Terra e dissenso: i volti che riflettono il territorio

Ulivi Salento

Abbiamo chiesto all’amico Matthias Canapini se voleva scrivere un articolo per L’EcoPost, lui che viaggiando ha visto angoli di mondo differenti, ognuno con le proprie specificità, ognuno con un rapporto col territorio a suo modo unico. La sua scelta è però ricaduta su luoghi prossimi, sia fisicamente che concettualmente, ai lettori di L’EcoPost, prevalentemente residenti in Italia. Terre e Dissenso è un viaggio, personale ancor prima che letterario, alla ricerca di quelle comunità che non vogliono cedere allo stravolgimento – imposto dall’alto – del territorio in cui vivono. Di Matthias si può dire che sia uno specialista nello stabilire una connessione con chiunque incontri sul proprio cammino.

L’intento da cui è nato Terre e Dissenso

Nel 2016 intrapresi un viaggio dalla Valsusa al Salento per conoscere alcuni dei movimenti popolari (o comitati cittadini) che si oppongono alle cosiddette “grandi opere”. Linee ferroviarie, gasdotti, discariche, basi militari. Impianti dannosi a livello ambientale, imposti dall’alto, spesso inutili.

Per circa cinque anni cercai risposte alle seguenti domande: quali sono i nomi, i volti e le storie di chi anima la resistenza civile? Cosa succede quando si mettono a confronto progresso, quotidianità e tradizione? E soprattutto, qual è il rapporto con la natura e come si sviluppa la salvaguardia del proprio ecosistema? 

La comunità

Si inizia manifestando spontaneamente per evitare la devastazione del territorio. Si finisce per riscoprirsi comunità, riunendosi attorno al fuoco e trovando nel dialogo una forza quasi rivoluzionaria, capace di far condividere incertezze, dissensi e prospettive. Ma a volte la comunità si disgrega, il movimento vacilla, abbattuto da multe, divieti, militarizzazione dell’area. Come raccontò Giuliana, un’attivista del movimento No Muos conosciuta in piazza Università a Catania:

“A volte non si rientrava nemmeno a casa. Con il passare del tempo ci sentivamo degli estranei in paese. Il presidio prendeva forma: tende, tendoni, capanne, recinto, orticello, caffè caldo, pane di ieri, frigorifero rotto, cani in cerca di cibo. C’era sempre tanta gente – ancor di più di sera – e spesso arrivava anche da lontano: si apriva il vino, il fuoco era sempre acceso. Sì ascoltavano storie di vite meravigliose. Le assemblee erano interminabili, esasperate, chiassose. Qualcuno cercava di prendere appunti, qualcuno andava via, qualcun’altro voleva prendersi a pugni. Alla fine erano le reazioni di pancia a decidere per tutti noi e per lungo tempo era la spontaneità a guidarci senza pensare alle conseguenze”.

I volti

I nomi e le storie che caratterizzano il dissenso alle grandi opere sono infinite. Come non ricordare Nicoletta, 71 anni, valsusina. C’era un tempo in cui la donna camminava libera in Val Clarea, raccogliendo funghi, odorando violette e salutando con rispetto i castagni centenari. “Prima che costruissero l’autostrada, il traforo ed il cantiere TAV, la Clarea era vergine e magnifica. Il danno è stato immediato. Parte del torrente ora è inglobato dal cantiere, i narcisi sono scomparsi da anni. I castagni sradicati. Tutto è stato soppiantato da muri, reti metalliche, filo spinato. Una prigione a cielo aperto per il profitto di pochi. La rabbia è così grande che piangere pare poco. Il cantiere sta portando un disequilibrio notevole nel regno animale, ma crediamo che cervi e gufi, marmotte e falchi siano più forti dei loro interessi. Essere No Tav significa essere contro le ingiustizie, battersi per un mondo migliore”.

Matthias Canapini - Terra e Dissenso
Terra e Dissenso: cantiere aperto in Valsusa.

E Maria Teresa, conosciuta migliaia di chilometri più a sud, nel profondo Salento? Pianse quel giorno che gli operai capitozzarono gli ulivi secolari per far spazio al gasdotto TAP proveniente da oltre mare. “Mio padre Cosimo, rimasto cieco per lo scoppio di una mina nel 1944, vagava per le campagne in solitaria, orientandosi con gli ulivi oggi scomparsi. Come posso non difendere questa terra quando ogni pietra parla della mia famiglia?” raccontò tra la polvere alzata dalle ruspe.

Ulivi Salento
Terra e Dissenso: la protesta in difesa degli ulivi in Salento.

Nel 2013, a Niscemi, dopo l’occupazione storica delle antenne Muos, Elvira stette male per via delle radiazioni “ingerite”. Vomito e mal di testa la tormentarono per circa due settimane. “Prima era tutto un bosco! Ora è un bosco di antenne. Tante querce secolari le hanno fatte sparire con la dinamite, per far spazio a ciò che vedi: parabole, inferriate, luci al neon. Tutto questa distesa di terra deturpata è all’interno della contrada Ulmo, in origine protetta e salvaguardata” mi disse, un giorno estivo come tanti.

Infine Lucia, intercettata durante la commemorazione per le vittime del Vajont. “La Storia di questa diga – disse indicando il blocco curvo di cemento – potrebbe insegnare tanto, se tutti imparassero ad ascoltare. Il senso di questo presidio è fare memoria ed educare le nuove generazioni alla consapevolezza che non si deve credere che il male non esista. È un grande successo ogni volta che qualcuno in più sa. Quando qualcuno non si gira dall’altra parte e preferisce credere che certe cose non possano succedere. E che i morti del Vajont li ha fatti la natura”.

Matthias Canapini - Vajont
Terra e Dissenso: in memoria dei morti del Vajont.

L’invito

Decisi di tornare nei luoghi elencati più volte. Chiomonte, Lecce, Venezia, Erto, Niscemi. Evitai volutamente grandi manifestazioni o scontri, e tentai comunque di stringere amicizia con montanari taciturni e pescatori estroversi. I locali, additati come facinorosi, violenti e sovversivi non diventarono altro che legittimi difensori delle proprie montagne, dei propri mari. Riportare a galla le quotidianità stravolte da opere simili, riaccese con la fiamma del dissenso popolare, fu il collante per lande tanto differenti.

Rimane l’invito di farsi una scampagnata sulle pendici del Roccia Melone per visitare poi il presidio-roccaforte di Venaus. O farsi un bagno nelle acque azzurre di San Foca e mangiare una focaccia presso il presidio di San Basilio. Troverete Marco, studente liceale. Bruno, pensionato. Gianmarco, operaio edile. Daniele, apicoltore. Sabrina, disoccupata. Il popolo. 

Siamo inglobati in un sistema che ci intontisce, lasciandoci in uno stato di subbuglio mentale col preciso scopo di non farci notare che una marmaglia di “potenti” sta divorando il mondo. Dietro conflitti armati, bandiere e orde di profughi c’è spesso quel raccapricciante accaparramento delle ultime risorse planetarie. Ultimamente siamo così anestetizzati e lontani dalla natura, asfissiati dalla tecnologia, da non fiutare più il pericolo. Guerre e cemento, veleni e povertà. Siamo pieni di speranze e paure ma ancora incapaci di sentire l’urlo boccheggiante della natura ridotta a colabrodo dal denaro.

