Giornata mondiale dell’acqua. Informazioni ed eventi

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La Giornata Mondiale dell’acqua 2021 ci ricorda quanto questo elemento abbia un immenso valore per l’umanità. Questa celebrazione non appare, agli occhi dell’opinione pubblica, qualcosa di inutile e ridondante. I casi sono quindi due. O questo concetto viene dato per scontato al punto da aver appiattito o anche annullato le nostre quotidiane attenzioni verso di esso. Oppure esiste davvero un’inconsapevolezza diffusa di quanto l’acqua sia fondamentale per la sopravvivenza della nostra specie. In entrambi i casi è bene salire sul carro della Giornata Mondiale dell’acqua e dedicare qualche minuto a informarci sull’argomento. Quest’anno a trainarci è l’importante tema: “Valorizzare l’acqua” (“valuing water”).

“Valuing water”, il tema della Giornata Mondiale dell’Acqua

Qualcosa ha un valore inestimabile quando è unico. Pensiamo alle opere d’arte autografate, o ad alcuni eventi storici che hanno cambiato le sorti del mondo, o più semplicemente a ogni essere umano. Tutti noi, in quanto unici, abbiamo un valore inestimabile. E, se riflettiamo bene, anche l’acqua lo è. Non esiste infatti al momento qualcosa, a livello di formula chimica, che possa sostituirla. Cosa che invece non accade per alimenti come il grano, la carne, il latte, i cui principi nutritivi si trovano in molti altri alimenti che sono ad essi intercambiabili. Per quanto infatti anche questi beni abbiano un valore, non è minimamente paragonabile a quello dell’acqua.

La sua unicità e la sua utilità in moltissimi ambiti della vita fa quindi sì che il suo valore vada molto oltre a quello monetario. Talvolta però anche l’importanza di ciò che consideriamo inestimabile viene calpestata. Agli uomini è stato dato un prezzo durante la tratta degli schiavi, eventi storici di pregnanza incalcolabile come il diritto di voto alle donne sembrano voler essere cancellati dal calendario da qualche idealista esaltato. L’arte subisce un costante declassamento nelle economie di mercato, che vedono poco riconosciuto il valore di scrittori, artisti, scultori, attori teatrali.

Il valore economico dell’acqua

Questo destino, purtroppo, è stato riservato anche all’acqua, la cui valenza viene abbassata o alzata a seconda della sua disponibilità o reperibilità, e non del suo valore assoluto. Nei paesi più ricchi infatti l’acqua è un bene che quasi viene dato per scontato e pertanto vale molto poco. Non è raro, infatti, che venga sprecata sia a livello domestico ma anche pubblico. Pensiamo che in Italia nel 2019 è andato perso il 37% dell’acqua immessa nelle reti dei capoluoghi. E l’Italia è comunque un Paese che soffre di carenza idrica.

Al contrario nei paesi più poveri l’acqua ha un prezzo troppo alto a causa proprio della sua scarsità, ma anche del prezzo di mercato che non può (o non vuole) adattarsi alle condizioni di vita delle diverse popolazioni. L’acqua è quindi una risorsa irraggiungibile per molti. Ad oggi 785 milioni di persone non dispongono di una fonte di acqua potabile e 2 miliardi di persone non hanno accesso ai servizi igienici di base.

Leggi il nostro articolo: L’acqua diventa una merce e si quota in borsa

L’acqua ci serve per sopravvivere

La ricerca compulsiva dell’acqua nello spazio è dovuta al fatto che la vita sul nostro pianeta sia nata proprio grazie ad essa. E senza questo elemento allo stato liquido la Terra per come noi la conosciamo non esisterebbe. Il corpo umano, poi, è formato in gran parte da acqua e ne abbiamo bisogno ogni giorno per dissetarci e sopravvivere. Oltre però a queste principali funzioni, qual è l’impatto di questo prezioso elemento nella vita degli uomini?

Con l’acqua irrighiamo i campi nei quali cresce tutto il cibo che mangiamo. Per un chilo di grano servono tra i cinquecento e i quattromila litri di acqua. Per un chilo di legumi ne servono 4055 litri e per un chilo di carne bovina 15.415 litri. Le risorse idriche sono anche importanti per coprirci. Per produrre un chilo di cotone servono dai 10 mila ai 20 mila litri di acqua. Per non parlare dei tessuti che derivano dagli allevamenti animali, come la lana o la pelle.

Perché questi terreni siano mantenuti floridi, inoltre, sono fondamentali gli insetti impollinatori. Infatti, l’84% delle specie coltivate dipendono anche da questi organismi, ai quali serve acqua per vivere. Questo bene è poi necessario per la crescita degli alberi, senza i quali sarebbe difficile trovare riserve di ossigeno.

Gli usi secondari, ma altrettanto importanti dell’acqua

Da quando l’acqua corrente e pulita è entrata nelle nostre case la nostra aspettativa di vita si è alzata moltissimo (73,6 anni per gli uomini e 80,2 anni per le donne, contro i 35-40 del Settecento). Tra i fattori che hanno innescato il fenomeno vi è la diminuzione della mortalità perinatale e per malattie infettive, dovuta appunto al miglioramento dell’igiene e dello stato di nutrizione della popolazione, ai programmi di vaccinazione e all’introduzione della terapia antibiotica.

Un esempio che mette in luce il ruolo fondamentale dell’acqua è quello degli scarichi privati che indirizzano i nostri “scarti” verso le fognature e non, come si usava fare nei primi agglomerati cittadini, in strada. Questa abitudine era causa di gravi malattie e inquinamento delle falde acquifere; fattori che incidevano sopratutto sulla popolazione più povera. Sono anche diminuite le latrine pubbliche, anche se il fenomeno non è affatto eradicato nei paesi più poveri e sovraffollati. Spesso sono caratterizzate da condizioni igieniche precarie e sono defilate dalle abitazioni. Oppure molte persone, sopratutto donne, cercano un luogo più pulito e altrettanto nascosto, che talvolta diventa scenario di violenze impunite. Ne parliamo meglio in questo articolo, in cui spieghiamo perché le donne sono più colpite dai cambiamenti climatici.

L’acqua è poi fondamentale per il funzionamento delle strutture ospedaliere, per il primo soccorso e per la produzione di medicinali. Questo elemento ha poi molte proprietà terapeutiche, sia a livello fisico che psicologico. Alcuni esempi? L’acqua termale, gli infusi di erbe, e persino la musicoterapia, che spesso utilizza i rilassanti suoni dell’acqua che scorre e che gocciola come potente agente rilassante. Tutte proprietà da non sottovalutare in un’epoca in cui una grande parte della popolazione soffre di problemi psicologici anche gravi dovuti alla frenesia e allo stress della vita contemporanea.

Cosa accade se l’acqua finisce? La giornata mondiale dell’acqua ce lo ricorda

Molte persone, lo ribadiamo, dipendono direttamente dalle fonti di acqua dolce o salata. Un esempio sono i pescatori, che risentono moltissimo dell’inquinamento delle acque e della pesca eccessiva, di cui parliamo qui. Alcune aree del mondo più di altre, che sono totalmente dipendenti dalla presenza e dalla salubrità dei bacini acquiferi, stanno subendo danni incalcolabili a causa della siccità.

Un esempio è la regione che sorge intorno al lago Ciad, il quale in soli cinquant’anni si è ridotto del 90%. La quantità di pesce nel lago è diminuita del 60% e il natron, un impasto di sali naturali ricavato dalle alghe e usato per conservare cibi, conciare pelli e lavorare tessuti è quasi scomparso. Pescatori, allevatori e agricoltori stanno perdendo il lavoro e i beni di prima necessità. Questo li ha portati alla fuga, rimpolpando così quella categoria di migranti cosiddetti “climatici”.

Leggi anche: L’Italia senza acqua: siccità in Puglia, Basilicata e Sicilia

Conseguenze meno dirette della mancanza di acqua

Talvolta le conseguenze della mancanza di acqua sono meno dirette, ma altrettanto tragiche. Molti ritengono che la guerra in Siria sia dovuta, almeno in parte, alla terribile siccità che ha colpito il paese tra il 2007 e il 2010. Questo ha spinto molte persone a spostarsi nelle principali metropoli dove il sovraffollamento e la mala gestione di un’immigrazione improvvisa e massiccia ha creato un clima di forte instabilità. La situazione ha quindi creato le condizioni ideali perché politici e gruppi armati perseguissero i loro interessi.

Come ci ricorda il tema della odierna Giornata Mondiale dell’acqua, a questo bene bisogna dare il giusto valore. Se infatti ci si concentra solo su quello politico ed economico, le tragedie sono dietro l’angolo. Lifegate ha recentemente parlato del fiume Brahmaputra, un importante corso d’acqua che bagna sia Pechino che Nuova Delhi. La corsa energetica di Cina e India, due Paesi in grande sviluppo, è sfrenata e ciò impedisce ai capi politici di accordarsi diplomaticamente sulla gestione delle risorse idriche. Le vicendevoli accuse di sovrasfruttamento, la riduzione apposita della portata delle acque nei territori confinanti e gli interventi militari, stanno avendo conseguenze devastanti per l’irrigazione e la potabilità dell’acqua nelle città e i villaggi.

I ghiacciai custodiscono l’acqua. Finché esistono

La mancanza di acqua potabile però non sarà un problema solo per le zone più calde o povere del mondo. La principale riserva di acqua potabile sul nostro Pianeta sono i ghiacciai situati in Antartide e Groenlandia. Essi custodiscono quasi i due terzi del totale di acqua potabile dell’intero globo. Se l’intera calotta antartica si sciogliesse, il mare si innalzerebbe di 61 metri. Senza arrivare a scenari apocalittici, però, anche qualche metro di acqua in più comprometterebbe l’esistenza di intere città o nazioni. Un piccolo e sicuramente non esauriente esempio riguarda la costa ovest degli Stati Uniti. Qui, un tratto della famosa strada Highway 1 verrà spostato verso l’entroterra per evitare la sua attesa sommersione.

In Islanda la prima fonte di acqua potabile è data dai ghiacciai, il che permette ai cittadini di non acquistare bottiglie di plastica e sopratutto di bere acqua purissima. Uno dei ghiacciai più grandi, il Sólheimajökull, si è ridotto di 110 metri in 8 anni in termini di lunghezza e di 50 metri in profondità. Nel 2019 siamo stati proprio qui e abbiamo visto coni nostri occhi la sofferenza di questo ghiacciaio, di cui parliamo in questo articolo. Guardando a “casa nostra”, le Alpi costituiscono la maggior riserva d’acqua europea. Lo scioglimento di questi ghiacciai significa meno acqua nei fiumi, e quindi a valle e in città. Dal 1960 al 2017 la stagione delle nevi nelle Alpi si è accorciata in media di 38 giorni l’anno.

