Allarme in America Latina: stop all’export di plastica USA

plastica-spiaggia-cover

Ascolta il podcast con il riassunto dell’articolo!

Un primato poco invidiabile

Non è una novità per nessuno. Come tutti ben sappiamo, Stati Uniti e Cina guerreggiano a distanza, per così dire, al fine di conquistare la leadership economica mondiale. Il principale settore nel quale le due superpotenze sono avverse è quello economico. Chi riuscirà ad arricchirsi maggiormente sarà infatti anche in grado di attrarre a sé la maggior parte dei Paesi mondiali, tramite accordi commerciali maggiormente vantaggiosi. Come spesso accade, però, ancora una volta è l’ambiente la vittima di questi schemi. Secondo un recente report, riportato sulle pagine del Guardian, gli USA sarebbero recentemente diventati primatisti tra i Paesi produttori del maggiore inquinamento da plastica. La conquista, per così dire, di questa vetta avrebbe dato modo agli States di togliere da quel plateau proprio la bandiera cinese. Precedentemente, infatti, era lo stesso dragone il Paese che produceva il maggior inquinamento da plastica a livello mondiale.

Ciò si deve principalmente all’ultima frontiera tecnologica, alle nuove tecniche che consentono di generare plastica monouso a un costo stracciato. La pandemia in questo non ha certo aiutato: pensiamo soltanto alle mascherine, alle loro confezioni sterili in plastica monouso o a tutte le siringhe contenenti le dosi di vaccino che restano vuote dopo la somministrazione. Per rispondere a una domanda emergenziale, si è accelerata la ricerca per arrivare a una produzione rapida di prodotti plastici. Quello a cui non pensiamo è cosa accada al termine del ciclo vitale di quella plastica. Consideriamo che buona parte di essa termina negli oceani, dove ferisce o uccide fauna e flora marine, danneggia gli ecosistemi e, da ultimo, contamina la catena alimentare per chiunque consumi pesce, esseri umani compresi.

L’avvento della plastica

Dal 1960 in avanti, quando si è cominciata a usare massicciamente la plastica, un materiale per l’epoca rivoluzionario e che sembrava essere una vera e propria manna vista la sua duttilità di utilizzo, il consumo di plastica nel mondo è sempre aumentato. Gli Stati Uniti sono da sempre tra le nazioni più innamorate di questo materiale.

I dati statunitensi sull’utilizzo di questo materiale fanno impallidire. Il Paese produce ogni anno 42 milioni di tonnellate metriche di rifiuti plastici. Per relazionarci meglio al grande numero, pensiamo che è come dire che ogni americano produce, da solo, 130 chili di rifiuti in plastica ogni 12 mesi. Se sommiamo la massa di rifiuti in plastica prodotta da tutti i 27 Paesi membri dell’Unione Europea, nello stesso periodo, non arriviamo a quel totale. Le infrastrutture per il riciclo operative negli USA non riescono a stare al passo e, per tal motivo, un’altissima percentuale di questa plastica non viene riciclata e deve essere smaltita in altro modo.

Secondo alcune stime, ogni anno 8,8 milioni di rifiuti in plastica finiscono negli oceani. È come gettare un camion pieno di scorie plastiche in mare ogni 60 secondi. Di questo passo nel 2030, dunque fra neanche 10 anni, potremmo raggiungere l’incredibile totale di 53 milioni di rifiuti in questo materiale scaricati annualmente in acqua, poiché la produzione si sta moltiplicando. Questa cifra è circa il 50% del peso totale dei pesci che peschiamo ogni anno. Gli USA hanno un ruolo di primo piano in questo, a causa della loro infatuazione per la plastica.

Leggi anche: “Isola di plastica: cos’è? Dov’è? Come si forma?”

La tratta della plastica

plastica-spiaggia-inquinamento
Foto di Darkmoon_Art da Pixabay 

Gli Stati Uniti hanno un problema non da poco: cosa fare con i rifiuti plastici? Pare che la soluzione trovata dagli States sia quella di spedirli in altre regioni del mondo. Secondo un dossier redatto da alcune associazioni ambientaliste in America Latina, Gli USA avrebbero raddoppiato l’esportazione dei rifiuti di plastica verso la regione. I dati si riferiscono ai primi 7 mesi dell’anno 2020 e non ne abbiamo a disposizione di più recenti. Sapendo però quanta plastica giri in America settentrionale, non stupiamoci se la tendenza fosse riconfermata dai dati più recenti.

L’America del sud, geograficamente prossima agli Stati Uniti, vanta un costo del lavoro ben più basso di quello USA. Da quando, nel 2015, la Cina annunciò di non voler più essere la discarica del mondo e serrò i porti alle navi che trasportavano rifiuti, dopo essere stata per decenni la destinazione privilegiata di questi container, gli USA si sono visti costretti a diminuire l’export di immondizia verso Oriente.

Il Messico accetta oltre il 75% dei rifiuti di plastica inviati in America Latina. Tra il gennaio e l’agosto del 2020, il periodo di cui si è occupato il dossier, lo Stato centramericano ha ricevuto oltre 32.650 tonnellate di rifiuti, più di quelli spediti in El Salvador ed Ecuador. Last Beach Cleanup, un gruppo ambientalista con sede in California ha eseguito i calcoli.

Una normativa preistorica

Il diritto internazionale tassa, in maniera pesante, e restringe l’export di rifiuti nocivi e tossici. In realtà però, i controlli effettivi sono abbastanza scarsi nei maggiori porti mondiali. Inoltre la normativa sugli scarti in plastica è cambiata solo nello scorso gennaio 2021. Precedentemente a tale data, infatti, la plastica esportata per il riciclo non sottostava a questa norma. Ciò significa che era davvero semplicissimo etichettare container pieni di rifiuti nel materiali come da riciclare e poi mandarli a riempire discariche nel terzo mondo, in Paesi che non sono in grado neppure di riciclare la propria spazzatura, ma accettano volentieri quella che l’Occidente gli spedisce, dietro pagamento.

Un report firmato GAIA (Global Alliances for Incinerator Alternatives) stima che il settore dei rifiuti in plastica è destinato ad aumentare nel prossimo futuro, in America Latina. Imprese statunitensi e cinesi sarebbero infatti pronte ad aprire poli di riciclo a queste latitudini. Ciò comporterebbe l’effettiva esistenza di centri per riciclare in loco ma anche la loro destinazione estera e non locale. Di fatto, la plastica dell’America del Nord dovrebbe farsi un viaggio lungo mezzo oceano – con tutto il costo connesso in termini di emissioni – per venire riciclata in Cile, Perù o Brasile. Arriveremmo al colonialismo 2.0, quello ambientale.

Plastica, greenwashing e rigurgiti coloniali

“L’esportazione di rifiuti in plastica è, probabilmente, una delle espressioni più nefaste della commercializzazione di beni non comuni. È una occupazione coloniale di territori del Sud del mondo per sfruttamento, per renderli zone sacrificabili. I Caraibi e l’America Latina non sono il cortiletto degli USA, bensì territori sovrani. Domandiamo rispetto per la nostra gente e la nostra natura.”

Ha affermato Fernanda Solìz, direttrice dell’area salute presso l’Università Simon Bolivar in Ecuador, al Guardian.

Nel 2019 la maggior parte delle nazioni del mondo sottoscrisse l’abbandono della creazione di rotte commerciali che spostassero i rifiuti in plastica dal nord economicamente più sviluppato del Pianeta verso il secondo e terzo mondo. Si tratta del cosiddetto emendamento sulla plastica alla convenzione di Basilea. L’accordo impedisce specificamente l’export di rifiuti plastici da entità statunitensi private ad aziende site in Paesi in via di sviluppo, in mancanza di una esplicita autorizzazione dei governi di tali nazioni. Gli States sono uno di quei Paesi che non ha firmato l’accordo e ha continuato, in maniera indisturbata, a spedire i suoi rifiuti in America Latina, Africa e Sud-est asiatico.

plastica-india-discarica
Foto di Maruf Rahman da Pixabay 

Leggi anche: “Com’è andata la COP 26?”

Pesci grossi e pesci piccoli

La posizione di forza della potenza economica USA crea un circuito per il quale, tristemente, ai Paesi in via di sviluppo conviene accettare questi rifiuti. La tratta della plastica, infatti, è un’attività redditizia per entrambe le parti: gli States investono nei Paesi che avvelenano, edificando poli di riciclo che creano lavoro e/o contribuendo in altri progetti di sviluppo economico locali, in cambio del benestare dei governi meno abbienti. Come afferma Camila Aguilera, portavoce di GAIA, però, in questa maniera:

“I governi regionali falliscono in due aspetti: Il primo è quello della dogana. Non sempre, infatti, sappiamo con certezza che cosa sia contenuto nei rifiuti accettati per il riciclo. In secondo luogo, questi esecutivi hanno firmato il trattato di Basilea e così facendo lo tradiscono puntualmente. È importante poi acquistare contezza relativamente al riciclo. Le economie del nord mondiale sono orgogliose di riciclare, tanto da non porsi neppure il problema di sviluppare la propria economia e organizzarsi per compiere il passo successivo, quello che farebbe davvero bene al Pianeta: ridurre la produzione di rifiuti mirando all’impatto zero. Nessun governo tratta la plastica alla stregua di un rifiuto tossico ma, in realtà, le due cose sono davvero molto simili.”

Aguilera si riferisce al fatto che, alla dogana, nessun funzionario si prende la briga – e il rischio sanitario connesso – di verificare che cosa sia davvero contenuto all’interno dei container che trasportano rifiuti in plastica destinati al riciclo. È dunque possibile che le aziende inquinanti del primo mondo approfittino di questa assenza di controlli per spedire rifiuti pericolosi, magari tossici e chissà, forse addirittura radioattivi, in questi Paesi, al fine di lavarsene le mani.

Nutri-score: la discussa catalogazione nutrizionale

Ascolta il podcast di introduzione all’articolo!

