Sonic Sea: un documentario sui suoni del mare

Inquinamento acustico mare cargo

Sonic Sea, letteralmente mare sonico, è il titolo del documentario del 2016 diretto da Michelle Dougherty e Daniel Hinerfield, vincitore di diversi premi tra cui anche due Emmy Awards. Si tratta di un importante contributo di denuncia contro un fenomeno di cui non si immaginava nemmeno l’esistenza fino a pochi decenni fa: l’inquinamento acustico nei mari e negli oceani causato dall’uomo. Della durata di poco meno di un’ora, il documentario riassume chiaramente le maggiori cause di disturbo per la vita degli esseri marini, in particolare dei cetacei, e di alcuni eventi chiave che hanno portato alla luce questa problematica.

Sonic Sea trailer

Nella vita quotidiana di città siamo costantemente sottoposti a fonti di inquinamento gestite secondo normative specifiche e, fra queste, il suono non è da sottovalutare. Probabilmente per chi abita vicino a una stazione o un grande centro metropolitano, o semplicemente ha dei vicini di casa particolarmente irrispettosi può non sembrare una novità, ma gli effetti prolungati all’essere sottoposti ad alti livelli sonori possono avere seri danni per la salute fisica e mentale. Tra questi ricordiamo: irritabilità, disturbi del sonno, danni al cuore e perfino una riduzione delle capacità cognitive nei bambini secondo un rapporto dell’Agenzia Europea dell’Ambiente.

Purtroppo non vi sono altrettante attenzioni per quanto riguarda l’inquinamento sonoro dei mari. E questo fatto è ancora più grave se si considera che l’acqua è un ottimo mezzo per la propagazione di onde sonore. Così come la luce riesce ad attraversare l’aria, allo stesso modo il suono si diffonde negli oceani. Ed è anche per questo motivo che diverse specie marine si affidano al suono per la loro sopravvivenza, poiché la luce non penetra a sufficienza sotto il livello del mare per consentire loro di orientarsi con la vista.

I cetacei, in particolare, hanno sviluppato un’abilità nel generare suoni così elaborati da essere considerati al pari di una lingua parlata e riescono a farsi sentire per migliaia di chilometri di distanza. Ad esempio, un cucciolo di balena sarebbe in grado di ritrovare la madre anche da una parte all’altra dell’oceano se si perdesse, grazie alla facilità del suono di raggiungere grandi distanze in acqua. Tuttavia, poiché queste capacità sono sfruttate per nutrirsi, accoppiarsi, proteggersi dai pericoli e, in breve, per vivere, i cetacei sono incredibilmente sensibili all’inquinamento acustico.

Quello che non sapevamo

Il fattore di cui non si era a conoscenza fino a non molti anni fa, era la quantità di pressione sonora prodotta artificialmente dall’uomo sotto la superficie dell’acqua. Nella pellicola Sonic Sea vengono individuate e approfondite tre principali fonti inquinanti: il traffico navale, le esplorazioni petrolifere dei fondali marini e i sonar.

  • Traffico marittimo: il traffico nautico comprende numerose attività umane, a partire dalle navi da cargo e la pesca fino a giungere alle navi da crociera e i traghetti. L’incremento delle connessioni via mare, in particolare, è stato molto influenzato da processi di globalizzazione. Ad oggi, la maggior parte degli scambi commerciali avviene via nave e in quantità di quattro volte superiori agli anni settanta. Le navi di grandi dimensioni producono diversi “rumori silenziosi” all’orecchio umano (per es. vibrazione del motore, frizione dello scafo contro l’acqua e il rumore causato dalle eliche), ma che sono udibili da alcune specie, come la balenottera comune, e si sovrappongono ai loro suoni, causando interferenze sempre maggiori con l’intensificarsi delle rotte navali.
  • Indagini geosismiche con airgun: ad avere un impatto più diretto è uno degli strumenti utilizzati nelle indagini geosismiche con lo scopo di trovare nuovi giacimenti di petrolio o gas sul fondo del mare. Tale strumento viene chiamato airgun, ed è di fatto un’arma ad aria compressa che invia onde d’urto verso il fondale marino. L’analisi delle onde di ritorno permette di comprendere molte cose sulla conformazione geofisica della zona, tuttavia, è una fonte ad alto impatto sui mammiferi marini. Esso produce vere e proprie esplosioni subacquee che possono danneggiare l’udito anche in maniera permanente, se non addirittura causare la morte.
  • Sonar: infine, un’altra tecnologia ampiamente utilizzata dalla marina militare, ma non solo, è il sonar. Con un ampio range di frequenze i sonar si sono rivelati estremamente pericolosi lesionando l’apparato uditivo e anche tessuti cerebrali dei cetacei. Inoltre, per sfuggire a questi suoni, spesso gli animali riemergono verso la superficie con troppa velocità, il che, come ogni esperto di immersioni saprà, può causare emboli letali. Questo fenomeno è stato anche ricollegato a diversi episodi di spiaggiamento in massa di cetacei, come narrato nel documentario.

Le immagini e le registrazioni riportate in Sonic Sea sono una prova evidente di come l’insieme di questi fattori possano avere un effetto devastante nel breve e lungo termine sulla vita dei cetacei. Gli animali nel mare non hanno modo di abbassare il volume quando è troppo alto, non hanno né via di fuga né mezzi per proteggersi e bisogna quindi tenerne conto nello svolgimento delle attività umane.

Rappresentazione grafica del traffico marittimo mondiale

Sfortunatamente il Mar Mediterraneo non fa eccezione a questo tipo di inquinamento. Infatti, sebbene rappresenti una superficie minima rispetto alla totalità degli oceani della Terra, ospita fino al 15% del traffico marittimo mondiale. Non bisogna dimenticare che sul totale della diversità di specie marine conosciute il 7,5% si trova nel Mediterraneo e si contano 8 specie di cetacei che frequentano abitualmente queste acque, tra cui la balenottera e il delfino comune, il capodoglio, lo zifio e la stenella striata. Su alcune di queste specie non vi sono dati sufficienti per conoscerne lo stato di conservazione, mentre le rimanenti sono considerate vulnerabili o in pericolo di estinzione. Di conseguenza, l’inquinamento acustico potrebbe giocare un ruolo chiave per il futuro di questi cetacei.

Per ulteriori informazioni si veda il report del WWF aggiornato al 2021.

Cosa si può fare

Sebbene il problema possa sembrare insormontabile, esistono alcune alternative per mitigare l’inquinamento acustico subacqueo. Si tratta di miglioramenti sia tecnologici che logistici nati dalla riflessione su come raggiungere una migliore convivenza dell’uomo con entità non umane nei nostri mari.

Un semplice esempio potrebbe essere l’imposizione di limitazioni delle attività antropiche in aree in cui sono presenti specie a rischio di estinzione, o durante il periodo delle migrazioni e degli accoppiamenti. Allo stesso tempo è possibile usare tecnologie alternative per rendere le navi più efficienti e ridurre le frequenze, oltre che limitare la potenza della fonte sonora nel caso in cui siano avvistate specie sensibili.

In definitiva, esistono delle possibilità di miglioramento, ma rimane di fondamentale importanza portare avanti le ricerche in questo campo per avere dati sempre più aggiornati sulla sensibilità di ogni specie e degli effetti delle nostre abitudini sulle loro. Solo così si potranno portare avanti campagne di informazione volte anche alla creazione di norme per la protezione della biodiversità più specifiche e stringenti.

Dove vedere Sonic Sea

Il documentario non è facilmente reperibile attraverso le piattaforme di streaming, tuttavia, all’interno del sito dedicato al documentario si può trovare una sezione apposita per richiedere delle proiezioni per scuole, università o altre organizzazioni.

In alternativa, sempre sul sito sonicsea.org è possibile acquistare la visione del documentario su Vimeo On Demand per 2,49$.

Per chi ha confidenza con l’inglese e poco con il tema, Sonic Sea è l’opzione perfetta. Guardare questo documentario è un modo semplice ma efficace per cominciare ad informarsi ed ottenere una visione generale del problema. La presenza di alcune registrazioni ed immagini forti è di grande impatto sensoriale, ma in maniera positiva. Infatti, nessun articolo scritto potrà darci la sensazione di avvicinarci alla vita di una balena o di un delfino allo stesso modo.

“Seaspiracy” e l’insostenibilità della pesca

A distanza di sette anni dal discusso documentario “Cowspiracy”, Kip Andersen, nei panni di produttore esecutivo, affiancato dal regista Ali Tabrizi, torna a denunciare una realtà attuale quanto drammatica; quella dell’impatto antropico sugli oceani. Una delle tante che vengono nascoste ai nostri occhi ogni giorno. Tabrizi mette in gioco se stesso per capire meglio cosa si celi dietro la pesca industriale. Corruzione, giochi di potere, schiavismo e distruzione ambientale sono solo alcuni dei temi che vengono affrontati in questo meraviglioso documentario; disponibile su Netflix a partire dal 24 marzo.

Prima tappa Taiji, Giappone

Questo documentario ha lo scopo di denunciare le ingiustizie che ogni giorno, silenziosamente, massacrano gli oceani del Pianeta ed i suoi abitanti. Ali Tabrizi ha deciso di iniziare questo viaggio dando voce ad una terribile pratica che tutt’oggi lascia sgomenta gran parte del Mondo. La mattanza dei delfini a Taiji, che ha luogo in una baia nel sud del Giappone.

Il governo giapponese si impegna molto per far si che la gente non ne sappia niente. Chi si oppone è messo in prigione e chi cerca di documentare viene seguito h24. E’ essenziale nel 2021 informare su ciò che accade a Taiji. Se non risolviamo questo terribile massacro come possiamo pensare di salvare e tutelare gli oceani? La baia nella quale avviene la mattanza dei delfini è grossa quanto un campo da calcio. E’ impensabile che non si possa cambiare le cose.

