Vanessa Nakate: chi è la giovane paladina della giustizia al fianco di Greta Thunberg

Vanessa Nakate

Vanessa Nakate è una figura ispiratrice che sta avendo un impatto significativo nella lotta contro i cambiamenti climatici. Attraverso il suo attivismo e la sua scrittura, sta contribuendo a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla urgente necessità di agire su questo tema critico. Spesso al fianco della più celebre Greta Thunberg in diverse occasioni, come ad esempio le COP dell’ONU o il World Economic Forum di Davos, è senza ombra di dubbio uno dei personaggi più importanti del panorama ambientalista mondiale.

L’attivismo di Nakate e il suo impegno per la giustizia climatica le hanno guadagnato riconoscimento e fama sia nel suo paese d’origine, l’Uganda, che a livello internazionale. Nel 2020 è stata inserita nella lista delle 100 donne più influenti al mondo della BBC.

Chi è Vanessa Nakate in breve

Nata nel 1992 a Kasese, una piccola città dell’Ovest dell’Uganda, è cresciuta in una famiglia di agricoltori.

Da bambina, Nakate era appassionata di ambiente e spesso trascorreva il suo tempo libero esplorando la bellezza naturale della sua regione. Si è preoccupata in particolare degli impatti dei cambiamenti climatici sulla sua comunità, che già affrontava sfide come l’insicurezza alimentare e la mancanza di accesso all’acqua pulita.

Oggi è ormai riconosciuta in tutto il mondo come uno dei volti più importanti dell’attivismo ambientalista giovanile.

Il suo impegno per l’ambiente

Nel 2019, Nakate ha fondato l’organizzazione Youth for Future Africa, che si occupa di sensibilizzare l’opinione pubblica sugli effetti dei cambiamenti climatici sulle comunità in Africa e di promuovere la giustizia climatica. È stata anche un membro attivo del movimento Fridays for Future, partecipando a numerose proteste e scioperi per chiedere azioni urgenti sui cambiamenti climatici.

Nakate ha anche lavorato con organizzazioni internazionali come il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo e la Banca Africana per lo Sviluppo, promuovendo politiche e pratiche amiche del clima.

Il discorso di Vanessa Nakate alla Pre-Cop 26 del 2021

Il triste episodio di Davos

Vanessa Nakate è diventata ampiamente conosciuta nel gennaio 2020 quando è stata tagliata fuori da una foto di gruppo che la ritraeva insieme ad altri attivisti ambientali al World Economic Forum di Davos, in Svizzera, tra cui Greta Thunberg. La foto, ampiamente diffusa sui social media, mostrava Nakate in piedi da sola sulla sinistra dell’immagine, mentre gli altri attivisti erano in primo piano al centro della foto.

L’incidente ha suscitato indignazione e accuse di razzismo, con molti che hanno sottolineato come il taglio di Nakate dalla foto avesse cancellato la sua presenza e i suoi contributi al movimento ambientalista. Anche Nakate ha parlato dell’incidente, dicendo che era “deludente” essere stata esclusa dalla foto e che aveva messo in luce il problema più ampio delle voci marginalizzate che vengono silenziate nel movimento ambientalista.

A seguito dell’incidente, Nakate ha ottenuto riconoscimento internazionale e si è affermata come figura di rilievo nella lotta per la giustizia climatica. Ha utilizzato la sua piattaforma per sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza di includere e amplificare le voci di persone di colore e comunità marginalizzate nel movimento ambientalista.

Altre attività di Vanessa Nakate

Oltre all’attivismo, Nakate è anche scrittrice e utilizza la sua piattaforma per condividere le sue esperienze personali e le sue riflessioni sull’importanza della protezione dell’ambiente. Ha scritto per giornali come The Guardian e The Huffington Post e ha parlato in numerose conferenze e eventi in tutto il mondo.

Allarme in America Latina: stop all’export di plastica USA

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Ascolta il podcast con il riassunto dell’articolo!

Un primato poco invidiabile

Non è una novità per nessuno. Come tutti ben sappiamo, Stati Uniti e Cina guerreggiano a distanza, per così dire, al fine di conquistare la leadership economica mondiale. Il principale settore nel quale le due superpotenze sono avverse è quello economico. Chi riuscirà ad arricchirsi maggiormente sarà infatti anche in grado di attrarre a sé la maggior parte dei Paesi mondiali, tramite accordi commerciali maggiormente vantaggiosi. Come spesso accade, però, ancora una volta è l’ambiente la vittima di questi schemi. Secondo un recente report, riportato sulle pagine del Guardian, gli USA sarebbero recentemente diventati primatisti tra i Paesi produttori del maggiore inquinamento da plastica. La conquista, per così dire, di questa vetta avrebbe dato modo agli States di togliere da quel plateau proprio la bandiera cinese. Precedentemente, infatti, era lo stesso dragone il Paese che produceva il maggior inquinamento da plastica a livello mondiale.

Ciò si deve principalmente all’ultima frontiera tecnologica, alle nuove tecniche che consentono di generare plastica monouso a un costo stracciato. La pandemia in questo non ha certo aiutato: pensiamo soltanto alle mascherine, alle loro confezioni sterili in plastica monouso o a tutte le siringhe contenenti le dosi di vaccino che restano vuote dopo la somministrazione. Per rispondere a una domanda emergenziale, si è accelerata la ricerca per arrivare a una produzione rapida di prodotti plastici. Quello a cui non pensiamo è cosa accada al termine del ciclo vitale di quella plastica. Consideriamo che buona parte di essa termina negli oceani, dove ferisce o uccide fauna e flora marine, danneggia gli ecosistemi e, da ultimo, contamina la catena alimentare per chiunque consumi pesce, esseri umani compresi.

L’avvento della plastica

Dal 1960 in avanti, quando si è cominciata a usare massicciamente la plastica, un materiale per l’epoca rivoluzionario e che sembrava essere una vera e propria manna vista la sua duttilità di utilizzo, il consumo di plastica nel mondo è sempre aumentato. Gli Stati Uniti sono da sempre tra le nazioni più innamorate di questo materiale.

I dati statunitensi sull’utilizzo di questo materiale fanno impallidire. Il Paese produce ogni anno 42 milioni di tonnellate metriche di rifiuti plastici. Per relazionarci meglio al grande numero, pensiamo che è come dire che ogni americano produce, da solo, 130 chili di rifiuti in plastica ogni 12 mesi. Se sommiamo la massa di rifiuti in plastica prodotta da tutti i 27 Paesi membri dell’Unione Europea, nello stesso periodo, non arriviamo a quel totale. Le infrastrutture per il riciclo operative negli USA non riescono a stare al passo e, per tal motivo, un’altissima percentuale di questa plastica non viene riciclata e deve essere smaltita in altro modo.

Secondo alcune stime, ogni anno 8,8 milioni di rifiuti in plastica finiscono negli oceani. È come gettare un camion pieno di scorie plastiche in mare ogni 60 secondi. Di questo passo nel 2030, dunque fra neanche 10 anni, potremmo raggiungere l’incredibile totale di 53 milioni di rifiuti in questo materiale scaricati annualmente in acqua, poiché la produzione si sta moltiplicando. Questa cifra è circa il 50% del peso totale dei pesci che peschiamo ogni anno. Gli USA hanno un ruolo di primo piano in questo, a causa della loro infatuazione per la plastica.

Leggi anche: “Isola di plastica: cos’è? Dov’è? Come si forma?”

La tratta della plastica

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Foto di Darkmoon_Art da Pixabay 

Gli Stati Uniti hanno un problema non da poco: cosa fare con i rifiuti plastici? Pare che la soluzione trovata dagli States sia quella di spedirli in altre regioni del mondo. Secondo un dossier redatto da alcune associazioni ambientaliste in America Latina, Gli USA avrebbero raddoppiato l’esportazione dei rifiuti di plastica verso la regione. I dati si riferiscono ai primi 7 mesi dell’anno 2020 e non ne abbiamo a disposizione di più recenti. Sapendo però quanta plastica giri in America settentrionale, non stupiamoci se la tendenza fosse riconfermata dai dati più recenti.

L’America del sud, geograficamente prossima agli Stati Uniti, vanta un costo del lavoro ben più basso di quello USA. Da quando, nel 2015, la Cina annunciò di non voler più essere la discarica del mondo e serrò i porti alle navi che trasportavano rifiuti, dopo essere stata per decenni la destinazione privilegiata di questi container, gli USA si sono visti costretti a diminuire l’export di immondizia verso Oriente.

Il Messico accetta oltre il 75% dei rifiuti di plastica inviati in America Latina. Tra il gennaio e l’agosto del 2020, il periodo di cui si è occupato il dossier, lo Stato centramericano ha ricevuto oltre 32.650 tonnellate di rifiuti, più di quelli spediti in El Salvador ed Ecuador. Last Beach Cleanup, un gruppo ambientalista con sede in California ha eseguito i calcoli.

Una normativa preistorica

Il diritto internazionale tassa, in maniera pesante, e restringe l’export di rifiuti nocivi e tossici. In realtà però, i controlli effettivi sono abbastanza scarsi nei maggiori porti mondiali. Inoltre la normativa sugli scarti in plastica è cambiata solo nello scorso gennaio 2021. Precedentemente a tale data, infatti, la plastica esportata per il riciclo non sottostava a questa norma. Ciò significa che era davvero semplicissimo etichettare container pieni di rifiuti nel materiali come da riciclare e poi mandarli a riempire discariche nel terzo mondo, in Paesi che non sono in grado neppure di riciclare la propria spazzatura, ma accettano volentieri quella che l’Occidente gli spedisce, dietro pagamento.

Un report firmato GAIA (Global Alliances for Incinerator Alternatives) stima che il settore dei rifiuti in plastica è destinato ad aumentare nel prossimo futuro, in America Latina. Imprese statunitensi e cinesi sarebbero infatti pronte ad aprire poli di riciclo a queste latitudini. Ciò comporterebbe l’effettiva esistenza di centri per riciclare in loco ma anche la loro destinazione estera e non locale. Di fatto, la plastica dell’America del Nord dovrebbe farsi un viaggio lungo mezzo oceano – con tutto il costo connesso in termini di emissioni – per venire riciclata in Cile, Perù o Brasile. Arriveremmo al colonialismo 2.0, quello ambientale.

Plastica, greenwashing e rigurgiti coloniali

“L’esportazione di rifiuti in plastica è, probabilmente, una delle espressioni più nefaste della commercializzazione di beni non comuni. È una occupazione coloniale di territori del Sud del mondo per sfruttamento, per renderli zone sacrificabili. I Caraibi e l’America Latina non sono il cortiletto degli USA, bensì territori sovrani. Domandiamo rispetto per la nostra gente e la nostra natura.”

Ha affermato Fernanda Solìz, direttrice dell’area salute presso l’Università Simon Bolivar in Ecuador, al Guardian.

Nel 2019 la maggior parte delle nazioni del mondo sottoscrisse l’abbandono della creazione di rotte commerciali che spostassero i rifiuti in plastica dal nord economicamente più sviluppato del Pianeta verso il secondo e terzo mondo. Si tratta del cosiddetto emendamento sulla plastica alla convenzione di Basilea. L’accordo impedisce specificamente l’export di rifiuti plastici da entità statunitensi private ad aziende site in Paesi in via di sviluppo, in mancanza di una esplicita autorizzazione dei governi di tali nazioni. Gli States sono uno di quei Paesi che non ha firmato l’accordo e ha continuato, in maniera indisturbata, a spedire i suoi rifiuti in America Latina, Africa e Sud-est asiatico.

