Cambiamento climatico: cause e soluzioni nella rubrica de L’EcoPost
Stando all’attuale realtà delle cose, il cambiamento climatico, o climate change, sarà con ogni probabilità l’emergenza globale che caratterizzerà in negativo il futuro del nostro pianeta nei decenni a venire. Per questo motivo, con il peggioramento della situazione e con la frequenza e la determinazione con la quale scienziati e comunità di tutto il mondo hanno richiesto un intervento collettivo a livello planetario, i cambiamenti climatici sono entrati a far parte delle agende politiche di vari paesi e non solo. L’EcoPost, in qualità di blog che intende aiutare il lettore a rivedere il proprio comportamento in ottica sostenibilità, non può esimersi dall’affrontare questa complessa tematica, e fornire al proprio pubblico le notizie più salienti sul cambiamento climatico.
Ma che cos’è il cambiamento climatico? Come lo possiamo definire? E quali conseguenze avrà sull’ecosistema terrestre? Il termine cambiamento climatico è quanto mai sconfinato e difficile da racchiudere in una definizione tanto stringente quanto chiara, senza rischiare di incappare in una eccessiva semplificazione.
Cambiamento climatico: definizione
Diversamente da quanto si possa pensare, l’elemento principale del cambiamento climatico è l’uomo. Infatti, in natura esiste già una variabilità climatica derivante da una complessa serie di processi naturali interni ed esterni al pianeta. Tuttavia, quando parliamo di cambiamento climatico facciamo riferimento allo stato di alterazione di questa variabilità climatica per mano dell’uomo. Dunque, quando parliamo di cambiamento climatico stiamo affermando che le attività umane, dette anche antropiche, raggiungono un’intensità tale da influenzare quello che altrimenti sarebbe il naturale corso degli eventi. Per essere considerato tale, il cambiamento o alterazione dell’atmosfera planetaria deve però essere misurabile in un intervallo di tempo solitamente corrispondente a trenta anni. Ma andiamo per gradi e cerchiamo di rispondere alle domande sul perché si parli di cambiamento “climatico”.
Il bilancio energetico e la centralità del clima
Il clima gioca un ruolo fondamentale nella molteplicità di elementi che interagendo tra loro regolano la vita sul pianeta Terra. Il clima o sistema climatico racchiude in sé due aspetti che sono il bilancio energetico del pianeta e gli interscambi di materia che avvengono al suo interno.
Il bilancio radiativo terrestre
Con il bilancio radiativo si intende la quantità di energie della Terra che si ottiene facendo la differenza tra l’energia in uscita e quella in entrata. Per sua conformazione la Terra ha un bilancio energetico stabile e costante, in quanto l’energia in entrata e in uscita più o meno corrispondono. La temperatura del pianeta dunque è in diretta correlazione con il bilancio radiativo terrestre.
La materia nel ciclo chiuso terrestre
Come dicevamo l’altro aspetto che concorre al determinare il clima terrestre sono invece gli interscambi di materia. Diversamente dalle radiazioni che entrano ed escono, la materia rimane grossomodo sempre interna all’atmosfera terrestre, salvo poche e poco rilevanti eccezioni. Se la temperatura rappresenta una buona misura dell’energia terrestre. L’acqua è un ottimo indicatore della materia che viene scambiata all’interno del sistema terrestre. A questo si deve la grande rilevanza del ciclo dell’acqua e quindi delle precipitazioni ai fini della classificazione del cambiamento climatico.
Climatechange e riscaldamento climatico
Ora che abbiamo compreso le nozioni basilari del cambiamento climatico proviamo a capire cosa sta succedendo e perché parliamo di emergenza climatica. Negli ultimi anni soprattutto, ma già da decenni in realtà, gli studiosi hanno cercato di sensibilizzare istituzioni e cittadini del significativo cambiamento delle temperature, quello che chiamiamo riscaldamento climatico o riscaldamento globale [collegamento ipertestuale]. Questa tendenza è talmente delineata che quasi l’unanimità degli scienziati si sono espressi d’accordo [collegamento ipertestuale] nel considerarlo un cambiamento reale e destinato a perdurare se non si interviene in tempo.
Le misurazioni hanno portato gli studiosi ha identificare con assoluta certezza le cause di questo aumento della temperatura terrestre, l’aumento dei gas clima alternati, i cosiddetti gas serra, prodotti dalle attività umane. Seppure la storia climatica terrestre non sia completamente estranea a cambiamenti climatici così decisi, l’elemento davvero preoccupante è la repentinità con la quale questo aumento della temperatura si sta verificando. Un aumento progressivo e incrementale nel relativamente breve periodo corrispondente al progresso della rivoluzione industriale, specialmente con gli ultimi decenni che hanno fatto registrare dei picchi mai raggiunti.
La categoria cambiamento climatico de L’EcoPost
Preso grossomodo atto di che cosa stiamo parlando, noi de L’EcoPost abbiamo deciso di dedicare una delle categorie del nostro blog al cambiamento climatico. Questa categoria, decisamente la principale per quantità di articoli, ha l’obiettivo di portare all’attenzione dei nostri lettori le notizie di carattere generale sulle cause delcambiamento climatico e, allo stesso modo, informarli di tutte quelle che sono le possibili soluzioni al cambiamento climaticoadottate e proposte dagli attori a livello globale.
Vanessa Nakate è una figura ispiratrice che sta avendo un impatto significativo nella lotta contro i cambiamenti climatici. Attraverso il suo attivismo e la sua scrittura, sta contribuendo a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla urgente necessità di agire su questo tema critico. Spesso al fianco della più celebre Greta Thunberg in diverse occasioni, come ad esempio le COP dell’ONU o il World Economic Forum di Davos, è senza ombra di dubbio uno dei personaggi più importanti del panorama ambientalista mondiale.
L’attivismo di Nakate e il suo impegno per la giustizia climatica le hanno guadagnato riconoscimento e fama sia nel suo paese d’origine, l’Uganda, che a livello internazionale. Nel 2020 è stata inserita nella lista delle 100 donne più influenti al mondo della BBC.
Chi è Vanessa Nakate in breve
Nata nel 1992 a Kasese, una piccola città dell’Ovest dell’Uganda, è cresciuta in una famiglia di agricoltori.
Da bambina, Nakate era appassionata di ambiente e spesso trascorreva il suo tempo libero esplorando la bellezza naturale della sua regione. Si è preoccupata in particolare degli impatti dei cambiamenti climatici sulla sua comunità, che già affrontava sfide come l’insicurezza alimentare e la mancanza di accesso all’acqua pulita.
Oggi è ormai riconosciuta in tutto il mondo come uno dei volti più importanti dell’attivismo ambientalista giovanile.
Il suo impegno per l’ambiente
Nel 2019, Nakate ha fondato l’organizzazione Youth for Future Africa, che si occupa di sensibilizzare l’opinione pubblica sugli effetti dei cambiamenti climatici sulle comunità in Africa e di promuovere la giustizia climatica. È stata anche un membro attivo del movimento Fridays for Future, partecipando a numerose proteste e scioperi per chiedere azioni urgenti sui cambiamenti climatici.
Nakate ha anche lavorato con organizzazioni internazionali come il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo e la Banca Africana per lo Sviluppo, promuovendo politiche e pratiche amiche del clima.
Il discorso di Vanessa Nakate alla Pre-Cop 26 del 2021
Il triste episodio di Davos
Vanessa Nakate è diventata ampiamente conosciuta nel gennaio 2020 quando è stata tagliata fuori da una foto di gruppo che la ritraeva insieme ad altri attivisti ambientali al World Economic Forum di Davos, in Svizzera, tra cui Greta Thunberg. La foto, ampiamente diffusa sui social media, mostrava Nakate in piedi da sola sulla sinistra dell’immagine, mentre gli altri attivisti erano in primo piano al centro della foto.
L’incidente ha suscitato indignazione e accuse di razzismo, con molti che hanno sottolineato come il taglio di Nakate dalla foto avesse cancellato la sua presenza e i suoi contributi al movimento ambientalista. Anche Nakate ha parlato dell’incidente, dicendo che era “deludente” essere stata esclusa dalla foto e che aveva messo in luce il problema più ampio delle voci marginalizzate che vengono silenziate nel movimento ambientalista.
A seguito dell’incidente, Nakate ha ottenuto riconoscimento internazionale e si è affermata come figura di rilievo nella lotta per la giustizia climatica. Ha utilizzato la sua piattaforma per sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza di includere e amplificare le voci di persone di colore e comunità marginalizzate nel movimento ambientalista.
Altre attività di Vanessa Nakate
Oltre all’attivismo, Nakate è anche scrittrice e utilizza la sua piattaforma per condividere le sue esperienze personali e le sue riflessioni sull’importanza della protezione dell’ambiente. Ha scritto per giornali come The Guardian e The Huffington Post e ha parlato in numerose conferenze e eventi in tutto il mondo.
Ad oggi sono tante le fonti di inquinamento, soprattutto considerando la produzione di anidride carbonica che deriva dalle normali attività quotidiane. Ad esempio, anche internet, quindi la gestione dei siti internet e la disponibilità di spazio online, è una fonte di inquinamento. Oggi esistono però delle realtà che offrono il cosiddetto hosting sostenibile; si tratta aziende che stanno modificando in modo preciso la gestione dei data center e delle server farm, cercando di mantenere l’impatto sull’ambiente il più basso possibile.
Come si fa hosting sostenibile
Per capire come fare hosting sostenibile è necessario partire da quali sono le fonti di inquinamento di tale attività. La principale è l’utilizzo di energia elettrica: i server di tutto il mondo funzionano con l’elettricità, che nel nostro Paese deriva solo per poco più di un terzo da fonti rinnovabili. L’hosting a impatto zero parte dall’utilizzo di energia di questo tipo, proveniente da fonti rinnovabili quali gli impianti eolici e fotovoltaici o da centrali idroelettriche. Ci si può anche attivare per diminuire il consumo di energia da parte degli impianti, utilizzando hardware particolarmente efficiente, prevedendone il riciclo in maniera corretta o anche la possibilità di upgradare alcune apparecchiature senza sostituirle completamente. Queste attività coinvolgono l’intera rete di fornitura di hosting, permettono però di diminuire sensibilmente l’anidride carbonica prodotta.
Altri metodi per ridurre la produzione di anidride carbonica
Esistono poi altre modalità che permettono di ridurre in maniera consistente il consumo di energia e quindi anche la produzione di inquinanti che finiscono nell’atmosfera. Ad esempio, cercando di ottimizzare la struttura IT dei data center; lo si fa migliorando l’efficienza dell’hardware ma anche del software, virtualizzando alcuni servizi, proponendo soluzioni che permettono di gestire il carico di utenti senza aumentare il numero di server utilizzati o sfruttando sistemi di raffreddamento intelligenti. Perché a consumare energia sono i server, ma anche gli impianti di raffreddamento che li mantengono in perfette condizioni, le vetture dei dipendenti delle aziende di hosting, l’utilizzo di carta e di altro materiale all’interno degli uffici. Strategie integrate permettono di attivare il risparmio energetico anche in questi ambiti, ad esempio favorendo l’utilizzo di sistemi di mobilità sostenibile da parte dei dipendenti o spingendoli al corretto riciclo dei materiali utilizzati quotidianamente.