Ric O’Barry fondatore di “Dolphin Project“.

Purtroppo lo scenario è lo stesso per una settimana o più; circa 13 barche escono molto presto dal porto per andare a speronare pod (gruppi familiari) di delfini disturbandoli con forti rumori e spingendoli verso la baia. Una volta lì alcuni vengono catturati per poi essere venduti al mercato dei parchi acquatici, ma la maggiorparte invece viene annegata e arpionata. Ma per quale motivo?

Un pod di globicefali si radunano insieme, alla ricerca di una via di fuga. 
Sarebbero stati tutti massacri diverse ore dopo, ad eccezione di uno.
Crediti: Dolphin Project

La caccia ai delfini di Taiji continua ad essere sostenuta, sottoscritta e finanziata dall’industria dei parchi acquatici. Un delfino vivo vale parecchio. Perciò l’obiettivo è catturare giovani esemplari di delfini e balene e rivenderli a tali parchi. La cattività in vasche di cemento li priva di tutto ciò che rende la vita degna di essere vissuta e spesso si lasciano morire. Tutto ciò che non vogliono fare sono costretti a farlo.

Lori Marino, fondatrice di “The whale sanctuary project

La domanda più ovvia a questo punto che si pone Ali è: quanto può valere un delfino morto? Da alcune ricerche è risultato che dal 2000 al 2015, per ogni delfino catturato e rivenduto ai parchi ne sono stati eliminati 12. Perchè ucciderli se la mattanza dei delfini è alimentata dall’industria della cattività? La risposta può essere formulata solo da coloro che dedicano la propria vita a contrastare tali ingiustizie, come Sea Shepherd:

La risposta è: disinfestazione. Per i pescatori i delfini rappresentano la concorrenza, poichè mangiano grandi quantitativi di pesce. Perciò, sbarazzandosene, avranno più pescato a loro disposizione. In altre parole, è una reazione alla pesca eccessiva che ha luogo a Taiji.

Tamara Arenovich, Sea Shepherd crew

Non solo delfini

A pochi km da Taiji vi è il porto di Kii-Katsuura, il quale cela dietro ai propri cancelli un altro dramma. Questa volta ad essere coinvolto è un pesce: il tonno. Rendere i delfini il capro espiatorio per la pesca eccessiva permette alle flotte pescherecce nipponiche di perseverare nell’industria multimiliardaria del tonno e declinare qualsiasi responsabilità ecologica.

Le cifre che circolano riguardo al tonno ed in particolare alla varietà “rossa” sono drammatiche. I prezzi che raggiunge la sua carne sono i più alti in assoluto, proprio per la sua sempre maggiore scarsità negli oceani di tutto il globo; un solo esemplare può essere venduto anche per 3 mln di dollari ed il settore ne vale 42 all’anno.

Mercato del tonno di Tokio

Il settore è a rischio di sovra sfruttamento e, ad oggi, rimane solo il 3% della specie. Purtroppo il tonno non è l’unica specie di valore pescata. Un altro pesce è al centro del commercio ittico nipponico: lo squalo. Una volta a Tokio, Ali si è trovato davanti ad una scena agghiacciante: distese di corpi di squali ai quali venivano recise le pinne.

Lo shark finning (o spinnamento degli squali) è un’altra industria multimiliardaria, spesso legata ad attività criminali e associazioni mafiose. Gli squali di tutto il mondo vengono uccisi per le pinne, le quali vengono vendute in Asia, specialmente in Cina per la tipica zuppa.

Seconda tappa Hong Kong, Cina

Il mistero che avvolge la caccia agli squali incuriosisce Ali, tanto da partire alla volta di Hong Kong, nota come “la capitale delle pinne di squalo”. Ciò che vi trova è sconvolgente: pinne ovunque.

La presenza degli squali negli oceani non deve spaventarci, mentre la loro assenza si. Questi ultimi mantengono in salute gli oceani, oltre che le risorse ittiche sane e gli ecosistemi vivi. Se portassimo gli squali all’estinzione l’oceano diventerebbe una palude.

Leggi anche il nostro articolo: “Overfishing: UE accusata di ipocrisia e neocolonialismo”

Proprio come il tonno rosso, il numero degli squali sta crollando. Lo squalo volpe, toro e martello si sono ridotte dell’80% fino al 99% della popolazione negli ultimi decenni. Ogni anno almeno 50 mln di squali vengono catturati a causa del “bycatch” assieme al pescato destinato alle nostre tavole.

Ali Tabrizi ad Hong Kong
Crediti:  Lucy Tabrizi

Secondo alcune stime, il 40% del pescato viene rigettato in mare come “cattura accessoria” in gran parte già morto prima ancora di rientrare in acqua. Dunque impedire il commercio di pinne destinate alle zuppe è solo un granello di sabbia rispetto alla vera entità del problema; la pesca è dannosa quanto, se non più, dello shark finning (limitato all’Asia), essendo praticata in tutto il Pianeta.

Le catture accessorie sono le vittime invisibili della pesca industriale. Vengono definite “accidentali”, ma in realtà è un elemento perfettamente calcolato nell’economia della pesca. Esistono oltre 100 regolamenti di pesca per ridurre tali catture; ma con più di 4 mln e mezzo di pescherecci commerciali in mare aperto i governi hanno rinunciato a farli rispettare. A Taiji viene ucciso 1/10 dei delfini che rimangono vittime nelle reti francesi, ed il governo bada bene di non divulgare tali informazioni. Queste cifre devono far riflettere.

Il marchio “salva delfino”

La più grande minaccia per balene e delfini è la pesca commerciale; ogni anno più di 300.000 esemplari rimangono vittime di tale pratica. Tutti noi, quando dobbiamo acquistare del pesce in scatola (come il tonno) preferiamo mirare a marchi che presentano la qualifica “salva delfino”, pensando che siano sostenibili. Purtroppo, invece, molto spesso le etichette coprono ciò che realmente accade in mare.

La qualifica “salva delfino” su di una scatoletta di tonno.

Tale qualifica purtroppo non è garantita. Un controsenso? Proprio così. Lo afferma la stessa organizzazione che si trova dietro il marchio, l’ “Earth Island Institute”:

Se vuoi usare tale logo non puoi uccidere nemmeno un delfino, altrimenti sei fuori. Sfortunatamente non possiamo garantire che ogni lattina sia “dolphin safe”; una volta che i pescherecci sono in mezzo all’oceano non è possibile controllarli. Si, a volte mandiamo degli osservatori a bordo ma spesso vengono corrotti, e così ci si deve fidare dalla parola del capitano.

Mark J.Palmer dell’ “Earth Island Institute”

Una vera e propria frode. Questo marchio, riconosciuto a livello internazionale, è una montatura, dal momento che non garantisce assolutamente nulla. Inoltre, il 46% della plastica presente nel Great Pacific Garbage è costituita da reti e attrezzatura da pesca. Ma di questa correlazione (Pesca= Inquinamento) se ne parla pochissimo. Perchè le campagne contro la plastica non parlano della pesca come primo colpevole?

Visitando i siti delle principali organizzazioni che trattano l’inquinamento da plastiche si possono notare centinaia di incoraggiamenti ad abbandonare l’utilizzo di cannucce, bustine del thè e gomme da masticare; ma nessun cenno alla pesca ed ai suoi rifiuti. Si è scoperto che dietro una delle realtà che più incarna la denuncia all’utilizzo della plastica, “Plastic Pollution Coalition”, vi è l’ “Earth Island Institute”. La stessa organizzazione che gestisce il marchio “Dolphin Safe”. Ecco spiegato il silenzio sulla correlazione pesca-plastica. La corruzione parte dalle stesse realtà che dovrebbero tutelare il mare. Terribile.

La pesca ed il cambiamento climatico

Ogni singola specie è interconnessa e necessaria nel mantenere in equilibrio l’oceano e l’atmosfera del nostro Pianeta. Sembrerà incredibile, ma la forza generata dagli animali che si muovono lungo la colonna d’acqua nell’oceano, in termini di rimescolamento, è alla pari di tutti i venti, maree, onde e correnti messe assieme. Tale rimescolamento è uno dei modi in cui gli oceani assorbono il calore dall’atmosfera. Mentre nuotano, gli animali spingono in profondità le acque superficiali più calde mescolandole con quelle più fredde sottostanti.

Tutto ciò è oggetto di diversi studi, i quali affermano che la decimazione della fauna marina potrebbe interferire con tale processo di assorbimento, contribuendo così all’innalzamento delle temperature. Gli oceani ed i suoi abitanti hanno un ruolo molto più importante di quanto ci si aspettasse. La vita negli oceani è cruciale nel tenere a bada il carbonio ed impedire che venga rilasciato nell’atmosfera.

Le piante marine, ad esempio, svolgono un ruolo fondamentale: accumulano fino a 20 volte più carbonio per ettaro delle foreste emerse. In effetti, il 93% della CO2 mondiale si trova nell’oceano grazie alla vegetazione marina. Perdere solo l’1% di questi ecosistemi equivale ad immettere nell’atmosfera le emissioni di 97 mln di automobili. Continuando l’estrazione dei pesci stiamo disboscando gli oceani; infatti, nel processo di pesca vengono distrutti interi ecosistemi ed habitat. La prima a contribuire è la pesca a strascico, che lascia dietro di se distruzione ed depauperamento.

MSC, la certificazione dell’incoerenza

Ali ha provato più volte a contattare la Marine Stewardship Council (MSC), un’organizzazione internazionale non-profit che si occupa del problema della pesca non sostenibile, con lo scopo di garantire l’approvvigionamento di prodotti ittici anche per il futuro; ma senza successo. Questo è quanto vi è scritto sul loro sito:

“La nostra missione è affrontare il problema della pesca non sostenibile e salvaguardare le risorse ittiche per il futuro. Con l’aiuto dei nostri partner, e di consumatori attenti alla sostenibilità, vogliamo innescare un circolo virtuoso verso un mondo sempre più sostenibile. Il programma di certificazione e di etichettatura MSC permette a tutti di svolgere un ruolo nel garantire un futuro sano per i nostri oceani.”

