Hosting e sostenibilità ambientale: come rendere i servizi di hosting meno inquinanti

Ad oggi sono tante le fonti di inquinamento, soprattutto considerando la produzione di anidride carbonica che deriva dalle normali attività quotidiane. Ad esempio, anche internet, quindi la gestione dei siti internet e la disponibilità di spazio online, è una fonte di inquinamento. Oggi esistono però delle realtà che offrono il cosiddetto hosting sostenibile; si tratta aziende che stanno modificando in modo preciso la gestione dei data center e delle server farm, cercando di mantenere l’impatto sull’ambiente il più basso possibile.

Come si fa hosting sostenibile

Per capire come fare hosting sostenibile è necessario partire da quali sono le fonti di inquinamento di tale attività. La principale è l’utilizzo di energia elettrica: i server di tutto il mondo funzionano con l’elettricità, che nel nostro Paese deriva solo per poco più di un terzo da fonti rinnovabili. L’hosting a impatto zero parte dall’utilizzo di energia di questo tipo, proveniente da fonti rinnovabili quali gli impianti eolici e fotovoltaici o da centrali idroelettriche. Ci si può anche attivare per diminuire il consumo di energia da parte degli impianti, utilizzando hardware particolarmente efficiente, prevedendone il riciclo in maniera corretta o anche la possibilità di upgradare alcune apparecchiature senza sostituirle completamente. Queste attività coinvolgono l’intera rete di fornitura di hosting, permettono però di diminuire sensibilmente l’anidride carbonica prodotta.

Altri metodi per ridurre la produzione di anidride carbonica

Esistono poi altre modalità che permettono di ridurre in maniera consistente il consumo di energia e quindi anche la produzione di inquinanti che finiscono nell’atmosfera. Ad esempio, cercando di ottimizzare la struttura IT dei data center; lo si fa migliorando l’efficienza dell’hardware ma anche del software, virtualizzando alcuni servizi, proponendo soluzioni che permettono di gestire il carico di utenti senza aumentare il numero di server utilizzati o sfruttando sistemi di raffreddamento intelligenti. Perché a consumare energia sono i server, ma anche gli impianti di raffreddamento che li mantengono in perfette condizioni, le vetture dei dipendenti delle aziende di hosting, l’utilizzo di carta e di altro materiale all’interno degli uffici. Strategie integrate permettono di attivare il risparmio energetico anche in questi ambiti, ad esempio favorendo l’utilizzo di sistemi di mobilità sostenibile da parte dei dipendenti o spingendoli al corretto riciclo dei materiali utilizzati quotidianamente.

Quanto inquina internet

Sono numerose le ricerche in questo ambito, anche perché effettivamente negli ultimi anni la digitalizzazione di numerose attività sta prendendo il volo ovunque, anche nel nostro Paese. Da una ricerca di Fridays For Future si evince che tutti gli apparati informatici mondiali consumano circa il 10% di tutta l’energia elettrica utilizzata sul pianeta. Per quanto riguarda l’emissione in atmosfera di anidride carbonica, si tratta di circa il 3,7% del totale. Se si considera che tali cifre sono in costante aumento e che buona parte degli esseri umani fa un utilizzo della rete ancora minimo, è importante concentrarsi già oggi su questo tema, per favorire un utilizzo di internet che sia meno inquinante. Chiaramente oltre alle aziende che offrono hosting, anche gli utenti possono diminuire il proprio impatto ambientale; ad esempio, imparando a differenziare i rifiuti, utilizzando veicoli meno inquinanti e installando presso la propria abitazione sistemi di produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili.

Isola di plastica. Cos’è? Dov’è? Come si forma?

Si stima che, ogni anno, dai fiumi si riversino nell’oceano da 1,15 a 2,41 milioni di tonnellate di rifiuti plastici. Più della metà di questa plastica è meno densa dell’acqua, perciò non affonda quando è nel mare. Quella più resistente può galleggiare nell’ambiente marino e può essere trasportata su lunghe distanze; persiste sulla superficie del mare mentre si fa strada al largo, con le correnti. Infine, si accumula in un’area generata da un vortice: un’isola di plastica.

isola di plastica

Una volta che queste plastiche entrano nel moto rotatorio, probabilmente non lasceranno l’area fino a quando non si degraderanno in pezzi minuscoli. Infatti, con l’effetto del sole, delle onde e della vita acquatica, il materiale si trasforma in particelle, generalmente più piccole di un millimetro, denominate microplastiche. Poiché sempre più materiale di questo tipo è disperso nell’ambiente, la sua concentrazione nelle aree marine continuerà ad aumentare, se non si interverrà meglio di quanto non si stia già facendo.

La scoperta della grande isola di plastica nel Pacifico

Charles Moore fu il primo a dare l’allarme. Capitano di una barca e oceanografo americano, egli rimase allibito quando, di ritorno da una regata nel 1997, incontrò un’isola di plastica così larga che gli ci vollero sette giorni per attraversarla. Quello che trovò, ha poi mobilitato la comunità scientifica; il Great Pacific Garbage Patch, alias Pacific Trash Vortex o “Grande chiazza di immondizia del Pacidico”, situato tra il Giappone e le Hawaii – più precisamente tra il 135° e il 155° Meridiano Ovest e fra il 35° e il 42° parallelo Nord – è l’accumulo più grande di tutti i mari, oltre che uno dei più grandi simboli della crisi ambientale.

Oggi, secondo uno studio scientifico pubblicato su Nature, si ritiene che l’isola di plastica nel Pacifico sia come un continente di rifiuti in costante crescita, che misuri circa 1,6 milioni di km², ma alcune stime parlano anche di un’estensione che arriva fino a 10 milioni di km² e che contenga almeno 3 milioni di tonnellate di rifiuti. Per dare un’idea delle sue dimensioni, la superficie di questa isola di plastica è oltre tre volte quella della Francia e potrebbe occupare fino al 5,6% della superificie totale dell’OCeano Pacifico. Nonostante le sue dimensioni, più del 90% è costituita da minuscoli frammenti.

Le altre isole di plastica sparse per il mondo

Ci sono almeno altre cinque isole di plastica, di dimensioni più ridotte, collocate nell’Oceano Indiano, nel Nord Atlantico, nel Sud Pacifico, nel Sud Atlantico e nel Mar Mediterraneo. Secondo l’ordine indicato, il rapporto di queste superfici rispetto al Great Pacific Garbage Patch equivale a 0,65 (O. I.), 0,47 (N. A.), 0,25 (S. P.), 0,15 (S. A.) e 0,12 (M. M.). In totale, 5,25 trilioni di pezzi di plastica, per un peso peso di 269.000 tonnellate, sarebbero distribuiti nell’oceano.

In particolare, nel Mar Mediterraneo, l’area che si sta formando è il doppio più densa di quella del Pacifico. Situata tra Elba e Corsica, questo accumulo (tra le 1.000 e le 3.000 tonnellate) è probabilmente legato al forte impatto umano e all’idro-dinamica di questo bacino semi-chiuso. Qui, data la ricchezza biologica e la concentrazione di attività economiche, si prevede che gli effetti sulla vita marina saranno ancora più dannosi.

Nell’Atlantico invece lo stesso fenomeno ha contribuito a generare il “North Atlantic garbage patch” che, seppur di minori dimensioni, è comunque comparabile a quella del Pacifico per densità dei rifiuti presenti.

Origine dell’isola di plastica del Pacifico

Dunque, quali sono i fattori per cui la plastica raggiunge l’oceano?

Le fonti sono disparate, ma le più grandi sono le industrie che scaricano i rifiuti in mare, per caso o di proposito (illegalmente). Può anche provenire da navi da pesca, navi porta-container, piattaforme petrolifere. Anche il turismo origina rifiuti. Ad esempio, chi frequenta la spiaggia, non sempre getta l’immondizia negli appositi contenitori. Invece, in città, la spazzatura gettata a terra può finire nel sistema di acqua piovana ed essere riversata in mare. In ogni caso, si stima che l’80% della plastica provenga da fonti terrestri.

Per di più, la produzione globale di materie plastiche continua a crescere e, di questa, gran parte finisce in mare. Se le discariche non sono gestite adeguatamente, grandi quantità di questo materiale possono facilmente essere trascinate via dal vento o dall’acqua piovana. Altre fonti sono meno evidenti, come i pneumatici che si usurano, che lasciano sulle strade frammenti minuscoli, che poi finiscono nelle fognature.

Così come un contributo alla formazione di questo immenso tappeto di rifiuti è stato probabilmente dato anche dal Maremoto che ha colpito del Giappone del 2011. Tra le altre concause anche il rovesciamento di Container della navi cargo contenenti scarpe, giocattoli e altri beni prodotti principalmente in plastica.

L’accumulo dei detriti presenti nel Pacific Garbage Patch, secondo le più importanti stime, è iniziato negli Anni ’80.

Anche il Mediterraneo si sta riempiendo di plastica

Chi pensa che quello dell’isola di plastica sia un problema lontano si sbaglia di grosso. Tra l’Isola d’Elba e la Corsica è stata avvistata una chiazza di rifiuti lunga, per ora, qualche decina di chilometri, ma in continua espansione. La densità dei detriti presenti sembra sia maggiore rispetto a quella delle altre isole presenti nel Pacifico. L’origine di questi rifiuti sono i grandi fiumi che sfociano nel Tirreno come l’Arno, il Tevere ed il Sarno. Inutile specificare come la plastica finisca in questi fiumi. I responsabili siamo noi.

