Nutri-score: la discussa catalogazione nutrizionale

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Lo hanno ideato in Francia e la Germania lo ha subito appoggiato. Parliamo di un sistema di etichettatura e catalogazione di prodotti alimentari, nato tra il 2013 e il 2014 al di là delle Alpi. Accostando visivamente cinque colori progressivi, da verde scuro ad arancione scuro, e cinque lettere – dalla A alla E – si rispecchia il punteggio nutrizionale FSA. Così funziona il Nutri-score, il sistema di assegnazione punti nato per comunicare lo score, o punteggio, di ogni singolo alimento nei termini della Food Standards Agency (FSA).

L’etichetta Nutri-score è dunque un preciso calcolo che mette in secondo piano – per non dire ignora – la totalità della dieta. Esso analizza la salubrità di un prodotto solo ed esclusivamente sulla base dei suoi nutrienti. A seconda di quanti zuccheri, sodio e acidi grassi saturi siano contenuti in 100 grammi di prodotto, esso dà un punteggio. Tramite un semplice rapporto matematico, insomma, si suddividono i cibi in due insiemi: alimenti sani (buoni) o alimenti poco salubri (cattivi).

Nutri-score tavolata
Foto di Nenad Maric da Pixabay 

Unione Europea e Nutri-score

Da quanto è stato ideato a oggi, non sono state molte le nazioni ad aver sposato appieno il Nutri-score. Pochi Paesi, ad oggi, hanno richiesto la sua obbligatoria esposizione sulla parte frontale delle confezioni alimentari. Ciò, però, potrebbe cambiare davvero molto presto, a seguito di una decisione presa… dall’alto. La Commissione Europea, infatti, ha dichiarato di voler proporre un sistema di etichettatura nutrizionale a partire dal 2022. La svolta è parte della strategia farm to fork ed entrerebbe in vigore nel giro di qualche mese.

La decisione, con ogni probabilità, produrrà un conflitto interno. La Francia, coadiuvata da Germania, Belgio e altri Paesi, spinge per l’adozione di Nutri-score quanto prima. L’Italia, invece, è fortemente contraria, convinta che sia necessario adottare un’indicazione diversa. L’idea italiana è quella di una etichettatura cosiddetta a batteria. Essa indica tutti i valori nutrizionali relativi alla porzione consumata.

Leggi anche: “From farm to fork: nuova strategia UE su agricoltura e alimentazione”

La risposta italiana a Nutri-score

L’Italia aveva proposto la sua idea di etichettatura qualche mese fa, nel novembre 2020, per bocca dell’allora ministro all’agricoltura Teresa Bellanova. La soluzione italiana fu denominata NutrInform Battery e si oppose – come fa ancora – al Nutri-score a semaforo. Gli indicatori restano 5 ma sono ben diversi dalla legenda francese. NutrInform – che non è obbligatorio ma adottato solo da chi ne faccia esplicita richiesta – appare si più completo ma anche abbastanza più complesso.

Esso indica il valore energetico (espresso in joule o calorie) del prodotto; i grassi; i grassi saturi; gli zuccheri e il sale in esso contenuti, tutti espressi in grammi. Le rilevazioni si riferiscono alla singola porzione dell’alimento. Poiché l’espressione del singolo dato non aiuta il consumatore a comprendere la salubrità di quel che mangia (principale critica al Nutri-score), ecco che la batteria può indicarci il contenuto in percentuale di ognuno dei 5 indicatori rispetto alla quantità giornaliera di assunzione raccomandata. La soluzione grafica è l’icona della batteria del telefono più o meno carica a seconda del contenuto di quel nutriente in 50 grammi (una porzione) di prodotto.

Sebbene Nutri-score risulti più immediato alla lettura, le sue indicazioni – per usare le parole con cui lo definì il Ministro Bellanova – sono semplicistiche più che semplici. Le lettere del Nutri-score, infatti, sono ottenute da un calcolo piuttosto complesso che tiene conto dei contenuti buoni dell’alimento in rapporto a quelli cattivi. Un calcolo del genere, oltre a non essere attendibile al 100%, finisce inevitabilmente per penalizzare la gran parte degli elaborati piatti tipici italiani.

Nutri-score e NutrInform
Raffronto grafico tra NutrInform (sopra) e Nutri-score (sotto). La grafica della proposta italiana è controintuitiva: più la batteria è carica, più nocivo sarà il prodotto. Elaborazione: greenplanner.it

Alle origini dello scontro

Olio d’oliva, prosciutti, salami tipici e gran parte degli alimenti che tengono alto il valore dell’export italiano sarebbero penalizzati dal giudizio di Nutri-score. I nutrienti in essi contenuti, infatti, non sono esattamente la quintessenza della salute e del benessere. È proprio per tale motivo che NutrInform Battery non si potrà applicare a prodotti riconosciuti DOP, IGT o SGT, sigle che contraddistinguono gran parte delle nostre eccellenze gastronomiche.

Alle origini dello scontro Italia – Francia, che in realtà coinvolge anche altri paesi, non vi sono soltanto la salute e la trasparenza. Si tratta di una battaglia prettamente commerciale. L’idea della Commissione Europea di orientarsi verso una sola etichetta nutrizionale, in modo da evitare confusione e incertezza tra i consumatori europei, ha innescato una miccia che potrebbe presto divenire esplosiva.

Nutri-score, un dramma per l’export italiano?

Nel caso in cui Nutri-score diventasse effettivamente lo standard nell’etichettatura nutrizionale europea, di fronte all’Italia si parerebbe un problema tangibile. Immaginiamoci, alla luce di quanto già scritto, quali problemi causerebbe il sistema a semaforo all’esportazione delle nostre eccellenze alimentari. La reputazione della cucina italiana subirebbe un grosso colpo. I nostri prodotti più noti e golosi non supererebbero probabilmente la classificazione della lettera C, la terza su cinque totali, ove il numero 5 è il più basso possibile. L’olio EVO (extravergine di oliva), re della nostra cucina, diverrebbe un prodotto mediocre, da colore arancione e lettera C, come si diceva.

In definitiva, non si scontrano soltanto due differenti tipi di etichetta, bensì due modi diversi e opposti di considerare gli alimenti e il loro apporto nutrizionale. Dietro alla grafica di semaforo da verde a rosso di Nutri-score e della batteria più o meno carica di NutrInform si cela potenzialmente il futuro della dieta mediterranea. Da decenni i nutrizionisti ci ripetono che sia il miglior modo di alimentarsi. Ora Nutri-score potrebbe cambiare ogni cosa. Oppure no.

Nutri-score dieta mediterranea
Alcuni cibi caratteristici della dieta mediterranea. Foto: Dana Tentis da Pexels

Implicazioni ambientali

In realtà, non dobbiamo farci trascinare da una discussione strumentalizzata. Sebbene Nutri-score corra il rischio di danneggiare l’export italiano, in realtà esso potrebbe compiacere gli ambientalisti. Cerchiamo di spiegare per quale motivo.

Partiamo con il precisare che la dieta mediterranea non è soltanto – ma neanche prevalentemente – olio d’oliva, parmigiano e prosciutto. Per definizione essa privilegia grassi di origine vegetale e ammette un consumo limitato di latticini e insaccati. Questa alimentazione, teniamo ben presente, si basa principalmente sull’abbondante consumo di frutta, vegetali e cereali prima di olio, formaggi e affettati. La retorica italiana sul Nutri-score non è sempre del tutto corretta.

Alla luce di ciò, in questa sua corretta versione, la dieta mediterranea è amica dell’ambiente. Gli alimenti maggiormente impattanti sono proprio quelli che andrebbero consumati più di rado. Prodotti come frutta, verdura e cereali difficilmente verranno penalizzati da Nutri-score, in quanto contengono nutrienti salubri. Per tal motivo, non sarebbe tanto la dieta mediterranea a venire penalizzata, bensì alcuni suoi prodotti che, comunque, dovrebbero essere consumati con moderazione. La dialettica del governo italiano, dunque, segue una logica prettamente commerciale.

Qualunque sia la decisione che prenderà Bruxelles – ove Nutri-score appare in vantaggio – ricordiamo che tutte le nostre decisioni alimentari finiscono per ripercuotersi sull’ambiente. Quello che mangiamo, i prodotti che scegliamo, hanno un impatto, che può essere più o meno nocivo per il pianeta. Nutri-score, NutrInform o qualunque altra etichetta sarà adottata dall’UE, le implicazioni ambientali del cibo che serviamo quotidianamente a tavola hanno un prezzo, dobbiamo tenerlo a mente.

Leggi anche: “Dieta sostenibile: il rapporto tra alimentazione e ambiente”

Prototipo Adidas: si può correre senza inquinare?

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Forse non tutti sanno che le scarpe da ginnastica sono davvero inquinanti e difficili da riciclare. All’interno del settore della moda, infatti, sono tra gli oggetti più pericolosi per l’ambiente. Si stima che una scarpa da corsa abbia un’impronta di carbonio pari a 13,6 kg di anidride carbonica equivalente (CO2e). Qualcosa però potrebbe presto cambiare. Un prototipo Adidas sviluppato insieme ad Allbirds, infatti, si sarebbe concentrato proprio su questo aspetto e avrebbe un’impronta inferiore ai 3 kg.

FUTURECRAFT.FOOTPRINT, il prototipo Adidas

Lo scorso 12 maggio Adidas ha tolto il velo alla sua ultima creazione. Si chiama FUTURECRAFT.FOOTPRINT ed è una scarpa davvero innovativa. Nè il notissimo brand della tripla striscia né i loro collaboratori di Allbirds hanno rilasciato tutti i dettagli relativi al modello. Dunque non conosciamo ancora ogni caratteristica di questa scarpa green, per così dire. Il prototipo Adidas si presenta leggerissimo, composto da un numero inferiore di componenti i quali presentano pochissimo carbonio nella loro struttura chimica.

Accompagnando la presentazione del modello, Adidas e Allbirds hanno affermato di aver: “scomposto i materiali, rivoluzionato la catena delle loro forniture e sfruttato ogni innovazione.” Anche il design scelto e la manifattura del modello sono rispettose dell’ambiente, perché durante questi processi sono state applicate procedure rispettose dell’ambiente, da parte di tutto lo staff coinvolto. Le fasi dell’ideazione e della produzione di ogni scarpa, infatti, sono solitamente estremamente inquinanti.