Un ghiacciaio islandese

Gli eventi (online) da non perdere nella Giornata Mondiale dell’acqua

  • 22 marzo dalle 17.00. Earth Day insieme al Ministero della Transizione Ecologica organizzano un Digital Talk in diretta streaming su earthday.it. Si parlerà di guerre dell’acqua, ricerca spaziale, infrastrutture idriche, tecnologie di desalinizzazione. Durante l’evento giornalisti, esponenti di associazioni, enti e imprese dibatteranno su criticità, politiche, ricerca e tecnologie per gestire e tutelare la risorsa naturale più importante.
  • 22 marzo – Intera giornata. Per la prima volta le affascinanti rive destra dei laghi di Mantova non ospiteranno eventi in presenza. La kermesse si svolgerà però online con l’evento FIUMI DI PRIMAVERA. Qui scuole, enti pubblici, agenzie di gestione ambientale, associazioni, università tratteranno temi molto importanti. Nella mattinata si parlerà di acqua e cambiamento climatico, consumi idrici in agricoltura, sprechi e i comportamenti virtuosi. Si tratterà anche di produzione di acqua potabile, servizi ecosistemici, uso di immagini satellitari per il monitoraggio della acque e microplastiche. Il pomeriggio invece sarà a carattere più tecnico-scientifico. La diretta si potrà seguire sul canale YouTube di GLOBE Italia.
  • 22 marzo dalle 13:00 alle 14:30. Per chi comprende l’inglese, l’evento ufficiale del World Water Day 2021 sarà disponibile in diretta qui. Per l’occasione si vuole celebrare l’acqua e accrescere la consapevolezza della crisi idrica globale. Il focus sarà il raggiungimento dell’obiettivo di sviluppo sostenibile (SDG) numero 6: acqua e servizi igienico-sanitari per tutti entro il 2030. Sempre lunedì sarà disponibile il nuovo atteso report delle Nazioni Unite sulla Giornata Mondiale dell’acqua 2021. Il rapporto valuta lo stato attuale nella valutazione dell’acqua in diversi settori. Identifica poi i modi in cui la valutazione può essere promossa come strumento per migliorare la gestione delle risorse idriche e raggiungere gli obiettivi globali di sviluppo sostenibile.

Gli eventi dei giorni successivi

  • 23 marzo alle ore 10:00. L’Associazione Publicacqua organizza quasi una intera settimana di eventi a partire dal 22 marzo con il festival di Mantova sopra citato. Il 23 si svolgerà l’evento I SUONI DELL’ACQUA. Con il contributo del Museo della Musica Fondazione Tronci potremo immergerci nel mondo della musica e dell’acqua con Omar Cecchi e Gennaro Scarpato. I musicisti si esibiranno in una suggestiva performance utilizzando strumenti che riproducono il suono dell’acqua o che usano l’acqua per funzionare. L’attività è pensata per studenti e insegnanti degli ultimi anni della primaria e secondaria di 1° grado. L’evento sarà trasmesso in diretta su questo canale YouTube.
  • 25 marzo ore 15:00 – 17:00. VALUING WATER + WATER AND CLIMATE CHANGE è un evento in cui l’artista di fama internazionale Giorgio Andreotta Calò dialoga con la critica d’arte Barbara Casavecchia. Giorgio Andreotta Calò è attualmente in mostra al Centro Pecci (Prato, PO) con la sua opera Produttivo, un insieme di 2000 metri lineari di carotaggi provenienti dalle miniere di carbone a sud-ovest della Sardegna. Egli, insieme a Barbara Casavecchia, accompagneranno gli studenti in un viaggio verticale attraverso le profondità degli oceani e le viscere della terra. L’obiettivo è riflettere sul proprio ruolo nella gestione delle risorse naturali e nella preservazione dell’ecosistema in cui viviamo. L’incontro sarà registrato e rimontato in un breve video, che entrerà a far parte dei materiali audiovisivi della Web Tv del Centro Pecci, restando a disposizione di tutti gli utenti

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Rinnovabili, Italia fa un (piccolo) salto in avanti

rinnovabili italia

Nell’oceano di brutte notizie che si infrangono ogni giorno sui lidi delle testate internazionali, è spuntata un’onda anomala che interessa l’Italia: quella delle rinnovabili. Secondo l’Analisi trimestrale del sistema energetico italiano condotta da ENEA, infatti, le rinnovabili in Italia hanno visto un’accelerazione, specialmente negli ultimi due anni. Un risultato certamente buono, non fosse che gran parte del “merito” è da attribuirsi a un evento non proprio felice: quello della pandemia.

Rinnovabili in Italia: i dati che fanno sperare

L’Indice ISPRED è stato elaborato da ENEA per misurare la transizione energetica italiana sulla base dell’andamento di prezzi, sicurezza e decarbonizzazione. Ed è proprio qui che scorgiamo la buona notizia. L’indice ha infatti segnato un aumento su base annua del 38%, anche grazie a un continuo abbassamento dei prezzi delle rinnovabili. Per quanto riguarda le importazioni di tecnologie low carbon dall’estero, anche qui vediamo un forte aumento (+27%, per un valore di 2,2 miliardi di euro), soprattutto per veicoli elettrici, ibridi e batterie. Queste ultime categorie, in particolare, sono passate dal coprire il 33% dell’import green nel 2019, al 56% nel 2020. Nel complesso, quindi, la quota di rinnovabili sui consumi finali è pari a circa il 20% (era 18% nel 2019). Questo dato consente all’Italia di superare il target Ue del 17% imposto per il 2020.

Di pari passo, assistiamo a una costante decarbonizzazione, che nel 2020 ha accelerato del 40%. La forte diminuzione della richiesta di petrolio e carbone ha spinto al minimo storico dal 1961 la quota di fossili nel mix energetico. Una quota che però rimane ancora molto alta, visto che si attesta al 72% nel 2020 (contro il 74% del 2019). La capacità eolica e solare è comunque in crescita, e si stima che passerà dal 16% attuale al 25% nel 2030.

Rinnovabili in Italia: ancora molto da fare

Tra burocrazia lenta e blocchi culturali

Purtroppo, molti lati oscuri caratterizzano questo significativo, ma apparente miglioramento nel settore delle rinnovabili in Italia. Innanzi tutto, il gas resta la prima fonte energetica della Nazione (37,4%). Le rinnovabili, in valore assoluto, hanno subito un aumento di appena l’1%. L’Italia sembra quindi non riuscire a spingere del tutto il piede sull’acceleratore quando si tratta di energia pulita. Il primo ostacolo è dato dalla monumentale torre burocratica italiana e dal continuo scarica barile di responsabilità fra Stato, Regioni ed enti locali.

In secondo luogo, sussiste un grande blocco culturale che impedisce a imprenditori e investitori di dare adito anche solo al pensiero di costruire centrali di energia pulita sul territorio. Un esempio è quello di Francesco Ferrante, vicepresidente del Kyoto Club. Egli aveva censito 160 progetti di impianti per produrre biometano da rifiuti organici e scarti agricoli. Sono però stati tutti bloccati da comitati di cittadini “informati” e da sindaci riottosi ai nuovi progetti. Forse in nome di un paesaggio che andrà comunque distrutto dagli effetti ormai noti e sempre più vicini dei cambiamenti climatici.

Come riporta il Sole 24 Ore, in Italia ogni mese si realizzano impianti eolici da 6 megawatt e impianti fotovoltaici per 54 megawatt. Un risultato ancora lontano dalla cifra da raggiungere per soddisfare gli obiettivi Pniec (Piano Energia e Clima) entro il 2030: 83 megawatt per l’eolico e 250 megawatt per il fotovoltaico. Terna ha dovuto realizzare l’elettrodotto di alta tensione Adriatic Link al largo e sul fondo del mare, con un aumento dei costi che sarà pagato dai cittadini. Il tutto perché le autorità locali ne hanno impedito la costruzione sul suolo nazionale. Confindustria ha calcolato che questi rallentamenti sulle rinnovabili apportino una perdita al Paese di 600 milioni di euro all’anno.

Soldi e pandemia

Un terzo freno è dato dai prezzi delle energie rinnovabili, che restano più elevati rispetto al resto d’Europa. Il motivo è legato soprattutto al ruolo determinante che l’import di rinnovabili gioca per l’Italia, vista la mancanza di fonti domestiche. Il tutto nonostante la nostra Nazione abbia un altissimo potenziale in questo settore. La nostra geografia privilegiata, specialmente nell’Italia meridionale, permetterebbe infatti di sfruttare facilmente le principali fonti, come eolico, fotovoltaico e idroelettrico. Settori che aiuterebbero a colmare la ferita ancora pulsante che divide il Nord e il Sud, innescando in quest’ultima zona incalcolabili progressi nella sfera lavorativa, economica e sociale.

Un ultimo aspetto da considerare è l’effetto dei lockdown dal 2020 ad oggi. I consumi di combustibili fossili si sono drasticamente ridotti, dando quindi l’impressione di una decarbonizzazione de facto. Non dobbiamo dimenticare, però, che il trend potrebbe ribaltarsi nuovamente una volta terminata l’emergenza epidemiologica. In questo articolo approfondiamo la questione.

Per concludere lasciando un barlume di speranza e motivazione, è doveroso sottolineare come gli sforzi della politica italiana del post-pandemia siano maggiori rispetto agli anni passati. In cima alla lista delle priorità che si è posto il nuovo ministero della Transizione ecologica vi è proprio l’aggiornamento del Piano Energia e Clima ai nuovi obiettivi di riduzione delle emissioni posti dall’Europa (-55% entro il 2030). E, per la prima volta, sembra esserci anche la fondamentale disponibilità economica per farlo. Basti pensare che il 37% dei 209 miliardi in arrivo dall’Europa andranno a finire proprio nell’appena confezionato nuovo ministero. Ora non resta che vedere se esiste una disponibilità anche politica, sociale e culturale per affrontare la transizione che ci è stata promessa.

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Tagli alle emissioni dell’1%: gli Stati non rispettano gli accordi

tagli alle emissioni

Iniziamo la settimana con un bilancio generale sull’impegno degli stati a favore dell’ambiente. Una piccola anticipazione: la valutazione è molto negativa. Lo svela un rapporto dell’Unfccc, l’agenzia dell’Onu per la lotta al cambiamento climatico, redatto in vista della Cop26, che si terrà a novembre. Il report, pur necessitando di un’integrazione, è molto chiaro: i Paesi hanno ridotto solo dell’1% le loro emissioni rispetto al 2010. Per mantenere gli accordi di Parigi, però, tutti gli Stati firmatari dovrebbero ridurle del 45% entro il 2030. Come sempre, comunque, è necessario attribuire i giusti pesi e misure, soprattutto considerando quali e quanti stati hanno presentato i loro obiettivi.

