belle regioni italiane.

Per ultimo, proponiamo il docu-film The Age of Stupid (2009). In questa pellicola il regista Franny Armstrong mescola immagini reali, parte recitate e pezzi d’animazione per dipingere una sceneggiatura distopica simile a quelle descritte sopra per i film di fantascienza. Il protagonista vive in un pianeta devastato nel 2055 e osserva i comportamenti degli uomini di cinquant’anni prima, ponendosi la seguente domanda: “Perché non abbiamo fermato il riscaldamento globale quando ne avevamo l’opportunità?”.

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Ricordiamoci della realtà quando la tv si spegne

Abbiamo scelto di menzionare questo film alla fine di un lungo elenco per ricordare che gli scenari sopradescritti – uragani, città allagate, carestie dovute alla siccità, contese fra popolazioni indigene e grandi imprese – non esistono solo nella finzione, ma sono reali e in aumento in varie parti del mondo. I titoli elencati possono dunque stimolarci ad approfondire, indagare e capire la realtà scientifica che sta dietro alle immagini che vediamo nello schermo della televisione o del pc. Soprattutto durante queste feste, vedere un film sulla natura e sul cambiamento climatico è un ottimo passatempo che possiamo adottare per accrescere la nostra conoscenza sulle tematiche ambientali.

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20 documentari sull’ambiente da non perdere

documentari sull'ambiente

L’ambientalismo sta finalmente conquistando diversi canali di comunicazione, compreso il mondo del cinema. Si trovano ormai numerosi titoli sull’emergenza climatica e sulla sostenibilità nelle varie piattaforme streaming. Abbiamo selezionato i migliori documentari sull’ambiente da vedere almeno una volta nella vita. Nel nostro sito potete trovare anche la selezione dei migliori film legati alla tematica ambientale e i migliori cartoni sull’ambiente per bambini e ragazzi.

documentari sull’ambiente: la nostra selezione

Ecco la nostra selezione di documentari sull’ambiente. Potete trovare l’elenco completo dei trailer nel nostro canale Youtube cliccando sul seguente link.

1. Punto di non ritorno – Before the flood (2016)
2. Domani (2018)
3. Chasing Ice (2012)
4. The True Cost (2015)
5. Cowspiracy (2014)
6. Una vita sul nostro pianeta (2020)
7. Antropocene (2018)
8. Minimalism (2015)
9. A plastic Ocean (2016)
10. Una scomoda verità (2007) e Una scomoda verità 2 (2017)

11. Virunga (2014)
12. Mission Blue (2014)
13. La fattoria dei nostri sogni (2018)
14. I am Greta (2020)  
15. Soyalism (2018)
16. Unlearning (2015)
17. Trashed (2012)
18. Ice on Fire (2019)
19. Un mondo in pericolo (2012)
20. Ragazzi Irresponsabili (2020)

Conoscere il cambiamento climatico

Per chi non sa da dove iniziare, uno dei migliori documentari sull’ambiente degli ultimi anni è Il punto di non ritorno (Before the Flood) di Leonardo di Caprio. La fama del protagonista non deve certo far dubitare sul contenuto del documentario. Egli stesso nel film racconta del forte scetticismo che aleggia ad Hollywood nei confronti del suo attivismo. Come se un attore non potesse appassionarsi alle tematiche ambientali. Al contrario, l’incessante lavoro di Di Caprio per diffondere l’importanza della crisi climatica si rivela di fondamentale importanza per l’enorme ascendente che ha nei confronti del suo pubblico. Di Caprio è stato anche nominato dall’ONU ambasciatore per la pace nel contrasto al cambiamento climatico.

Il punto di non ritorno segue la linea del precedente documentario Una scomoda Verità (An Inconvenient Truth), prodotto dall’ex Vicepresidente degli Stati Uniti Al Gore. Questi due documentari sono accomunati dal voler presentare la crisi climatica con estrema chiarezza, anche per chi non conosce nulla riguardo all’argomento. Entrambi i docu-film hanno avuto un sequel: nel 2017 Al Gore pubblica Una scomoda Verità 2, con gli aggiornamenti sul clima fino agli accordi di Parigi. Due anni dopo esce Ice on Fire di Di Caprio, dove il focus principale vira dall’analisi del problema alla ricerca delle soluzioni.

documentari sull’ambiente e sulla sostenibilità

In riferimento alla sostenibilità e alle varie opzioni per contrastare la crisi climatica proponiamo qui di seguito quattro interessanti titoli. Di recente abbiamo segnalato il documentario Domani (2018), prodotto da LuckyRed. In questa pellicola si parla delle soluzioni implementate nei vari continenti. Speranza e concretezza accompagnano le avventure dei quattro protagonisti alla scoperta di un mondo migliore che esiste già. Un viaggio simile era già stato affrontato in Unlearning (2013), un documentario dove una famiglia italiana esplora il pianeta per sei mesi con un unico mezzo di pagamento: il baratto.

Leggi il nostro articolo: “Comunicare la sostenibilità in maniera positiva è la chiave”

Dello stesso taglio segnaliamo La fattoria dei nostri sogni (2019) che racconta il cambio di vita di due americani. Il loro sogno di gestire una fattoria si scontra con l’imprevedibilità della natura ai tempi del cambiamento climatico, ma allo stesso tempo ci mostra la versione più profonda e autentica del rapporto uomo-natura. Anche Minimalism parla di un cambiamento radicale nello stile di vita. Il protagonista intraprende un percorso di allontanamento dai beni materiali per riscoprire la bellezza dell’essenzialità.