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Dettaglio ravvicinato del prototipo Adidas FUTURECRAFT.FOOTPRINT, sul rivestimento leggiamo che l’LCA della scarpa produce 2,94 kg di anidride carbonica equivalente. Foto: solecollector.com

Il prototipo Adidas e l’attenzione all’ambiente

La notizia con la N maiuscola, in questa vicenda, è che il prototipo Adidas FUTURECRAFT.FOOTPRINT presenta un’impronta di carbonio misurata pari a 2,94 chilogrammi di CO2e. I due marchi non hanno mai prodotto prima un modello impattante in maniera così contenuta sull’ambiente. Le due aziende affermano come non sia possibile avvicinarsi ulteriormente a emissioni zero, nell’iter produttivo di una scarpa. È possibile che l’avanzamento tecnologico renda possibile abbassare ancora questa soglia in futuro.

“La nostra partnership con Allbirds è un faro che illumina quanto possa accadere quando due marchi concorrenti della stessa industria uniscono le loro forze nello sviluppo di un design innovativo. Creando in simbiosi e mettendo apertamente a disposizione del partner le proprie competenze e risorse – come l’esperienza di Allbirds nel campo del calcolo dell’impronta di carbonio e le capacità di Adidas di realizzare scarpe competitive e performanti – si può arrivare a risultati importanti. Questa esperienza è una call-to-action per gli altri marchi e una pietra miliare nell’industria sportiva che vuole raggiungere la neutralità carbonica.”

Ha affermato Brian Grevy, membro del direttivo Adidas per i marchi globali.

Nel video di Run Testers un approfondimento sul prototipo Adidas e Allbirds FUTURECRAFT.FOOTPRINT

Il percorso di questo progetto

L’annuncio della collaborazione tra i due marchi per sviluppare una scarpa che avesse un basso impatto ambientale risale al 2020. A quel tempo c’era solo una grande ambizione, quella di riuscire a dar vita ad un modello pulito che fosse il meno inquinante mai creato. Non si tratta della prima volta che Adidas mostra interesse per l’ambiente, dal momento che qualche anno fa ha già dato vita a una scarpa sportiva prodotta interamente con plastica recuperata dagli oceani. È legittimo pensare che il marchio creato da Adi Dassler voglia strumentalizzare l’attenzione al pianeta e stia mettendo in atto del greenwashing con queste iniziative. In fin dei conti, il sospetto è d’obbligo quando parliamo di queste enormi multinazionali, che hanno naturalmente importanti responsabilità sul fronte del surriscaldamento globale. Ciò posto, bisogna spezzare una lancia in favore delle tre strisce, in quanto almeno mostrano dell’interesse a migliorare la loro etica. Non possiamo dire lo stesso di brand altrettanto noti e loro rivali.

Adidas ha dichiarato che intende ridurre la propria impronta di carbonio entro il 2030 e giungere alla neutralità di emissioni entro il 2050. Anche B-Corp Allbirds – questo il nome legale del marchio che ha collaborato allo sviluppo del prototipo Adidas – vuole raggiungere le emissioni zero. Troviamo dunque coerenza nell’iniziativa dei due professionisti delle scarpe.

Allbirds all’avanguardia

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Foto di David Mark da Pixabay 

In tempi non sospetti, ben prima dell’accordo con Adidas, Allbirds aveva già sviluppato una tecnologia LCA (Life Cycle Assessment – analisi del ciclo di vita) che mirava ad abbattere le emissioni. Lo strumento creato dal brand di moda e da alcuni esperti provenienti da industrie di altri settori e terze parti può calcolare con cura l’impronta di carbonio durante ogni fase della catena produttiva. Esso è diventato parte integrante del processo aziendale di creazione e progettazione, in grado di mappare l’impronta di carbonio di ogni prodotto. Recentemente, Allbirds ha creato una versione open-source – gratuita da utilizzare – di questo suo calcolatore, che altro non è se non un software informatico, in modo da renderlo disponibile anche ad altri marchi che vogliano seguirne i passi.

“Abbiamo urgente bisogno di ridurre le nostre emissioni di carbonio. Si tratta di una missione molto più grande di Allbirds o Adidas. Sia che ce ne rendiamo conto sia che non siamo in grado di farlo, questa gara ci vede tutti coinvolti. Ci riguarda come pianeta ed è enormemente più grande delle sfide quotidiane tra compagnie rivali e concorrenti.”

È il pensiero di Tim Brown, co-direttore di Allbirds. Difficile inquadrare meglio le nostre priorità, come società e collettivo.

EERT: l’e-commerce sostenibile di orologi in legno

EERT

Oggi abbiamo il piacere di presentarvi EERT, un e-commerce che seleziona, certifica e promuove prodotti in legno creati da artigiani italiani. Nasce dall’idea di un gruppo di giovani ragazzi lucani determinati a promuovere un consumo sostenibile. Abbiamo deciso di intervistarli per farci raccontare la storia di questo progetto, i criteri per la scelta dei prodotti e gli obiettivi a lungo termine. Grazie al recupero dei materiali di scarto e alla piantumazione di alberi, EERT rientra pienamente nei criteri di economia circolare e rappresenta una realtà virtuosa che vale la pena conoscere.

Che cos’è EERT e com’è nata l’idea degli accessori in legno

Cos’è EERT? 
EERT è un’idea di business sostenibile prima che un e-commerce di accessori di moda in legno. Sostanzialmente siamo una piccola impresa come tante altre impegnate nel commercio online. A renderci speciali è il nostro rapporto con l’ambiente, caratterizzato dal rispetto e dalla riconoscenza per tutto quello che esso ci dona quotidianamente. È per questo che abbiamo deciso di promuovere l’utilizzo di prodotti sostenibili, frutto di processi di lavorazione che abbattono qualsiasi fonte di spreco. Il nostro impegno per l’ambiente non finisce qui. Per ogni prodotto acquistato ci impegniamo a donare degli alberi con l’ausilio di importanti associazioni ambientaliste affermate a livello internazionale con noi affiliate come TeamTrees”.

Come nasce l’idea e chi ne fa parte?
“L’idea è nata dall’iniziativa di alcuni giovani ragazzi laureandi in ingegneria. Come molti nostri coetanei, eravamo spronati dai continui e sempre più frequenti inviti all’azione per rendere il mondo un posto migliore. A lezione sentivamo continue lamentele da parte dei nostri compagni riguardanti l’ambiente universitario e l’ambiente stesso. Tutti però avevano un comportamento passivo e dunque nessuno si rimboccava le maniche. E’ per questa motivazione che abbiamo deciso di fornire il nostro umile contributo al settore della moda, già affermatissimo in questa nazione, in chiave tutta green, al fine di fare qualcosa per la società”.

EERT

I criteri di EERT per la scelta dei prodotti

Quali prodotti si possono trovare nel vostro e-commerce e quali sono gli step necessari affinché entrino a far parte del progetto?
“Sul nostro e-commerce è possibile trovare accessori di moda (e a breve anche gadget) sostenibili. Si sente spesso questa parola, ma cosa vuol dire effettivamente “sostenibile”?
Il termine, riferito ad un prodotto, ha essenzialmente tre interpretazioni:

1) Sostenibile è ciò che è realizzato con prodotti sostenibili;
2) Sostenibile è ciò che è realizzato con processi sostenibili;
3) Sostenibile è qualcosa che non inquina e che ha zero sprechi.


È sulla base di queste tre definizioni che scegliamo i prodotti. Preferiamo prodotti prevalentemente in legno, un materiale ben meno inquinante delle normali plastiche, che garantisce comunque ottime proprietà meccaniche. Quest’ultima è una condizione necessaria affinché la qualità percepita rimanga sufficientemente alta, garantendo un’esperienza di fruizione totalmente comparabile a quella degli oggetti tradizionali. È infatti una delle nostre sfide maggiori quella di combattere l’idea che un prodotto green sia un prodotto di scarsa fattura”.

Attenzione al design e recupero degli scarti

Quali sono i tratti distintivi di EERT ed in che modo può considerare la propria idea di business sostenibile?
EERT ricerca la sostenibilità in tutte le fasi della creazione di un prodotto, dal design alla distribuzione. Ecco cosa ci distingue maggiormente. Il design è strategicamente curato in modo che:

  • 1) Il prodotto abbia lo stretto necessario affinché svolga la funzione per la quale naturalmente è stato concepito;
  • 2) Le componenti siano modulari. Questo ci consente di rilavorare una singola componente e di poterla riutilizzare in altri contesti.


Gli scarti della lavorazione (il truciolo ad esempio), o vengono usati per sostituire la comune plastica da imballaggio per proteggere i nostri pacchi durante il trasporto, oppure vengono compressi ed utilizzati per la creazione dei box in legno. Niente è sprecato, tutto è riutilizzato. Ci costa meno e siamo più green”.

EERT

Gli obiettivi a lungo termine di EERT

Qual’è l’obiettivo a lungo termine di EERT?
“Non nascondiamo la consapevolezza riguardo la difficoltà di espandere il nostro business in futuro. In ogni caso puntiamo a divenire autonomi per quanto riguarda la piantumazione degli alberi, ossia essere in grado di adoperare volontari e istituire veri e propri eventi per prenderci cura del nostro pianeta. L’obiettivo entro la fine del 2021 è quello di consolidare partnership con enti ambientalisti in ogni regione italiana. Sulla scia di questa nostra ambizione, puntiamo a dare lavoro ai piccoli artigiani connazionali del legno duramente colpiti da questa emergenza sanitaria che noi tutti speriamo venga superata al più presto”.

Un modello applicabile su larga scala

Pensate che il vostro approccio incentrato sulla sostenibilità possa essere applicato anche ad altri settori?
“Sì, indubbiamente. Ne siamo convinti in quanto già ora esistono imprese di grosso calibro dei più svariati settori industriali che si impegnano direttamente, e quindi economicamente, in iniziative come la nostra. Condizione necessaria affinché tale trend si rafforzi nel tempo è che le amministrazioni aziendali guardino non solo al profitto in senso stretto, ossia economico, ma anche ai benefici complessivi che gli individui e l’ambiente che interagiscono con l’organizzazione ottengono. Essere attenti all’ambiente non significa donare 100milioni di alberi o partecipare a manifestazioni. Basterebbe una piccola accortezza nell’utilizzo di prodotti d’uso comune. Purtroppo questo messaggio, per quanto banale sembri, non lo è affatto. La massa preferisce grandi brand a prodotti realizzati in una certa maniera e con un certo obiettivo. Questa è la vera grande sfida. Cambiare il pensiero ed il fare umano per un futuro migliore, per un presente migliore“.

Leggi anche: “Le foreste e l’uomo, relazione complessa anche alla luce del cambiamento climatico”

Orologi e bracciali in legno per uomo e donna

Tutti i prodotti a marchio EERT sono disponibili sul loro e-commerce divisi secondo le categorie scelte dai fondatori:

  • Orologi uomo
  • Orologi donna
  • Bracciali in legno

Una nuova idea di business, improntata sulla sostenibilità, e soprattutto messa in piedi da dei giovani ragazzi italiani, che hanno deciso di non stare a guardare sperando che le cose cambiassero, provando a fare la loro parte con la creazione di un business che possa essere sostenibile sotto tutti i punti di vista: ambientale ed economico.

