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É il 28 ottobre 2018. Il Brasile va alle urne per decidere chi tra Jair Messia Bolsonaro, candidato del Partito Social-Liberale, e Fernando Haddad, del Partito dei Lavoratori, diventerà il presidente del Brasile a partire da Gennaio 2019. Chiunque abbia seguito con un minimo di attenzione le dichiarazioni precedenti alle elezioni da parte dei due candidati sa già che in gioco, oltre ad una presidenza, c’è anche la sopravvivenza di una grossa fetta dell’Amazzonia.

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I problemi legati alla deforestazione della più grande foresta pluviale al mondo sono noti ormai da tempo. Ettari di alberi vengono sacrificati per la produzione di soia per gli allevamenti, olio di palma, ricerca dei combustibili fossili e per fare carta. Anche un bambino sa che sono gli alberi, oltre agli oceani, ad assorbire l’anidride carbonica per poi rilasciare ossigeno nell’atmosfera. Dunque tagliare alberi, invece di piantarne altri, in un’epoca in cui le emissioni di CO2 nell’atmosfera sono al massimo storico sono segno o di grande incompetenza e disinformazione oppure, più verosimilmente, di corruzione.

Il primo provvedimento di Bolsonaro: aumentare il tasso di deforestazione dell’Amazzonia

La prima decisione presa da Bolsonaro dopo essersi seduto sulla poltrona più importante del Brasile ha riguardato proprio la deforestazione dell’Amazzonia. Alcune zone della foresta sono aree protette sia per motivi biologici, legati all’unicità della biodiversità della foresta, sia per motivi di conservazione delle culture e delle popolazioni indigene. La creazione dei confini di queste aree protette è stata messa nelle mani del Ministero dell’Ambiente che, casualmente, è controllato dalla lobby dell’agribusiness.

Che queste aziende si avvalgano di metodi poco ortodossi per continuare a portare avanti i loro business altamente distruttivi per l’ambiente, soprattutto in dei paesi in cui i controlli sono più ridotti, non è mistero. Prima, almeno, cercavano di farlo di nascosto. Ora Bolsonaro gli ha dato il diritto di farlo alla luce del sole, dandogli la possibilità di autoregolarsi e di confinare le popolazioni indigene in delle aree molto più ridotte rispetto ad oggi.

Qualche dato sull’Amazzonia

A confermare lo stato di emergenza in cui vertono le foreste di tutto il mondo è un report del Global Forest Watch, un organo indipendente dell’Università del Maryland. Secondo quanto constatato grazie alle immagini dei satelliti nel 2018 sono spariti 12 milioni di ettari di foreste tropicali. L’equivalente di 30 campi da calcio al minuto. Un quarto di questa perdita si è verificata proprio in Brasile, e Bolsonaro non era ancora neanche presidente.

L’Amazzonia è la più grande foresta pluviale del mondo e costituisce il più grande bacino di acqua fluviale del pianeta. 1 specie su 10 di quelle che vivono nel pianeta è unica di questa zona Il 75% delle specie vegetali presenti nella foresta sono uniche dell’Amazzonia. Ci sono inoltre oltre 3.000 specie di pesci di acqua dolce. La foresta Amazzonica è quella che sta subendo il più alto tasso di deforestazione a livello mondiale. Il WWF stima che oltre il 27% della superficie originale sarà senza alberi entro il 2030. La foresta è grande 670 milioni di ettari e ci vivono 34 milioni di persone che dipendono dalle sue risorse. Tra il 2001 e il 2012 sono stati persi circa 1,4 milioni di ettari di alberi ogni anno, per un totale di 18 milioni di ettari principalmente in Brasile, Perù e Bolivia.

Perché ciò che fa Bolsonaro in Amazzonia interessa anche a te

I problemi legati alla deforestazione del più grande polmone del pianeta sono diversi. Il primo riguarda la liberazione di enormi quantità di Carbonio che gli alberi hanno immagazzinato per generazioni e generazioni. Al ritmo di deforestazione che abbiamo oggi questa non è affatto una quantità trascurabile. Questi processi fanno del Brasile uno dei paesi che immette più anidride carbonica nell’atmosfera. E le emissioni, si sa, non stanno a guardare i confini nazionali.

Come avviene la deforestazione in Amazzonia

La maggior parte di questa deforestazione avviene bruciando direttamente intere aree di foreste. Questi incendi finiscono per impoverire il terreno delle sue sostanze nutritive rilasciando allo stesso tempo enormi quantità di CO2 in atmosfera. Una volta liberato il campo, questo verrà utilizzato per una monocoltura che andrà ad impoverire ulteriormente il terreno, rendendo necessario l’utilizzo di fertilizzanti chimici. Questi prodotti andranno a loro volta vanno ad inquinare ulteriormente il terreno che ad un certo punto sarò desertificato ed inadatto a qualsiasi altro tipo di coltura, rendendo necessario il suo abbandono.

Da casa del 10% delle specie conosciute sulla terra a deserto dell’Amazzonia basta veramente poco. Basta l’uomo e il suo delirio di onnipotenza verso la natura.

L’esempio del fotografo Salgado

Come sempre, anche in questo caso, c’è chi si è schierato dalla parte giusta dando l’esempio e mostrando che una riconversione è possibile. Il fotografo di fama internazionale Sebastiao Salgado è infatti riuscito a ricreare un ecosistema praticamente dal nulla. Una volta recatosi in una delle case della sua famiglia, una volta immersa tra la fitta vegetazione della foresta, Salgado è rimasto interdetto dallo stato di parziale desertificazione in cui si trovava l’area a causa delle azioni sopra citate.

Insieme a sua moglie ha fondato l’Istituto Terra, che ora si occupa di progetti di riforestazione in tutto il mondo, ed ha iniziato a ricostituire l’ecosistema perduto. Vent’anni dopo l’area in questione ha recuperato buona parte della biodiversità perduta. Un esempio che da speranza per il futuro. Se, oggi, con Bolsonaro al potere la deforestazione della foresta tropicale più grande del mondo continuerà la sua corsa incontrollata, l’esempio di Salgado ha mostrato come sia possibile riportare il sistema Terra allo stato di equilibrio naturale che ci permetterebbe di avere un futuro sicuro sul pianeta.

A cosa servono le foreste

Le foreste ci servono per sopravvivere, per pulire l’aria già troppo inquinata e per raffreddare il pianeta grazie all’immagazzinamento di enormi quantità di CO2. Raderle al suolo, per fare ancora più soldi, non farà che peggiorare la situazione già drammatica in cui ci troviamo. E nonostante le pressioni provenienti anche dall’Unione Europea per limitare questa distruzione di massa Bolsonaro non sembra intenzionato a fermare la sua opera di devastazione dell’Amazzonia. Anche gli indigeni della tribù Waorani in Ecuador, che abitano alcune delle zone vittima di deforestazione, hanno fatto causa al proprio governo e alle industrie petrolifere riuscendo a vincere la prima di tante battaglie. .

La foresta pluviale più grande al mondo, così come era conosciuta, rischia di diventare un enorme cimitero di specie vegetali ed animali. Tutto ciò mentre Bolsonaro e le lobby dell’agribusiness continueranno a fare, come direbbe Greta, “inimmaginabili quantità di denaro” anche grazie alla deforestazione dell’Amazzonia. Con buona pace per le future generazioni che dovranno fare i conti con questo disastro.

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