L’importanza della biodiversità

Tutto un altro filone di approfondimento sull’emergenza climatica riguarda la perdita di biodiversità e la preservazione degli ecosistemi. Come panoramica complessiva consigliamo Anthropocene (2019), in cui si mostra come l’azione umana abbia talmente alterato gli equilibri terrestri da denominare una nuova era geologica, ovvero l’antropocene. Un mondo in pericolo (2012) tratta specificitamente dell’importanza delle api e dei pericoli sulla loro estinzione. Virunga (2014) si concentra invece sul lavoro di conservazione dell’ecosistema all’interno del Parco Nazionale del Virunga nella Repubblica Democratica del Congo. Chasing Ice (2012) documenta il problema dello scioglimento dei ghiacciai con delle immagini mozzafiato grazie alla co-produzione di National Geographic. Mission Blue (2014) tratta invece dell’ambiente sottomarino e dei profondi cambiamenti registrati negli oceani.

documentari sull’ambiente: moda, cibo, spazzatura

Esiste poi tutta una serie di documentari che trattano di singoli settori con un forte impatto sul cambiamento climatico. Collegato all’oceano e al problema dell’inquinamento dei mari troviamo A plastic Ocean (2016). Sul tema della spazzatura segnaliamo invece Trashed (2012), in cui l’attore Jeremy Irons compie numerose interviste per parlare del consumismo e delle conseguenze in termini di rifiuti. Grande attenzione in questo documentario viene data al sistema alimentare e agli sprechi presenti in esso.

Sul tema cibo un titolo da non perdere è Cowspiracy (2014). Il protagonista Kip Andersen, ambientalista convinto da molto tempo, si imbatte in una ricerca che delinea l’enorme responsabilità del settore della carne sulla crisi climatica.  Un altro spunto interessante sul sistema alimentare nel suo rapporto con il clima è Soyalism (2018). Qui non si analizza solamente l’inquinamento prodotto dagli allevamenti, ma anche il sistema insostenibile che sta dietro le monoculture come la soia. Intendiamo insostenibile non solo dal punto di vista ambientale, ma anche economico e sociale, dato che le monoculture e gli allevamenti intensivi danneggiano soprattutto le popolazioni locali.

Per quanto riguarda il mondo della moda, un must da non perdere è The True Cost (2015). Un film di denuncia verso il mondo della fast fashion. Contaminazione dell’aria e delle acque, malattie legate ai materiali tossici, sfruttamento dei lavoratori: un sistema che propone prezzi bassissimi nel mondo occidentale ma che nasconde terribili verità nelle prime fasi della catena produttiva. The True Cost apre gli occhi ed è grazie ad esso che tantissime blogger si sono appassionate alla moda sostenibile.

Documentari sull’ambiente: monografie

Infine, segnaliamo dei titoli biografici in cui si raccontano le storie di alcune personalità legate all’attivismo ambientale. Di recente uscita troviamo I am Greta (2020) e Ragazzi Irresponsabili (2020). Il primo è un ritratto da vicino dell’icona ecologista Greta Thunberg fatto dal regista svedese Nathan Grossman. Nella seconda pellicola invece il regista Ezio Maisto racconta le storie di alcuni protagonisti del movimento Fridays For Future Italia. Proprio per sottolineare che Greta non è un personaggio ma una persona, che assieme a tante altre compie un lavoro incessante di mobilitazione e sensibilizzazione ambientale.

Per ultimo, un altro capolavoro di quest’anno è il film di casa Netflix David Attenborough: una vita sul nostro pianeta (2020). Divulgatore scientifico e pioniere del documentario naturalistico, in questo film racconta decenni di lavoro a contatto con la natura. Ed è proprio con le parole di David Attenborough che vogliamo concludere il nostro elenco di documentari sull’ambiente: “Dobbiamo imparare a lavorare con la natura, piuttosto che contro di essa”.

Leggi anche: “David Attenborough: una vita sul nostro pianeta”

Comunicare la sostenibilità in maniera positiva è la chiave

comunicare la sostenibilità

Comunicare la sostenibilità in modo efficace non è affatto facile. Spesso si corre il rischio di essere pesanti e di giudicare le scelte altrui. Altre volte i contenuti vengono trasmessi in maniera troppo semplicistica, o al contrario troppo dettagliata. Così facendo le persone non vengono affatto invogliate ad adottare uno stile di vita sostenibile. Esistono però libri e film che puntano esattamente a colmare questo vuoto per far risaltare l’aspetto intrigante dell’ambientalismo. Inoltre, il mondo dei Green Influencer ci dimostra che comunicare la sostenibilità può rivelarsi un successo se si mettono in primo piano passione, positività e senso pratico. Abbiamo intervistato Martina Casagrande (su Instagram @la_martains), che nel suo profilo offre consigli sostenibili per la vita di tutti i giorni.

Il problema di comunicare il cambiamento climatico

Purtroppo per troppo tempo l’ambientalismo ha cercato di “spaventare” le persone descrivendo il cambiamento climatico come l’avvento imminente della fine del mondo. Con questo articolo non vogliamo certamente minimizzare l’entità della crisi climatica. I nostri lettori trovano infatti ripetuti moniti nel nostro blog su quanto sia seria la situazione e su quanto poco tempo abbiamo a disposizione. Quello che oggi vorremmo però sottolineare è che esistono svariati metodi per approcciarsi al cambiamento climatico e alla sostenibilità. Alcuni di questi risultano più efficaci di altri, proprio perché alla paura e alla giusta informazione (fondamentale in questo campo), affiancano soluzioni e proposte per invertire la rotta. Non ha senso limitarsi a lanciare allarmi catastrofistici, se si desidera stimolare una presa di coscienza collettiva e individuale. Comunicare la sostenibilità in maniera positiva e propositiva è cruciale per ottenere cambiamenti concreti.