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Tagli alle emissioni: obiettivi mancati

Al termine della storica Cop21 del 2015, 196 Nazioni hanno firmato l’accordo di Parigi. L’impegno era quello di mantenere l’aumento della temperatura globale al di sotto dei 2 gradi rispetto ai livelli pre-industriali. Negli anni successivi, questo obiettivo si è inasprito e gli scienziati hanno ritenuto doveroso abbassare l’asticella climatica a 1,5°. Per farlo, sarebbero necessari dei tagli alle emissioni nette mondiali del 45% entro il 2030 e del 100% entro il 2050. Per monitorare i risultati e anche in vista della Conferenza sul clima, che si terrà a Glasgow a novembre 2021, le Nazioni Unite hanno chiesto agli stati di inviare le loro Nationally Determined Contributions (NDC). Si tratta semplicemente di un insieme di documenti che dichiarano il modo in cui il governo che li presenta contribuirà alla limitazione del riscaldamento globale. La scadenza era stata fissata al 31 dicembre 2020.

Meno della metà degli Stati (40%) ha però presentato i dati. Come se non bastasse, dai pochi analizzati emerge che l’impatto combinato di questi Paesi avvierebbe il mondo sulla strada per ottenere una riduzione delle emissioni inferiore all’1% entro il 2030 rispetto al 2010. Un numero che stride con il 45% sopra accennato. A questo proposito, il segretario generale dell’ONU Antonio Guterres ha mostrato la sua preoccupazione: “Il 2021 è un anno decisivo per affrontare l’emergenza climatica globale. […] Il rapporto provvisorio di oggi dell’Unfccc è un allarme rosso per il nostro pianeta. Mostra che i governi non sono neanche lontanamente vicini al livello di ambizione necessario per limitare il cambiamento climatico a 1,5 gradi e a raggiungere gli obiettivi dell’Accordo di Parigi”.

tagli alle emissioni

I silenzi che parlano

Gli obiettivi di tagli alle emissioni non sono sufficienti

Probabilmente, alcune delle Parti che hanno consegnato i loro NDC nel 2020 erano anche abbastanza orgogliose. La maggior parte ha infatti aumentato i livelli individuali di ambizione per ridurre le emissioni. Gli ultimi NDC sono inoltre più chiari e più completi del primo ciclo. Per esempio contengono più informazioni sull’adattamento e un maggiore allineamento con gli Obiettivi di sviluppo sostenibile. Alla luce di questo, quindi, perché l’obiettivo non è stato centrato?

I dati più eloquenti, come spesso accade, sono quelli nascosti. Solo il 40% dei firmatari dell’Accordo ha presentato gli obiettivi aggiornati e questi contribuiscono solo al 30% delle emissioni globali. Anzi, senza la presenza di Regno Unito e Unione Europea, che sono stati diligenti nel rispettare la consegna, l’elenco sarebbe composto da nazioni davvero poco inquinanti rispetto ai livelli mondiali. Questo ovviamente non giustifica il loro mancato raggiungimento dei target emissivi, che rappresenta un’altra causa dello scarto rilevato. Sicuramente, però, il loro sforzo (o non sforzo) non è determinante nella lotta al riscaldamento globale.

I grandi assenti

Una lotta che sarebbe sicuramente più semplice da vincere se le nazioni più inquinanti, che sono responsabili del 75% delle emissioni, contribuissero alla riduzione delle stesse. Invece, soltanto due delle diciotto nazioni più inquinanti hanno presentato gli NDC. Tra i grandi assenti troviamo gli Stati Uniti, la Cina, l’India, l’Australia e il Brasile. Qualcuno potrebbe muovere due riflessioni per difenderli. Innanzi tutto, queste grandissime realtà potrebbero aver bisogno di più tempo per riorganizzare l’economia e la società. Il 2020, poi, ha rallentato se non bloccato qualunque possibile iniziativa a causa dell’epidemia di Covid. Anche la Segretaria esecutiva dell’Ufccc, Patricia Espinosa, ha chiarito come il Rapporto di sintesi sia “solo un’istantanea, non un quadro completo degli NDC, perché nel 2020 il Covid-19 ha posto sfide significative a molte nazioni rispetto al completamento dei report loro richiesti”.

L’obiettivo dei tagli alle emissioni, però, era stato fissato nel 2015, ovvero ben cinque anni fa, quando la pandemia era ancora un evento ben nascosto tra i piani dell’universo. Allora, poi, il margine di tempo per rivoluzionare il mercato dell’energia era più ampio. Certo, sappiamo che gli Stati uniti hanno attraversato la presidenza di Donald Trump, il quale nel 2017 si è addirittura sfilato dagli Accordi di Parigi. Questo fatto però non rappresenta una scusante, bensì una aggravante che mette in luce come l’elezione dei giusti politici possa cambiare le sorti del mondo. Si potrebbe poi pensare che, essendo questo report soltanto un frammento del quadro, noi non possiamo sapere se gli stati non presenti abbiano o meno un piano per ridurre le emissioni. Si può rispondere a questa semplicistica obiezione con un’altra domanda, ancora più semplice. Se fosse davvero tutto in regola, cosa avrebbero da nascondere?

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Il futuro degli accordi per i tagli alle emissioni

Per quanto riguarda le nazioni che già hanno presentato il piano, queste dovranno puntare le loro frecce più lontano. Come ha affermato Ester Asin, direttrice dell’European Policy Office del Wwf, l’Unione Europea ha concordato un National Climate Action Plan aggiornato più ambizioso. Non risulta però essere sufficiente per affrontare adeguatamente l’emergenza climatica. Ridurre le emissioni nette del 55% entro il 2030 per un Paese così inquinante è un obiettivo ancora lontano da ciò che sarebbe necessario. Per compensare la sua impronta carbonica e quindi la sua responsabilità climatica, l’Europa dovrebbe ridurre i gas serra del 65%. Mostrerebbe così agli altri Paesi che “l’azione climatica, l’uguaglianza sociale e la prosperità economica possono andare di pari passo”.

Il direttore esecutivo di Greenpeace Italia, Giuseppe Onufrio, ha affermato che “nella partita del clima anche l’Unione europea è chiamata a giocare un ruolo decisivo, e così tutti i Paesi membri. L’Italia, in particolare, deve aggiornare profondamente il Piano Nazionale Integrato Energia e Clima che risponde ai vecchi e ormai superati obiettivi comunitari. Il governo Draghi porti l’ambizione europeista e ambientalista dalle parole ai fatti e utilizzi l’occasione storica del Piano di ripresa e resilienza per portare il nostro Paese all’avanguardia della lotta alla crisi climatica”.

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Riguardo invece all’assenza di molti stati degli stati, Patricia Espinosa ha affermato che un secondo rapporto sarà pubblicato prima della COP26. Ha quindi invitato “tutti i Paesi, in particolare i principali emettitori che non l’hanno ancora fatto, a presentare le loro richieste il prima possibile, in modo che le loro informazioni possano essere incluse nella relazione aggiornata”. Guterres, dal canto suo, ha tentato di vedere una luce nel buio. La pandemia di Covid-19, seppur tragica, ha dato il via allo stanziamento di fondi e piani recupero che offrono l’opportunità di ricostruire un ambiente più verde e pulito. E da qui, secondo il segretario generale dell’Onu, bisogna ripartire per accompagnare le promesse “ad azioni immediate per avviare il decennio di trasformazione di cui le persone e il pianeta hanno così disperatamente bisogno”.

Turkmenistan: perdita di metano scoperta grazie a un satellite

Turkmenistan

Quasi tutti sanno che Space X è un’azienda fondata da Elon Musk. In pochi però sono a conoscenza del fatto che questa abbia contribuito all’avvistamento di ingenti perdite di metano in Turkmenistan, che raggiungono i diecimila chilogrammi all’ora. Un fatto gravissimo, poiché il metano, oltre ad essere un gas serra, ha anche un potere riscaldante molto maggiore dell’anidride carbonica. L’avvenimento non può che indurre a chiederci quante altre perdite di gas siano occorse nel mondo prima dell’esistenza di questi satelliti, all’oscuro di tutti.

Perché il Turkmenistan perde metano

Il Turkmenistan ospita la quarta riserva di gas naturale più grande al mondo. Non stupisce che metà di quel gas sia destinato allo Stato più popoloso del pianeta: la Cina. Il passaggio avviene attraverso un gasdotto lungo all’incirca 7000 chilometri. Oltre a questa gigantesca infrastruttura, il Turkmenistan “vanta” molti altri gasdotti più piccoli, necessari allo smistamento del gas a partire dai bacini. Ebbene, quattro di questi gasdotti, che si trovavano in prossimità del giacimento di Galkynysh, il secondo più grande al mondo, probabilmente perdevano gas da valvole mal funzionanti. Le altre quattro aree nelle quali hanno identificato del gas sospetto sono i punti in cui avviene il fenomeno di gas flaring. Si tratta, riassumendo molto, di zone adibite alla combustione del metano che non può essere trasportato o lavorato.

Il misfatto lo ha rivelato un satellite inviato nello spazio da GHGSat, un’azienda canadese che monitora le emissioni di gas serra provenienti dal nostro Pianeta. Hugo, questo il nome del satellite, è stato mandato in orbita da un razzo di Space X il 24 gennaio di quest’anno. Non è però la prima volta che GHGSat rileva perdite di questo tipo in Turkmenistan. L’anno scorso, mentre la società stava effettuando misurazioni satellitari da un vulcano nella parte occidentale del paese, ha accidentalmente rivelato enormi quantità di metano provenienti dal giacimento di petrolio e gas di Korpezhe.

Senza contare quelle probabilmente mai osservate nel corso degli anni. Il Turkmenistan è infatti uno dei paesi che produce la maggiore quantità di perdite di metano nel mondo. Nel 2020 nell’Asia centrale le perdite si sono triplicate rispetto all’anno precedente, nonostante il calo a livello mondiale, anche a causa degli enormi giacimenti presenti in questa Nazione.

 Questo cratere del Turkmenistan è soprannominato “La porta dell’inferno” e sta bruciando ininterrottamente dal 1971, anno in cui alcuni geologi sovietici localizzarono una caverna piena di gas naturale. Le trivellazioni che dovevano estrarlo, però, ne causarono il crollo. Così, fu innescato un incendio per evitare la diffusione nell’atmosfera del metano e altri gas presenti nella caverna.

Come funzionano le rilevazioni

La tecnologia satellitare consiste in un sistema a infrarossi che è già in grado di individuare le emissioni da specifici luoghi quali giacimenti, condutture e miniere. Anche se, per ora, le perdite devono essere distanti almeno 25 metri per apparire come camini distinti nelle immagini satellitari.

GHGSat, che opera dal 2016, non è e non sarà l’unica azienda a operare in questo campo. Per esempio, anche i satelliti dell’Agenzia spaziale europea (ESA) possono rilevare le perdite di metano. Molti altri concorrenti si stanno affacciando a questa importante attività di rilevazione. Bluefield Technologies Inc., ad esempio, è stata la prima a identificare nel 2020 un’ enorme perdita di gas in Florida, utilizzando i dati acquisiti dall’ESA. Un rapporto di Bloomberg News ha successivamente identificato la probabile fonte, che si trovava, appunto, in Florida. La scoperta ha poi dato il via a un’indagine dell’Agenzia per la protezione ambientale degli Stati Uniti su una possibile violazione del Clean Air Act.