Quanto inquina internet
Sono numerose le ricerche in questo ambito, anche perché effettivamente negli ultimi anni la digitalizzazione di numerose attività sta prendendo il volo ovunque, anche nel nostro Paese. Da una ricerca di Fridays For Future si evince che tutti gli apparati informatici mondiali consumano circa il 10% di tutta l’energia elettrica utilizzata sul pianeta. Per quanto riguarda l’emissione in atmosfera di anidride carbonica, si tratta di circa il 3,7% del totale. Se si considera che tali cifre sono in costante aumento e che buona parte degli esseri umani fa un utilizzo della rete ancora minimo, è importante concentrarsi già oggi su questo tema, per favorire un utilizzo di internet che sia meno inquinante. Chiaramente oltre alle aziende che offrono hosting, anche gli utenti possono diminuire il proprio impatto ambientale; ad esempio, imparando a differenziare i rifiuti, utilizzando veicoli meno inquinanti e installando presso la propria abitazione sistemi di produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili.
Buone notizie per l’ambiente: la filiera di carta e cartone si sta avviando sempre più verso la sostenibilità grazie agli investimenti attuati per migliorare le performance di riciclo. Già da diverso tempo l’industria cartiera si è posta come modello di economia circolare, riuscendo a sopperire alla scarsità di materia prima vergine puntando sullo sviluppo della raccolta urbana di carta e cartone. In questo modo viene posta l’attenzione sul mantenimento e la salute delle foreste, fonte naturale indispensabile per la produzione di carta e cartone.
Una consapevolezza, quella di sfruttare risorse limitate nel tempo, che ha indotto a riflettere sulla possibilità di riutilizzare manufatti già presenti sul mercato, giunti ormai al termine della loro vita, per realizzarne di nuovi con un aspetto simile a come si presentavano in precedenza. È quanto avviene con la carta da macero, che dopo essere stata sottoposta a specifici trattamenti, viene reimmessa in commercio sotto forma di fogli d’ufficio, imballaggi e giornali.
Processi produttivi sostenibili
Il concetto di sostenibilità nell’industria della carta è espresso nell’impiego di energie rinnovabili in fase di produzione, e nella gestione delle risorse sfruttate. Un’attenzione che si concretizza già nei riguardi del legname: sono infatti numerose le foreste sostenibili nate per ricavare la materia prima necessaria, create per contrastare ilfenomeno della deforestazione. Spesso il legname raccolto per realizzare carta e cartone non si ottiene attraverso l’abbattimento degli alberi, ma tramite lo sfoltimento delle loro chiome. La carta proveniente da queste realtà è riconoscibile tramite le certificazioni, che vanno a contrassegnare il prodotto ultimato.
Nella fase di produzione vera e propria, la filiera della carta si è evoluta notevolmente, arrivando a utilizzare 24 metri cubi di acqua per produrre una tonnellata di carta, contro i cento che servivano in passato. Il 90% dell’acqua impiegata è inoltre di riciclo: in questo modo si ottimizza la risorsa e si evitano gli sprechi. Per quanto riguarda il consumo di energia, l’industria sta puntando sulle fonti rinnovabili, provenienti dal sole e dal vento. Un settore, dunque, che si serve di tecnologie ed energie pulite, capace di impattare il meno possibile sul Pianeta.
L’introduzione di nuovi materiali
Per tutelare ulteriormente l’ambiente, l’industria cartiera sta portando avanti ricerche su nuovi materiali, ingegnandosi su possibili soluzioni per progettare e realizzare prodotti sostenibili e innovativi, facili da raccogliere e da riciclare. Uno di questi è la nanocellulosa, che oltre a essere dotata di bassa densità e grande resistenza, è biodegradabile e compostabile. Utilizzandola come additivo nella fabbricazione della carta, quest’ultima acquisirebbe nuove proprietà, e diventerebbe più leggera. “Rifiuti” ricchi di cellulosa che possono essere sfruttati per la produzione di carta e cartone sono le alghe che si accumulano sulle spiagge, dalle quali è possibile ricavare carta di buona qualità.
Anche i residui dell’agricoltura, come bucce d’arancia, noccioli d’olive, gusci di mandorle e noci, stanno suscitando l’interesse delle imprese, in quanto rappresentano una fonte di fibre promettente per la linea di produzione della carta.
La sostenibilità passa anche dal cittadino
Nel settore della carta, per alimentare e valorizzare un’economia sostenibile a livello ambientale, serve anche riciclare carta e cartone seguendo precise regole. Attuare una raccolta differenziata efficace è un dovere dei cittadini, indispensabile per re-immettere nel processo produttivo i materiali cartacei di scarto.
Prima di tutto, carta e cartone devono essere depositati in appositi contenitori, suddividendoli così dalle altre tipologie di rifiuti. Non tutte le carte possono essere inserite al loro interno: gli imballaggi con residui di cibo, come i cartoni della pizza, non possono essere riciclati in quanto contaminati. In questi casi, o qualora non si possa riciclare ulteriormente il materiale, è importante effettuare lo smaltimento carta e cartone in maniera corretta: gli scontrini, fatti con carte termiche, e la carta sporca di sostanze velenose come vernici o solventi, possono creare problematiche in fase di riciclo, pertanto vanno collocati nell’indifferenziata. È fondamentale, prima di destinare la carta alla raccolta differenziata, rimuovere materiali non cellulosici come punti metallici o nastri adesivi.
Oltre a stare attenti durante la raccolta differenziata, si può dare una mano all’ambiente pensando a metodi alternativi per sfruttare la carta: i quotidiani, avendo un’alta capacità assorbente, possono essere destinati alla pulizia delle superfici al posto dei classici panni, o per imballare gli oggetti durante i traslochi, proteggendoli dagli urti.
Lo spreco della carta si può evitare anche attraverso alcune azioni quotidiane, una su tutte l’acquisto di carta riciclata, una forma di risparmio oltre che un modo per ridurre gli sprechi. Invece di comprare fazzoletti di carta usa e getta, si possono preferire quelli in stoffa, lavabili e riutilizzabili e quindi convenienti dal punto di vista ecologico. Lo stesso discorso vale quando si compiono gesti automatici come asciugarsi le mani nei bagni pubblici: invece di utilizzare troppe salviette, meglio scrollare via tutta l’acqua e impiegare più volte la stessa per assorbirla.
Infine, quando si ha la necessità di stampare dei documenti, farlo sempre su fronte/retro e impaginare il file in modo tale da sfruttare quanto più spazio possibile. La regola di utilizzare i fogli su entrambi i lati vale anche quando si scrive manualmente.
Avete mai sentito parlare di “Approccio One Health”? Se no: non vi preoccupate. Siamo certi che dopo aver letto il nostro articolo avrete in mente una definizione chiara e precisa di cosa esso sia. Capiremo anche perché, soprattutto in considerazione del periodo storico in cui viviamo, è fondamentale che se ne parli.
È probabile che per molte persone questo termine possa suonare nuovo, ma la realtà è che il concetto su cui si basa è stato riconosciuto per lungo tempo sia su scala nazionale che globale. Storicamente, già a partire dal diciottesimo secolo, numerosi ricercatori tra cui medici e veterinari avevano notato forti analogie fra le malattie che affliggono l’uomo e quelle che riguardano gli animali. Un fatto che già allora sembrava suggerire un forte collegamento tra noi e la natura, indicando quanto fosse importante che le diverse scienze cooperassero al fine di studiare e trattare con maggiore efficacia la comparsa di nuove malattie.
La definizione
Ma cosa si intende per “One Health” (lett. “una sola salute”)? Tale termine si basa sulla concezione secondo cui esseri umani, animali e ambiente sono inestricabilmente connessi. Infatti, nonostante all’apparenza ciò possa sembrare scontato, potremmo affermare come solo in seguito all’impatto della pandemia causata da SARS-CoV-2, il mondo intero abbia infine iniziato ad accorgersi di quanto sia delicato l’equilibrio su cui si basa la nostra esistenza.
Una volta presa coscienza degli effetti negativi causati dalle attività antropiche a scapito dell’ambiente, e considerato quanto siano strette le relazioni che intercorrono tra ecologia, malattie animali e salute pubblica, risulta più che mai urgente il bisogno di ristabilire e mantenere una certa armonia tra le parti.
Schema riassuntivo dell’approccio One Health (Fonte: Wikimedia Commons)
Alleanza tripartita e One Health
L’impegno a preservare questo delicato equilibrio fra i vari componenti dell’ecosistema può essere fatto risalire all’ormai lontano 2004, anno in cui a Manhattan ebbe luogo un congresso fra esperti di varie discipline. Il tema centrale, ruotò intorno ai problemi causati dalla circolazione di varie patologie tra uomini, animali domestici e fauna selvatica. Il risultato di questo incontro fu la stesura de “I principi di Manhattan”, ovvero 12 raccomandazioni finalizzate a stabilire un approccio più olistico nel prevenire malattie epidemiche/epizootiche, nonché volte al mantenimento dell’integrità degli ecosistemi, a beneficio di uomini, animali domestici e biodiversità.
Ogni anno, da quasi trent’anni, i maggiori esperti di queste tre organizzazioni si sono riuniti per discutere i temi più urgenti in materia di salute, sia umana che non. Dal 2021, inoltre, è entrato a far parte dell’alleanza anche il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente(UNEP). Insieme, WHO, FAO, OIE, e UNEP si impegnano a integrare l’approccio One Health perché il mondo sia più preparato a prevenire, predire, rilevare e rispondere a eventuali nuove minacce per la salute globale, promuovendo allo stesso tempo forme di sviluppo sostenibile.
Perché abbiamo bisogno di One Health?
Nella pratica, con questo termine si intende un approccio multi-settoriale e multi-disciplinare, mirato alla realizzazione e all’implementazione di programmi, politiche, leggi e ricerche, in cui esperti provenienti da ambiti diversi comunicano e lavorano in maniera sinergica con l’obiettivo di migliorare la salute pubblica. In virtù dell’inscindibilità del rapporto tra uomo, animali ed ambiente, assumono dunque un ruolo fondamentale figure quali quelle di professionisti sanitari, nonché veterinari, fitopatologi ed ecologi.
Tra le tematiche maggiormente rilevanti cui si presta l’approccio, riconosciamo indubbiamente il concetto di food safety, la lotta all’antibiotico resistenza e il controllo delle zoonosi. Le evidenze che sostengono la necessità di un approccio ad ampio spettro per la risoluzione di simili problematiche, sono quindi diverse.
Food Safety
Da non confondersi con il termine di Food Security, ad esso complementare, per Food Safety si intende un insieme di pratiche volte a prevenire infezioni di origine alimentare. Tali linee guida dettano il modo corretto con cui maneggiare, conservare e preparare il cibo, in modo che preservi abbastanza nutrienti da garantire una dieta sana. Acque e cibi non sicuri potrebbero essere stati esposti a contaminanti e microrganismi patogeni o essere andati incontro a processi di decomposizione, aumentando di conseguenza il rischio di contrarre infezioni e malattie come diarrea e meningite.
Lotta all’antibiotico resistenza (AMR)
L’abuso di antibiotici nella nostra società, – causa questa della “AntiMicrobial Resistance” (AMR) –, è dovuto a due principali motivi. Da una parte, deriva da prescrizioni mediche in condizioni di malattia che non ne richiederebbero l’impiego, mentre dall’altra, riconosciamo la somministrazione indiscriminata agli animali da allevamento, spesso intensivo. L’uso massiccio di queste sostanze sottopone i batteri a pressione evolutiva che, come conseguenza, mutano in ceppi più resistenti, iniziano a tollerare gli antibiotici e si replicano con maggiore efficienza rispetto ai propri precedessori. Ciò si traduce in una minore disponibilità di princìpi noti in grado di poter contrastare determinate infezioni.