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Foto di Maruf Rahman da Pixabay 

Leggi anche: “Com’è andata la COP 26?”

Pesci grossi e pesci piccoli

La posizione di forza della potenza economica USA crea un circuito per il quale, tristemente, ai Paesi in via di sviluppo conviene accettare questi rifiuti. La tratta della plastica, infatti, è un’attività redditizia per entrambe le parti: gli States investono nei Paesi che avvelenano, edificando poli di riciclo che creano lavoro e/o contribuendo in altri progetti di sviluppo economico locali, in cambio del benestare dei governi meno abbienti. Come afferma Camila Aguilera, portavoce di GAIA, però, in questa maniera:

“I governi regionali falliscono in due aspetti: Il primo è quello della dogana. Non sempre, infatti, sappiamo con certezza che cosa sia contenuto nei rifiuti accettati per il riciclo. In secondo luogo, questi esecutivi hanno firmato il trattato di Basilea e così facendo lo tradiscono puntualmente. È importante poi acquistare contezza relativamente al riciclo. Le economie del nord mondiale sono orgogliose di riciclare, tanto da non porsi neppure il problema di sviluppare la propria economia e organizzarsi per compiere il passo successivo, quello che farebbe davvero bene al Pianeta: ridurre la produzione di rifiuti mirando all’impatto zero. Nessun governo tratta la plastica alla stregua di un rifiuto tossico ma, in realtà, le due cose sono davvero molto simili.”

Aguilera si riferisce al fatto che, alla dogana, nessun funzionario si prende la briga – e il rischio sanitario connesso – di verificare che cosa sia davvero contenuto all’interno dei container che trasportano rifiuti in plastica destinati al riciclo. È dunque possibile che le aziende inquinanti del primo mondo approfittino di questa assenza di controlli per spedire rifiuti pericolosi, magari tossici e chissà, forse addirittura radioattivi, in questi Paesi, al fine di lavarsene le mani.

Germania: quale peso per i Verdi nel nuovo governo?

Elezioni Germania Verdi

Si è chiusa un’epoca in Germania. O meglio, si è chiusa un’epoca in Europa. Dopo 15 anni di cancelleria, Angela Merkel ha scelto di non ricandidarsi alle elezioni, svoltesi domenica 26 settembre, cedendo il passo ad Armin Laschet. All’indomani dello spoglio, possiamo dire che i tedeschi non sono stati troppo affascinati dal Delfino di Mutti Merkel, come la chiamano affettuosamente i suoi connazionali. Il vincitore, di misura, è infatti stato lo sfidante – e favorito – Olaf Scholz.

Tre candidati per la Germania

Prima di andare all’analisi del voto, è importante conoscere quali fossero i principali candidati alla cancelleria. Gli sfidanti con più possibilità di successo erano fondamentalmente tre. Ai già citati Laschet e Scholz va aggiunta la terza principale forza in Germania, quella del Partito dei Verdi. Annalena Baerbock, forte della sensibilità ambientale che ultimamente ha coinvolto anche la federazione tedesca, è il volto dei Grüne che, pur arrivando soltanto terza, ha raggiunto un risultato storico per il suo partito. Vediamo chi sono questi tre leader.

Olaf Scholz, un politico di professione

Burocrate notissimo in Germania, Scholz è Ministro delle Finanze e Vicecancelliere della federazione tedesca dal 2018. Pur appartenendo al Partito Socialdemocratico, dunque, ha prestato servizio nel governo della Cristiano-democratica Angela Merkel. I due partiti, in realtà, sarebbero collocati su due assi opposti dello scacchiere politico tedesco. Merkel però, com’è noto, è sempre stata un’abile stratega e tessitrice di alleanze, dunque riuscì a formare, nel marzo 2018 – dopo mesi di trattative in seguito alle elezioni federali del 2017 – la cosiddetta Große Koalition. La grande coalizione rappresentò un’alleanza tra CDU e SPD, ovvero i partiti di Merkel e Scholz. Su quelle fondamenta è stato innalzato il governo attualmente in vigore, il quale resterà in carica fino al giuramento del nuovo.

Nato a Osnabrück e residente a Potsdam, Scholz è attivo in politica dal 1998, in seguito agli studi in giurisprudenza e la specializzazione in diritto del lavoro. Fino al 2011 è stato deputato, dal 2002 al 2004 segretario generale del partito e dal 2007 al 2009 Ministro del Lavoro e degli affari sociali nell’esecutivo Merkel I. Nel 2018 ha agito come commissario ad interim per l’SPD, prima di abbandonare il ruolo in seguito all’elezione di Andrea Nahles e decidere di candidarsi a cancelliere.

Olaf Scholz rappresenta, di fatto, il volto sicuro e affabile della politica tedesca. Pur non provenendo dallo stesso partito della sua predecessora, egli è forse la figura che più le si avvicina agli occhi dei tedeschi. La provata esperienza politica di Scholz e l’ineluttabilità della sua incarnazione di uno status quo cui i cuoi concittadini sono innegabilmente legati sono probabilmente state le sue armi principali in una elezione che, nel momento in cui si scrive, lo vede come trionfatore.

Armin Laschet, un Delfino di scorta

Laschet nasce ad Aquisgrana nel 1961. È Ministro presidente – così si chiamano i governatori dei Land tedeschi – della Renania Settentrionale-Vestfalia, la più popolosa tra le circoscrizioni che compongono la federazione nonché la quarta per estensione. Dall’inizio dell’anno è anche presidente della CDU, il partito di Angela Merkel. Ha iniziato a rivestire questa carica lo scorso gennaio, in seguito alle dimissioni di Annegret Kramp-Kerrenbauer. In precedenza fu vicepresidente dell’Unione Cristiano-democratica di Germania. Tra il 1999 e il 2005 è stato un europarlamentare.

Il 20 aprile 2021, a seguito dell’annuncio di Merkel di non candidarsi, la CDU-CSU scelse Laschet come suo candidato alla cancelleria. La proposta di un nome alternativo a quello della donna che ha guidato il Paese negli ultimi 15 anni è, de facto, l’inizio dell’era del dopo-Merkel. In seguito a una riunione durata circa 6 ore, i 46 membri della direzione del partito hanno optato per la sua candidatura. 31 dirigenti dell’Unione hanno preferito il nome di Laschet a quello di Markus Söder, governatore della Baviera. In lizza vi erano anche Norbert Röttgen e Friedrich Merz.

La campagna elettorale del Delfino di Angela Merkel – la quale forse preferiva la figura di Kremp-Kerrenbauer, in quanto donna e designata da tempo a proseguire in maniera naturale la sua politica – ha posto al centro il mantenimento della rotta impostata. Sfortunatamente per Laschet, però, i tedeschi non hanno scelto di concedergli la stessa fiducia di cui ha goduto Merkel. Il risultato elettorale non esclude già la CDU-CSU dai giochi, poiché la distanza con l’SPD è veramente poca. Entrambi i partiti, a seguito di alleanze stabili e durature, potrebbero trovare i numeri per governare.

Annalena Baerbock, la candidata dei Verdi di Germania

Annalena Baerbock, quarantenne di Hannover, è una dei due presidenti del partito dei Verdi di Germania. La stessa carica è ricoperta anche dal suo collega Robert Habeck. Dal 2013 è deputata presso il Bundestag, il parlamento federale di Berlino. Esperta di Diritto internazionale, Baerbock è stata eletta co-presidente del partito, sconfiggendo l’altra candidata donna, Anja Piel, nel 2018. Soltanto un anno dopo fu riconfermata per altri 24 mesi di mandato con un plebiscito del 97,1% di preferenze, il più alto risultato di sempre per una donna presidente del partito dei Grüne.

Baerbock partiva decisamente svantaggiata rispetto agli altri due candidati di punta, di cui abbiamo già scritto. Lo spoglio ha confermato quanto ci si aspettava, ovvero la sua terza posizione. Ciò non toglie che queste elezioni siano state per i Verdi tedeschi un grande successo. Il partito non aveva mai totalizzato il 15% di preferenze, com’è avvenuto quest’anno.

Ciò si deve non solo al momento che stiamo attraversando, nel quale la sensibilità ambientale è molto alta, bensì anche al fatto che tanto Baerbock quanto Habeck provengono dall’ala moderata dei Verdi. Non sono insomma due ambientalisti intransigenti come altri loro colleghi, non solo in Germania, bensì due fini politici, capaci di trattare e scendere a compromessi. Ciò non è l’ideale a livello ambientale, naturalmente, però per entrare nelle stanze dei bottoni occorre essere in grado di saper mediare. Al fine di riuscirci, qualcosa bisogna concedere. L’elettore si aspetta da un politico che esso – o essa – rimanga bilanciato ed equilibrato. In parlamento entrano politici pacati, non estremisti aggressivi.

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Il risultato delle elezioni in Germania

Ora che abbiamo avuto modo di conoscere meglio gli attori protagonisti, esaminiamo che cosa sia di fatto successo in Germania. Nel momento in cui si scrive questo paragrafo lo spoglio è pressoché concluso, seppure potrebbero ancora verificarsi piccole modifiche nelle percentuali. In seguito alla notte che ha concluso la giornata elettorale, i tedeschi si sono svegliati con un vincitore: quello che si attendevano. Il socialdemocratico Olaf Scholz ha trionfato sui suoi due sfidanti ma non può ancora definirsi cancelliere. La Repubblica federale, risultati alla mano, entra in una nuova epoca. Naturalmente è quella del dopo Merkel, la fine di tre lustri nei quali la cancelliera è sempre stata la stessa, tanto che molti adolescenti e tutti i bambini, in Germania, hanno sempre visto in tv la stessa persona in rappresentanza del loro Paese.

Si tratta però anche dell’alba di un nuovo giorno in quanto difficilmente saranno i grandi partiti tradizionali a decidere quale strada dovrà intraprendere il Paese, poiché toccherà ai giovani leader dei Verdi e del partito dei Liberali di Christian Lindner, rispettivamente terza e quarta forza in Germania dopo la tornata elettorale. Queste due espressioni politiche dovranno trovare innanzitutto un accordo tra loro, prima di decidere se appoggiare l’una o l’altra parte.

Il Bundestag attende, come l’intera Germania, di conoscere la formazione del suo prossimo governo. Elaborazione: FelixMittermeier da Pixabay.

Vincitori e vinti

Scholz, il quale ha diritto alla prima parola dopo aver raccolto il maggior numero di consensi, spera nella costituzione della coalizione cosiddetta semaforo, formata da SPD, Verdi e Liberali. Dall’altra parte Laschet predica umiltà, ricordando al suo avversario che con il 25% dei voti non si può reclamare la cancelleria. In realtà, è proprio il candidato della CDU che dovrebbe mantenersi umile, in quanto la sua carriera politica corre seriamente il rischio di essere finita con questa sconfitta. Il malcontento interno all’Unione è infatti considerevole e ha un unico bersaglio: il grande sconfitto. Laschet confida in un fallimento di Scholz per poter essere lui a intavolare una proposta di alleanza per Verdi e Liberali ma potrebbe essere l’unico a sperare di farcela. Come ha affermato Markus Söder:

“Per l’Unione è una sconfitta, chi perde così tanti voti non può dire che questo. Da secondi non si può pretendere ma soltanto fare un’offerta.”