Questa sana concorrenza spinge al miglioramento delle tecnologie. Se infatti i satelliti dell’Agenzia spaziale europea potevano rilevare le perdite di metano solo se esse consistono in almeno diecimila chilogrammi all’ora. Invece, a quelli della più moderna GHGSat, che orbitano a quote più basse, bastano 100 chili all’ora. L’immagine a pixel diffusa dall’azienda mostra le aree in cui il gas metano di recente rilevazione è presente in maggiore concentrazione.

Il problema del metano

L’implementazione di queste potenti tecnologie è molto importante in quanto il metano è un potentissimo gas serra. Purtroppo spesso è considerato uno dei combustibili più “green” poiché rappresenta una componente del tanto conclamato gas naturale. La combustione di metano, infatti, produce meno anidride carbonica rispetto a quella del petrolio e del carbone, a parità di energia prodotta. Inoltre questo gas resterebbe nell’atmosfera soltanto dodici anni, nulla in confronto ai cinquecento dell’anidride carbonica.

In primo luogo, però, dodici anni sono comunque sufficienti a creare squilibrio nell’atmosfera se ingenti quantità di gas vengono costantemente emessi senza attenderne lo smaltimento. Inoltre il metano ha un potere riscaldante è 25 volte maggiore rispetto a quello dell’anidride carbonica, in un arco di 100 anni. Per questo la quantità di metano rilasciata dai gasdotti del Turkmenistan ha lo stesso effetto che avrebbero 250 mila automobili con motore a scoppio costantemente accese.

Secondo i dati dell’Agenzia internazionale dell’energia (IEA), nel 2020 le attività di estrazione, lavorazione e distribuzione di petrolio e gas di tutto il mondo hanno disperso nell’atmosfera 70 milioni di tonnellate di metano. Il loro impatto è equivalente a quello di tutte le emissioni di anidride carbonica prodotte nello stesso arco di tempo dall’intera Unione Europea. Anche se rispetto al 2019 le emissioni di metano mondiali sono diminuite del 10 per cento, secondo l’IEA ciò è dovuto semplicemente al blocco della produzione di gas naturale conseguito alla pandemia di covid. Per questo, non è escluso che nel 2021-2022 le emissioni di metano potrebbero tornare ai livelli precedenti o superarli.

Il Turkmenistan farà qualcosa?

Risolvere il problema non sembra essere semplice. Le segnalazioni al Turkmenistan da parte di GHGSat infatti non sono bastate. L’azienda si è trovata quindi costretta a chiedere l’intervento della diplomazia canadese per chiedere al governo Turkmeno di fermare le perdite. Al momento, però, non sembrano esserci state risposte soddisfacenti. Il motivo, come rivela il Post, è da ricercarsi nel sistema politico del Turkmenistan, che ufficialmente consiste in una Repubblica presidenziale, ma di fatto si può definire un regime autoritario, con ben pochi contatti con l’esterno.

Inoltre, alcune perdite sono probabilmente non disgiunte dal funzionamento della rete stessa. Pensiamo, per esempio, al metano di scarto di cui abbiamo accennato, che deve essere in qualche modo eliminato. Ammettere queste falle vorrebbe dire mettere in discussione il funzionamento e, probabilmente, l’esistenza stessa dei gasdotti, investendo, o perdendo, moltissimo denaro. In un momento in cui si stanno decidendo le sorti di un altro gasdotto nuovo di pacca, che sarà lungo 1800 chilometri e attraverserà, oltre al Turkmenistan, l’Afghanistan, il Pakistan e l’India, l’intervento sulle “piccole” perdite di vecchi gasdotti per la causa ambientale non sarà sicuramente in cima alla lista del governo Turkmeno.

Treni ancora troppo inefficienti: al Sud 100 corse saltate in 1 giorno

treni

L’inefficienza dei treni italiani non costituisce certo una novità alle orecchie dei cittadini del Bel Paese. Il problema, però, per quanto vecchio, non accenna a migliorare. Nemmeno alla luce del fatto che l’implementazione del sistema ferroviario nazionale potrebbe rappresentare una soluzione efficace per l’abbattimento delle emissioni, portando così l’Italia a raggiungere gli obiettivi del Green Deal Europeo. Il fatto poi di trovarci in una pandemia non ha fatto che accentuare le problematiche già esistenti, tra treni affollati e disorganizzazione. Il nuovo report di Legambiente “Pendolaria 2021” elenca le ferite più profonde e persistenti dei binari italiani e cerca di curarle suggerendo le possibili destinazioni degli investimenti infrastrutturali previsti nel Recovery Plan.

I dati più sconcertanti sui treni italiani

Per comprendere l’entità delle carenze del sistema ferroviario italiano è utile un confronto con gli altri Paesi. Per quanto riguarda le ferrovie suburbane, di cui usufruiscono ogni giorno migliaia di cittadini, l’Italia è dotata di una rete totale di 740,6 Km. Quella della Germania è di 2.038,2 Km, nel Regno Unito ammonta a 1.694,8 Km e a 1.432,2 Km in Spagna. Inoltre, a livello generale, la situazione sta peggiorando, dato che ad oggi sono in funzione 19.353 km di linee ferroviarie, a fronte delle 23.200 nel 1942 (momento di massima estensione della rete). La contrazione è stata del 16,4% con chiusure che hanno interessato 640 km di linee e la sospensione del servizio per oltre 802 km.

Una delle cause, ma anche conseguenze, di questo fenomeno sono stati gli ingenti finanziamenti statali che negli ultimi 6 anni hanno premiato per il 60% i progetti di strade e autostrade. Queste ultime, dal dopoguerra ad oggi, hanno subito un incremento di oltre 6500 Km. A graffiare ulteriormente il quadro sopraggiunge il fatto che molte di queste si sono rivelate un totale fallimento, come il gigantesco progetto della Bre.Be.Mi (Brescia-Bergamo-Milano). Questa infrastruttura è ad oggi poco frequentata (oserei dire vuota); complice anche il prezzo proibitivo del ticket, necessario, così hanno detto, per coprire i costi enormi del progetto. Un progetto che, di fatto, ha tolto fondi alle migliorie del trasporto ferroviario.

L’autostrada BreBeMI

A conferma di ciò, è doveroso ricordare come l’Italia sia uno dei Paesi con il più alto tasso di motorizzazione pro capite in Europa. Il trasporto su gomma ricopre il 62,5% degli spostamenti giornalieri e oltre l’86% di quello merci. Ne deriva che in Italia il settore dei trasporti produca oltre il 26% delle emissioni di CO2 totali e dal 1990 questo dato non ha visto riduzioni. Il problema interessa particolarmente gli spostamenti urbani. Nonostante infatti sembra esserci stato un aumento dell’utilizzo della metropolitana da parte dei cittadini, negli ultimi due anni (2019-2020) in Italia non è stato inaugurato nemmeno un chilometro di metrò.

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Le inefficienze a livello locale

Come prevedibile, i maggiori problemi riguardano il centro-sud. Per esempio sulla ferrovia di Roma Nord nel 2020 sono stati oltre 5.000 i treni soppressi, con punte di 100 corse saltate in un giorno sulle 190 totali e circa 600 in una settimana. Ma, almeno in Italia centrale, i treni esistono. Non si può dire lo stesso del Sud e le isole. In Sicilia le corse giornaliere sono 493 contro le 2.300 della Lombardia, anche se quest’ultima conta “solo” il doppio degli abitanti (10 milioni contro 5). In Sardegna le corse ammontano a 294 contro le 277 della provincia di Bolzano. Nell’isola, però, la popolazione è oltre il triplo.

Bisogna anche sottolineare che persino nelle zone più ricche e teoricamente più virtuose di italia si sono riscontrati non pochi problemi. In Lombardia, per esempio, solo pochi mesi fa 139 corse ferroviarie sono state sostituite con autobus, coinvolgendo 7 mila persone e creando non pochi disagi. Anche per quanto riguarda la qualità dei treni vi sono notevoli lacune. In generale nel Nord i treni sono più “giovani”, con una media di 11 anni, mentre al sud questa cifra raggiunge i 19 anni. Anche qui, però, la Lombardia rappresenta una mosca bianca. Questa regione ha la flotta più grande d’Italia con un’età media di 18,6 anni. Ancora più sconcertante è il fatto che oltre il 40% ha una media di oltre 35 anni, mentre il 45% è composto da treni nuovi (5 anni).

Quali soluzioni per i treni italiani?

Un punto di partenza, secondo Legambiente, per investire nel modo corretto i soldi destinati alle ferrovie è quello di aumentare l’offerta. Infatti i dati mostrano che, laddove le persone trovano un servizio ferroviario competitivo, sono ben felici di prendere il treno. Basti pensare all’Alta Velocità (Le Frecce e Italo) la cui quantità di flotte è raddoppiata, passando da 74 nel 2008 a 144 nel 2019. Questo ha permesso di avere treni più nuovi, con servizi molto più all’avanguardia (Wi-fi, prese elettriche ad alto voltaggio, spazi ampi, pulizia). Di conseguenza, i passeggeri dai 6,5 milioni del 2008 sono diventati 40 milioni nel 2019, con un aumento del 515%.

Un altro tema da affrontare è quello del costo dei biglietti. In media il prezzo per un ticket ferroviario in Italia è più basso rispetto agli altri Paesi europei. L’offerta, però, è decisamente inferiore e l’idea di accettare il compromesso prezzo basso/qualità bassa deve cambiare. Una soluzione sarebbe quindi quella di un leggero aumento dei prezzi, come è avvenuto a Milano per la metropolitana, nell’ambito però di un patto trasparente di miglioramento del servizio da proporre ai cittadini. Occorre poi favorire gli abbonamenti, che possono beneficiare del 19% di detrazione fiscale, oltre alle riduzioni di prezzo per le fasce più povere.

Investire nei treni porta vantaggi a tutti

Di qui potrebbe derivare un reale incremento dei servizi, come l’integrazione nell’abbonamento della sharing mobility, la connessione con gli altri bacini di trasporto come quello navale e aereo, ma anche la semplice possibilità di trasportare biciclette e monopattini sui treni. Per non parlare dell’aumento delle corse, che in molte regioni necessitano ancora di arrivare ad almeno un treno all’ora lungo le direttrici prioritarie. Infine, sono necessari maggiori controlli, pulizie e in generale un miglioramento della qualità del servizio.