Da parte nostra va a loro un grande in bocca al lupo, nella speranza che idee come queste inizino a prendere il sopravvento sulla alternative meno sostenibili.

Giornata mondiale dell’acqua. Informazioni ed eventi

giornata mondiale dell'acqua

La Giornata Mondiale dell’acqua 2021 ci ricorda quanto questo elemento abbia un immenso valore per l’umanità. Questa celebrazione non appare, agli occhi dell’opinione pubblica, qualcosa di inutile e ridondante. I casi sono quindi due. O questo concetto viene dato per scontato al punto da aver appiattito o anche annullato le nostre quotidiane attenzioni verso di esso. Oppure esiste davvero un’inconsapevolezza diffusa di quanto l’acqua sia fondamentale per la sopravvivenza della nostra specie. In entrambi i casi è bene salire sul carro della Giornata Mondiale dell’acqua e dedicare qualche minuto a informarci sull’argomento. Quest’anno a trainarci è l’importante tema: “Valorizzare l’acqua” (“valuing water”).

“Valuing water”, il tema della Giornata Mondiale dell’Acqua

Qualcosa ha un valore inestimabile quando è unico. Pensiamo alle opere d’arte autografate, o ad alcuni eventi storici che hanno cambiato le sorti del mondo, o più semplicemente a ogni essere umano. Tutti noi, in quanto unici, abbiamo un valore inestimabile. E, se riflettiamo bene, anche l’acqua lo è. Non esiste infatti al momento qualcosa, a livello di formula chimica, che possa sostituirla. Cosa che invece non accade per alimenti come il grano, la carne, il latte, i cui principi nutritivi si trovano in molti altri alimenti che sono ad essi intercambiabili. Per quanto infatti anche questi beni abbiano un valore, non è minimamente paragonabile a quello dell’acqua.

La sua unicità e la sua utilità in moltissimi ambiti della vita fa quindi sì che il suo valore vada molto oltre a quello monetario. Talvolta però anche l’importanza di ciò che consideriamo inestimabile viene calpestata. Agli uomini è stato dato un prezzo durante la tratta degli schiavi, eventi storici di pregnanza incalcolabile come il diritto di voto alle donne sembrano voler essere cancellati dal calendario da qualche idealista esaltato. L’arte subisce un costante declassamento nelle economie di mercato, che vedono poco riconosciuto il valore di scrittori, artisti, scultori, attori teatrali.

Il valore economico dell’acqua

Questo destino, purtroppo, è stato riservato anche all’acqua, la cui valenza viene abbassata o alzata a seconda della sua disponibilità o reperibilità, e non del suo valore assoluto. Nei paesi più ricchi infatti l’acqua è un bene che quasi viene dato per scontato e pertanto vale molto poco. Non è raro, infatti, che venga sprecata sia a livello domestico ma anche pubblico. Pensiamo che in Italia nel 2019 è andato perso il 37% dell’acqua immessa nelle reti dei capoluoghi. E l’Italia è comunque un Paese che soffre di carenza idrica.

Al contrario nei paesi più poveri l’acqua ha un prezzo troppo alto a causa proprio della sua scarsità, ma anche del prezzo di mercato che non può (o non vuole) adattarsi alle condizioni di vita delle diverse popolazioni. L’acqua è quindi una risorsa irraggiungibile per molti. Ad oggi 785 milioni di persone non dispongono di una fonte di acqua potabile e 2 miliardi di persone non hanno accesso ai servizi igienici di base.

Leggi il nostro articolo: L’acqua diventa una merce e si quota in borsa

L’acqua ci serve per sopravvivere

La ricerca compulsiva dell’acqua nello spazio è dovuta al fatto che la vita sul nostro pianeta sia nata proprio grazie ad essa. E senza questo elemento allo stato liquido la Terra per come noi la conosciamo non esisterebbe. Il corpo umano, poi, è formato in gran parte da acqua e ne abbiamo bisogno ogni giorno per dissetarci e sopravvivere. Oltre però a queste principali funzioni, qual è l’impatto di questo prezioso elemento nella vita degli uomini?

Con l’acqua irrighiamo i campi nei quali cresce tutto il cibo che mangiamo. Per un chilo di grano servono tra i cinquecento e i quattromila litri di acqua. Per un chilo di legumi ne servono 4055 litri e per un chilo di carne bovina 15.415 litri. Le risorse idriche sono anche importanti per coprirci. Per produrre un chilo di cotone servono dai 10 mila ai 20 mila litri di acqua. Per non parlare dei tessuti che derivano dagli allevamenti animali, come la lana o la pelle.

Perché questi terreni siano mantenuti floridi, inoltre, sono fondamentali gli insetti impollinatori. Infatti, l’84% delle specie coltivate dipendono anche da questi organismi, ai quali serve acqua per vivere. Questo bene è poi necessario per la crescita degli alberi, senza i quali sarebbe difficile trovare riserve di ossigeno.

Gli usi secondari, ma altrettanto importanti dell’acqua

Da quando l’acqua corrente e pulita è entrata nelle nostre case la nostra aspettativa di vita si è alzata moltissimo (73,6 anni per gli uomini e 80,2 anni per le donne, contro i 35-40 del Settecento). Tra i fattori che hanno innescato il fenomeno vi è la diminuzione della mortalità perinatale e per malattie infettive, dovuta appunto al miglioramento dell’igiene e dello stato di nutrizione della popolazione, ai programmi di vaccinazione e all’introduzione della terapia antibiotica.

Un esempio che mette in luce il ruolo fondamentale dell’acqua è quello degli scarichi privati che indirizzano i nostri “scarti” verso le fognature e non, come si usava fare nei primi agglomerati cittadini, in strada. Questa abitudine era causa di gravi malattie e inquinamento delle falde acquifere; fattori che incidevano sopratutto sulla popolazione più povera. Sono anche diminuite le latrine pubbliche, anche se il fenomeno non è affatto eradicato nei paesi più poveri e sovraffollati. Spesso sono caratterizzate da condizioni igieniche precarie e sono defilate dalle abitazioni. Oppure molte persone, sopratutto donne, cercano un luogo più pulito e altrettanto nascosto, che talvolta diventa scenario di violenze impunite. Ne parliamo meglio in questo articolo, in cui spieghiamo perché le donne sono più colpite dai cambiamenti climatici.

L’acqua è poi fondamentale per il funzionamento delle strutture ospedaliere, per il primo soccorso e per la produzione di medicinali. Questo elemento ha poi molte proprietà terapeutiche, sia a livello fisico che psicologico. Alcuni esempi? L’acqua termale, gli infusi di erbe, e persino la musicoterapia, che spesso utilizza i rilassanti suoni dell’acqua che scorre e che gocciola come potente agente rilassante. Tutte proprietà da non sottovalutare in un’epoca in cui una grande parte della popolazione soffre di problemi psicologici anche gravi dovuti alla frenesia e allo stress della vita contemporanea.

Cosa accade se l’acqua finisce? La giornata mondiale dell’acqua ce lo ricorda

Molte persone, lo ribadiamo, dipendono direttamente dalle fonti di acqua dolce o salata. Un esempio sono i pescatori, che risentono moltissimo dell’inquinamento delle acque e della pesca eccessiva, di cui parliamo qui. Alcune aree del mondo più di altre, che sono totalmente dipendenti dalla presenza e dalla salubrità dei bacini acquiferi, stanno subendo danni incalcolabili a causa della siccità.

Un esempio è la regione che sorge intorno al lago Ciad, il quale in soli cinquant’anni si è ridotto del 90%. La quantità di pesce nel lago è diminuita del 60% e il natron, un impasto di sali naturali ricavato dalle alghe e usato per conservare cibi, conciare pelli e lavorare tessuti è quasi scomparso. Pescatori, allevatori e agricoltori stanno perdendo il lavoro e i beni di prima necessità. Questo li ha portati alla fuga, rimpolpando così quella categoria di migranti cosiddetti “climatici”.

Leggi anche: L’Italia senza acqua: siccità in Puglia, Basilicata e Sicilia

Conseguenze meno dirette della mancanza di acqua

Talvolta le conseguenze della mancanza di acqua sono meno dirette, ma altrettanto tragiche. Molti ritengono che la guerra in Siria sia dovuta, almeno in parte, alla terribile siccità che ha colpito il paese tra il 2007 e il 2010. Questo ha spinto molte persone a spostarsi nelle principali metropoli dove il sovraffollamento e la mala gestione di un’immigrazione improvvisa e massiccia ha creato un clima di forte instabilità. La situazione ha quindi creato le condizioni ideali perché politici e gruppi armati perseguissero i loro interessi.

Come ci ricorda il tema della odierna Giornata Mondiale dell’acqua, a questo bene bisogna dare il giusto valore. Se infatti ci si concentra solo su quello politico ed economico, le tragedie sono dietro l’angolo. Lifegate ha recentemente parlato del fiume Brahmaputra, un importante corso d’acqua che bagna sia Pechino che Nuova Delhi. La corsa energetica di Cina e India, due Paesi in grande sviluppo, è sfrenata e ciò impedisce ai capi politici di accordarsi diplomaticamente sulla gestione delle risorse idriche. Le vicendevoli accuse di sovrasfruttamento, la riduzione apposita della portata delle acque nei territori confinanti e gli interventi militari, stanno avendo conseguenze devastanti per l’irrigazione e la potabilità dell’acqua nelle città e i villaggi.

I ghiacciai custodiscono l’acqua. Finché esistono

La mancanza di acqua potabile però non sarà un problema solo per le zone più calde o povere del mondo. La principale riserva di acqua potabile sul nostro Pianeta sono i ghiacciai situati in Antartide e Groenlandia. Essi custodiscono quasi i due terzi del totale di acqua potabile dell’intero globo. Se l’intera calotta antartica si sciogliesse, il mare si innalzerebbe di 61 metri. Senza arrivare a scenari apocalittici, però, anche qualche metro di acqua in più comprometterebbe l’esistenza di intere città o nazioni. Un piccolo e sicuramente non esauriente esempio riguarda la costa ovest degli Stati Uniti. Qui, un tratto della famosa strada Highway 1 verrà spostato verso l’entroterra per evitare la sua attesa sommersione.

In Islanda la prima fonte di acqua potabile è data dai ghiacciai, il che permette ai cittadini di non acquistare bottiglie di plastica e sopratutto di bere acqua purissima. Uno dei ghiacciai più grandi, il Sólheimajökull, si è ridotto di 110 metri in 8 anni in termini di lunghezza e di 50 metri in profondità. Nel 2019 siamo stati proprio qui e abbiamo visto coni nostri occhi la sofferenza di questo ghiacciaio, di cui parliamo in questo articolo. Guardando a “casa nostra”, le Alpi costituiscono la maggior riserva d’acqua europea. Lo scioglimento di questi ghiacciai significa meno acqua nei fiumi, e quindi a valle e in città. Dal 1960 al 2017 la stagione delle nevi nelle Alpi si è accorciata in media di 38 giorni l’anno.