Controllo delle zoonosi e SARS-CoV-2
Con il termine di zoonosi, si fa riferimento alle malattie che si propagano fra animali ed umani. Tra le tante, riconosciamo l’influenza, la rabbia, l’ebola e, ovviamente, la COVID-19. A questo proposito e per rimarcare l’importanza dell’approccio One Health, possiamo portare d’esempio la pandemia causata da SARS-CoV-2. Quali che siano le opinioni in circolazione in merito all’origine del virus, le evidenze scientifiche in nostro possesso ci portano a rigettare teorie complottiste circa una sua creazione in laboratorio, puntando piuttosto il dito ad un’origine assolutamente naturale.
Da tempo, virologi, conservazionisti ed esperti provenienti da vari settori, avevano previsto la possibilità della comparsa di un nuovo tipo di patogeno che potesse causare un’emergenza sanitaria di proporzioni globali. Benché la natura, il tempo e il luogo della sua comparsa, fossero logicamente incognite. Ad incrementare le possibilità che eventi simili si verifichino sempre più spesso, giocano un ruolo fondamentale le attività antropiche a scapito dell’ambiente, in grado di porre le perfette condizioni per la diffusione di “nuovi” batteri o virus dannosi per la salute umana, così come per quella animale. Infatti, imponendo la sua presenza in quasi ogni angolo del mondo, l’uomo abbatte ogni tipo di confine che lo separa dalle specie selvatiche, ponendo a serio rischio la sua salute così come il benessere dell’ambiente.
L’impatto dell’uomo
Attività come la deforestazione, mirata all’estrazione di minerali e alla creazione di campi per l’allevamento intensivo, così come la cattura, la caccia e il traffico illecito di animali selvatici, non fanno che creare le perfette opportunità perché patogeni a noi sconosciuti e che normalmente risiedono indisturbati nei propri ambienti, possano entrare in contatto con noi in modo diretto o attraverso gli animali, dando luogo a fenomeni di spillover.
Come se non bastasse, le popolazioni umane sono soggette a continua crescita demografica, e ciò comporta l’espansione in nuove aree geografiche. Come risultato, sempre più persone si trovano a vivere in stretta vicinanza ad animali selvatici e domestici, siano essi da compagnia o d’allevamento. La loro presenza, sotto diversi aspetti, assolve a ruoli importanti per le vite di tutti noi. Tuttavia, il fatto di condividere con loro gli stessi ambienti, aumenta notevolmente la probabilità che nuove malattie possano trasmettersi fra persone ed animali.
Per i motivi sopra esplicitati, appare chiaro come l’educazione e la formazione in medicina umana, così come in quella animale, debbano iniziare ad abbracciare più strettamente un concetto di salute ambientale preventiva, attraverso la quale la salute di tutti gli animali (incluso l’uomo) può essere protetta preservando l’integrità dell’ambiente naturale, della sua diversità e delle naturali barriere ecologiche. Per questo, l’approccio One Health costituisce uno strumento risolutivo di indubbia utilità.
Cosa si potrebbe fare?
Recentemente, alcune analisi statistiche hanno evidenziato come l’investimento economico finalizzato alla prevenzione di future pandemie nell’arco del prossimo decennio, attraverso la tutela di specie selvatiche e aree boschive, corrisponderebbe in termini numerici a solo il 2% del danno finanziario stimato di cui è causa la COVID-19. Ciò indica quanto sia necessario, se non indispensabile, preservare le aree verdi del pianeta e i loro confini.
Inoltre, proprio per il fatto che uomini ed animali mostrano spesso suscettibilità agli stessi patogeni, i settori di medicina umana e veterinaria dovrebbero adottare protocolli fondati sulla cooperazione, al fine di garantire uno stato di continua sorveglianza e pronta rilevazione di nuovi agentiinfettivi. Gli sforzi effettuati da un solo settore non possono né prevenire né eliminare il problema posto da nuove infezioni. Nell’essere umano, ad esempio, la rabbia può essere prevenuta efficacemente soltanto prendendo di mira la principale sorgente animale del virus, ovvero vaccinando i cani.
Nonostante ogni giorno vengano compiuti enormi passi avanti per il sequenziamento, l’identificazione e la catalogazione di nuovi virus (Global Virome Project), predire il tempo, il luogo e il tipo di agente che sarà al centro della prossima pandemia rimane una sfida di proporzioni enormi. Per questo, un approccio olistico, più eco-centrico, educativo e preventivo, nonché un maggiore impegno su scala governativa e globale per la preparazione alle pandemie, dovrebbe agevolare la risoluzione delle problematiche più estreme poste da qualsiasi futura minaccia.
In conclusione
L’epoca in cui viviamo è caratterizzata da cambiamenti di proporzioni enormi e senza precedenti. Pur non volendo essere allarmisti, ci troviamo senza dubbio davanti a una crisi di salute planetaria i cui sintomi più evidenti sono la rapida scomparsa di specie e conseguente declino di biodiversità, un prospettato aumento di eventi pandemici, e il repentino peggioramento delle condizioni climatiche. La pandemia che ci ha accompagnato negli ultimi due anni non è che un effetto, una conseguenza del rapporto sbilanciato che abbiamo instaurato con il resto del mondo naturale. Se c’è una lezione che la presenza del virus SARS-CoV-2 ci ha insegnato, è che la salute dell’uomo, – la nostra salute –, dipende strettamente da quella di altre specie. Vi è dunque un’unica salute, che ha origine da quella di esseri umani, animali non-umani ed ecosistemi. Tutte, profondamente connesse.
L’introduzione degli impianti fotovoltaici può garantire dei benefici dal punto di vista ambientale. Grazie all’autoproduzione di energia, essi consentono di evitare superflue dispersioni, e di conseguenza garantiscono un livello di efficienza molto più elevato rispetto a quello che caratterizza un impianto classico di distribuzione energetica. È stato calcolato che per ogni kWh che viene prodotto grazie ai pannelli fotovoltaici si ha la possibilità di prevenire la formazione di più di 500 grammi di anidride carbonica. Come noto, le emissioni di CO 2 hanno effetti dannosi per l’ambiente. Si stima che l’installazione di un impianto fotovoltaico destinato a uso domestico da 3 kWp consenta di risparmiare nel giro di 20 anni ben 38 mila chili di anidride carbonica: un po’ come se venissero piantati 190 alberi.
Il mancato inquinamento
Grazie all’energia fotovoltaica, si evita l’inquinamento termico, dato che le temperature si fermano al massimo a 60 gradi, e si limita l’inquinamento chimico: i pannelli fotovoltaici e gli impianti, infatti, non generano, scorie, emissioni o residui di alcun genere. Inoltre vale la pena di mettere in evidenza che un impianto fotovoltaico in azione non produce alcun tipo di rumore, il che consente di limitare al massimo l’inquinamento acustico. Ecco perché il fotovoltaico fa bene all’ambiente, contando anche che ogni kW di picco installato corrisponde a quasi 8 quintali di anidride carbonica non emessa nel giro di un anno.
Perché l’energia solare è considerata una fonte energetica alternativa
L’energia solare viene ritenuta una fonte di energia alternativa perché è rinnovabile e, in teoria, inesauribile dato che il Sole si spegnerà solo tra qualche miliardo di anni. Si tratta di una soluzione che permette di rinunciare, almeno in parte, alle fonti fossili tradizionali; per di più non immette nell’atmosfera anidride carbonica o altre sostanze che possono aumentare l’effetto serra. I sistemi di energia alternativi, con il progredire delle tecnologie, stanno diventando sempre più economici e al tempo stesso vedono crescere il proprio livello di efficienza. Le risorse rinnovabili sono tali non perché siano infinite, ma perché vantano un tasso di rinnovamento più elevato rispetto al tasso di utilizzo e consumo. Sono sostenibili proprio perché il tasso di rigenerazione è almeno pari al tasso di utilizzo. Ciò non toglie che sia importante usare le risorse rinnovabili in modo razionale, fermo restando che la fonte solare non pone problemi di scarsa disponibilità.
L’irraggiamento solare per la produzione di energia
Sfruttare l’irraggiamento solare come fonte di energia, pertanto, non mette in alcun modo a repentaglio la disponibilità di questa risorsa per il futuro, e al tempo stesso contribuisce a limitare l’impatto ambientale. I raggi del sole possono essere usati per produrre non solo energia elettrica, ma anche energia termica ed energia chimica. Si tratta di una preziosa alternativa rispetto al gas naturale, al carbone e al petrolio, che rientrano nel novero delle energie non rinnovabili, in teoria destinate a esaurirsi entro poche generazioni, sia perché per formarsi hanno bisogno di tempi molto lunghi, sia perché vengono consumate in maniera troppo rapida. Peraltro, la stessa energia eolica è figlia dell’irraggiamento solare, visto che il vento dipende dal riscaldamento non omogeneo delle masse d’aria.
Quali sono le altre fonti energetiche rinnovabili
Ovviamente l’energia solare è solo una delle fonti di energia rinnovabili: fonti, cioè, che in un’ottica di sostenibilità permettono di non consumare le risorse scarse del pianeta. Tra le altre, vale la pena di citare l’energia eolica (cioè del vento), l’energia marina (che viene ricavata dalle maree e dal moto ondoso), l’energia geotermica, l’energia idroelettrica. Esistono, poi, l’agroenergia e l’energia che si ottiene dalle biomasse: la prima corrisponde all’energia che può essere ricavata dalla produzione di biocarburante, mentre la seconda scaturisce da biogas, oli o biodiesel.
Come avviene la trasformazione dell’energia solare?
Attraverso la cella fotovoltaica si può procedere alla trasformazione dell’energia solare, che viene direttamente convertita in energia elettrica. Ciò è possibile per effetto dell’interazione fra la radiazione luminosa e gli elettroni di valenza, un fenomeno fisico che si verifica nei materiali semiconduttori e che prende il nome di effetto fotovoltaico. Il meccanismo attraverso il quale la luce del sole viene trasformata dalla cella in energia elettrica non cambia a prescindere dal materiale che viene utilizzato. Nella maggior parte dei casi, le celle sono realizzate in silicio cristallino. I portatori di carica libera che sono prodotti dalla luce vengono spinti dal campo elettrico incorporato in direzioni opposte. Questo campo agisce come un diodo, e di conseguenza non permette agli elettroni liberi di invertire la marcia e di tornare indietro dopo che hanno attraversato il campo. Nel momento in cui la cella fotovoltaica riceve la luce, in base al tipo di cella le cariche negative vengono spinte verso la parte inferiore della cella e quelle positive verso la parte superiore (o viceversa). Il collegamento tra la parte superiore e quella inferiore attraverso un conduttore assicura il passaggio delle cariche libere: così viene generata corrente elettrica.
Ascolta il podcast con il riassunto dell’articolo!
Un primato poco invidiabile
Non è una novità per nessuno. Come tutti ben sappiamo, Stati Uniti e Cina guerreggiano a distanza, per così dire, al fine di conquistare la leadership economica mondiale. Il principale settore nel quale le due superpotenze sono avverse è quello economico. Chi riuscirà ad arricchirsi maggiormente sarà infatti anche in grado di attrarre a sé la maggior parte dei Paesi mondiali, tramite accordi commerciali maggiormente vantaggiosi. Come spesso accade, però, ancora una volta è l’ambiente la vittima di questi schemi. Secondo un recente report, riportato sulle pagine del Guardian, gli USA sarebbero recentemente diventati primatisti tra i Paesi produttori del maggiore inquinamento da plastica. La conquista, per così dire, di questa vetta avrebbe dato modo agli States di togliere da quel plateau proprio la bandiera cinese. Precedentemente, infatti, era lo stesso dragone il Paese che produceva il maggior inquinamento da plastica a livello mondiale.