Leggi il nostro articolo: “Perché la crisi climatica non sembra un’emergenza”

Comunicare la sostenibilità: libri che danno speranza

Prima di dedicarci al mondo dei social, vorremmo sottolineare che esistono degli interessanti spunti bibliografici e filmografici che puntano in questa direzione. Per quanto riguarda il mondo dei libri, un must dell’ecologia che analizza questo argomento è Ecologia del Desiderio (2018) di Antonio Cianciullo. Già recensito per voi sul nostro blog, nel retro di copertina recita: “Per arginare il collasso degli ecosistemi serve un progetto largamente condiviso, capace di muovere i grandi numeri, ma da mezzo secolo gli ecologisti vincono nella gara della paura e perdono in quella della speranza. (…) È ora di passare alla seduzione della proposta”.

Leggi il nostro articolo: “Ecologica del desiderio: un libro per ripensare l’ambientalismo”

Sempre nella sezione libri, ma con un taglio più politico, troviamo L’utopia sostenibile (2018) di Enrico Giovannini. In questo breve trattato, il presidente dell’Alleanza per lo Sviluppo Sostenibile delinea una panoramica generale dei problemi e una forte visione di come il futuro potrebbe essere, in linea con gli obiettivi dell’Agenda 2030. Per il mondo dell’alimentazione, nei nostri scaffali non può mancare Possiamo salvare il mondo prima di cena (2019) di Jonathan Safran Foer. Questi e altri spunti per comunicare la sostenibilità con positività sono presenti nella nostra sezione Libri sull’ambiente.

Comunicare la sostenibilità: docu-film da non perdere

Tra i film che parlano di ambiente e sostenibilità in maniera ottimistica la migliore proposta è senza dubbio Domani (2018). Questo documentario francese, ancora troppo poco conosciuto in Italia, parte proprio dal presupposto che sottolineare l’aspetto catastrofico della crisi climatica fa solo perdere tempo utile per concentrarsi sul cambiamento già in atto. Il film è diviso in quattro macrocategorie (cibo, energia, economia ed educazione) e mette in luce alcune realtà innovative già presenti e funzionanti nel mondo. Inoltre, il successo di questo docu-film sta nella consapevolezza che ognuna delle tematiche ha delle ripercussioni sulle altre. Ovvero, è inutile puntare sulle rinnovabili se nel frattempo non vengono modificati anche il sistema agroalimentare, l’economia e l’educazione. Ulteriori spunti di riflessione e ottimismo possono essere trovati in Ice on Fire (2019) di Leonardo di Caprio e Minimalism (2016) di Millburn e Nicodemus.

Comunicare la sostenibilità: il potere dei social

La sostenibilità nella sua veste seducente e ottimistica trova uno spazio certamente maggiore nel mondo dei social. Ed è qui che vorremmo fare una grande precisazione, perché comunicare la sostenibilità sui social può costituire un gigantesco boomerang per il bene del pianeta. Sempre più influencer stanno decidendo di convertire le proprie sponsorizzazioni verso prodotti “sostenibili”. Eppure, la maggior parte di questi prodotti fa parte di ampie strategie di greenwashing che, a conti fatti, inducono il pubblico a comprare sempre più prodotti, aumentando di fatto il consumismo e i suoi effetti sulla Terra.

Un discorso diverso va fatto per i Green Influencer. I Green Influencer sono persone che offrono riflessioni ecologiste attraverso i propri post e storie. Il Sole 24 ore ha di recente stilato una lista di Green influencer italiani fra cui risultano, per esempio, l’italoamericana Camilla Mendini (@carotilla), Francesca Boni de Il Vestito Verde e il divulgatore ambientale Alex Bellini. La differenza fra la prima e questa seconda categoria sta nel fatto che i Green Influencer compiono una vera e propria opera di sensibilizzazione dove comprare non è l’obiettivo principale. Sui loro profili si trovano tutorial per l’autoproduzione, valorizzazione dell’artigianato Made in Italy e diffusione di progetti virtuosi.

Intervista a Martina Casagrande, blogger sostenibile

Abbiamo deciso di dar voce a Martina Casagrande (su instagram @la_martains) che cerca di trasmettere ai suoi seguaci consigli pratici e facilmente imitabili per uno stile di vita sostenibile. Senza puntare il dito, senza essere pesanti, è possibile comunicare la sostenibilità con positività e concretezza.

comunicare la sostenibilità
Martina Casagrande, blogger sostenibile (@la_martains)

Martina, come ti sei avvicinata al mondo della sostenibilità? E perché hai deciso di parlarne nel tuo profilo Instagram?

“Intanto ci tengo a ringraziarti per aver pensato a me per quest’intervista, credo tantissimo in una comunicazione accogliente e nel non mostrare né richiedere la perfezione in questo stile di vita. Pensa che il primo post che pubblicai circa la sostenibilità citava proprio questo: “We don’t need a handful of people doing zero waste perfectly, we need millions of people doing it imperfectly.”

Come scrivevo qualche giorno fa, la verità è che io non lo so come sono arrivata fin qui. È stato un percorso dentro me, ho sempre avuto una certa sensibilità ambientale ma mi ci sono voluti anni per capirlo a fondo e, contestualmente, decidere di approfondire e continuare su questa strada. Le persone care intorno a me, scherzando, mi hanno spinta ad aprirmi su Instagram: se potevo “essere utile” a loro, allora potevo esserlo a molte più persone. Chi mi conosce lo sa, quando mi intestardisco e mi appassiono, do tutta me stessa, senza sosta, senza che per me studiare ancora e ancora sia del benché minimo peso”.