Un ghiacciaio islandese

Gli eventi (online) da non perdere nella Giornata Mondiale dell’acqua

  • 22 marzo dalle 17.00. Earth Day insieme al Ministero della Transizione Ecologica organizzano un Digital Talk in diretta streaming su earthday.it. Si parlerà di guerre dell’acqua, ricerca spaziale, infrastrutture idriche, tecnologie di desalinizzazione. Durante l’evento giornalisti, esponenti di associazioni, enti e imprese dibatteranno su criticità, politiche, ricerca e tecnologie per gestire e tutelare la risorsa naturale più importante.
  • 22 marzo – Intera giornata. Per la prima volta le affascinanti rive destra dei laghi di Mantova non ospiteranno eventi in presenza. La kermesse si svolgerà però online con l’evento FIUMI DI PRIMAVERA. Qui scuole, enti pubblici, agenzie di gestione ambientale, associazioni, università tratteranno temi molto importanti. Nella mattinata si parlerà di acqua e cambiamento climatico, consumi idrici in agricoltura, sprechi e i comportamenti virtuosi. Si tratterà anche di produzione di acqua potabile, servizi ecosistemici, uso di immagini satellitari per il monitoraggio della acque e microplastiche. Il pomeriggio invece sarà a carattere più tecnico-scientifico. La diretta si potrà seguire sul canale YouTube di GLOBE Italia.
  • 22 marzo dalle 13:00 alle 14:30. Per chi comprende l’inglese, l’evento ufficiale del World Water Day 2021 sarà disponibile in diretta qui. Per l’occasione si vuole celebrare l’acqua e accrescere la consapevolezza della crisi idrica globale. Il focus sarà il raggiungimento dell’obiettivo di sviluppo sostenibile (SDG) numero 6: acqua e servizi igienico-sanitari per tutti entro il 2030. Sempre lunedì sarà disponibile il nuovo atteso report delle Nazioni Unite sulla Giornata Mondiale dell’acqua 2021. Il rapporto valuta lo stato attuale nella valutazione dell’acqua in diversi settori. Identifica poi i modi in cui la valutazione può essere promossa come strumento per migliorare la gestione delle risorse idriche e raggiungere gli obiettivi globali di sviluppo sostenibile.

Gli eventi dei giorni successivi

  • 23 marzo alle ore 10:00. L’Associazione Publicacqua organizza quasi una intera settimana di eventi a partire dal 22 marzo con il festival di Mantova sopra citato. Il 23 si svolgerà l’evento I SUONI DELL’ACQUA. Con il contributo del Museo della Musica Fondazione Tronci potremo immergerci nel mondo della musica e dell’acqua con Omar Cecchi e Gennaro Scarpato. I musicisti si esibiranno in una suggestiva performance utilizzando strumenti che riproducono il suono dell’acqua o che usano l’acqua per funzionare. L’attività è pensata per studenti e insegnanti degli ultimi anni della primaria e secondaria di 1° grado. L’evento sarà trasmesso in diretta su questo canale YouTube.
  • 25 marzo ore 15:00 – 17:00. VALUING WATER + WATER AND CLIMATE CHANGE è un evento in cui l’artista di fama internazionale Giorgio Andreotta Calò dialoga con la critica d’arte Barbara Casavecchia. Giorgio Andreotta Calò è attualmente in mostra al Centro Pecci (Prato, PO) con la sua opera Produttivo, un insieme di 2000 metri lineari di carotaggi provenienti dalle miniere di carbone a sud-ovest della Sardegna. Egli, insieme a Barbara Casavecchia, accompagneranno gli studenti in un viaggio verticale attraverso le profondità degli oceani e le viscere della terra. L’obiettivo è riflettere sul proprio ruolo nella gestione delle risorse naturali e nella preservazione dell’ecosistema in cui viviamo. L’incontro sarà registrato e rimontato in un breve video, che entrerà a far parte dei materiali audiovisivi della Web Tv del Centro Pecci, restando a disposizione di tutti gli utenti

Vuoi approfondire il tema? Allora consulta la nostra sezione dedicata ai libri sull’ambiente, e trova il titolo che fa per te!

Il rispetto dell’ambiente spiegato ai bambini

rispetto ambiente bambini
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Il rispetto dell’ambiente in famiglia è molto importante perché i bambini sono le generazioni che in futuro si occuperanno di produrre, lavorare e consumare. Pertanto, è essenziale che i tuoi figli crescano comprendendo l’importanza della vita sostenibile e siano educati a valori in linea con il rispetto dell’ambiente intorno a loro. Solo in questo modo, sarà più facile e naturale per loro adottare uno stile di vita migliore quando saranno grandi. 

Leggi anche: 20 cartoni e film sull’ambiente per bambini e ragazzi

Ma come spiegare la sostenibilità ai bambini? Attraverso piccole azioni e attività divertenti. Qui di seguito ne elenchiamo sette che si possono mettere in pratica sin da subito!  

7 semplici attività che insegnano ai bambini a rispettare l’ambiente

  1. Usare la bicicletta il più possibile. Quando puoi, evita di usare i mezzi o la macchina. Soprattutto in primavera ed estate, puoi portare i bambini a scuola usando la bicicletta oppure, qualora fosse possibile solo il fine settimana o durante le vacanze, portarli a fare una mini-escursione alla scoperta di zone della città che ancora non conoscete.
  2. Fare giardinaggio. Grazie a questa divertente attività, i bambini avranno l’occasione di sviluppare il pollice verde. Basta anche solo comprare una pianta e prendersene cura. Questo lì aiuterà a riconoscere l’importanza della natura e di tutti i suoi esseri viventi.
  3. Non consumare ciò che non è necessario. Quanto volte ti è capitato di lasciare l’acqua scorrere mentre ti lavi i denti o di lasciare la luce accesa nella stanza quando non eri presente? Definisci una nuova routine in casa e spiega ai tuoi figli che un sovra-consumo di luce e acqua danneggia l’ambiente.
  4. Dai una seconda vita agli oggetti o donali. Ciò che non ricicli lo puoi riutilizzare o donare. Riutilizzare i materiali per dare vita a un altro oggetto, insegnerà ai bambini a non sprecare nulla. Un classico esempio è quello del riciclo creativo che consente di realizzare bellissimi fai da te con materiali come rotoli di carta igienica, bottiglie di plastica, cartoncini e tanti altri. Nel caso invece di oggetti in buone condizioni, ma che non utilizzi più, puoi valutare l’idea di donarli alle persone che ne hanno più bisogno. È il caso di vestiti che i tuoi figli non indossano più, giocattoli e così via. Un’azione come questa insegnerà loro anche l’importante concetto della condivisione.
  5. Riduci il consumo della carne. Moderare il consumo della carne contribuisce a inquinare meno. Gli allevamenti contribuiscono alle emissioni globali di gas serra in misura maggiore di quelle rilasciate dai mezzi di trasporto. In casa, con i tuoi bambini, prova ad adottare uno stile alimentare più sostenibile. Anche un cambiamento a piccole dosi impatterà positivamente a livello ambientale.
  6. Usa meno plastica. Molta della plastica che buttiamo viene poi gettata nei nostri mari. Oltre a danneggiare le specie marine, danneggia l’ambiente e anche la nostra stessa salute. Anche qui basta cambiare alcune abitudini per rendere la propria routine plastic free. Quando per esempio vai a fare la spesa con i tuoi figli, porta con te una borsa riutilizzabile invece di comprarne una di plastica che poi butterai via.
  7. Fai la raccolta differenziata. Probabilmente la fai già perché prevista dal tuo Comune, ma dato che sei qui per spiegarlo ai tuoi figli, è bene coinvolgerli nell’attività quotidiana. Puoi usufruire di un supporto visivo come questo qui sotto e spiegare la destinazione di ogni materiale:
rispetto ambiente bambini
Grazie a un supporto pratico come questo, sarà per i bambini più automatico fare la raccolta differenziata, soprattutto quando si troveranno a farlo da soli o a casa degli altri. 

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L’esempio degli adulti è importante

I genitori dovrebbero sempre dare il buon esempio ai propri figli perché questi poi emuleranno i loro comportamenti. Una volta che imparano a essere più rispettosi dell’ambiente all’interno delle propria mura domestiche, sarà per loro più facile assumere questo atteggiamento anche all’esterno. Ma non solo le famiglie con i bambini devono cambiare le proprie abitudini. Dovrebbe essere un dovere di tutti quello di adottare una stile di vita più sostenibile. Per raggiungere, quindi, più persone possibili, è necessario che realtà più grandi si impegnino a spargere la voce.

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Babysits, piattaforma online che mette in contatto babysitter e genitori, ha deciso di ridurre le proprie emissioni di carbonio, in particolare, aderendo al programma di Leaders for Climate Action per diventare un’azienda a zero emissioni. In quanto azienda digitale, ha deciso di intervenire anche sul fronte mediatico: scrive articoli di sostenibilità, ha partecipato ad una manifestazione dei Fridays For Future e collabora con aziende che condividono la medesima visione. Sempre più aziende dovrebbero abbracciare questa visione e combattere contro il cambiamento climatico. Solo insieme si potrà garantire ai bambini di oggi di vivere domani in un mondo migliore

di Elena Mancini, responsabile del mercato italiano di Babysits.

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Che cos’è l’overfishing?

Negli ultimi 55 anni è emersa la consapevolezza che gli oceani sono vulnerabili, le sue risorse esauribili. L’overfishing porta all’impoverimento dei mari in termini di biodiversità e di servizi. Ma in che modo possiamo contribuire noi consumatori? La risposta è non mangiando pesce.

Leggi anche: Allevamenti intensivi ittici: tra ecologia ed etica (lecopost.it)

“Seaspiracy” e l’insostenibilità della pesca (lecopost.it)

Che cos’è l’overfishing?

A livello mondiale l’overfishing o sovrapesca costituisce una delle più gravi minacce alla salute dei mari e dei loro abitanti. Se pescare in sé non è intrinsecamente dannoso per l’oceano, ciò che minaccia gli ecosistemi marini è il sovrasfruttamento delle risorse ittiche. Il termine overfishing indica un prelievo talmente eccessivo e veloce di specie di pesce dal mare da non permettere a queste di riprodursi.

Come spiega Greenpeace, il 63% dei pesci mondiali dei quali ci nutriamo viene pescato in quantità decisamente oltre quelle sostenibili dalla natura.sia in termini di possibilità riproduttive (gli animali sono troppo pochi e non fanno in tempo ad accoppiarsi) che in termini di biodiversità (l’assenza di anche solo una specie, provoca conseguenti mutazioni alla catena alimentare e modifica l’ambiente circostante).