Questo articolo è dedicato a tutti e tutte coloro che siederanno ancora attorno al fuoco.

Leggi il nostro articolo di recensione del libro Realismo Capitalista in riferimento al sistema nel quale viviamo e al suo rapporto con la natura

Matthias, intervistato a Fano (PU), dalla Radiotelevisione Svizzera

Leggi il nostro articolo sul Fondo Forestale Italiano per scoprire di più su questa onlus che ha come scopo il rimboschimento del territorio italiano

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Copertina del libro “Terra e dissenso. Voci in movimento” di Matthias Canapini, disponibile sul nostro store IBS

Realismo capitalista, un libro per capire la complessità della nostra lotta

Mark Fisher

Qui su L’EcoPost abbiamo ormai recensito vari libri, tutti accomunati dalla tematica ambientale. Realismo Capitalista fa eccezione, in quanto non parla di ambiente; non primariamente per lo meno. Perché parlarne allora? Perché l’ambiente, l’ecologia, la “crisi ambientale”, non sono argomenti indipendenti che possono essere trattati tralasciando il contesto e in particolar modo il sistema che regola quello stesso contesto che chiamiamo realtà.

Mark Fisher, l’autore, definisce infatti il realismo capitalista come un’atmosfera che «pervade e condiziona non solo la produzione culturale ma anche il modo in cui vengono regolati il lavoro e l’educazione, e che agisce come una specie di barriera invisibile che limita tanto il pensiero quanto l’azione». Con la sua disamina tenta perciò di fornire un metodo su come agire raggirando il sistema, che per sua natura incorpora rendendo sterile ogni iniziativa.

Né il mercato né l’autoregolamentazione dei consumatori con le loro scelte d’acquisto, saranno in grado di prevenire la catastrofe ambientale che ci attende. Fisher lo esplicita e qui sotto noi accenniamo al perché. Ma per capire la complessità con la quale ci confrontiamo e scoprire come fare per far sì che i propri sforzi contino, non possiamo che rimandarvi alla lettura di Realismo Capitalista.

La catastrofe ambientale in Realismo Capitalista

Nella sua chiara analisi, Fisher sfiora soltanto la questione ambientale, com’era inevitabile che fosse in uno scritto di queste dimensioni (l’opera consiste di sole 127 pagine). Vi accenna solamente in un paio di passaggi in tutto il libro, eppure, i suoi spunti di riflessione rimangono d’indiscutibile valore per chiunque abbia a cuore il nostro ecosistema. Riportandoli speriamo di trasmettere in minima parte la forza scomoda della sua visione.

La questione ecologica come spiraglio di luce

La prima volta che il lettore s’imbatte nella catastrofe ambientale è mentre l’autore descrive il concetto stesso di realismo capitalista. La catastrofe ambientale viene presentata come uno dei reali attraverso la cui repressione la realtà capitalista si afferma e riesce a imporsi. È in quest’ottica che Fisher riconosce la catastrofe ambientale come una possibile prima strategia contro il realismo capitalista, anche in virtù del fatto che proprio le questioni ecologiche sono uno di quei pochissimi terreni sui quali oggi si combatte politicamente.

Ciononostante non bisogna lasciarsi ingannare, in quanto, per sua stessa natura, il realismo capitalista cerca di appropriarsi della questione ambientale – così come di altre delicate questioni – tentando addirittura di trarne vantaggio. Questo modo di fare è emblematico del funzionamento del capitalismo e testimonia di fatto l’inconciliabilità del capitalismo con qualsiasi nozione di sostenibilità. Infatti il capitalismo stesso si basa sulla concezione che le risorse sono infinite e che il mercato risolverà i suoi stessi problemi. In quanto appena descritto ci si può (e deve) leggere in parte anche una critica ai prodotti “ecosostenibili”, esempio lampante dell’assenza di scrupoli del sistema e dei suoi attori.

Leggi il nostro articolo sulla speranza del fondatore di Patagonia che i consumatori possano cambiare le cose.

La struttura impersonale e la catastrofe ambientale

Il perché Fisher ce lo spiega nel secondo riferimento alla crisi ambientale che troviamo in Realismo Capitalista. Parlando dell’assenza di centro nel Capitale, o quantomeno della sua incapacità di prendersi responsabilità, Fisher riporta l’esempio della raccolta del riciclo dei rifiuti. Affermando infatti che proprio l’assegnazione della responsabilità al singolo individuo, giusta in linea di principio, non ha altro effetto se non quello di deresponsabilizzare l’intero sistema. Utilizzando la proprietà transitiva, diventa così evidente che lo stesso vale per la catastrofe ambientale, di cui ognuno è responsabile e allo stesso tempo nessuno lo è.

Scopri altri articoli di L’EcoPost sulla cultura sostenibile

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Cambiamenti climatici e CoronaVirus: la prova che cambiare è possibile

A parte qualche piacevole aspetto romantico della quarantena obbligata, legati principalmente al tornare in possesso del proprio tempo, ci troviamo certamente a vivere un periodo quantomeno drammatico. Oggi per almeno qualche settimana siamo tutti costretti a rimanere a casa, allarmati, impauriti, perché che con la salute non si scherza siamo tutti d’accordo. Ma non c’è forse un legame tra cambiamenti climatici e corona virus? E perché allora non ci muoviamo allo stesso modo, con la stessa sinergia e determinazione nella lotta ai cambiamenti climatici?

Tutti speriamo che questa rinuncia alla normalità possa servire ad arginare il contagio e consentirci così nel periodo più breve possibile di tornare a condurre la vita così come la conosciamo. Ma qualcosa sarà cambiato. Questo evento ci avrà dimostrato ciò che fino a poche settimane prima sembrava impensabile: che cambiare (anche radicalmente) si può.

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Il ritorno alla normalità con una consapevolezza in più

Quando l’allarme sarà rientrato e ci sarà di nuovo permesso di uscire di casa e circolare liberamente e indiscriminatamente si parlerà di “ritorno alla normalità”. Sarà una riconquista importante, alla quale si susseguiranno svariate analisi e considerazioni su come si sia intervenuti più o meno tempestivamente, più o meno adeguatamente; ma alla fine dei conti tutti saranno felici di averla scampata e saranno un po’ orgogliosi di aver contribuito, proprio tramite le proprie rinunce, a sconfiggere quella minaccia. Debellare il corona virus o quantomeno non avergli permesso di dilagare sarà un merito condiviso da tutti.

Leggi anche: “Greta Thunberg all’UE: la vostra casa brucia e voi vi arrendete”

Nella memoria collettiva dell’intera popolazione italiana (ma probabilmente lo stesso varrà per tanti altri paesi europei ed extraeuropei) sarà presente il ricordo di questo evento e la consapevolezza che nei casi più difficili siamo in grado di reagire, e di farlo sia individualmente che collettivamente.