Plastic Free e moda sostenibile

Attraverso il tuo profilo cerchi di dare consigli pratici per adottare uno stile di vita sostenibile nella routine di tutti i giorni. Su quali settori ti concentri principalmente? E perché ritieni importante comunicare la sostenibilità in maniera positiva e stimolante?

“I settori su cui ho più competenza sono sicuramente due. Il “plastic free” nella vita di tutti i giorni, ovvero cercare di usare alternative senza plastica nei gesti quotidiani, con lo scopo di ridurre i nostri rifiuti (ma non dobbiamo parlare soltanto di plastica, attenzione!): in cucina, in bagno, nel tempo libero, nei viaggi… Insomma, da un dentifricio solido a un tappetino in silicone al posto della carta forno usa e getta; dalle posate in bamboo da portare con sé al rasoio di sicurezza in acciaio. Il secondo è la moda etica, un capitolo lunghissimo. Provando a essere sintetica, invito a comprare abiti prodotti in maniera sostenibile, sia dal punto di vista umano che ambientale; comprare abiti di seconda mano e vintage e, in generale, comprare meno e comprare meglio.

Credo che in questo, dobbiamo sempre cercare di porci come i primi alunni di noi stessi, sempre. Puntare il dito non ha senso, mostrare una vita “instagrammabile” neppure, perché poi, spento il telefono, ci sono tante variabili, tante vite diverse, tanti impegni. Perché far vedere questo mondo come elitario, difficile da raggiungere? Facciamo vedere, invece, che è possibile avere uno stile di vita più green, che si possono fare tanti piccoli passi per migliorare se stessi e il nostro mondo, senza renderci la vita impossibile. Che ogni tanto gli errori esistono, le tentazioni anche, in quel giorno orribile la scelta veloce per la cena pure. Quello che cerco sempre di trasmettere è di fare le nostre scelte in maniera CONSAPEVOLE, sempre”.

Comunicare la sostenibilità: l’importanza dei rapporti di fiducia

Un altro aspetto fondamentale che cerchi di mettere in luce è l’artigianato locale. Nella tua esperienza, quanto conta il rapporto fra produttore e consumatore? Pensi che sui social sia comunque possibile stabilire relazioni di fiducia?

“Penso che i social possano essere proprio un grandissimo strumento per il rapporto tra produttore e consumatore, un canale diretto in cui puoi capire e scoprire meglio cosa c’è dietro quel prodotto, quelle scelte, quel negozio. Sostenibilità è anche guardare il nostro vicino, il locale, aiutare le nostre piccole realtà, sia per noi (ad esempio, cibo a km0) che per loro. Sì, credo proprio, per esperienza personale, che si possano trovare bellissime realtà e magnifiche persone con cui si costruiscono relazioni vere e, perché no, amicizie a distanza”.

“I am Greta”: questa sera in Prima Visione italiana

I am Greta

Ascolta il podcast di introduzione all’articolo! 

Si aggiunge un altro tassello alla lunga lista di documentari che vogliono portare l’attenzione sulla crisi climatica in atto. E questa volta la protagonista è d’eccezione: si tratta di Greta Thunberg, la giovane paladina dell’ambiente svedese che ad oggi è a tutti gli effetti il volto più noto della lotta ambientalista mondiale. Uno status guadagnato grazie alla propria forza e dedizione, che l’hanno spinta a lottare per i suoi ideali anche quando era più facile abbattersi e tirarsi indietro. Ed i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Fridays For Future oggi rappresenta il più grande movimento ambientalista del globo, e se oggi è stato fatto qualche progresso nella battaglia contro i cambiamenti climatici, una buona fetta del merito è loro. Questa sera, sabato 14 novembre a partire dalle 20:30, il documentario “I am Greta. Una forza della natura” verrà proiettato per la prima volta in Italia.

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Con i cinema chiusi a causa della pandemia, l’evento si svolgerà online ed il lungometraggio sarà trasmesso sul sito dell’iniziativa iorestoinsala, una piattaforma ideata dai cinema durante il lockdown per permettere a chiunque di poter usufruire di una sala virtuale.

Di cosa parla “I am Greta”

Distribuito da Koch Media e frutto della regia del videomaker Nathan Grossman, “I am Greta” è un documentario della durata di 97 minuti. Una vera e propria testimonianza di un anno di battaglie della giovane Thunberg. Grossmann ha infatti seguito la protagonista per esattamente un anno, sin dal suo primo sciopero di fronte al Parlamento svedese.

Chi si aspetta contenuti in grado di approfondire la crisi climatica potrebbe rimanerne deluso. Se infatti alcuni aspetti del climate change vengono inevitabilmente toccati nel lungometraggio, il focus è incentrato proprio su Greta e sulla sua parabola ascendente che l’ha portata, in pochissimo tempo, ad essere un’icona della lotta climatica, a tenere discorsi di fronte alle più importanti personalità politiche del nostro mondo e ad attraversare l’Oceano Pacifico in catamarano per recarsi al summit delle Nazioni Unite a New York.

Un fardello molto pesante da portare, forse troppo, per una ragazzina non ancora maggiorenne e che da anni convive con la Sindrome di Asperger, una condizione che la giovane attivista commenta così: “Non direi che ne soffro, ce l’ho e basta. Quando mi interesso di qualcosa, diventa la mia ossessione”.