La pesca eccessiva è strettamente legata al bycatch – la cattura accidentale di specie non desiderate. Parliamo di uno dei più gravi problemi legati alla pesca in tutto il mondo. Esso infatti causa l’inutile perdita di miliardi di pesci, insieme a centinaia di migliaia di tartarughe marine e cetacei.

Un po’ di storia dell’overfishing

È possibile rintracciare Il primo esempio di overfishing già all’inizio dell’800. La ricerca di grasso per l’olio per le lampade condusse ad una decimazione della popolazione delle balene. Inoltre, l’idea dell’inesauribilità delle risorse ittiche, sostenuta da diversi naturalisti dell’Ottocento, tra cui Huxley ha favorito questa pratica.

Tuttavia, fenomeni di overfishing rimanevano isolati e circoscritti: dalla fine del 20esimo secolo sono divenuti globali e catastrofici.

Da metà del secolo scorso infatti, gli stati hanno cominciato ad adottare diverse politiche per favorire un incremento dei rendimenti di pesca. Inizia l’era della pesca industriale, caratterizzata dallo sviluppo di tecnologie e strumenti sempre più aggressivi per la cattura dei pesci. Queste pratiche determinano la crescita esponenziale di prodotti ittici disponibili a prezzi accessibili, sempre più richiesti dai consumatori.

Questo circolo vizioso tra aumento della domanda e di conseguenza dell’offerta, vede presto i suoi frutti nel depauperamento delle risorse ittiche. Infatti, oltre a minacciare gli ecosistemi marini, l’overfishing minaccia la pesca stessa: dal 1950 al 2015, la quantità di pescherecci nel mondo è più che raddoppiata, a fronte di un calo di pescato a parità di lavoro dell’80%. Le riserve ittiche sono sempre più magre: il 29 per cento delle specie marine, usate per il commercio, hanno subito un collasso, in certi casi anche del 90 per cento. Ci troviamo in uno status in cui si pesca di più ma si cattura di meno.

Stime attuali di overfishing

Ad oggi, ogni persona mangia una media di 19,2 kg di pesce l’anno (circa il doppio rispetto a 50 anni fa) e la FAO predice che tale consumo arriverà a 21,5 kg nel 2030. Per soddisfare questa domanda, più del 55% degli oceani è nelle mani dell’industria della pesca.  

  • Oltre il 30% degli stock ittici è sovrasfruttato;
  • Il 60% è sfruttato al limite;
  • Solo il 7% è entro i limiti di sostenibilità.

Parlando delle specie di pesce che consumiamo più frequentemente, Greenpeace fa sapere che abbiamo perso il 99% delle anguille europee e il 95% del tonno australe, che i salmoni sono quasi del tutto scomparsi dall’Atlantico, sempre più squali e razze entrano nelle liste di animali a rischio estinzione, così come l’80 dei maggior predatori dei mari sono scomparsi dalle coste nord del Pacifico e dell’Atlantico

Pesci estinti entro il 2048

Di fronte al crollo delle grandi popolazioni di pesce, le flotte commerciali “avendo esaurito i grandi pesci predatori in cima alla catena alimentare, si concentrano sulle specie sempre più piccole, finendo infine a pescare i piccoli pesci e gli invertebrati precedentemente scartati”.


Questo cosiddetto “fishing down” sta innescando una reazione a catena che sta sconvolgendo l’antico e delicato equilibrio del sistema biologico del mare.

Uno studio sui dati di cattura pubblicato nel 2006 sulla rivista Science ha previsto che se i tassi di pesca continueranno a ritmo sostenuto, tutte le attività di pesca del mondo saranno crollate entro l’anno 2048.

Quali sono le possibile soluzioni?

Per arrestare il declino, secondo gli autori della ricerca, è necessario creare delle aree protette, dove sia salvaguardata la biodiversità e dove specie sull’orlo dell’estinzione, possano ricominciare a svilupparsi. Un processo abbastanza veloce: secondo i calcoli degli scienziati, con un buon ecosistema in tre, cinque, al massimo dieci anni, si potrebbero ripopolare di pesce molte zone. Inoltre, una migliore applicazione delle leggi che regolano le catture e un maggiore uso dell’acquacoltura possono contribuire alla risoluzione del problema.

Tuttavia, l’illegalità e la pesca insostenibile affliggono prepotentemente l’industria. Inoltre, sono i consumatori abituati a quantità di pesce sovrabbondanti e spesso inconsapevoli della provenienza del pescato che continuano a dare benzina a queste pratiche devastanti. Dunque, la soluzione più immediata ed efficace da parte nostra è non consumare pesce.


Moda sostenibile: tra etica e rispetto per l’ambiente

moda sostenibile

La moda sostenibile è quella branca dell’industria dell’abbigliamento che rispetta l’ambiente e i diritti umani. Molto sinteticamente si può parlare di un connubio tra moda ecosostenibile e moda etica, due concetti troppo spesso confusi e mercificati dalle grandi aziende del settore. Perché un capo possa essere considerato sostenibile, deve:

  • essere prodotto con materiali ecologici
  • avere un basso impatto ambientale
  • essere stato creato e commercializzato da lavoratori pagati equamente e trattati con dignità.

Ascolta il podcast di introduzione all’articolo!

L’impatto ambientale della moda non sostenibile: alcuni dati

L’industria dell’abbigliamento e delle scarpe produce un’altissima quantità di gas a effetto serra, superando il trasporto aereo e navale globale messi insieme. Le emissioni della moda rappresentano l’8% di quelle totali, ammontando a 1,2 miliardi di tonnellate all’anno. L’industria nel suo complesso, compresa di trasporti e commercializzazione, produce 3,3 miliardi di tonnellate di anidride carbonica all’anno, pari a quella che produce nello stesso arco di tempo l’intero continente europeo. In più, questa cifra non sta facendo altro che aumentare. La Ellen MacArthur Foundation stima che la moda potrebbe assorbire il 25% del carbon budget globale entro il 2050.

L’impatto ambientale così alto della moda è dovuto sia alla produzione dei capi stessi, ma anche ai comportamenti non sostenibili dei consumatori. Questi ultimi sono ovviamente anche influenzati dalle più recenti tecniche di marketing di aziende e influencer, che incentivano l’acquisto frenetico e il consumo quasi “usa e getta” dei capi vestiari. Si pensi che nel 2015 i consumatori hanno comprato il 60% dei prodotti in più rispetto all’anno 2000. Si stima inoltre che, se i Paesi dei mercati emergenti raggiungessero i livelli di consumo delle nazioni occidentali, le emissioni di anidride carbonica della moda aumenterebbero del 77%, il consumo di acqua del 20% e quello di suolo del 7%.

La moda ecosostenibile rispetta l’ambiente

I materiali sintetici

Nessun oggetto che non sia la materia prima stessa è a impatto zero. Infatti, una moda veramente rispettosa dell’ambiente sarebbe quella che non esiste, il che ovviamente sarebbe impossibile nella società odierna. Vi sono però materiali meno sostenibili di altri.

  • Per esempio, il poliestere, così come la lycra e l’acrilico sono derivati del petrolio. SI potrebbe dire che un capo composto dal 100% di poliestere sia un capo “di plastica”. Questo materiale è contenuto nel 65% di tutti i capi di abbigliamento, poiché il suo costo è molto basso e le fibre sono abbastanza resistenti. La creazione artificiale di questo materiale produce ogni anno emissioni pari a quelle rilasciate da 185 centrali elettriche a carbone, raggiungendo i 700 miliardi di Kg di gas serra.
  • Il nylon, ugualmente, è un materiale sintetico che viene utilizzato principalmente per la biancheria intima, grazie alla sua elasticità. Anch’esso proviene dalla lavorazione chimica del petrolio e del carbone, e questo porta con sé non pochi problemi ambientali. Oltre a supportare alcune delle industrie più sporche del mondo, la produzione di nylon genera protossido di azoto, un gas a effetto serra 300 volte più potente dell’anidride carbonica. Per raffreddare le fibre dopo il processo, inoltre, sono necessarie ingenti quantità di acqua. Infine, tutti questi procedimenti richiedono un grande dispendio di energia e, quindi, un ulteriore sfruttamento di fonti non rinnovabili.

Le fibre sintetiche, nel corso della loro lunga vita, ma anche e sopratutto alla fine di essa, producono microplastiche, che danneggiano i mari, l’ambiente e anche l’uomo. Inoltre questi materiali non sono biodegradabili. Pertanto, o vengono inceneriti nelle discariche contaminando l’aria che respiriamo, oppure rimangono nell’ambiente per centinaia di anni, emettendo sostanze tossiche.

I materiali naturali poco sostenibili

Per quanto esistano aziende virtuose, che utilizzano poliestere e nylon riciclato e che per le loro industrie sfruttino soltanto energia rinnovabile, il vero fulcro della moda sostenibile sono i materiali di origine naturale. Anche qui, però, troviamo diversi livelli di sostenibilità ambientale. Il cotone, per esempio, è una fibra naturale e quindi teoricamente biodegradabile. Talvolta, però, i fili delle cuciture sono in poliestere, oppure il capo può contenere coloranti o composti chimici che provengono da fonti non rinnovabili o che sono addirittura tossici. In più, secondo il Water Footprint Network, l’impronta idrica media del tessuto di cotone è di circa 10.000 litri per chilogrammo, che lo rende il più grande consumatore di acqua nella filiera dell’abbigliamento. Il cotone biologico ovviamente può essere un’alternativa migliore, specialmente se porta la certificazione GOTS (Global Organic Textile Standard).

Vi sono poi altri materiali naturali di origine animale, come la lana, la pelliccia, la seta e la pelle. Anche questi, se lavorati senza il supporto di materiali sintetici, sono biodegradabili e la loro filiera può potenzialmente essere molto corta. Esiste però un lato molto oscuro che riguarda questi materiali. Oltre a costituire un problema etico per il maltrattamento degli animali da cui le fibre provengono, gli animali in questione emettono metano, un gas serra 20 volte più riscaldante dell’anidride carbonica. Inoltre gli allevamenti richiedono un consumo enorme di suolo e acqua e sono spesso causa di deforestazione. Anche qui, è fondamentale informarsi sull’origine di questi materiali. Per esempio, Ragioniamo con i piedi è un’azienda che produce calzature di pelle sostenibile. Abbiamo intervistato il fondatore Gigi Perinello in questo articolo.