Tutto questo non sappiamo ancora quando avverrà. Non ci è dato sapere quanto la quarantena si prolungherà. Ma questo non ci impedisce di attenerci a quanto ci viene detto di fare. Lo si fa perché lo si deve fare, in cambio della promessa della riconquista di quella libertà data tanto per scontato fino ad ora.

Minacce invisibili: i cambiamenti climatici e il corona virus

Difficile da crederci, ma il corona virus ci offre un’opportunità meravigliosa. Per rendersene conto basta smettere di focalizzarsi sul corona virus e iniziare a interpretare quanto sta avvenendo come un monito, una prova generale, un invito a unire le forze per un intento comune: arginare le conseguenze dei cambiamenti climatici causati dall’antropocentrismo più sfrenato.

Leggi anche: “Come abbattere il 25% delle tue emissioni di CO2”

La minaccia dei cambiamenti climatici ha dei caratteri comuni con il corona virus. Entrambe sono: destinate ad acuirsi esponenzialmente con il passare del tempo, tanto subdole e apparentemente impercettibili quanto potenzialmente mortali, e globali. L’unica differenza è che, al contrario del covid19, i cambiamenti climatici interessano più i giovani e meno le fasce più anziane della popolazione.

Crisi è sinonimo di opportunità: l’Italia in prima linea nella lotta ai cambiamenti climatici

Ormai da settimane l’Italia e gli italiani sono sotto gli occhi di tutto il mondo per essere il secondo paese più colpito, sia per numero di contagi che di morti, dopo la Cina. Questo ci sta dando la possibilità di proporci – ahinoi -come uno dei paesi di riferimento per la gestione di questa crisi sociale e sanitaria che riguarda il mondo intero. Da qui l’opportunità.

Chi si interessa di politica sa che l’Italia fatica a trovare spazio tra i grandi del mondo, a far sentire il proprio peso. Facendo tesoro della situazione attuale, il Paese Italia potrebbe assumersi il ruolo di trascinatore nella lotta ai cambiamenti climatici. Potendo ora meglio comprendere quelle che saranno le sfide – quelle sì impossibili – imposte dalle conseguenze dei cambiamenti climatici.

Leggi anche: Onu: “CoronaVirus non distragga dalla lotta per il clima”

Ora consci del fatto che cambiare è possibile, che rinunciare a qualcosa si può, che nessuno è solo nell’affrontare le grandi minacce del suo tempo. Non trarre beneficio e vantaggio da questa situazione sarebbe decisamente un errore. In molti durante questi lunghi giorni di quarantena avranno avuto modo di riscoprire tante belle attività, tra le quali prendersi cura di sé e di ciò che si ha. Proprio questo potrebbe essere uno spunto per far ripartire l’economia messa in ginocchio da questa crisi. Con investimenti finalizzati a un ritorno sociale e ambientale oltre che economico.

Visto che ci siamo e che cambiare si può, ci avventuriamo tanto in là da dire che forse è il caso di ripensare il motto “prima gli italiani”. Rendendolo uno slogan di progresso sociale. Prima gli italiani non per diritti, ma per senso di responsabilità e unione d’intenti. Per essere arrivati prima degli altri a capire in quanto popolo qual è la sfida che ci attende. E fieri, prenderli per mano e accompagnarli in un mondo bello, naturale, vivibile, per tutti, come potrebbe essere quello là fuori, che oggi come non mai è così lontano e così vicino al contempo.

Il discorso di Greta all’ONU e i numeri della politica

Summit ONU sul clima, Greta Thunberg
Un’accigliata Greta Thunberg all’inizio del proprio discorso tenuto presso la sede delle Nazioni Unite.

Emotivo; così si potrebbe definire il discorso odierno di Greta Thunberg al summit ONU sul clima. Vedere una ragazzina ferita, con gli occhi lucidi e la voce sul punto di spezzarsi, smuoverebbe coscienza a chiunque ne disponga (e forse è proprio questo il problema). Ieri Greta si è infatti rivolta alla schiera dei potenti delle Nazioni Unite con parole di sfida, di rimprovero, dando l’ultimatum definitivo.

Il discorso pronunciato denuncia l’azzardo con il quale i politici si stanno giocando il futuro di Greta, e con il suo il nostro. Non ci è dato sapere quale sia il pensiero reale dei politicanti al sentire pronunciate queste accuse. Nessuno d’altronde gli pone questo genere di domande e nessuno in ogni caso si aspetterebbe in risposta la verità. Ma questo è un altro discorso, che meriterebbe approfondimento. Poco male, tanto l’unica risposta che conta davvero sono i fatti, tutto il resto è… declino planetario.

Il discorso di Greta tradotto in italiano

Il video del discorso originale di Greta Thunberg.
Fonte: canale YouTube di The National.

Il mio messaggio è che vi terremo d’occhio.

Questo è tutto completamente sbagliato. Io non dovrei essere qui sul palco ma a scuola dall’altra parte dell’oceano. Ma voi vi rivolgete a noi giovani come speranza per il futuro. Ma con che coraggio? Voi avete rubato i miei sogni e la mia gioventù con le vostre parole vuote, e io sono una delle più fortunate. La gente sta soffrendo. La gente sta morendo. Interi ecosistemi stanno collassando. Siamo all’inizio di un’estinzione di massa e tutto quello di cui siete capaci di parlare sono denaro e favole riguardo a una crescita economica eterna. Come osate?

Per oltre trent’anni la scienza è stata chiarissima. Con che coraggio continuate a fare finta di niente e venire qui affermando di fare abbastanza, quando le politiche e le soluzioni necessarie non sono neanche all’orizzonte? Dite ascoltarci e di capire l’urgenza, ma per quanto triste e arrabbiata io possa essere, non ho alcuna intenzione di crederci. Perché se veramente capiste la situazione e ciononostante continuaste a fallire a reagire, significherebbe che siete malvagi, e io questo mi rifiuto di crederlo.

La popolare idea di dimezzare le nostre emissioni in dieci anni ci dà solamente il 50% di possibilità di rimanere sotto il grado e mezzo di riscaldamento globale e di prevenire il rischio di avviare una serie reazioni a catena al di fuori del controllo umano. 50% potrebbe essere accettabile per voi. Ma quei numeri non includono punti critici, la gran parte dei cicli di retroazione, e il riscaldamento aggiuntivo nascosto dell’inquinamento dei trasporti aerei o gli aspetti dell’equità e della giustizia climatica. Inoltre, fanno affidamento sul fatto che la mia generazione risucchi miliardi di tonnellate della vostra CO2 dall’atmosfera, con tecnologie che quasi non esistono ancora. Per questo una chance di successo del 50% non è accettabile per noi che dovremmo convivere con le conseguenze.

Per avere una possibilità del 67% di rimanere al disotto di un’innalzamento delle temperature di un grado e mezzo celsius, la quota più ottimistica data dal Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico, il mondo aveva 420 gigatonnellate di CO2 ancora emittibili in data primo gennaio 2018. Oggi, quella stima è già scesa a meno di 350 gigatonnellate. Con che coraggio fate finta che questo vostro piano possa essere attuato come una qualsiasi altra politica e grazie a qualche soluzione tecnologica? Con i livelli di emissioni odierni questo tetto di CO2 sarà superato in meno di 8 anni e mezzo.