Alla scoperta di Greta

Un vero e proprio viaggio all’interno della personalità della giovane attivista, che si è ritrovata a dover convivere con una responsabilità enorme, a volte anche causa di momenti di debolezza fisiologici per chiunque si trovi in una situazione del genere. Siamo abituati a vederla tuonare con discorsi potenti e feroci nelle più importanti sale del mondo. Con questo film invece viene fatta luce sulla sua persona e sulle difficoltà, spesso troppo sottovalutate, di chi si trova a dover fare i conti con eserciti di haters, politici dalla dubbia integrità morale e giganti del panorama economico mondiale che ti remano contro con ogni mezzo a disposizione e, dettaglio da non sottovalutare per una ragazza così giovane, una costante lontananza dalla propria casa, dai propri affetti e, più in generale, da una vita normale. Un lusso che Greta non si può permettere. La questione climatica è troppo importante per lei. Proprio come dovrebbe essere per tutti noi.

“I am Greta” è la storia della ragazza che può salvarci e di chi si è dimostrato più forte di tutti, ispirando centinaia di milioni di giovani sparsi per tutto il mondo a voler alzare la voce, non tanto per chiedere un “futuro migliore” quanto per pretenderne uno. Un documentario adatto sia a chi è un suo convinto sostenitore, che in questo modo potrà immedesimarsi ancora di più nei suoi ideali, sia a chi, per motivi non ben chiari, abbia deciso di schierarsi contro di lei diffamandola, denigrandola ed accusandola di “essere un burattino in mano ai poteri forti”, quando si batte in prima linea proprio contro di loro.

A questo ultimo gruppo di persone consigliamo ugualmente di vedere il lungometraggio, ma di farlo con una mente aperta. La causa per cui combatte è giusta, in ogni sua sfaccettatura, e la coerenza della persona è tale da avere tanto da insegnare a chiunque. Con questi presupposti cambiare idea su di lei sarà più facile del previsto.

Dove vedere il documentario

“I am Greta. Una forza della natura” verrà trasmesso sabato 14 novembre a partire dalle ore 20:30 al seguente link. Sarà necessario registrarsi sul sito della piattaforma e, successivamente, confermare il proprio indirizzo email. Il costo per accedere alla visione è di 7,99 euro. La proiezione sarà introdotta da un breve dibattito a cui parteciperanno il celebre geologo della RAI Mario Tozzi, il Direttore di Lifegate Tommaso Perrone e Giovanni Mori, giovane attivista di Fridays For Future Brescia.

Qualora non riusciate a vederlo questa sera, il documentario resterà disponibile sulla piattaforma di iorestoinsala. Se siete invece abbonati a Hulu, potrete trovarlo on demand.

Cogliamo l’occasione per segnalare la campagna di crowdfunding lanciata da Fridays For Future Italia per coprire le spese delle multe che alcuni dei propri attivisti hanno ricevuto dopo aver manifestato, in maniera totalmente pacifica e conforme a tutte le normative anti Covid vigenti, di fronte alla sede dell’ENI lo scorso 8 ottobre.

Per contribuire clicca qui!

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David Attenborough: una vita sul nostro pianeta

https://anchor.fm/lecopost/episodes/Una-vita-sul-nostro-pianeta-il-nuovo-documentario-sul-cambiamento-climatico-di-David-Attenborough-el54e1

Con il suo nuovo documentario, David Attenborough ci lascia un vero e proprio testamento, fatto di esperienza e di visioni per il futuro. Ora più che mai, il nostro Pianeta sta accusando i continui soprusi da parte del genere umano, il quale sta raggiungendo il punto di non ritorno. Il documentario è un inno alla vita, al cambiamento ed alla presa di coscienza. La speranza per un futuro di riconnessione con la natura non è del tutto svanita. Basta attuare il cambiamento.

Una vita per il Pianeta

Sono David Attenborough e ho 93 anni. Ho vissuto vita incredibile, e solo ora apprezzo quanto lo sia stata.

David Attenborough nacque l’8 maggio 1926 a Londra, passando la sua giovinezza raccogliendo fossili, rocce ed altri campioni naturalistici. Tutto ciò avrebbe segnato la sua esistenza per sempre. Difatti, è considerato uno dei principali divulgatori naturalistici esistenti. Dal bianco e nero al 4k, i suoi documentari sono carichi di sapere e di speranza per il futuro.

David Attenborough da giovane, durante uno dei suoi programmi incentrati sulle meraviglie del pianeta.

La carriera di Attenborough inizia negli anni ’50; ha poco più di 20 anni e la passione per la natura, che lo porta a viaggiare e ad esplorare i luoghi più selvaggi del globo. Ha conosciuto in prima persona il mondo vivente, in tutte le sue forme e meraviglie, ed ora, ne denuncia con forza la sua rovina.

Cosa stiamo facendo al Pianeta

Negli ultimi 2000 anni sembriamo esserci svincolati dalle restrizioni che governano le attività e la diffusione degli altri animali. Abbiamo eliminato i nostri predatori, saputo tenere le malattie sotto controllo e nulla avrebbe potuto fermare tutto questo; se non noi stessi, continuando a consumare la Terra fino ad esaurirne le risorse.

Stiamo convertendo interi ecosistemi forestali in monocolture di palma da olio, creando degli habitat morti a confronto. Ovviamente c’è un doppio incentivo per abbattere le foreste: si trae vantaggio dal legname e dalla possibilità di coltivare le terre disboscate. Abbiamo abbattuto circa 3 trilioni di alberi in tutto il mondo e metà delle foreste pluviali globali è già stata bonificata.

Attraverso la pesca eccessiva, stiamo esaurendo gli hotspot di biodiversità marina. I problemi sono iniziati intorno agli anni ’50, quando i pescherecci hanno cominciato ad avventurarsi in acque internazionali, per raccogliere ciò che l’oceano offriva su scala globale. Abbiamo rimosso più del 90% dei grandi pesci di mare. Senza i predatori il ciclo dei nutrienti oceanici vacilla, poichè questi mantengono i nutrienti sulla superficie degli oceani e li riciclano, così che il plancton possa utilizzarli nuovamente.