I materiali naturali nella moda etica e ecosostenibile

Veniamo quindi a quei materiali che sono universalmente considerati più sostenibili, ovvero quelli di origine vegetale e che non consumano così tanta acqua come il cotone. Questi sono:

  • juta
  • lino
  • canapa
  • agave
  • kapok
  • ramié
  • cocco
  • ananas
  • ginestra
  • ortica

Questi materiali richiedono un minore utilizzo del suolo, un basso consumo di acqua e resistono naturalmente contro parassiti e malattie. Tra questi, la canapa è una delle migliori alternative al cotone.

La pianta di canapa, infatti, necessita di poca acqua per crescere e può essere coltivata in molti diversi ambienti in tutto il mondo, senza bisogno di compiere lunghe tratte, come accade invece per le fibre di ananas e cocco. In più, prospera senza bisogno di pesticidi. Le sue fibre sono molto resistenti e durano nel tempo, riducendo, di fatto, il bisogno di acquisto continuo di capi di bassa qualità.

Leggi anche: la pianta di canapa è sostenibile e potrebbe salvarci.

Fibra di canapa

Mai abbassare la guardia

Come abbiamo accennato nei paragrafi precedenti, non è detto che un capo composto da fibre naturali sia totalmente sostenibile. Per trattare i tessuti talvolta si ricorre all’utilizzo di sostanze chimiche tossiche come i coloranti, solventi, oppure a fibre sintetiche per le cuciture. Questi composti sono stati trovati nelle acque reflue, ma è stato dimostrato che possono apportare danni anche a chi indossa i capi stessi. Il fenomeno viene chiamato bioaccumulo, ovvero quel processo attraverso il quale le sostanze tossiche si agglomerano sulla pelle causando l’insorgere di gravi patologie.

Come avere un guardaroba sostenibile: i 4 step

Nella vita frenetica che conduciamo potremmo non avere molto tempo per controllare le etichette di ogni singolo capo o per indagare sull’enorme mole di brand di abbigliamento che sono nati negli ultimi anni. Per questo esistono delle piattaforme di e-commerce o di valutazione dei marchi che fanno il lavoro per noi. Good on You, che si trova anche sotto forma di App, e The Good Shopping Guide valutano e confrontano il grado di sostenibilità dei brand. Per quanto riguarda gli e-commerce, ne riportiamo alcuni come ViPresentoItalia, Ethica, Maison de Mode, Reve en vert e l’italiano Altra moda. Un e-commerce cui siamo particolarmente affezionati è Staiy, nato da quattro ragazzi italiani a Berlino. In questo articolo abbiamo intervistato uno di loro.

Per quanto riguarda i siti monomarca, esiste veramente l’imbarazzo della scelta e sarebbe difficile riportare in questa sede un’accurata selezione. Alcuni dei brand sostenibili più famosi sono People Tree, Reformation, Barbour, Patagonia e Stella McCartney. Abbiamo poi Elizabeth Suzanne, Amorilla (creato da una green influencer molto competente di nome Camilla Mendini) e Komodo e infine Veja per quanto riguarda le calzature. Tra il Made in Italy troviamo Par.co Denim, specializzato in jeans, Rebello e Laura Strambi.

1) Minimalismo e boicottaggio della fast fashion

La moda sostenibile, però, non riguarda soltanto i diversi tessuti di cui sono costituiti i capi che compriamo. Avere un armadio sostenibile è più che altro uno stile di vita la cui condizione sine qua non è quella di comprare meno vestiti possibili. Questa filosofia ricorda un po’ il minimalismo, che è un grande alleato dell’ambiente, poiché prevede che ogni essere umano compri soltanto ciò di cui realmente ha bisogno. E’ infatti doveroso menzionare che, nonostante in linea generale il cotone biologico certificato sia un materiale migliore del poliestere a basso costo, nel momento in cui compriamo 10 capi di cotone biologico al mese questo non soddisferà più la logica della sostenibilità. Infatti il pianeta non potrebbe letteralmente sostenere un tale comportamento da parte di tutti gli acquirenti del mondo.

Un altro vantaggio del comprare meno è che, spesse volte, significa anche comprare meglio. I capi della fast fashion vengono prodotti con materiali scadenti e cuciti in maniera sommaria da persone poco motivate poiché pagate una miseria. Queste persone, inoltre, sono spesso costrette a lavorare sotto pressione per soddisfare l’immensa richiesta di abbigliamento da parte delle grandi catene low cost. Pensiamo al crollo della fabbrica di vestiti di H&M in Bangladesh, che ha causato la morte di 1100 persone. L’edificio non era in sicurezza e i lavoratori erano esposti ai rischi e agli orari più disumani possibili. Questa tragedia ha dato l’avvio alla ricerca di maggiore attenzione, da parte delle aziende e degli acquirenti, riguardo alla sostenibilità anche etica dell’industria della moda.

2) Le certificazioni della moda sostenibile

Per questo, comprare abiti da piccole aziende locali di cui si conosce l’operato può essere un modo per comporre il proprio armadio in modo più sostenibile. Oppure è possibile ricorrere a marchi più grandi che però si sono prodigati di ottenere una certificazione per i loro prodotti. Esistono molte e diverse certificazioni, che possiamo prediligere a seconda di ciò che per noi è più importante nell’ambito della sostenibilità. Per esempio, possiamo voler comprare solo capi con fibre riciclate. Il Global recycle standard certifica proprio che un capo contenga soltanto fibre riciclate. Per qualcuno può invece essere più importante che le fibre provengano da agricoltura biologica. In merito a ciò, oltre alla certificazione già nominata per il cotone (GOTS), esiste anche la Organic content standard e la Ecocert, che accertano la natura biologica dei tessuti.

Per quanto riguarda le sostanze tossiche, una certificazione che ne attesta l’assenza è OEKO-TEX®. Naturtextil ed Ecolabel invece certificano la totale natura ecologica e rispettosa dell’ambiente dei tessuti e in generale del ciclo di vita dei prodotti. Forest stewardship council (Fsc) invece attesta che la materia prima provenga da foreste gestite in maniera responsabile nel totale rispetto dei lavoratori, degli abitanti e del territorio. Sul fronte della moda etica, Fairtrade Textile Standard ha lo scopo di dare maggior peso alle richieste dei lavoratori delle fabbriche tessili. Get It Fair inoltre fornisce al compratore una valutazione dei rischi reali di una fabbricaNew Merino invece certifica che il processo per ricavare la lana rispetti gli animali e l’ambiente in cui vivono.

3) Abiti usati, vintage e fai-da-te

Un altro modo per non danneggiare l’ambiente durante lo shopping è quello di acquistare abiti usati o vintage. Nel mondo esiste una enorme quantità di vestiti ormai già prodotti che possono soddisfare le esigenze di miliardi di persone e di cui possiamo allungare la vita, evitando di comprarne di nuovi. DannyRu vintage, per esempio, vende capi provenienti da vecchi fondi di magazzino. Troverete outfit per ogni gusto e occasione, ma sempre con un tocco retrò. Avete anche la possibilità customizzarli con i dettagli che più vi piacciono, come per esempio delle stampe colorate. Da poco tempo è anche possible acquistarli online.

A proposito di allungare la vita degli abiti con modifiche personalizzate, è importante cercare di non gettare i capi vestiari non appena questi risultano danneggiati. Vi sono infatti moltissimi metodi per riparare e reinventare i vestiti. Per esempio si possono coprire i buchi con delle toppe divertenti, che peraltro sono molto in voga. Oppure si possono trasformare dei pantaloni dismessi in pantaloncini, così da evitare di comprare degli shorts nuovi per l’estate.

4) Non smettere mai di imparare

Infine, se si hanno le possibilità e le competenze, una valida alternativa allo shopping tradizionale è la creazione di vestiti a partire da zero, o meglio, da ago filo e stoffa. Esistono moltissimi corsi online che potrebbero, chissà, trasformare una passione in lavoro, oppure semplicemente in passatempo sano, che impone la lontananza dagli schermi e l’espressione della creatività. In questo modo è possibile controllare in prima persona la provenienza e la qualità dei materiali.

Informarsi, informarsi, informarsi

In generale, quindi, l’informazione è fondamentale ed è forse la prima cosa da implementare se si vuole diventare più sostenibili. Consigliamo quindi di leggere libri e guardare documentari sul tema della moda che rispetta l’ambiente. Per quanto riguarda la prima categoria, “Fashion Change” è definito “la bibbia” della moda sostenibile, mentre “La rivoluzione comincia dal tuo armadio” contiene anche una sorta di manuale su come cambiare radicalmente il proprio guardaroba. Per conoscere i lati oscuri della moda, invece, consigliamo il libro “Siete pazzi a indossarlo!” Per quanto riguarda i documentari, The true cost è una pietra miliare che ha risvegliato la consapevolezza sull’industria marcia della moda. Recentemente, poi, è uscito il documentario “Intrecci etici” che tratta il tema la moda sostenibile in Italia.

Pachamama: il gioco da tavolo per fermare la crisi climatica e salvare il pianeta

Pachamama

Si chiama Pachamama, la sfida del secolo ed è il gioco da tavolo ideato da ZeroCO2 per comprendere la crisi climatica e salvare il pianeta. Spesso in questo blog abbiamo ribadito la difficoltà di spiegare e comprendere le complesse dinamiche del cambiamento climatico. Il gioco da tavolo Pachamama è un ottimo strumento di sensibilizzazione perché riesce a coniugare apprendimento, adesione alla realtà e divertimento. Vediamo insieme di cosa si tratta.

Pachamama: obiettivo e regole del gioco

Il termine Pachamama è stato scelto perché nella lingua Inca significa “Madre Terra”. Lo scopo del gioco è appunto quello di preservare l’equilibrio terrestre, limitando la temperatura media globale sotto i 18 gradi. Questa soglia è stata scelta sulla base della situazione attuale: la temperatura si è innalzata di circa 1 grado rispetto ai livelli pre-industriali, quando la temperatura media terrestre era di 15 gradi centigradi. Il gioco “concede” quindi altri 2 gradi di innalzamento, così come stabilito dall’Accordo di Parigi.

In seguito vedremo infatti che uno dei punti di forza di Pachamama è proprio la forte adesione alla realtà. Ma prima di approfondire questo aspetto, è bene sintetizzare le regole del gioco. Ogni partita dura all’incirca 30-40 minuti ed è suddivisa in 10 turni di gioco che equivalgono a 10 decenni. Il numero dei giocatori può variare da 3 a 6 ed è consigliata un’eta minima di 14 anni. Ogni giocatore personifica un’area del mondo (America del nord, Africa, Europa, Sud-est asiatico, eccetera) e ha a disposizione una carta in cui vengono sintetizzate le informazioni su quella regione geografica.