Il ragionamento di Scholz si colloca molto vicino:

“Gli elettori hanno dato forza a tre partiti: SPD, Verdi e FDP. Questi hanno un mandato chiaro per costruire il prossimo governo.”

L’FDP è il partito liberale. Il candidato dei socialdemocratici ha ben chiaro un concetto: chiunque sia il cancelliere, sarà difficilissimo che esso possa avere i numeri che occorrono per comporre una maggioranza se non farà un’offerta degna ai Verdi. Il partito ambientalista, assieme a quello liberale ma in misura maggiore dato il maggior numero di consensi, sarà l’ago della bilancia nella costituzione del prossimo esecutivo. È possibile – pure probabile – che le trattative richiederanno alcuni mesi.

I numeri del voto in Germania

Snoccioliamo qualche numero per vedere, nel concreto, come siano andate le elezioni in Germania. I Socialdemocratici, partito di centro-sinistra – benché in Germania le collocazioni siano un pò lontane dai nostri tradizionali concetti di destra e sinistra – ha vinto, superando di poco il blocco di centro-destra formato dalla CDU-CSU. Nessuno di questi due storici partiti è riuscito a varcare la soglia del 30% di preferenze. Dal dopoguerra in avanti, non era mai successo. Preoccupante soprattutto è il risultato del partito di Angela Merkel, il quale ha perso il 9% dei consensi.

Al termine del conteggio nelle 299 circoscrizioni elettorali tedesche, i funzionari hanno reso noto che la SPD si è aggiudicata il 25,7% delle preferenze. Il blocco dell’Unione si è fermato al 24,1%. Storicamente, ogni partito vincitore aveva messo assieme almeno il 31% dei consensi. In questa tornata, nessuno ci si è avvicinato.

Chi entra in Parlamento

Al terzo posto si sono classificati, per così dire, i Verdi, con il 14,8% dei voti. Quarta posizione per i Liberali, i quali hanno totalizzato l’11,5% delle preferenze. Soddisfatta anche Die Linke, il partito di sinistra che, pur non avendo raggiunto lo sbarramento del 5%, necessario per entrare al Bundestag, riesce ad approdare in Parlamento grazie a una peculiare norma che garantisce l’ingresso alle formazioni politiche in grado di vincere in tre collegi uninominali, anche senza raggiungere la soglia.

Al termine delle elezioni federali siamo in grado di dire che i seggi nel Bundestag saranno ben 735. Nella legislatura precedente ammontavano a 709. Il sistema elettorale in Germania, estremamente complesso, consente l’allargamento del Parlamento dopo ogni tornata elettorale. Pensiamo a questo quando affermiamo che il leviatano della politica sia più snello, all’infuori dell’Italia.

Il complesso gioco delle alleanze

Com’è chiaro dal paragrafo precedente, nessuno ha i numeri per governare da solo. Per riuscire a formare un governo, sarà dunque indispensabile tessere alleanze. Il partito più corteggiato sarà quello dei Grüne e, a ruota, quello dei Liberali. Le maggioranze possibili sono svariate. L’obiettivo è riuscire a ottenere 368 dei 735 seggi. A quanto è stato detto, i primi due partiti non hanno intenzione di allearsi, sebbene otterrebbero immediatamente il numero dei seggi necessari, superandoli e arrivando a ben 402, più che sufficienti per una buona governabilità della Germania. Questo numero sarebbe superato in caso di un’alleanza di uno qualsiasi dei grandi partiti con Verdi e FDP. Un’alleanza tra il terzo, quarto e quinto partito di queste elezioni, invece, non avrebbe i numeri. Il partito di estrema destra, Alternative Für Deutschland, capace di raggiungere il 10% delle preferenze elettorali, si terrà fuori da qualsiasi trattativa.

Forti dei loro risultati, Verdi e Liberali hanno già cominciato i colloqui. L’obiettivo è, per entrambi, quello di entrare a far parte del prossimo governo federale. Come ha affermato Anton Hofreiter, capogruppo del partito ambientalista in Parlamento, a un’intervista dopo le elezioni con l’emittente ARD:

“Stanno cominciando dei colloqui in una cerchia molto piccola. Perché la cosa possa funzionare, vedremo quali punti in comune possiamo avere e quello di cui entrambe le parti hanno bisogno. È saggio parlare prima con i Liberali, poi vedremo dove questo ci porta.”

I verdi, tradizionalmente, preferiscono dialogare con l’SPD, trovandosi collocati in una sfera politica più sinistrorsa. Il partito liberale, invece, è più vicino all’Unione. Non ci è dato sapere quale ruolo svolgeranno queste ideologie di fondo – ormai piuttosto annacquate – nei colloqui propedeutici alla formazione del prossimo esecutivo. Quel che pare certo è che dovremo attendere mesi, prima che un nuovo governo possa finalmente vedere la luce.

Il non-successo dei Verdi e le dinamiche ambientaliste in Germania

Annalena Baerbock ha esultato al termine delle elezioni, mostrandosi entusiasta del miglior risultato di sempre, in termini di percentuale di consenso, del suo partito nel Paese. Si tratta di una strategia comunicativa molto nota anche in Italia, quella dell’abbiamo vinto tutti che segue una tornata elettorale nella quale, di fatto, è invece accaduto l’esatto contrario. La Costituzione tedesca, a ogni modo, non specifica che diventa cancelliere chi ottiene il maggior numero di preferenze, bensì chi riesca a dar luce a un governo capace di fare il suo lavoro.

Se quel 15% scarso di voti è un buon risultato, in termini di numeri puri, se andiamo a contestualizzarlo, ci rendiamo conto di come si tratti in realtà di una conquista deludente, di un non-successo. Non più di 3 mesi fa, in giugno, i Grüne erano accreditati dagli analisti politici tedeschi del 20% abbondante di preferenze. Secondo qualcuno avrebbero addirittura potuto raggiungere il 22%. Invece queste aspettative sono state considerevolmente ridimensionate.

È oltremodo probabile che questo ridimensionamento comporti anche un ridimensionamento dei sogni verdi di ecologisti e ambientalisti. La radicale rivoluzione green auspicata da tutto il movimento giovanile – e non solo – che segue Greta Thunberg – ed è fortissimo in Germania, dove numerosi giovani sono sensibili a questa battaglia – corre il serio rischio di finire enormemente depotenziata.

Alleanza possibile tra i piccoli di Germania a dispetto dell’ambiente

L’ingresso del Bundestag. Foto di Ingo Joseph da Pexels.

D’altra parte, però, sullo scacchiere politico tedesco, questo risultato dei Verdi potrebbe incentivare moltissimo le trattative con l’FDP. Il partito liberale, infatti, non vedeva di buon occhio la colossale riforma verde che Baerbock e il suo partito avevano reso l’ossatura portante del proprio programma per la cancelleria. Volker Wissing, segretario generale per l’FPD non ha mai nascosto la sua preoccupazione verso la cosiddetta rivoluzione verde che la tenace leader verde propugnava a ogni comizio. I liberali la vedevano infatti come un incubo di tasse, punizioni fiscali e costi scaricati, senza troppe preoccupazioni, sulle spalle di quel ceto medio che rappresenta lo scheletro della Germania contemporanea.

Gli ambientalisti non possono certo vedere di buon occhio questo indebolimento dei Verdi sulle proiezioni estive, eppure, dal punto di vista politico, se si toglie di mezzo l’ambizioso programma ambientale, Grüne e FDP sono due partiti vicinissimi tra loro. Ambedue sono neoliberali in campo economico, nonché tendenzialmente favorevoli all’austerity e al mercato libero. Alla luce di ciò, non dovrebbe dunque essere troppo difficile intavolare una bozza di programma, messi da parte i bollori rivoluzionari.

Verdi e liberali assieme formano un blocco concreto, in grado di dettare tempi e modi a entrambi i partiti maggiori (valgono infatti il 26% circa dei seggi al Bundestag). I retroscena vogliono una CDU dispostissima a collaborare, in quanto vedrebbe in questa alleanza la sua opportunità di scalzare la SPD dal governo. Olaf Scholz, però, non è nuovo ai giochi di palazzo e pare in grado di poter tendere una mano per prendersi il posto di cancelliere, cedendo qualcosa a Verdi e Liberali.

Giochi di potere, elettori confusi e il pianeta a pagarne le conseguenze

Le trame di potere sono le stesse in ogni Paese, non aspettiamoci che il caso Germania sia diverso. Già nel 2017, dopo le ultime elezioni vinte da Merkel, fu necessario un lungo lavoro diplomatico per giungere alla formazione di un esecutivo. È più che probabile che capiterà lo stesso anche nelle prossime settimane. I risultati del voto dipingono un quadro ben chiaro, che stupisce poco. Gli elettori tedeschi – ma potremmo allargare il campione – desiderano cambiamenti sociali e ambientali. Però non troppo. Se i Verdi rappresentano una forza potenzialmente dirompente nei confronti dello status quo; SPD e CDU-CSU sono esattamente l’opposto, ovvero tre partiti tendenzialmente conservatori, sebbene occupino due lati lontani dello spettro politico tedesco.

Il benessere della Germania, locomotiva d’Europa secondo una metafora spesso abusata, viene percepito in pericolo dai tedeschi. Essi naturalmente sanno bene quanta importanza rivesta l’ambiente ma, probabilmente, danno priorità al loro tenore di vita e alle abitudini consolidate e sedimentate nei decenni, dunque sono poco propensi a correre il rischio di sacrificare parte di questo per il bene dell’ambiente.

Gli elettori, incerti e preoccupati, hanno forse sparpagliato il loro voto come il giocatore d’azzardo che distribuisce la sua puntata su vari tavoli di roulette, sperando di azzeccare almeno una combinazione giusta. Non è però detto che sarà Olaf Scholz a fare il croupier. Comunque vadano le trattative politiche, la presenza dei Verdi al governo potrebbe essere un importante segnale per l’ambiente. È lecito però temere il fatto che, a contatto con il potere, la battaglia per il pianeta spunti le sue armi e l’ambiente finisca per pagarne le conseguenze. Non è sufficiente avere persone sensibili al tema che occupano poltrone importanti, serve che da quelle stesse poltrone guidino battaglie e interrogazioni per il bene del nostro ecosistema in sofferenza.

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Quanto sono verdi le Olimpiadi? Il rapporto tra sport e sostenibilità ambientale

In occasione delle attese Olimpiadi di Tokyo 2020, le quali come sappiamo si stanno svolgendo nel 2021 causa pandemia, è uscito un interessante studio. La Business School e il Global Systems Institute della Università di Exeter, nel Regno Unito, hanno collaborato nella ricerca. Il dossier è stato pubblicato in concomitanza con le Olimpiadi e ha messo in luce il rapporto tra sport e sostenibilità.

I risultati della ricerca non sono troppo positivi se esaminati da un punto di vista ambientalista. A quanto pare sarebbero soltanto quattro le federazioni con un piano strategico relativo alla sostenibilità ambientale.

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Foto di Free-Photos da Pixabay 

Quali progressi stanno facendo gli sport olimpici in fatto di ambiente?

In merito alla sostenibilità ambientale, le Olimpiadi e gli sport olimpici stanno facendo progressi molto lenti, persino troppo potremmo dire. Lo studio degli studenti a Exeter evidenzia come la maggior parte delle federazioni sportive internazionali faccia troppo poco. Per la maggior parte delle world federation di disciplina, infatti, le azioni a favore di clima e ambiente sono minime, se non proprio nulle.