Lo hanno ideato in Francia e la Germania lo ha subito appoggiato. Parliamo di un sistema di etichettatura e catalogazione di prodotti alimentari, nato tra il 2013 e il 2014 al di là delle Alpi. Accostando visivamente cinque colori progressivi, da verde scuro ad arancione scuro, e cinque lettere – dalla A alla E – si rispecchia il punteggio nutrizionale FSA. Così funziona il Nutri-score, il sistema di assegnazione punti nato per comunicare lo score, o punteggio, di ogni singolo alimento nei termini della Food Standards Agency (FSA).

L’etichetta Nutri-score è dunque un preciso calcolo che mette in secondo piano – per non dire ignora – la totalità della dieta. Esso analizza la salubrità di un prodotto solo ed esclusivamente sulla base dei suoi nutrienti. A seconda di quanti zuccheri, sodio e acidi grassi saturi siano contenuti in 100 grammi di prodotto, esso dà un punteggio. Tramite un semplice rapporto matematico, insomma, si suddividono i cibi in due insiemi: alimenti sani (buoni) o alimenti poco salubri (cattivi).

Nutri-score tavolata
Foto di Nenad Maric da Pixabay 

Unione Europea e Nutri-score

Da quanto è stato ideato a oggi, non sono state molte le nazioni ad aver sposato appieno il Nutri-score. Pochi Paesi, ad oggi, hanno richiesto la sua obbligatoria esposizione sulla parte frontale delle confezioni alimentari. Ciò, però, potrebbe cambiare davvero molto presto, a seguito di una decisione presa… dall’alto. La Commissione Europea, infatti, ha dichiarato di voler proporre un sistema di etichettatura nutrizionale a partire dal 2022. La svolta è parte della strategia farm to fork ed entrerebbe in vigore nel giro di qualche mese.

La decisione, con ogni probabilità, produrrà un conflitto interno. La Francia, coadiuvata da Germania, Belgio e altri Paesi, spinge per l’adozione di Nutri-score quanto prima. L’Italia, invece, è fortemente contraria, convinta che sia necessario adottare un’indicazione diversa. L’idea italiana è quella di una etichettatura cosiddetta a batteria. Essa indica tutti i valori nutrizionali relativi alla porzione consumata.

Leggi anche: “From farm to fork: nuova strategia UE su agricoltura e alimentazione”

La risposta italiana a Nutri-score

L’Italia aveva proposto la sua idea di etichettatura qualche mese fa, nel novembre 2020, per bocca dell’allora ministro all’agricoltura Teresa Bellanova. La soluzione italiana fu denominata NutrInform Battery e si oppose – come fa ancora – al Nutri-score a semaforo. Gli indicatori restano 5 ma sono ben diversi dalla legenda francese. NutrInform – che non è obbligatorio ma adottato solo da chi ne faccia esplicita richiesta – appare si più completo ma anche abbastanza più complesso.

Esso indica il valore energetico (espresso in joule o calorie) del prodotto; i grassi; i grassi saturi; gli zuccheri e il sale in esso contenuti, tutti espressi in grammi. Le rilevazioni si riferiscono alla singola porzione dell’alimento. Poiché l’espressione del singolo dato non aiuta il consumatore a comprendere la salubrità di quel che mangia (principale critica al Nutri-score), ecco che la batteria può indicarci il contenuto in percentuale di ognuno dei 5 indicatori rispetto alla quantità giornaliera di assunzione raccomandata. La soluzione grafica è l’icona della batteria del telefono più o meno carica a seconda del contenuto di quel nutriente in 50 grammi (una porzione) di prodotto.

Sebbene Nutri-score risulti più immediato alla lettura, le sue indicazioni – per usare le parole con cui lo definì il Ministro Bellanova – sono semplicistiche più che semplici. Le lettere del Nutri-score, infatti, sono ottenute da un calcolo piuttosto complesso che tiene conto dei contenuti buoni dell’alimento in rapporto a quelli cattivi. Un calcolo del genere, oltre a non essere attendibile al 100%, finisce inevitabilmente per penalizzare la gran parte degli elaborati piatti tipici italiani.

Nutri-score e NutrInform
Raffronto grafico tra NutrInform (sopra) e Nutri-score (sotto). La grafica della proposta italiana è controintuitiva: più la batteria è carica, più nocivo sarà il prodotto. Elaborazione: greenplanner.it

Alle origini dello scontro

Olio d’oliva, prosciutti, salami tipici e gran parte degli alimenti che tengono alto il valore dell’export italiano sarebbero penalizzati dal giudizio di Nutri-score. I nutrienti in essi contenuti, infatti, non sono esattamente la quintessenza della salute e del benessere. È proprio per tale motivo che NutrInform Battery non si potrà applicare a prodotti riconosciuti DOP, IGT o SGT, sigle che contraddistinguono gran parte delle nostre eccellenze gastronomiche.

Alle origini dello scontro Italia – Francia, che in realtà coinvolge anche altri paesi, non vi sono soltanto la salute e la trasparenza. Si tratta di una battaglia prettamente commerciale. L’idea della Commissione Europea di orientarsi verso una sola etichetta nutrizionale, in modo da evitare confusione e incertezza tra i consumatori europei, ha innescato una miccia che potrebbe presto divenire esplosiva.

Nutri-score, un dramma per l’export italiano?

Nel caso in cui Nutri-score diventasse effettivamente lo standard nell’etichettatura nutrizionale europea, di fronte all’Italia si parerebbe un problema tangibile. Immaginiamoci, alla luce di quanto già scritto, quali problemi causerebbe il sistema a semaforo all’esportazione delle nostre eccellenze alimentari. La reputazione della cucina italiana subirebbe un grosso colpo. I nostri prodotti più noti e golosi non supererebbero probabilmente la classificazione della lettera C, la terza su cinque totali, ove il numero 5 è il più basso possibile. L’olio EVO (extravergine di oliva), re della nostra cucina, diverrebbe un prodotto mediocre, da colore arancione e lettera C, come si diceva.

In definitiva, non si scontrano soltanto due differenti tipi di etichetta, bensì due modi diversi e opposti di considerare gli alimenti e il loro apporto nutrizionale. Dietro alla grafica di semaforo da verde a rosso di Nutri-score e della batteria più o meno carica di NutrInform si cela potenzialmente il futuro della dieta mediterranea. Da decenni i nutrizionisti ci ripetono che sia il miglior modo di alimentarsi. Ora Nutri-score potrebbe cambiare ogni cosa. Oppure no.

Nutri-score dieta mediterranea
Alcuni cibi caratteristici della dieta mediterranea. Foto: Dana Tentis da Pexels

Implicazioni ambientali

In realtà, non dobbiamo farci trascinare da una discussione strumentalizzata. Sebbene Nutri-score corra il rischio di danneggiare l’export italiano, in realtà esso potrebbe compiacere gli ambientalisti. Cerchiamo di spiegare per quale motivo.

Partiamo con il precisare che la dieta mediterranea non è soltanto – ma neanche prevalentemente – olio d’oliva, parmigiano e prosciutto. Per definizione essa privilegia grassi di origine vegetale e ammette un consumo limitato di latticini e insaccati. Questa alimentazione, teniamo ben presente, si basa principalmente sull’abbondante consumo di frutta, vegetali e cereali prima di olio, formaggi e affettati. La retorica italiana sul Nutri-score non è sempre del tutto corretta.

Alla luce di ciò, in questa sua corretta versione, la dieta mediterranea è amica dell’ambiente. Gli alimenti maggiormente impattanti sono proprio quelli che andrebbero consumati più di rado. Prodotti come frutta, verdura e cereali difficilmente verranno penalizzati da Nutri-score, in quanto contengono nutrienti salubri. Per tal motivo, non sarebbe tanto la dieta mediterranea a venire penalizzata, bensì alcuni suoi prodotti che, comunque, dovrebbero essere consumati con moderazione. La dialettica del governo italiano, dunque, segue una logica prettamente commerciale.

Qualunque sia la decisione che prenderà Bruxelles – ove Nutri-score appare in vantaggio – ricordiamo che tutte le nostre decisioni alimentari finiscono per ripercuotersi sull’ambiente. Quello che mangiamo, i prodotti che scegliamo, hanno un impatto, che può essere più o meno nocivo per il pianeta. Nutri-score, NutrInform o qualunque altra etichetta sarà adottata dall’UE, le implicazioni ambientali del cibo che serviamo quotidianamente a tavola hanno un prezzo, dobbiamo tenerlo a mente.

Leggi anche: “Dieta sostenibile: il rapporto tra alimentazione e ambiente”

Prototipo Adidas: si può correre senza inquinare?

prototipo-adidas-cover

Forse non tutti sanno che le scarpe da ginnastica sono davvero inquinanti e difficili da riciclare. All’interno del settore della moda, infatti, sono tra gli oggetti più pericolosi per l’ambiente. Si stima che una scarpa da corsa abbia un’impronta di carbonio pari a 13,6 kg di anidride carbonica equivalente (CO2e). Qualcosa però potrebbe presto cambiare. Un prototipo Adidas sviluppato insieme ad Allbirds, infatti, si sarebbe concentrato proprio su questo aspetto e avrebbe un’impronta inferiore ai 3 kg.

FUTURECRAFT.FOOTPRINT, il prototipo Adidas

Lo scorso 12 maggio Adidas ha tolto il velo alla sua ultima creazione. Si chiama FUTURECRAFT.FOOTPRINT ed è una scarpa davvero innovativa. Nè il notissimo brand della tripla striscia né i loro collaboratori di Allbirds hanno rilasciato tutti i dettagli relativi al modello. Dunque non conosciamo ancora ogni caratteristica di questa scarpa green, per così dire. Il prototipo Adidas si presenta leggerissimo, composto da un numero inferiore di componenti i quali presentano pochissimo carbonio nella loro struttura chimica.