Il logo del Marine Stewardship Council (MSC)

La più grande organizzazione di pesca sostenibile al Mondo si rifiuta di rispondere alle domande del regista. Perchè? Conflitto di interessi. Dopo alcune ricerche, Ali si rende conto che uno dei fondatori di MSC era la multinazionale Unilever, uno dei maggiori distributori di pesce. Inoltre, l’80% dei 30 mln di reddito annuale viene dalla licenza del marchio sui prodotti ittici. In altre parole, più etichette blu vengono concesse più aumentano i guadagni.

Esiste una forma di pesca sostenibile?

Questa è la domanda che si pone il regista alla fine del documentario. E la risposta è NO. Non esiste un prelievo di animali selvatici su larga scala che possa corrispondere al termine “sostenibile”. Non è possibile far rispettare le leggi sulla pesca, ritenuta sostenibile, a tutte le barche in mare aperto. Si è assistito in più parti del mondo ad assassinii di osservatori sui pescherecci, per tenere nascosta l’illegalità di alcune azioni.

Negli Stati Uniti, ad esempio, un pesce di importazione su tre è pescato e venduto illegalmente. Spesso viene sottratto ai Paesi più poveri, dove è oggetto di guerre. Si pensi al fenomeno della pirateria in Somalia; tutto si è originato dalla pesca illegale. Coloro che erano umili pescatori, trovatisi difronte alle flotte pescherecce del Mondo esterno (illegali) e derubati delle proprie risorse ittiche, son stati instradati alla pirateria per potersi sostentare.

Spesso si associano gli allevamenti ittici alla sostenibilità. Niente di più sbagliato. Bisogna tener di conto delle malattie, dell’inquinamento, del cibo che viene somministrato ai pesci ed altri fattori che spesso sfuggono alle regolamentazioni internazionali. L’industria sostiene che per produrre 1 kg di salmone da allevamento servano solo 1,2 kg di mangime. Facendo un focus su quest’ultimo però, c’è da rabbrividire: è composto da farine ed olio di pesce, la cui produzione richiede un gran quantitativo di esemplari. Ad oggi, circa il 50% del totale del pesce proviene da allevamenti intensivi da tutto il Mondo.

Ciò che ognuno di noi può fare per proteggere gli oceani ed i suoi abitanti è non mangiare pesce o, quanto meno, ridurne il consumo. Aumentando la protezione e riducendo drasticamente la pesca, ristabilendo l’equilibrio e la salute degli ecosistemi, ci sono buone probabilità di superare i problemi. Gli ecosistemi marini hanno la capacità di riprendersi in fretta, se gli viene data la possibilità. Le prospettive di recupero sono realizzabili, ma solo quando verranno istituite enormi aree marine protette (no-take zone) ed i governi inizieranno a far sentire davvero la propria voce. Fino a quel momento, la cosa più etica da fare è: smettere di mangiare pesce.

Ciò che è certo è che consumare pesce ai ritmi odierni non è in alcun modo sostenibile. Alcune stime ci dicono che, se continueremo così, entro il 2048 gli oceani potrebbero essere completamente svuotati. Alla luce di quanto sopra e, soprattutto, dopo la visione di questo documentario, il nostro consiglio, per chi non sia disposto ad eliminare il pesce dalla propria dieta, è quello di ridurne l’assunzione quanto più possibili e di evitare le specie appartenenti agli stock più sfruttati come, ad esempio, il tonno. In ogni caso, prima di prendere una decisione, L’EcoPost consiglia vivamente la presa visione del documentario in modo che ognuno possa scegliere con consapevolezza il da farsi.

“La letteratura ci salverà dall’estinzione”. Il nuovo libro di Carla Benedetti

“Dove falliscono la politica, l’economia, il diritto e altri saperi specializzati, può forse riuscire la parola poetica inseparata, il pensiero incarnato, l’arte?” Carla Benedetti, autrice di La letteratura ci salverà dall’estinzione, parte proprio da questa domanda. Attraverso un excursus di autori antichi e contemporanei, questo saggio illuminante traccia una panoramica del ruolo che la letteratura ha ricoperto e potrebbe ricoprire nell’attuale emergenza climatica.

Un dialogo fra Noè, Leopardi e Pasolini

Carla Benedetti è professoressa di Letteratura Italiana contemporanea all’Università di Pisa. Edito da Einaudi, l’ultimo libro da lei pubblicato riesce ad evidenziare l’enorme potenzialità “suscitatrice” della parola. Da Omero al Don Chisciotte di De Cervantes, da Leopardi a Carlo Emilio Gadda, da Pasolini fino ad Amitav Gosh de La grande cecità. L’autrice fa dialogare quegli autori che hanno saputo usare l’immaginazione e la potenza della scrittura per creare una cosiddetta “terza via”. Ma terza via rispetto a che cosa?

Il libro parte dal presupposto che la letteratura contemporanea, la saggistica e i testi divulgativi trattano la crisi climatica seguendo due filoni principali. Il primo, quello catastrofico, denuncia tutta la gravità dell’emergenza ambientale e porta a credere che non ci sia più niente da fare. Il secondo, quello della “sostenibilità”, dà fin troppo rilievo all’aspetto ottimistico che risiede nelle soluzioni. Ed ecco che la terza via consiste nel prospettare “una via tragica, che non promette salvezza ma neppure pietrifica l’azione nell’idea di una catastrofe inevitabile”.

Il fallimento della letteratura nella crisi ecologica

Per fare ciò, secondo l’autrice, è necessario che il lettore venga coinvolto non solo nella sfera del logos, ovvero della ragione, ma anche in quella del pathos, del sentimento e della compassione. Questa seconda sfera di comprensione porterebbe il lettore a percepire il senso di emergenza e a riorientare le proprie strutture di pensiero. Se vogliamo infatti attribuire alla letteratura una parte di responsabilità dell’attuale crisi climatica – dice Benedetti – dobbiamo farlo riconoscendo che la letteratura ha risposto all’avanzare della crisi usando le stesse strutture che usava prima, nella cosiddetta “modernità”. Con le sue parole:

Mentre le scienze della Terra registravano un mutamento epocale di portata geologica, e la parola Antropocene guadagnava sempre di più la ribalta, le cerimonie di denominazione e le categorie storico-culturali degli umanisti non rilevavano nessuna rottura epocale clamorosa con la modernità”.

Leggi anche: Il nuovo libro sull’educazione ambientale “Educare al pensiero ecologico”

La letteratura ci salverà dall’estinzione con immaginazione ed empatia

In queste parole possiamo certamente rinvenire una critica implicita agli autori “postmoderni” e a grandi filosofi contemporanei quali Zygmunt Bauman, coniatore del termine “modernità liquida”. Ed è impressionante come l’autrice riesca a rendere estremamente attuali alcuni episodi biblici, come il diluvio universale di Noè, ed alcuni passi dello Zibaldone di Leopardi, proprio a sottolineare che la letteratura non è lettera morta. Alcuni scritti del passato possono offrire una chiave di lettura per le crisi di altre epoche, come quella attuale. Perché la crisi cui stiamo assistendo è in primo luogo ambientale, ma anche filosofica e di pensiero.

Intervista a Amitav Gosh, autore de La Grande cecità disponibile nella nostra sezione Libri sull’ambiente

Se da una parte questo libro riconosce il fallimento della letteratura all’interno del dibattito ecologico, dall’altra sottolinea che quello stesso ambito del sapere potrebbe “salvarci” e aprire orizzonti nuovi. La letteratura ci salverà dall’estinzione invita ad una “metamorfosi” del sapere, in cui siano padrone l’immaginazione, l’empatia e una nuova idea di umanità:

Per portare alla luce e valorizzare la forza suscitatrice che si può liberare da questa antica pratica di parola sarebbe necessario un sisma anche nel quadro teorico che informa gli studenti letterari, un ripensamento radicale della natura del loro oggetto di studio, alla luce dell’emergenza ecologica e del sorgere di una nuova idea di umanità in quanto specie: specie terrestre interconnessa alla vita degli altri terrestri non umani e alle forze “inanimate” della Terra e dell’universo“.

Greta Thunberg e il fenomeno Fridays For Future

Carla Benedetti cita anche Greta Thunberg, sottolineando l’efficacia dei suoi discorsi proprio perché usa parole semplici, empatiche, che spaventano e allo stesso tempo spingono all’azione. E quando l’autrice analizza il fenomeno Fridays For Future lo fa mettendo in risalto l’elemento che accomuna la fanciullezza e la letteratura, ossia l’immaginazione. È grazie all’immaginazione, in definitiva, che si può sperare di amplificare alcune voci del passato e dargli una valenza attuale. Ed è sempre grazie all’immaginazione che la letteratura deve trovare scenari nuovi con cui raccontare ed affrontare la crisi climatica.

letteratura

Esistono nella nostra cultura zone meno sorvegliate di altre, dove l’immaginazione e la sensibilità umane bruciano con maggiore forza, dove il sentimento non è ancora “affievolito e intorpidito dall’esperienza del mondo e dalla misera cognizione delle cose” [Leopardi, Zibaldone]. Zone in cui si aprono maggiori varchi di libertà mentale, da cui passa anche ciò che non è regolare. Spazi dove continuano a sorgere pensieri, intuizioni, modi di sentire, determinazioni e sogni che non sono stati normalizzati o resi omogenei a quelli dominanti nella cultura e nella società presente. Attraverso quei varchi può penetrare qualcosa di diverso che pare provenire da un altrove rispetto all’esistente, e che può trasportare possibilità dimenticate, scartate, magari considerate sorpassate ma che in realtà non sono mai del tutto e definitivamente morte.