Per poterlo affermare, lo studio ha mosso da un esame approfondito delle strategie ambientali per ciascuna delle 32 federazioni riconosciute dalle Olimpiadi. Esse rappresentano in totale ben 47 sport, quelli di cui possiamo vedere le gare in tv o in streaming su internet. L’università ha suddiviso gli studenti – ricercatori in focus group, ognuno dei quali ha approfondito una federazione. L’obiettivo era quello di esaminare i progressi relativi alla sostenibilità compiuti da ognuna di queste associazioni. I risultati lasciano l’amaro in bocca: come anticipato, soltanto quattro federazioni presentano un piano strategico di qualche tipo relativo alla sostenibilità ambientale. I maggiori progressi, com’era sicuramente prevedibile, giungono da quelle discipline nelle quali è necessario uno stretto rapporto con la natura.

Pochi virtuosi alle Olimpiadi

Delle quattro federazioni che si stanno concretamente muovendo per l’ambiente, i ricercatori hanno stilato una sorta di classifica. In quarta posizione, per così dire, troviamo la FIFA (calcio), in terza la world rowing (canottaggio), in seconda la world athletics (atletica leggera) e in prima la world sailing (vela). I passi in avanti che questa associazioni stanno compiendo, per tendere una mano all’ambiente, sono talvolta passi da formica ma comunque concreti e visibili. Abbiamo poi una decina di federazioni che hanno preso impegno di ridurre il loro impatto ambientale a breve. Purtroppo però, troviamo ben 17 associazioni partecipanti alle Olimpiadi che non stanno davvero muovendo un muscolo per la sostenibilità. Tra queste includiamo anche quella del tennis e del nuoto.

La ricerca lancia un allarme. Si riscontra infatti:

“Una mancanza di comprensione delle pratiche ambientali nelle federazioni olimpiche e una mancanza di responsabilità interna”

Così si legge nel documento e il monito fa pensare. Se siamo davvero in un’epoca storica nella quale la tematica ambientale è molto sentita, come può un mondo virtuoso com’è – o perlomeno dovrebbe essere – quello dello sport che si esibisce alle Olimpiadi, restarle sordo? È un controsenso, un’aberrazione. L’attività fisica è da sempre sinonimo di benessere e virtù, come possono le federazioni non prestare attenzione all’ambiente? L’approccio va chiaramente cambiato ed è bene farlo quanto prima possibile.

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Foto di BLazarus da Pixabay 

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Colpa della decentralizzazione?

Nel compilare lo studio, gli studenti-ricercatori dell’Università di Exeter, riprendendo alcune ricerche precedenti consultate durante l’iter accademico di sviluppo del dossier, hanno puntato il dito contro la governance decentralizzata. Tale frammentazione, a quanto si è scritto:

“ha portato ad annacquare gli obiettivi strategici a livello locale, con conseguenti progressi incoerenti tra le Federazioni sull’ambiente.”

In aggiunta alla ricerca sul campo, o meglio sui campi delle discipline partecipanti alle Olimpiadi, l’Università ha messo nel suo obiettivo anche i siti web delle federazioni. Lo ha fatto per cercare tracce di un impegno, fosse anche soltanto simbolico, nei confronti delle sfide verdi. La stessa indagine è stata condotta sui profili social federali. Ebbene, anche qui i risultati non sono proprio ottimistici. Su un campione di 718.295 tweet complessivamente analizzati, parole chiave come sostenibilità ambientale e affini sono apparse soltanto in 188 cinguettii. I dati si riferiscono all’insieme delle 32 federazioni, a partire dall’anno 2010.

Come già evidenziato nel paragrafo precedente, nonostante la sempre maggiore importanza della tematica ambientale, le agende governative e i grandi eventi mondiali che mirano a sensibilizzare sulla tematica, l’impatto di questa cornice sulle attività mondiali delle federazioni olimpiche è stato minimo, se non proprio nullo.

Valutare e rendicontare chi prenda parte alle Olimpiadi

Secondo Dominique Santini, dottoressa all’Università di Exeter e portavoce della ricerca, sarebbe necessario prendere delle misure per accelerare la conversione verde delle federazioni olimpiche e fare in modo che esse si impegnino maggiormente per quanto riguarda la sostenibilità.

“Per accelerare i progressi sulla sostenibilità ambientale in tutto il movimento olimpico, dovrebbe essere condotta una valutazione d’impatto. Il CIO (Comitato Olimpico Internazionale) dovrebbe stabilire un sistema annuale obbligatorio di rendicontazione della sostenibilità ambientale per le federazioni internazionali, aumentandone la responsabilità.”

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Foto di Gerhard G. da Pixabay 

Ha affermato Santini, prima di aggiungere:

“È necessario creare una piattaforma per formare, supportare e accelerare i progressi sulla sostenibilità ambientale, consentendo la condivisione di pratiche replicabili, finanziamenti e partnership.”

Quanto sarebbe bello – e utile – che le Olimpiadi, la più importante manifestazione sportiva al mondo, si facessero veicolo del messaggio ambientalista, ecologico e mirato alla salvaguardia e tutela del nostro pianeta. Se la gigantesca infrastruttura olimpica diventasse un agglomerato di federazioni sportive sensibili, attente e responsabili, impegnate nella lotta per l’ambiente e il clima, diffonderemmo probabilmente con rapidità un nuovo modo di prenderci cura del nostro habitat. La ricerca mette in luce quanti limiti e quali problemi girino attorno al carrozzone a cinque cerchi ma non demorde, e noi con lei auspichiamo che la torcia olimpica possa diventare foriera anche di un messaggio ecologista e ambientalista.

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Transizione ecologica, modelli troppo contrastanti

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Le alluvioni in Germania, una catastrofe climatica

Il meteo impazzito assedia l’Europa occidentale. Nel momento in cui scrivo questo articolo il conteggio totale delle vittime ha superato quota 180. I dispersi, invece, sono impossibili da quantificare poiché le linee di comunicazione sono collassate nei Länder tedeschi vittime della recente alluvione. La cancelliera Angela Merkel, visitando i luoghi del disastro, ha parlato di immagini spettrali. Quello che è accaduto in Germania ci ricorda che stiamo scherzando con il fuoco – nel caso non lo avessimo ancora realizzato – continuando a fare poco più di nulla per preservare il nostro pianeta.

Le alluvioni che hanno sferzato l’Europa occidentale si sono ora spostate sull’Austria, dove si è cominciato a monitorare attentamente il livello del Danubio, con il peggio che sembrerebbe comunque passato. Come già scritto, la situazione è ancora in evoluzione e i dati che trovate sull’articolo potrebbero essere totalmente sbagliati nel momento in cui esso verrà letto. Inevitabilmente, queste parole non sono che una foto, un istante congelato in questa tragedia e il lavoro prezioso dei soccorritori va avanti instancabile.

Le 180 vittime di cui scritto non sono tutte tedesche, stando al report di Rainews sarebbero 156 i morti in Germania e 27 in Belgio. Il totale europeo sarebbe dunque di 183. 110 di questi defunti erano cittadini del Land tedesco della Renania-Palatinato, il più colpito assieme al confinante Nordreno-Vestfalia. Le cause del disastro sono state attribuite anche dai politici, senza giri di parole, al cambiamento climatico. La catastrofe tedesca ha riportato la questione della transizione ecologica sulle primissime pagine dei quotidiani di attualità.

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Le strade a Meissen, in Sassonia, in seguito a un alluvione del fiume Elba. Foto: LucyKaef da Pixabay 

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Il discorso alla popolazione di una scioccata cancelliera Merkel

La cancelliera, visibilmente scioccata, si è sforzata di vedere il bicchiere mezzo pieno, per quanto possibile naturalmente, durante la sua visita a Adenau:

“Grazie a Dio il nostro Paese può far fronte a quanto accaduto finanziariamente. Provvederemo a stretto giro. La lingua tedesca non conosce alcuna parola che possa descrivere quanto è accaduto qui.”

Ha affermato Angela Merkel, prima di aggiungere:

“C’è bisogno di una politica che tenga in considerazione natura e clima, ben più di quanto non si sia fatto negli ultimi anni. Vediamo con quanta violenza la natura possa agire. La contrasteremo nel breve ma anche nel medio e lungo periodo. Saremo il primo continente a diventare neutrale in quanto a CO2. Dovremo però dedicare anche molta più attenzione per quanto riguarda l’adattamento ai cambiamenti climatici in corso.”

Naturalmente il discorso può apparire strumentale, visto il luogo e il momento in cui è stato pronunciato, nonché il ruolo che il capo di stato Merkel deve tenere, in virtù della sua carica, di fronte a una popolazione devastata dalla catastrofe. Non è tanto però per il desiderio di condividere una dialettica scontata che riporto questo pensiero, bensì perché subito dopo Angela Merkel arriva a toccare un punto importantissimo, fondamentale direi in un’ottica di transizione ecologica continentale.

La transizione ecologica secondo Angela Merkel

Il governo federale tedesco sta approvando proprio in questi giorni un pacchetto straordinario di aiuti per le popolazioni colpite. Non si vuole infatti perdere tempo prezioso per aiutare concretamente chiunque ne abbia bisogno. L’idea è concedere alle zone alluvionate fondi immediati ma anche aiuti sul medio e lungo periodo. La parola d’ordine è ricostruire tutto. La cancelliera ha anche chiesto donazioni a tutti i cittadini che abbiano possibilità di fornirne.

Durante la sua visita nelle regioni colpite dal dramma – mentre alcuni Länder confinanti come, ad esempio, l’Alta Baviera stanno evacuando le fasce di popolazione più a rischio – Angela Merkel ha voluto sottolineare un aspetto di cui parliamo spesso, qui sulle pagine de L’EcoPost:

“Quello che investiremo nella difesa del clima ci costerà molto. Quello che però non faremo, finirà per costarci molto di più. Se vediamo i danni degli ultimi anni, o degli ultimi decenni, comprendiamo perché dobbiamo impegnarci ancora moltissimo.”

Non c’è altro da aggiungere; l’importanza della transizione ecologica sta tutta in queste parole. Certo, avremmo gradito che ci si fosse arrivati senza la necessità di dover seppellire tutti questi morti ma questo è quel che ci attende se continueremo a trascurare il problema del cambiamento climatico. È tempo di agire. Il pensiero di Merkel non deve finire come uno degli ultimi discorsi importanti di una cancelliera a termine mandato – dopo 15 anni di mandato, la leader della CDU ha già annunciato che non si ricandiderà – bensì dovrebbe essere un piano d’attacco per l’intera UE. E ci auguriamo che lo sia, dal momento che anche a capo della Commissione abbiamo una politica tedesca, il cui pensiero non differisce troppo, almeno nelle dichiarazioni, da quello del suo Capo di Stato.

Interventi a sostegno della popolazione

In Alta Baviera, sono state evacuate circa 130 persone perché si è verificata l’esondazione di un fiume che poi, fortunatamente, non ha riportato le drammatiche coincidenze che si temevano.

Le criticità ora sembrano essere terminate, dal momento che i fiumi sono in ritirata e l’ondata di maltempo si sta allontanando. Restano impresse le parole di uno dei soccorritori, il quale ha affermato: “Le auto sono diventate come una palla da fuoco per l’enorme massa d’acqua.” Angela Merkel ha promesso interventi a sostegno delle popolazioni, per rimediare a danni che sono stati stimati intorno ai 4 o 5 miliardi di euro.