Accompagnando la presentazione del modello, Adidas e Allbirds hanno affermato di aver: “scomposto i materiali, rivoluzionato la catena delle loro forniture e sfruttato ogni innovazione.” Anche il design scelto e la manifattura del modello sono rispettose dell’ambiente, perché durante questi processi sono state applicate procedure rispettose dell’ambiente, da parte di tutto lo staff coinvolto. Le fasi dell’ideazione e della produzione di ogni scarpa, infatti, sono solitamente estremamente inquinanti.

prototipo-adidas-futurecraft.footprint
Dettaglio ravvicinato del prototipo Adidas FUTURECRAFT.FOOTPRINT, sul rivestimento leggiamo che l’LCA della scarpa produce 2,94 kg di anidride carbonica equivalente. Foto: solecollector.com

Il prototipo Adidas e l’attenzione all’ambiente

La notizia con la N maiuscola, in questa vicenda, è che il prototipo Adidas FUTURECRAFT.FOOTPRINT presenta un’impronta di carbonio misurata pari a 2,94 chilogrammi di CO2e. I due marchi non hanno mai prodotto prima un modello impattante in maniera così contenuta sull’ambiente. Le due aziende affermano come non sia possibile avvicinarsi ulteriormente a emissioni zero, nell’iter produttivo di una scarpa. È possibile che l’avanzamento tecnologico renda possibile abbassare ancora questa soglia in futuro.

“La nostra partnership con Allbirds è un faro che illumina quanto possa accadere quando due marchi concorrenti della stessa industria uniscono le loro forze nello sviluppo di un design innovativo. Creando in simbiosi e mettendo apertamente a disposizione del partner le proprie competenze e risorse – come l’esperienza di Allbirds nel campo del calcolo dell’impronta di carbonio e le capacità di Adidas di realizzare scarpe competitive e performanti – si può arrivare a risultati importanti. Questa esperienza è una call-to-action per gli altri marchi e una pietra miliare nell’industria sportiva che vuole raggiungere la neutralità carbonica.”

Ha affermato Brian Grevy, membro del direttivo Adidas per i marchi globali.

Nel video di Run Testers un approfondimento sul prototipo Adidas e Allbirds FUTURECRAFT.FOOTPRINT

Il percorso di questo progetto

L’annuncio della collaborazione tra i due marchi per sviluppare una scarpa che avesse un basso impatto ambientale risale al 2020. A quel tempo c’era solo una grande ambizione, quella di riuscire a dar vita ad un modello pulito che fosse il meno inquinante mai creato. Non si tratta della prima volta che Adidas mostra interesse per l’ambiente, dal momento che qualche anno fa ha già dato vita a una scarpa sportiva prodotta interamente con plastica recuperata dagli oceani. È legittimo pensare che il marchio creato da Adi Dassler voglia strumentalizzare l’attenzione al pianeta e stia mettendo in atto del greenwashing con queste iniziative. In fin dei conti, il sospetto è d’obbligo quando parliamo di queste enormi multinazionali, che hanno naturalmente importanti responsabilità sul fronte del surriscaldamento globale. Ciò posto, bisogna spezzare una lancia in favore delle tre strisce, in quanto almeno mostrano dell’interesse a migliorare la loro etica. Non possiamo dire lo stesso di brand altrettanto noti e loro rivali.

Adidas ha dichiarato che intende ridurre la propria impronta di carbonio entro il 2030 e giungere alla neutralità di emissioni entro il 2050. Anche B-Corp Allbirds – questo il nome legale del marchio che ha collaborato allo sviluppo del prototipo Adidas – vuole raggiungere le emissioni zero. Troviamo dunque coerenza nell’iniziativa dei due professionisti delle scarpe.

Allbirds all’avanguardia

prototipo-Adidas-landscape
Foto di David Mark da Pixabay 

In tempi non sospetti, ben prima dell’accordo con Adidas, Allbirds aveva già sviluppato una tecnologia LCA (Life Cycle Assessment – analisi del ciclo di vita) che mirava ad abbattere le emissioni. Lo strumento creato dal brand di moda e da alcuni esperti provenienti da industrie di altri settori e terze parti può calcolare con cura l’impronta di carbonio durante ogni fase della catena produttiva. Esso è diventato parte integrante del processo aziendale di creazione e progettazione, in grado di mappare l’impronta di carbonio di ogni prodotto. Recentemente, Allbirds ha creato una versione open-source – gratuita da utilizzare – di questo suo calcolatore, che altro non è se non un software informatico, in modo da renderlo disponibile anche ad altri marchi che vogliano seguirne i passi.

“Abbiamo urgente bisogno di ridurre le nostre emissioni di carbonio. Si tratta di una missione molto più grande di Allbirds o Adidas. Sia che ce ne rendiamo conto sia che non siamo in grado di farlo, questa gara ci vede tutti coinvolti. Ci riguarda come pianeta ed è enormemente più grande delle sfide quotidiane tra compagnie rivali e concorrenti.”

È il pensiero di Tim Brown, co-direttore di Allbirds. Difficile inquadrare meglio le nostre priorità, come società e collettivo.

EERT: l’e-commerce sostenibile di orologi in legno

EERT

Oggi abbiamo il piacere di presentarvi EERT, un e-commerce che seleziona, certifica e promuove prodotti in legno creati da artigiani italiani. Nasce dall’idea di un gruppo di giovani ragazzi lucani determinati a promuovere un consumo sostenibile. Abbiamo deciso di intervistarli per farci raccontare la storia di questo progetto, i criteri per la scelta dei prodotti e gli obiettivi a lungo termine. Grazie al recupero dei materiali di scarto e alla piantumazione di alberi, EERT rientra pienamente nei criteri di economia circolare e rappresenta una realtà virtuosa che vale la pena conoscere.

Che cos’è EERT e com’è nata l’idea degli accessori in legno

Cos’è EERT? 
EERT è un’idea di business sostenibile prima che un e-commerce di accessori di moda in legno. Sostanzialmente siamo una piccola impresa come tante altre impegnate nel commercio online. A renderci speciali è il nostro rapporto con l’ambiente, caratterizzato dal rispetto e dalla riconoscenza per tutto quello che esso ci dona quotidianamente. È per questo che abbiamo deciso di promuovere l’utilizzo di prodotti sostenibili, frutto di processi di lavorazione che abbattono qualsiasi fonte di spreco. Il nostro impegno per l’ambiente non finisce qui. Per ogni prodotto acquistato ci impegniamo a donare degli alberi con l’ausilio di importanti associazioni ambientaliste affermate a livello internazionale con noi affiliate come TeamTrees”.

Come nasce l’idea e chi ne fa parte?
“L’idea è nata dall’iniziativa di alcuni giovani ragazzi laureandi in ingegneria. Come molti nostri coetanei, eravamo spronati dai continui e sempre più frequenti inviti all’azione per rendere il mondo un posto migliore. A lezione sentivamo continue lamentele da parte dei nostri compagni riguardanti l’ambiente universitario e l’ambiente stesso. Tutti però avevano un comportamento passivo e dunque nessuno si rimboccava le maniche. E’ per questa motivazione che abbiamo deciso di fornire il nostro umile contributo al settore della moda, già affermatissimo in questa nazione, in chiave tutta green, al fine di fare qualcosa per la società”.

EERT

I criteri di EERT per la scelta dei prodotti

Quali prodotti si possono trovare nel vostro e-commerce e quali sono gli step necessari affinché entrino a far parte del progetto?
“Sul nostro e-commerce è possibile trovare accessori di moda (e a breve anche gadget) sostenibili. Si sente spesso questa parola, ma cosa vuol dire effettivamente “sostenibile”?
Il termine, riferito ad un prodotto, ha essenzialmente tre interpretazioni:

1) Sostenibile è ciò che è realizzato con prodotti sostenibili;
2) Sostenibile è ciò che è realizzato con processi sostenibili;
3) Sostenibile è qualcosa che non inquina e che ha zero sprechi.


È sulla base di queste tre definizioni che scegliamo i prodotti. Preferiamo prodotti prevalentemente in legno, un materiale ben meno inquinante delle normali plastiche, che garantisce comunque ottime proprietà meccaniche. Quest’ultima è una condizione necessaria affinché la qualità percepita rimanga sufficientemente alta, garantendo un’esperienza di fruizione totalmente comparabile a quella degli oggetti tradizionali. È infatti una delle nostre sfide maggiori quella di combattere l’idea che un prodotto green sia un prodotto di scarsa fattura”.

Attenzione al design e recupero degli scarti

Quali sono i tratti distintivi di EERT ed in che modo può considerare la propria idea di business sostenibile?
EERT ricerca la sostenibilità in tutte le fasi della creazione di un prodotto, dal design alla distribuzione. Ecco cosa ci distingue maggiormente. Il design è strategicamente curato in modo che:

  • 1) Il prodotto abbia lo stretto necessario affinché svolga la funzione per la quale naturalmente è stato concepito;
  • 2) Le componenti siano modulari. Questo ci consente di rilavorare una singola componente e di poterla riutilizzare in altri contesti.


Gli scarti della lavorazione (il truciolo ad esempio), o vengono usati per sostituire la comune plastica da imballaggio per proteggere i nostri pacchi durante il trasporto, oppure vengono compressi ed utilizzati per la creazione dei box in legno. Niente è sprecato, tutto è riutilizzato. Ci costa meno e siamo più green”.

EERT

Gli obiettivi a lungo termine di EERT

Qual’è l’obiettivo a lungo termine di EERT?
“Non nascondiamo la consapevolezza riguardo la difficoltà di espandere il nostro business in futuro. In ogni caso puntiamo a divenire autonomi per quanto riguarda la piantumazione degli alberi, ossia essere in grado di adoperare volontari e istituire veri e propri eventi per prenderci cura del nostro pianeta. L’obiettivo entro la fine del 2021 è quello di consolidare partnership con enti ambientalisti in ogni regione italiana. Sulla scia di questa nostra ambizione, puntiamo a dare lavoro ai piccoli artigiani connazionali del legno duramente colpiti da questa emergenza sanitaria che noi tutti speriamo venga superata al più presto”.