Secondo il WWF nel Mar Mediterraneo sono già presenti oltre 570 mila tonnellate di rifiuti plastici. Un dato preoccupante ed in continuo aumento. Un fenomeno che va assolutamente contrastato, per tanti motivi.

Conseguenze sulla fauna marina

Quando la plastica si frantuma, una parte affonda nel mare, dove può soffocare le creature acquatiche. Inoltre, date le basse temperature dell’oceano, la plastica frantumata rilascia sostanze chimiche che non si trovano in natura, tra cui il bisfenolo A (BPA), oligomeri a base di polistirolo e altri che sono dannosi per la crescita e lo sviluppo della fauna marina.

Non di meno, si stima che centinaia di tartarughe liuto (le più grandi al mondo) muoiano perché ingoiano vari pezzi di plastica, destino comune per oltre 100.000 mammiferi marini, ogni anno. Ci sono state diverse lontre marine soffocate con anelli di polietilene, gabbiani e cigni strangolati da lenze da pesca e reti di nylon. Altre creature marine hanno inghiottito oggetti come cannucce, tappi e vari giocattoli, poiché, a causa della loro dimensione e del loro colore, gli animali confondono la plastica con il cibo.

https://www.youtube.com/watch?v=6HBtl4sHTqU

Per citare un esempio recente, il National Geographic ha pubblicato un altro articolo a proposito di una femmina di capodoglio incinta, che è stata trovata morta su una spiaggia fuori Porto Cervo, in Sardegna, a causa della plastica ingerita;

L’inquinamento da plastica è penetrato anche nelle più profonde fenditure dei mari e il Mar Mediterraneo non fa eccezione. Raccoglie rifiuti dai Paesi bagnati dalle sue acque, e siccome è un mare chiuso, i rifiuti rimangono bloccati nelle sue acque, praticamente per sempre. In un recente rapporto Greenpeace ha stimato che la maggior parte dei grandi rifiuti di plastica che finiscono nei corsi d’acqua europei – da 150.000 a 500.000 tonnellate ogni anno – si riversano nel Mediterraneo.

Conseguenze sulla fauna terrestre

Una volta che la plastica entra nella catena alimentare marina, c’è la possibilità che contamini anche quella umana. Attraverso un processo chiamato bio-accumulo, le sostanze chimiche, tossiche e inquinanti presenti nella plastica, sono ingerite dagli animali, così queste sostanze passano dalla preda al predatore, fino alle persone. In poche parole, le sostanze chimiche ingerite dai pesci, possono essere presenti anche nell’uomo. Basti pensare che, generalmente, ogni settimana assumiamo circa cinque grammi di plastica, quanto una carta di credito.

Il problema si espande anche sul piano economico, dove gli sforzi per ripulire la plastica dall’oceano hanno già causato notevoli oneri finanziari. Infatti, secondo The Ocean Cleanup, i costi annuali dovuti alla plastica marina sono stimati tra i 6 e i 19 miliardi di dollari. Questi derivano principalmente dal suo impatto sul turismo, sulla pesca e sull’acquacoltura. Intercettarla nei fiumi dovrebbe essere molto più conveniente rispetto a ripulire intere isole artificiali.

Soluzioni al problema dell’isola di plastica

La ricerca odierna non è ancora riuscita a stimare valori precisi né riguardo il problema, né sulle sue conseguenze. Tuttavia, è necessario evitare che ulteriori rifiuti vengano immessi nell’oceano.

Una pratica che continua a svilupparsi sono i progetti di pulizia di spiagge, di fiumi e di laghi. Spesso, questi vengono promossi dai comuni di zone balneari, se non addirittura da privati che si organizzano online. Molte attività possono essere trovate sui social network più comuni, o, in generale, sul Web; tra le associazioni più importanti, spicca Plastic Free Onlus, con l’obiettivo di informare e sensibilizzare più persone possibili sulla pericolosità della plastica. Oltre a informazioni di rilevanza, il sito integra un calendario degli eventi a cui tutti possono partecipare.

Anche il finanziamento di progetti per migliorare questa situazione ambientale ed economica può essere una soluzione. Ad esempio, The Ocean Cleanup, progetto nato da un’idea del giovane olandese Boyan Slat, sta sviluppando sistemi di pulizia per ripulire ciò che inquina gli oceani e per intercettare la plastica nel suo percorso verso il mare aperto attraverso i fiumi. Grazie a questo tipo di progetto, nel Great Pacific Garbage Patch, sono stati eliminati oltre 103 tonnellate di rifiuti, data una grande operazione di pulizia svoltasi a luglio 2020. Ora si punta a triplicare i risultati nel 2021.

In conclusione, è importante sensibilizzare un pubblico sempre più ampio su questa tematica. Al proposito, una lettura anche dilettevole può essere “Spam. Stop plastica a mare”. In ogni caso, è fondamentale agire individualmente nell’interesse comune. Ad esempio, si può ridurre la plastica nell’igiene personale – su Make You Greener si possono trovare diverse soluzioni. Nel nostro piccolo, insieme, possiamo veramente realizzare lo sviluppo sostenibile, perciò agire per la resilienza della vita marina, nonché terrestre. Scegliere un approccio di vita Plastic Free è possibile, basta solo volerlo.

Le città italiane più inquinate

L’inquinamento atmosferico è un problema complesso che dipende da molteplici fattori: in primis traffico, riscaldamento domestico, agricoltura e industria. Tutte queste attività umane emettono nell’atmosfera una certa quantità di composti inquinanti, come le polveri sottili (il Pm10 e Pm2.5), gli ossidi di azoto (in particolare l’NO2) e l’ozono troposferico (O3), i quali influiscono negativamente sulla salute delle persone, provocando l’insorgenza di patologie respiratorie, cardiovascolari, metaboliche e neurologiche. Oltre ai problemi legati alla salute ci sono inoltre delle enormi complicazioni dal punto di vista ambientale.

Ma quali sono le città italiane più inquinate in cui vivere?

Leggi anche: Polveri sottili il killer silenzioso: è record di morti

Città che superano i limiti giornalieri di PM10

Secondo l’Agenzia Europea dell’Ambiente, in Europa circa il 90 % degli abitanti delle città europee è esposto a concentrazioni di inquinanti superiori ai livelli di qualità dell’aria ritenuti dannosi per la salute. Per esempio, si stima che il particolato sottile (Pm2.5) riduca l’aspettativa di vita nell’UE di più di 8 mesi.

Se guardiamo la situazione del nostro paese, i dati sono ancora più preoccupanti. Ogni anno in Italia sono oltre 50 mila le morti premature dovute all’esposizione eccessiva ad inquinanti atmosferici. Un impatto che dal punto di vista economico arriva a diverse decine di miliardi all’anno tra spese sanitarie e giornate di lavoro perse, per la precisione tra i 47 e i 142 miliardi di euro/anno.

Secondo l’ultimo report di Legambiente sull’inquinamento atmosferico, nel 2020 più di un terzo delle città italiane analizzate (35 su 96) hanno superato i limiti giornalieri di legge per il Pm10 (stabilito in 35 giorni in un anno solare con una media giornaliera superiore ai 50 microgrammi di polveri sottili per metro cubo). Addirittura sono undici le città nelle quali si sono avuti più del doppio dei giorni di superamento dei limiti.

A Torino il valore peggiore in assoluto: 98 giorni di superamenti, quasi tre volte sopra il limite dei 35 giorni. Quindi Venezia con 88 giorni, Padova 84, Rovigo 83, Treviso 80, Milano 79, Avellino e Cremona 78, Frosinone 77, poi Modena e Vicenza che con 75 giorni di superamento dei limiti, chiudono le 10 peggiori città italiane.

Città che superano le medie annuali di PM10

I superamenti giornalieri rappresentano però solo un “campanello d’allarme” che rileva i periodi più critici dello smog durante l’anno. Le medie annuali di polveri sottili, invece, danno un’idea migliore sulla cronicità dell’inquinamento e sono il parametro di riferimento per la tutela della salute, come indicato dalle linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) che stabilisce in 20 microgrammi per metro cubo la media annuale per il Pm10 da non superare.

Secondo il report, sono 60 le città italiane (il 62% del campione analizzato) che hanno fatto registrare una media annuale superiore a quanto indicato dall’OMS. Anche in questo caso le città del nord Italia sono quelle con le rilevazioni più preoccupanti. Sempre in testa Torino con 35 microgrammi/mc come media annuale, seguita da Milano, Padova e Rovigo (34µg/mc), Venezia e Treviso (33 µg/mc), Cremona, Lodi, Vicenza, Modena e Verona (32 µg/mc).

Oltre alle città del nord però hanno superato il limite suggerito dall’OMS anche città come Avellino (31µg/mc), Frosinone (30 µg/mc), Terni (29 µg/mc), Napoli (28 µg/mc), Roma (26 µg/mc), Genova e Ancona (24 µg/mc), Bari (23 µg/mc), Catania (23 µg/mc) solo per citarne alcune.

Nel complesso, si può notare che le città del nord Italia e del bacino padano hanno i dati più allarmanti. Al sud invece i dati sono migliori, ma preoccupano Roma e la Campania, quest’ultima con alcune città in lista rossa.

Cosa è cambiato con il Covid?

In assoluto, i valori di inquinamento atmosferico dell’anno appena trascorso non sono diminuiti rispetto alle rilevazioni precedenti. Considerando le restrizioni applicate a causa dell’emergenza da Covid19, chi legge si starà chiedendo: come mai?