Una metamorfosi del sapere per salvarci dall’estinzione

Nelle pagine finali, Carla Benedetti passa al vaglio le parole che forse più di altre riescono a cogliere la condizione dell’uomo contemporaneo. Dopo aver analizzato i termini “Antropocene” e “sesta estinzione di massa”, l’autrice sceglie di concludere il saggio con la parola terrestri. È la condizione di terrestri che ci rende vulnerabili, una specie in mezzo ad altre tantissime specie. Una parola che permette di tenere insieme natura e cultura, gravemente separate dalla modernità, e che ora debbono necessariamente riabbracciarsi per provocare una metamorfosi del sapere e una possibile salvezza dall’estinzione.

Il libro è disponibile nella nostra sezione Libri sull’ambiente

20 cartoni e film sull’ambiente per bambini e ragazzi

cartoni e film sull'ambiente

Prima di natale abbiamo pubblicato due articoli relativi ai migliori film e documentari sull’ambiente. Alcuni di quei titoli sono adatti anche alle fasce più giovani, ma esistono ulteriori titoli di pellicole animate e film per trasmettere l’amore per la natura ai più piccoli. Da Wall-E ai capolavori ambientalisti giapponesi, da Lorax a Sulle ali dell’avventura. Cartoni divertenti e film educativi per insegnare alle giovani generazioni l’importanza del rispetto per l’ambiente.

Lista dei cartoni e film sull’ambiente per bambini e ragazzi

Ecco l’elenco di cartoni e film sull’ambiente per bambini e ragazzi. Potete visionare tutti i trailer nella Playlist creata all’interno del nostro canale Youtube, cliccando al seguente link.  

1. Wall-E (2008)
2. Sulle ali dell’avventura (2019)
3. Lorax (2012)
4. Mia e il leone bianco (2018)
5. L’uomo che piantava gli alberi (1987)
6. La marcia dei pinguini (2005)
7. Il pianeta verde (1996)
8. La volpe e la bambina (2007)
9. Mia e il Migù (2008)
10. Turtle – l’incredibile viaggio della tartaruga (2009)

11. Okja (2017)
12. Happy Feet (2006)
13. Free Willy (1993)
14. Chimpanzee (2012)
15. La tartaruga rossa (2016)
16. Nausicaa della Valle del Vento (1984)
17. Pom Poko (1994)
18. Principessa Mononoke (1997)
19. La città incantata (2001)
20. Ponyo sulla scogliera (2008)

Wall-E e Lorax: divertenti e profondi

Fra i cartoni ambientalisti certamente più famosi troviamo Wall-E di casa Disney-Pixare e Lorax della Universal Pictures. Il primo ritrae il pianeta Terra ormai invaso dalla spazzatura. Gli uomini si sono rifugiati su una navicella nello spazio. Proprio da quest’ultima arriva Eve, un altro robot intento a ricercare forme di vita rimaste sul pianeta. L’amore dei due Robot porterà ad un cambiamento decisivo per il destino degli uomini e della Terra. Lorax racconta qualcosa di simile ma con scenari diversi: parla di un ragazzo nato e cresciuto in una città artificiale dove il suolo è di plastica e gli alberi si ricaricano a batterie. La natura è scomparsa e l’aria si vende come un prodotto. Il ragazzo andrà quindi alla ricerca della natura e si farà aiutare da Lorax, il guardiano della foresta.

Di foreste a rischio e del problema della deforestazione parlano i cartoni Mia e il Migù e Epic – Il mondo segreto. Mia è una bambina del Sudamerica che attraversa un mondo incantato e simbolo della natura inviolata per raggiungere suo padre, operaio in un cantiere di un grande complesso alberghiero costruito nel cuore della foresta amazzonica. A proteggere la foresta ci sono i Migù, esseri magici con la missione di proteggere il cuore del pianeta. Anche in Epic – il mondo segreto troviamo il rapporto padre-figlia e dei minuscoli soldati a difesa della foresta. Di tutt’altra natura sono il cartone animato Happy Feet, che affronta con divertimento il problema della pesca artica, e La tartaruga Rossa, in cui il silenzio e la musica rispecchiano i suoni della natura senza l’interferenza della parola umana.

Leggi anche: “Capri-Revolution, un film che aiuta a comprendere l’ambientalismo”

Cartoni e film sull’ambiente e gli animali

Il tema delle tartarughe era già stato affrontato anni prima in Turtle L’incredibile viaggio della tartaruga. Questo documentario naturalistico racconta il viaggio di una tartaruga dall’America all’Africa, con tutti i pericoli posti dal riscaldamento globale. Altro titolo da non perdere, premiato agli Oscar come “miglior documentario” è La Marcia dei Pinguini. La voce di Fiorello guida l’incredibile viaggio dei pinguini Imperatori in mezzo ai ghiacci artici. Il tema ecologista non è trattato direttamente ma l’amore per la natura nasce in maniera spontanea grazie alla potenza delle immagini. Dall’impatto visivo altrettanto forte segnaliamo Chimpanzee, altro documentario naturalistico che segue la storia di Oscar, un giovane scimpanzè rimasto solo nelle foreste della Costa d’Avorio e preso in custodia da un suo simile.

L’equilibrio fra uomo e mondo animale

Sul complicato equilibrio fra uomo e mondo animale troviamo altri interessanti titoli, fra cui Mia e il Leone Bianco. In questa pellicola viene trattato il tema degli allevamenti di animali. Mia cresce in una famiglia del Sudafrica che, a sua insaputa, alleva leoni e si ritroverà ad intraprendere un viaggio per proteggere Charlie, leone bianco, dalla vendita del padre al migliore offerente. Lo stesso contrasto è sceneggiato in Okja, film prodotto fra gli Stati Uniti e la Corea del Sud. Il problema dell’allevamento della carne viene in questo caso raccontato con scene forti e violente, non adatte ai cuori sensibili.

Anche in Free Willy, commedia avventurosa degli anni ’90, un giovane ragazzo cerca di salvare un esemplare di oca rinchiusa in uno zoo. La volpe e la bambina della casa cinematografica Lucky Red narra invece la storia d’amicizia fra la protagonista e una volpe selvatica. L’insegnamento del rispetto per la natura è evidente lungo tutto il film.

Sulle ali dell’avventura: un film sull’ambiente da non perdere

Per concludere con questo filone, degno di lode è la pellicola francese Sulle ali dell’avventura. Uscito nel 2019, affronta il tema della perdita di biodiversità. Un figlio costretto a trascorrere le vacanze con il padre, verso il quale inizialmente non prova nessuna stima, fino a quando non scopre che proprio nel suo laboratorio sta architettando un piano per salvare le oche selvatiche e offrire loro una rotta migratoria sicura. Emozionante, delicato, e soprattutto tratto da una storia vera, Sulle ali dell’avventura è il film perfetto da vedere in famiglia o a scuola per educazione ambientale.

Segnaliamo inoltre altri due spunti filmografici visionabili con i ragazzi. Il cortometraggio L’uomo che piantava gli alberi, inspirato al libro di Jean Giono e vincitore del Premio Oscar come miglior cortometraggio animato, e Il pianeta verde. Quest’ultimo, sebbene datato, dipinge con comicità il contrasto fra il nostro mondo inquinato e il Pianeta Verde, in cui l’uomo vive in armonia con i suoi simili e con la natura.

Il filone dei cartoni ecologisti giapponesi

Ultimi, ma non per importanza, menzioniamo i cartoni giapponesi ambientalisti. Seppur tramite scenari e metodi narrativi totalmente diversi da quelli “occidentali”, i film dello Studio Ghibli diretti da Hayao Miyazaki sono considerati dei veri e propri capolavori ecologisti. Nausicaa della Valle del Vento, Pom Poko, Principessa Mononoke, La città incantata e Ponyo sulla scogliera. In ognuno di questi film d’animazione la tematica ambientalista viene affrontata più o meno direttamente, sottolineando le relazioni del cambiamento climatico con il sistema capitalista. Non resta dunque che scegliere, fra i vari titoli proposti, quali proporre alle giovani generazioni per trasmettere loro l’amore per la Terra e la necessità di salvaguardarla.

Leggi il nostro articolo: “Pachamama, il gioco da tavolo per fermare la crisi climatica e salvare il pianeta”

“Minuti contati”: Noam Chomsky si espone sul clima

Minuti contati

Se state cercando una guida pratica su come contribuire alla lotta ai cambiamenti climatici attraverso il fai-da-te, “Minuti contati” non fa per voi. Se invece cercate un’illustrazione del quadro politico, sociale e sopratutto economico dello scacchiere internazionale alla luce del clima che sta cambiando, con questo libro fate centro. “Minuti contati – Crisi climatica e Green New Deal globale” ci serve per capire quanto sono importanti le decisioni di politici, economisti e attivisti per cambiare davvero le sorti dell’umanità.

Economia, la vera protagonista di “Minuti contati”

È vero, l’economia e la finanza sono due dei temi centrali del libro. Questo però non deve intimorire, in quanto la narrazione è strutturata in modo così semplice e scorrevole da non lasciare spazio alla noia. Assistiamo infatti a un’intervista condotta dallo scienziato ed economista C. J. Polychroniou rivolta nientemeno che a uno dei più grandi intellettuali viventi, Noam Chomsky e all’altrettanto importante economista e accademico Robert Pollin. Le domande sono semplici e dirette, così come le risposte, che riempiono le pagine di conoscenze, dati e riflessioni a dir poco concrete sulla situazione attuale. Per i pochi euro del libro sarebbe veramente un peccato non infondere le proprie meningi di tanta ricchezza.

Sia Chomsky sia Pollin sono grandi sostenitori del Green New Deal Globale. Pollin lo definisce un progetto globale per raggiungere gli obiettivi dell’IPCC, ma in modo tale da ampliare al contempo le opportunità di un lavoro dignitoso e migliorare le condizioni di vita dei lavoratori e dei poveri di tutto il mondo. Secondo Noam Chomsky una qualche forma di Green New Deal è indispensabile per salvare il pianeta. Quando si parla di Green New Deal, però è ovvio che il denaro sia il fulcro dell’argomento in quanto consiste nel mezzo più importante che abbiamo per contenere la crisi climatica in poco tempo.