Un modello applicabile su larga scala

Pensate che il vostro approccio incentrato sulla sostenibilità possa essere applicato anche ad altri settori?
“Sì, indubbiamente. Ne siamo convinti in quanto già ora esistono imprese di grosso calibro dei più svariati settori industriali che si impegnano direttamente, e quindi economicamente, in iniziative come la nostra. Condizione necessaria affinché tale trend si rafforzi nel tempo è che le amministrazioni aziendali guardino non solo al profitto in senso stretto, ossia economico, ma anche ai benefici complessivi che gli individui e l’ambiente che interagiscono con l’organizzazione ottengono. Essere attenti all’ambiente non significa donare 100milioni di alberi o partecipare a manifestazioni. Basterebbe una piccola accortezza nell’utilizzo di prodotti d’uso comune. Purtroppo questo messaggio, per quanto banale sembri, non lo è affatto. La massa preferisce grandi brand a prodotti realizzati in una certa maniera e con un certo obiettivo. Questa è la vera grande sfida. Cambiare il pensiero ed il fare umano per un futuro migliore, per un presente migliore“.

Leggi anche: “Le foreste e l’uomo, relazione complessa anche alla luce del cambiamento climatico”

Orologi e bracciali in legno per uomo e donna

Tutti i prodotti a marchio EERT sono disponibili sul loro e-commerce divisi secondo le categorie scelte dai fondatori:

  • Orologi uomo
  • Orologi donna
  • Bracciali in legno

Una nuova idea di business, improntata sulla sostenibilità, e soprattutto messa in piedi da dei giovani ragazzi italiani, che hanno deciso di non stare a guardare sperando che le cose cambiassero, provando a fare la loro parte con la creazione di un business che possa essere sostenibile sotto tutti i punti di vista: ambientale ed economico.

Da parte nostra va a loro un grande in bocca al lupo, nella speranza che idee come queste inizino a prendere il sopravvento sulla alternative meno sostenibili.

Giornata mondiale dell’acqua. Informazioni ed eventi

giornata mondiale dell'acqua

La Giornata Mondiale dell’acqua 2021 ci ricorda quanto questo elemento abbia un immenso valore per l’umanità. Questa celebrazione non appare, agli occhi dell’opinione pubblica, qualcosa di inutile e ridondante. I casi sono quindi due. O questo concetto viene dato per scontato al punto da aver appiattito o anche annullato le nostre quotidiane attenzioni verso di esso. Oppure esiste davvero un’inconsapevolezza diffusa di quanto l’acqua sia fondamentale per la sopravvivenza della nostra specie. In entrambi i casi è bene salire sul carro della Giornata Mondiale dell’acqua e dedicare qualche minuto a informarci sull’argomento. Quest’anno a trainarci è l’importante tema: “Valorizzare l’acqua” (“valuing water”).

“Valuing water”, il tema della Giornata Mondiale dell’Acqua

Qualcosa ha un valore inestimabile quando è unico. Pensiamo alle opere d’arte autografate, o ad alcuni eventi storici che hanno cambiato le sorti del mondo, o più semplicemente a ogni essere umano. Tutti noi, in quanto unici, abbiamo un valore inestimabile. E, se riflettiamo bene, anche l’acqua lo è. Non esiste infatti al momento qualcosa, a livello di formula chimica, che possa sostituirla. Cosa che invece non accade per alimenti come il grano, la carne, il latte, i cui principi nutritivi si trovano in molti altri alimenti che sono ad essi intercambiabili. Per quanto infatti anche questi beni abbiano un valore, non è minimamente paragonabile a quello dell’acqua.

La sua unicità e la sua utilità in moltissimi ambiti della vita fa quindi sì che il suo valore vada molto oltre a quello monetario. Talvolta però anche l’importanza di ciò che consideriamo inestimabile viene calpestata. Agli uomini è stato dato un prezzo durante la tratta degli schiavi, eventi storici di pregnanza incalcolabile come il diritto di voto alle donne sembrano voler essere cancellati dal calendario da qualche idealista esaltato. L’arte subisce un costante declassamento nelle economie di mercato, che vedono poco riconosciuto il valore di scrittori, artisti, scultori, attori teatrali.

Il valore economico dell’acqua

Questo destino, purtroppo, è stato riservato anche all’acqua, la cui valenza viene abbassata o alzata a seconda della sua disponibilità o reperibilità, e non del suo valore assoluto. Nei paesi più ricchi infatti l’acqua è un bene che quasi viene dato per scontato e pertanto vale molto poco. Non è raro, infatti, che venga sprecata sia a livello domestico ma anche pubblico. Pensiamo che in Italia nel 2019 è andato perso il 37% dell’acqua immessa nelle reti dei capoluoghi. E l’Italia è comunque un Paese che soffre di carenza idrica.

Al contrario nei paesi più poveri l’acqua ha un prezzo troppo alto a causa proprio della sua scarsità, ma anche del prezzo di mercato che non può (o non vuole) adattarsi alle condizioni di vita delle diverse popolazioni. L’acqua è quindi una risorsa irraggiungibile per molti. Ad oggi 785 milioni di persone non dispongono di una fonte di acqua potabile e 2 miliardi di persone non hanno accesso ai servizi igienici di base.

Leggi il nostro articolo: L’acqua diventa una merce e si quota in borsa

L’acqua ci serve per sopravvivere

La ricerca compulsiva dell’acqua nello spazio è dovuta al fatto che la vita sul nostro pianeta sia nata proprio grazie ad essa. E senza questo elemento allo stato liquido la Terra per come noi la conosciamo non esisterebbe. Il corpo umano, poi, è formato in gran parte da acqua e ne abbiamo bisogno ogni giorno per dissetarci e sopravvivere. Oltre però a queste principali funzioni, qual è l’impatto di questo prezioso elemento nella vita degli uomini?

Con l’acqua irrighiamo i campi nei quali cresce tutto il cibo che mangiamo. Per un chilo di grano servono tra i cinquecento e i quattromila litri di acqua. Per un chilo di legumi ne servono 4055 litri e per un chilo di carne bovina 15.415 litri. Le risorse idriche sono anche importanti per coprirci. Per produrre un chilo di cotone servono dai 10 mila ai 20 mila litri di acqua. Per non parlare dei tessuti che derivano dagli allevamenti animali, come la lana o la pelle.

Perché questi terreni siano mantenuti floridi, inoltre, sono fondamentali gli insetti impollinatori. Infatti, l’84% delle specie coltivate dipendono anche da questi organismi, ai quali serve acqua per vivere. Questo bene è poi necessario per la crescita degli alberi, senza i quali sarebbe difficile trovare riserve di ossigeno.

Gli usi secondari, ma altrettanto importanti dell’acqua

Da quando l’acqua corrente e pulita è entrata nelle nostre case la nostra aspettativa di vita si è alzata moltissimo (73,6 anni per gli uomini e 80,2 anni per le donne, contro i 35-40 del Settecento). Tra i fattori che hanno innescato il fenomeno vi è la diminuzione della mortalità perinatale e per malattie infettive, dovuta appunto al miglioramento dell’igiene e dello stato di nutrizione della popolazione, ai programmi di vaccinazione e all’introduzione della terapia antibiotica.

Un esempio che mette in luce il ruolo fondamentale dell’acqua è quello degli scarichi privati che indirizzano i nostri “scarti” verso le fognature e non, come si usava fare nei primi agglomerati cittadini, in strada. Questa abitudine era causa di gravi malattie e inquinamento delle falde acquifere; fattori che incidevano sopratutto sulla popolazione più povera. Sono anche diminuite le latrine pubbliche, anche se il fenomeno non è affatto eradicato nei paesi più poveri e sovraffollati. Spesso sono caratterizzate da condizioni igieniche precarie e sono defilate dalle abitazioni. Oppure molte persone, sopratutto donne, cercano un luogo più pulito e altrettanto nascosto, che talvolta diventa scenario di violenze impunite. Ne parliamo meglio in questo articolo, in cui spieghiamo perché le donne sono più colpite dai cambiamenti climatici.

L’acqua è poi fondamentale per il funzionamento delle strutture ospedaliere, per il primo soccorso e per la produzione di medicinali. Questo elemento ha poi molte proprietà terapeutiche, sia a livello fisico che psicologico. Alcuni esempi? L’acqua termale, gli infusi di erbe, e persino la musicoterapia, che spesso utilizza i rilassanti suoni dell’acqua che scorre e che gocciola come potente agente rilassante. Tutte proprietà da non sottovalutare in un’epoca in cui una grande parte della popolazione soffre di problemi psicologici anche gravi dovuti alla frenesia e allo stress della vita contemporanea.

Cosa accade se l’acqua finisce? La giornata mondiale dell’acqua ce lo ricorda

Molte persone, lo ribadiamo, dipendono direttamente dalle fonti di acqua dolce o salata. Un esempio sono i pescatori, che risentono moltissimo dell’inquinamento delle acque e della pesca eccessiva, di cui parliamo qui. Alcune aree del mondo più di altre, che sono totalmente dipendenti dalla presenza e dalla salubrità dei bacini acquiferi, stanno subendo danni incalcolabili a causa della siccità.

Un esempio è la regione che sorge intorno al lago Ciad, il quale in soli cinquant’anni si è ridotto del 90%. La quantità di pesce nel lago è diminuita del 60% e il natron, un impasto di sali naturali ricavato dalle alghe e usato per conservare cibi, conciare pelli e lavorare tessuti è quasi scomparso. Pescatori, allevatori e agricoltori stanno perdendo il lavoro e i beni di prima necessità. Questo li ha portati alla fuga, rimpolpando così quella categoria di migranti cosiddetti “climatici”.

Leggi anche: L’Italia senza acqua: siccità in Puglia, Basilicata e Sicilia

Conseguenze meno dirette della mancanza di acqua

Talvolta le conseguenze della mancanza di acqua sono meno dirette, ma altrettanto tragiche. Molti ritengono che la guerra in Siria sia dovuta, almeno in parte, alla terribile siccità che ha colpito il paese tra il 2007 e il 2010. Questo ha spinto molte persone a spostarsi nelle principali metropoli dove il sovraffollamento e la mala gestione di un’immigrazione improvvisa e massiccia ha creato un clima di forte instabilità. La situazione ha quindi creato le condizioni ideali perché politici e gruppi armati perseguissero i loro interessi.