Durante il periodo del lockdown del marzo/aprile/maggio scorso, la diminuzione della concentrazione di polveri sottili (Pm10) e biossido di azoto (No2) è stata rispettivamente di circa il 20%, e tra il 40% e 60%. Quindi un lieve beneficio dal blocco del traffico c’è stato. Ma i valori di inquinamento complessivi non sono diminuiti principalmente per due motivi:

  • La prima spiegazione è che le misure hanno avuto il loro effetto benefico, ma che il danno era stato sostanzialmente già fatto. Infatti il periodo critico dell’inquinamento è quello compreso tra i mesi gennaio/febbraio e novembre/dicembre, dove si registrano i picchi più alti di inquinamento, con marzo e ottobre che invece sono, da un punto di vista delle concentrazioni e dei superamenti, mesi di transizione.
  • L’altro, e più importante, elemento di cui tener conto è che in realtà da tempo ormai, grazie ai parziali miglioramenti nei settori tradizionali (mobilità, industria e riscaldamento domestico), le concentrazioni di polveri sottili, in particolare in area Padana, sono sostenute in modo molto limitato da queste emissioni di fonte primaria, ovvero rilasciate al punto di scarico in atmosfera.

Ad essere sempre più prevalenti sono infatti le polveri di formazione secondaria, cioè quelle derivanti da reazioni chimiche che si verificano direttamente in atmosfera. Spesso le polveri di formazione secondaria sono formate da microcristalli di sali d’ammonio la cui fonte prioritaria è l’allevamento del bestiame, attività che non ha avuto alcuna limitazione con il lockdown. Questo spiega le ragioni dell’invariabilità del dato medio annuo, che ha visto una scarsa o nulla riduzione delle concentrazioni medie di polveri sospese, a fronte della sensibile riduzione dell’inquinamento da NO2 (la cui fonte prevalente è il traffico).

L’analisi

Per Legambiente i dati allarmanti sono il frutto di tre ragioni. In primis la “mancanza di pianificazione e di ambizione dei Piani nazionali e regionali”. Poi si è notato che i pochi accordi di programma raggiunti, nella realtà dei fatti, “sono stati puntualmente elusi e aggirati grazie al ricorso sistematico alla deroga”. Il riferimento più lampante è al blocco degli Euro4 nelle città che sarebbe dovuto entrare in vigore dal primo ottobre 2020 e che è stato prima posticipato al gennaio 2021 e poi all’aprile successivo.

Infine, la classe dirigente italiana non ha mai preso in considerazione l’opportunità di rinnovare profondamente settori cruciali come la mobilità, l’agricoltura, la zootecnia, le aree portuali, rendendo l’emergenza smog ormai cronica.

È chiaro che la classe politica del nostro paese non ha saputo affrontare in maniera strutturale il problema dell’inquinamento atmosferico. Lo testimoniano i dati in questione e le due procedure di infrazione comminate all’Italia per il mancato rispetto dei limiti europei previsti per il Pm10 e gli ossidi di azoto, a cui si è aggiunta una nuova lettera di costituzione in mora da parte della Commissione europea in riferimento alle eccessive concentrazioni di Pm2,5.

Alla luce di tutto ciò, e dei danni dei composti inquinanti alla salute dei cittadini, ci chiediamo quando la politica italiana cambierà rotta e agirà in maniera decisa e con obiettivi chiari per contrastare l’inquinamento atmosferico.

Disastro nucleare di Fukushima: è passato un decennio

11 marzo 2011, ore 14:46 locali; al largo della costa del Giappone settentrionale, alla profondità di 30 km si verificò un sisma di magnitudo 9 con successivo tsunami, che portò ad uno dei disastri nucleari più gravi al Mondo. Quello di Fukushima. L’11 marzo di quest’anno si è celebrato un decennio da quel terribile evento. Un giorno che le Nazioni di tutto il Pianeta hanno vissuto con sgomento e con il terrore di aver ripetuto il dramma di Chernobyl.

Fukushima: cosa accadde?

Lo tsunami, quel giorno, mise fuori uso l’impianto elettrico di backup della centrale nucleare; questa, rimasta senza elettricità, non riuscì più a garantire il raffreddamento dei reattori. L’interruzione dei sistemi e di ogni fonte di alimentazione elettrica, nelle ore successive causò la perdita di controllo di tre reattori che erano attivi al momento del terremoto. Nel corso delle ore e dei giorni successivi vi furono quattro distinte esplosioni, causate da fughe di idrogeno; alcune distrussero strutture superiori degli edifici di due reattori.

I noccioli di tutte e tre le Unità coinvolte subirono il meltdown completo, in momenti diversi. Oltre al rilascio di materiale radioattivo iniziale, uno dei maggiori problemi è ora la rimozione delle milioni di tonnellate di acqua radioattiva usata nel raffreddamento delle barre, ancora presente nell’impianto. Il lavoro di ripulitura costerà decine di miliardi di dollari e potrebbe protrarsi per i prossimi 40 anni.

Sopra l’unità 1 attualmente è in costruzione una gigantesca copertura (che sarà terminata nel 2023) in cui saranno sepolti polveri e detriti; mentre la rimozione del combustibile è pianificata per il 2027. L’unità 2, invece, ospiterà una struttura che, a partire dal 2024, sarà usata per stoccare 615 fasci di barre di combustibile. Quasi ultimati invece i lavori nell’unità 3, sovrastata da una struttura in acciaio in cui questo mese si dovrebbe completare la rimozione di altro combustibile. E infine c’è l’unità 4, in cui non è presente alcun detrito.

Secondo le stime della Tepco, saranno necessari almeno altri 30 anni per recuperare il combustibile non danneggiato e quello che si è sciolto e poi solidificato, per sbarazzarsi dell’acqua usata per il raffreddamento e per disassemblare i reattori. Sono in particolare i primi due punti a preoccupare di più, dal momento che ancora non si sa con certezza dove siano tutti i detriti e quindi non se ne può pianificare con precisione il recupero. Nel 2022 gli addetti alla bonifica proveranno a intervenire con un braccio meccanico sull’unità 2 per recuperare piccole quantità di detriti che si pensa giacciano sul pavimento.

Fukushima oggi

Oggi le cose sono cambiate solo superficialmente. Per gli isotopi radioattivi, infatti, dieci anni rappresentano un tempo irrisorio e la contaminazione è ancora presente, nonostante i tentativi del governo di decontaminare e di abolire la zona di esclusione.

Il prelievo di 5 cm di terra nelle zone limitrofe alla centrale, ha abbassato di molto il livello di contaminazione rilevabile in superficie, ma ha anche lasciato degli interrogativi senza risposta. Per esempio, sulla tipologia di analisi effettuate, visto che gli elementi radioattivi sono svariati. La maggior parte delle analisi, però, si concentra sulla rilevazione del Cesio 137. Oppure sulle condizioni delle falde acquifere o del terreno finalizzato alle coltivazioni. Le particelle radioattive, con le piogge, vengono mano a mano assorbite dal terreno ma ritornano in circolo dopo essere state assimilate dalle piante.

Leggi anche il nostro articolo: “Le foreste e l’uomo, relazione complessa anche alla luce del cambiamento climatico”

Il governo giapponese ha revocato quasi per intero l’iniziale zona di evacuazione; lasciando giusto alcune aree, in particolare quelle dei comuni più a ridosso della centrale, Ookuma e Futaba. Il resto del territorio è ad oggi ufficialmente una zona in cui è permesso rientrare. Come è possibile? La politica giapponese, la quale punta molto sulle prossime Olimpiadi per mostrare al Mondo che l’incubo nucleare sia svanito, ha iniziato ad abolire i sussidi abitativi e l’assistenza sanitaria agli sfollati.

Tantissime persone si stanno rifiutando di rientrare in quei territori, in cui sarebbe impossibile ricominciare una vita. Non solo a causa del pericolo radioattivo, ma anche per un sistema economico completamente distrutto; inoltre, vi è una grave mancanza di servizi primari, come ospedali o supermercati. La zona di Fukushima è sempre stata un paradiso verde del Giappone, famosa per i suoi tantissimi prodotti come riso e carni pregiate. La popolazione viveva grazie a quei settori che non potranno più essere ripristinati.

Acque radioattive in mare?

La Tepco, la compagnia giapponese che gestisce la centrale nucleare di Fukushima Dai-ichi, potrebbe dover riversare enormi quantità di acque radioattive nel Pacifico, quando lo spazio di stoccaggio sarà esaurito.

L’acqua è attualmente stazionata in oltre 1000 enormi-serbatoi che tuttavia nel 2022 saranno pieni. Il piano di Tokyo è quello di gettarla in mare, previo trattamento, attraverso un processo di rimozione multi-nuclide che tuttavia non è in grado di filtrare alcune sostanze pericolose.

Le taniche contenenti le acque radioattive di Fukushima.
Crediti: Issei Kato/Reuters

Alcuni studi confermano come anche dopo il trattamento l’acqua sia ancora contaminata e quindi pericolosa per la salute umana e per l’ambiente. Le rassicurazioni offerte dalle autorità giapponesi si baserebbero su dati sperimentali incompleti e, dunque, ancora inaffidabili. Tra le sostanze contenute nell’acqua contaminata, il trizio che secondo alcune ricerche può provocare morti fetali, leucemia infantile e sindrome di Down.

A preoccupare sono anche gli effetti a lungo termine dell’acqua trattata sull’ecosistema marino, con le sue inevitabili conseguenze per l’economia locale che vive di pesca. L’unica certezza è che una volta riversato nell’oceano, il materiale radioattivo rimarrà in mare.