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Da dove arriveranno i soldi per il Green New Deal?

L’investimento iniziale per attuare il Green New Deal globale dovrebbe essere di 2,6 bilioni di dollari solo nel primo anno. Questa cifra probabilmente aumenterà sino ad arrivare a 4,5 bilioni all’anno tra il 2024 al 2050. Anche se sembrano cifre esagerate, i due intellettuali sottolineano come questo denaro rappresenti solo una minima parte del PIL globale e che i combustibili fossili richiedono investimenti e generano introiti decisamente maggiori. Come dice Pollin, nel 2019 il valore complessivo delle attività finanziarie globali è stato di 317 bilioni di dollari. I 2,4 bilioni che propongo di convogliare negli investimenti sull’energia pulita a partire dal 2021 corrispondono allo 0,7% di questa torta.

Qualcuno dovrà pagare

Comunque, qualcuno dovrà pagare. La soluzione che Pollin vede più fattibile è quella di una divisione equa degli investimenti tra i governi e i privati. Queste due realtà, lavorando insieme, potranno assicurare la stabilità dei prezzi del mercato, sulla scia dell’attuale liberismo economico. Questa strategia incoraggerà gli investitori privati nelle rinnovabili, creando concorrenza e incentivando la ricerca per prodotti sempre più nuovi e competitivi. A livello pratico, gli Stati potranno contribuire in diversi modi.

Uno di questi è sicuramente la carbon tax e tutte quelle le politiche atte a spillare all’industria del fossile parte del suo immenso bacino monetario. Molti dicono che la carbon tax sia solo un altro modo per impoverire le persone comuni, in quando l’innalzamento dei prezzi della benzina e del riscaldamento peseranno principalmente sulle famiglie. Pollin però propone che il 75% di questi introiti vengano restituiti ai cittadini, per esempio nella busta paga alla fine del mese. Il 25% invece sarà destinato a investimenti nelle rinnovabili.

Ovviamente, poi, una larga parte del denaro necessario alla transizione potrebbe provenire dai fondi ora destinati all’industria militare la quale, si spera, diventerà sempre più obsoleta. Larga parte dei soldi, poi, potranno provenire dai prestiti delle grandi banche statali in favore dei progetti sulle rinnovabili. Infatti, questo grande progetto di investimento quale è il Green New Deal sarà completamente ammortizzato nel tempo. In particolare, si tradurrà in costi energetici più bassi per i consumatori di tutto il mondo. Oltre ovviamente a creare milioni di nuovi posti di lavoro e incrementare così la capacità di acquisto della popolazione.

minuti contati

“Minuti contati” e l’idealismo pratico

A modo loro, sia Chomsky che Pollin sostengono che l’idealismo nel senso puro del termine non porti lontano. O meglio, entrambi sono d’accordo che gli ideali siano fondamentali, ma solo come punto di partenza per interventi più concreti, che sono l’unica vera chiave per salvare il pianeta nei pochissimi anni che ci sono concessi. D’altra parte il titolo parla chiaro: abbiamo i minuti contati e bisogna trovare soluzioni veloci e fattibili.

Il pragmatismo di Chomsky

Il passato di Chomsky è caratterizzato dall’attivismo politico nel panorama della sinistra più radicale e talvolta anarchica, che lo ha visto, per esempio, in prima linea nella protesta contro la guerra del Vietnam e la pena di morte. Ciò non toglie, però, che la visione di Chomsky sulla disobbedienza civile come metodo per combattere la crisi climatica sia molto più trattenuta rispetto a quello che ci potremmo aspettare da lui.

Per molti anni ho praticato la disobbedienza civile e ritengo che sia una buona tattica, a volte. Ma non va adottata solo per dimostrare al mondo di avere a cuore il problema. […] Bisogna valutare le conseguenze. Una determinata azione è progettata in modo da stimolare la riflessione, il convincimento e la partecipazione degli altri? O è più probabile che essa si inimichi le persone, le indispettisca e le induca ad appoggiare proprio quello che combattiamo?

In “Minuti contati”, Chomsky arriva persino ad “accogliere” l’accusa di alcuni detrattori di sinistra riguardo al fatto che il Green New Deal non sarebbe un progetto per salvare il pianeta, ma per salvare il capitalismo. Dice infatti che, qualora dovesse funzionare, il Green New Deal potrebbe sì salvare il capitalismo, ma annullerebbe le tendenze suicide del capitalismo reale e condurrebbe a una forma sostenibile di organizzazione sociale. E comunque aggiunge: Personalmente, spero che esso si spinga molto più oltre.

Il realismo di Pollin

Anche Pollin non sembra vedere altra via d’uscita se non quella di intrufolarsi tra le mura del nemico con lo scopo di abbatterlo dall’interno. Secondo lui non abbiamo il tempo per invertire la rotta del capitalismo e risolvere in questo modo la crisi climatica. Realisticamente e cinicamente parlando, questa “rivoluzione” porterebbe più danni alla popolazione e all’ambiente di quanto si creda. Pollin è totalmente in accordo con chi crede che il capitalismo sia un sistema economico ingiusto, malato e che per ora non tiene affatto conto dei danni ambientali che comporta. Egli però afferma che, se il PIL globale dovesse contrarsi significativamente, i fondi per le rinnovabili subirebbero una battuta di arresto, così come i posti di lavoro promessi alle persone ora occupate nel settore del fossile.

Io non posso certo commentare negativamente le opinioni di due pilastri dell’economia e della politica mondiale, peraltro tutte basate su dati scientifici. Gli argomenti trattati in “Minuti contati”, inoltre, coprono uno spettro troppo ampio perché chi sta dall’altra parte delle pagine costruisca grazie ad esse una propria opinione esaustiva su di essi. Si parla infatti di tanto altro, oltre all’economia: diritti umani, disoccupazione, attivismo (Extinction Rebellion e Greta Thunberg), agricoltura, deforestazione, migranti climatici. Sicuramente, però, un’infarinatura di questi temi potrà giovare tutti per contrastare i cambiamenti climatici attraverso un più deciso voto politico.

Capri-Revolution, un film che aiuta a capire l’ambientalismo

capri-revolution

Isola di Capri, inizi del ‘900. Famiglie di pastori, pochi abitanti, un solo medico inviato dallo Stato, ricordatosi miracolosamente di questo luogo nascosto e dominato dalla natura selvaggia. Già a pochi minuti dall’inizio del film, però, il regista Mario Martone distrugge il velo di Maya e la sua banalità. Infatti, sul palcoscenico della pur sempre meravigliosa isola amalfitana, compare prima un gruppo di hippie nudisti, totalmente in contrasto con lo stile di vita modesto degli isolani. Poi, l’orrore di un radicato e violento maschilismo da parte della famiglia di pastorelli capresi. Infine l’ombra della guerra che non risparmia nessuno nel mondo, nemmeno questa piccola, insignificante isola. La natura, nel frattempo, viene idealizzata, mistificata, sottovalutata, male interpretata dai vari personaggi del film, che formano uno spettro di umanità molto vario e spaventosamente attuale.

Lo sguardo di Lucia

Il regista ci accompagna tra la moltitudine di questi temi attraverso lo sguardo e, quindi, il punto di vista di Lucia, la protagonista. In questo modo Martone ha creato molta suspense e colpi di scena che rendono la pur lunga pellicola piacevole e scorrevole. Lucia è una ragazza di quasi vent’anni che vive con la madre, il padre malato e i fratelli, in una minuscola casetta su un’altura defilata dal mare. Il suo lavoro è pascolare le capre, oltre che aiutare la madre con le faccende di casa. Durante le sue peregrinazioni con il gregge, Lucia entra piano piano in contatto con un gruppo di artisti hippie provenienti dalle più disparate nazioni europee. Essi amano stare nudi, in gruppo, cantando, ballando, dipingendo e mettendo in scena strane esibizioni di arte contemporanea.

Inizialmente, agli occhi di Lucia e ai nostri, sembrano invadenti, boriosi, irrispettosi della tranquilla e rurale vita caprese. È quest’ultima infatti a dare l’impressione di essere “dal lato giusto” della storia: semplice e in armonia con la natura. Con il passare del tempo e non senza una buona dose di innocente curiosità da parte della pastorella, iniziamo a conoscere il gruppo di stranieri. Allo stesso modo entriamo anche nella casa di Lucia per scoprirne l’oscurità che si cela dietro a quella vita apparentemente semplice e innocente.

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Fishing off the coast of Capri, Bernard Hay

Capri-Revolution mostra le contraddizioni della società

Nel corso del film vengono evidenziate le enormi differenze tra due mondi opposti e che rispecchiano anche le problematiche della società attuale. Una società che come allora comprende da un lato una élite un po’ piena di sé, in auto-isolamento dalla “plebe”, che utilizza metodi di comunicazione molto astratti e incomprensibili ai più, quasi avesse un proprio linguaggio in codice. Dall’altro le persone con pochi mezzi, meno cultura e uno stile di vita più concreto. Nessuno dei due stili di vita, dal punto di vista ambientale e sociale, è totalmente corretto. Così come nessuna delle due parti commette errori madornali.

Gli “hippie” di Capri-revolution, per esempio, non mangiano carne, o “cadaveri”, come li chiamano loro, e questa è chiaramente una buona abitudine. Essi non sono però ben informati su come integrare le proteine, fondamentali per uno stile di vita sano. Questa carenza avrà conseguenze anche gravi su alcuni membri del gruppo. Oppure utilizzano soltanto la medicina naturale, ma in alcuni casi questa non basta, e impone di scendere a patti con una modernità ben più cruda e “reale” di come viene dipinta nel loro mondo idealizzato. Per non parlare delle deviazioni fanatiche di alcuni membri del gruppo, che portano con sé tutto tranne che un messaggio di pace ed ecologia.