Secondo uno studio di Cassa Depositi e Prestiti, le famiglie stesse potrebbero direttamente beneficiare degli investimenti nelle linee ferroviarie. A fronte di una spesa iniziale destinata, per esempio, a un abbonamento, ne conseguirebbe un risparmio enorme rispetto al trasporto su gomma, sia in termini di tempo, ma sopratutto di denaro, stimabile in alcune migliaia di euro all’anno. A livello nazionale, dalla riorganizzazione del settore si potrebbe creare un valore aggiunto pari a 4,3 miliardi l’anno e circa 550mila nuovi posti di lavoro. Resta quindi da vedere se i 35 miliardi di euro previsti dalla bozza del Recovery Plan saranno destinati anche al sistema ferroviario italiano, oppure se si trasformeranno, ancora una volta, in una distesa di grigie lastre di cemento.

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Moda sostenibile: tra etica e rispetto per l’ambiente

moda sostenibile

La moda sostenibile è quella branca dell’industria dell’abbigliamento che rispetta l’ambiente e i diritti umani. Molto sinteticamente si può parlare di un connubio tra moda ecosostenibile e moda etica, due concetti troppo spesso confusi e mercificati dalle grandi aziende del settore. Perché un capo possa essere considerato sostenibile, deve:

  • essere prodotto con materiali ecologici
  • avere un basso impatto ambientale
  • essere stato creato e commercializzato da lavoratori pagati equamente e trattati con dignità.

Ascolta il podcast di introduzione all’articolo!

L’impatto ambientale della moda non sostenibile: alcuni dati

L’industria dell’abbigliamento e delle scarpe produce un’altissima quantità di gas a effetto serra, superando il trasporto aereo e navale globale messi insieme. Le emissioni della moda rappresentano l’8% di quelle totali, ammontando a 1,2 miliardi di tonnellate all’anno. L’industria nel suo complesso, compresa di trasporti e commercializzazione, produce 3,3 miliardi di tonnellate di anidride carbonica all’anno, pari a quella che produce nello stesso arco di tempo l’intero continente europeo. In più, questa cifra non sta facendo altro che aumentare. La Ellen MacArthur Foundation stima che la moda potrebbe assorbire il 25% del carbon budget globale entro il 2050.

L’impatto ambientale così alto della moda è dovuto sia alla produzione dei capi stessi, ma anche ai comportamenti non sostenibili dei consumatori. Questi ultimi sono ovviamente anche influenzati dalle più recenti tecniche di marketing di aziende e influencer, che incentivano l’acquisto frenetico e il consumo quasi “usa e getta” dei capi vestiari. Si pensi che nel 2015 i consumatori hanno comprato il 60% dei prodotti in più rispetto all’anno 2000. Si stima inoltre che, se i Paesi dei mercati emergenti raggiungessero i livelli di consumo delle nazioni occidentali, le emissioni di anidride carbonica della moda aumenterebbero del 77%, il consumo di acqua del 20% e quello di suolo del 7%.

La moda ecosostenibile rispetta l’ambiente

I materiali sintetici

Nessun oggetto che non sia la materia prima stessa è a impatto zero. Infatti, una moda veramente rispettosa dell’ambiente sarebbe quella che non esiste, il che ovviamente sarebbe impossibile nella società odierna. Vi sono però materiali meno sostenibili di altri.

  • Per esempio, il poliestere, così come la lycra e l’acrilico sono derivati del petrolio. SI potrebbe dire che un capo composto dal 100% di poliestere sia un capo “di plastica”. Questo materiale è contenuto nel 65% di tutti i capi di abbigliamento, poiché il suo costo è molto basso e le fibre sono abbastanza resistenti. La creazione artificiale di questo materiale produce ogni anno emissioni pari a quelle rilasciate da 185 centrali elettriche a carbone, raggiungendo i 700 miliardi di Kg di gas serra.
  • Il nylon, ugualmente, è un materiale sintetico che viene utilizzato principalmente per la biancheria intima, grazie alla sua elasticità. Anch’esso proviene dalla lavorazione chimica del petrolio e del carbone, e questo porta con sé non pochi problemi ambientali. Oltre a supportare alcune delle industrie più sporche del mondo, la produzione di nylon genera protossido di azoto, un gas a effetto serra 300 volte più potente dell’anidride carbonica. Per raffreddare le fibre dopo il processo, inoltre, sono necessarie ingenti quantità di acqua. Infine, tutti questi procedimenti richiedono un grande dispendio di energia e, quindi, un ulteriore sfruttamento di fonti non rinnovabili.

Le fibre sintetiche, nel corso della loro lunga vita, ma anche e sopratutto alla fine di essa, producono microplastiche, che danneggiano i mari, l’ambiente e anche l’uomo. Inoltre questi materiali non sono biodegradabili. Pertanto, o vengono inceneriti nelle discariche contaminando l’aria che respiriamo, oppure rimangono nell’ambiente per centinaia di anni, emettendo sostanze tossiche.

I materiali naturali poco sostenibili

Per quanto esistano aziende virtuose, che utilizzano poliestere e nylon riciclato e che per le loro industrie sfruttino soltanto energia rinnovabile, il vero fulcro della moda sostenibile sono i materiali di origine naturale. Anche qui, però, troviamo diversi livelli di sostenibilità ambientale. Il cotone, per esempio, è una fibra naturale e quindi teoricamente biodegradabile. Talvolta, però, i fili delle cuciture sono in poliestere, oppure il capo può contenere coloranti o composti chimici che provengono da fonti non rinnovabili o che sono addirittura tossici. In più, secondo il Water Footprint Network, l’impronta idrica media del tessuto di cotone è di circa 10.000 litri per chilogrammo, che lo rende il più grande consumatore di acqua nella filiera dell’abbigliamento. Il cotone biologico ovviamente può essere un’alternativa migliore, specialmente se porta la certificazione GOTS (Global Organic Textile Standard).

Vi sono poi altri materiali naturali di origine animale, come la lana, la pelliccia, la seta e la pelle. Anche questi, se lavorati senza il supporto di materiali sintetici, sono biodegradabili e la loro filiera può potenzialmente essere molto corta. Esiste però un lato molto oscuro che riguarda questi materiali. Oltre a costituire un problema etico per il maltrattamento degli animali da cui le fibre provengono, gli animali in questione emettono metano, un gas serra 20 volte più riscaldante dell’anidride carbonica. Inoltre gli allevamenti richiedono un consumo enorme di suolo e acqua e sono spesso causa di deforestazione. Anche qui, è fondamentale informarsi sull’origine di questi materiali. Per esempio, Ragioniamo con i piedi è un’azienda che produce calzature di pelle sostenibile. Abbiamo intervistato il fondatore Gigi Perinello in questo articolo.

I materiali naturali nella moda etica e ecosostenibile

Veniamo quindi a quei materiali che sono universalmente considerati più sostenibili, ovvero quelli di origine vegetale e che non consumano così tanta acqua come il cotone. Questi sono:

  • juta
  • lino
  • canapa
  • agave
  • kapok
  • ramié
  • cocco
  • ananas
  • ginestra
  • ortica

Questi materiali richiedono un minore utilizzo del suolo, un basso consumo di acqua e resistono naturalmente contro parassiti e malattie. Tra questi, la canapa è una delle migliori alternative al cotone.

La pianta di canapa, infatti, necessita di poca acqua per crescere e può essere coltivata in molti diversi ambienti in tutto il mondo, senza bisogno di compiere lunghe tratte, come accade invece per le fibre di ananas e cocco. In più, prospera senza bisogno di pesticidi. Le sue fibre sono molto resistenti e durano nel tempo, riducendo, di fatto, il bisogno di acquisto continuo di capi di bassa qualità.

Leggi anche: la pianta di canapa è sostenibile e potrebbe salvarci.

Fibra di canapa

Mai abbassare la guardia

Come abbiamo accennato nei paragrafi precedenti, non è detto che un capo composto da fibre naturali sia totalmente sostenibile. Per trattare i tessuti talvolta si ricorre all’utilizzo di sostanze chimiche tossiche come i coloranti, solventi, oppure a fibre sintetiche per le cuciture. Questi composti sono stati trovati nelle acque reflue, ma è stato dimostrato che possono apportare danni anche a chi indossa i capi stessi. Il fenomeno viene chiamato bioaccumulo, ovvero quel processo attraverso il quale le sostanze tossiche si agglomerano sulla pelle causando l’insorgere di gravi patologie.

Come avere un guardaroba sostenibile: i 4 step

Nella vita frenetica che conduciamo potremmo non avere molto tempo per controllare le etichette di ogni singolo capo o per indagare sull’enorme mole di brand di abbigliamento che sono nati negli ultimi anni. Per questo esistono delle piattaforme di e-commerce o di valutazione dei marchi che fanno il lavoro per noi. Good on You, che si trova anche sotto forma di App, e The Good Shopping Guide valutano e confrontano il grado di sostenibilità dei brand. Per quanto riguarda gli e-commerce, ne riportiamo alcuni come ViPresentoItalia, Ethica, Maison de Mode, Reve en vert e l’italiano Altra moda. Un e-commerce cui siamo particolarmente affezionati è Staiy, nato da quattro ragazzi italiani a Berlino. In questo articolo abbiamo intervistato uno di loro.

Per quanto riguarda i siti monomarca, esiste veramente l’imbarazzo della scelta e sarebbe difficile riportare in questa sede un’accurata selezione. Alcuni dei brand sostenibili più famosi sono People Tree, Reformation, Barbour, Patagonia e Stella McCartney. Abbiamo poi Elizabeth Suzanne, Amorilla (creato da una green influencer molto competente di nome Camilla Mendini) e Komodo e infine Veja per quanto riguarda le calzature. Tra il Made in Italy troviamo Par.co Denim, specializzato in jeans, Rebello e Laura Strambi.

1) Minimalismo e boicottaggio della fast fashion

La moda sostenibile, però, non riguarda soltanto i diversi tessuti di cui sono costituiti i capi che compriamo. Avere un armadio sostenibile è più che altro uno stile di vita la cui condizione sine qua non è quella di comprare meno vestiti possibili. Questa filosofia ricorda un po’ il minimalismo, che è un grande alleato dell’ambiente, poiché prevede che ogni essere umano compri soltanto ciò di cui realmente ha bisogno. E’ infatti doveroso menzionare che, nonostante in linea generale il cotone biologico certificato sia un materiale migliore del poliestere a basso costo, nel momento in cui compriamo 10 capi di cotone biologico al mese questo non soddisferà più la logica della sostenibilità. Infatti il pianeta non potrebbe letteralmente sostenere un tale comportamento da parte di tutti gli acquirenti del mondo.

Un altro vantaggio del comprare meno è che, spesse volte, significa anche comprare meglio. I capi della fast fashion vengono prodotti con materiali scadenti e cuciti in maniera sommaria da persone poco motivate poiché pagate una miseria. Queste persone, inoltre, sono spesso costrette a lavorare sotto pressione per soddisfare l’immensa richiesta di abbigliamento da parte delle grandi catene low cost. Pensiamo al crollo della fabbrica di vestiti di H&M in Bangladesh, che ha causato la morte di 1100 persone. L’edificio non era in sicurezza e i lavoratori erano esposti ai rischi e agli orari più disumani possibili. Questa tragedia ha dato l’avvio alla ricerca di maggiore attenzione, da parte delle aziende e degli acquirenti, riguardo alla sostenibilità anche etica dell’industria della moda.