La Tepco è da anni alle prese con l’accumulo di acqua radioattiva. L’acqua di falda che scorre sotto la struttura si contamina quando entra in contatto con quella usata per impedire che i nuclei danneggiati dei tre reattori fondano. Il governo nipponico ha investito 34,5 miliardi di yen (291 milioni di euro) per costruire una barriera ghiacciata sotterranea. Questa dovrebbe impedire all’acqua di falda di raggiungere i reattori, ma la struttura è riuscita soltanto a ridurre il flusso da 500 a 100 tonnellate al giorno.

Il Giappone ed il nucleare oggi

Il disastro di Fukushima non ha fermato il nucleare nel paese. Alcuni impianti sono tornati presto in funzione dopo uno stop generale cautelativo subito dopo l’incidente. Attualmente sono 9 i reattori giapponesi di nuovo in funzione dopo il disastro; altri 6 hanno già passato la revisione e possono essere rimessi in funzione. Infine, 12 reattori sono ancora in revisione.

In un’intervista al Financial Times, il ministro dell’Economia del Giappone Hiroshi Kajiyama ha affermato:

L’energia nucleare sarà essenziale per il raggiungimento dell’obiettivo di azzeramento delle emissioni nette di carbonio entro il 2050.

A marzo 2019 il mix elettrico giapponese era ancora ben distante dagli obiettivi fissati lo scorso dicembre per il prossimo decennio: le fossili erano al 77%, le rinnovabili al 17% e il nucleare al 6%.

Nel nuovo piano mancano i dettagli per l’energia dall’atomo, ma il governo ha fatto sapere che intende riservargli uno spazio più ampio. Nel vecchio piano del 2018, il nucleare avrebbe dovuto coprire nel 2030 il 20-22% del mix. Praticamente lo stesso ruolo riservato alle rinnovabili. I giapponesi pare la pensino diversamente. Secondo un sondaggio pubblicato il mese scorso dal quotidiano nipponico Asahi Shimbun, il 53% della popolazione non vuole il riavvio dei reattori. Un terzo invece si dichiara a favore, percentuale che cala al 16% tra gli abitanti di Fukushima. Il cambio di rotta è ancora molto lontano.

“Abbiamo la responsabilità di consegnare alle future generazioni un ambiente in cui possano vivere in sicurezza e con la massima tranquillità. In un mondo che ci è stato consegnato non possiamo più guardare alla realtà solo in termini utilitaristici, orientando l’efficienza e la produttività solo al nostro profitto individuale. La solidarietà tra generazioni non è un optional, ma una questione elementare di giustizia”

Papa Francesco, “Laudato si”

La domanda che tutti dovremmo porci è: siamo davvero sicuri che l’energia nucleare sia davvero pulita ed economica come molto spesso si crede?

Disastro ambientale in Nigeria: Shell ammette le sue colpe

Dopo una battaglia durata 8 lunghi anni, la compagnia petrolifera anglo-olandese Shell è stata condannata dalla Corte Internazionale di Giustizia per aver provocato un enorme disastro ambientale.

Le terre circostanti al delta del fiume Niger sono state danneggiate a causa di ingenti fuoriuscite di petrolio

Gli abitanti del luogo saranno finalmente risarciti.

Non è un incidente, ma un volontario disastro ambientale 

1640 barili è la quantità di petrolio che gli impianti di Shell hanno riversato sulle terre circostanti al delta del fiume Niger, distruggendole completamente.

Per capire l’entità del danno considerate che un barile di petrolio equivale circa a 159 litri. Pensate ora di versare sul terreno l’equivalente di 130.380 bottiglie di acqua da due litri ciascuna, però contenenti petrolio. 

La stima è stata realizzata da Accufacts Inc, mentre Amnesty International, ente che ha diffuso la notizia, ha stimato addirittura una quantità superiore ai 100.000 barili.

Sì, perché a diffondere la notizia ovviamente non sono stati i media. Se non fosse per merito di Amnesty International, questo gravissimo disastro ambientale sarebbe finito direttamente nel dimenticatoio.

Una causa durata 13 anni

La documentazione dimostra che da anni, precisamente dal 2008, la compagnia petrolifera era a conoscenza delle perdite degli impianti ormai obsoleti, ma aveva deciso di non assumersi alcuna responsabilità.

Ha scelto per anni di non tenere in considerazione la vita degli abitanti del luogo che sono soliti coltivare le terre o dedicarsi alla pesca per ricavare cibo per vivere una vita dignitosa.

Inutile ribadire a questo punto che, anche questa volta, gli interessi economici di un’azienda sono stati più importanti della vita delle persone residenti in questa zona del mondo, già di per sé sicuramente non ricca.

Shell ha avuto il coraggio di arrecare consapevolmente un danno inestimabile ad una popolazione povera.

Ricordiamo inoltre che l’aspettativa di vita nella zona attorno al delta del Niger è di 10 anni inferiore rispetto a quella nel resto della Nigeria.

Le persone non hanno uno standard di vita alto e senza dubbio non hanno bisogno di terre e acque inquinate, che contaminano il raccolto e la pesca di sostanze tossiche per la salute.

Sono state esaminate le acque di alcuni pozzi, utilizzati dalla popolazione per la propria igiene personale, per bere e cucinare che presentavano livelli altissimi di benzene, una sostanza ultra cancerogena per l’organismo.

Le acque presentavano valori di mille volte superiori alla soglia tollerata dalla legge nigeriana di 3 µg/L.


Già nel 2008 fu avviata una causa contro la compagnia petrolifera e durante il procedimento in tribunale vennero a galla le responsabilità dell’azienda, che lasciava in funzione gli impianti pur sapendo che fossero difettati e vecchissimi.

La Shell tuttavia si giustificò affermando che le perdite dell’impianto riguardavano nello specifico la filiale situata in Nigeria e che quindi avrebbe dovuto rispondere al danno in base alle normative vigenti nel Paese.

Un piccolo riscatto per la popolazione

Gli abitanti del luogo, insieme alla filiale olandese dell’ ONG Friends of the Heart, hanno portato avanti le loro accuse nei confronti della Shell per 13 lunghi anni.

Secondo quanto afferma la Common Law inglese, le persone che subiscono gravi danni a causa di carenze in materia di salute, sicurezza e ambiente in una filiale estera di una multinazionale inglese devono essere assistite.

Ora, infatti, Shell è stata obbligata a:

  • risarcire gli abitanti dei villaggi di Oruma, Goi, Ikot Ada Udo;
  • bonificare tutti i 400 metri quadri di suolo danneggiato dalle emissioni di petrolio

La responsabilità del disastro ambientale non è quindi solo della sede Nigeriana, ma anche della società madre, Royal Dutch Shell, che avrebbe dovuto fin da subito mettere in sicurezza l’impianto con un sistema di rilevazione delle perdite, cosa che adesso è obbligata ad installare.

Channa Samkalden, avvocato della parte lesa, afferma: ‘’C’è finalmente giustizia ma questo caso mostra anche che le società europee devono comportarsi in modo responsabile all’estero’’.

Senza dubbio un grande passo in avanti, ma è indicativo il fatto che ci siano voluti tutti questi anni per arrivare ad una conclusione.

Le condizioni ambientali nel frattempo sono peggiorate sempre di più. Se Shell avesse ammesso i suoi errori fin dall’inizio, si sarebbe evitato il disastro ambientale, bonificando subito la zona interessata.

Il problema è che questa causa vinta non è all’ordine del giorno: di solito risulta veramente difficile schiacciare le grandi multinazionali, anche se si porta avanti una causa più che legittima.

Il ‘’coltello dalla parte del manico’’ appartiene sempre al ricco a prescindere dall’eticità delle sue azioni e le multinazionali del petrolio hanno il controllo sulle terre circostanti al delta del Niger da oltre mezzo secolo.

È chiaro che questa sentenza rappresenta una vittoria per tutti gli ambientalisti ma, affinché le aziende si mettano una mano sul cuore (e non come sempre, solo sul portafogli), è necessario che vengano redatte norme internazionali per la tutela dei territori.

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Tagli alle emissioni dell’1%: gli Stati non rispettano gli accordi

tagli alle emissioni

Iniziamo la settimana con un bilancio generale sull’impegno degli stati a favore dell’ambiente. Una piccola anticipazione: la valutazione è molto negativa. Lo svela un rapporto dell’Unfccc, l’agenzia dell’Onu per la lotta al cambiamento climatico, redatto in vista della Cop26, che si terrà a novembre. Il report, pur necessitando di un’integrazione, è molto chiaro: i Paesi hanno ridotto solo dell’1% le loro emissioni rispetto al 2010. Per mantenere gli accordi di Parigi, però, tutti gli Stati firmatari dovrebbero ridurle del 45% entro il 2030. Come sempre, comunque, è necessario attribuire i giusti pesi e misure, soprattutto considerando quali e quanti stati hanno presentato i loro obiettivi.