Ciò si deve principalmente all’ultima frontiera tecnologica, alle nuove tecniche che consentono di generare plastica monouso a un costo stracciato. La pandemia in questo non ha certo aiutato: pensiamo soltanto alle mascherine, alle loro confezioni sterili in plastica monouso o a tutte le siringhe contenenti le dosi di vaccino che restano vuote dopo la somministrazione. Per rispondere a una domanda emergenziale, si è accelerata la ricerca per arrivare a una produzione rapida di prodotti plastici. Quello a cui non pensiamo è cosa accada al termine del ciclo vitale di quella plastica. Consideriamo che buona parte di essa termina negli oceani, dove ferisce o uccide fauna e flora marine, danneggia gli ecosistemi e, da ultimo, contamina la catena alimentare per chiunque consumi pesce, esseri umani compresi.
L’avvento della plastica
Dal 1960 in avanti, quando si è cominciata a usare massicciamente la plastica, un materiale per l’epoca rivoluzionario e che sembrava essere una vera e propria manna vista la sua duttilità di utilizzo, il consumo di plastica nel mondo è sempre aumentato. Gli Stati Uniti sono da sempre tra le nazioni più innamorate di questo materiale.
I dati statunitensi sull’utilizzo di questo materiale fanno impallidire. Il Paese produce ogni anno 42 milioni di tonnellate metriche di rifiuti plastici. Per relazionarci meglio al grande numero, pensiamo che è come dire che ogni americano produce, da solo, 130 chili di rifiuti in plastica ogni 12 mesi. Se sommiamo la massa di rifiuti in plastica prodotta da tutti i 27 Paesi membri dell’Unione Europea, nello stesso periodo, non arriviamo a quel totale. Le infrastrutture per il riciclo operative negli USA non riescono a stare al passo e, per tal motivo, un’altissima percentuale di questa plastica non viene riciclata e deve essere smaltita in altro modo.
Secondo alcune stime, ogni anno 8,8 milioni di rifiuti in plastica finiscono negli oceani. È come gettare un camion pieno di scorie plastiche in mare ogni 60 secondi. Di questo passo nel 2030, dunque fra neanche 10 anni, potremmo raggiungere l’incredibile totale di 53 milioni di rifiuti in questo materiale scaricati annualmente in acqua, poiché la produzione si sta moltiplicando. Questa cifra è circa il 50% del peso totale dei pesci che peschiamo ogni anno. Gli USA hanno un ruolo di primo piano in questo, a causa della loro infatuazione per la plastica.
Gli Stati Uniti hanno un problema non da poco: cosa fare con i rifiuti plastici? Pare che la soluzione trovata dagli States sia quella di spedirli in altre regioni del mondo. Secondo un dossier redatto da alcune associazioni ambientaliste in America Latina, Gli USA avrebbero raddoppiato l’esportazione dei rifiuti di plastica verso la regione. I dati si riferiscono ai primi 7 mesi dell’anno 2020 e non ne abbiamo a disposizione di più recenti. Sapendo però quanta plastica giri in America settentrionale, non stupiamoci se la tendenza fosse riconfermata dai dati più recenti.
L’America del sud, geograficamente prossima agli Stati Uniti, vanta un costo del lavoro ben più basso di quello USA. Da quando, nel 2015, la Cina annunciò di non voler più essere la discarica del mondo e serrò i porti alle navi che trasportavano rifiuti, dopo essere stata per decenni la destinazione privilegiata di questi container, gli USA si sono visti costretti a diminuire l’export di immondizia verso Oriente.
Il Messico accetta oltre il 75% dei rifiuti di plastica inviati in America Latina. Tra il gennaio e l’agosto del 2020, il periodo di cui si è occupato il dossier, lo Stato centramericano ha ricevuto oltre 32.650 tonnellate di rifiuti, più di quelli spediti in El Salvador ed Ecuador. Last Beach Cleanup, un gruppo ambientalista con sede in California ha eseguito i calcoli.
Una normativa preistorica
Il diritto internazionale tassa, in maniera pesante, e restringe l’export di rifiuti nocivi e tossici. In realtà però, i controlli effettivi sono abbastanza scarsi nei maggiori porti mondiali. Inoltre la normativa sugli scarti in plastica è cambiata solo nello scorso gennaio 2021. Precedentemente a tale data, infatti, la plastica esportata per il riciclo non sottostava a questa norma. Ciò significa che era davvero semplicissimo etichettare container pieni di rifiuti nel materiali come da riciclare e poi mandarli a riempire discariche nel terzo mondo, in Paesi che non sono in grado neppure di riciclare la propria spazzatura, ma accettano volentieri quella che l’Occidente gli spedisce, dietro pagamento.
Un report firmato GAIA (Global Alliances for Incinerator Alternatives) stima che il settore dei rifiuti in plastica è destinato ad aumentare nel prossimo futuro, in America Latina. Imprese statunitensi e cinesi sarebbero infatti pronte ad aprire poli di riciclo a queste latitudini. Ciò comporterebbe l’effettiva esistenza di centri per riciclare in loco ma anche la loro destinazione estera e non locale. Di fatto, la plastica dell’America del Nord dovrebbe farsi un viaggio lungo mezzo oceano – con tutto il costo connesso in termini di emissioni – per venire riciclata in Cile, Perù o Brasile. Arriveremmo al colonialismo 2.0, quello ambientale.
Plastica, greenwashing e rigurgiti coloniali
“L’esportazione di rifiuti in plastica è, probabilmente, una delle espressioni più nefaste della commercializzazione di beni non comuni. È una occupazione coloniale di territori del Sud del mondo per sfruttamento, per renderli zone sacrificabili. I Caraibi e l’America Latina non sono il cortiletto degli USA, bensì territori sovrani. Domandiamo rispetto per la nostra gente e la nostra natura.”
Ha affermato Fernanda Solìz, direttrice dell’area salute presso l’Università Simon Bolivar in Ecuador, al Guardian.
Nel 2019 la maggior parte delle nazioni del mondo sottoscrisse l’abbandono della creazione di rotte commerciali che spostassero i rifiuti in plastica dal nord economicamente più sviluppato del Pianeta verso il secondo e terzo mondo. Si tratta del cosiddetto emendamento sulla plastica alla convenzione di Basilea. L’accordo impedisce specificamente l’export di rifiuti plastici da entità statunitensi private ad aziende site in Paesi in via di sviluppo, in mancanza di una esplicita autorizzazione dei governi di tali nazioni. Gli States sono uno di quei Paesi che non ha firmato l’accordo e ha continuato, in maniera indisturbata, a spedire i suoi rifiuti in America Latina, Africa e Sud-est asiatico.
La posizione di forza della potenza economica USA crea un circuito per il quale, tristemente, ai Paesi in via di sviluppo conviene accettare questi rifiuti. La tratta della plastica, infatti, è un’attività redditizia per entrambe le parti: gli States investono nei Paesi che avvelenano, edificando poli di riciclo che creano lavoro e/o contribuendo in altri progetti di sviluppo economico locali, in cambio del benestare dei governi meno abbienti. Come afferma Camila Aguilera, portavoce di GAIA, però, in questa maniera:
“I governi regionali falliscono in due aspetti: Il primo è quello della dogana. Non sempre, infatti, sappiamo con certezza che cosa sia contenuto nei rifiuti accettati per il riciclo. In secondo luogo, questi esecutivi hanno firmato il trattato di Basilea e così facendo lo tradiscono puntualmente. È importante poi acquistare contezza relativamente al riciclo. Le economie del nord mondiale sono orgogliose di riciclare, tanto da non porsi neppure il problema di sviluppare la propria economia e organizzarsi per compiere il passo successivo, quello che farebbe davvero bene al Pianeta: ridurre la produzione di rifiuti mirando all’impatto zero. Nessun governo tratta la plastica alla stregua di un rifiuto tossico ma, in realtà, le due cose sono davvero molto simili.”
Aguilera si riferisce al fatto che, alla dogana, nessun funzionario si prende la briga – e il rischio sanitario connesso – di verificare che cosa sia davvero contenuto all’interno dei container che trasportano rifiuti in plastica destinati al riciclo. È dunque possibile che le aziende inquinanti del primo mondo approfittino di questa assenza di controlli per spedire rifiuti pericolosi, magari tossici e chissà, forse addirittura radioattivi, in questi Paesi, al fine di lavarsene le mani.
C’è un saggio dello psicologo ed economista norvegese Per Espen Stoknes che ha un titolo che sembra uno scioglilingua. Si chiama What We Think About When We Try Not to Think About Global Warming. È interessante (non per lo scioglilingua), perché contiene numerose ricerche sulle barriere cognitive che offuscano la nostra mente quando dobbiamo considerare la pericolosità del riscaldamento globale.
La prima barriera menzionata è la distanza. Il cambiamento climatico è spesso percepito come qualcosa di ancora lontano; lontano in senso spaziale (succede altrove, non dove vivo io), temporale (avrà effetti significativi solo in futuro) e sociale (riguarda persone diverse, più povere). Ecco, questa distanza non esiste, è un meccanismo erroneo del nostro cervello. Una di quelle barriere che non ci permettono di percepire la minaccia a cui siamo sottoposti.
Questo vale anche per noi, che viviamo in Italia, e che pensiamo che la crisi climatica sia avvertita solamente in remoti atolli del Pacifico. Ce lo dimostra il nuovo rapporto dell’Osservatorio CittàClima di Legambiente.
Escalation di eventi metereologici estremi
Sta crescendo, di anno in anno, il numero degli eventi metereologici estremi e dei comuni colpiti in Italia. Dal 2010 al 1 novembre 2021 sono stati registrati 1.118 eventi estremi sulla mappa de rischio climatico, 133 solo nell’ultimo anno, con un 17,2% in più rispetto alla passata edizione del rapporto. Per eventi estremi si intende fenomeni come allagamenti da piogge intense, stop alle infrastrutture, trombe d’aria, esondazioni fluviali, prolungati periodi di siccità, temperature estreme, grandinate, frane e danni al patrimonio storico.
I comuni colpiti sono stati 602 (95 in più rispetto allo scorso anno, quasi +18%), e le vittime 261. La città più colpita è Roma dove si sono verificati 56 eventi, di cui ben oltre la metà hanno riguardato allagamenti a seguito di piogge intense. Subito dopo Bari con 41 eventi, principalmente allagamenti da piogge intense (20) e danni da trombe d’aria (18). Infine Milano con 30 eventi totali.
Le aree più colpite da alluvioni, trombe d’aria e ondate di calore sono 14. Si tratta di grandi aree urbane e di territori costieri: a città come Roma, Bari, Milano, Genova e Palermo, vanno aggiunti la costa romagnola e a Nord delle Marche (42 casi), la Sicilia orientale e la costa agrigentina (38 e 37 eventi estremi), l’area metropolitana di Napoli (31 eventi estremi), il Ponente ligure e la provincia di Cuneo, con 28 casi in tutto, il Salento, con 18 eventi, la costa Nord Toscana (17), il Nord della Sardegna (12) e il Sud dell’isola con 9 casi.