Le parole della cancelliera sull’ambiente hanno fatto il giro del mondo e la passerella dei politici che si sta dirigendo a Napoli per il G20 monotematico dedicato al tema hanno dimostrato di averle colte. Ora occorre passare ai fatti ed è proprio in questa fase che si teme un cortocircuito, il quale finirebbe per portarci di fronte all’ennesimo nulla di fatto. In fin dei conti, il nostro ministro per la transizione ecologica, Roberto Cingolani, ha da subito fatto capire che la sua idea non è proprio allineata con quella di Merkel.

La transizione ecologica e le parole del Ministro

Pressapoco in concomitanza con i tremendi fatti che avvenivano in Germania, il Ministro per la Transizione Ecologica Roberto Cingolani confidava alla stampa alcune sue preoccupazioni riguardo al pacchetto europeo denominato Green New Deal. Com’è noto si tratta del provvedimento per raggiungere la neutralità climatica nella UE entro il 2035. Esso impone – tra le altre cose – ai costruttori di autovetture di produrle esclusivamente a propulsione elettrica da qui a 15 anni.

Muovendo da qui, Cingolani ha lanciato quello che i media hanno definito un allarme. A detta del Ministro, se anche le supercar dovranno essere elettriche al 100% – cosa più che probabile, in quanto anche le supercar sono automobili – l’Italia sarà costretta a chiudere la sua Motor Valley. Con questa definizione anglosassone intendiamo l’Emilia di Ferrari, Lamborghini, Pagani e Maserati, le cui linee di produzione generano un considerevole indotto. A detta di Cingolani, il tempo tra oggi e la data di passaggio all’elettrico è insufficiente per convertire i cicli di produzione industriali.

Il pensiero di Cingolani

Per non snaturare il pensiero del Ministro alla Transizione Ecologica, riportiamo qui le sue parole. Le esternazioni sul distretto dei motori vanno viste all’interno di un ragionamento più ampio. Poiché spesso l’informazione dei media ci abitua a decontestualizzare un ragionamento per ottenere il titolo sensazionalistico, ho preferito prendere qualche riga per riportare l’intervista.

“C’è una grandissima opportunità nell’elettrificazione. È stato però comunicato dalla Commissione UE che anche le produzioni di nicchia come Ferrari, Lamborghini, Maserati e McLaren si dovranno adeguare al full electric. Questo vuol dire che, a tecnologia costante e con l’assetto costante, la Motor Valley la chiudiamo.”

Sono le parole di Cingolani, riportate dal Corriere della Sera.

“Se oggi pensassimo di avere una penetrazione del 50% di auto elettriche, d’emblée, non avremmo le materie prime per farlo né alcuna grid per gestirle. Su un ciclo produttivo di 14 anni, pensare che le nicchie automobilistiche supersport si riadattino è impensabile.”

“C’è un fattore chiave che le persone non considerano. La transizione ecologica deve avere un tempo specifico. Se siamo troppo lenti falliremo come homo sapiens. Se andiamo troppo veloci, falliremo come società. Dobbiamo affrontare la disuguaglianza a livello locale che non rende la transizione facile a livello globale. Noi siamo relativamente fortunati. Possiamo parlare di riconversione, idrogeno, mobilità verde… ma che dire di altri 3 miliardi di persone sul pianeta che hanno problemi più urgenti? Dobbiamo trovare regole comuni e sostenere i Paesi emergenti.”

Ha concluso il Ministro.

Cattive notizie per la transizione ecologica dunque?

Alla luce del ragionamento di Cingolani, dunque, come possiamo concludere? Alcune delle argomentazioni del Ministro hanno senso, gli va riconosciuto. Consideriamo di quali automobili stiamo parlando e di quali macchinari hanno a disposizione questi costruttori. Uno come Horacio Pagani, che italiano non è in quanto proveniente dall’Argentina ma che lavora nel bolognese da decenni, produce le sue hypercar in un laboratorio artigianale che nulla a che vedere con uno stabilimento automobilistico.

Ciò non toglie, comunque, che sentir parlare in questo modo un Ministro alla Transizione Ecologica faccia veramente accapponare la pelle. A maggior ragione se pensiamo che si tratta di chi dovrà coordinare il vertice ambientale delle prime 20 economie del mondo. Naturalmente i costruttori di automobili – così come gran parte di altre imprese – avranno delle difficoltà anche serie a riconvertire la loro produzione. Se però consideriamo le potenziali problematiche di ogni attore economico, quando mai inizieremo questo processo vitale per il futuro?

Qualora il pensiero di Cingolani divenisse predominante, se tutti gli altri Ministeri incaricati di agevolare la transizione ecologica per tutelare aziende o distretti produttivi, neanche cominceremmo mai a mettere in pratica una qualunque forma di riconversione.

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Tesla fa soltanto automobili elettriche e ha dimostrato che è possibile coniugare alte prestazioni a motorizzazioni ecologiche. Foto: Pixabay.

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Un esempio virtuoso

Cingolani dà l’idea di volersi arroccare sul passato e difendere l’esistente, come hanno sottolineato sulle pagine virtuali di vaielettrico.it. Nello stesso articolo, troviamo anche un esempio assolutamente virtuoso e in netto disaccordo con la tesi del Ministro.

Ci sono infatti anche costruttori di automobili sportive e di lusso che stanno già cavalcando da tempo l’elettrico e ne apprezzano le possibilità. La Porsche ha lanciato il suo primo modello elettrico nel 2019 – La Ferrari E non è attesa prima del 2025 – e ha annunciato risultati di vendita sorprendenti per il primo semestre 2021. L’elettrica Taycan vende ormai praticamente tanto quanto l’immortale 911, la quale la stacca per 20mila 611 consegne contro 19mila 822, davvero un pugno di unità.

“Il tasso di elettrificazione sta crescendo ovunque. Questo conferma il percorso intrapreso con la nostra strategia. In Europa, circa il 40% delle auto attualmente in consegna dispone di un motore elettrico, puro oppure ibrido plug-in. La nostra massima priorità continua a essere quella di realizzare i sogni dei nostri clienti.”

Dice Detlev von Platen, responsabile Sales&Marketing del marchio Porsche. A quanto pare, dunque, anche i clienti di questi marchi possono accettare l’elettrico; non a caso a Stoccarda lanceranno presto la loro seconda proposta completamente elettrica, la Macan, e hanno già annunciato che farà seguito un’intera gamma di auto con propulsione green. Qualcuno avvisi Cingolani.

A Venezia i ministri del G20 rilanciano l’idea della carbon tax

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Finalmente i ministri dell’economia e i governatori delle Banche Centrali più influenti al mondo hanno rilanciato l’idea di una carbon tax, e di “un ampio insieme di strumenti per far fronte all’emergenza climatica”. È la prima volta che avviene in maniera così decisa. La sede di questo rilancio è una di quelle d’eccezione: il vertice di economia e finanza del G20 tenutosi a Venezia dal 9 all’ 11 luglio scorso.

Però cominciamo col dire che, sebbene sia stata messa sul tavolo, la strada per introdurre una tassa globale sulle emissioni di CO2 sembra ancora lunga. Soprattutto perché, al di là dei proclami, ad ora sono arrivate solo semplici dichiarazioni.

Cos’è la carbon tax?

Per prima cosa capiamo cosa si vuol dire quando parliamo di carbon tax. La carbon tax è una tassa che viene applicata ai prodotti il cui consumo comporta emissioni di Co2, il principale responsabile dell’emergenza climatica che stiamo vivendo. A pagarla, solitamente, sono le aziende che nella loro attività produttiva emettono tale gas a effetto serra.

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Il ragionamento alla base della carbon tax è semplice. La produzione di un bene può generare un costo negativo per l’ambiente, in questi casi si parla di esternalità negative. Questo costo verrà pagato dalla collettività, ad esempio attraverso i danni alla salute e il danneggiamento degli ecosistemi. Per fare in modo che siano le aziende – e non la collettività – a pagare per i danni causati, è dunque possibile tassare le produzioni inquinanti.

Il summit del G20 di Venezia

Il G20 è nato nel 1999 come forum di consultazione tra le maggiori economie del mondo. In seguito alla crisi del 2008 è stato implementato anche di una dimensione politica, per favorire il coordinamento delle politiche dei singoli Stati sulle principali tematiche internazionali. Attualmente i Paesi coinvolti rappresentano il 60 per cento della popolazione globale, l’80% del PIL mondiale, il 75% del commercio estero.

Quest’anno i vertici del G20 si stanno svolgendo in Italia. Sabato scorso a Venezia, a margine del vertice su economia e finanza, si è tenuta la Conferenza internazionale sul cambiamento climatico, a cui hanno partecipato i ministri dell’economia e i governatori delle banche centrali più influenti al mondo.

Durante il vertice, il ministro dell’economia francese, Bruno Le Maire, ha esortato i colleghi ad assumere un impegno comune: far pagare un prezzo equo a tutti coloro che inquinano. «C’è bisogno – ha spiegato Le Maire – di introdurre un prezzo equo ed efficiente delle emissioni di anidride carbonica. In un mondo ideale, il prezzo dovrebbe essere uguale per tutti, ma ci sono differenze politiche su questo obiettivo. Stabilire una soglia minima va in questa direzione».

La fissazione di una base globale del prezzo del carbonio (cosiddetta global floor) è anche uno dei cardini della strategia climatica della Unione Europea. La Commissione presenterà domani ‘Fit for 55‘, un maxi pacchetto sul clima che poggerà su tre elementi:

  • l’estensione a nuovi settori del sistema del trading di emissioni di Co2;
  • la revisione della direttiva sulla tassazione energetica;
  • un meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere (carbon border adjustment mechanism).

Gli Stati Uniti

Un po’ più generico è stato il punto di vista degli Stati Uniti. La segretaria al Tesoro Usa, Janet Yellen, si è mostrata consapevole che la lotta al cambiamento climatico “richiederà grandi investimenti e scelte politiche difficili” da prendere “immediatamente”. Ma non c’è stato nessun accenno specifico su una carbon tax globale, bensì più in generale su «incentivi alla decarbonizzazione e altre tipologie di sussidi».

La posizione del FMI

Uno degli attori più favorevoli all’introduzione della carbon tax è il Fondo Monetario Internazionale (Fmi). A Venezia la direttrice generale, Kristalina Georgieva, ha ribadito che serve «un segnale forte» per spingere all’adozione di una soglia di prezzo minima globale per le emissioni di anidride carbonica.

Ad oggi, secondo la direttrice del Fmi, il prezzo medio globale della Co2 è insufficiente: appena 3 dollari la tonnellata, e oltretutto copre solo il 23% delle emissioni globali complessive. Georgieva ha indicato la necessità di fissare un prezzo di almeno 75 dollari per ogni tonnellata di Co2 emessa.

Come farlo? «La prima priorità è liberare il mondo da ogni forma di sussidi ai combustibili fossili, che oggi sono equivalenti a più di 5 trilioni di dollari all’anno», risponde Georgieva. Poi si dovrebbe arrivare a un accordo internazionale che introduca un prezzo minimo del carbonio (global floor), o meglio diversi prezzi minimi a seconda dei contesti locali di sviluppo.