Come ci ricorda il tema della odierna Giornata Mondiale dell’acqua, a questo bene bisogna dare il giusto valore. Se infatti ci si concentra solo su quello politico ed economico, le tragedie sono dietro l’angolo. Lifegate ha recentemente parlato del fiume Brahmaputra, un importante corso d’acqua che bagna sia Pechino che Nuova Delhi. La corsa energetica di Cina e India, due Paesi in grande sviluppo, è sfrenata e ciò impedisce ai capi politici di accordarsi diplomaticamente sulla gestione delle risorse idriche. Le vicendevoli accuse di sovrasfruttamento, la riduzione apposita della portata delle acque nei territori confinanti e gli interventi militari, stanno avendo conseguenze devastanti per l’irrigazione e la potabilità dell’acqua nelle città e i villaggi.

I ghiacciai custodiscono l’acqua. Finché esistono

La mancanza di acqua potabile però non sarà un problema solo per le zone più calde o povere del mondo. La principale riserva di acqua potabile sul nostro Pianeta sono i ghiacciai situati in Antartide e Groenlandia. Essi custodiscono quasi i due terzi del totale di acqua potabile dell’intero globo. Se l’intera calotta antartica si sciogliesse, il mare si innalzerebbe di 61 metri. Senza arrivare a scenari apocalittici, però, anche qualche metro di acqua in più comprometterebbe l’esistenza di intere città o nazioni. Un piccolo e sicuramente non esauriente esempio riguarda la costa ovest degli Stati Uniti. Qui, un tratto della famosa strada Highway 1 verrà spostato verso l’entroterra per evitare la sua attesa sommersione.

In Islanda la prima fonte di acqua potabile è data dai ghiacciai, il che permette ai cittadini di non acquistare bottiglie di plastica e sopratutto di bere acqua purissima. Uno dei ghiacciai più grandi, il Sólheimajökull, si è ridotto di 110 metri in 8 anni in termini di lunghezza e di 50 metri in profondità. Nel 2019 siamo stati proprio qui e abbiamo visto coni nostri occhi la sofferenza di questo ghiacciaio, di cui parliamo in questo articolo. Guardando a “casa nostra”, le Alpi costituiscono la maggior riserva d’acqua europea. Lo scioglimento di questi ghiacciai significa meno acqua nei fiumi, e quindi a valle e in città. Dal 1960 al 2017 la stagione delle nevi nelle Alpi si è accorciata in media di 38 giorni l’anno.

Un ghiacciaio islandese

Gli eventi (online) da non perdere nella Giornata Mondiale dell’acqua

  • 22 marzo dalle 17.00. Earth Day insieme al Ministero della Transizione Ecologica organizzano un Digital Talk in diretta streaming su earthday.it. Si parlerà di guerre dell’acqua, ricerca spaziale, infrastrutture idriche, tecnologie di desalinizzazione. Durante l’evento giornalisti, esponenti di associazioni, enti e imprese dibatteranno su criticità, politiche, ricerca e tecnologie per gestire e tutelare la risorsa naturale più importante.
  • 22 marzo – Intera giornata. Per la prima volta le affascinanti rive destra dei laghi di Mantova non ospiteranno eventi in presenza. La kermesse si svolgerà però online con l’evento FIUMI DI PRIMAVERA. Qui scuole, enti pubblici, agenzie di gestione ambientale, associazioni, università tratteranno temi molto importanti. Nella mattinata si parlerà di acqua e cambiamento climatico, consumi idrici in agricoltura, sprechi e i comportamenti virtuosi. Si tratterà anche di produzione di acqua potabile, servizi ecosistemici, uso di immagini satellitari per il monitoraggio della acque e microplastiche. Il pomeriggio invece sarà a carattere più tecnico-scientifico. La diretta si potrà seguire sul canale YouTube di GLOBE Italia.
  • 22 marzo dalle 13:00 alle 14:30. Per chi comprende l’inglese, l’evento ufficiale del World Water Day 2021 sarà disponibile in diretta qui. Per l’occasione si vuole celebrare l’acqua e accrescere la consapevolezza della crisi idrica globale. Il focus sarà il raggiungimento dell’obiettivo di sviluppo sostenibile (SDG) numero 6: acqua e servizi igienico-sanitari per tutti entro il 2030. Sempre lunedì sarà disponibile il nuovo atteso report delle Nazioni Unite sulla Giornata Mondiale dell’acqua 2021. Il rapporto valuta lo stato attuale nella valutazione dell’acqua in diversi settori. Identifica poi i modi in cui la valutazione può essere promossa come strumento per migliorare la gestione delle risorse idriche e raggiungere gli obiettivi globali di sviluppo sostenibile.

Gli eventi dei giorni successivi

  • 23 marzo alle ore 10:00. L’Associazione Publicacqua organizza quasi una intera settimana di eventi a partire dal 22 marzo con il festival di Mantova sopra citato. Il 23 si svolgerà l’evento I SUONI DELL’ACQUA. Con il contributo del Museo della Musica Fondazione Tronci potremo immergerci nel mondo della musica e dell’acqua con Omar Cecchi e Gennaro Scarpato. I musicisti si esibiranno in una suggestiva performance utilizzando strumenti che riproducono il suono dell’acqua o che usano l’acqua per funzionare. L’attività è pensata per studenti e insegnanti degli ultimi anni della primaria e secondaria di 1° grado. L’evento sarà trasmesso in diretta su questo canale YouTube.
  • 25 marzo ore 15:00 – 17:00. VALUING WATER + WATER AND CLIMATE CHANGE è un evento in cui l’artista di fama internazionale Giorgio Andreotta Calò dialoga con la critica d’arte Barbara Casavecchia. Giorgio Andreotta Calò è attualmente in mostra al Centro Pecci (Prato, PO) con la sua opera Produttivo, un insieme di 2000 metri lineari di carotaggi provenienti dalle miniere di carbone a sud-ovest della Sardegna. Egli, insieme a Barbara Casavecchia, accompagneranno gli studenti in un viaggio verticale attraverso le profondità degli oceani e le viscere della terra. L’obiettivo è riflettere sul proprio ruolo nella gestione delle risorse naturali e nella preservazione dell’ecosistema in cui viviamo. L’incontro sarà registrato e rimontato in un breve video, che entrerà a far parte dei materiali audiovisivi della Web Tv del Centro Pecci, restando a disposizione di tutti gli utenti

Vuoi approfondire il tema? Allora consulta la nostra sezione dedicata ai libri sull’ambiente, e trova il titolo che fa per te!

Mobilità sostenibile: nasce il nuovo ministero

26 febbraio: svolta green per il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti (Mit) che cambia nome in Ministero delle infrastrutture e della mobilità sostenibile (Mims). La mobilità sostenibile diventa dunque prioritaria per il dicastero. L’annuncio arriva dallo stesso ministero a seguito dell’approvazione del Consiglio dei Ministri. Il nuovo nome era stato proposto dal ministro Enrico Giovannini con il decreto-legge sulla riorganizzazione dei ministeri. Il cambiamento rispecchia la volontà del Mims di allinearsi alle attuali politiche europee e ai principi del Next Generation Eu. Giovannini, portavoce dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo sostenibile che promuove in Italia l’Agenda 2030 dell’Onu per la sostenibilità, sembra essere la persona giusta per questo obiettivo, secondo il sottosegretario Erasmo D’Angelis.

Come indicato dal presidente Draghi, la ripresa economica del paese deve necessariamente incrociarsi con uno sviluppo sostenibile sia sul piano sociale che ambientale. Il binomio rinascita economica-sostenibilità è dunque elemento fondante anche del nuovo dicastero.

Leggi anche: Nasce ufficialmente il Ministero alla Transizione Ecologica – L’Ecopost

Mario Draghi: cosa aspettarsi sulle politiche ambientali – L’Ecopost

Gli obiettivi del nuovo ministero della mobilità sostenibile

Dal nuovo nome trapelano le missioni del Mims. Fondamentale è rendere sostenibile ed ammodernare sia lo spostamento delle persone (mobilità) che le vie di comunicazione del Paese (infrastrutture) attraverso le risorse del Next Generation Eu. Infatti, sottolinea Giovannini:

“il rafforzamento e l’ammodernamento delle reti infrastrutturali e del settore della logistica, l’investimento in infrastrutture sociali e nelle diverse aree del sistema dei trasporti devono accompagnare e accelerare le trasformazioni in atto nel mondo delle imprese e dei consumatori nella direzione della sostenibilità.

 Il Ministero aprirà un dialogo intenso con gli operatori economici e sociali per identificare le azioni più idonee per accelerare questo percorso, tenendo conto anche delle nuove opportunità derivanti dai recenti orientamenti del mondo finanziario e delle politiche europee in materia”.

Qual è la storia del Mims?

Non è la prima volta che il ministero con competenze sulle reti infrastrutturali e sui trasporti cambia nome. Negli anni infatti ha assunto diverse denominazioni:

  •  Ministero dei Lavori Pubblici del primo governo dell’Italia unita con a capo Cavour
  • 1916: Ministero dei Trasporti Marittimi e Ferroviari,
  • 1963:  Ministero dei Trasporti e dell’Aviazione Civile,
  • 1974:  Ministero dei Trasporti,
  • 1993: Ministero dei Trasporti e della Marina Mercantile,
  • 1994: Ministero dei Trasporti e della Navigazione
  •  2001: Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, solo momentaneamente (dal 2006 al 2008 col governo Prodi II) scorporato in due ministeri (dei Trasporti e delle Infrastrutture) prima di essere riaccorpato nel 2008 dal governo Berlusconi IV.