Mancata prevenzione
Secondo i dati della Protezione Civile, ogni anno spendiamo 1,55 miliardi per la gestione di queste emergenze. Ma, cosa più allarmante, il rapporto tra spese per la prevenzione e quelle per riparare i danni è di 1 a 5. Legambiente rileva che “si tratta di un quadro complesso, quello del nostro Paese, di rischi e impatti in corso, in cui da decenni si continua a spendere un’enorme quantità di risorse economiche per rincorrere i danni provocati da alluvioni, piogge e frane, a fronte di poche risorse spese per la prevenzione”.
I motivi
Perché gli eventi estremi stanno aumentando anche da noi? Non è una domanda semplice, ma iniziamo col dire che, a causa del riscaldamento globale, il clima mediterraneo si sta estremizzando sempre più.
Lo spiega il climatologo Antonello Pasini su Linkiesta: «Il riscaldamento globale di origine antropica sta facendo estendere verso nord la circolazione equatoriale e tropicale. In questo modo siamo sempre più colpiti dai caldissimi anticicloni africani, invece di essere sotto la protezione del più mite anticiclone delle Azzorre. Quando poi gli anticicloni africani si ritirano sul Sahara lasciano un territorio e soprattutto un mare molto caldo che, quando scendono correnti da nord o nord-ovest più fredde o anche solo più fresche, creano un contrasto termico molto forte e forniscono vapore acqueo ed energia dal basso ai sistemi atmosferici, rendendoli più violenti ed estremi».
Al cambiamento climatico, poi, vanno aggiunte le caratteristiche del nostro territorio. «Per calcolare il rischio da eventi estremi e dunque i danni vanno considerate anche la vulnerabilità del territorio e l’esposizione dei nostri beni e delle nostre persone – continua Pasini – Anche in questo caso in Italia non siamo messi bene, perché i territori, spesso a causa di un’antropizzazione esagerata, sono molto fragili, soprattutto all’arrivo di piogge violente che non hanno la possibilità di essere assorbite ma defluiscono in superficie, facendo diventare le strade dei fiumi in piena. Spesso, inoltre, ci esponiamo in zone dove non dovremmo, magari impegnandoci in abusi che ci si ritorcono contro».
Cosa fare?
Il rapporto di Legambiente si chiude con quattro priorità che il nostro paese dovrebbe tenere in conto per aumentare la resilienza e ridurre la vulnerabilità del territorio ai cambiamenti climatici. In primis, l’approvazione del Piano di adattamento ai cambiamenti climatici. Il nostro paese ancora non ne dispone uno, è fermo in attesa di approvazione dal 2018. A differenza di altri 23 paesi europei, l’Italia è l’unico a non disporre di un Piano nazionale di adattamento.
Tale mancanza può avere un notevole impattato nella programmazione delle risorse di Next Generation UE. Si tratta infatti di un documento necessario, secondo l’associazione ambientalista, per arrivare preparati alla fine del 2022, quando sarà possibile rivedere gli interventi previsti dal Recovery Plan, pianificando specifici progetti nelle aree urbane e territoriali più a rischio.
Altra priorità è la necessità di prevedere un programma di finanziamento e intervento per le 14 aree del Paese più colpite. Il “Programma sperimentale di interventi per l’adattamento ai cambiamenti climatici in ambito urbano” del Ministero della transizione ecologica è un primo passo, ma occorre farne altri. Come, ad esempio, individuare le aree urbane più critiche e introdurre un fondo pluriennale che permetta alle città la programmazione degli interventi più urgenti.
Inoltre, è importante rafforzare il ruolo delle Autorità di Distretto e dei Comuni negli interventi contro il dissesto idrogeologico. E infine bisogna mettere la sicurezza delle persone al primo posto, rivedendo le norme urbanistiche: nonostante l’aumento degli eventi estremi, si continua a costruire in aree a rischio idrogeologico, ad intubare corsi d’acqua, a portare avanti interventi che mettono a rischio vite umane durante piogge estreme e ondate di calore.
Sabato scorso si è conclusa la Conferenza delle parti di Glasgow (Cop26), la ventiseiesima negoziazione internazionale sul clima, che ha riunito quasi duecento paesi al mondo. La più partecipata di sempre, con quasi 40 mila registrati tra negoziatori, osservatori della società civile e stampa.
Le aspettative erano alte. Sia perché la presidenza britannica aveva annunciato di voler dare un colpo finale alla dipendenza mondiale dal carbone, il peggiore tra i combustibili fossili; sia perché sono passati sei anni dall’accordo di Parigi e le parti erano tenute ad aggiornarsi sullo stato dell’arte; sia per rendere finalmente operativo il fondo sociale di 100 miliardi di dollari l’anno che i paesi ricchi, i maggiori responsabili del riscaldamento globale, avevano promesso nel 2009 ai paesi più poveri per finanziare la loro transizione ecologica.
Purtroppo però, senza girarci troppo intorno, si può affermare senza paura di essere smentiti che la COP 26 è andata male. C’è però ancora un barlume di speranza. Scopriamo perché.
L’accordo di Glasgow
Il documento finale redatto e approvato da tutti i delegati presenti prenderà il nome di “Glasgow Climate Pact”.
I termini più utilizzati nei vari commenti usciti su siti web e canali social di testate, ong e attivisti sono stati “un accordo annacquato”, “fallimento” e “delusione”.
Ed è vero, ci sono brecce da tutte le parti. In effetti, nonostante le parole soddisfatte di molti portavoce, non si tratta in alcun modo di un accordo che cambierà le cose. Molti dei personaggi giunti più motivati alla Conferenza hanno sottolineato come occorrerà alzare ulteriormente l’asticella nei prossimi anni.
Con le basi del documento attuale, limitare l’aumento della temperatura media globale a +1,5°C è di fatto impossibile. Proviamo ad analizzare i contenuti del testo approvato e firmato da tutti i paesi partecipanti con anche le reazioni di alcuni dei protagonisti.
Le fonti fossili
Partiamo dal finale, cioè dal discorso conclusivo del presidente della Conferenza. Che nel tono e nelle parole ricorda molto quello della ministra cilena che ha chiuso la Cop25 di Madrid. Al termine delle negoziazioni, il parlamentare inglese Alok Sharma, visibilmente commosso, ha detto di essere «profondamente frustrato per il modo in cui le negoziazioni si sono svolte», e che la Cina e l’India dovranno «spiegare ai paesi sottoposti al cambiamento climatico perché hanno fatto quello che hanno fatto». Sharma si riferisce al colpo di coda di questi due paesi per cui dalla terza bozza dell’accordo, la quale prevedeva “l’eliminazione” del carbone (eccetto per le centrali con sistemi di riduzione delle emissioni), si è passato ad una più morbida “riduzione”. Sul tema, quindi, le negoziazioni sono concluse con un accordo al ribasso.
Anche il riferimento all’eliminazione dei sussidi ai combustibili fossili ne esce ammorbidito, con l’inserimento della dicitura “eliminazione dei sussidi inefficienti”. Formula alquanto controversa e suscettibile di multiple interpretazioni. Considerando l’astuzia politica e comunicativa di chi da decenni genera profitti distruggendo il pianeta, non ci vorrà molto tempo prima che venga individuato un modo per aggirare questa restrizione.
Per quanto riguarda questo punto vale la pena sottolineare come la delegazione numericamente più nutrita fosse proprio quella della lobby del fossile con oltre 500 rappresentanti. Più di qualsiasi altro paese rappresentato. Per capire l’importanza di questa tematica vale la pena ricordate qualche dato.
Nel 2020 il 6,8% del PIL mondiale è stato destinato ai sussidi alle fonti fossili. Stiamo parlando di 5.900 miliardi di dollari, ogni anno. Solamente in Italia questa somma, per il 2020, ha raggiunto i 41 miliardi.
Sul fronte fossili, però, ci sono anche notizie positive. Potrebbe sembrare scontato, ma per la prima volta in un accordo climatico sono stati menzionati i combustibili fossili (carbone, gas naturale e petrolio), cioè i maggiori responsabili del riscaldamento globale. Inoltre, è stato finalmente approvato il mercato del carbonio, un complesso sistema per commercializzare e calmierare le emissioni di CO2, previsto dall’accordo di Parigi e mai finora reso esecutivo per davvero.
Altro passo avanti è quello sull’impegno intermedio rispetto a fine secolo (anche questo è un unicum). Le parti si sono infatti impegnate a tagliare del 45% le proprie emissioni di CO2 entro il 2030. Per farlo, dovranno sottoporre i propri target climatici già nel 2022. Per la prima volta, inoltre, gli stati vengono invitati a ridurre le emissioni di metano entro il 2030, altro gas climalterante insieme alla CO2.
Insomma, nessun risultato concreto, ma piccoli progressi incrementali.
Giustizia climatica e “Loss and Damage”
Probabilmente, la Cop che si è appena conclusa è stata quella più politica, nel senso stretto del termine. Temi come la giustizia climatica e la “giusta transizione” sono entrati seriamente a far parte dei negoziati. A Glasgow, il tema della finanza climatica è stato uno de più spinosi.
Hanno fatto il giro del mondo le immagini del ministro di Tuvalu, un atollo del Pacifico, che invia un messaggio agli altri delegati riprendendosi con le gambe immerse nell’acqua fino al ginocchio. Lo stato insulare di Tuvalu è tra quelli che rischia maggiormente per l’aumento della temperatura globale. A causa dell’innalzamento del livello degli oceani le sue isole sono seriamente minacciate di essere sommerse da qui a qualche decennio.
D’altra parte, Tuvalu è anche tra i paesi meno responsabili dell’emissione di gas climalteranti nell’atmosfera. Come a dire che rischia di scomparire, ma per responsabilità esclusivamente altrui.
Che le conseguenze del riscaldamento globale sono disuguali lo si sapeva da tempo. Alcuni paesi sono esposti a conseguenze maggiori, sia per ragioni geografiche (come il caso di Tuvalu), che socio-economiche o politico-istituzionali. Certo, la tutela del clima è un obiettivo comune, ma vi è una diversità in quanto ai diversi contributi storici al suo deterioramento. E quindi anche ai diversi oneri. Il paradosso è che gli individui (o gli stati) che hanno causato il riscaldamento globale non coincidono con quelli che ne soffrono maggiormente le conseguenze.
Per questa ragione, nella Cop di Copenaghen del 2009 si decise di istituire un fondo sociale di 100 miliardi di dollari annuali, il c.d. Green Climate Fund, con cui i paesi ricchi avrebbero dovuto finanziare la transizione dei paesi più poveri.
Nella Cop di Glasgow, oltre a questo fondo, un gruppo di 77 paesi (insieme alla Cina), quelli che subiscono una crisi che non hanno causato, hanno chiesto ai paesi ricchi di finanziare un ulteriore fondo (c.d. Loss and Damage), quantificandolo tra i 290 e i 580 miliardi di dollari l’anno, con cui pagare i disastri naturali già prodotti dal riscaldamento globale.
Le negoziazioni sono state difficili e, a differenza del carbone, in nessuna bozza sono state strappate diciture concrete. Risultato finale dell’accordo: su entrambe le questioni, gli Stati Uniti e l’Unione europea si sono fortemente opposte, facendo così naufragare le proposte. Quindi tutto rinviato alle prossime negoziazioni.
Su questo tema la nota più positiva riguarda l’inserimento nel testo finale della frase “recognizing the need for support towards a just transition”, ovvero “riconoscendo la necessità di supportare il percorso verso una transizione equa”. Tuttavia, di fatto, di fronte a quella che era a tutti gli effetti una richiesta d’aiuto quasi disperata, i paesi economicamente più sviluppati si sono girati dall’altra parte.