La strada è ancora lunga

Certo, stiamo parlando di semplici dichiarazioni. Ad esempio, nulla di comparabile con l’accordo sulla tassazione delle multinazionali raggiunto durante il summit. Un accordo vero e proprio anche in tema di carbon tax non sarà semplice da raggiungere. In primis bisognerà prevedere le ricadute economiche e sociali legati all’introduzione della tassa sul carbonio, evitando ciò che è avvenuto in Francia in occasione delle proteste dei gillet gialli.

Qui da noi, in Italia, una recente analisi fornita dall’Osservatorio dei conti pubblici calcola che, con la carbon tax, «il prezzo di carbone aumenterebbe del 134%, quello dell’elettricità del 18%. Per la benzina, l’aumento di prezzo sarebbe di circa il 10%». Sicuramente un cambiamento necessario se vogliamo affrontare l’emergenza climatica, ma da adottare insieme ad altre riforme indispensabili.

Insomma, la strada è ancora lunga. Ma la nota positiva è che, per la prima volta, nel comunicato finale del G20 potrebbe esserci il riconoscimento del ruolo del carbon pricing nella lotta la cambiamento climatico.

Energie rinnovabili: flop alle aste per l’installazione

Non è una buona notizia per l’ambiente quella che stiamo per dare. Nonostante siamo in un momento in cui la questione ambientale è attualità stretta, quotidiana, di tendenza potremmo dire, continuiamo a vedere che molti se ne riempiono la bocca ma pochi fanno azioni concrete. Una nuova dimostrazione di ciò ce la da il Gestore dei Servizi Energetici. GSE è una società pubblica incaricata di assegnare i contributi per chiunque scelga di investire nelle energie rinnovabili. In seguito all’ultimo lotto di aste organizzate dalla società per assegnare le installazioni, gran parte di esse non sono state acquistate.

Ascolta il podcast di introduzione all’articolo!

I numeri delle energie rinnovabili

Come sovente sta accadendo nel nostro Paese, anche l’ultimo lotto di aste per l’installazione di centrali di sfruttamento delle energie rinnovabili si è dimostrato un flop. Entriamo nel merito, facendoci aiutare da alcuni numeri. GSE ha messo all’asta – nelle settimane passate – 1.582 megawatt (MW) di nuova capacità. La quantità avrebbe potuto – e dovuto – attirare l’attenzione di alcuni attori importanti nel mercato energetico. In realtà sono state ricevute offerte soltanto per 98,9 di questi MW. Le aziende ne hanno poi acquistati 73,7. Sarà questa la quantità sulla quale saranno portati avanti progetti di sfruttamento delle energie rinnovabili. Parliamo di meno del 5% della disponibilità totale.

Sulla totalità dei 73,7 MW assegnati, 41,2 se li è aggiudicati ENEL. L’asta di giugno è andata peggio di quella di maggio, nella quale fu venduta soltanto il 12% della potenza posta in vendita.

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Foto di Free-Photos da Pixabay 

Questi numeri ce la raccontano lunga su quanta strada ci sia ancora da fare, in Italia, prima di poter davvero entrare nell’era delle energie rinnovabili. Facciamo un esempio che funga da paragone anche per il profano. Nel corso dei 12 mesi del 2020, il nostro Paese ha messo all’asta 1.800 GW complessivi di energia pulita. GSE ha ricevuto offerte solamente per 470. L’anno scorso è stato naturalmente difficile e complicato e si potrebbe pensare che la longa manus del covid abbia influito in maniera considerevole, falsando il dato. Nello stesso periodo, però, in Spagna sono stati messi all’asta ben 3mila MW di energie rinnovabili. Madrid ha ricevuto richieste per oltre 9mila.

Burocrazia e opposizioni locali, ostacoli spesso insormontabili

Sembra proprio, dunque, che le aziende energetiche non ne vogliano sapere di investire in Italia. Per quale motivo? Le ragioni sono, in realtà, più di una. Il primo problema è una vecchia conoscenza nel nostro Paese, quel leviatano chiamato burocrazia che, inevitabilmente, finisce per rallentare qualunque cosa. I tempi medi di un processo autorizzativo in Italia sono di 5 anni: un lasso di tempo davvero troppo lungo. Ciclicamente i governi mettono l’accento su quanto ci sia bisogno di agevolare gli iter burocratici; un vero e proprio problema in questo Paese, capaci di ostacolare chiunque. Ciclicamente, questi programmi vengono disattesi.

Non è la burocrazia l’unico alto gradino da superare per chiunque voglia fare delle energie rinnovabili il proprio core business. Queste imprese, infatti, si trovano spesso contro comitati di ogni genere, nemici delle infrastrutture che occorrono per sfruttare a dovere una produzione pulita. Enti locali, comitati cittadini, amministrazioni comunali, sovrintendenti del Ministero dei Beni Culturali che bocciano i progetti poiché deturpano il paesaggio… Non è certo semplice insediare una centrale che sfrutti energie rinnovabili, nel nostro Paese. Gran parte dell’Italia è vittima della cosiddetta sindrome nimby ovvero not in my backyard. L’espressione inglese descrive un atteggiamento davvero comune, secondo il quale le persone non si dichiarano contrarie a centrali elettriche da energie rinnovabili – o a qualunque altra novità, però non le vogliono vicino a casa. Non a caso, letteralmente, la frase si traduce con “non nel mio cortile”.

Energie rinnovabili in Italia: lo stato attuale

L’Italia installa ogni anno, in media, circa 800 MW di energie rinnovabili. Per raggiungere l’ambizioso – sebbene necessario – obiettivo europeo di ottenere il 70% di energia pulita nel 2030, dovremmo salire a 7mila MW l’anno di nuova potenza. I numeri sono quelli indicati dal Ministro per la Transizione Ecologica, Roberto Cingolani. Servirebbe un immediato cambio di rotta, dunque. Eppure non stiamo certo assistendo a nulla del genere.

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Foto di Klaus-Uwe Gerhardt da Pixabay 

Situazione allarmante per le energie rinnovabili

Il CEO di Enel Green Power, nonché direttore responsabile della Global Power Generation division, Salvatore Bernabei, si è espresso in maniera piuttosto chiaro sull’attuale situazione italiana. La ha definita preoccupante.

“Il risultato della quinta asta GSE ha visto assegnare circa il 5% della capacità disponibile da energie rinnovabili. L’offerta per i progetti è stata notevolmente inferiore ai volumi di gara e la partecipazione è stata di pochissimi operatori. Siamo ai minimi mai registrati e si tratta di una situazione preoccupante per l’Italia.”

“La lentezza dei processi autorizzativi e l’incertezza sulla capacità di realizzazione rappresentano un freno alla transizione ecologica del Paese. Occorre trovare una soluzione per raggiungere gli obiettivi europei di decarbonizzazione. Gli operatori di un comparto fondamentale per la ripartenza hanno bisogno di certezze.”

Bernabei non si è sicuramente nascosto. Ha ragione da vendere quando sottolinea come ci sia un problema. Numerosi altri Paesi, come la Spagna che abbiamo già citato, puntano in maniera molto aggressiva alle energie rinnovabili, consci che sono queste a costituire la strada maestra per la decarbonizzazione. In Italia questo forse non lo capiamo o comunque, come sistema Paese, non siamo in grado di supportare chi davvero vorrebbe mirare sulla trasformazione in energia di fonti rinnovabili agevolando loro il compito. Di questo passo, le richieste di Bruxelles per una riconversione in tempi brevi non potranno che essere disattese.

Transizione ecologica, falsa partenza per il Ministero

Ci aspettavamo qualche cosa di meglio. La nascita del Ministero della Transizione Ecologica, avvenuta in contemporanea all’insediamento del governo Mario Draghi ci aveva fatto ben sperare. All’alba della sua presidenza, il premier incaricato Draghi aveva annunciato la creazione di un Ministero che doveva garantire una transizione ecologica al nostro Paese, verso le fonti rinnovabili. Anzi, lo aveva fatto annunciare a Donatella Bianchi, presidente del WWF, enfatizzando ancor più la nascita del dicastero. Il primo atto autorizzato però, non lascia affatto tranquilli gli ambientalisti.

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Il caso

Le grandi speranze che hanno seguito la nascita del Ministero – all’interno di un governo del tutti dentro che, come ben sappiamo, di dicasteri ne ha creati addirittura 23! – corrono il rischio di venire deluse a nemmeno 3 mesi dal giuramento della squadra di Draghi. Per transizione ecologica, infatti, nessuno intendeva certo nuove trivellazioni per sfruttare fonti fossili. Vediamo che cosa è successo.

Raccontiamo il caso con le parole del comunicato stampa inviato all’ANSA dal Forum H2O, associazione abruzzese che riunisce numerosi movimenti per l’acqua: “Il Ministro della Transizione Ecologica Cingolani ingrana la marcia. Però all’indietro. Lo fa puntando sul passato, cioè sulle fossili. È stata infatti approvata la valutazione di impatto ambientale per ben 11 nuovi pozzi per idrocarburi, di cui anche uno esplorativo. Il tutto nel Mar Adriatico, tra Veneto e Abruzzo, nel canale di Sicilia e a terra, in provincia di Modena. Inoltre, sempre in Emilia ma questa volta in provincia di Bologna, ha approvato anche l’avvio della produzione di un pozzo già esistente a metano. Visti i primi atti ci verrebbe voglia di battezzarlo come Ministero della Finzione Ecologica.”

Ironia amara

La definizione “Ministero della Finzione Ecologica” fa certamente sorridere. Eppure esprime davvero bene la frustrazione che si prova di fronte a questa decisione. Ci verrà detto che queste misure non devono ricadere interamente sulle spalle di Cingolani, uno che è lì da qualche settimana e, data l’improvvisa fine del governo precedente, si sarà sicuramente ritrovato molte pratiche aperte da chi lo precedeva al Ministero dell’Ambiente. La storia vera, però, non è proprio questa.

Continua il Forum H2O: “Sono ben 7 gli interventi presentati negli anni scorsi dai petrolieri delle società ENI (3); Po Valley Operations PTY Ltd (2) e SIAM Srl (2). Questi progetti erano rimasti fermi al Ministero per anni, anche dal 2014. Il neoministro Cingolani li ha prontamente resuscitati invece di mettere fine, in generale, ai nuovi progetti fossili.” Che era poi quel che ci si aspettava da lui.

“Oltre ai rischi e alle criticità insiti in ogni singolo progetto, per incidenti (recentemente in Croazia una piattaforma si è inabissata per il maltempo), perdite e scarichi, la cosa grave è che ci si allontana sempre più dagli obiettivi fissati dall’Accordo di Parigi sul Clima. Quelli che a parole tutti dicono di voler rispettare.”

Le priorità del Ministero della Transizione Ecologica

Il comunicato del forum continua con una brutale conclusione e un augurio a cui ci uniamo: “Per Cingolani e il governo Draghi, evidentemente, l’emergenza non è quella climatica ma premiare i progetti dei petrolieri. Auspichiamo che questi progetti siano fermati nel prosieguo dell’iter di approvazione, anche se la strada si fa in salita.”