Mobilità sostenibile non è la priorità: la critica di Conftrasporto

Critiche e preoccupazioni per questa svolta green arrivano da Conftrasporto. Secondo la confederazione infatti, è necessario prima di tutto un rilancio strutturale dell’autotrasporto. La politica economica italiana non ha una rete di trasporti adeguata e non è funzionale a dare competitività al nostro paese. Lo slancio ambientalista che permea il nuovo nome rischia dunque di mettere in ombra la risoluzione delle problematiche che da decenni affliggono il settore.

Mims, mobilità sostenibile e Recovery Plan

La tematica della mobilità sostenibile è al centro delle spinte che arriveranno dai significativi ed importanti investimenti del Recovery Fund. E’ fondamentale quindi che il Mims si allinei con la tabella di marcia del Recovery Plan, il cui piano italiano è in corso di aggiustamento proprio in questi giorni.

Infatti, sono 31,9 i miliardi del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), ovvero il Recovery Plan italiano, indirizzati alla macro area ‘’infrastrutture per una mobilità sostenibile’’.

Nel dettaglio, la maggior parte delle risorse (28,3 miliardi) sono destinate a ferrovie e strade, con un focus sul Mezzogiorno. Si punta a rafforzare le grandi linee di comunicazione del Paese (in primis ferroviarie), e a mettere in sicurezza viadotti e ponti stradali con sistemi di monitoraggio digitale. Gli altri 3,68 miliardi del Recovery Plan sono destinati all’intermobilità e alla logistica integrata, con investimenti per rendere i porti più competitivi e sostenibili.

Competenze e componenti del nuovo ministero

Il ventaglio delle competenze del ministero è davvero ampio:

  • strade e autostrade e ferrovie,
  • grandi infrastrutture strategiche,
  • porti,
  • aeroporti e interporti,
  • dighe e opere idriche,
  • edilizia scolastica,
  •  e-mobility con la conversione dei trasporti pubblici e privati in chiave green e l’automotive,
  • rigenerazione di periferie urbane,
  • edilizia e social housing,
  • soluzioni da smart city,
  • navigazione e altro. 

Il ministro ha annunciato cinque gruppi di lavoro interni per ripensare le infrastrutture, il sistema dei trasporti, l’edilizia, le città sostenibili. Essi si dedicheranno a:

  • progetti,
  • confronto con la Commissione Ue,
  • innovazioni normative,
  • l’innovazione interna,
  • nuovi sistemi informativi per monitorare la realizzazione delle opere,
  • valutazione dell’impatto economico, sociale e ambientale.

Interessante è la nomina da parte di Giovannini di Carlo Carraro. Carraro è un grande esperto di effetti dei cambiamenti climatici, con un quadro chiaro e concreto dei rischi e delle opportunità. Docente di economia ambientale e già rettore della Ca’ Foscari di Venezia, da almeno 20 anni, valuta gli altissimi costi in vite umane ed economici e produttivi del mancato adattamento al clima. La sua competenza contribuirà a definire gli interventi necessari per ridurre gli impatti del clima sul nostro territorio. Siccità sempre più prolungate, dissesto idrogeologico, alluvioni devastanti richiedono necessariamente un restyling e adeguamento delle infrastrutture.

Un ministero che lascia sperare

Secondo D’Angelis, l’impresa del ministero di Giovannini è un salto politico, culturale, tecnologico e industriale gigantesco. Tuttavia, si dice ottimista sulla riuscita delle ambizioni del Mims.  Afferma infatti che ”’l’Italia oggi è nelle condizioni di poter lanciare un ponte verso il futuro. Perché ne abbiamo le capacità e le competenze.”

Con la speranza che questo nuovo nome guidi davvero le azioni del ministero e non diventi un ennesimo caso di greenwashing, ci si augura che il Mims sia all’altezza delle sue ambizioni e dell’impellente, necessaria transizione green del nostro Paese.

Il rispetto dell’ambiente spiegato ai bambini

rispetto ambiente bambini
[et_pb_section admin_label=”section”] [et_pb_row admin_label=”row”] [et_pb_column type=”4_4″][et_pb_text admin_label=”Text”]

Il rispetto dell’ambiente in famiglia è molto importante perché i bambini sono le generazioni che in futuro si occuperanno di produrre, lavorare e consumare. Pertanto, è essenziale che i tuoi figli crescano comprendendo l’importanza della vita sostenibile e siano educati a valori in linea con il rispetto dell’ambiente intorno a loro. Solo in questo modo, sarà più facile e naturale per loro adottare uno stile di vita migliore quando saranno grandi. 

Leggi anche: 20 cartoni e film sull’ambiente per bambini e ragazzi

Ma come spiegare la sostenibilità ai bambini? Attraverso piccole azioni e attività divertenti. Qui di seguito ne elenchiamo sette che si possono mettere in pratica sin da subito!  

7 semplici attività che insegnano ai bambini a rispettare l’ambiente

  1. Usare la bicicletta il più possibile. Quando puoi, evita di usare i mezzi o la macchina. Soprattutto in primavera ed estate, puoi portare i bambini a scuola usando la bicicletta oppure, qualora fosse possibile solo il fine settimana o durante le vacanze, portarli a fare una mini-escursione alla scoperta di zone della città che ancora non conoscete.
  2. Fare giardinaggio. Grazie a questa divertente attività, i bambini avranno l’occasione di sviluppare il pollice verde. Basta anche solo comprare una pianta e prendersene cura. Questo lì aiuterà a riconoscere l’importanza della natura e di tutti i suoi esseri viventi.
  3. Non consumare ciò che non è necessario. Quanto volte ti è capitato di lasciare l’acqua scorrere mentre ti lavi i denti o di lasciare la luce accesa nella stanza quando non eri presente? Definisci una nuova routine in casa e spiega ai tuoi figli che un sovra-consumo di luce e acqua danneggia l’ambiente.
  4. Dai una seconda vita agli oggetti o donali. Ciò che non ricicli lo puoi riutilizzare o donare. Riutilizzare i materiali per dare vita a un altro oggetto, insegnerà ai bambini a non sprecare nulla. Un classico esempio è quello del riciclo creativo che consente di realizzare bellissimi fai da te con materiali come rotoli di carta igienica, bottiglie di plastica, cartoncini e tanti altri. Nel caso invece di oggetti in buone condizioni, ma che non utilizzi più, puoi valutare l’idea di donarli alle persone che ne hanno più bisogno. È il caso di vestiti che i tuoi figli non indossano più, giocattoli e così via. Un’azione come questa insegnerà loro anche l’importante concetto della condivisione.
  5. Riduci il consumo della carne. Moderare il consumo della carne contribuisce a inquinare meno. Gli allevamenti contribuiscono alle emissioni globali di gas serra in misura maggiore di quelle rilasciate dai mezzi di trasporto. In casa, con i tuoi bambini, prova ad adottare uno stile alimentare più sostenibile. Anche un cambiamento a piccole dosi impatterà positivamente a livello ambientale.
  6. Usa meno plastica. Molta della plastica che buttiamo viene poi gettata nei nostri mari. Oltre a danneggiare le specie marine, danneggia l’ambiente e anche la nostra stessa salute. Anche qui basta cambiare alcune abitudini per rendere la propria routine plastic free. Quando per esempio vai a fare la spesa con i tuoi figli, porta con te una borsa riutilizzabile invece di comprarne una di plastica che poi butterai via.
  7. Fai la raccolta differenziata. Probabilmente la fai già perché prevista dal tuo Comune, ma dato che sei qui per spiegarlo ai tuoi figli, è bene coinvolgerli nell’attività quotidiana. Puoi usufruire di un supporto visivo come questo qui sotto e spiegare la destinazione di ogni materiale:
rispetto ambiente bambini
Grazie a un supporto pratico come questo, sarà per i bambini più automatico fare la raccolta differenziata, soprattutto quando si troveranno a farlo da soli o a casa degli altri. 

Leggi anche: 20 libri sull’ambiente per bambini e ragazzi

L’esempio degli adulti è importante

I genitori dovrebbero sempre dare il buon esempio ai propri figli perché questi poi emuleranno i loro comportamenti. Una volta che imparano a essere più rispettosi dell’ambiente all’interno delle propria mura domestiche, sarà per loro più facile assumere questo atteggiamento anche all’esterno. Ma non solo le famiglie con i bambini devono cambiare le proprie abitudini. Dovrebbe essere un dovere di tutti quello di adottare una stile di vita più sostenibile. Per raggiungere, quindi, più persone possibili, è necessario che realtà più grandi si impegnino a spargere la voce.

Leggi anche: 10 video sulla natura per bambini e ragazzi

Babysits, piattaforma online che mette in contatto babysitter e genitori, ha deciso di ridurre le proprie emissioni di carbonio, in particolare, aderendo al programma di Leaders for Climate Action per diventare un’azienda a zero emissioni. In quanto azienda digitale, ha deciso di intervenire anche sul fronte mediatico: scrive articoli di sostenibilità, ha partecipato ad una manifestazione dei Fridays For Future e collabora con aziende che condividono la medesima visione. Sempre più aziende dovrebbero abbracciare questa visione e combattere contro il cambiamento climatico. Solo insieme si potrà garantire ai bambini di oggi di vivere domani in un mondo migliore

di Elena Mancini, responsabile del mercato italiano di Babysits.

[/et_pb_text][/et_pb_column] [/et_pb_row] [/et_pb_section]

Batterie per auto elettriche: in Italia un polo d’avanguardia

batterie-auto-elettrica-cover

Una gigafactory tutta italiana per gli ioni di litio

Sorgerà nell’ex area Olivetti di Scarmagno, in provincia di Torino, l’impianto più grande d’Europa dedicato a produzione e stoccaggio di batterie a ioni di litio per veicoli elettrici. La proprietà è di Italvolt, azienda fondata e guidata dal patron di Britishvolt, Lars Carlstrom. Si tratta di una notizia importante per il nostro Paese nonché di una dimostrazione di come la green economy possa davvero creare opportunità di lavoro.

Ascolta il podcast di introduzione all’articolo!