Anche i fondali presentano chiari sintomi di malessere e le barriere coralline mondiali sono l’esempio calzante. Si stanno sbiancando ed il fenomeno prende il nome di “bleaching”, dovuto all’espulsione delle alghe simbionti da parte del corallo, il quale non può più nutrirsi e muore. Gli scienziati cominciarono a notare che presso i punti di sbiancamento l’oceano presentava temperature molto più elevate. Gli oceani stanno iniziando a rallentare il loro processo si sottrazione del calore e la temperatura del Pianeta finora è aumentata di 1°C.

Abbiamo sovrasfuttato il 30% degli stock ittici, portandoli a livelli critici. Abbattuto circa 15 miliardi di alberi all’anno, inquinato ed esaurito i giacimenti di fiumi e laghi; ridotto le popolazioni di acqua dolce dell’80%. Stiamo sostituendo il selvatico con l’addomesticato, il 70% della massa totale di uccelli al mondo è addomesticato. Il genere umano rappresenta più di 1/3 del peso dei mammiferi, il 60% è composto dagli animali che mangiamo, provenienti dagli allevamenti. Solo il 4% è costituito da mammiferi in libertà. Ciò fa riflettere.

Metà delle terre fertili del Pianeta è stato convertito in terreni agricoli. Questo ora è il nostro Pianeta, gestito dall’umanità per l’umanità.

Previsioni per il futuro

La scienza afferma che se non si cambierà la rotta attuale, le generazioni future assisteranno per i prossimi 100 anni a quanto segue.

Nel 2030 la foresta amazzonica, abbattuta fino ad impedirle di produrre abbastanza umidità, si trasformerà in una savana secca, portando ad una catastrofica perdita di specie e all’alterazione globale del ciclo dell’acqua. Nel mentre, l’Artide diventerà libero dai ghiacci in estate e, senza il bianco della calotta polare, verrà riflessa nello spazio una minore energia solare, che accellererà il riscaldamento del pianeta.

Leggi anche il nostro articolo:”Disastro ambientale in Russia: ecosistema marino a rischio”

Nel 2040 in tutto il nord i terreni ghiacciati si scioglieranno, rilasciando enormi quantità di metano, un gas serra molto più potente dell’anidride carbonica. Nell’anno 2050, a causa dell’aumento di temperatura ed acidità, negli oceani moriranno le barriere coralline mondiali e le popolazioni di pesci crolleranno. Nel 2080 la produzione alimentare mondiale entrerà in crisi, a causa del deperimento del suolo, ormai sovrasfruttato. Gli insetti impollinatori scompariranno ed il clima diventerà sempre più imprevedibile.

Nel 2100 la temperatura del nostro Pianeta sarà aumentata di 4°C e ampie porzioni di territori saranno inabitabili e milioni di persone rimarranno senza una casa. Un sesto evento di estinzione di massa è attualmente in corso. Il nostro giardino dell’Eden andrà perduto per sempre.

Non è troppo tardi

Per ridare stabilità al Pianeta è necessario ripristinare la sua biodiversità, ovvero ciò che abbiamo e stiamo continuando a rimuovere per mantenere invariato il nostro stile di vita. Dobbiamo “rinaturalizzare” il mondo e, a detta di David Attenborough, è più semplice di quanto si pensi. Inoltre, i cambiamenti apportati nell’arco di un secolo gioveranno a noi ed alle generazioni future .

  • Riduzione della popolazione umana: quest’ultima è cresciuta esponenzialmente negli ultimi 100 anni e secondo le ultime stime nel 2100 la popolazione mondiale avrà raggiunto gli 11 miliardi. L’abolizione della povertà, accessibilità a cure mediche e il permettere alle donne in tutto il mondo di continuare a studiare il più a lungo possibile, rallenterà la crescita della popolazione globale, fino a farla stabilizzare.
  • Investire e puntare al 100% sulle energie rinnovabili: è necessario che si elimini per gradi l’utilizzo dei combustibili fossili, sostituendoli con le energie eterne della natura. Luce solare, vento, acque e fonti geotermiche. Entro 20 anni, si prevede che le rinnovabili diventeranno la principale fonte di energia.
  • Preservare gli oceani: il mondo vivente, uomo compreso, non può prosperare senza oceani sani. Questi ultimi sono essenziali per l’assorbimento della CO2. Inoltre, sono importanti come fonte di cibo; la pesca rappresenta il maggior raccolto selvatico e, se fatta con criterio, potrà portare vantaggi a tutti. Più gli oceani saranno sani, più pesci saranno disponibili. E’ necessario tutelare le popolazioni ittiche, permettendo loro di incrementare il proprio numero e di raggiungere la maturità sessuale.
  • Ridurre le aree coltivate: tutto sta nel cambiare la nostra alimentazione. Il pianeta non può sostenere miliardi di predatori, quali siamo noi, perchè non c’è abbastanza spazio. Se adottassimo tutti una dieta per lo più a base di piante, ci servirebbe solo la metà della terra che stiamo sfruttando al momento. Possiamo iniziare a produrre cibo in nuovi spazi, al chiuso, nelle città ed utilizzando meno acqua e pesticidi. Migliorando il nostro approccio all’agricoltura possiamo invertire il processo di sottrazione delle terre, che trova origine proprio in quest’ultima.
  • Ripristinare le foreste: queste rivestono un ruolo fondamentale nel recupero del Pianeta; difatti, anch’esse intrappolano enormi quantità di CO2 e sono centri di biodiversità. E’ necessario arrestare la deforestazione. Far si che i governi diano sussidi per riforestare ciò che si è perso. Ciò è essenziale per la nostra sopravvivenza, perchè le piante assorbirebbero circa i ⅔ della CO2 emessa fino ad ora.