Le esplorazioni e le trivellazioni, infatti, non sono ancora operative, in atto. Esse hanno però ricevuto il via libera da parte del Ministero, che significa che ormai hanno avuto il nulla osta e, con ogni probabilità, diverranno effettive a breve. Il campanello d’allarme del Forum H2O ci serva da monito. Se il buongiorno si vede dal mattino, come recita un noto proverbio, ecco che dobbiamo tenere sotto stretto controllo l’operato del nuovo dicastero. Continuare ad appoggiare estrazione e sfruttamento del fossile non è transizione ecologica, semmai l’esatto contrario. È immobilismo ecologico, finzione come hanno detto dal forum. In altre parole, è tutto ciò di cui non abbiamo bisogno in questo momento. Il nostro pianeta ha già iniziato a farci intendere quanto disapprovi il nostro stile di vita totalmente irrispettoso nei suoi confronti.

Altro che transizione ecologica: ancora nuove trivellazioni

L’idea delle trivellazioni pare essere un chiodo fisso, un cruccio nel nostro Paese. Nonostante i giacimenti fossili italiani siano tutt’altro che ricchi e rigogliosi, tanto che dovrebbero essere di stimolo alla ricerca di fonti energetiche a loro alternative, numerosi sono i governi che continuano ad insistere su di essi. Prima di Draghi lo fece l’ex premier Matteo Renzi. Ricorderete come, 5 anni fa – il 17 aprile 2016 – fummo chiamati alle urne per un referendum abrogativo. Esso ci chiedeva se volessimo impedire esplorazioni e trivellazioni alla ricerca di idrocarburi nei nostri specchi d’acqua. Ebbene, in tale occasione, si recò a votare una percentuale di elettori esigua, ben inferiore al 40% e, come da normativa, il referendum non passò e il diritto di esplorare non venne tolto. Proprio come desiderava il governo di allora.

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Foto di Kanenori da Pixabay 

Perché è importante ricordare questo episodio? Perché dobbiamo evitare di incolpare i soli Draghi e Cingolani. Se come popolo italiano avessimo deciso, quando potevamo, di stoppare queste operazioni, probabilmente questo articolo non sarebbe neppure mai uscito poiché nuove trivellazioni in Italia sarebbero state impossibili. E invece eccoci qua.

La storia non si fa con i se e con i ma com’è risaputo ma ciò non deve scusarci. Se non ci responsabilizziamo noi per primi, se non facciamo partire dal basso la lotta per il clima, alzando le nostre voci finché non vengano sentite con chiarezza all’interno dei palazzi del potere, temo che ci ritroveremmo molte volte a dover scrivere pezzi come questo – da questa parte dello schermo – e a doverli leggere – dal vostro lato.

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Clima: stiamo sbagliando tutto

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Chi ci legge abitualmente lo sa ormai bene. Qui su L’EcoPost raramente diamo buone notizie. Non dipende da noi. Basta guardarsi un pò intorno per vedere con i propri occhi quanto inadeguata sia l’umanità rispetto ad una delle sue battaglie principali: quella per il clima. Tutti parlano di surriscaldamento globale, di disastro climatico e di crisi grave e profonda. Quasi nessuno fa veramente qualcosa di concreto. Le organizzazioni ambientaliste lo gridano da tempo, restando però inascoltate. Inevitabilmente, ci rimettiamo tutti.

Sono già passati 6 anni dagli applausi e la felicità in diretta streaming e televisiva della conclusione della conferenza di Parigi. Quel summit mondiale lasciò molti ambientalisti e numerosi scienziati delusi, eppure era già qualcosa. Purtroppo però, le promesse messe nero su bianco in quella sede sembrano essere restate tali.

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Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Ascolta il podcast di introduzione all’articolo!

Il report sulle energie rinnovabili

Sul fronte della battaglia per il clima una sfida considerevole è quella riguardante l’energia. La transizione verso le rinnovabili è però troppo lenta e questo causa inquinamento. La produzione di elettricità pulita dovrebbe crescere ad un ritmo 8 volte maggiore rispetto alla percentuale con cui lo sta facendo oggi. Una velocità inferiore correrebbe il rischio di non riuscire a smarcarci dal fossile in tempo utile per tenere sotto controllo il surriscaldamento. A quanto ci dicono le indicazioni pubblicate da IRENA – International renewable energy agency, l’agenzia internazionale per le energie rinnovabili – il capitale investito nella transazione deve aumentare in maniera netta per supportare questa accelerazione. In base al report intitolato World energy transitions outlook, da qui al 2050 dovremmo aumentare del 30% gli investimenti nel settore. In soldoni, parliamo di 131 trilioni di dollari in 30 anni, ovvero 4,4 all’anno.

Rispetto a oggi, la capacità mondiale di produrre elettricità rinnovabile dovrà aumentare di oltre 10 volte. La sola elettrificazione dei trasporti dovrà segnare una crescita del 3000%. I numeri sono tanto netti da fare paura. Eppure lo scopo non vuole essere questo, bensì quello di rimarcare una volta in più come non esistano alternative alla transizione energetica. Se infatti vogliamo mantenere le nostre condizioni di vita almeno pari a quelle moderne (risultato che appare sempre più difficile da raggiungere) non possiamo continuare a bere energia come stiamo facendo oggi. Questo è un altro punto chiave. Accanto ad un aumento della produzione deve collocarsi una riduzione della domanda di energia. L’efficienza non può più essere trascurata.

Dalla Danimarca una decisione a favore del clima

I Paesi del Nord Europa, nonostante custodiscano ingenti quantità di petrolio nel sottosuolo, sono più virtuosi della media degli altri Paesi sviluppati quando si tratta di clima. La Danimarca sta portando avanti un disegno interessante, che auspichiamo sia d’esempio ad altri. Il governo del Paese scandinavo si è assicurato la copertura politica – e attende ora quella economica per circa 34 miliardi di dollari – per realizzare il maggior progetto integralmente dedicato alla green energy sulla Terra. Si tratta della realizzazione di un’isola energetica artificiale sulla quale saranno installate centinaia di torri eoliche. Tramite questa infrastruttura la Danimarca punta in maniera concreta alla neutralità climatica entro il 2050. Il parco offshore sorgerà nel Mare del Nord, 80 chilometri lontano dalla costa occidentale. L’estensione dell’isola raggiungerà i 120mila metri quadrati.

In completamento entro il 2033 questo parco fornirà inizialmente 3 gigawatt di elettricità dal vento. Poi i gw saranno portati a 10. Già entro il 2030 Copenhagen punta ad abbattere le proprie emissioni del 70% grazie soprattutto a questa struttura. L’obiettivo è sicuramente ambizioso e sarebbe inverosimile in gran parte dei Paesi europei. In Danimarca, però, il 40% della produzione energetica è già eolica al giorno d’oggi, dunque il risultato è più vicino di quanto si possa credere.

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La preoccupante situazione mondiale

A Parigi, lo sappiamo, era stata presa la decisione di contenere l’aumento del surriscaldamento globale entro il grado e mezzo. In realtà, sul pianeta stiamo andando nella direzione opposta. L’innalzamento delle temperature è proiettato ben più alto e non potrà che aumentare qualora la strada intrapresa per inseguire la ripresa economica al termine della pandemia – che grazie ai vaccini potrebbe non essere troppo distante – sarà quella cinese. La superpotenza asiatica, infatti, ha deciso di recuperare i ritardi nella crescita economica dovuti al coronavirus sorvolando sulle emissioni. Per restare all’interno dei limiti imposti a Parigi il consumo di combustibili fossili, principalmente petrolio e carbone, dovrebbe scendere di oltre il 75% da qui al 2050.

Secondo IRENA, così come per la maggior parte delle associazioni sue colleghe, si può ancora sperare in una transizione energetica sostenibile, però bisogna agire in fretta. Abbiamo scritto queste parole ormai decine di volte, eppure ogni volta che le ripetiamo il tempo è inferiore rispetto al monito precedente. Arrivati ad un certo punto, questo gap non sarà più colmabile. Tutti i Paesi che possiamo definire sviluppati stanno puntando in maniera netta verso la neutralità carbonica. Essa non corrisponde certo all’obiettivo ultimo delle emissioni zero ma è già un buon punto di partenza dal momento che stiamo scrivendo di nazioni che, da sole, producono oltre il 50% delle emissioni globali.

Dalla pandemia un’opportunità

Durante l’emergenza Covid, dalla quale non siamo ancora usciti, abbiamo avuto prova di come quelle economie già più vicine alla soluzione sostenibile si siano dimostrate più resilienti. Ricordiamo infatti lo storico giorno in cui il prezzo del petrolio è sceso sotto lo 0; in tale frangente abbiamo avuto una tangibile prova di quale debba essere la strada da intraprendere. Possiamo dunque prevedere – e augurarci – che saranno sempre più ingenti le risorse investite nella transizione. Investitori e mercati, dal canto loro, sembrano sempre più propensi a collocare i loro capitali in questo ambito. Non tutto è oro quel che luccica, però. Dobbiamo infatti vigilare, come elettori, che i governi e le classi dirigenti puntino davvero alla transizione e non siano soltanto impegnati in atti di greenwashing.

Greenwashing, l’ipocrisia è nemica del clima

È già capitato altre volte che enti si impegnassero moltissimo a parole per il clima, difendendo a spada tratta la necessità di puntare forte sulla transizione ma facendo poi l’esatto contrario. Abbiamo anche denunciato, su queste stesse pagine, banche e aziende che, in barba alle dichiarazioni pubbliche, continuano ad investire in maniera cospicua sul fossile. Purtroppo questo problema esiste. Per salvare la faccia e migliorare la propria reputazione, tanti applicano la strategia di mostrarsi ambientalisti a favor di camera, quando in realtà continuano ad inquinare o a fomentare l’inquinamento con le loro azioni e operazioni finanziarie. Il greenwashing è ipocrisia. Sfortunatamente, però, in tempi come questi dove tutti parlano di clima, cavalcare quell’onda gioca a favore di molti, compresi quelli che non hanno il minimo interesse e la minima sensibilità ambientale.

Piccoli ma importanti passi da intraprendere per il clima

Se dobbiamo agire ora faremmo bene a cominciare fin da subito. Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, com’è risaputo, e bisogna evitare di cadere – volutamente o meno – in quella trappola appena descritta che si chiama greenwashing. Come possiamo dunque muoverci?

Approfondimento dell’Università della Calabria sulla neutralità climatica in Europa

Partiamo da un ragionamento a medio termine: nel prossimo futuro saranno le rinnovabili a dominare il mondo dell’energia. Questa è una buona cosa. Non possiamo però certo attendere. Già oggi abbiamo a disposizione tecnologie che ci permettono di procurarci energia abbattendo al massimo, in alcuni casi anche fino allo 0, le emissioni. Queste tecnologie non sono molte, né a buon mercato ma possiamo renderle tali. Come? Perché non iniziare trasferendo la totalità dei fondi e dei sussidi che oggi vanno a beneficio del fossile all’energia rinnovabile? Alcuni Paesi si stanno già attrezzando per farlo ma c’è anche chi non se ne cura affatto. Questo sarebbe il modo più semplice e veloce per convertire il sistema di accaparramento energetico meno impattante e più efficiente. I singoli Paesi potrebbero cominciare a farlo nel loro piccolo. Esattamente come la Danimarca.

IRENA è l’istituzione sovranazionale più importante relativamente alle energie rinnovabili, forte di 163 Stati che ne fanno già parte e altri 21 in fase di adesione. Potrebbe essere l’organismo atto a dare linee guida, quando non proprio a prendere le decisioni in questo ambito ma non vi riesce. Non è infatti mai facile trovare una linea comune quando le decisioni vanno prese in tanti. Numerosi tra gli aderenti, infatti, sono esportatori di petrolio o altre fonti fossili. Per tal motivo, non è certo semplice convincerli a rinunciare ai propri introiti. Se dunque dall’alto non vi è modo, almeno nell’immediato, di mettere tutti d’accordo, incamminando l’intero pianeta su una strada alternativa, possiamo ribaltare la prospettiva e provare a farlo dal basso.