“L’impianto sarà dedicato a produzione e stoccaggio di batterie a ioni di litio per veicoli elettrici. La prima fase del progetto, che prevede un investimento complessivo di circa 4 miliardi di euro, sarà completata entro la primavera 2024.” Ha annunciato lo stesso Carlstrom.

Un luogo carico di significato per produrre batterie

Italvolt ha selezionato l’ex area Olivetti presso il comune piemontese per una serie di ragioni strategiche. L’area appartiene al Fondo Monteverdi, detenuto da Prelios SGR, e ha caratteristiche davvero appetibili per un produttore di batterie per autoveicoli. La collocazione geografica è infatti comoda e pratica e la metratura è davvero imponente.

“Il sito è oggi una vasta area industriale dismessa che si estende per circa un milione di metri quadrati. Scelta già ai tempi di Olivetti dagli architetti Marco Zanuso ed Eduardo Vittoria per la facilità dei collegamenti stradali, autostradali e ferroviari sia con Ivrea che con la città di Torino, l’area di Scaramagno è ideale per ospitare il progetto di Italvolt. Altro fattore che la rende tale è il suo forte legame con il tessuto produttivo del Piemonte, la prima regione in Italia per quanto riguarda la produzione industriale automotive.” Queste sono le ragioni della scelta di Italvolt.

Può interessarti anche: “Auto elettrica: è legge l’incentivo alla trasformazione”

Tutti i numeri del progetto

La Gigafactory – termine anglosassone che significa complesso industriale di dimensioni imponenti – di Italvolt avrà numeri importanti. Essa si estenderà su una superficie di circa 300mila metri quadrati. La capacità iniziale dovrebbe essere di 45 GWh (gigawattora) ma si punterà a raggiungere i 70 GWh. Queste indicazioni fanno capire come il progetto rappresenti “un’importante opportunità di rilancio economico industriale dell’area di Scarmagno. Il suo impatto sarà significativo anche a livello regionale. Si stima infatti che nell’impianto verranno impiegati circa 4.000 lavoratori, con un indotto che nel complesso potrà arrivare a creare fino a 15.000 nuovi posti di lavoro.” Le stime della società appaiono davvero incoraggianti. Ovviamente, al momento sono stime e lo resteranno fino al 2024.

batterie-auto-elettrica-strada
Foto di Egor Shitikov da Pixabay 

Il progetto architettonico dell’impianto porterà la firma della divisione preposta del celebre studio Pininfarina. Tutto sarà pensato per dare risposte rapide ed efficaci alla crescente domanda di batterie per auto elettriche in Europa. Secondo recenti dati McKinsey, la domanda di accumulatori di questo tipo aumenterà a livello globale di 17 volte entro il 2030. Non è poco. È importante sottolineare come si tratti di un’architettura di recupero, la quale non andrà ad aumentare cubatura di cemento ma si sovrascriverà ad una edificazione ormai in disuso. In un Paese dal rischio idrogeologico elevatissimo com’è la nostra Italia, fa bene al cuore leggerlo.

Batterie, automobili pulite e grandi aspettative

La promessa di Italvolt arride alla causa ambientalista. Dalle linee guida aziendali leggiamo come il progetto sarà realizzato “con una forte attenzione all’impatto ambientale e sociale. Pininfarina intende progettare un impianto industriale di nuova generazione, intelligente e responsabile. Applicando metodologie costruttive DFMA e aprendo l’edificio al suo contesto, al fine di integrarlo nelle dinamiche economiche e sociali del territorio “si conta di raggiungere il risultato più eco-friendly possibile. “Comau, leader mondiale nel campo dell’automazione industriale, con oltre 45 anni di esperienza e una forte specializzazione nei processi di elettrificazione, fornirà soluzioni alternative. Anche impianti e tecnologie per il gigaplant proverranno da questa azienda. Comau si occuperà della realizzazione del laboratorio di ricerca e sviluppo che accoglierà accademici e partner industriali impegnati nello sviluppo delle tecnologie più all’avanguardia nel settore della mobilità elettrica.” La strategia aziendale appare tracciata.

Nel video di FoxTech Channel un approfondimento sulla gigafactory Italvolt.

Carlstrom ha poi concluso la sua intervista sottolineando di nuovo la vocazione dell’impianto italiano: “Il sostegno della Regione Piemonte, delle amministrazioni locali e delle associazioni di categoria è stato oltre le nostre aspettative. L’intesa e la proficua collaborazione degli ultimi 8 mesi sono state determinanti per la nostra decisione. Siamo particolarmente entusiasti di poter avviare qui il nostro progetto. Abbiamo trovato la perfetta combinazione degli elementi che ritengo necessari per cogliere al meglio l’occasione dell’industrializzazione verde. Solida tradizione industriale e know-how tecnologico altamente specializzato proprio nell’industria automobilistica. Siamo onorati di avere la possibilità di costruire la nostra gigafactory nell’area di Scarmagno, un tempo occupata dal polo industriale Olivetti. Si tratta di un’azienda che ha segnato la storia dell’industria italiana e ancora oggi rappresenta un’icona della tecnologia made in Italy.”

Può interessarti anche: “La questione del litio nel deserto del Cile”

La svolta tanto attesa?

Non è la prima volta che qui sull’EcoPost raccontiamo vicende come questa. Il settore dell’automotive, tra i più inquinanti, sta cercando di svoltare, di evolversi abbracciando il futuro della combustione pulita e lasciandosi alle spalle il fossile. Una componentistica fondamentale per le automobili è proprio quella delle batterie.

batterie-auto-elettrica-battery
Foto di ssarwas0 da Pixabay 

Il progetto di Italvolt, che aprirà i cancelli nel 2024, può essere un faro luminoso per il settore e essere da esempio? Può rappresentare un modello per imprenditori e costruttori di veicoli? Assolutamente si. Di gigafactory come questa ne abbiamo un grande bisogno, più ne avremo e più facile sarà rivoluzionare un modello di sviluppo come quello dell’automotive che al momento è ancora piuttosto arretrato dal punto di vista ambientale. Gran parte del parco circolante di autovetture, infatti, è altamente inquinante. per convertire un tratto di industria così diffuso e presente nel mondo, però, occorre che tutti remino nella stessa direzione. Poco tempo fa abbiamo parlato di Volkswagen, oggi di Italvolt. Sono già due esempi significativi. Contiamo di essere in grado di riportarne altri presto, più prima che poi.

Che cos’è l’overfishing?

Negli ultimi 55 anni è emersa la consapevolezza che gli oceani sono vulnerabili, le sue risorse esauribili. L’overfishing porta all’impoverimento dei mari in termini di biodiversità e di servizi. Ma in che modo possiamo contribuire noi consumatori? La risposta è non mangiando pesce.

Leggi anche: Allevamenti intensivi ittici: tra ecologia ed etica (lecopost.it)

“Seaspiracy” e l’insostenibilità della pesca (lecopost.it)

Che cos’è l’overfishing?

A livello mondiale l’overfishing o sovrapesca costituisce una delle più gravi minacce alla salute dei mari e dei loro abitanti. Se pescare in sé non è intrinsecamente dannoso per l’oceano, ciò che minaccia gli ecosistemi marini è il sovrasfruttamento delle risorse ittiche. Il termine overfishing indica un prelievo talmente eccessivo e veloce di specie di pesce dal mare da non permettere a queste di riprodursi.

Come spiega Greenpeace, il 63% dei pesci mondiali dei quali ci nutriamo viene pescato in quantità decisamente oltre quelle sostenibili dalla natura.sia in termini di possibilità riproduttive (gli animali sono troppo pochi e non fanno in tempo ad accoppiarsi) che in termini di biodiversità (l’assenza di anche solo una specie, provoca conseguenti mutazioni alla catena alimentare e modifica l’ambiente circostante).

La pesca eccessiva è strettamente legata al bycatch – la cattura accidentale di specie non desiderate. Parliamo di uno dei più gravi problemi legati alla pesca in tutto il mondo. Esso infatti causa l’inutile perdita di miliardi di pesci, insieme a centinaia di migliaia di tartarughe marine e cetacei.

Un po’ di storia dell’overfishing

È possibile rintracciare Il primo esempio di overfishing già all’inizio dell’800. La ricerca di grasso per l’olio per le lampade condusse ad una decimazione della popolazione delle balene. Inoltre, l’idea dell’inesauribilità delle risorse ittiche, sostenuta da diversi naturalisti dell’Ottocento, tra cui Huxley ha favorito questa pratica.

Tuttavia, fenomeni di overfishing rimanevano isolati e circoscritti: dalla fine del 20esimo secolo sono divenuti globali e catastrofici.

Da metà del secolo scorso infatti, gli stati hanno cominciato ad adottare diverse politiche per favorire un incremento dei rendimenti di pesca. Inizia l’era della pesca industriale, caratterizzata dallo sviluppo di tecnologie e strumenti sempre più aggressivi per la cattura dei pesci. Queste pratiche determinano la crescita esponenziale di prodotti ittici disponibili a prezzi accessibili, sempre più richiesti dai consumatori.

Questo circolo vizioso tra aumento della domanda e di conseguenza dell’offerta, vede presto i suoi frutti nel depauperamento delle risorse ittiche. Infatti, oltre a minacciare gli ecosistemi marini, l’overfishing minaccia la pesca stessa: dal 1950 al 2015, la quantità di pescherecci nel mondo è più che raddoppiata, a fronte di un calo di pescato a parità di lavoro dell’80%. Le riserve ittiche sono sempre più magre: il 29 per cento delle specie marine, usate per il commercio, hanno subito un collasso, in certi casi anche del 90 per cento. Ci troviamo in uno status in cui si pesca di più ma si cattura di meno.

Stime attuali di overfishing

Ad oggi, ogni persona mangia una media di 19,2 kg di pesce l’anno (circa il doppio rispetto a 50 anni fa) e la FAO predice che tale consumo arriverà a 21,5 kg nel 2030. Per soddisfare questa domanda, più del 55% degli oceani è nelle mani dell’industria della pesca.  