Stop alla deforestazione. Sì, ma dal 2030
Sbandierata ai quattro venti come un risultato storico, anche la sezione dedicata alla deforestazione lascia qualche dubbio.
Da un lato c’è soddisfazione per la sottoscrizione di un accordo che inizialmente vincolava un centinaio di paesi, ospitanti circa l’85% della superficie forestale mondiale tra cui anche Brasile, Canada e Congo, a porre fine ai processi di deforestazione entro il 2030.
E a prima vista si tratta di una buona notizia. Ma resta tutto da vedere. Anche perché il documento firmato non è in alcun modo vincolante. Inoltre, a pochi giorni dalla ratifica, l’Indonesia, paese che ospita la terza foresta pluviale più estesa al mondo, si è già tirata fuori.
La storia recente ci dice inoltre che rispettare questi accordi non è l’attività preferita dei governi, specialmente quando questi vanno ad intaccare i profitti di multinazionali e lobby dei più vari settori.
Inoltre è probabile che di fronte ad un accordo di questo tipo il fenomeno della deforestazione da qui al 2030 sarà accelerato, come intuibile dalla vicina ratifica dell’accordo Mercosur che sancirà di fatto una partnership economica tra Unione Europea e Brasile nello sfruttamento della Foresta Amazzonica, foraggiandone di fatto la distruzione.
Sul tema dell’Amazzonia vale la pena sottolineare come le richieste dei vari enti rappresentanti gli interessi delle popolazioni indigene che la abitano, siano state ignorate.
Il BOGA – Beyond Oil and Gas Alliance
Una delle note più positive della COP è stata la ratifica del BOGA – Beyond Oil and Gas Alliance, un’alleanza per l’uscita dagli idrocarburi. Un documento proposto da Danimarca e Costa Rica che impegna i paesi firmatari come “Core Members”, membri principali, a non concedere più licenze, concessioni o leasing per la produzione ed esplorazione di petrolio e gas. Anche in questo caso però, purtroppo, l’accordo non è vincolante e non sono previste sanzioni per i paesi che non rispetteranno i termini. Si tratta per lo più di dichiarazioni politiche.
Inoltre i paesi firmatari sono stati solo 11 e alcuni di questi abbiano scelto due dei tre livelli di adesione che comportano un impegno minore. Tra questi c’è anche l’Italia che, senza tanti giri di parole, non ha fatto proprio bella figura durante questa Conferenza.
Il (non) ruolo dell’Italia
Dopo aver ospitato il G20 che ha preceduto la COP26, i più ottimisti si aspettavano delle prese di posizione decise da parte dell’Italia che, come sappiamo, è uno dei Paesi del mondo sviluppato che subirà maggiormente le conseguenze della crisi climatica. Anzi, le sta già subendo a tutti gli effetti.
Bene, chiunque nutrisse speranze in questo senso, noi compresi, rimane con un pugno di mosche in mano. Riprendendo brevemente il discorso sul BOGA, l’Italia ha scelto il ruolo di “Friend”, ovvero quello di “chi si impegna a sostenere una transizione globale socialmente giusta ed equa per allineare la produzione di petrolio e gas con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi”.
Insomma, una bella pacca sulla spalla.
Tra gli altri elementi da sottolineare sulla partecipazione dell’Italia alla COP, con il Ministro della Transizione Ecologica Cingolani a fare da alfiere, c’è la mancata sottoscrizione del documento interno all’Unione Europea per lasciare il nucleare al di fuori della tassonomia di “Energia Verde” utile alla transizione.
C’è poi un ultimo documento che l’Italia ha deciso di non sottoscrivere: quello per lo stop all’immatricolazione di automobili a motore termico entro il 2035. L’ennesima occasione persa per mostrare un minimo di buone intenzioni.
Processi lenti, e pochi risultati
“Questa non è una corsa, ma una maratona” ha detto Barack Obama davanti alla sala plenaria di Glasgow stracolma di gente. Il punto per dare un giudizio lucido su cosa è successo a Glasgow sta forse tutto qui. Volendo tirare le somme, come ha scritto Ferdinando Cotugno, questi negoziati portano con sé più progressi che risultati veri e propri. E, retrospettivamente, progressi nel corso degli ultimi ventisei anni di conferenze ce ne sono stati, eccome.
Ad oggi, però, di problemi ce ne sono due. Da un lato, questa lentezza non fa che alimentare la sfiducia di attivisti e società civile riguardo alla buona riuscita di queste conferenze; tutto ciò, in una congiuntura dove la fiducia nei confronti di politici, e istituzioni in generale, è ai minimi storici, non fa che alimentare rabbia e frustrazione. Dall’altro lato, anno dopo anno si allarga la crepa che si è formata tra l’urgenza, con cui il mondo scientifico esorta ad agire, e la tempestività con cui la politica adotta decisioni.
Probabilmente il risultato più significativo di Glasgow è che, da queste conferenze, più di questo non possiamo aspettarci. Nel frattempo i combustibili fossili continuano a essere bruciati, la temperatura media del pianeta continua ad aumentare, e paesi come lo stato insulare di Tuvalu rischiano seriamente di scomparire.
Le (poche) note positive
A mantenere viva la speranza c’è per fortuna la società civile, che ha partecipato in massa a manifestazioni e proteste per chiedere un’azione più decisa, che vada nella direzione di un sistema economico più giusto ed inclusivo e, naturalemte, a zero emissioni.
Un vero e proprio fiume di persone unite per una causa indiscutibilmente giusta e su cui occorre intervenire in modo massiccio quanto prima.
Dietro allo scontento per i risultati della COP c’è infatti anche un’importante movimentazione popolare che continuerà a crescere. Molto esplicativo in questo senso l’ultimo Tweet di Greta Thunberg:
The #COP26 is over. Here’s a brief summary: Blah, blah, blah.
But the real work continues outside these halls. And we will never give up, ever. https://t.co/EOne9OogiR
Una delle frasi più ripetute da rappresentanti politici e istituzionali è stata la seguente: “La speranza di rispettare il limite di +1,5°C è ancora viva”.
Una magra, magrissima consolazione, che si fonda su un ottimismo al momento ingiustificato. La possibilità di riuscirci, con questo accordo, effettivamente ancora c’è, ma definirla “viva” è esagerato. Di questo passo infatti, la speranza di non superare quella soglia è più che altro un malato terminale.
In ultimo, per la serie “chi si accontenta gode”, vale la pena sottolineare l’imposizione “di organizzare un meeting ministeriale annuale di alto livello sulle azioni da intraprendere prima del 2030”. Questa iniziativa, lascia la porta aperta ad una svolta che avrebbe dovuto sicuramente arrivare durante questi negoziati, ma che comunque potrebbe arrivare in futuro. Difficile che accada, viste le premesse, ma la possibilità esiste.
In questo senso è stata anche uniformata la “griglia” del documento da presentare ogni anno a questi incontri, che dovrà esporre i dati relativi all’abbattimento delle emissioni di anno in anno. Ma anche su questo è stata data la possibilità di “non riempire alcune caselle”, dando il via libera a chi vorrà nascondere le proprie mancanze.
Una delle notizie migliori riguarda poi l’istituzione di un’enorme area marina protetta, denominata “Eastern Tropical Pacific Marine Corridor” che si estenderà su una superficie di oltre 500.000 chilometri quadrati, dalla Costa Rica alla Colombia. Al suo interno sarà infatti vietata la pesca, favorendo le rotte migratorie di tantissime specie. Visto il ruolo centrale del benessere dell’ecosistema marino e oceanico nell’assorbire le emissioni, questo provvedimento potrebbe fungere da apripista nella difesa dei mari e degli oceani.
Quindi, com’è andata la COP26?
Inutile girarci intorno. Le poche persone che si sono dichiarate “contente” degli esiti della COP sono i rappresentati di qualche stato che è riuscito a difendere i propri interessi. Per il resto, di soddisfazione in giro ce n’è poca. A partire dallo stesso Alok Sharma, presidente della Conferenza, che, come visto sopra, si è limitato a commentare l’accordo “come il migliore possibile”, senza nascondere la propria delusione.
Il panorama ambientalista internazionale è uscito indignato dalla Conferenza, definendola “un’illusione costruita per salvare il capitalismo”, “un festival del Greenwashing” e commentando l’accordo come un documento “timido e debole”.
Un ultimo commento che vogliamo riportare è quello di Antonio Guterres, Segretario Generale delle Nazioni Unite, in quanto a dir poco esplicativo dell’esito delle trattative: “Rimaniamo sempre sull’orlo di una catastrofe climatica. La conferenza ha portato dei passi in avanti, ma che ancora non bastano”.
Spoiler: la situazione delle nostre spiagge non è tra le migliori, e questo è dovuto a una serie di fattori. Alcune cose sono fatte bene e altre sono fatte molto molto male. Ma non partiamo dal finale. Iniziamo, invece, con alcuni dati.
Erosione costiera: di cosa si tratta
Quando parliamo di erosione costiera ci riferiamo a un processo che, in un dato intervallo di tempo e per cause sia naturali che antropiche, modifica la morfologia di un litorale, arretrandone la linea di costa. È un fenomeno che in Italia si conosce molto bene, perché riguarda il 46% delle coste sabbiose della nostra penisola. Le coste basse sabbiose (cioè quelle erodibili) coprono 3.770 chilometri (su circa 8.000 chilometri di litorale complessivo), e quelle attualmente in erosione ammontano a 1.750 chilometri.
A differenza di come potrebbe sembrare a prima vista, l’innalzamento del livello del mare ha contribuito in modo marginale a questo fenomeno. Le due cause principali sono di origine antropica, e sono: l’uso insostenibile del territorio costiero che ha fatto scomparire più del 90% dei sistemi dunari; e (sua diretta conseguenza) la riduzione dell’apporto solido dai fiumi, cioè di tutto quel materiale che concorre alla formazione e al mantenimento delle spiagge.
Tutto ciò dovrebbe preoccuparci ulteriormente, considerando che le previsioni sugli scenari futuri ci dicono che l’innalzamento del livello del mare diventerà la causa principale dell’erosione costiera. Lo è già in alcuni paesi dove questo processo e l’abbassamento del suolo costringono intere popolazioni a migrare all’interno e, talvolta, in altri Paesi.
Il Piano di Ripresa e Resilienza (PNRR) non menziona il problema delle coste. Sebbene in futuro esso potrà essere ricompreso nella strategia che riguarda il rischio idrogeologico, è significativo che l’erosione costiera non venga menzionata nemmeno una volta. D’altro canto, l’Italia non dispone nemmeno di un piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici. Secondo Legambiente, è necessario che un piano venga approvato al più presto, e che ci sia una specifica attenzione per le aree costiere come hanno fatto gli altri grandi Paesi europei.
La spesa annuale per contrastare l’arretramento del livello di costa messa sul tavolo dallo Stato e, in parte, da Regioni e Comuni, è di circa 100 milioni di euro. La maggior parte degli interventi eseguiti fino ad ora sono opere rigide, come pennelli e barriere frangiflutti. Tali opere interessano almeno 1.300 km di costa. Negli ultimi decenni, però, le opinioni contrarie a questi tipi di opere stanno aumentando. Il progetto Eurosion della Commissione europea ha mostrato come un’approccio integrato e più attento alle caratteristiche del litorale sia migliore di sistemi di difesa rigidi. Probabilmente bisognerebbe aprire una riflessione seria sulla loro reale efficacia anche qui da noi.