Per quanto riguarda la famiglia di Lucia, questa, certo, vive in modo molto modesto. Mangiano prodotti (carne compresa) locali, pascolano le loro capre e dedicano del tempo alla spiritualità, non cedendo alle dinamiche della frenesia e dell’ingordigia borghese. Lucia però è maltrattata e comandata dai fratelli solo perché donna. Inoltre la carne viene consumata ad ogni pasto. Infine, quando arriva l’elettricità a Capri, essi ne sono felicissimi, senza giustamente considerarne le conseguenze ambientali e sociali.

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I mediatori: la chiave della società?

Tra gli estremi di questi due gruppi esiste una fiumana di altre persone, rappresentate, genericamente parlando, dalla media borghesia. Queste spesso possono davvero fare la differenza. Da un lato la classe media è stata in grado di scatenare una guerra mondiale, di dare l’avvio alla combustione fonti fossili per ricavare energia ottenibile in altro modo, e di rendere la rincorsa ai beni materiali un bisogno insaziabile. Dall’altro, alcune persone appartenenti a questa categoria, possono diventare il tramite positivo tra i due poli sopracitati i quali, forse, non sono poi così opposti.

In Capri-revolution i mediatori sono rappresentati dal medico del villaggio e da Seybu, leader del gruppo hippie. Il momento più interessante del film infatti è il dialogo tra questi due personaggi. Questi sono gli unici (oltre a Lucia) ad aver avuto il coraggio e l’umiltà di confrontarsi. In questo modo hanno compreso sia il punto di vista dell’altro, sia ciò che li accomuna, aprendo una strada verso la giustizia sociale (e ambientale), forse più tortuosa ma sicuramente più efficace.

Il dialogo rivelatore di Capri-revolution

Seybu: Tutte le attività umane vanno considerate alla luce dell'energia.
Medico: l'energia è quella attraverso cui l'isola è stata appena illuminata. e a produrla è la scienza, lo studio, il progresso.
Seybu accende una lampadina solo tramite il contatto di due cavi che passano attraverso un limone.
Seybu: il problema non è l'elettricità in quanto tale, ma come viene prodotta e come la useremo nel futuro. l'elettricità ha a che fare con le forze condensatrici del centro della terra, con la gravitazione e il magnetismo. non potrei mai considerare l'elettricità come qualcosa di negativo. La questione dell'energia deve essere discussa e capita, perché c'è qualcosa di molto più ampio da imparare. Molto più di quanto possono insegnarci la fisica e il materialismo.
Medico: Non penserà di migliorare il mondo con questi trucchi?
Seybu: e lei, con i suoi idealismi, lo migliorerà? Gli uomini non sono al mondo con la vocazione di essere migliorati, ma semmai di diventare se stessi. Dovremmo riflettere su questo, specialmente ora che stiamo andando contro un muro. Abbiamo tutti gli strumenti per distruggerci e stiamo per usarli.
Medico: questa guerra, dal momento che avviene, può essere utile.
Seybu: una guerra utile?
Medico: sì. La classe lavoratrice potrà piegarla a suo vantaggio se obbligherà il potere ad assumersi le proprie responsabilità. E' una guerra voluta dal capitale, perciò va portata a estreme conseguenze. Bisogna che salti tutto per rifondare nuovi equilibri.
Seybu: sulla critica al capitale la seguo. La crescita economica, il capitale, non renderanno il mondo più produttivo. L'arte è il vero capitale e le persone devono prenderne coscienza. 
Medico: vuole prendermi in giro?
Seybu: niente affatto. Il mio concetto non è un'utopia, è la realtà. L'agricoltura è una questione di arte. Si può fare agricoltura solo occupandosi del terreno e delle condizioni climatiche. Insomma, se si comprende lo spirito delle sostanze; le sostanze umane sono creatività e intenzione. Questi sono i veri valori economici, nient'altro. Non il denaro. Quella di cui parliamo non è vera crescita: progredisce come un tumore che distrugge ogni cosa. Non è produttiva, è un processo letale e fuori controllo. Ma noi possiamo controllarlo, dipende tutto da noi; è inutile prendersela con il potere se le cose vanno male. Bisogna accusare solo se stessi. La rivoluzione siamo noi.

Capri Revolution è un film del 2018 ed è stato presentato in concorso alla 75ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. È fruibile su Netflix, Youtube, Prime Video e Google Play.

Nature Deficit Disorder: che cos’è e perché la pandemia lo ha accentuato

Nature Deficit Disorder

Ascolta il podcast di introduzione all’articolo!

Quanti di voi durante l’anno passato hanno sentito il bisogno e l’urgenza di riconnettersi con la natura? Il lockdown e le restrizioni tutt’ora in vigore hanno fortemente limitato la possibilità di stare all’aperto, aumentando quella che gli esperti hanno chiamato “sindrome del distacco dalla natura” o “Nature Deficit Disorder”. Per capire che cosa sia, ci affidiamo alla recente pubblicazione Educare al pensiero ecologico di Rosa Tiziana Bruno e ad un articolo del New York Times, in cui si conferma il legame fra contatto con la natura e benessere psico-fisico, soprattutto per quanto riguarda i bambini.

Nature Deficit Disorder: le teorie di Richard Louv

Il termine “Nature Deficit Disorder” fu coniato dal giornalista americano Richard Louv nel suo libro Last Child in the Woods. La sindrome del distacco dalla natura consiste nell’ “insieme dei segnali che caratterizzano la condizione umana in assenza di contatto con la natura”. Riportiamo ora una breve spiegazione contenuta nel libro Educare al pensiero ecologico, in cui la sociologa Rosa Tiziana Bruno delinea cause e conseguenze del Nature Deficit Disorder:

“Trascorrere costantemente poco tempo all’aria aperta e a contatto con la natura causa una serie di disfunzioni fisiologiche e comportamentali. Possono verificarsi una riduzione dell’uso dei sensi (l’olfatto, il tatto), difficoltà attentive e un aumento del rischio di disordini fisici e mentali (depressione, ADHD, obesità). Questo accade perché la separazione dalla natura mortifica un bisogno primario sensoriale e psicosomatico. (…) Alcuni fenomeni comuni come la stanchezza cronica, l’irrequietezza e l’insonnia sono, almeno in parte, riconducibili alla mancanza di contatto con gli elementi naturali”.

R. T. Bruno, Educare al pensiero ecologico

I benefici del contatto con la natura

Il Nature Deficit Disorder parte dalla premessa che la relazione con la natura gioca un ruolo fondamentale nella vita dell’uomo. Il contatto con l’ambiente naturale funge da antidoto contro “la crescente e generalizzata epidemia del disagio”. Secondo le teorie di Louv, la relazione uomo-natura provoca influenze positive sulla capacità di apprendimento, sulle relazioni sociali e anche sulla formazione del senso etico.

Scientificamente parlando, spiega la dottoressa Bruno, ci sarebbe un vero e proprio giovamento corporeo quando si osserva un paesaggio naturale: La relazione con la natura aumenta la produzione di endorfine: esponendosi al sole o osservando dal vivo un paesaggio, non solo la tensione si dissolve, ma si prova una intensa e inesprimibile sensazione di benessere”. L’autrice del libro ci tiene a ribadire che la cosiddetta “sindrome del distacco dalla natura” non è ancora stata inserita nell’elenco delle patologie ufficialmente riconosciute. Tuttavia, sempre più ricerche confermano il legame fra la diminuzione del tempo trascorso in natura e l’aumento del disagio psico-fisico. Ciò è specialmente vero se osserviamo bambini e adolescenti.

New York Times: “Nature Deficit Disorder is really a thing”

Infatti, un articolo di giugno 2020 del New York Times intitolato “Nature Deficit Disorder Is Really a Thing”, riporta nuove evidenze accademiche su questo tema. Soprattutto per quanto riguarda i bambini, i benefici dati dal contatto con la natura sono evidenti. Una ricerca dell’ Instituto Salud Global di Barcellona ha dimostrato che aggiungere uno spazio verde ai cortili scolastici aumenta i comportamenti prosociali: i bambini aiutano, cooperano e condividono maggiormente. La mancanza di accesso a spazi verdi provoca invece l’effetto contrario. Ming Kuo, professoressa associata all’Università di Illinois, ha spiegato come l’accesso agli spazi verdi diminuisca l’aggressività e il disturbo da deficit di attenzione/iperattività; allo stesso tempo, il contatto con la natura rinforza il sistema immunitario.

Nell’articolo del New York Times viene infine menzionato uno studio in cui si rileva che anche solo guardando delle scene naturali è possibile ridurre lo stress e regolare il battito cardiaco. Tali ricerche analizzano anche gli effetti della pandemia: “per alcune persone è stata necessaria una pandemia e l’ordine di rimanere in casa per sentire la necessità di spendere più tempo all’aperto”. Gli esperti si augurano che la consapevolezza nata in questo periodo di lockdown e restrizioni anti-Covid possa perdurare anche quando torneremo alla “normalità”.

Nature Deficit Disorder e lockdown

La sociologa Rosa Tiziana Bruno ha sperimentato sul campo quanto appena detto. Infatti, il suo libro si concentra prevalentemente sul disagio adolescenziale, tracciando una sorta di road-map per insegnanti e educatori. Durante il periodo di lockdown, non potendo effettuare i laboratori che solitamente svolge in classe e all’aperto, Rosa Tiziana Bruno ha chiesto agli alunni coinvolti di concentrarsi sull’unico elemento naturale accessibile a tutti durante la quarantena: il cielo.