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Tagli alle emissioni: obiettivi mancati

Al termine della storica Cop21 del 2015, 196 Nazioni hanno firmato l’accordo di Parigi. L’impegno era quello di mantenere l’aumento della temperatura globale al di sotto dei 2 gradi rispetto ai livelli pre-industriali. Negli anni successivi, questo obiettivo si è inasprito e gli scienziati hanno ritenuto doveroso abbassare l’asticella climatica a 1,5°. Per farlo, sarebbero necessari dei tagli alle emissioni nette mondiali del 45% entro il 2030 e del 100% entro il 2050. Per monitorare i risultati e anche in vista della Conferenza sul clima, che si terrà a Glasgow a novembre 2021, le Nazioni Unite hanno chiesto agli stati di inviare le loro Nationally Determined Contributions (NDC). Si tratta semplicemente di un insieme di documenti che dichiarano il modo in cui il governo che li presenta contribuirà alla limitazione del riscaldamento globale. La scadenza era stata fissata al 31 dicembre 2020.

Meno della metà degli Stati (40%) ha però presentato i dati. Come se non bastasse, dai pochi analizzati emerge che l’impatto combinato di questi Paesi avvierebbe il mondo sulla strada per ottenere una riduzione delle emissioni inferiore all’1% entro il 2030 rispetto al 2010. Un numero che stride con il 45% sopra accennato. A questo proposito, il segretario generale dell’ONU Antonio Guterres ha mostrato la sua preoccupazione: “Il 2021 è un anno decisivo per affrontare l’emergenza climatica globale. […] Il rapporto provvisorio di oggi dell’Unfccc è un allarme rosso per il nostro pianeta. Mostra che i governi non sono neanche lontanamente vicini al livello di ambizione necessario per limitare il cambiamento climatico a 1,5 gradi e a raggiungere gli obiettivi dell’Accordo di Parigi”.

tagli alle emissioni

I silenzi che parlano

Gli obiettivi di tagli alle emissioni non sono sufficienti

Probabilmente, alcune delle Parti che hanno consegnato i loro NDC nel 2020 erano anche abbastanza orgogliose. La maggior parte ha infatti aumentato i livelli individuali di ambizione per ridurre le emissioni. Gli ultimi NDC sono inoltre più chiari e più completi del primo ciclo. Per esempio contengono più informazioni sull’adattamento e un maggiore allineamento con gli Obiettivi di sviluppo sostenibile. Alla luce di questo, quindi, perché l’obiettivo non è stato centrato?

I dati più eloquenti, come spesso accade, sono quelli nascosti. Solo il 40% dei firmatari dell’Accordo ha presentato gli obiettivi aggiornati e questi contribuiscono solo al 30% delle emissioni globali. Anzi, senza la presenza di Regno Unito e Unione Europea, che sono stati diligenti nel rispettare la consegna, l’elenco sarebbe composto da nazioni davvero poco inquinanti rispetto ai livelli mondiali. Questo ovviamente non giustifica il loro mancato raggiungimento dei target emissivi, che rappresenta un’altra causa dello scarto rilevato. Sicuramente, però, il loro sforzo (o non sforzo) non è determinante nella lotta al riscaldamento globale.

I grandi assenti

Una lotta che sarebbe sicuramente più semplice da vincere se le nazioni più inquinanti, che sono responsabili del 75% delle emissioni, contribuissero alla riduzione delle stesse. Invece, soltanto due delle diciotto nazioni più inquinanti hanno presentato gli NDC. Tra i grandi assenti troviamo gli Stati Uniti, la Cina, l’India, l’Australia e il Brasile. Qualcuno potrebbe muovere due riflessioni per difenderli. Innanzi tutto, queste grandissime realtà potrebbero aver bisogno di più tempo per riorganizzare l’economia e la società. Il 2020, poi, ha rallentato se non bloccato qualunque possibile iniziativa a causa dell’epidemia di Covid. Anche la Segretaria esecutiva dell’Ufccc, Patricia Espinosa, ha chiarito come il Rapporto di sintesi sia “solo un’istantanea, non un quadro completo degli NDC, perché nel 2020 il Covid-19 ha posto sfide significative a molte nazioni rispetto al completamento dei report loro richiesti”.

L’obiettivo dei tagli alle emissioni, però, era stato fissato nel 2015, ovvero ben cinque anni fa, quando la pandemia era ancora un evento ben nascosto tra i piani dell’universo. Allora, poi, il margine di tempo per rivoluzionare il mercato dell’energia era più ampio. Certo, sappiamo che gli Stati uniti hanno attraversato la presidenza di Donald Trump, il quale nel 2017 si è addirittura sfilato dagli Accordi di Parigi. Questo fatto però non rappresenta una scusante, bensì una aggravante che mette in luce come l’elezione dei giusti politici possa cambiare le sorti del mondo. Si potrebbe poi pensare che, essendo questo report soltanto un frammento del quadro, noi non possiamo sapere se gli stati non presenti abbiano o meno un piano per ridurre le emissioni. Si può rispondere a questa semplicistica obiezione con un’altra domanda, ancora più semplice. Se fosse davvero tutto in regola, cosa avrebbero da nascondere?

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Il futuro degli accordi per i tagli alle emissioni

Per quanto riguarda le nazioni che già hanno presentato il piano, queste dovranno puntare le loro frecce più lontano. Come ha affermato Ester Asin, direttrice dell’European Policy Office del Wwf, l’Unione Europea ha concordato un National Climate Action Plan aggiornato più ambizioso. Non risulta però essere sufficiente per affrontare adeguatamente l’emergenza climatica. Ridurre le emissioni nette del 55% entro il 2030 per un Paese così inquinante è un obiettivo ancora lontano da ciò che sarebbe necessario. Per compensare la sua impronta carbonica e quindi la sua responsabilità climatica, l’Europa dovrebbe ridurre i gas serra del 65%. Mostrerebbe così agli altri Paesi che “l’azione climatica, l’uguaglianza sociale e la prosperità economica possono andare di pari passo”.

Il direttore esecutivo di Greenpeace Italia, Giuseppe Onufrio, ha affermato che “nella partita del clima anche l’Unione europea è chiamata a giocare un ruolo decisivo, e così tutti i Paesi membri. L’Italia, in particolare, deve aggiornare profondamente il Piano Nazionale Integrato Energia e Clima che risponde ai vecchi e ormai superati obiettivi comunitari. Il governo Draghi porti l’ambizione europeista e ambientalista dalle parole ai fatti e utilizzi l’occasione storica del Piano di ripresa e resilienza per portare il nostro Paese all’avanguardia della lotta alla crisi climatica”.

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Riguardo invece all’assenza di molti stati degli stati, Patricia Espinosa ha affermato che un secondo rapporto sarà pubblicato prima della COP26. Ha quindi invitato “tutti i Paesi, in particolare i principali emettitori che non l’hanno ancora fatto, a presentare le loro richieste il prima possibile, in modo che le loro informazioni possano essere incluse nella relazione aggiornata”. Guterres, dal canto suo, ha tentato di vedere una luce nel buio. La pandemia di Covid-19, seppur tragica, ha dato il via allo stanziamento di fondi e piani recupero che offrono l’opportunità di ricostruire un ambiente più verde e pulito. E da qui, secondo il segretario generale dell’Onu, bisogna ripartire per accompagnare le promesse “ad azioni immediate per avviare il decennio di trasformazione di cui le persone e il pianeta hanno così disperatamente bisogno”.

Turkmenistan: perdita di metano scoperta grazie a un satellite

Turkmenistan

Quasi tutti sanno che Space X è un’azienda fondata da Elon Musk. In pochi però sono a conoscenza del fatto che questa abbia contribuito all’avvistamento di ingenti perdite di metano in Turkmenistan, che raggiungono i diecimila chilogrammi all’ora. Un fatto gravissimo, poiché il metano, oltre ad essere un gas serra, ha anche un potere riscaldante molto maggiore dell’anidride carbonica. L’avvenimento non può che indurre a chiederci quante altre perdite di gas siano occorse nel mondo prima dell’esistenza di questi satelliti, all’oscuro di tutti.

Perché il Turkmenistan perde metano

Il Turkmenistan ospita la quarta riserva di gas naturale più grande al mondo. Non stupisce che metà di quel gas sia destinato allo Stato più popoloso del pianeta: la Cina. Il passaggio avviene attraverso un gasdotto lungo all’incirca 7000 chilometri. Oltre a questa gigantesca infrastruttura, il Turkmenistan “vanta” molti altri gasdotti più piccoli, necessari allo smistamento del gas a partire dai bacini. Ebbene, quattro di questi gasdotti, che si trovavano in prossimità del giacimento di Galkynysh, il secondo più grande al mondo, probabilmente perdevano gas da valvole mal funzionanti. Le altre quattro aree nelle quali hanno identificato del gas sospetto sono i punti in cui avviene il fenomeno di gas flaring. Si tratta, riassumendo molto, di zone adibite alla combustione del metano che non può essere trasportato o lavorato.

Il misfatto lo ha rivelato un satellite inviato nello spazio da GHGSat, un’azienda canadese che monitora le emissioni di gas serra provenienti dal nostro Pianeta. Hugo, questo il nome del satellite, è stato mandato in orbita da un razzo di Space X il 24 gennaio di quest’anno. Non è però la prima volta che GHGSat rileva perdite di questo tipo in Turkmenistan. L’anno scorso, mentre la società stava effettuando misurazioni satellitari da un vulcano nella parte occidentale del paese, ha accidentalmente rivelato enormi quantità di metano provenienti dal giacimento di petrolio e gas di Korpezhe.

Senza contare quelle probabilmente mai osservate nel corso degli anni. Il Turkmenistan è infatti uno dei paesi che produce la maggiore quantità di perdite di metano nel mondo. Nel 2020 nell’Asia centrale le perdite si sono triplicate rispetto all’anno precedente, nonostante il calo a livello mondiale, anche a causa degli enormi giacimenti presenti in questa Nazione.