Quest’oggi non sarà presentato alcun piano né soluzione adeguato. Perché questi numeri sono troppo scomodi e voi non siete ancora sufficientemente maturi per dire le cose come stanno. Ci state deludendo. Ma i giovani stanno iniziando a rendersi conto del vostro tradimento. Gli occhi di tutte le generazioni future sono posati su di voi e se decidete di deluderci, beh allora io dico: non vi perdoneremo mai. Non la farete franca. Qui, oggi, è dove tracciamo il confine. Il mondo si sta svegliando e il cambiamento avverrà che vi piaccia o meno.

Il discorso di Greta Thunberg tenuto oggi al summit ONU sul clima, tradotto per voi da L’EcoPost.

Greta Thunberg e l’arte del cazziatone

Personalmente io a Greta Thunberg riconosco un merito principale: quello di non rinunciare mai a fare il cazziatone. L’arte del cazziatone sembra facile, ma non lo è. Infatti, chi fa le pulci agli altri, personaggi pubblici e non, corre solitamente il rischio di risultare pedante e ripetitivo. La tendenza è quindi quella di compromettersi in base al contesto e al pubblico e di optare per toni più pacati così da non finire nel dimenticatoio o di essere etichettato come un personaggio scomodo o per questo indesiderato. Questo Greta Thunberg non lo fa.

Lei cazzia (soprattutto politici, presenti e non) costantemente da oltre un anno. La sua intransigenza, e l’auspicabile concretizzazione delle sue aspettative, sono effettivamente l’unica speranza di salvezza. Non che lei sia la salvezza in sé, per quanto bene e ammirazione si possa avere per lei. Bensì lo è l’accettazione progressiva di lei come personaggio pubblico nella narrativa mediatica mondiale, che ha l’effetto di introiettare negli individui la sua narrativa perentoria e di conseguenza il rigore necessario senza il quale l’equilibrio con la natura è impossibile.

Sul tema della narrativa del cambiamento climatico, leggi anche il nostro articolo: Il problema della dialettica attorno al cambiamento climatico

Solo la politica sotto la lente d’ingrandimento?

Greta Thunberg è quindi un’icona, capace di ritagliarsi questo ruolo con continuità, intransigenza e una scelta delle parole sempre adeguata. Lei si è sobbarcata il compito di responsabilizzare la politica mondiale, non proprio quello che ci si aspetterebbe da una sedicenne, per quanto svedese. Ma c’è un dettaglio che non va e non può essere trascurato, che se tutti gli attivisti per lo sviluppo sociale e contro il cambiamento climatico del mondo, con Greta Thunberg in testa, riuscissero a convincere la politica ad agire, questo avrebbe ripercussioni sulla vita di noi tutti.

Il cambiamento politico non rimarrebbe puramente politico, ma si stratificherebbe lungo tutto il tessuto sociale. Cosa succederebbe se la politica agisse concretamente ma buona parte della popolazione si opponesse alle tasse, ai divieti, alle limitazioni, o più semplicemente ai cambiamenti imposti dall’alto? Se è vero che senza la politica la forte volontà di molti non basta, altrettanto vero è che la politica non ha vita facile nel convincere i cittadini di tutto il mondo che per garantire un futuro alle attuali e alle future generazioni, loro, nel loro piccolo, dovranno fare tante rinunce.

Dunque non lasciamo Greta Thunberg da sola, ma non lasciamo neanche la politica da sola. La prima è molto matura, ma è solo una ragazza, la seconda (proprio come ha detto Greta) non è ancora sufficientemente matura per prendere decisioni da sola.

Il video del WWF pubblicato in data 22 settembre 2019, dal titolo “Il Panda all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite”. Fonte: il canale YouTube di WWF Italia

Sul tema dei giovanni come ultima salvezza, leggi anche il nostro articolo: I giovani al summit ONU “Viviamo con la paura del futuro”

Il problema della dialettica attorno al cambiamento climatico

"Spiaggiati" di Leonardo Nobili, Baia di Vallugola (PU)

Mi è capitato di leggere un recente articolo del giornale The New Yorker dal titolo What if we stopped pretending? (tradotto: “E se smettessimo di illuderci?”), che fornisce uno spunto interessante sulla dialettica relativa al cambiamento climatico, che qui cerco di riportare e trasmettere.

Per preservare il pianeta e mantenerlo così come lo conosciamo serve un cambiamento epocale, fino a qui siamo tutti d’accordo. Ma cosa ci lascia pensare che si tratti di una possibilità concreta? Probabilmente niente. Ce la stiamo raccontando. Questa è l’opinione di Franzen, autore del pezzo.

"Spiaggiati" di Leonardo Nobili, Baia di Vallugola (PU)
“Spiaggiati” di Leonardo Nobili, Baia di Vallugola (PU), immagine gentilmente concessa dall’artista. Dino Del Vecchio – critico d’arte – sull’opera: «L’autore si pone l’obiettivo di stigmatizzare, attraverso l’arte, le sue/nostre vere “lacerazioni”. Quindi, di fronte alle inesorabili disgregazioni e le incongruenze che si colgono in un mondo senza valori, il simil-corpo-umano in forma scultura, intrappolato nella plastica che lo sigilla e lo isola, sembra farsi esempio della condizione dell’uomo che non riesce più a ritrovare il senso alto e vero dell’esistenza

L’elemento kafkiano della retorica attorno al cambiamento climatico

La riflessione del giornalista si apre con una citazione di Kafka:
“Oh certo, molta speranza, infinita speranza, ma non per noi”; constatando che si addice perfettamente a quella che è la situazione attuale dello stato di salute del pianeta, quindi di noi che ci viviamo in simbiosi (almeno in teoria). I personaggi dello scrittore Franz Kafka hanno d’altronde un comune denominatore a noi familiare, ossia l’incapacità di raggiungere o addirittura di avvicinarsi ai tutt’altro che irraggiungibili obiettivi che si prefiggono.

Noi umanità sapevamo da tempo che la rotta andava cambiata, non è certo una scoperta degli ultimi anni. La novità è la gravità della previsione, peggiorata sensibilmente con l’aumento della crescita registrata, dove più dove meno, economicamente e demograficamente a livello globale. Dunque lo sapevamo (anni 80 su per giù) e non siamo intervenuti. Lo sappiamo ora e non stiamo intervenendo. Qualcuno potrebbe obiettare che al contrario, molti sono gli sforzi profusi per cambiare la situazione. Ma a contare è la loro efficacia, del tutto insufficiente.

Il punto è che per intraprendere quel cambio di rotta necessario bisogna intervenire su tanti livelli diversi: economico, politico, sociale, ancor prima che ambientale. E forse l’unico modo per avviare un cambiamento non è quello di continuare a ripetersi che bisogna agire, se non quello di rendersi conto che ormai il pasticcio è stato fatto, le cose peggioreranno, è incontrovertibile, ma forse ancora si possono limitare i danni.