2) Le certificazioni della moda sostenibile

Per questo, comprare abiti da piccole aziende locali di cui si conosce l’operato può essere un modo per comporre il proprio armadio in modo più sostenibile. Oppure è possibile ricorrere a marchi più grandi che però si sono prodigati di ottenere una certificazione per i loro prodotti. Esistono molte e diverse certificazioni, che possiamo prediligere a seconda di ciò che per noi è più importante nell’ambito della sostenibilità. Per esempio, possiamo voler comprare solo capi con fibre riciclate. Il Global recycle standard certifica proprio che un capo contenga soltanto fibre riciclate. Per qualcuno può invece essere più importante che le fibre provengano da agricoltura biologica. In merito a ciò, oltre alla certificazione già nominata per il cotone (GOTS), esiste anche la Organic content standard e la Ecocert, che accertano la natura biologica dei tessuti.

Per quanto riguarda le sostanze tossiche, una certificazione che ne attesta l’assenza è OEKO-TEX®. Naturtextil ed Ecolabel invece certificano la totale natura ecologica e rispettosa dell’ambiente dei tessuti e in generale del ciclo di vita dei prodotti. Forest stewardship council (Fsc) invece attesta che la materia prima provenga da foreste gestite in maniera responsabile nel totale rispetto dei lavoratori, degli abitanti e del territorio. Sul fronte della moda etica, Fairtrade Textile Standard ha lo scopo di dare maggior peso alle richieste dei lavoratori delle fabbriche tessili. Get It Fair inoltre fornisce al compratore una valutazione dei rischi reali di una fabbricaNew Merino invece certifica che il processo per ricavare la lana rispetti gli animali e l’ambiente in cui vivono.

3) Abiti usati, vintage e fai-da-te

Un altro modo per non danneggiare l’ambiente durante lo shopping è quello di acquistare abiti usati o vintage. Nel mondo esiste una enorme quantità di vestiti ormai già prodotti che possono soddisfare le esigenze di miliardi di persone e di cui possiamo allungare la vita, evitando di comprarne di nuovi. DannyRu vintage, per esempio, vende capi provenienti da vecchi fondi di magazzino. Troverete outfit per ogni gusto e occasione, ma sempre con un tocco retrò. Avete anche la possibilità customizzarli con i dettagli che più vi piacciono, come per esempio delle stampe colorate. Da poco tempo è anche possible acquistarli online.

A proposito di allungare la vita degli abiti con modifiche personalizzate, è importante cercare di non gettare i capi vestiari non appena questi risultano danneggiati. Vi sono infatti moltissimi metodi per riparare e reinventare i vestiti. Per esempio si possono coprire i buchi con delle toppe divertenti, che peraltro sono molto in voga. Oppure si possono trasformare dei pantaloni dismessi in pantaloncini, così da evitare di comprare degli shorts nuovi per l’estate.

4) Non smettere mai di imparare

Infine, se si hanno le possibilità e le competenze, una valida alternativa allo shopping tradizionale è la creazione di vestiti a partire da zero, o meglio, da ago filo e stoffa. Esistono moltissimi corsi online che potrebbero, chissà, trasformare una passione in lavoro, oppure semplicemente in passatempo sano, che impone la lontananza dagli schermi e l’espressione della creatività. In questo modo è possibile controllare in prima persona la provenienza e la qualità dei materiali.

Informarsi, informarsi, informarsi

In generale, quindi, l’informazione è fondamentale ed è forse la prima cosa da implementare se si vuole diventare più sostenibili. Consigliamo quindi di leggere libri e guardare documentari sul tema della moda che rispetta l’ambiente. Per quanto riguarda la prima categoria, “Fashion Change” è definito “la bibbia” della moda sostenibile, mentre “La rivoluzione comincia dal tuo armadio” contiene anche una sorta di manuale su come cambiare radicalmente il proprio guardaroba. Per conoscere i lati oscuri della moda, invece, consigliamo il libro “Siete pazzi a indossarlo!” Per quanto riguarda i documentari, The true cost è una pietra miliare che ha risvegliato la consapevolezza sull’industria marcia della moda. Recentemente, poi, è uscito il documentario “Intrecci etici” che tratta il tema la moda sostenibile in Italia.

“Minuti contati”: Noam Chomsky si espone sul clima

Minuti contati

Se state cercando una guida pratica su come contribuire alla lotta ai cambiamenti climatici attraverso il fai-da-te, “Minuti contati” non fa per voi. Se invece cercate un’illustrazione del quadro politico, sociale e sopratutto economico dello scacchiere internazionale alla luce del clima che sta cambiando, con questo libro fate centro. “Minuti contati – Crisi climatica e Green New Deal globale” ci serve per capire quanto sono importanti le decisioni di politici, economisti e attivisti per cambiare davvero le sorti dell’umanità.

Economia, la vera protagonista di “Minuti contati”

È vero, l’economia e la finanza sono due dei temi centrali del libro. Questo però non deve intimorire, in quanto la narrazione è strutturata in modo così semplice e scorrevole da non lasciare spazio alla noia. Assistiamo infatti a un’intervista condotta dallo scienziato ed economista C. J. Polychroniou rivolta nientemeno che a uno dei più grandi intellettuali viventi, Noam Chomsky e all’altrettanto importante economista e accademico Robert Pollin. Le domande sono semplici e dirette, così come le risposte, che riempiono le pagine di conoscenze, dati e riflessioni a dir poco concrete sulla situazione attuale. Per i pochi euro del libro sarebbe veramente un peccato non infondere le proprie meningi di tanta ricchezza.

Sia Chomsky sia Pollin sono grandi sostenitori del Green New Deal Globale. Pollin lo definisce un progetto globale per raggiungere gli obiettivi dell’IPCC, ma in modo tale da ampliare al contempo le opportunità di un lavoro dignitoso e migliorare le condizioni di vita dei lavoratori e dei poveri di tutto il mondo. Secondo Noam Chomsky una qualche forma di Green New Deal è indispensabile per salvare il pianeta. Quando si parla di Green New Deal, però è ovvio che il denaro sia il fulcro dell’argomento in quanto consiste nel mezzo più importante che abbiamo per contenere la crisi climatica in poco tempo.

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Da dove arriveranno i soldi per il Green New Deal?

L’investimento iniziale per attuare il Green New Deal globale dovrebbe essere di 2,6 bilioni di dollari solo nel primo anno. Questa cifra probabilmente aumenterà sino ad arrivare a 4,5 bilioni all’anno tra il 2024 al 2050. Anche se sembrano cifre esagerate, i due intellettuali sottolineano come questo denaro rappresenti solo una minima parte del PIL globale e che i combustibili fossili richiedono investimenti e generano introiti decisamente maggiori. Come dice Pollin, nel 2019 il valore complessivo delle attività finanziarie globali è stato di 317 bilioni di dollari. I 2,4 bilioni che propongo di convogliare negli investimenti sull’energia pulita a partire dal 2021 corrispondono allo 0,7% di questa torta.

Qualcuno dovrà pagare

Comunque, qualcuno dovrà pagare. La soluzione che Pollin vede più fattibile è quella di una divisione equa degli investimenti tra i governi e i privati. Queste due realtà, lavorando insieme, potranno assicurare la stabilità dei prezzi del mercato, sulla scia dell’attuale liberismo economico. Questa strategia incoraggerà gli investitori privati nelle rinnovabili, creando concorrenza e incentivando la ricerca per prodotti sempre più nuovi e competitivi. A livello pratico, gli Stati potranno contribuire in diversi modi.

Uno di questi è sicuramente la carbon tax e tutte quelle le politiche atte a spillare all’industria del fossile parte del suo immenso bacino monetario. Molti dicono che la carbon tax sia solo un altro modo per impoverire le persone comuni, in quando l’innalzamento dei prezzi della benzina e del riscaldamento peseranno principalmente sulle famiglie. Pollin però propone che il 75% di questi introiti vengano restituiti ai cittadini, per esempio nella busta paga alla fine del mese. Il 25% invece sarà destinato a investimenti nelle rinnovabili.

Ovviamente, poi, una larga parte del denaro necessario alla transizione potrebbe provenire dai fondi ora destinati all’industria militare la quale, si spera, diventerà sempre più obsoleta. Larga parte dei soldi, poi, potranno provenire dai prestiti delle grandi banche statali in favore dei progetti sulle rinnovabili. Infatti, questo grande progetto di investimento quale è il Green New Deal sarà completamente ammortizzato nel tempo. In particolare, si tradurrà in costi energetici più bassi per i consumatori di tutto il mondo. Oltre ovviamente a creare milioni di nuovi posti di lavoro e incrementare così la capacità di acquisto della popolazione.

minuti contati

“Minuti contati” e l’idealismo pratico

A modo loro, sia Chomsky che Pollin sostengono che l’idealismo nel senso puro del termine non porti lontano. O meglio, entrambi sono d’accordo che gli ideali siano fondamentali, ma solo come punto di partenza per interventi più concreti, che sono l’unica vera chiave per salvare il pianeta nei pochissimi anni che ci sono concessi. D’altra parte il titolo parla chiaro: abbiamo i minuti contati e bisogna trovare soluzioni veloci e fattibili.

Il pragmatismo di Chomsky

Il passato di Chomsky è caratterizzato dall’attivismo politico nel panorama della sinistra più radicale e talvolta anarchica, che lo ha visto, per esempio, in prima linea nella protesta contro la guerra del Vietnam e la pena di morte. Ciò non toglie, però, che la visione di Chomsky sulla disobbedienza civile come metodo per combattere la crisi climatica sia molto più trattenuta rispetto a quello che ci potremmo aspettare da lui.

Per molti anni ho praticato la disobbedienza civile e ritengo che sia una buona tattica, a volte. Ma non va adottata solo per dimostrare al mondo di avere a cuore il problema. […] Bisogna valutare le conseguenze. Una determinata azione è progettata in modo da stimolare la riflessione, il convincimento e la partecipazione degli altri? O è più probabile che essa si inimichi le persone, le indispettisca e le induca ad appoggiare proprio quello che combattiamo?

In “Minuti contati”, Chomsky arriva persino ad “accogliere” l’accusa di alcuni detrattori di sinistra riguardo al fatto che il Green New Deal non sarebbe un progetto per salvare il pianeta, ma per salvare il capitalismo. Dice infatti che, qualora dovesse funzionare, il Green New Deal potrebbe sì salvare il capitalismo, ma annullerebbe le tendenze suicide del capitalismo reale e condurrebbe a una forma sostenibile di organizzazione sociale. E comunque aggiunge: Personalmente, spero che esso si spinga molto più oltre.