 Questo cratere del Turkmenistan è soprannominato “La porta dell’inferno” e sta bruciando ininterrottamente dal 1971, anno in cui alcuni geologi sovietici localizzarono una caverna piena di gas naturale. Le trivellazioni che dovevano estrarlo, però, ne causarono il crollo. Così, fu innescato un incendio per evitare la diffusione nell’atmosfera del metano e altri gas presenti nella caverna.

Come funzionano le rilevazioni

La tecnologia satellitare consiste in un sistema a infrarossi che è già in grado di individuare le emissioni da specifici luoghi quali giacimenti, condutture e miniere. Anche se, per ora, le perdite devono essere distanti almeno 25 metri per apparire come camini distinti nelle immagini satellitari.

GHGSat, che opera dal 2016, non è e non sarà l’unica azienda a operare in questo campo. Per esempio, anche i satelliti dell’Agenzia spaziale europea (ESA) possono rilevare le perdite di metano. Molti altri concorrenti si stanno affacciando a questa importante attività di rilevazione. Bluefield Technologies Inc., ad esempio, è stata la prima a identificare nel 2020 un’ enorme perdita di gas in Florida, utilizzando i dati acquisiti dall’ESA. Un rapporto di Bloomberg News ha successivamente identificato la probabile fonte, che si trovava, appunto, in Florida. La scoperta ha poi dato il via a un’indagine dell’Agenzia per la protezione ambientale degli Stati Uniti su una possibile violazione del Clean Air Act.

Questa sana concorrenza spinge al miglioramento delle tecnologie. Se infatti i satelliti dell’Agenzia spaziale europea potevano rilevare le perdite di metano solo se esse consistono in almeno diecimila chilogrammi all’ora. Invece, a quelli della più moderna GHGSat, che orbitano a quote più basse, bastano 100 chili all’ora. L’immagine a pixel diffusa dall’azienda mostra le aree in cui il gas metano di recente rilevazione è presente in maggiore concentrazione.

Il problema del metano

L’implementazione di queste potenti tecnologie è molto importante in quanto il metano è un potentissimo gas serra. Purtroppo spesso è considerato uno dei combustibili più “green” poiché rappresenta una componente del tanto conclamato gas naturale. La combustione di metano, infatti, produce meno anidride carbonica rispetto a quella del petrolio e del carbone, a parità di energia prodotta. Inoltre questo gas resterebbe nell’atmosfera soltanto dodici anni, nulla in confronto ai cinquecento dell’anidride carbonica.

In primo luogo, però, dodici anni sono comunque sufficienti a creare squilibrio nell’atmosfera se ingenti quantità di gas vengono costantemente emessi senza attenderne lo smaltimento. Inoltre il metano ha un potere riscaldante è 25 volte maggiore rispetto a quello dell’anidride carbonica, in un arco di 100 anni. Per questo la quantità di metano rilasciata dai gasdotti del Turkmenistan ha lo stesso effetto che avrebbero 250 mila automobili con motore a scoppio costantemente accese.

Secondo i dati dell’Agenzia internazionale dell’energia (IEA), nel 2020 le attività di estrazione, lavorazione e distribuzione di petrolio e gas di tutto il mondo hanno disperso nell’atmosfera 70 milioni di tonnellate di metano. Il loro impatto è equivalente a quello di tutte le emissioni di anidride carbonica prodotte nello stesso arco di tempo dall’intera Unione Europea. Anche se rispetto al 2019 le emissioni di metano mondiali sono diminuite del 10 per cento, secondo l’IEA ciò è dovuto semplicemente al blocco della produzione di gas naturale conseguito alla pandemia di covid. Per questo, non è escluso che nel 2021-2022 le emissioni di metano potrebbero tornare ai livelli precedenti o superarli.

Il Turkmenistan farà qualcosa?

Risolvere il problema non sembra essere semplice. Le segnalazioni al Turkmenistan da parte di GHGSat infatti non sono bastate. L’azienda si è trovata quindi costretta a chiedere l’intervento della diplomazia canadese per chiedere al governo Turkmeno di fermare le perdite. Al momento, però, non sembrano esserci state risposte soddisfacenti. Il motivo, come rivela il Post, è da ricercarsi nel sistema politico del Turkmenistan, che ufficialmente consiste in una Repubblica presidenziale, ma di fatto si può definire un regime autoritario, con ben pochi contatti con l’esterno.

Inoltre, alcune perdite sono probabilmente non disgiunte dal funzionamento della rete stessa. Pensiamo, per esempio, al metano di scarto di cui abbiamo accennato, che deve essere in qualche modo eliminato. Ammettere queste falle vorrebbe dire mettere in discussione il funzionamento e, probabilmente, l’esistenza stessa dei gasdotti, investendo, o perdendo, moltissimo denaro. In un momento in cui si stanno decidendo le sorti di un altro gasdotto nuovo di pacca, che sarà lungo 1800 chilometri e attraverserà, oltre al Turkmenistan, l’Afghanistan, il Pakistan e l’India, l’intervento sulle “piccole” perdite di vecchi gasdotti per la causa ambientale non sarà sicuramente in cima alla lista del governo Turkmeno.

1 persona su 5 muore a causa dell’inquinamento

inquinamento

Viviamo in una società in cui chi non fuma ha una maggiore probabilità di morire per malattie respiratorie rispetto ai tabagisti stessi. Lo ha rivelato un recente studio sull’inquinamento atmosferico condotto da alcuni ricercatori di prestigiose università. Nel 2018 infatti sono morte 8,7 milioni di persone a causa del particolato atmosferico, ovvero il 18% di tutti i decessi del mondo. Queste cifre superano di gran lunga quelle rivelate precedentemente in altri studi. A cambiare è stato l’utilizzo, da parte dei ricercatori, di un metodo di rilevazione più preciso, oltre che alla considerazione di un più ampio ventaglio di fattori.

Ascolta il podcast di introduzione all’articolo!

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Morti da inquinamento: le metodologie dello studio

Il numero di morti da inquinamento atmosferico dovuto alla combustione di fonti fossili nel 2018 ha superato quello dei decessi causati dal tabacco e dalla malaria messi insieme. Per arrivare a questa conclusione, gli studiosi dell’Università di Harvard, di Birmingham, di Leicester e dello University College di Londra hanno utilizzato la tecnologia GEOS-Chem. Quest’ultima permette, attraverso l’osservazione satellitare, di dividere il globo in una griglia di riquadri ad alta definizione e osservare i livelli di inquinamento in ogni singolo riquadro.

Questa tecnologia permette anche di distinguere esattamente da dove provengano le fonti inquinanti, e non ricorrere semplicemente al generico termine “particolato” (PM 2,5). Uno dei co-autori dello studio, Karn Vohra dell’Università di Birmingham, spiega: Piuttosto che fare affidamento su medie diffuse in grandi regioni, volevamo mappare dove si trova l’inquinamento e dove vivono le persone, in modo da poter sapere più esattamente cosa respirano.

I dati sono relativi agli anni 2012 e 2018. Quest’ultimo è stato scelto perché comprende i risultati della diminuzione delle emissioni da parte della Cina. La decisione di questa nazione di ridurre drasticamente il rilascio di gas serra in atmosfera è stata in grado di determinare l’andamento dei dati relativi alla mortalità globale. Eloise Marais, co-autrice dello studio, evidenzia che i cambiamenti della qualità dell’aria in Cina dal 2012 al 2018 sono i più drammatici perché sia la popolazione sia l’inquinamento sono ingenti. Tagli simili in altri Paesi durante quel periodo di tempo non avrebbero avuto un impatto così grande sui numeri della mortalità globale.

La colpa è sempre e solo una: i combustibili fossili

Comunque, la Cina rimane una delle aree del mondo con il più alto tasso di mortalità per l’inquinamento atmosferico. Il 62% dei decessi ha infatti luogo proprio nella nazione del sol levante (3,9 milioni). A seguire l’India dove nel 2018 sono morte 2,9 milioni di persone. Gli Stati Uniti e l’Europa coprono anch’esse una larga parte delle statistiche. In Europa il 16,8 percento dei decessi totali sono dovuti all’inquinamento. Gran parte di questi si trovano proprio in Italia, nella Pianura Padana, come approfondiamo in questo articolo. Negli Stati Uniti invece i decessi da smog costituiscono il 13,8% del totale. L’America latina e l’Africa hanno invece un tasso di mortalità da smog molto inferiore.

Inoltre,come sottolinea il Guardian, esiste una differenza di mortalità tra categorie diverse di persone, anche all’interno dello stesso Paese. I più fragili sono i bambini, tanto che lo studio prende in considerazione la mortalità dovuta a infezioni respiratorie negli individui di età inferiore ai 5 anni. Particolarmente colpiti sono poi gli anziani, le persone a basso reddito e quelle di colore. Di solito, infine, le persone che vivono nelle aree urbane con un’alta concentrazione demografica subiscono gli impatti peggiori dell’inquinamento.

Per inquinamento, ricordiamolo, si intende il particolato atmosferico derivante dal riscaldamento, dai motori delle macchine e sopratutto dalle combustioni industriali. Le particelle di particolato sono molto piccole, ma proprio per questo motivo hanno la capacità di penetrare nei tessuti polmonari e causare complicazioni, sopratutto a livello respiratorio. In questo articolo parliamo più nel dettaglio delle polveri sottili.