Leggi anche: Decarbonizzazione, parte la Mission Impossible a Davos

Adesione alla realtà, cooperazione e giustizia climatica

Si parte infatti con un budget iniziale corrispondente alla ricchezza delle singole aree: quanto più la regione è ricca e produttiva, tanto più è alto il livello di emissioni di anidride carbonica; viceversa, i paesi con un budget economico limitato hanno più potere di mitigazione climatica e più alta capacità di ricompensare le emissioni tramite la reforestazione. Inoltre, un ruolo chiave è giocato dalle carte “ricerca” tramite cui i giocatori possono ridurre o limitare le emissioni grazie a scoperte scientifiche o innovazioni. In che modo questo gioco rappresenta un ottimo strumento educativo per parlare di emergenza climatica?

Pachamama

Innanzitutto, Pachamama rispecchia fortemente la realtà attuale. Non solo nel calcolo della temperatura che è stato citato sopra, ma anche nel modo in cui le disparità geografiche vengono raffigurate. In questo gioco in scatola non esiste vincitore. Si vince o si perde, insieme. Per fare ciò gli ideatori di Pachamama hanno introdotto tre pause all’interno del gioco in cui i giocatori possono dialogare, scambiare carte e decidere come collaborare. Nella pratica i giocatori si ritrovano a simulare una seduta di cooperazione internazionale, come se fosse l’ONU, in cui viene naturale applicare il principio di giustizia climatica. Per giustizia climatica si intende che i paesi che storicamente hanno inquinato di più devono impegnarsi maggiormente a limitare le emissioni e nel contempo aiutare quelle regioni del mondo che sono più colpite dalla crisi climatica.

Pachamama: il ruolo chiave della reforestazione

Infine, un dettaglio importante del gioco consiste nella lunga durata della reforestazione. Mi spiego meglio: negli ultimi tempi si sentono sempre più campagne pubblicitarie che sponsorizzano la piantumazione di alberi in cambio dell’acquisto di prodotti. Dal fronte ambientalista questa procedura viene vista con forte scetticismo perché molte di queste pubblicità rientrano in strategie di greenwashing ed è difficile controllare se questi alberi vengono effettivamente piantati, con che metodi e per quanto tempo viene monitorata la loro crescita. Pachamama rende bene questo concetto e prevede che un albero piantato possa contribuire alla mitigazione del cambiamento climatico solo dopo due decenni. Sebbene sia solo un gioco, la lungimiranza richiesta nelle regole di Pachamama è un aspetto chiave nelle strategie di adattamento e mitigazione alla crisi climatica.

Il gioco da tavolo richiama dunque il vecchio detto: “Il migliore momento per piantare un albero era vent’anni fa, il secondo miglior momento è adesso”. E non lo fa solo a parole, infatti per ogni Pachamama acquistato ZeroCO2 si impegna a donare un albero in Guatemala. Questi alberi verranno presi in carico da famiglie contadine delle comunità locali e potranno essere monitorati tramite aggiornamenti periodici. Infine, tutto il contenuto del gioco in scatola è prodotto con materiali sostenibili.

Un gioco da tavolo educativo e divertente

Lunga durata, cooperazione internazionale, ruolo-chiave della ricerca: sono solo alcuni degli aspetti che fanno di Pachamama un’idea geniale che insegna a grandi e giovani come prendersi cura del pianeta Terra. Lo consigliamo particolarmente a tutti gli insegnanti che stanno cercando nuove strategie per trasmettere l’educazione ambientale e più in generale a tutte le famiglie che vogliono provare un gioco innovativo, educativo e divertente.

Leggi il nostro articolo: “Vaia, dalla strage di alberi alla cassa che rigenera le foreste”

Qualità ed effetti dell’acqua del rubinetto rispetto a quella in bottiglia

Scegliere di bere l’acqua del rubinetto anziché consumare quella in bottiglia permette di ridurre il proprio impatto ambientale, soprattutto a causa dello smaltimento della plastica e del trasporto delle bottiglie dal luogo di confezionamento al punto vendita. Infatti, dopo l’imbottigliamento, le acque minerali macinano chilometri in autostrada. Ciò implica bruciare combustibili fossili, che emettono gas serra. Quella del rubinetto, spesso ed erroneamente etichettata come non potabile, arriva a casa senza aver fatto un metro di strada!

Per produrre un litro d’acqua in bottiglia, ne sono necessari circa tre, legati alla produzione della plastica e ad altri fattori non trascurabili. Non bisogna scordare che l’acqua è una risorsa limitata; anche se copre il 71% della superficie terrestre, il 97% è salata e solo il restante 3% è dolce. Di quest’ultima percentuale, circa il 68% è sotto forma di ghiaccio. Perciò, possiamo attingere al restante 32%, ossia quasi a un terzo dell’acqua dolce disponibile in natura, ovvero meno dell’1% di tutta quella della superficie terrestre.

Acqua del rubinetto

Secondo la “Piccola guida al consumo critico dell’acqua” di Altreconomia, dai rubinetti del 96% degli italiani esce acqua potabile. Infatti, normalmente, l’acqua pubblica in Italia è sicura. Nei casi eccezionali in cui questa non lo sia, è segnalato. Di questo se ne occupano le società di gestione degli acquedotti e le Aziende Sanitarie Locali (ASL). I responsabili dei servizi idrici devono controllarne la qualità e dichiararla alle autorità sanitarie. Inoltre, come prescritto dal DL 31 del 2001, «le acque destinate al consumo umano non devono contenere microrganismi e parassiti, né altre sostanze, in quantità o concentrazioni tali da rappresentare un potenziale pericolo per la salute umana».

Eppure, gli italiani sono tra i più grandi consumatori di acqua in bottiglia del mondo. Dal sito di Culligan Italiana si legge quanto segue:

«Il nostro Paese risulta infatti essere oggi il maggior consumatore europeo di acqua in bottiglia e terzo al mondo dopo Emirati Arabi e Messico. Un mercato, quello italiano, che ha visto nel 2015 il confezionamento di oltre 13,5 miliardi di litri di acqua […]».

Acqua del rubinetto
Fonte: Beverage Marketing Corporation 2016

Non di meno, l’ISTAT, secondo un rapporto di marzo 2020, riporta che l’estrazione di acque minerali in Italia continua a crescere.

«La tipicità della morfologia del territorio italiano rende il patrimonio delle acque minerali nazionale fra i più importanti sia per numerosità di sorgenti che per qualità e diversità oligominerali di tali risorse. Nel 2017, sono 173 i Comuni nei quali si rileva la presenza di almeno un sito estrattivo di acque minerali naturali; complessivamente in tali siti operano 185 imprese autorizzate […]»

Nonostante le controindicazioni ambientali dovute alla produzione, allo smaltimento delle bottiglie di plastica e al trasporto dell’acqua confezionata, il mercato si evolve senza sosta. In più, sebbene la maggioranza delle acque in bottiglia sia qualitativamente indistinguibile da quella del rubinetto, perché la si continua a consumare?

Acqua del rubinetto: controllo qualità

L’acqua del rubinetto è sicura e possiede vari elementi chimici, tra cui il calcio, il magnesio, il sodio, il potassio e il fluoro. Per renderla potabile vengono attivati dei processi come, ad esempio, l’aggiunta di cloro come disinfettante, che non nuoce alla salute e la rende più resistente ai batteri, variandone però il sapore e rendendolo poco piacevole al gusto di molti. Rimuoverlo, però, è facile; basta riempire una caraffa e poi lasciarla riposare per almeno mezz’ora in frigorifero. Più o meno come quando si fa decantare il vino.

Altri dubbi rispetto alla qualità dell’acqua del rubinetto possono essere una conseguenza, almeno in parte, del marketing e della pubblicità di aziende che commerciano quella in bottiglia. Altresì, queste perplessità possono essere alla base di un mercato di apparecchi per il trattamento dell’acqua potabile, i quali ne modificano le caratteristiche. Ad esempio, il processo di “addolcimento”, come quello di alcune caraffe filtranti, elimina il calcio e lo sostituisce con il sodio.

Acqua del rubinetto

L’acqua minerale è sorgiva (acqua sotterranea che fuoriesce da una sorgente in modo naturale). In Italia può essere venduta con tale dicitura solo quella che risponde ai criteri di legge stabiliti dal DL 176 del 2011. «Sono considerate acque minerali naturali le acque che, avendo origine da una falda o giacimento sotterraneo, provengono da una o più sorgenti naturali o perforate e che hanno caratteristiche igieniche particolari e, eventualmente, proprietà favorevoli alla salute». Per le acque potabili, le ultime due specificazioni (caratteristiche igieniche e proprietà salutari) non sono richieste.

Un altro fattore che può determinare la scelta dell’acqua del rubinetto rispetto a quella in bottiglia risponde alla sua durezza, cioè il parametro che rappresenta il contenuto di sali di calcio e magnesio disciolti. Questa proprietà condiziona il sapore dell’acqua e, contemporaneamente, è ciò che genera il calcare negli elettrodomestici. Tuttavia, tale percezione potrebbe trascurare il residuo fisso come fonte di calcio e magnesio per l’organismo. Il tema può essere approfondito su di uno dei portali dedicati all’acqua del rubinetto, questo gestito dal gruppo CAP (Consorzio per l’Acqua Potabile).

Inoltre, per conoscere la qualità della propria acqua del rubinetto, generalmente si può consultare il sito dell’azienda per i servizi idrici di proprio interesse. Ad esempio, gli abitanti di Bologna potranno informarsi sul portale del gruppo HERA alla voce “qualità dell’acqua” e via dicendo.

Acqua del rubinetto
Screenshot esplicativo (30/12/2020)

Acqua tra proprietà privata e plastica monouso

Un altro problema da non sottovalutare è la privatizzazione dell’acqua. Le aziende produttrici ottengono profitti attingendo dalle fonti pubbliche, mettendola in contenitori di plastica e rivendendola ad almeno cento volte il prezzo del normale rubinetto. Non solo. Come approfondito nel nostro blog a fine dicembre, recentemente l’acqua è diventata una merce e si quota in borsa. Il suo prezzo oscilla a Wall Street, così come accade con l’oro.

Trasversalmente, un altro problema si rapporta con la siccità. Con un altro articolo dell’EcoPost si viene a conoscenza che, in alcune regioni italiane, la metà dei volumi immessi in rete non raggiunge gli utenti a causa della dispersione nelle tubature. Uno spreco insostenibile che, dietro ad un maggiore interesse del cittadino verso le reti idriche del paese, ad oggi totalmente ignorate da qualsivoglia politica, potrebbe invece riportare in auge la questione.

Acqua del rubinetto

Infine, anche se le multinazionali continuano a proporre soluzioni alternative, poco si fa per ridurre la produzione dell’imballaggio usa e getta. Ne è la prova il rapporto pubblicato di recente dalla Ellen MacArthur Foundation. Il documento mostra come hanno agito, nel 2019, le aziende che rappresentano oltre il 20% degli imballaggi in plastica nel mondo. Da Coca Cola a Nestlé, Danone, PepsiCo e Unilever, i progressi sono stati davvero scarsi. Per ben capire la gravità del problema legato alla plastica, basti dire che più del 90% della plastica prodotta dagli anni ’50 non è mai stata riciclata, mentre i tassi di riciclaggio in Europa si aggirano intorno al 30%.