  • Oltre il 30% degli stock ittici è sovrasfruttato;
  • Il 60% è sfruttato al limite;
  • Solo il 7% è entro i limiti di sostenibilità.

Parlando delle specie di pesce che consumiamo più frequentemente, Greenpeace fa sapere che abbiamo perso il 99% delle anguille europee e il 95% del tonno australe, che i salmoni sono quasi del tutto scomparsi dall’Atlantico, sempre più squali e razze entrano nelle liste di animali a rischio estinzione, così come l’80 dei maggior predatori dei mari sono scomparsi dalle coste nord del Pacifico e dell’Atlantico

Pesci estinti entro il 2048

Di fronte al crollo delle grandi popolazioni di pesce, le flotte commerciali “avendo esaurito i grandi pesci predatori in cima alla catena alimentare, si concentrano sulle specie sempre più piccole, finendo infine a pescare i piccoli pesci e gli invertebrati precedentemente scartati”.


Questo cosiddetto “fishing down” sta innescando una reazione a catena che sta sconvolgendo l’antico e delicato equilibrio del sistema biologico del mare.

Uno studio sui dati di cattura pubblicato nel 2006 sulla rivista Science ha previsto che se i tassi di pesca continueranno a ritmo sostenuto, tutte le attività di pesca del mondo saranno crollate entro l’anno 2048.

Quali sono le possibile soluzioni?

Per arrestare il declino, secondo gli autori della ricerca, è necessario creare delle aree protette, dove sia salvaguardata la biodiversità e dove specie sull’orlo dell’estinzione, possano ricominciare a svilupparsi. Un processo abbastanza veloce: secondo i calcoli degli scienziati, con un buon ecosistema in tre, cinque, al massimo dieci anni, si potrebbero ripopolare di pesce molte zone. Inoltre, una migliore applicazione delle leggi che regolano le catture e un maggiore uso dell’acquacoltura possono contribuire alla risoluzione del problema.

Tuttavia, l’illegalità e la pesca insostenibile affliggono prepotentemente l’industria. Inoltre, sono i consumatori abituati a quantità di pesce sovrabbondanti e spesso inconsapevoli della provenienza del pescato che continuano a dare benzina a queste pratiche devastanti. Dunque, la soluzione più immediata ed efficace da parte nostra è non consumare pesce.


Treni ancora troppo inefficienti: al Sud 100 corse saltate in 1 giorno

treni

L’inefficienza dei treni italiani non costituisce certo una novità alle orecchie dei cittadini del Bel Paese. Il problema, però, per quanto vecchio, non accenna a migliorare. Nemmeno alla luce del fatto che l’implementazione del sistema ferroviario nazionale potrebbe rappresentare una soluzione efficace per l’abbattimento delle emissioni, portando così l’Italia a raggiungere gli obiettivi del Green Deal Europeo. Il fatto poi di trovarci in una pandemia non ha fatto che accentuare le problematiche già esistenti, tra treni affollati e disorganizzazione. Il nuovo report di Legambiente “Pendolaria 2021” elenca le ferite più profonde e persistenti dei binari italiani e cerca di curarle suggerendo le possibili destinazioni degli investimenti infrastrutturali previsti nel Recovery Plan.

I dati più sconcertanti sui treni italiani

Per comprendere l’entità delle carenze del sistema ferroviario italiano è utile un confronto con gli altri Paesi. Per quanto riguarda le ferrovie suburbane, di cui usufruiscono ogni giorno migliaia di cittadini, l’Italia è dotata di una rete totale di 740,6 Km. Quella della Germania è di 2.038,2 Km, nel Regno Unito ammonta a 1.694,8 Km e a 1.432,2 Km in Spagna. Inoltre, a livello generale, la situazione sta peggiorando, dato che ad oggi sono in funzione 19.353 km di linee ferroviarie, a fronte delle 23.200 nel 1942 (momento di massima estensione della rete). La contrazione è stata del 16,4% con chiusure che hanno interessato 640 km di linee e la sospensione del servizio per oltre 802 km.

Una delle cause, ma anche conseguenze, di questo fenomeno sono stati gli ingenti finanziamenti statali che negli ultimi 6 anni hanno premiato per il 60% i progetti di strade e autostrade. Queste ultime, dal dopoguerra ad oggi, hanno subito un incremento di oltre 6500 Km. A graffiare ulteriormente il quadro sopraggiunge il fatto che molte di queste si sono rivelate un totale fallimento, come il gigantesco progetto della Bre.Be.Mi (Brescia-Bergamo-Milano). Questa infrastruttura è ad oggi poco frequentata (oserei dire vuota); complice anche il prezzo proibitivo del ticket, necessario, così hanno detto, per coprire i costi enormi del progetto. Un progetto che, di fatto, ha tolto fondi alle migliorie del trasporto ferroviario.

L’autostrada BreBeMI

A conferma di ciò, è doveroso ricordare come l’Italia sia uno dei Paesi con il più alto tasso di motorizzazione pro capite in Europa. Il trasporto su gomma ricopre il 62,5% degli spostamenti giornalieri e oltre l’86% di quello merci. Ne deriva che in Italia il settore dei trasporti produca oltre il 26% delle emissioni di CO2 totali e dal 1990 questo dato non ha visto riduzioni. Il problema interessa particolarmente gli spostamenti urbani. Nonostante infatti sembra esserci stato un aumento dell’utilizzo della metropolitana da parte dei cittadini, negli ultimi due anni (2019-2020) in Italia non è stato inaugurato nemmeno un chilometro di metrò.

Leggi anche: Il Lussemburgo ha reso i mezzi pubblici gratuiti per tutti

Le inefficienze a livello locale

Come prevedibile, i maggiori problemi riguardano il centro-sud. Per esempio sulla ferrovia di Roma Nord nel 2020 sono stati oltre 5.000 i treni soppressi, con punte di 100 corse saltate in un giorno sulle 190 totali e circa 600 in una settimana. Ma, almeno in Italia centrale, i treni esistono. Non si può dire lo stesso del Sud e le isole. In Sicilia le corse giornaliere sono 493 contro le 2.300 della Lombardia, anche se quest’ultima conta “solo” il doppio degli abitanti (10 milioni contro 5). In Sardegna le corse ammontano a 294 contro le 277 della provincia di Bolzano. Nell’isola, però, la popolazione è oltre il triplo.

Bisogna anche sottolineare che persino nelle zone più ricche e teoricamente più virtuose di italia si sono riscontrati non pochi problemi. In Lombardia, per esempio, solo pochi mesi fa 139 corse ferroviarie sono state sostituite con autobus, coinvolgendo 7 mila persone e creando non pochi disagi. Anche per quanto riguarda la qualità dei treni vi sono notevoli lacune. In generale nel Nord i treni sono più “giovani”, con una media di 11 anni, mentre al sud questa cifra raggiunge i 19 anni. Anche qui, però, la Lombardia rappresenta una mosca bianca. Questa regione ha la flotta più grande d’Italia con un’età media di 18,6 anni. Ancora più sconcertante è il fatto che oltre il 40% ha una media di oltre 35 anni, mentre il 45% è composto da treni nuovi (5 anni).

Quali soluzioni per i treni italiani?

Un punto di partenza, secondo Legambiente, per investire nel modo corretto i soldi destinati alle ferrovie è quello di aumentare l’offerta. Infatti i dati mostrano che, laddove le persone trovano un servizio ferroviario competitivo, sono ben felici di prendere il treno. Basti pensare all’Alta Velocità (Le Frecce e Italo) la cui quantità di flotte è raddoppiata, passando da 74 nel 2008 a 144 nel 2019. Questo ha permesso di avere treni più nuovi, con servizi molto più all’avanguardia (Wi-fi, prese elettriche ad alto voltaggio, spazi ampi, pulizia). Di conseguenza, i passeggeri dai 6,5 milioni del 2008 sono diventati 40 milioni nel 2019, con un aumento del 515%.

Un altro tema da affrontare è quello del costo dei biglietti. In media il prezzo per un ticket ferroviario in Italia è più basso rispetto agli altri Paesi europei. L’offerta, però, è decisamente inferiore e l’idea di accettare il compromesso prezzo basso/qualità bassa deve cambiare. Una soluzione sarebbe quindi quella di un leggero aumento dei prezzi, come è avvenuto a Milano per la metropolitana, nell’ambito però di un patto trasparente di miglioramento del servizio da proporre ai cittadini. Occorre poi favorire gli abbonamenti, che possono beneficiare del 19% di detrazione fiscale, oltre alle riduzioni di prezzo per le fasce più povere.

Investire nei treni porta vantaggi a tutti

Di qui potrebbe derivare un reale incremento dei servizi, come l’integrazione nell’abbonamento della sharing mobility, la connessione con gli altri bacini di trasporto come quello navale e aereo, ma anche la semplice possibilità di trasportare biciclette e monopattini sui treni. Per non parlare dell’aumento delle corse, che in molte regioni necessitano ancora di arrivare ad almeno un treno all’ora lungo le direttrici prioritarie. Infine, sono necessari maggiori controlli, pulizie e in generale un miglioramento della qualità del servizio.

Secondo uno studio di Cassa Depositi e Prestiti, le famiglie stesse potrebbero direttamente beneficiare degli investimenti nelle linee ferroviarie. A fronte di una spesa iniziale destinata, per esempio, a un abbonamento, ne conseguirebbe un risparmio enorme rispetto al trasporto su gomma, sia in termini di tempo, ma sopratutto di denaro, stimabile in alcune migliaia di euro all’anno. A livello nazionale, dalla riorganizzazione del settore si potrebbe creare un valore aggiunto pari a 4,3 miliardi l’anno e circa 550mila nuovi posti di lavoro. Resta quindi da vedere se i 35 miliardi di euro previsti dalla bozza del Recovery Plan saranno destinati anche al sistema ferroviario italiano, oppure se si trasformeranno, ancora una volta, in una distesa di grigie lastre di cemento.

Leggi anche: Inquinamento dell’aria: la Pianura Padana si conferma l’area peggiore d’Europa