Inquinamento e pandemia: un triste confronto

Sebbene sia noto che le particelle sospese nell’aria sono un pericolo per la salute pubblica, sono stati effettuati pochi studi epidemiologici per quantificare gli impatti sulla salute a livelli di esposizione molto elevati come quelli riscontrati in Cina o in India. Così hanno affermato i ricercatori di Harvard. In particolare Eloise Marais sottolinea come la salute pubblica possa e debba costituire un campanello di allarme per i governi proprio come lo è stato la pandemia, nonostante quest’ultima abbia causato molti meno morti.

Questo, ovviamente, non significa che le misure per il contenimento del Covid-19 siano esagerate, anzi. Quello che si vuole dire è che le soluzioni prese per contrastare i morti da inquinamento atmosferico non sono abbastanza. Considerando poi che la mortalità della pandemia è imputabile all’indebolimento del sistema respiratorio, a sua volta dovuto all’inquinamento, non ci si spiega perché i governi si ostinino a finanziare le industrie del fossile.

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I dati sull’inquinamento dovrebbero risvegliare le coscienze dei politici

I combustibili fossili hanno un impatto molto grande sulla salute, il clima e l’ambiente e abbiamo bisogno di una risposta più immediata, ha affermato Marais. Alcuni governi hanno obiettivi carbon neutral, ma forse dobbiamo portarli più lontano visto l’enorme danno alla salute pubblica. Abbiamo bisogno di molta più urgenza.

Riportiamo le parole di Karn Vohra, dell’università di Birmingham. La nostra ricerca sottolinea l’importanza delle decisioni politiche. Per esempio, la decisione della Cina di ridurre le emissioni di combustibili fossili quasi della metà nel 2018 ha salvato 2,4 milioni di vite in tutto il mondo, di cui 1,5 milioni nella Cina stessa. E la Marais incalza: Il nostro studio si aggiunge alla crescente evidenza che l’inquinamento atmosferico derivante dalla dipendenza dai combustibili fossili sia dannoso per la salute globale. Non possiamo quindi continuare a fare affidamento sui combustibili fossili, quando conosciamo i gravi effetti sulla salute. Inoltre sappiamo anche che esistono alternative praticabili e più pulite.

Inquinamento dell’aria: la Pianura Padana si conferma l’area peggiore d’Europa

tagli alle emissioni

Il Nord Italia è l’area più inquinata d’Europa. Per l’ennesima volta un report sulla qualità dell’aria, questa volta targato Università di Utrecht, Global Health Institute di Barcellona e Tropical e Public Health Institute svizzero e pubblicato sulla rivista scientifica The Lancet, inchioda l’insufficienza delle politiche ambientali che dovrebbero diminuire l’inquinamento in Pianura Padana.

smog pianura padana

Un primato ormai consolidato da anni, che ha inevitabilmente delle conseguenze sulla salute degli abitanti. Tra le prime 30 città segnalate dal documento, ben 19 sono italiane.

Le città più inquinate della Pianura Padana

Brescia, Bergamo, Vicenza, Saronno, Verona, Milano, Treviso, Padova, Como, Cremona, Busto Arsizio, Pavia, Novara, Venezia, Pordenone, Piacenza, Ferrara, Torino, Gallarate. Una lista già così lunghissima che, scendendo nella graduatoria, si allunga ulteriormente. Tutte queste località hanno registrato una presenza di particolato atmosferico PM 2.5 ben al di sopra della soglia critica stabilita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Le conseguenze, oltre che essere drammatiche da un punto di vista ambientale e delle emissioni, hanno un impatto significativo anche sulla salute dei suoi abitanti. Un’alta presenza di agenti inquinanti può infatti generare diverse patologie ed aggravarne altre. Senza scendere troppo in dettagli medici, che non riguardano il focus di questo blog ma che potete approfondire in questo documento ufficiale, basti dire che un report del 2020 ha evidenziato come ogni anno in Italia si registrino oltre 45.000 morti premature legate, appunto, all’inquinamento dell’aria. Un ulteriore studio, condotto dalla scienziata dell’Università di Harvard Francesca Dominici, ha inoltre dimostrato che una situazione di questo tipo può aggravare l’incidenza sulla mortalità del virus Covid-19 del 15%. Un dato che racconta, almeno in parte, le cause della tragedia che sta investendo il Nord Italia in termini di vite perdute dall’inizio della pandemia.

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Le cause dell’inquinamento

Sebbene il traffico cittadino e l’intensa attività industriale della regione contribuiscano in maniera non indifferente al problema, i dati ci dicono che il 54% delle PM 2.5 presenti in atmosfera ha un’origine ben diversa: le cause principali dell’inquinamento in Pianura Padana sono da individuare negli allevamenti intensivi, nell’agricoltura e negli impianti di riscaldamento, nonostante un altro studio pubblicato dal CNR, abbia rivelato come la percezione dei cittadini sia ben distorta da questa realtà.

Il dito, infatti, viene spesso e volentieri erroneamente puntato contro il settore dei trasporti e quello delle industrie, che, ben lontani dal poter essere considerati sostenibili, costituiscono solo una porzione minoritaria del problema.

Le possibili soluzioni

Individuate le molteplici cause, è giunto il momento di parlare delle possibili soluzioni. Agire solamente su uno degli aspetti scatenanti, non porterebbe infatti pressoché alcun beneficio. Ed ecco che, probabilmente con decenni di ritardo, si inizia ad intravedere un minimo di intraprendenza politica per arginare il problema.

Dal Bonus al 110%, che mira a ridurre le emissioni del computo domestico, passando per un potenziamento dei trasporti pubblici, fin anche alle agevolazioni per l’installazione di filtri antiparticolato, qualcosa sta iniziando a muoversi, ma siamo ancora ben lontani dall’affrontare il problema con l’urgenza che merita.

Commentando i dati del report, infatti, i sindaci di Bergamo e Brescia, le due città maggiormente incriminate dal report, hanno smentito lo studio, affermando che “i dati si riferiscono al 2015 e sono quindi vecchi. In questi anni la situazione è notevolmente migliorata”. Sebbene sia vero che lo studio ha preso come riferimento delle rivelazioni di qualche anno fa, è altrettanto vero che il problema dello smog nel Nord Italia è più che evidente e contestare un report, redatto secondo gli stringenti paradigmi della pubblicazione scientifica, non è l’atteggiamento giusto. Banalmente, ammettere di avere un problema è il primo passo per trovare una soluzione. Negare di averne uno, può invece causare un effetto domino che ha già oggi, e continuerà a farlo in futuro, delle conseguenze tangibili sulla salute della popolazione.

Va sottolineato però come, nonostante i dati inchiodino il settore della produzione intensiva di carne e latticini, al momento non ci siano dei piani per la riduzione delle sue emissioni. Il bacino padano, come precisato da Greenpeace Italia, è una delle aree con la più alta concentrazione di sistemi di allevamento intensivi in Europa. Eppure di misure atte ad intervenire sul problema non ce ne sono, e non sembrano neanche essere in programma. Un’ulteriore dimostrazione di come nel nostro paese, e non solo, sottolineare che il nostro sistema di approvvigionamento alimentare vada cambiato in maniera sostanziale, in quanto largamente insostenibiliìe, sia ormai a tutti gli effetti un argomento tabù.

Con questi dati, attuare delle politiche mirate, giustificando eventuali decisioni impopolari grazie all’immensa quantità di dati che abbiamo oggi a disposizione, potrebbe sì generare un iniziale malcontento nella popolazione, ma allo stesso tempo aumenterebbe la consapevolezza dei cittadini sul problema e, sul lungo termine, finirebbe anche per salvare delle vite, con anche tutti i benefici ambientali, troppo spesso esclusi dalle equazioni politiche, che ne conseguirebbero.

Serve un cambio di paradigma

La percezione distorta dei cittadini sulle cause dell’inquinamento dell’aria, abbinata ad una parziale e tardiva applicazione di misure atte a mitigare il problema, va ad aggiungere un nuovo capitolo di una narrazione, che portiamo avanti sin dalle origini del blog, sull’insufficienza di comunicazione chiara e di qualità da parte delle istituzioni sui più svariati temi legati all’ambiente e al cambiamento climatico.

Il problema dell’inquinamento in Pianura Padana, e più in generale quello della qualità dell’aria, è altamente sottovalutato e troppo poco discusso. E a pagare il prezzo più alto, come spesso accade, siamo tutti noi.

Rifiuti radioattivi: nessun comune italiano vuole ospitarli

rifiuti radioattivi

Se volessimo paragonare la vicenda dei rifiuti radioattivi italiani a una Serie TV a puntate, potremmo dire di essere a metà stagione. Più precisamente saremmo nel mezzo dell’episodio chiave di volta in cui i fili sono al culmine dei loro intrecci e che, nel breve termine, inizieranno ad essere sciolti. Nella scorsa puntata abbiamo infatti parlato di come l’Unione Europea pretendesse dall’Italia una risposta in merito al nostro programma di smaltimento dei rifiuti radioattivi. Nel momento in cui l’italiana SOGIN (Società Gestione Impianti Nucleari) ha presentato il suo piano, però, è accorsa una rivolta nazionale, che ancora non sappiamo quando, come e se sarà risolta.

Il richiamo dell’UE

Riassumiamo la puntata precedente (che trovate interamente in questo articolo). A fine ottobre la Corte di Giustizia UE ha avviato una procedura di infrazione contro l’Italia in merito alla gestione dei rifiuti radioattivi. Nonostante nel nostro Paese le centrali nucleari siano state definitivamente chiuse nel lontano 1990, l’Italia non ha ancora avviato un efficiente programma di gestione degli scarti. Questi sono, di fatto, bombe a orologeria pericolose per l’ambiente e la popolazione, ma la quantità di questi oggetti nel nostro paese è sconcertante.