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Schieriamoci

C’è da scongiurare una catastrofe, se per caso il concetto non fosse ancora chiaro. L’anidride carbonica che stiamo emettendo non è sostenibile per il nostro pianeta. Di fatto, ci stiamo avvelenando da soli. È allora compito nostro prendere la sfida nelle nostre mani, cogliere l’importanza del momento e sollecitare chi decide a fare scelte che mirino alla tutela ambientale. Ciò vale a livello locale, nazionale e sovranazionale. Già noi e il nostro vicino dobbiamo cominciare a impegnarci in prima persona. Agire concretamente può apparire faticoso ma è con l’esempio che si insegna. Il miglior modo per convincere altre persone é mostrare che stiamo svolgendo la stessa mansione che abbiamo richiesto a loro.

Grandi banche o grandi inquinatori? Chi finanzia i nemici del clima

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La pandemia sta minando il mondo, lo sappiamo. Tra i tanti auspici per il post-coronavirus, numerose voci si alzarono per suggerire un cambiamento, dal momento che il pianeta sarebbe stato forzato a ripartire. L’economia green era vista da molti come la chiave forse più importante al fine di segnare un netto stacco tra il mondo pre e post COVID-19. Al solito però, sembrerebbe che si sia predicato bene per razzolare male. Le grandi banche, incuranti dei disagi pandemici, hanno continuato per tutto il 2020 a finanziare il settore dei combustibili fossili. Gli investimenti in questo ambito sarebbero addirittura superiori a quelli versati nel 2016.

La situazione tratteggiata nel corso della sedicesima edizione del Fossil Fuel Financing Report non arride agli ecologisti. Si tratta del più completo rapporto a nostra disposizione sul finanziamento delle grandi banche ai petrolieri e al settore del fossile. Già il titolo del report è abbastanza chiarificatore: Banking on Climate Chaos 2021.

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Elaborazione grafica di OpenClipart-Vectors da Pixabay 

Dopo tanti articoli, anche de L’EcoPost, che hanno esaminato i rapporti tra alte sfere finanziarie ed economia del petrolio, ormai questa situazione non dovrebbe neanche stupirci più di tanto. Eppure non dobbiamo distogliere la nostra attenzione da questa vicenda. È necessario mantenere ben chiaro chi siano davvero i nemici del clima. Occorre conoscere chiunque si schieri nel campo degli inquinatori seriali. Abbiamo bisogno di sapere a quale gioco stiano giocando le grandi banche.

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Chi punta il dito contro le grandi banche

Banking on Climate Chaos 2021 è stato pubblicato da un’alleanza di associazioni che si battono per l’ambiente. Tra queste troviamo Sierra Club, Rainforest Action Network, Indigenous Environmental Network, Reclaim Finance, BankTrack e Oil Change International. Alle spalle di questi aprifila, se così vogliam definirli, troviamo altre 300 organizzazioni provenienti da oltre 50 Paesi. La coalizione di queste ONG unite nella lotta al surriscaldamento globale spiega come il rapporto documenti “un allarmante scollamento tra il consenso scientifico globale sul cambiamento climatico e le pratiche delle più grandi banche del mondo.”

Nel servizio di Retesette una manifestazione, nell’estate 2019, dei ragazzi di Fridays For Future per chiedere alle grandi banche di smettere di investire in combustibili fossili.

I risultati della ricerca

Il rapporto 2021 ha allargato la sua inchiesta. Se fino allo scorso anno si prendevano in esame gli investimenti di 35 grandi banche, quest’anno si è passati a 60. Tutti i gruppi analizzati provengono dall’insieme dei più grandi poli bancari al mondo. I risultati di questa ricerca portata avanti sui dati 2020, si anticipava, non sono certamente entusiasmanti per quanto riguardi l’ambiente.

“Nei 5 anni dall’adozione degli accordi di Parigi, queste banche hanno pompato oltre 3,8 trilioni di dollari nell’industria dei combustibili fossili. Il finanziamento è stato più elevato nel 2020 rispetto al 2016. La tendenza è in diretta opposizione all’obiettivo dichiarato nell’Accordo di ridurre le emissioni di carbonio rapidamente. ” Il target, infatti, è quello di limitare l’aumento della temperatura globale a 1,5 gradi Celsius. Il rapporto ci dimostra come i detentori del potere economico-finanziario, stiano procedendo in direzione ostinata e contraria – per citare non in maniera casuale il più noto dei cantautori italiani.

Grandi banche e grande inquinamento

“Anche in mezzo a una recessione indotta da una pandemia, la quale ha portato a una riduzione generale del finanziamento dei combustibili fossili di circa il 9%, nel 2020 le 60 maggiori banche hanno comunque aumentato di oltre il 10% i loro finanziamenti alle 100 compagnie più responsabili dell’espansione dei combustibili fossili.” Il rapporto introduce oltre 20 casi di studio per supportare la propria tesi. Si tirano ad esempio in ballo progetti come l’oleodotto delle sabbie bituminose Line 3 oppure l’espansione delle operazioni di fracking sulle terre delle comunità indigene Mapuche nella Patagonia argentina.

Banking on Climate Chaos 2021 indica i maggiori finanziatori di combustibili fossili in tutto il mondo. Molti dei nomi che compaiono nel rapporto sono oltremodo noti. JPMorgan Chase sarebbe il principale investitore nel fossile a livello mondiale. RBC il maggiore in Canada; Barclays il suo omologo nel Regno Unito; Bank of China rappresenta il poco invidiabile leader di questa classifica in Cina e MUFG in Giappone. Nell’UE la maglia nera va a BNP Paribas mentre in Italia a Unicredit (trentacinquesima banca mondiale per investimenti neri), seguita a stretto giro da Intesa San Paolo (quarantacinquesima al mondo). Numerosi di questi sono leader assoluti nei loro settori di riferimento: finanza, gestione del risparmio e/o investimenti e trading.

In generale, gran parte delle banche con sede negli USA dimostra di essere tra le maggiori fomentatrici delle emissioni globali. Abbiamo puntato il dito contro JPMorgan in quanto si tratta della peggiore banca fossile al mondo; ma è in buona compagnia. Gli ambientalisti, si ricorda nel rapporto, sottolineano come “Chase si sia recentemente impegnata ad allineare il proprio investimento con il trattato di Parigi. Tuttavia continua a finanziare, sostanzialmente senza restrizioni, i combustibili fossili. Dal 2016 al 2020, le attività di prestito e sottoscrizione di Chase hanno fornito quasi 317 miliardi di dollari ai combustibili fossili. Il 33% in più di Citi, la seconda peggiore nel periodo.”

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Foto di Ana Gic da Pixabay 

Una cattiva politica

Quel che si può concludere dopo aver esaminato il report è come, indipendentemente da dove si trovino nel mondo, la gran parte delle banche tiene una cattiva politica nei confronti dell’ambiente. È scoraggiante dover rilevare come numerosi istituti creditizi continuino imperterriti nella loro opera di finanziamento al fossile.

Se un piccolo sorriso ci nasce in volto dopo aver letto come la banca Wells Fargo, una delle storicamente meno attente alla questione ambientale sia scivolata da quarta a nona peggior banca fossile; ecco che quello stesso sorriso si riassorbe prendendo in esame BNP Paribas, la quale l’ha subito sostituita sul podio di legno. È la prima volta in 5 anni che Wells non occupa una delle prime quattro posizioni, in questa classifica che potremmo definire vergognosa nel 2021. I suoi finanziamenti alle energie non rinnovabili si sarebbero ridotti di un 42%. Ci auguriamo che sia il primo passo di un percorso da istituto virtuoso e non un episodio dovuto, magari, ad un anno di crisi. Sul piatto opposto della bilancia c’è BNP, la quale è proprietaria dell’insegna statunitense Bank of the West, un istituto che ama presentarsi come molto attento al clima.

In realtà, leggiamo nel rapporto: “BNP Paribas ha fornito nel 2020 41 miliardi di dollari in finanziamenti fossili.” Si tratta del più grande aumento assoluto, in percentuale, per quanto riguarda il supporto economico a questa industria. Ciononostante, la banca è solita schierarsi apertamente contro i finanziamenti al petrolio e ai gas non convenzionali.

L’ambiente e le grandi banche

Dopo aver riportato con precisione certosina i dati relativi agli investimenti delle grandi banche contro il clima, il rapporto si conclude con un’analisi delle politiche ambientali degli istituti. Il giudizio complessivo è naturalmente tutt’altro che positivo. Ciò è inevitabile, alla luce di quanto abbiamo riportato fin qui.

Gli impegni esistenti delle banche nei confronti del clima sono definiti come “gravemente insufficienti e fuori asse con gli obiettivi degli accordi di Parigi. Su tutta la linea. Le politiche bancarie di alto profilo sull’obiettivo lontano e mal definito di raggiungere il net zero entro il 2050. Oppure sulla limitazione dei finanziamenti per i combustibili fossili non convenzionali. In generale, le politiche bancarie esistenti per quanto riguarda le restrizioni per il finanziamento diretto ai progetti. Eppure, questo aspetto rappresentava solo il 5% del finanziamento totale dei combustibili fossili analizzato in questo rapporto».

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Foto di marcinjozwiak da Pixabay 

La posizione dei nativi americani

Vittime privilegiate di questo modello d’investimento sono, inevitabilmente, le comunità più povere sul pianeta. Particolarmente colpite sono le tribù indigene, visto il loro speciale rapporto con la terra come suolo e la Terra come pianeta, esse parlano infatti di Madre Terra. Gran parte di questi investimenti rappresentano per queste comunità un diretto attacco ai loro valori e alle loro risorse. Lo ha spiegato bene Tom Goldtooth, il direttore esecutivo di Indigenous Environmental Network, una delle associazioni che ha partecipato alla stesura del report.

“Dobbiamo capire che finanziando l’espansione del petrolio e del gas le principali banche del mondo hanno le mani insanguinate. Nessun green-washing, carbon markets, techno-fixes non provato o net zero può assolverle dai loro crimini contro l’umanità e la Madre Terra. Le terre indigene, in tutto il mondo, vengono saccheggiate. I nostri diritti intrinsechi vengono violati e il valore delle nostre vite è stato ridotto a nulla di fronte all’espansione dei combustibili fossili. Queste banche devono essere ritenute responsabili della copertura del costo della distruzione che causano al nostro pianeta.”

Il monito di Goldtooth nasce come manifestazione del profondo disagio dei nativi americani, le cui terre sono violentate dagli oleodotti che trasportano petrolio tra USA e Canada. Le sue parole, però, possono tranquillamente diventare le nostre. Tutti ci troviamo di fronte a questa amara realtà, non soltanto le comunità indigene. L’economia non può avere il sopravvento sulla salute del nostro pianeta e , di conseguenza, su quella degli esseri umani. Banking on Climate Chaos 2021 ci indica come, però, stia avvenendo proprio questo. Finché la grande finanza e i poteri economici forte sosterranno il fossile, sarà davvero difficile portare a compimento quella transizione energetica di cui il pianeta ha bisogno.

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