La dialettica fuorviante in merito al cambiamento climatico

I canali di informazione tutti non possono e non osano più esimersi dall’affrontare il cambiamento climatico, ma il tono tende a essere pacato e speranzoso e la dialettica a lasciare sempre aperto lo spiraglio della salvezza. Questa dialettica del cambiamento climatico finisce per essere controproducente – questo è il parere di Franzen – poiché, considerata l’enormità della sfida, suggerisce che sia qualcun altro, verosimilmente la politica, che per delega, deve risolvere il problema. Il singolo viene sostanzialmente esonerato da ogni responsabilità, consentendogli di continuare a vivere come ha sempre fatto.

Aspettarsi un formulazione diversa, più aspra e cruda, dai media è una speranza vana. Non possono e non lo faranno. E così, chi prova a farsi portavoce del cambiamento rischia di essere percepito come pedante, allarmista, magari strano ed estremista. Proprio ieri sono stato chiamato «estremista» in quanto rimarcavo spesso le assurdità di tanti delle nostre scelte e dei modi di fare, dopo che per l’ennesima volta avevo sollevato questioni “sconvenienti” a tavola.

Al termine “estremo” o “estremismo” è oggigiorno associato un valore negativo, in parte giustificato: chi è estremista sbaglia già in partenza, perché non scende a patti. D’accordo. Ma se proprio il continuo ricorrere a un approccio moderato è responsabile della portata del problema che col tempo si è venuto a creare, allora forse l’estremismo diventa un’opzione, se non l’unica opzione realmente percorribile.

Dall’alto in basso o dal basso in alto? Non importa basta che funzioni

In un mondo ideale, in cui l’interesse comune, il bene comune, fosse il vero motore delle decisioni di carattere politico e non, avrebbe senso aspettarsi che il cambiamento fosse indicato e imposto dall’alto. I cittadini, confidenti nelle istituzioni, sarebbero costretti ad accettare le misure proposte, e forse lo farebbero felici e comprensivi. In un mondo meno ideale e più vicino al nostro i vertici della società non operano come dovrebbero, ma i cittadini coscienziosi si unirebbero per il raggiungimento del fine condiviso.

Link al nostro articolo Per fermare il cambiamento climatico serve (anche) una rivoluzione popolare.

Nella realtà in cui viviamo, nonostante il baratro ormai imminente, non avviene nessun cambiamento deciso dall’alto verso il basso. Così come in basso si continua spesso a dare la priorità agli affari propri, di cui la politica è un riflesso. Lasciando il cambiamento necessario ai margini, una questione di nicchia, che fa del salvare il mondo il proprio passatempo.

Le sfide fuori portata e la paura del cambiamento

L’uomo per sua natura ha paura del cambiamento (tranne quello ambientale evidentemente…). Di fronte a un bivio, a una scelta, la decisione sicura è una sola e sempre la stessa: l’inattività. Procrastinare il momento della scelta, con la speranza che per un motivo o per l’altro, l’impasse si risolva da sola. Questa è esattamente la situazione nella quale ci ritroviamo ora, se non fosse per la certezza che il cambiamento risultante dalla nostra inattività, quello climatico e quelli da esso derivanti, è risaputo essere negativo, con ogni probabilità catastrofico.

L’umanità è un malato che sa di esserlo ma che continua a fare finta di niente, consapevole che nel momento in cui dovesse accettare la diagnosi, sarà costretta a stravolgere la propria vita. Non ha voluto prestare attenzione ai sintomi in passato, sottovalutandoli, e non vuole dare ragione ai medici portatori di brutte notizie. Il massimo del comfort ci ha dato alla testa, come è ovvio che sia, e non riusciamo più a farne a meno.

Eppure non possiamo continuare a lasciarci sedurre dalla dolcezza della vita resa semplice, in quanto viene meno lo stesso senso di vivere. Dobbiamo trovare nelle nostre paure la ragione di esistere e di farlo in maniera attiva, affrontandole a viso aperto e conquistandole.

Questo non significa abbandonare tutto e tornare a vivere nei boschi, come qualcuno tende a semplificare con fare beffardo. Significa piuttosto rifiutarsi di ricorrere sempre al comfort, solo perché a disposizione. La fatica non può e non deve farci paura. Significa escludere quello che è superfluamente superfluo, in favore del romanticismo verso le cose così come sono e verso la conquista delle nostre aspirazioni.

“Estremismo” come filosofia altruista di vita

Franzen conclude con l’invito a dedicarsi ad azioni mirate, scegliendo di fare la cosa giusta per il pianeta, ma iniziando dal cercare di salvare ciò che si ama nello specifico, vicino a sé; comunità, istituzione, un angolo non antropizzato, o una specie in difficoltà che sia. Un pensiero globale per un’azione locale.

Questo è già in qualche modo una forma di estremismo, poiché significa fare una scelta di cui beneficiamo solo indirettamente. Un estremismo altruista, che punta a condividere invece che a far proprio. Donare una parte di noi a qualcosa che non ci appartiene, per il semplice fatto che è giusto e bello così, tralasciando l’aspetto pratico dell’immediato che ha corrotto il nostro modo di pensare. Ritrovare un po’ di romanticismo (ci tengo a ribadirlo!) nella propria filosofia di vita che non appartenga ai binari preimpostati, apparentemente gli unici percorribili al giorno d’oggi.

Inizia oggi ad accettare che il domani non sarà più così luminoso, e arriverai preparato all’appuntamento. Guida gli altri, che per un motivo o l’altro non sono così avveduti come lo sei tu. Smetti di pensare che se gli altri non rinunciano a qualcosa, che motivo ne hai tu di farlo. Smetti di ascoltare l’autolesionista dialettica del cambiamento climatico con passività. Ti accorgerai che non sei il solo e che anzi, proprio la comunità di cui fai parte e che hai aiutato a migliorare, è l’argine alla catastrofe che in cuor tuo tanto desideravi.

Dal testo della canzone:
Hope you got your things together
Hope you are quite prepared to die
Looks like we’re in for nasty weather
One eye is taken for an eye

Link al nostro articolo Il tempo dei dubbi è finito. I cambienti climatici sono qui, ora.

Regione Marche – Caccia: apertura anticipata della stagione venatoria, in barba alle associazioni ambientaliste

Fotomontaggio "Cacciatore marchigiano"

La consapevolezza ambientale è un tema in forte crescita che sta raggiungendo, anche se forse non abbastanza rapidamente, fasce di popolazione finora rimaste insensibili verso questo tipo di tematiche. La risposta politica a questa presa di coscienza tarda a venire, rendendo il già traballante futuro ancora più incerto. Ma se per agire correttamente servono preparazione, coraggio e determinazione, risulta al contrario molto facile – fin troppo! – continuare a ripetere le pratiche deleterie e irresponsabili degli ultimi decenni. Lo dimostra l’operato della regione Marche in merito alla caccia.

Fotomontaggio "Cacciatore marchigiano"
Un fotomontaggio che illustra la situazione regionale venatoria della regione Marche.