Conclusioni

La natura è il nostro più grande alleato. In questo mondo, una specie può prosperare solo quando prospera anche tutto il resto attorno ad essa.

Se ci prendiamo cura della natura, la natura si prenderà cura di noi. E’ giunto il momento per la nostra specie di smettere di crescere a tutti i costi. Che inizi a condurre una vita in equilibrio con la natura. Dobbiamo riscoprire come essere sostenibili, come passare dall’essere estranei alla natura, all’essere di nuovo un tutt’uno con essa.

David Attenborough
Crediti: BBC

Qui non si tratta di salvare il Pianeta, ma noi stessi. Perchè la verità è che, con o senza l’uomo, la natura si rigenererà; lo fa da sempre.

Leggi anche il nostro articolo: “Plastic Free: in migliaia per pulire le spiagge italiane”

Chernobyl apre e chiude questo bellissimo documentario; facendo passare il chiaro messaggio di una natura resiliente, che è comunque in grado di superare gli errori umani, per quanto gravi possano essere. Siamo arrivati fin qui perchè siamo le creature più intelligenti che siano mai esistite e, soprattutto, siamo in grado di immaginare il futuro; ora più che mai abbiamo bisogno di immaginarlo diverso e basato su una profonda riconnessione dell’uomo al Mondo naturale.

Il documentario è disponibile su Netflix!

10 video sulla natura per bambini e ragazzi

La tematica ambientale sta finalmente arrivando anche nelle scuole. Sono numerosi i progetti e le iniziative promosse dagli istituti o direttamente da maestri e professori per sensibilizzare i propri studenti riguardo al cambiamento climatico. Spesso però si fa difficoltà a trovare il video sulla natura e l’ambiente più adatto alla fascia d’età interessata. Abbiamo quindi deciso di raccogliere i video sull’ambiente più efficaci per trasmettere l’amore per l’ecologia alle giovani generazioni.

Lista natura video e corti per bambini e ragazzi

Ecco la nostra lista di video sulla natura per bambini e ragazzi. Puoi trovare tutta la playlist sul nostro canale Youtube al seguente link:

  1. Whoopi Goldberg – Gigantic Change. Il drammatico appello per l’azione climatica (2020)
  2. #Ambienteascuola: noi e il clima (2019)
  3. Cuore di plastica: i bambini ti mostrano come le tue azioni distruggeranno il futuro (2019)
  4. Clean Sea Life – Cosa finisce nella rete dei pescatori (2019)
  5. L’appello di Malala Yousafzai per gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibili (2018)
  6. Un’altra via d’uscita – Caffè equo e solidale (2007)
  7. 10 domande che hai sempre voluto fare a… Luca Mercalli (2019)
  8. Climate Change 101 with Bill Nye | National Geographic (2015)
  9. Il discorso di Greta Thunberg per il clima – COP24 di Katowice, Polonia (2018)
  10. Greta Thunberg and George Monbiot make short film on the climate crisis (2019)

Whoopi Goldberg presta la voce in un corto emozionante

Il primo video sulla natura che vogliamo condividere è uscito di recente ma ha già riscosso notevole successo. La famosa attrice Whoopi Goldberg presta la voce ad una nonna che dialoga con la nipote e le racconta la storia drammatica del pianeta devastato dall’attività umana. Il corto, realizzato da Extinction Rebellion in collaborazione con Passion Picture, è infatti ambientato nel 2050. Presenta gli scenari catastrofici che vengono oggigiorno presentati dagli scienziati: 1 miliardo di sfollati nel mondo, la perdita altissima di biodiversità e la stessa specie umana a rischio estinzione. La calda voce della Goldberg permette però alla nipote di scegliere il finale della storia ed è così che vengono elencate tutte le scelte coraggiose intraprese per evitare la catastrofe.

Il cambiamento climatico spiegato ai bambini

Ma facciamo un passo indietro. La domanda di partenza a cui dobbiamo tentare di rispondere è: che cos’è il cambiamento climatico? Per spiegarlo ai ragazzi vogliamo suggerire il video di a2a Energia, in cui viene spiegata la differenza fra meteo e clima, fra l’effetto serra naturale e artificiale e le principali conseguenze del cambiamento climatico: scioglimenti dei ghiacci, innalzamento dei mari, propagazione delle malattie, aumento degli eventi estremi. Il video evidenza come il cambiamento climatico porti a dei rischi sociali ed economici rilevanti e indica le principali soluzioni che i governi e gli individui possono adottare: uso dei trasporti pubblici, sistemi di risparmio energetico nelle abitazioni, riduzione dello spreco di cibo, eccetera.

Video natura: l’importanza di coinvolgere i più piccoli

Un altro video di notevole successo su queste tematiche parla del problema della plastica. Si intitola “Cuore di plastica” ed è stato promosso dal web magazine Ohga con il seguente slogan: “La tua pigrizia di oggi diventerà un problema per tuo figlio domani”. Nel video infatti si evidenziano tutte le abitudini scorrette legate all’uso e getta. I bambini denunciano l’uso di cannucce, bottigliette di plastica e altri materiali che necessitano decenni o secoli per degradarsi. Il successo di questo corto sta sicuramente nell’ironia dei piccoli protagonisti e nella scelta di fondo di far parlare direttamente la generazione che subirà maggiormente le conseguenze del cambiamento climatico.