Il realismo di Pollin

Anche Pollin non sembra vedere altra via d’uscita se non quella di intrufolarsi tra le mura del nemico con lo scopo di abbatterlo dall’interno. Secondo lui non abbiamo il tempo per invertire la rotta del capitalismo e risolvere in questo modo la crisi climatica. Realisticamente e cinicamente parlando, questa “rivoluzione” porterebbe più danni alla popolazione e all’ambiente di quanto si creda. Pollin è totalmente in accordo con chi crede che il capitalismo sia un sistema economico ingiusto, malato e che per ora non tiene affatto conto dei danni ambientali che comporta. Egli però afferma che, se il PIL globale dovesse contrarsi significativamente, i fondi per le rinnovabili subirebbero una battuta di arresto, così come i posti di lavoro promessi alle persone ora occupate nel settore del fossile.

Io non posso certo commentare negativamente le opinioni di due pilastri dell’economia e della politica mondiale, peraltro tutte basate su dati scientifici. Gli argomenti trattati in “Minuti contati”, inoltre, coprono uno spettro troppo ampio perché chi sta dall’altra parte delle pagine costruisca grazie ad esse una propria opinione esaustiva su di essi. Si parla infatti di tanto altro, oltre all’economia: diritti umani, disoccupazione, attivismo (Extinction Rebellion e Greta Thunberg), agricoltura, deforestazione, migranti climatici. Sicuramente, però, un’infarinatura di questi temi potrà giovare tutti per contrastare i cambiamenti climatici attraverso un più deciso voto politico.

1 persona su 5 muore a causa dell’inquinamento

inquinamento

Viviamo in una società in cui chi non fuma ha una maggiore probabilità di morire per malattie respiratorie rispetto ai tabagisti stessi. Lo ha rivelato un recente studio sull’inquinamento atmosferico condotto da alcuni ricercatori di prestigiose università. Nel 2018 infatti sono morte 8,7 milioni di persone a causa del particolato atmosferico, ovvero il 18% di tutti i decessi del mondo. Queste cifre superano di gran lunga quelle rivelate precedentemente in altri studi. A cambiare è stato l’utilizzo, da parte dei ricercatori, di un metodo di rilevazione più preciso, oltre che alla considerazione di un più ampio ventaglio di fattori.

Ascolta il podcast di introduzione all’articolo!

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Morti da inquinamento: le metodologie dello studio

Il numero di morti da inquinamento atmosferico dovuto alla combustione di fonti fossili nel 2018 ha superato quello dei decessi causati dal tabacco e dalla malaria messi insieme. Per arrivare a questa conclusione, gli studiosi dell’Università di Harvard, di Birmingham, di Leicester e dello University College di Londra hanno utilizzato la tecnologia GEOS-Chem. Quest’ultima permette, attraverso l’osservazione satellitare, di dividere il globo in una griglia di riquadri ad alta definizione e osservare i livelli di inquinamento in ogni singolo riquadro.

Questa tecnologia permette anche di distinguere esattamente da dove provengano le fonti inquinanti, e non ricorrere semplicemente al generico termine “particolato” (PM 2,5). Uno dei co-autori dello studio, Karn Vohra dell’Università di Birmingham, spiega: Piuttosto che fare affidamento su medie diffuse in grandi regioni, volevamo mappare dove si trova l’inquinamento e dove vivono le persone, in modo da poter sapere più esattamente cosa respirano.

I dati sono relativi agli anni 2012 e 2018. Quest’ultimo è stato scelto perché comprende i risultati della diminuzione delle emissioni da parte della Cina. La decisione di questa nazione di ridurre drasticamente il rilascio di gas serra in atmosfera è stata in grado di determinare l’andamento dei dati relativi alla mortalità globale. Eloise Marais, co-autrice dello studio, evidenzia che i cambiamenti della qualità dell’aria in Cina dal 2012 al 2018 sono i più drammatici perché sia la popolazione sia l’inquinamento sono ingenti. Tagli simili in altri Paesi durante quel periodo di tempo non avrebbero avuto un impatto così grande sui numeri della mortalità globale.

La colpa è sempre e solo una: i combustibili fossili

Comunque, la Cina rimane una delle aree del mondo con il più alto tasso di mortalità per l’inquinamento atmosferico. Il 62% dei decessi ha infatti luogo proprio nella nazione del sol levante (3,9 milioni). A seguire l’India dove nel 2018 sono morte 2,9 milioni di persone. Gli Stati Uniti e l’Europa coprono anch’esse una larga parte delle statistiche. In Europa il 16,8 percento dei decessi totali sono dovuti all’inquinamento. Gran parte di questi si trovano proprio in Italia, nella Pianura Padana, come approfondiamo in questo articolo. Negli Stati Uniti invece i decessi da smog costituiscono il 13,8% del totale. L’America latina e l’Africa hanno invece un tasso di mortalità da smog molto inferiore.

Inoltre,come sottolinea il Guardian, esiste una differenza di mortalità tra categorie diverse di persone, anche all’interno dello stesso Paese. I più fragili sono i bambini, tanto che lo studio prende in considerazione la mortalità dovuta a infezioni respiratorie negli individui di età inferiore ai 5 anni. Particolarmente colpiti sono poi gli anziani, le persone a basso reddito e quelle di colore. Di solito, infine, le persone che vivono nelle aree urbane con un’alta concentrazione demografica subiscono gli impatti peggiori dell’inquinamento.

Per inquinamento, ricordiamolo, si intende il particolato atmosferico derivante dal riscaldamento, dai motori delle macchine e sopratutto dalle combustioni industriali. Le particelle di particolato sono molto piccole, ma proprio per questo motivo hanno la capacità di penetrare nei tessuti polmonari e causare complicazioni, sopratutto a livello respiratorio. In questo articolo parliamo più nel dettaglio delle polveri sottili.

Inquinamento e pandemia: un triste confronto

Sebbene sia noto che le particelle sospese nell’aria sono un pericolo per la salute pubblica, sono stati effettuati pochi studi epidemiologici per quantificare gli impatti sulla salute a livelli di esposizione molto elevati come quelli riscontrati in Cina o in India. Così hanno affermato i ricercatori di Harvard. In particolare Eloise Marais sottolinea come la salute pubblica possa e debba costituire un campanello di allarme per i governi proprio come lo è stato la pandemia, nonostante quest’ultima abbia causato molti meno morti.

Questo, ovviamente, non significa che le misure per il contenimento del Covid-19 siano esagerate, anzi. Quello che si vuole dire è che le soluzioni prese per contrastare i morti da inquinamento atmosferico non sono abbastanza. Considerando poi che la mortalità della pandemia è imputabile all’indebolimento del sistema respiratorio, a sua volta dovuto all’inquinamento, non ci si spiega perché i governi si ostinino a finanziare le industrie del fossile.

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I dati sull’inquinamento dovrebbero risvegliare le coscienze dei politici

I combustibili fossili hanno un impatto molto grande sulla salute, il clima e l’ambiente e abbiamo bisogno di una risposta più immediata, ha affermato Marais. Alcuni governi hanno obiettivi carbon neutral, ma forse dobbiamo portarli più lontano visto l’enorme danno alla salute pubblica. Abbiamo bisogno di molta più urgenza.

Riportiamo le parole di Karn Vohra, dell’università di Birmingham. La nostra ricerca sottolinea l’importanza delle decisioni politiche. Per esempio, la decisione della Cina di ridurre le emissioni di combustibili fossili quasi della metà nel 2018 ha salvato 2,4 milioni di vite in tutto il mondo, di cui 1,5 milioni nella Cina stessa. E la Marais incalza: Il nostro studio si aggiunge alla crescente evidenza che l’inquinamento atmosferico derivante dalla dipendenza dai combustibili fossili sia dannoso per la salute globale. Non possiamo quindi continuare a fare affidamento sui combustibili fossili, quando conosciamo i gravi effetti sulla salute. Inoltre sappiamo anche che esistono alternative praticabili e più pulite.

La pandemia è stata innescata dal clima più caldo

pandemia

Che la pandemia sia stata causata anche dallo sfruttamento ambientale da parte dell’uomo ormai è stato scientificamente assodato. A corroborare questa tesi sono sopraggiunti i ricercatori del dipartimento di zoologia dell’Università di Cambridge. Dallo studio condotto nella prestigiosa università si evince come il mutamento degli habitat dovuto ai cambiamenti climatici abbia innescato la diffusione del Covid-19 per mezzo di animali selvatici quali i pipistrelli. Vediamo in che modo.

Pandemia: se la crescita delle foreste ci tradisce

Un dato decisamente meno noto riguardante l’origine della pandemia è quello relativo alla crescita degli alberi. Recentemente, anche grazie a massicce campagne di piantumazione verde da parte di famosi marchi, la crescita forestale è vista da molti come un fattore estremamente positivo per la salvaguardia dell’ambiente. Talvolta, però, non è così, o almeno non se la crescita non è molto ben controllata.

Nello studio si legge che le temperature più alte, l’aumento della luce solare e quello dell’anidride carbonica nell’aria hanno stimolato la crescita di piante in luoghi prima quasi desertici. Più precisamente, gli habitat di alcune zone della Cina meridionale, dello Yunnan e delle regioni adiacenti in Myanmar e Laos si sono trasformati da arbusti tropicali a savana tropicale e poi a boschi decidui. Questo ha creato un ambiente adatto per la proliferazione di molte specie di pipistrelli, che vivono prevalentemente nelle foreste.

Da qui, poi, la storia è nota. I pipistrelli di tutto il mondo sono portatori di oltre 3000 specie di coronavirus. Ognuno, quindi, può portare con sé più di due virus. Uno di questi, il ben conosciuto Covid-19, era ospite di uno di quei pipistrelli appena trasferiti nella zona grazie alla nuova ricchezza della vegetazione. Ha poi raggiunto un innocente pangolino, il quale a sua volta è stato strappato dal suo habitat per finire in un mercato di animali selvatici di Wuhan. Il passaggio dall’animale all’uomo, in questo ambiente che pullulava di organismi attraverso cui proliferare, gli esseri umani appunto, è stato per il virus molto semplice.

La vegetazione della regione dello Yunnan, in Cina

Una scoperta importante

Questa constatazione è risultata dalla creazione, da parte dei ricercatori inglesi, di una mappa della vegetazione mondiale dei primi del ‘900 e nei tempi recenti. Per farlo hanno utilizzato i dati relativi alle temperature, alle precipitazioni e alla copertura nuvolosa. Successivamente hanno analizzato la presenza dei pipistrelli in varie zone del mondo, per verificarne la coincidenza. Così è risultato chiaro che alcune specie si sono spostate proprio in concomitanza con il cambiamento della vegetazione, dovuta a sua volta all’aumento di temperatura.