Inoltre, la cifra erogata dagli enti pubblici per contrastare l’erosione costiera è maggiore rispetto a quanto lo Stato effettivamente incassa dalle concessioni balneari (100 milioni contro gli 83 di incassi effettivi nel 2019, unici dati disponibili). Ecco, le concessioni balneari sono un altro nodo problematico da considerare.
Troppe concessioni balneari
Nel nostro paese trovare una spiaggia libera è sempre più difficile. Secondo l’ultimo report di Legambiente, in Italia «oltre il 50% delle aree costiere sabbiose è sottratto alla libera e gratuita fruizione». La prima causa di tutto questo è l’aumento esponenziale delle concessioni balneari che nel 2021 sono arrivate a quota 12.166, registrando un incremento del +12,5% rispetto al 2018.
Tra le regioni record ci sono Liguria, Emilia-Romagna e Campania, con quasi il 70% dei lidi occupati da stabilimenti balneari. Altri decisi incrementi si registrano in Abruzzo, con un salto degli stabilimenti da 647 nel 2018 a 891 nel 2021, e nelle regioni del sud, a partire dalla Sicilia dove le concessioni sono passate da 438 nel 2018 a 620 nel 2021, con un aumento del +41,5%.
«Tra i comuni costieri, il record spetta a Gatteo (FC) che ha tutte le spiagge in concessione. Ma si toccano numeri incredibili anche a Pietrasanta (LU) con il 98,8% dei lidi in concessione, Camaiore (LU) 98,4%, Montignoso (MS) 97%, Laigueglia (SV) 92,5%, Rimini 90% e Cattolica 87%, Pescara 84%, Diano Marina (IM) con il 92,2% dove disponibili sono rimasti solo pochi metri in aree spesso degradate».
«Per non parlare dei canoni che si pagano per le concessioni – continua il report di Legambiente – Ovunque bassi e che in alcune località di turismo di lusso risultano vergognosi a fronte di guadagni milionari. Ad esempio per le 59 concessioni del Comune di Arzachena, in Sardegna, lo Stato nel 2020 ha incassato di 19mila euro l’anno. Una media di circa 322 euro ciascuna l’anno».
Buone pratiche per limitare l’erosione costiera
Non mancano però aspetti positivi sottolineati dal report. Negli ultimi anni si sono diffuse anche buone pratiche per la corretta gestione dei litorali grazie ad un approccio integrato, in particolare con una visione che consideri le continue interazioni tra le coste e le aree dell’entroterra. È il caso del comune di Bergeggi (SV), dove la spiaggia delle Sirene è rinata dopo l’intervento di ripascimento del 1992. O di quello di Vallecrosia (IM) che ha utilizzati 300 mila metri cubi di materiale preso dall’alveo del torrente Verbone, con l’ottimo risultato di rendere inutili i pennelli e creare una nuova spiaggia di 60-70 metri.
In Sardegna, invece, il comune di Posada (NU) ha intrapreso una scelta di pianificazione e gestione delle trasformazioni del territorio, in particolare a Monte Orvile, che si è dimostrata all’avanguardia per la messa in sicurezza del territorio dalla speculazione edilizia e da fenomeni di dissesto idrogeologico.
Altra buona pratica di gestione arriva da Gallipoli (LE), dove sono state utilizzate palizzate in castagno come struttura di difesa dall’erosione marina e accumulo del trasposto eolico per il ripascimento spontaneo del piede dunale. È previsto anche un imponente ripristino vegetazionale all’interno dei campi dunali.
Si è chiusa un’epoca in Germania. O meglio, si è chiusa un’epoca in Europa. Dopo 15 anni di cancelleria, Angela Merkel ha scelto di non ricandidarsi alle elezioni, svoltesi domenica 26 settembre, cedendo il passo ad Armin Laschet. All’indomani dello spoglio, possiamo dire che i tedeschi non sono stati troppo affascinati dal Delfino di Mutti Merkel, come la chiamano affettuosamente i suoi connazionali. Il vincitore, di misura, è infatti stato lo sfidante – e favorito – Olaf Scholz.
Tre candidati per la Germania
Prima di andare all’analisi del voto, è importante conoscere quali fossero i principali candidati alla cancelleria. Gli sfidanti con più possibilità di successo erano fondamentalmente tre. Ai già citati Laschet e Scholz va aggiunta la terza principale forza in Germania, quella del Partito dei Verdi. Annalena Baerbock, forte della sensibilità ambientale che ultimamente ha coinvolto anche la federazione tedesca, è il volto dei Grüne che, pur arrivando soltanto terza, ha raggiunto un risultato storico per il suo partito. Vediamo chi sono questi tre leader.
Olaf Scholz, un politico di professione
Burocrate notissimo in Germania, Scholz è Ministro delle Finanze e Vicecancelliere della federazione tedesca dal 2018. Pur appartenendo al Partito Socialdemocratico, dunque, ha prestato servizio nel governo della Cristiano-democratica Angela Merkel. I due partiti, in realtà, sarebbero collocati su due assi opposti dello scacchiere politico tedesco. Merkel però, com’è noto, è sempre stata un’abile stratega e tessitrice di alleanze, dunque riuscì a formare, nel marzo 2018 – dopo mesi di trattative in seguito alle elezioni federali del 2017 – la cosiddetta Große Koalition. La grande coalizione rappresentò un’alleanza tra CDU e SPD, ovvero i partiti di Merkel e Scholz. Su quelle fondamenta è stato innalzato il governo attualmente in vigore, il quale resterà in carica fino al giuramento del nuovo.
Nato a Osnabrück e residente a Potsdam, Scholz è attivo in politica dal 1998, in seguito agli studi in giurisprudenza e la specializzazione in diritto del lavoro. Fino al 2011 è stato deputato, dal 2002 al 2004 segretario generale del partito e dal 2007 al 2009 Ministro del Lavoro e degli affari sociali nell’esecutivo Merkel I. Nel 2018 ha agito come commissario ad interim per l’SPD, prima di abbandonare il ruolo in seguito all’elezione di Andrea Nahles e decidere di candidarsi a cancelliere.
Olaf Scholz rappresenta, di fatto, il volto sicuro e affabile della politica tedesca. Pur non provenendo dallo stesso partito della sua predecessora, egli è forse la figura che più le si avvicina agli occhi dei tedeschi. La provata esperienza politica di Scholz e l’ineluttabilità della sua incarnazione di uno status quo cui i cuoi concittadini sono innegabilmente legati sono probabilmente state le sue armi principali in una elezione che, nel momento in cui si scrive, lo vede come trionfatore.
Armin Laschet, un Delfino di scorta
Laschet nasce ad Aquisgrana nel 1961. È Ministro presidente – così si chiamano i governatori dei Land tedeschi – della Renania Settentrionale-Vestfalia, la più popolosa tra le circoscrizioni che compongono la federazione nonché la quarta per estensione. Dall’inizio dell’anno è anche presidente della CDU, il partito di Angela Merkel. Ha iniziato a rivestire questa carica lo scorso gennaio, in seguito alle dimissioni di Annegret Kramp-Kerrenbauer. In precedenza fu vicepresidente dell’Unione Cristiano-democratica di Germania. Tra il 1999 e il 2005 è stato un europarlamentare.
Il 20 aprile 2021, a seguito dell’annuncio di Merkel di non candidarsi, la CDU-CSU scelse Laschet come suo candidato alla cancelleria. La proposta di un nome alternativo a quello della donna che ha guidato il Paese negli ultimi 15 anni è, de facto, l’inizio dell’era del dopo-Merkel. In seguito a una riunione durata circa 6 ore, i 46 membri della direzione del partito hanno optato per la sua candidatura. 31 dirigenti dell’Unione hanno preferito il nome di Laschet a quello di Markus Söder, governatore della Baviera. In lizza vi erano anche Norbert Röttgen e Friedrich Merz.
La campagna elettorale del Delfino di Angela Merkel – la quale forse preferiva la figura di Kremp-Kerrenbauer, in quanto donna e designata da tempo a proseguire in maniera naturale la sua politica – ha posto al centro il mantenimento della rotta impostata. Sfortunatamente per Laschet, però, i tedeschi non hanno scelto di concedergli la stessa fiducia di cui ha goduto Merkel. Il risultato elettorale non esclude già la CDU-CSU dai giochi, poiché la distanza con l’SPD è veramente poca. Entrambi i partiti, a seguito di alleanze stabili e durature, potrebbero trovare i numeri per governare.
Annalena Baerbock, la candidata dei Verdi di Germania
Annalena Baerbock, quarantenne di Hannover, è una dei due presidenti del partito dei Verdi di Germania. La stessa carica è ricoperta anche dal suo collega Robert Habeck. Dal 2013 è deputata presso il Bundestag, il parlamento federale di Berlino. Esperta di Diritto internazionale, Baerbock è stata eletta co-presidente del partito, sconfiggendo l’altra candidata donna, Anja Piel, nel 2018. Soltanto un anno dopo fu riconfermata per altri 24 mesi di mandato con un plebiscito del 97,1% di preferenze, il più alto risultato di sempre per una donna presidente del partito dei Grüne.
Baerbock partiva decisamente svantaggiata rispetto agli altri due candidati di punta, di cui abbiamo già scritto. Lo spoglio ha confermato quanto ci si aspettava, ovvero la sua terza posizione. Ciò non toglie che queste elezioni siano state per i Verdi tedeschi un grande successo. Il partito non aveva mai totalizzato il 15% di preferenze, com’è avvenuto quest’anno.
Ciò si deve non solo al momento che stiamo attraversando, nel quale la sensibilità ambientale è molto alta, bensì anche al fatto che tanto Baerbock quanto Habeck provengono dall’ala moderata dei Verdi. Non sono insomma due ambientalisti intransigenti come altri loro colleghi, non solo in Germania, bensì due fini politici, capaci di trattare e scendere a compromessi. Ciò non è l’ideale a livello ambientale, naturalmente, però per entrare nelle stanze dei bottoni occorre essere in grado di saper mediare. Al fine di riuscirci, qualcosa bisogna concedere. L’elettore si aspetta da un politico che esso – o essa – rimanga bilanciato ed equilibrato. In parlamento entrano politici pacati, non estremisti aggressivi.
Ora che abbiamo avuto modo di conoscere meglio gli attori protagonisti, esaminiamo che cosa sia di fatto successo in Germania. Nel momento in cui si scrive questo paragrafo lo spoglio è pressoché concluso, seppure potrebbero ancora verificarsi piccole modifiche nelle percentuali. In seguito alla notte che ha concluso la giornata elettorale, i tedeschi si sono svegliati con un vincitore: quello che si attendevano. Il socialdemocratico Olaf Scholz ha trionfato sui suoi due sfidanti ma non può ancora definirsi cancelliere. La Repubblica federale, risultati alla mano, entra in una nuova epoca. Naturalmente è quella del dopo Merkel, la fine di tre lustri nei quali la cancelliera è sempre stata la stessa, tanto che molti adolescenti e tutti i bambini, in Germania, hanno sempre visto in tv la stessa persona in rappresentanza del loro Paese.
Si tratta però anche dell’alba di un nuovo giorno in quanto difficilmente saranno i grandi partiti tradizionali a decidere quale strada dovrà intraprendere il Paese, poiché toccherà ai giovani leader dei Verdi e del partito dei Liberali di Christian Lindner, rispettivamente terza e quarta forza in Germania dopo la tornata elettorale. Queste due espressioni politiche dovranno trovare innanzitutto un accordo tra loro, prima di decidere se appoggiare l’una o l’altra parte.