La regione Marche ha forzato la mano per consentire la preapertura della stagione di caccia già dal primo settembre, aggirando la sospensiva del Tar del 27 agosto. Questo comportamento denota, per il secondo anno di fila, una profonda insensibilità ambientale. La delibera in oggetto, approvata in fretta e furia, va a rimpinguare il già consistente corpo di provvedimenti presi negli ultimi decenni in favore dell’attività venatoria, che ricordiamo essere “sportiva”, in quanto riconosciuta dal CONI. Una scelta politica priva di alcun fondamento logico apparente, se non quello di accontentare un bacino elettorale, peraltro sempre più esiguo, ma evidentemente ancora rilevante.

La rapida mobilitazione della giunta regionale per garantire quattro giornate “di sport” aggiuntive ai cacciatori

Tempi strettissimi, che solo una volontà chiara e indiscutibile può garantire, sono quelli con i quali la regione Marche ha assicurato qualche giornata di svago ai cacciatori locali, scalpitanti e con il dito sempre pronto sul grilletto. Il Tar non ha fatto in tempo a sospendere la preapertura della caccia nella regione del Centro Italia, che nel giro di due tre giorni, ovvero il giorno prima della preapertura, prevista per il primo settembre, la giunta regionale ha aggirato la decisione, con una delibera raffazzonata.

Il Piano Faunistico Venatorio Regionale, pubblicato a luglio, prevedeva la possibilità di cacciare diverse specie tutelate dall’Unione Europea e di farlo all’interno delle Aree Rete Natura 2000. Addirittura, tra le specie cacciabili erano state incluse anche la Pavoncella e il Moriglione. Due specie che, seppur in chiara difficoltà (come dichiarato anche all’interno dello stesso Piano), non venivano tutelate. Sostenendo semplicemente che la colpa non era dell’attività venatoria (e quindi «chissenefrega», no?!).

La storia si ripete, lo scorso anno era successa la stessa cosa

L’aspetto forse più inquietante di tutte questa faccenda è che non è affatto nuova. Lo scorso anno era infatti accaduto esattamente lo stesso. Il Piano Venatorio varato dalla giunta regionale non era a norma di legge e presentava delle criticità. Le associazioni ambientaliste avevano denunciato la cosa, il Consiglio di Stato aveva dato loro ragione, così come il Tar Marche. Il Governo aveva richiamato la regione al rispetto delle norme per la tutela della fauna selvatica. Ciononostante, non paga, la giunta si è ripetuta, mancando di rispetto alle istituzioni e a tutti quei cittadini che non imbracciano il fucile.

Tutto questo coadiuvato dalla progressiva assenza di autorità preposte al controllo dei cacciatori, con la figura del guardia caccia che è stata gradualmente ridotta. Ai guardia caccia volontari della Lupus in Fabula, associazione naturalistica della provincia di Pesaro Urbino, non è stato ancora confermato il rinnovo dei tesserini, creando un vuoto nella vigilanza. «Questo fa sì che, di fatto, chi va a caccia, oggi può fare praticamente quello che vuole», così il vicepresidente della Lupus in Fabula, Claudio Orazi.

Non paga, la regione Marche ha promulgato una legge che abolisce la tassa regionale per i giovani che per la prima volta prendono la licenza di caccia. Una scelta che allontana ancor di più la regione dal mondo giovanile, caratterizzato sempre più da una forte presa di coscienza ambientale. Una controtendenza di scarsa lungimiranza.

Perché un odontotecnico ha il potere di decidere quali animali possono morire per il diletto dei cacciatori?

La proposta che ha portato alla delibera regionale in extremis è a nome Moreno Pieroni, odontotecnico ed ex sindaco di Loreto. L’assessore già lo scorso anno aveva palesato la propria vicinanza al mondo venatorio con una lettera allo stesso, aperta con la sconcertante formula «Caro amico cacciatore».

Lettera ai cacciatori dell'assessore regionale Pieroni.
L’imbarazzante lettera con un non so che di servile dell’assessore Pieroni alle associazioni dei cacciatori, datata 8 novembre 2018.

Viene da chiedersi perché un odontotecnico con una lunga carriera politica possa decidere dell’attività venatoria nella regione Marche. Per la quale è stato responsabile diverse volte sia per la Provincia di Ancona che in Regione.

Un altro dettaglio degno di nota è che lo studio tecnico faunistico è stato coordinato ed eseguito da due realtà extra regionali, Studio Geco Associazione Professionale, in provincia di Reggio Emilia, e D.R.E.AM Italia Soc. Coop. Agr., con sedi ad Arezzo e Pistoia. Con in particolare la prima che fa della pianificazione venatoria una delle sua attività principali. Dunque, perché questa scelta, se non per la certezza di ottenere una valutazione corrispondente alle proprie aspettative (politiche)?

Basta di mandare giù il boccone amaro

Se la politica nazionale, per non dire quella comunitaria, ci può apparire distante e difficile da influenzare, lo stesso non può e non deve valere per la politica regionale, decisa vicino a noi, sul territorio. La caccia è un’attività anacronistica, oggi come non mai, frutto di interessi di pochi singoli, che mette a repentaglio le specie già maggiormente minacciate e che costituiscono un patrimonio comune e indisponibile. Cacciamo assieme la caccia dal nostro territorio, per dare un segnale forte di volontà comune. Preferiamo avere la responsabilità della tutela della biodiversità o il diritto alla sua distruzione?

Sul tema della caccia leggi il nostro articolo “Caccia alle balene, partite 8 navi dal Giappone. L’Islanda rinuncia”.

“Greenland is not for sale” – e per fortuna!

Trump triste con sfondo la bandiera groenlandese
Trump triste con sfondo la bandiera groenlandese
Una nuova versione della bandiera della Groenlandia.

Il riscaldamento globale Trump lo sa riconoscere bene, tanto da sapere come approfittarne. Magari non tutti sono stati raggiunti dalla notizia della compravendita della Groenlandia. Poco male: un’intenzione bislacca che non ha giustamente trovato pareri positivi nella controparte e che si è ben presto trasformata nel solito inutile ed evitabile battibecco. Ma questa questione, di scarsa rilevanza per la narrazione politica, lascia però intravedere un aspetto agghiacciante per chi ha una coscienza ambientale (o forse una coscienza e basta).

Dal punto di vista di Trump, comprare la Groenlandia non è affatto una follia. A parte l’egocentrica idea di voler fare della propria presidenza un qualcosa di memorabile, come acquistare un vastissimo territorio (grande come circa il 20% degli Stati Uniti), le motivazioni utilitaristiche sono presenti. La Groenlandia oltre a essere ricca di risorse naturali, si trova in una posizione strategica, che garantirebbe agli Stati Uniti un grande vantaggio militare e commerciale. Soprattutto in base allo scenario che si sta profilando a causa dei cambiamenti climatici che, causando lo scioglimento dei ghiacci nel Mar Glaciale Artico, aprirebbero nuove fruttuose rotte attraverso il Polo Nord.