Secondo l’ ISIN (Ispettorato Nazionale per la Sicurezza Nucleare) in Italia vi sono 33 mila metri cubi di rifiuti nucleari custoditi momentaneamente nei luoghi dove sono stati prodotti, come ad esempio nelle vecchie centrali nucleari ormai dismesse. Nei prossimi 50 anni i rifiuti nucleari potrebbero raggiungere i 78mila metri cubi che deriveranno dai residui dalla ricerca, della medicina nucleare e dell’industria.

Per arginare i possibili pericoli derivanti da queste improvvisate e poco sicure discariche radioattive, nel 2013 era stata emanata una direttiva UE che chiedeva agli stati membri di presentare le loro soluzioni per lo stoccaggio di questi rifiuti. Il tempo, però, è trascorso e l’Italia, insieme ad Austria e Croazia, non ha presentato alcun piano. Almeno fino ad ora.

Il piano del Deposito Nazionale per i rifiuti radioattivi

Il progetto italiano per lo stoccaggio di questi rifiuti è un Deposito Nazionale a cui sarebbero destinati i 74 metri cubi di materiali a bassa o molto bassa radioattività. Ciò significa che dovranno essere depositati in una sorta di scatola protettiva per almeno 300 anni, ovvero il tempo nel quale perdono la carica radioattiva. O meglio, finché la carica non sarà più a livelli considerati dannosi per la salute e l’ambiente.

Da non dimenticare sono i residui a media o alta attività. Questi si neutralizzano soltanto dopo migliaia o centinaia di migliaia di anni. Per questo dovranno necessariamente essere depositati in una sorta di bunker geologico, quindi interrato, per prevenirne al massimo i potenziali danni. Al momento, però, questo magazzino geologico non esiste. Pertanto anche questi 17 mila metri cubi di rifiuti altamente pericolosi dovranno essere temporaneamente immagazzinati nel Deposito Nazionale.

Come è fatto il Deposito di rifiuti radioattivi

Il Deposito sarà costituito da una serie di contenitori, per la maggior parte in cemento armato, posizionati “a matrioska”, quindi uno dentro l’altro. Il primo è quello classico, che vediamo in film e giornali, dei rifiuti radioattivi. Parliamo di un cilindro o un parallelepipedo metallico che contiene i rifiuti in forma solida. A loro volta questi contenitori vengono posizionati in cubi di calcestruzzo alti quasi due metri.

E ancora, questi moduli sono inseriti in celle di cemento armato grandi 27 metri per 15 e alte 10 metri, progettate per resistere almeno 350 anni. Nel deposito verranno “ammassate” 90 di queste celle. Infine, l’ultima barriera protettiva consiste in una sorta di collina artificiale alta qualche metro, composta a sua volta da diversi strati di vari materiali. Il suo compito è quello di rendere il deposito impermeabile all’acqua, oltre che piacevole alla vista.

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Dove verrà costruito il deposito?

Siamo arrivati quindi al frame della resa dei conti, in cui tutte queste parole devono essere messe in pratica. Solitamente, infatti, è proprio lo scontro con la realtà a rendere le cose, diciamo così, interessanti. Questo inevitabile passaggio mette in luce i lati oscuri di una questione che, se affrontata superficialmente, sembra anche troppo semplice. Produciamo rifiuti e li immagazziniamo senza che nessuno si faccia male. Poi, tra trecento anni, ci penseranno gli altri. Ma non funziona così e la realtà è appunto molto diversa.

Il 5 gennaio SOGIN ha pubblicato una mappa, detta CNAPI o Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee ove costruire questo gigantesco Deposito Nazionale di rifiuti radioattivi. I criteri utilizzati per questa decisione sono, per esempio, l’attività vulcanica o il livello di sismicità del territorio, ma anche la presenza o meno di altipiani e la concentrazione abitativa. Una completa infografica che riassume i diversi criteri è stata ben realizzata dal Post.

Alla luce quindi di queste condizioni, le tre aree più idonee sono risultate essere in provincia di Torino, di Alessandria e di Viterbo. Tutte le altre sono situate in Toscana, Basilicata, Puglia, Sicilia e Sardegna, ma hanno una valutazione di idoneità inferiore rispetto alle prime dodici. Prevedibilmente, però, nessuna delle 67 aree individuate ha accolto con piacere la notizia. Anzi, i sindaci dei comuni interessati hanno rifiutato, talvolta anche minacciando proteste e rivolte, l’idea del progetto.

Nessuno vuole i rifiuti radioattivi in casa propria

Oltre ai timori riguardanti la salute e la sicurezza dei cittadini, Sindaci e Governatori hanno esposto varie e comprensibili proteste. Il presidente della Regione Piemonte, Alberto Cirio ha sottolineato come alcune delle aree scelte tra Torino e Alessandria siano patrimonio Unesco. Ha poi aggiunto: “Immaginate una persona in procinto di comprare una casa in uno di questi comuni. Dopo aver letto la notizia voi cosa fareste al suo posto?”.

Di avviso simile è il sindaco di Matera, che nel 2018 è stata nominata capitale della cultura ed è stata quindi una destinazione molto ambita per milioni di turisti, italiani e internazionali. Ecco le parole di Bennardi. “Un deposito nella sua zona sarebbe uno sfregio per diversi motivi. Ve lo immaginate un turista che arriva in una Matera autentica e trova una discarica di rifiuti radioattivi? Matera sito Unesco e deposito di scorie nucleari? Tutto questo terrebbe lontano chiunque”. Sulla sua scia anche il Ministro Roberto Speranza, di origini lucane, ha affermato che la Basilicata è una zona sismica di tipo 2, quindi sarebbe impensabile accogliere qui rifiuti radioattivi.

Una soluzione c’è, e creerà caos

Se nessuno si offrirà volontario tra i comuni scelti per ospitare il Deposito, Sogin dovrà pensare a trattative bilaterali per trovare una soluzione condivisa. La decisione finale spetta al ministero dello Sviluppo economico, che individuerà l’area con un decreto. L’obiettivo è di costruire il deposito entro il 2025.

Un sindaco coraggioso?

L’unico ad essersi fatto avanti è Daniele Pane, Sindaco di Trino, in provincia di Vercelli. Questa piccola cittadina però non è presente nella mappa pensata da SOGIN, anche se proprio qui in passato è stata costruita una delle centrali nucleari italiane ormai dismesse. Pane ha affermato che “se in passato si pensò a questo sito per l’installazione della centrale, magari potrebbe andare bene anche per il deposito. Già oggi noi facciamo da deposito nazionale. Quasi l’80 per cento dei rifiuti radioattivi italiani sono stoccati tra Trino e Saluggia. Piuttosto che rimanere in questo stato di provvisorietà, preferirei ospitare il deposito definitivo con tutti gli standard di sicurezza”.

Il ministro Sergio Costa di tutta risposta ha affermato quanto segue. “Leggo che alcuni sindaci di città non presenti nella lista si stanno candidando: se non si è nella lista il proprio territorio non possiede le caratteristiche tecniche per ospitare il deposito”. Il che mette tristemente in luce anche le falle nella legislazione italiana, che non molti anni fa permetteva il funzionamento di una centrale nucleare in un territorio evidentemente non idoneo a questa attività.

I vantaggi del Deposito Nazionale

Il sindaco di Trino, probabilmente, vorrebbe anche aver accesso ai 30 milioni di euro promessi ai comuni ospitanti. I costi per la costruzione del deposito invece ammontano a 900 milioni, che saranno in parte ammortizzati grazie alla bolletta elettrica degli italiani. Da questa già oggi vengono detratti i soldi di compensazione per le aree in cui si trovano i depositi provvisori.

Un altro vantaggio dell’avere “in casa propria” il Deposito Nazionale sarebbe la creazione di migliaia di posti di lavoro. Sia per i quattro anni di costruzione dell’impianto, ma anche durante il funzionamento dell’impianto stesso, che potrebbe occupare dalle 700 alle 1000 persone. Alcuni ritengono che bisognerebbe rendersi conto che le scorie sono anche il frutto di un efficiente programma di ricerca medica e di implementazione di cure delle quali loro stessi e tutta la popolazione giovano.

Gli svantaggi del nucleare

Però è comprensibile che nessuno voglia farsi carico di decisioni sbagliate prese in passato, come l’apertura sul suolo nazionale delle centrali. Il nucleare è da molti considerato un’alternativa alle fonti fossili. Ma, oltre ai disastri ambientali devastanti come quello di Chernobyl, anche i recenti fatti riguardo allo smaltimento delle scorie mettono in luce il limite di questo tipo di energia. La quale porta a dover immagazzinare rifiuti nelle più disparate aree del mondo il cui spazio, ricordiamolo, è limitato. Qui, permettetemi, stiamo raggiungendo il livello di chi necessita di fugare il dubbio sulla sfericità della Terra.

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Inoltre, se è vero che molte scorie derivano dalla ricerca medica, è anche vero che altrettante sono prodotte dall’industria. Non è questa la sede per snocciolare una possibile inchiesta sulla provenienza di questi rifiuti, ma sappiamo che probabilmente il generico termine “industrie” si riferisce a stabilimenti che producono oggetti inutili atti a soddisfare la nostra fame di consumismo. Ma, in mancanza di grosse novità, approfondiremo forse questo tema nella prossima puntata.