“Dai diari visivi sono emersi i pensieri più variegati, ma ho notato alcune differenze. I bambini che vivono in appartamenti privi di significativi sbocchi esterni hanno espresso la propria inquietudine usando colori piuttosto cupi. Le scene da loro raffigurate esprimono sensazioni di isolamento, di timore e talvolta anche di confusione. Al contrario, i bambini a contatto con piante e animali, con un giardino o un terrazzo a disposizione, hanno usato colori caldi e riprodotto scene da cui emerge un senso di equilibrio e di fiducia nel futuro”.

R.T. Bruno, Educare al pensiero Ecologico

Il problema dell’iperconnessione tecnologica

Seguendo le teorie di Louv, l’autrice individua tre cause principali per il Nature Deficit Disorder: l’eccessivo controllo genitoriale, la scomparsa della natura dalle città e l’iperconnessione tecnologica. Per quanto riguarda quest’ultimo fattore, è stato addirittura coniato un nuovo termine, ovvero la “nomofobia” (no mobile phobia), che significa appunto “paura di restare disconnessi”. Le principali statistiche riportano che le giovani generazioni trascorrono quasi un terzo delle loro giornate davanti a uno schermo.

Invece, il tempo trascorso per giochi all’aperto sarebbe diminuito del 90% rispetto agli anni Settanta, così come emerge dalla ricerca di Stephen Moss dal titolo “Natural Childhood”. Rosa Tiziana Bruno traccia un’efficace sintesi del problema appena delineato: mentre aumentano le diagnosi di iperattività, depressione, ansia, scarsa attenzione viene dedicata ai luoghi dove i bambini trascorrono il proprio tempo. Compensare il tempo trascorso al chiuso con del tempo a contatto con la natura potrebbe giovare non poco, permettendo ai bambini di sviluppare le abilità tipiche dell’infanzia: esplorare, socializzare, inventare ed acquisire fiducia in se stessi.

Curare il Nature Deficit Disorder nel lungo termine

Vi invitiamo dunque ad approfondire le teorie della sociologa Bruno nell’intervista all’autrice pubblicata qualche mese fa e disponibile al seguente link. Oppure tramite l’acquisto del libro Educare al pensiero ecologico nella nostra sezione Libri sull’ambiente. La pandemia ha reso evidente un bisogno psico-fisico dell’uomo e sarebbe da sciocchi non indagare ulteriormente questa consapevolezza e sfruttarla a beneficio della società. Soprattutto per quanto riguarda i bambini, non possiamo ignorare i benefici che derivano dal contatto con la natura o, al contrario, non tener conto dei disagi che comporta il distacco da essa. Sperimentando e curiosando fra gli elementi naturali, le nuove generazioni saranno capaci di sviluppare un’ecosaggezza – così come la chiama Rosa Tiziana Bruno – e delle autentiche relazioni sostenibili.

L’impatto ambientale del cinema: The Crown promossa serie sostenibile

Prima di Natale abbiamo pubblicato le selezioni dei migliori film e documentari sull’ambiente. Come già espresso in quegli articoli, il mondo del cinema può fare tanto per la causa ambientale. Non solo attraverso i contenuti che trasmette – immagini, messaggi, valori – ma anche nel ridurre l’impronta ecologica della produzione cinematografica. Con l’aiuto di organizzazioni quali Greenshoot o T-green Film, le case cinematografiche possono applicare elevati standard ecologici e diventare a tutti gli effetti delle produzioni sostenibili. Come è successo alla serie The Crown, fra le più popolari di Netflix.

L’impatto ambientale del cinema: come ridurlo

Da dieci anni, GreenShoot cerca di rendere il mondo del cinema più sostenibile. L’organizzazione è nata proprio dalla consapevolezza che fosse necessario un cambiamento all’interno del mondo del cinema. Dal punto di vista ambientale, le case di produzione hanno un impatto non irrilevante. Pensate ai trasporti necessari per la troupe, alla quantità di cibo necessaria, ai costumi e a tutti gli oggetti di scena necessari per una buona sceneggiatura. Melanie Dicks, co-founder di Greenshoot, si è resa conto di ciò proprio mentre era sul set di un film. Fu così che nacque una collaborazione con il Clean Air Fund per creare un carbon calculator specifico. Ovvero uno strumento che calcolasse l’impronta ecologica delle produzioni cinematografiche, a cui seguirono ulteriori provvedimenti per contenere e ridurre le emissioni derivate dai film. In un’intervista a Ecoage, Melanie Dicks racconta il percorso avvenuto all’interno della serie The Crown.

The Crown: livello Gold per la sostenibilità

Il programma di casa Netflix ha infatti aderito al Green Screen Environmental Production Programme. Il programma tiene conto di diversi aspetti sottostanti alla creazione di un film e affida tre livelli – Green, Silver e Gold – a seconda della buona riuscita dal punto di vista ambientale. Come si può leggere direttamente sul sito, il supporto fornito da Greenshoot accompagna l’intero ciclo di vita di un film: dai calcoli dell’impronta carbonica in fase di pre-produzione, alla fornitura di una catena di montaggio etica per quanto riguarda l’energia, il trasporto e i viaggi; dalla redistribuzione di vestiti e oggetti a organizzazioni benefiche, al conferimento finale di un Green Screen Stamp che attesti il livello raggiunto.

impatto ambientale del cinema
Credit: GreenShoot

The Crown, arrivata ora alla quarta stagione, ha migliorato di serie in serie i propri standard ecologici e ha ora raggiunto il livello Gold. Ciò significa che l’impronta ecologica della serie è quanto più vicina possibile al concetto di “neutralità climatica”, con la quale si intende che le emissioni prodotte vengono ricompensate al punto che l’impatto su questo pianeta viene considerato neutro, non rilevante. Ma ciò che Melanie Dicks tiene a precisare nell’intervista è che non si tratta tanto di ricompensare le emissioni a posteriori, bensì semmai di prevenire ed eliminare in anticipo tutte le emissioni superflue che possono essere evitate.

L’impatto ambientale del cinema, della musica

Un esempio significativo per The Crown riguarda l’attenta ricerca dei vestiti, che rendono così spettacolari i protagonisti e le comparse. Altrettanto importante nella quarta stagione è stata la scelta dei trasporti, privilegiando ove possibile l’uso del treno invece che dell’aereo. Il programma di Greenshoot prevede una formazione seria per i filmmaker e la presenza di un GreenSteward che accompagni la produzione durante le riprese. Dal 2017 Greenshoot ha certificato più di 500 produzioni, risparmiando 45,000 tonnellate di anidride carbonica.

Film famosi come La teoria del tutto hanno partecipato al programma, ma non solo. L’organizzazione offre anche servizi simili ai produttori di pubblicità e alle case discografiche. Ad esempio, i pannelli delle sceneggiature dei videoclip di Adele sono stati donati a delle scuole e a organizzazioni educative invece di essere buttati come di solito avviene nel mondo della musica. Il risparmio in termini di impronta carbonica è stato del 16,4% rispetto a una produzione dello stesso genere che non utilizza green standard.

Leggi il nostro articolo: “20 canzoni sulla natura, sull’ambiente e l’impegno dei cantanti”

Italia: T-green Film per un cinema sostenibile

Anche in Italia è nata un’organizzazione simile. Si chiama T-green Film ed è il “primo fondo regionale in Europa che premia e certifica le produzioni cinematografiche che lavorano nel rispetto dell’ambiente”. Nata nel 2017 all’interno del Trentino Film Commission, T-green Film ha obiettivi molto simili a quelli descritti per Greeshoot: “Attraverso l’adozione delle pratiche elencate nel disciplinare, le società di produzione che girano in Trentino film o serie TV agiscono per ottimizzare i consumi di corrente e l’utilizzo dei mezzi di trasporto, per gestire la scelta dei materiali, i momenti di ristorazione e i rifiuti e comunicare la sostenibilità”. Fra i film italiani che hanno aderito al disciplinare di T-green Film vi è Sconnessi (2018) con Fabrizio Bentivoglio, Ricky Memphis e Carolina Crescentini.

impatto ambientale del cinema
Credit: GreenFilm

L’impatto ambientale del cinema

In definitiva, anche serie TV e film che all’apparenza non hanno nulla a che vedere con l’ambiente possono contribuire alla salvaguardia del pianeta. Guardando lo sfarzo e il lusso che funge da padrone in The Crown, pochi forse immaginavano che dietro le quinte si fosse svolto un attento lavoro di ricerca per rendere il set sostenibile. È importante quindi che attori, registi e produttori usino la loro posizione di visibilità per influenzare e sensibilizzare il pubblico e i colleghi. Un numero crescente di fan potrebbe fare attenzione a questi dettagli e, allo stesso tempo, sempre più celebrità nel mondo del cinema potrebbero seguire l’esempio.

20 film sulla natura e l’ambiente tra finzione e realtà

film sulla natura

Dopo la selezione dei migliori documentari sull’ambiente, vi offriamo oggi una lista di film che parlano direttamente o indirettamente di questioni ambientali. Il mondo del cinema ha infatti un enorme potere nella lotta all’emergenza climatica. Gli attori e i registi possono veicolare forti messaggi attraverso scenari fantastici o storie di vita vera. Fantascienza, commedie, film-inchiesta tratte da storie vere: un elenco di titoli utili da guardare in famiglia o da far vedere a scuola per riflettere sul rapporto uomo-natura.

Qui di seguito l’elenco dei 20 film sulla natura e sull’ambiente da noi selezionati. Potete trovare tutti i trailer nel nostro canale Youtube cliccando al seguente link.