Leggi il nostro articolo sull’argomento: “MAGGIO 2019 IL PIU’ CALDO DI SEMPRE. E IN GROENLANDIA IL GHIACCIO SPARISCE”

Menefreghismo ambientale e l’inarrestabile mentalità capitalistica: il binomio del secolo

Il vero elemento preoccupante è la visione del mondo che ha portato alla concezione dell’idea. Una visione vecchia e immutabile, egoistica ed egocentrica. Come appena accennato, il valore della Groenlandia e quindi l’interesse attorno a essa, vanno di pari passo con l’innalzamento della temperatura globale e il conseguente scioglimento dei ghiacci che rendono il Polo Nord pressoché inattraversabile. Anche solo valutare questa ipotesi significa accettare, anzi, allietarsi della catastrofe ambientale in atto.

Che Trump non fosse un grandissimo sostenitore della lotta al cambiamento climatico non è certo una novità. Ma questo è l’ennesimo affronto, l’ennesima testimonianza della totale scelleratezza politica alla base del nostro sistema economico-sociale. Il profitto non guarda in faccia a nessuno e così fanno coloro che ragionano solamente nella sua ottica. Questo episodio è l’esempio cristallino di come una certa classe di persone non voglia ammettere l’esistenza dei cambiamenti climatici per pura convenienza. L’idea di Trump di acquistare la Groenlandia si delinea proprio nel quadro dipinto dagli stessi.

Dobbiamo disarcionare chi ci conduce verso il baratro spacciandosi per guida. Qualunque politica favorisca la riproduzione dell’assurdo modello capitalistico finalizzato all’arricchimento e all’assoggettamento perpetrato negli ultimi decenni deve diventare motivo di vergogna. Nessun politico degno di questo nome deve avere più il coraggio di intraprenderla. Gli unici obiettivi devono essere la messa in sicurezza del pianeta e l’estirpazione di quella malattia mentale che prende il nome di consumismo.

Forse sarà un caso, ma con l’aumento di globalizzazione in Groenlandia è aumentato anche il tasso di suicidio. Portando il paese ha detenere il triste e macabro record. La cosa migliore che gli Stati Uniti possano fare in Groenlandia è starne alla larga.

Breve video di EuroNews che riporta la notizia.

#GreenLegacy, l’Etiopia ha piantato oltre 353 milioni di alberi in un giorno

Grafica di Green Legacy

Ce l’ha fatta. L’Etiopia ha raggiunto l’obiettivo che si era prefissata di riuscire a piantare 200 milioni di alberi in un giorno. Esattamente in corrispondenza dell’Overshoot Day mondiale, lo scorso 29 luglio. L’iniziativa ha preso il nome di #GreenLegacy e, attraverso la piantagione degli alberi, mira a combattere il crescente degrado ambientale e a sensibilizzare gli etiopi (e non solo) sul tema.

Sul tema dell’Overshoot Day: leggi il nostro articolo “OGGI È L’OVERSHOOT DAY: LA TERRA È ANDATA IN BANCAROTTA”

Una grafica dell’iniziativa #GreenLegacy (a sinistra), il Primo Ministro etiope nell’atto del piantare un albero. Fonte: AfricaNews.com

«We did it Ethiopia!» – Green Legacy e il nuovo record

È quanto si legge sulla pagina ufficiale dell’iniziativa sul sito del primo ministro etiope Abiy Ahmed, tramite la quale aveva invitato i propri connazionali a prendere parte attiva nella campagna da record. Solo attraverso la chiamata al pollice verde è stato infatti possibile riuscire a raggiungere questo risultato universalmente vantaggioso.

Il Primo Ministro su Twitter: «Congratulazioni Etiopia, non soltanto per aver raggiunto il nuovo come obiettivo #GreenLegacy, ma per averlo addirittura superato.»

Infatti, il record è andato ben oltre le aspettative. Il già inimmaginabile obiettivo di 200 milioni di alberi in un giorno è stato non solo facilmente raggiunto, ma abbondantemente superato, quasi raddoppiandolo. Il conteggio totale è infatti di 353.633.660 alberi piantati. A voler proprio esaltare in toto le gesta del paese africano e della sua popolazione, il traguardo è stato raggiunto in circa 12 ore.

Sul tema Riforestazione, leggi il nostro articolo “1.200 MILIARDI DI ALBERI PER SALVARCI DAI CAMBIAMENTI CLIMATICI”

A partecipare sono state persone di pressoché tutte le regioni del paese e di qualunque estrazione sociale. Le strade delle principali città, tra cui la capitale Addis Abeba, sono state deserte per l’intera giornata, proprio a causa della grandissima partecipazione ottenuta dall’iniziativa. A prendere parte all’azione collettiva sono stati anche alti esponenti del governo e delle varie organizzazioni nazionali e internazionali, imprese private, e dipendenti pubblici, liberati appositamente dal proprio servizio.

Stando alle dichiarazioni del Primo Ministro, sarebbe stato sviluppato un software dedicato che ha permesso di mantenere il conteggio degli alberi piantati in tutto il paese.

La situazione attuale in Etiopia

Questa iniziativa meritevole di ogni elogio è la risposta a una situazione drammatica. L’Etiopia ha attualmente una copertura boschiva del 4%, un diminuzione drastica rispetto al 30% di fine secolo scorso. Uno dei paesi che stanno maggiormente soffrendo le conseguenze del cambiamento climatico. Tutto questo mentre la società e l’economia etiope sono in forte espansione.

La campagna di riforestazione Green Legacy, che prevede un totale di 4 miliardi di alberi piantati nel corso dell’estate, periodo di inizio della stagione delle piogge, è dunque al contempo una misura inevitabile, tanto verde quanto sociale. Per raggiungere il traguardo prefissato, ogni cittadino è tenuto a piantare in media 40 alberi nel periodo previsto.

Con la desertificazione che avanza, dovuta all’aumento della siccità nel paese del Corno d’Africa, non ci sono infatti terreni agricoli a sufficienza, necessari per sostenere lo sviluppo. Nel 2017, gli esperti hanno inoltre calcolato attorno a circa 2 milioni il numero di animali deceduti a causa dell’insufficienza di risorse idriche, legate alla scarsità di precipitazioni.

Sul tema Africa e Cambiamenti Climatici, leggi il nostro articolo “IL LAGO CIAD STA EVAPORANDO: LE PRIME VITTIME DEL RISCALDAMENTO”

Video riassuntivo dell’impresa etiope. Fonte: TRT World

Il precedente record era dell’India, che con una partecipazione di 800.000 persone (circa 8 volte la popolazione etiope), aveva piatato 50 milioni di alberi.

L’EcoPost al Green Jazz Village per un comportamento rispettoso dell’ambiente

LEcoPost al Green Jazz Village

L’EcoPost, che del Fano Jazz By The Sea condivide in parte i natali (due redattori sono fanesi), su invito dei responsabili del festival, ha deciso di assistere all’installazione del villaggio temporeaneo (18-28 luglio, durata del festival) di fronte alla magnifica Rocca Malatestiana. Da questa improvvisata collaborazione è nato un video, che riassume la filosofia verde del festival attraverso le parole dei protagonisti.

Il video di presentazione del Green Jazz Village.