È necessario abbandonare il vero nemico, la cultura dell’usa e getta, a favore di quella dello sfuso e della ricarica.

Acqua del rubinetto o in bottiglia?

Indicazioni mediche a parte, come per chi soffre di patologie renali, normalmente è bene scegliere l’acqua del rubinetto. Inoltre, oggettivamente, ci può essere un’alterazione dovuta dal rilascio di sostanze metalliche nelle tubazioni o dalla proliferazione batterica in serbatoi non puliti. Tuttavia, anche la plastica può rilasciare sostanze tossiche, soprattutto se esposta a temperature elevate.

Acqua del rubinetto

Dai rubinetti degli italiani esce acqua potabile. Nei casi eccezionali in cui questa non lo sia, i responsabili dei servizi idrici lo segnalano alle ASL. Ciò è regolamentato dallo Stato come bene pubblico. Il tipo di acqua del rubinetto è praticamente lo stesso di quella in commercio e offre un apporto salutare di sali minerali. Dal punto di vista ambientale, non macina un metro di strada, non danneggia i bacini idrici e non implica un ulteriore sfruttamento della risorsa medesima. Soprattutto, non si fa uso di plastica usa e getta. Come se non bastasse, l’acqua in bottiglia costa cento volte tanto. Scegliere di bere l’acqua del rubinetto anziché consumare quella in bottiglia denota un grande beneficio per l’ambiente, oltre che per il portafogli.

Cosmetici fai da te: ricette per l’autoproduzione casalinga

cosmetici fai da te

Nella scorsa settimana abbiamo riflettuto sull’avvento del Natale e sulla possibilità di fare regali alternativi in nome della sostenibilità. In particolare, molti lettori ci hanno segnalato idee per regali autoprodotti in casa. La categoria più gettonata è stata senza dubbio quella dei cosmetici fai da te: scrub corpo, sapone, burro cacao, maschere viso e deodorante. Questi e altri prodotti per il corpo possono essere creati seguendo tutorial o semplici ricette. Con l’aiuto di Chiara Tomasello, fondatrice di Stay Bio, abbiamo stilato una sorta di guida all’autoproduzione per fare prodotti fai da te nel rispetto dell’ambiente.

Cosmetici fai da te: un ottimo hobby che fa risparmiare

La pratica dell’autoproduzione non è certamente un’invenzione dell’ultimo millennio. Prima dell’avvento del consumismo era infatti normale creare prodotti in casa con gli ingredienti che si avevano a disposizione. Dopodiché i flaconcini hanno preso il posto delle saponette solide e il bagno si è riempito di prodotti in contenitori di plastica per l’igiene e le pulizie. Fortunatamente in questi ultimi anni si è diffusa nuovamente la tendenza ad autoprodurre i prodotti necessari per la cura del corpo e della casa. Soprattutto in questo periodo in cui passiamo tanto tempo dentro le mura domestiche, possiamo sperimentare la produzione di saponi e cosmetici fai da te. E perché no, regalarli per natale ai nostri cari.

Oltre alla passione che ne può derivare, tanto che qualcuno ha trasformato questo hobby in un vero e proprio lavoro, l’autoproduzione costituisce senz’altro un risparmio economico. Il costo dei singoli ingredienti è infatti certamente minore rispetto al flacone confezionato che troviamo nel negozio. Più difficile è invece la scelta della ricetta o del tutorial giusto. Sul web circolano informazioni di ogni genere a riguardo, spesso noncuranti dell’impatto che questi prodotti possono avere sull’ambiente. L’autoproduzione deve quindi essere sempre accompagnata da un’attenta ricerca delle materie prime e da metodi di produzione sostenibili. Per orientarci al meglio, abbiamo chiesto aiuto alla beauty blogger Chiara Cosmesi Bio, fondatrice di Stay Bio.

cosmetici fai da te
Chiara Tomasello, fondatrice di Stay Bio

Leggi il nostro articolo: “Natale 2020: scegliamo regali sostenibili e Made in Italy”

Intervista a Chiara di Stay Bio

Chiara, come ti sei avvicinata alla sostenibilità e com’è nata la tua passione per la cosmesi naturale?

Mi sono avvicinata alla cosmesi naturale principalmente per necessità: avendo la pelle mista, il mio problema più grande è sempre stato legato all’acne e le impurità. All’età di 17 anni circa ho iniziato a realizzare le mie prime maschere viso, utilizzando ingredienti molto semplici come le argille, lo yogurt, il miele e così via, fino ad arrivare ad autoprodurre i miei primi cosmetici. I risultati c’erano eccome, i cambiamenti ed i miglioramenti sono arrivati quasi subito. La mia passione è cresciuta negli anni successivi e mi ha portata ad iscrivermi al corso Scienze farmaceutiche applicate (indirizzo Scienze Erboristiche) alla Sapienza di Roma.

Purtroppo per motivi familiari non ho potuto terminare il percorso ma ho continuato a studiare rimedi naturali ed a sperimentare, “spignattando” qua e là. Ho iniziato anche a “condividere” i miei cosmetici con amiche e parenti, riscontrando molto successo ed ho cominciato ad ottenere i miei primi “ordini”. Nel frattempo ho fondato il blog “Stay Bio – Beauty Blogger”, uno spazio dedicato al mondo bio e ed ecobio, collaborando con aziende del settore, cercando di farle conoscere alle persone che mi seguono. Attualmente sto studiando per diventare Naturopata.

Cosmetici fai da te ricette

Quali consigli daresti a chi volesse iniziare a creare cosmetici fai da te? Potresti suggerire qualche ricetta semplice da cui poter partire?

Innanzitutto, il consiglio primario è studiare la chimica per capire in particolar modo i processi. In secondo luogo, consiglio di leggere ed informarsi su come trattare la pelle e “curare” le varie problematiche. Esistono anche corsi di autoproduzione molto validi per chi parte da zero. Le ricette dalle quali partire secondo me potrebbero essere 3: l’autoproduzione di un impacco nutriente pre-shampoo, uno scrub labbra e una candela da massaggio.

IMPACCO CAPELLI PRE-SHAMPOO NUTRIENTE PER CAPELLI SECCHI E DANNEGGIATI

Ingredienti ed occorrente:

  • 1 barattolo di vetro con coperchio
  • 40 gr di burro di karité
  • 35 gr di olio d’oliva
  • 20 gr di olio ai semi di lino
  • 5 gr di olio di cocco

Procedimento: All’interno di un barattolino di vetro, pesate e sciogliete a bagnomaria tutti gli ingredienti. Lasciate raffreddare completamente ed applicate la quantità che vi occorre su tutte le lunghezze, tenendo in posa almeno per un’ora o per tutta la notte. La consistenza sarà simile a quella di un unguento. Potete utilizzare questa maschera anche una volta alla settimana.

Cosmetici fai da te: scrub e candele

SCRUB LABBRA COCCO E ZUCCHERO

Ingredienti ed occorrente:

  • 1 cucchiaino zucchero di canna
  • 1 cucchiaino di olio di cocco
  • 1/2 cucchiaini di cannella (facoltativo)

Procedimento: Unite lo zucchero di canna all’olio di cocco e mescolate il tutto. Aggiungete poi la cannella. Applicate sulle labbra e lasciate in posa qualche minuto. Sciacquate poi con acqua tiepida. L’azione esfoliante dello zucchero di canna unita a quella idratante dell’olio di cocco eliminano le cellule morte e le pellicine. Le vostre labbra saranno morbide e a “prova di bacio”. Realizzare questo scrub è una vera coccola specialmente per chi ama il sapore dolce.

CANDELA DA MASSAGGIO

Ingredienti ed occorrente:

  • 1 stoppino
  • 1 barattolo di vetro con coperchio
  • 45 gr di olio di mandorle dolci
  • 45 gr di burro di karitè
  • 35 gr di cera d’api
  • 25 gr di olio di cocco
  • 20 gtt di olio essenziale di arancio dolce o la profumazione che preferite
cosmetici fai da te

Procedimento: Incollate lo stoppino alla base del barattolo di vetro utilizzando la colla a caldo. Sciogliete a bagnomaria tutti gli ingredienti tranne l’olio essenziale che andrà aggiunto una volta tolto dal fuoco il composto. Versate il tutto all’interno del barattolino di vetro e lasciate raffreddare. Questa candela potete utilizzarla per effettuare un massaggio caldo e rilassante oppure regalarlo ad una vostra amica o al vostro partner.  

Stay Bio: una nuova linea di cosmetici

Nei tuoi canali social hai annunciato che stai per lanciare la tua prima linea di cosmetici bio. Potresti spiegarci meglio questo tuo progetto?

Tutti abbiamo un sogno nel cassetto ed il mio è sempre stato quello di avere una mia linea di cosmesi. Questo cassetto  è stato chiuso troppo a lungo ma ultimamente mi sono detta: “Perché non provare?”. Nel corso degli anni ho ricevuto molte richieste da parte di amiche e colleghe di lavoro, in particolare se potevo produrre per loro creme viso, corpo ed altri cosmetici, riscontrando molto successo. Per questo motivo ho deciso di mettere in pratica questo mio sogno e condividerlo con gli altri, iniziando a formulare dei prodotti artigianali e naturali. Gli ingredienti contenuti all’interno dei prodotti sono naturali e biodegradabili mentre il packaging è composto da plastica riciclabile che si può anche riutilizzare. La linea uscirà ufficialmente a gennaio 2021, iniziando così l’anno con una nuova avventura. Spero un giorno di poter creare nuove formule con affianco un team ed un laboratorio, sperimentando nuove tecniche per migliorare il benessere della nostra pelle.

Selezione di brand naturali

Oltre a proporre semplici ricette per produrre svariati prodotti, Chiara compie un’attenta ricerca di tutti i brand più sostenibili presenti sul mercato. Inoltre, come ha già detto lei stessa nell’intervista, Chiara sta per lanciare la sua linea di cosmesi bio. Questi prodotti saranno tutti pensati all’insegna di ingredienti vegetali e biologici. I suoi consigli sono quindi utili per tutti coloro che non hanno tempo o voglia per cimentarsi nell’arte dell’autoproduzione. Che sia per Natale o per la vita di tutti i giorni, possiamo autoprodurre cosmetici fai da te naturali o affidarci a brand biologici. Mettiamo sempre al primo posto la nostra salute e quella della Terra.

Leggi anche: “Pelle, ecopelle e similpelle. Quale alternativa è più sostenibile?”