Leggi il nostro articolo: “Giornata mondiale degli Oceani. Facciamo il punto”

Sempre sul tema della plastica un video molto efficace proviene dal canale Clean Sea Life. Nel video alcuni pescatori di varie città italiane (Porto Torres, Rimini, San Benedetto del Tronto, Manfredonia) raccontano che cosa trovano abitualmente nelle reti. Immagini reali, girate in occasione della giornata “A pesca di rifiuti” per il progetto europeo Clean Sea LIFE 2018. La tematica della plastica è facilmente comprensibile per un pubblico giovane; parlare della plastica può essere infatti un buon punto di partenza per far comprendere l’equilibrio dell’ecosistema terrestre e mostrare nella pratica le conseguenze devastanti delle scelte scellerate dell’uomo.

Video sviluppo sostenibile: che cos’è e perché è importante

Malala Yousafzai è un’attivista pakistana che si batte per i diritti civili, in particolare il diritto all’istruzione. È la più giovane vincitrice del Premio Nobel per la Pace e in questo video presenta gli Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile (SDG) promossi dall’ONU. Questa animazione risulta dunque utile per tutti gli insegnanti e gli educatori coinvolti nei progetti dell’Agenda 2030. Far capire che cosa sia lo sviluppo sostenibile ai più piccoli non è cosa semplice, ma Malala descrive in modo chiaro ed esaustivo qual è il problema e quali sono le principali soluzioni offerte dagli SDG.

La natura e il cibo: la canzone del commercio equo e solidale

La sfida più grande quando si vuole trasmettere l’amore per l’ecologia ai più piccoli rimane sempre quella di trovare esempi concreti così che i bambini e i ragazzi possano toccare con mano le problematiche e le soluzioni legate alla tematica ambientale. Per questo consigliamo un video diverso dai precedenti, dal titolo “Un’altra via d’uscita”. Si tratta di una canzone che parla solo indirettamente della natura, poiché la tematica principale è lo sfruttamento dei lavoratori del Sud del mondo nelle piantagioni di caffè. Questo divertente ritornello offre però la possibilità di partire da qualcosa di estremamente concreto, il consumo giornaliero di caffè, e allo stesso tempo permette di allargare l’orizzonte per mettere in relazione tematiche quali l’ambiente, il cibo, il commercio e i diritti delle persone.

Leggi il nostro articolo: “Il biologico italiano prima e dopo la pandemia”

Video sulla natura per ragazzi: parola agli scienziati

Passando invece ad una fascia d’età leggermente più alta (scuole medie o superiori), proponiamo un video estremamente efficace in cui Luca Mercalli, uno dei più famosi climatologici italiani, risponde alle più frequenti domande sul cambiamento climatico. Perché il cambiamento climatico è un problema? È vero che non ci resta più tempo? Cosa risponderesti a qualcuno che nega il cambiamento climatico? La soluzione è compito dei governi o dei singoli? Luca Mercalli offre risposte schiette, che probabilmente molti conoscono già, ma proprio per questo risulta un video che punta dritto al cuore di chiunque abbia ancora il minimo dubbio che il cambiamento climatico esista e sia di origine antropica.

Per tutti gli educatori che sono invece impegnati con la didattica in lingua inglese, proponiamo questo video sul riscaldamento globale spiegato dal divulgatore scientifico Bill Nye. Cause e conseguenze vengono messe in relazione con straordinaria lucidità d’analisi. Nye si focalizza soprattutto sul ruolo chiave degli oceani, con immagini e grafici che riguardano le barriere coralline, l’innalzamento del mare, gli uragani e la desertificazione. Come spiegato più volte nel nostro blog, una delle difficoltà maggiori sulla tematica ambientale è quella di spiegare in modo semplice tematiche estremamente complesse e interconnesse. Alcuni esperti come Mercalli e Nye riescono però ad abbattere questo muro, mandando messaggi comprensibili anche ai meno esperti.

Greta Thunberg: ascoltiamo la scienza

Infine, nella nostra lista non può mancare un omaggio a Greta Thunberg, la ragazza svedese che ha contribuito a risvegliare il movimento ambientalista in tutto il mondo. Nonostante le critiche, vogliamo ribadire che il messaggio di Greta è molto chiaro: dobbiamo ascoltare la scienza. Nei suoi discorsi Greta ribadisce costantemente che il suo obiettivo è far in modo che la gente ascolti ciò che gli scienziati dicono da anni. In questo articolo proponiamo il primo discorso ufficiale tenuto alla COP 24 di Katowice in cui ha detto la famosa frase: “Non siamo venuti qui per pregare i leader mondiali di preoccuparsi per il nostro futuro. Ci hanno ignorato nel passato e continueranno ancora ad ignorarci. Siamo venuti qui per far loro sapere che il cambiamento sta arrivando, che a loro piaccia o no”.

Vogliamo dunque concludere con un altro video, già diffuso sui nostri canali, in cui Greta e George Monbiot propongono la soluzione più facile e naturale per risolvere il cambiamento climatico: piantare degli alberi. Negli ultimi anni sono state tantissime le associazioni o gli istituti scolastici che hanno aderito a piani di rimboschimento tramite la piantumazione di alberi nei cortili scolastici e negli spazi disponibili dei propri comuni. Invitiamo chi non l’ha fatto a unirsi al grande movimento TeachersForFuture per portare avanti l’opera di sensibilizzazione degli studenti fuori e dentro le classi. La scuola deve essere in prima linea nella lotta al cambiamento climatico, proponendo e attivando progetti concreti in cui i bambini e i ragazzi possano acquisire l’amore per l’ecologia.

Leggi il nostro articolo: Tgi: “Piantare alberi può far male al pianeta”. Facciamo chiarezza (VIDEO)