Dal canto nostro siamo felici di vedere e supportare a nostra volta questi progetti, poiché siamo convinti che contribuiscano sul medio periodo a sensibilizzare l’utente che, per abitudine o ignoranza, continua a essere ignaro del proprio impatto sull’ambiente circostante, locale e globale. Per questo motivo, abbiamo accettato di contribuire alla sensibilizzazione degli astanti con dei promemoria informativi, che vi inviato a scaricare.

L’anima verde del festival

La musica jazz è portatrice di valori universali, come la fratellanza, ma anche l’ecosostenibilità. È questa la convinzione profondamente radicata in Adriano Pedini, organizzatore (ma ufficialmente direttore artistico) dal 1995 del Fano Jazz By The Sea, che ha portato all’ideazione e alla realizzazione del Green Jazz Village.

Green Jazz Village, visuale bar
L’angolo bar del Green Jazz Village di fronte alla Rocca Malatestiana, location principale del festival.

Una specificità di questo festival che va al di là della musica, è la sua anima verde. Sin dalla sua nascita, il festival possiede nel proprio DNA la ricerca di un contesto storico-cittadino abbinato alle stimolazioni sensoriali offerte dalla natura circostante. Nelle varie location che negli anni hanno radunato migliaia di appassionati e curiosi provenienti dall’Italia e dal resto d’Europa, l’elemento naturale ha sempre giocato un ruolo fondamentale nell’amalgamare la musica e i suoi fruitori.

Rocca Malatestiana (attuale sede), Anfiteatro Rastatt, Marina dei Cesari, ma soprattutto la Gola del Furlo. In quest’ultima, ogni anno si riuniscono ordinatamente e pacificamente tra le 2.000 e le 4.000 persone per il concerto di chiusura del festival. Una suggestiva cornice all’interno dell’omonima riserva naturale, patrimonio dell’entroterra nel nord delle Marche.

La nascita del Green Jazz Village

Da qualche anno poi, si è cercato di dare un’ulteriore spinta in termini di sostenibilità ambientale, che si riassume nel Green Jazz Village. Un villaggio aperto a tutti, facile da raggiungere a piedi o in bici, e dove a non essere di casa sono solo la plastica e la discordia. Composto di chioschi in legno, tanto semplici quanto spogli, serviti da corrente elettrica generata da pannelli solari, dove si possono gustare panini, focacce e piadine di produzione strettamente locale.

Green Jazz Village: un inizio piuttosto che un traguardo

Seppure questi festival, per scelta o per esigenza, non possano dirsi a “impatto zero“, incluso il Fano Jazz, assai significative sono però la presa di coscienza e l’assunzione di responsabilità, che vengono poi catalizzate nel messaggio che si prodigano a trasmettere.

L’augurio spassionato del L’EcoPost è quello che il Fano Jazz Festival possa portare avanti con sempre maggior efficienza e convinzione questo connubio tra musica jazz ed ecosostenibilità. Continuando a rinnovare e perfezionare la propria offerta verde, fino ad arrivare a rappresentare un modello per tutti gli eventi culturali e non del territorio.

Tema sensibilizzazione e cultura: leggi i nostri articoli Cosenza, tra Cracking Art e sonstenibilità, o Teatro Greco di Siracusa: arte e ambiente si fondono

«El infierno is coming» – Incendi in Spagna

La cenere dell'incendio di Toledo e Madrid

Un inizio d’estate catastrofico in Spagna. L’impennata delle temperature in tutta l’Europa Occidentale provocata dell’aria proveniente dal Sahara ha messo il Paese di fronte a un’emergenza. Oltre 10.000 ettari inceneriti nel giro di due settimane a cavallo tra giugno e luglio. Una celebre meteorologa spagnola, Silvia Laplana, aveva messo in guardia i conterranei sul proprio profilo Twitter, adattando una celebre citazione «El infierno is coming».

L'inferno è già qui.
«El infierno is coming» – la citazione di Game of Thrones per avvertire sugli imminenti pericoli.

A fuoco il centro e il nord-est

Gli incendi prendono il nome del luogo di comparsa: Ribera d’Ebre (Tarragona), Almorox (Castilla-La Mancha, poi estesosi alla comunità autonoma di Madrid), e Gavilanes (Ávila); ma la diffusione delle fiamme ha interessato molte più comunità.

Toledo-Madrid: el infierno is coming ma non si può intervenire

Assurdo è quanto successo ai margini della Comunità Autonoma di Madrid. L’incendio, il più grande di sempre per la comunità della capitale (circa 4.000 ettari in totale, di cui 2.183 nel madrileno), è stato ampiamente favorito dalla cattiva coordinazione delle forze addette. Le brigate forestali hanno infatti denunciato la tardiva autorizzazione da parte del Centro di Coordinazione operativa di Madrid, che ha tardato un’ora ad arrivare.

«Quando abbiamo visto la colonna di fumo ci trovavamo a due o tre minuti di distanza […] però non ci davano l’ordine di intervenire. Tornammo alla base e quando finalmente ci attivarono, era già passata una ora. È disarmante vedere come cresceva il fumo, trovarsi a due o tre minuti di distanza e non poter fare nulla»

L’incendio è infatti divampato nella regione confinante di Castilla-La Mancha, nella provincia di Toledo, e il via libera non è arrivato fino a quando le fiamme hanno attraversato l’immaginario confine regionale. Tra l’altro i residenti hanno temuto il peggio. Come si vede dalle foto, le fiamme hanno quasi raggiunto i centri abitati, costringendo le autorità all’evacuazioni di alcune delle comunità interessate.

Circa 6.000 ettari in fiamme in Catalogna

Spaventoso è il video delle riprese aeree della zona bruciata nella provincia di Tarragona. Distese sconfinate senza quasi più traccia di vegetazione.

Le immagini aeree della devastazione provocata dall’incendio di Ribera d’Ebre; fonte: La Vanguardia

Ad Ávila un chiaro esempio dell’incontrollabilità degli incendi

Sebbene quello di Ávila sia stato il minore dei tre incendi che hanno messo a fuoco il paese iberico, è però forse la più chiara dimostrazione dell’aumento di imprevedibilità degli incendi. Infatti l’incendio, sottovalutato in un primo momento, si è dimostrato più ostico da controllare di quanto si pensasse. Le ottimistiche stime di 500 ettari bruciati sono state presto smentite dalle fiamme, che hanno interessato un totale di circa 1.400 ettari, prima di essere estinto dai pompieri intervenuti, una settimana più tardi.

La Spagna si è offerta di ospitare una base per la lotta agli incendi forestali nell’UE

Lo scorso 9 luglio, in occasione della visita del commissario europeo per gli aiuti umanitari e la gestione delle crisi, Christos Stylianides, si è offerta per ospitare una base regionale per la lotta agli incendi forestali nell’Unione. Si tratta di un sistema di protezione civile a livello dell’intera Unione Europea, con data prevista per il 2025. La Spagna, tra l’altro, presta già due canadair alla flotta europea contro gli incendi, alla quale partecipano Croazia e Francia (con un aereo a testa), Italia (due aerei), e Svizzera (con sei elicotteri). Gli incendi però non attenderanno i tempi della politica unitaria per riniziare ad ardere, l’inferno è già qui.