Il Bundestag attende, come l’intera Germania, di conoscere la formazione del suo prossimo governo. Elaborazione: FelixMittermeier da Pixabay.
Vincitori e vinti
Scholz, il quale ha diritto alla prima parola dopo aver raccolto il maggior numero di consensi, spera nella costituzione della coalizione cosiddetta semaforo, formata da SPD, Verdi e Liberali. Dall’altra parte Laschet predica umiltà, ricordando al suo avversario che con il 25% dei voti non si può reclamare la cancelleria. In realtà, è proprio il candidato della CDU che dovrebbe mantenersi umile, in quanto la sua carriera politica corre seriamente il rischio di essere finita con questa sconfitta. Il malcontento interno all’Unione è infatti considerevole e ha un unico bersaglio: il grande sconfitto. Laschet confida in un fallimento di Scholz per poter essere lui a intavolare una proposta di alleanza per Verdi e Liberali ma potrebbe essere l’unico a sperare di farcela. Come ha affermato Markus Söder:
“Per l’Unione è una sconfitta, chi perde così tanti voti non può dire che questo. Da secondi non si può pretendere ma soltanto fare un’offerta.”
Il ragionamento di Scholz si colloca molto vicino:
“Gli elettori hanno dato forza a tre partiti: SPD, Verdi e FDP. Questi hanno un mandato chiaro per costruire il prossimo governo.”
L’FDP è il partito liberale. Il candidato dei socialdemocratici ha ben chiaro un concetto: chiunque sia il cancelliere, sarà difficilissimo che esso possa avere i numeri che occorrono per comporre una maggioranza se non farà un’offerta degna ai Verdi. Il partito ambientalista, assieme a quello liberale ma in misura maggiore dato il maggior numero di consensi, sarà l’ago della bilancia nella costituzione del prossimo esecutivo. È possibile – pure probabile – che le trattative richiederanno alcuni mesi.
I numeri del voto in Germania
Snoccioliamo qualche numero per vedere, nel concreto, come siano andate le elezioni in Germania. I Socialdemocratici, partito di centro-sinistra – benché in Germania le collocazioni siano un pò lontane dai nostri tradizionali concetti di destra e sinistra – ha vinto, superando di poco il blocco di centro-destra formato dalla CDU-CSU. Nessuno di questi due storici partiti è riuscito a varcare la soglia del 30% di preferenze. Dal dopoguerra in avanti, non era mai successo. Preoccupante soprattutto è il risultato del partito di Angela Merkel, il quale ha perso il 9% dei consensi.
Al termine del conteggio nelle 299 circoscrizioni elettorali tedesche, i funzionari hanno reso noto che la SPD si è aggiudicata il 25,7% delle preferenze. Il blocco dell’Unione si è fermato al 24,1%. Storicamente, ogni partito vincitore aveva messo assieme almeno il 31% dei consensi. In questa tornata, nessuno ci si è avvicinato.
Chi entra in Parlamento
Al terzo posto si sono classificati, per così dire, i Verdi, con il 14,8% dei voti. Quarta posizione per i Liberali, i quali hanno totalizzato l’11,5% delle preferenze. Soddisfatta anche Die Linke, il partito di sinistra che, pur non avendo raggiunto lo sbarramento del 5%, necessario per entrare al Bundestag, riesce ad approdare in Parlamento grazie a una peculiare norma che garantisce l’ingresso alle formazioni politiche in grado di vincere in tre collegi uninominali, anche senza raggiungere la soglia.
Al termine delle elezioni federali siamo in grado di dire che i seggi nel Bundestag saranno ben 735. Nella legislatura precedente ammontavano a 709. Il sistema elettorale in Germania, estremamente complesso, consente l’allargamento del Parlamento dopo ogni tornata elettorale. Pensiamo a questo quando affermiamo che il leviatano della politica sia più snello, all’infuori dell’Italia.
Il complesso gioco delle alleanze
Com’è chiaro dal paragrafo precedente, nessuno ha i numeri per governare da solo. Per riuscire a formare un governo, sarà dunque indispensabile tessere alleanze. Il partito più corteggiato sarà quello dei Grüne e, a ruota, quello dei Liberali. Le maggioranze possibili sono svariate. L’obiettivo è riuscire a ottenere 368 dei 735 seggi. A quanto è stato detto, i primi due partiti non hanno intenzione di allearsi, sebbene otterrebbero immediatamente il numero dei seggi necessari, superandoli e arrivando a ben 402, più che sufficienti per una buona governabilità della Germania. Questo numero sarebbe superato in caso di un’alleanza di uno qualsiasi dei grandi partiti con Verdi e FDP. Un’alleanza tra il terzo, quarto e quinto partito di queste elezioni, invece, non avrebbe i numeri. Il partito di estrema destra, Alternative Für Deutschland, capace di raggiungere il 10% delle preferenze elettorali, si terrà fuori da qualsiasi trattativa.
🇩🇪 Elezioni in #Germania, maggioranze possibili (almeno 368 seggi su 735):
Forti dei loro risultati, Verdi e Liberali hanno già cominciato i colloqui. L’obiettivo è, per entrambi, quello di entrare a far parte del prossimo governo federale. Come ha affermato Anton Hofreiter, capogruppo del partito ambientalista in Parlamento, a un’intervista dopo le elezioni con l’emittente ARD:
“Stanno cominciando dei colloqui in una cerchia molto piccola. Perché la cosa possa funzionare, vedremo quali punti in comune possiamo avere e quello di cui entrambe le parti hanno bisogno. È saggio parlare prima con i Liberali, poi vedremo dove questo ci porta.”
I verdi, tradizionalmente, preferiscono dialogare con l’SPD, trovandosi collocati in una sfera politica più sinistrorsa. Il partito liberale, invece, è più vicino all’Unione. Non ci è dato sapere quale ruolo svolgeranno queste ideologie di fondo – ormai piuttosto annacquate – nei colloqui propedeutici alla formazione del prossimo esecutivo. Quel che pare certo è che dovremo attendere mesi, prima che un nuovo governo possa finalmente vedere la luce.
Il non-successo dei Verdi e le dinamiche ambientaliste in Germania
Annalena Baerbock ha esultato al termine delle elezioni, mostrandosi entusiasta del miglior risultato di sempre, in termini di percentuale di consenso, del suo partito nel Paese. Si tratta di una strategia comunicativa molto nota anche in Italia, quella dell’abbiamo vinto tutti che segue una tornata elettorale nella quale, di fatto, è invece accaduto l’esatto contrario. La Costituzione tedesca, a ogni modo, non specifica che diventa cancelliere chi ottiene il maggior numero di preferenze, bensì chi riesca a dar luce a un governo capace di fare il suo lavoro.
Se quel 15% scarso di voti è un buon risultato, in termini di numeri puri, se andiamo a contestualizzarlo, ci rendiamo conto di come si tratti in realtà di una conquista deludente, di un non-successo. Non più di 3 mesi fa, in giugno, i Grüne erano accreditati dagli analisti politici tedeschi del 20% abbondante di preferenze. Secondo qualcuno avrebbero addirittura potuto raggiungere il 22%. Invece queste aspettative sono state considerevolmente ridimensionate.
È oltremodo probabile che questo ridimensionamento comporti anche un ridimensionamento dei sogni verdi di ecologisti e ambientalisti. La radicale rivoluzione green auspicata da tutto il movimento giovanile – e non solo – che segue Greta Thunberg – ed è fortissimo in Germania, dove numerosi giovani sono sensibili a questa battaglia – corre il serio rischio di finire enormemente depotenziata.
Alleanza possibile tra i piccoli di Germania a dispetto dell’ambiente
D’altra parte, però, sullo scacchiere politico tedesco, questo risultato dei Verdi potrebbe incentivare moltissimo le trattative con l’FDP. Il partito liberale, infatti, non vedeva di buon occhio la colossale riforma verde che Baerbock e il suo partito avevano reso l’ossatura portante del proprio programma per la cancelleria. Volker Wissing, segretario generale per l’FPD non ha mai nascosto la sua preoccupazione verso la cosiddetta rivoluzione verde che la tenace leader verde propugnava a ogni comizio. I liberali la vedevano infatti come un incubo di tasse, punizioni fiscali e costi scaricati, senza troppe preoccupazioni, sulle spalle di quel ceto medio che rappresenta lo scheletro della Germania contemporanea.
Gli ambientalisti non possono certo vedere di buon occhio questo indebolimento dei Verdi sulle proiezioni estive, eppure, dal punto di vista politico, se si toglie di mezzo l’ambizioso programma ambientale, Grüne e FDP sono due partiti vicinissimi tra loro. Ambedue sono neoliberali in campo economico, nonché tendenzialmente favorevoli all’austerity e al mercato libero. Alla luce di ciò, non dovrebbe dunque essere troppo difficile intavolare una bozza di programma, messi da parte i bollori rivoluzionari.
Verdi e liberali assieme formano un blocco concreto, in grado di dettare tempi e modi a entrambi i partiti maggiori (valgono infatti il 26% circa dei seggi al Bundestag). I retroscena vogliono una CDU dispostissima a collaborare, in quanto vedrebbe in questa alleanza la sua opportunità di scalzare la SPD dal governo. Olaf Scholz, però, non è nuovo ai giochi di palazzo e pare in grado di poter tendere una mano per prendersi il posto di cancelliere, cedendo qualcosa a Verdi e Liberali.
Giochi di potere, elettori confusi e il pianeta a pagarne le conseguenze
Le trame di potere sono le stesse in ogni Paese, non aspettiamoci che il caso Germania sia diverso. Già nel 2017, dopo le ultime elezioni vinte da Merkel, fu necessario un lungo lavoro diplomatico per giungere alla formazione di un esecutivo. È più che probabile che capiterà lo stesso anche nelle prossime settimane. I risultati del voto dipingono un quadro ben chiaro, che stupisce poco. Gli elettori tedeschi – ma potremmo allargare il campione – desiderano cambiamenti sociali e ambientali. Però non troppo. Se i Verdi rappresentano una forza potenzialmente dirompente nei confronti dello status quo; SPD e CDU-CSU sono esattamente l’opposto, ovvero tre partiti tendenzialmente conservatori, sebbene occupino due lati lontani dello spettro politico tedesco.
Il benessere della Germania, locomotiva d’Europa secondo una metafora spesso abusata, viene percepito in pericolo dai tedeschi. Essi naturalmente sanno bene quanta importanza rivesta l’ambiente ma, probabilmente, danno priorità al loro tenore di vita e alle abitudini consolidate e sedimentate nei decenni, dunque sono poco propensi a correre il rischio di sacrificare parte di questo per il bene dell’ambiente.
Gli elettori, incerti e preoccupati, hanno forse sparpagliato il loro voto come il giocatore d’azzardo che distribuisce la sua puntata su vari tavoli di roulette, sperando di azzeccare almeno una combinazione giusta. Non è però detto che sarà Olaf Scholz a fare il croupier. Comunque vadano le trattative politiche, la presenza dei Verdi al governo potrebbe essere un importante segnale per l’ambiente. È lecito però temere il fatto che, a contatto con il potere, la battaglia per il pianeta spunti le sue armi e l’ambiente finisca per pagarne le conseguenze. Non è sufficiente avere persone sensibili al tema che occupano poltrone importanti, serve che da quelle stesse poltrone guidino battaglie e interrogazioni per il bene del nostro ecosistema in sofferenza.
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