Robert M. Beyer, lo scienziato a capo del team di ricerca, ha affermato quanto segue. Poiché il cambiamento climatico ha alterato gli habitat, le specie hanno lasciato alcune aree e si sono trasferite in altre, portando con loro i loro virus. Questo non solo ha alterato le regioni in cui sono presenti i virus, ma molto probabilmente ha permesso nuove interazioni tra animali e virus, causando la trasmissione o l’evoluzione di virus più dannosi. Sostanzialmente, con la proliferazione delle specie di pipistrelli, anche i virus si sono moltiplicati, mutando natura e diventando talvolta più resistenti e aggressivi.

Cambiamenti climatici e pandemia: l’inquinamento

Oltre il 60% delle malattie infettive emergenti in tutto il mondo è riconducibile alle zoonosi, e in particolare alla fauna selvatica. Già solo questo fatto dovrebbe portarci a rivalutare la cura dell’ambiente a 360 gradi, fosse anche solo per un egoistico istinto di conservazione. Un altro fattore che dovrebbe stimolare i politici del mondo ad agire contro i cambiamenti climatici è la connessione tra inquinamento ed effetti del Covid.

Nelle aree in cui si è maggiormente diffusa l’epidemia le concentrazioni di inquinanti atmosferici superano ampiamente i limiti massimi. L’esposizione cronica agli inquinanti atmosferici è stata associata alla sovraespressione polmonare, nota per essere il recettore principale per il Covid-19. Anche il numero di ricoveri in terapia intensiva e il tasso di mortalità sono risultati strettamente correlati alla quantità di particolato atmosferico nelle regioni italiane. Nelle regioni particolarmente inquinate, la mortalità era due volte superiore rispetto alle altre.

È il momento di agire

Inoltre, come abbiamo approfondito qui, sembra che il particolato atmosferico funzioni da carrier, ovvero da vettore per molti contaminanti chimici e biologici, come i virus. In più, le particelle inquinanti costituiscono un substrato che permette al virus di rimanere nell’aria in condizioni vitali per più tempo. Alla luce di questi fatti e dello studio da lui condotto con l’Università di Cambridge, Andrea Manica ha esortato i responsabili politici a riconoscere il ruolo del riscaldamento globale nei focolai delle malattie virali. Li ha poi incoraggiati ad affrontare la crisi climatica nell’ambito dei programmi di ripresa economica post Covid-19.

Manica ha ricordato che la pandemia di Covid-19 ha causato enormi danni sociali ed economici. I governi devono cogliere l’opportunità di ridurre i rischi per la salute derivanti dalle malattie infettive, adottando misure decisive per mitigare i cambiamenti climatici. Camilo Mora, terzo autore dello studio, ha aggiunto che il fatto che il cambiamento climatico possa accelerare la trasmissione di agenti patogeni dalla fauna selvatica all’uomo dovrebbe essere un campanello d’allarme urgente per ridurre le emissioni globali.

Soldi per il clima ai poveri: i Paesi ricchi gonfiano le cifre reali

soldi per il clima

Compra una borraccia riutilizzabile, cambia la caldaia, sensibilizza i tuoi conoscenti sui cambiamenti climatici. In questo modo compierai azioni doverose, encomiabili e sopratutto utili. Ciò non toglie, però, che una larga parte della soluzione alla crisi climatica non stia solo nelle nostre mani, ma anche in quelle dei leader mondiali. Questi, infatti, possono decidere di investire ingenti quantità di soldi per il clima per attutire i già devastanti effetti della crisi. Oppure possono non spenderli, occultando la loro scelta e gonfiando i dati ufficiali. È quello che hanno recentemente fatto alcune nazioni ed enti, come la Banca Mondiale, per poter risparmiare soldi e usarli per altri più comodi progetti.

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I soldi per l’adattamento climatico

Uno dei punti previsti dagli Accordi sul Clima di Parigi era la messa a disposizione, da parte dei Paesi più benestanti verso quelli più poveri, di 100 miliardi di dollari americani all’anno. Di questi soldi, la metà sarebbero destinati alla mitigazione dei cambiamenti climatici. L’altra metà, invece, all’adattamento. Nei fatti ciò significa che 50 miliardi di dollari all’anno servirebbero alla realizzazione di progetti che aiutino i Paesi in via di sviluppo a interfacciarsi con le tragiche conseguenze del clima che cambia. Come ormai sappiamo, infatti, i Paesi più colpiti sono spesso anche quelli con meno risorse economiche, oltre che con meno responsabilità nell’innesco stesso della crisi.

Secondo le stesse Nazioni Unite, la cifra che dovrebbe essere investita per l’adattamento sarebbe già salita a 70 miliardi l’anno rispetto agli accordi del 2015. Non solo, potrebbe salire a 140-300 miliardi entro il 2030 e a 280-500 miliardi entro nel 2050. Ovviamente tutto dipende dall’efficacia, ma sopratutto dall’attuazione o meno delle misure di adattamento e prevenzione che gli Stati hanno promesso.

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Soldi per il clima gonfiati, ecco chi è stato

Di questo passo, però, non sembra che le suddette cifre possano migliorare. Un recente report della Associazione non governativa “CARE” ha messo in luce come gli Stati aderenti all’accordo di Parigi avrebbero speso soltanto 16,8 miliardi di dollari per l’adattamento, a fronte dei 50 miliardi dovuti. Alcuni di questi, poi, insieme ad altri Enti, avrebbero dichiarato di aver impegnato più soldi per progetti di adattamento di quanti ne abbiano realmente investiti. La somma non sarebbe infatti 16,8 miliardi, ma molto meno: soltanto 9,7 miliardi.

Gli Stati “colpevoli” di questa menzogna sono, secondo l’analisi di CARE, il Giappone, la Francia, la Corea e gli Stati Uniti. Gli altri enti sotto accusa, invece, sono le Banche per lo sviluppo di Asia e Africa, La Banca Mondiale e la Banca asiatica per gli investimenti infrastrutturali. In coda, invece, abbiamo il Fondo per l’Investimento Climatico e il Fondo Internazionale per l’Agricoltura.

Un esempio? Il Giappone ha dichiarato di aver superato i finanziamenti che gli spettavano per l’adattamento al clima di oltre 1,3 miliardi di dollari. I progetti, però, includevano 432 milioni di dollari che non erano destinati a questo scopo. La Banca Mondiale ha dichiarato 832 milioni di dollari in totale, includendo 328 milioni del progetto Earthquake Housing Reconstruction in Nepal, che prevede la costruzione di infrastrutture e abitazioni resistenti ai terremoti. Il piano, però, è una risposta a un rischio sismico non correlato ai cambiamenti climatici. Certamente si tratta di un investimento comunque legittimo, ma sottrae risorse a un’area importante quale quella della resilienza climatica.

Come è stata svolta l’indagine sui soldi per il clima

La ONG CARE ha collaborato con le società civili di Ghana, Uganda, Etiopia, Nepal, Vietnam e Filippine per investigare sulle operazioni di 112 progetti di adattamento attivi in questi Paesi. Il team di valutazione ha attentamente esaminato la documentazione dei progetti e ha condotto interviste alle persone coinvolte (lavoratori, volontari, abitanti del luogo). Da qui sono emersi tre fattori.

  • Gran parte dei finanziamenti per il clima è destinato a progetti che non hanno nulla a che fare con l’adattamento. Un esempio è Il “Nhat Tan Friendship Bridge” in Vietnam. Si tratta di un un impegno finanziario per la costruzione di un ponte che soddisfi il crescente traffico automobilistico di Hanoi. Il suddetto ponte collega il centro della città con l’aeroporto Noi Bai.
  • I donatori esagerano la componente “adattamento climatico” dei loro progetti. Naturalmente il fatto che questa componente sia in parte presente non giustifica l’inserimento di un progetto nell’insieme della resilienza climatica, se questo è pensato per soddisfare principalmente altre esigenze. Abbiamo già menzionato il caso delle abitazioni anti-sismiche in Nepal.
  • Un altro fattore che determina l’esagerazione dei dati è la segnalazione, da parte degli stati, dei prestiti a tasso di interesse fisso verso i paesi sottosviluppati. Queste concessioni sono senza condizioni (scadenze o tassi di interesse, appunto) che le rendono abbastanza vantaggiose per la Nazione che le riceve, tanto da essere considerate “aiuto pubblico allo sviluppo”. Di qui a finire dritti nella categoria “finanziamenti di adattamento” il passo è breve.
Il ponte di Nhat Tan ad Hanoi, Vietnam

La quantità dei progetti esaminati è la dimensione del campione coperto dal progetto è molto alta. Non vi è quindi motivo di credere che i risultati della ricerca non siano validi per il resto dei finanziamenti per l’adattamento riportati dai paesi ricchi. Inutile dire che questa pratica non solo toglie risorse preziose ai Paesi che subiscono le conseguenze del cambiamento climatico innescato dai Paesi ricchi. Questi soldi talvolta vengono anche utilizzati per incrementare la crisi climatica (vedi il caso del ponte per favorire il traffico in Vietnam).

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Anche l’ONU ammette la falla. Le parole di Guterres

Se a molti potrebbe sembrare un report poco credibile, forse le parole del Segretario Generale dell’ONU lo sono di più. Certo, Guterres non ha esplicitato le eventuali frodi, ma ha sottolineato il fatto che entro il 2020 gli obiettivi finanziari dell’accordo di Parigi non saranno raggiunti. Una dichiarazione quindi che stride con la millantata virtù dei Paesi che avrebbero stanziato i fondi giusti, e anche maggiori, per l’adattamento.

È chiaro che non siamo ancora arrivati all’obiettivo di 100 miliardi di dollari ha detto Guterres. E continua: “Nel 2020 questo non accadrà. Tutti i segnali che ho mi fanno pensare che nel 2020 saremo al di sotto del livello di sostegno che gli enti pubblici e privati dei Paesi sviluppati dovevano devolvere a quelli in via di sviluppo per la mitigazione e l’adattamento ai cambiamenti climatici”.

Nell’Adaptation gap report 2020 dell’ONU il divario tra ciò che è stato promesso e ciò che è stato invece attuato è ben esplicitato. Vi sono stati dei progressi rispetto al passato, certo. Per esempio “dal 2006 nei paesi in via di sviluppo sono stati realizzati quasi 400 progetti di adattamento. Inoltre, mentre prima i finanziamenti raramente superavano i 10 milioni di dollari, dal 2017 per 21 nuovi progetti si sono raggiunti 25 milioni. Tuttavia, delle oltre 1.700 iniziative di adattamento esaminate, solo il 3 per cento ha già registrato riduzioni reali dei rischi climatici per le comunità comunità locali“.

Come ha ribadito Guterres, è doveroso ricordare che i Paesi del G20 rappresentano l’80% dell’economia globale. Della enorme quantità di denaro da loro posseduto, quello investito in attività industriali legate ai combustibili fossili è il 50% in più rispetto a quello stanziato per l’economia verde. Questo dimostra che l’aumento dei finanziamenti per questi progetti e il termine delle menzogne non solo sarebbero eticamente importanti, ma anche e soprattutto necessari per mitigare la crisi a cui tutto il mondo sta andando incontro.

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