1. The day after Tomorrow (2004)
2. The age of Stupid (2009)
3.
Il ragazzo che catturò il vento (2019)
4.
Erin Brockovich (2000)
5. Downsizing (2017)
6. Into the Wild (2007)
7. Cattive acque (2020)
8. Avatar (2009)
9. Waterworld (1995)
10.
Captain Fantastic (2016)

11. Biutiful Cauntri (2007)
12. Un posto sicuro (2015)
13. Dove sognano le formiche verdi (1984)
14. La donna elettrica (2018)
15. Un mondo fragile (2015)
16. Interstellar (2014)
17. Re della terra selvaggia (2012)
18. Qualcosa di straordinario (2012)
19. Snowpiercer (2013)
20. I figli degli uomini (2006)

Fantascienza: film sulla natura del futuro

Un genere che ha unito realtà e fantasia per parlare di cambiamento climatico è la fantascienza. Esistono numerosi titoli di film in cui vengono presentati scenari apocalittici, dove l’innalzamento della temperatura o la scarsità di cibo mettono in pericolo il destino dell’umanità. Presentiamo ora le pellicole più famose, partendo dal kolossal hollywoodiano Interstellar (2014). Il protagonista Matthew McConaughey viene inviato sullo spazio per cercare una soluzione alla scarsità di cibo. Restano solo due decenni per salvare l’umanità e trovare un pianeta alternativo dove andare a vivere.

Vincitore di tre premi Oscar, Avatar (2009) è altrettanto un film distopico in cui gli umani partono in missione verso il pianeta Pandora, dove la flora e la fauna abbondano rispetto alle scarse risorse della Terra e soprattutto dove c’è un minerale per risolvere la crisi energetica in atto sul nostro pianeta. L’arrivo degli umani porterà ad uno scontro fra indigeni e stranieri, fra tecnologia e natura.

Fantascienza e crisi climatica

The Day after Tomorrow (2004) presenta invece la crisi climatica al contrario, ovvero parte dagli avvertimenti di un climatologo riguardo un’imminente glaciazione. Molto veritiero in questo film è il ruolo della politica: il Vicepresidente americano non crede infatti alle previsioni dello scienziato e dichiara che l’economia non è abbastanza florida per investire nella lotta al cambiamento climatico. Un’altra similitudine con la realtà è l’allagamento di Manhattan. Quel che si pensava solo uno scenario di fantascienza nel 2004 e che è poi diventato reale nel 2012 durante l’uragano Sandy.

Anche Snowpiercer (2013) è ambientato in una futura era glaciale. Raffigura un mondo decimato per colpa di falliti tentativi per fermare il cambiamento climatico. I pochi sopravvissuti viaggiano su un treno alimentato da un moto perpetuo. Di datazione più vecchia ma con scenari simili, troviamo Waterworld (1995). Siamo nell’anno 2468: il mondo è stato completamente sommerso dalle acque a causa dell’innalzamento dei mari e i pochi superstiti vivono in città galleggianti. Infine, per il capitolo fantascienza resta da nominare il film I figli degli uomini (2006). In questa pellicola si affronta il tema della natalità e del pericolo di estinzione della razza umana.

film sulla natura tratti da storie vere

Tutto un altro filone riguarda i film che raccontano storie realmente accadute. Un must di questo genere è Erin Brockovich (2000). Una giovane Julia Roberts nei panni di una segretaria di uno studio legale che finisce per indagare la contaminazione delle acque di Hinkley per mano della Pacific Gas and Eletric Company. Sempre sull’inquinamento idrico è uscito quest’anno Cattive Acque (2020) con protagonista Mark Ruffalo. Il film si riferisce al caso dell’avvocato Robert Bilott contro il colosso DuPoint.

Il ragazzo che catturò il vento (2019) narra invece di un giovane ragazzo del Malawi che trova un’ingegnosa soluzione per fermare la siccità e la carestia che da anni flagella il paese: sfruttare la forza del vento. La pellicola si si basa sui fatti realmente accaduti all’inventore e scrittore William Kamkwamba. Un’altra storia incredibile ma vera viene raccontata in Qualcosa di straordinario (2012). Rachel Kramer (Drew Barrimore),attivista ecologista, accompagna l’ex compagno e report televisivo in una missione in Alaska per salvare tre esemplari di balene grigie. Il regista si è ispirato all’ Operation Breakthrough del 1988. Into the Wild – Nelle terre selvagge (2007) riporta il viaggio straordinario di Christopher McCandless attraverso l’America. Il protagonista abbandona la vita di città e il consumismo per ritrovare un rapporto autentico con la natura, passando quindi da un estremo all’altro verso un destino inesorabile.

Commedie: film sulla natura per riflettere

Tornando alle pellicole con sceneggiature inventate, presentiamo ora un genere più leggero che può però offrire spunti di riflessione: la commedia. In Captain Fantastic (2016) ricorre il tema della fuga nella natura. Un padre di famiglia decide di non piegarsi al conformismo della moderna società consumistica e cresce i suoi figli nei boschi dello stato di Washington. Downsizing – Vivere alla grande (2017) vede Matt Damon nei panni di un personaggio sottoposto a un esperimento di rimpicciolimento. Nel mondo ci sono infatti troppe persone e l’unica maniera per risolvere il problema della sovrappopolazione è la diminuzione in scala della presenza umana, che consumerà così di meno risorse e produrrà meno spazzatura. La donna elettrica (2018) tratta di un’ecoterrorista impegnata a sabotare le linee elettriche degli impianti siderurgici, fino a quando il desiderio di maternità la metterà davanti a una scelta cruciale.

film sulla natura tra finzione e realtà

Continuiamo con dei titoli di film dalla sceneggiatura inventata ma che trovano riscontro nella realtà. Un mondo fragile (2015) parla del ritorno di un campesino alla sua terra per aiutare la famiglia abbandonata 17 anni prima. Lo scenario che trova davanti a sé è ben diverso da quello che aveva lasciato: gli abitanti lavorano ora in una grossa monocultura di canna da zucchero, piegati dai diktat del “progresso”. Di vecchia datazione sono invece La foresta di smeraldo (1985) e Dove sognano le formiche verdi (1984). Il primo dipinge un’ambientazione purtroppo molto attuale: la disputa fra un’impresa ingegneristica e una popolazione di indigeni nella foresta amazzonica. Il secondo film narra invece la vicenda del territorio conteso fra gli aborigeni australiani e una compagnia mineraria, in parte rifacendosi alla reale disputa legale “Milirrpum contro Nabalco Pty Ltd”.

I protagonisti del film Re della terra selvaggia (2012) sono Hushpuppy e Wink, una bambina e suo padre che vivono nelle paludi della Lousiana. Il territorio è soggetto a continue alluvioni, in peggioramento a causa del surriscaldamento globale. L’innalzamento della temperatura aumenta infatti la probabilità di eventi estremi come gli uragani. Wink scopre di avere una grave malattia e cerca di insegnare alla figlia come sopravvivere senza di lui.

Docu-film sulla natura e sui disastri ecologici

Anche Un posto sicuro (2015), seppur romanzato in alcune parte, riprende i fatti storici del caso italiano Eternit. Amore e dolore ruotano attorno alle vicende di Casale Monferrato, dove moltissime persone furono colpite da malattie polmonari a causa della lavorazione dell’amianto. L’inchiesta aperta negli anni Settanta porterà alla chiusura dell’impianto e alla dismissione della fabbricazione di amianto in Italia. Sempre di produzione italiana, Biùtiful cauntri (2007) affronta il tema dei rifiuti in Campania. Ecomafia, discariche abusive, inquinamento: un’analisi dettagliata di un problema ambientale e sociale che affligge una delle più belle regioni italiane.

Per ultimo, proponiamo il docu-film The Age of Stupid (2009). In questa pellicola il regista Franny Armstrong mescola immagini reali, parte recitate e pezzi d’animazione per dipingere una sceneggiatura distopica simile a quelle descritte sopra per i film di fantascienza. Il protagonista vive in un pianeta devastato nel 2055 e osserva i comportamenti degli uomini di cinquant’anni prima, ponendosi la seguente domanda: “Perché non abbiamo fermato il riscaldamento globale quando ne avevamo l’opportunità?”.

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Ricordiamoci della realtà quando la tv si spegne

Abbiamo scelto di menzionare questo film alla fine di un lungo elenco per ricordare che gli scenari sopradescritti – uragani, città allagate, carestie dovute alla siccità, contese fra popolazioni indigene e grandi imprese – non esistono solo nella finzione, ma sono reali e in aumento in varie parti del mondo. I titoli elencati possono dunque stimolarci ad approfondire, indagare e capire la realtà scientifica che sta dietro alle immagini che vediamo nello schermo della televisione o del pc. Soprattutto durante queste feste, vedere un film sulla natura e sul cambiamento climatico è un ottimo passatempo che possiamo adottare per accrescere la nostra conoscenza sulle tematiche ambientali.

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20 documentari sull’ambiente da non perdere

documentari sull'ambiente

L’ambientalismo sta finalmente conquistando diversi canali di comunicazione, compreso il mondo del cinema. Si trovano ormai numerosi titoli sull’emergenza climatica e sulla sostenibilità nelle varie piattaforme streaming. Abbiamo selezionato i migliori documentari sull’ambiente da vedere almeno una volta nella vita. Nel nostro sito potete trovare anche la selezione dei migliori film legati alla tematica ambientale e i migliori cartoni sull’ambiente per bambini e ragazzi.

documentari sull’ambiente: la nostra selezione

Ecco la nostra selezione di documentari sull’ambiente. Potete trovare l’elenco completo dei trailer nel nostro canale Youtube cliccando sul seguente link.

1. Punto di non ritorno – Before the flood (2016)
2. Domani (2018)
3. Chasing Ice (2012)
4. The True Cost (2015)
5. Cowspiracy (2014)
6. Una vita sul nostro pianeta (2020)
7. Antropocene (2018)
8. Minimalism (2015)
9. A plastic Ocean (2016)
10. Una scomoda verità (2007) e Una scomoda verità 2 (2017)

11. Virunga (2014)
12. Mission Blue (2014)
13. La fattoria dei nostri sogni (2018)
14. I am Greta (2020)  
15. Soyalism (2018)
16. Unlearning (2015)
17. Trashed (2012)
18. Ice on Fire (2019)
19. Un mondo in pericolo (2012)
20. Ragazzi Irresponsabili (2020)

Conoscere il cambiamento climatico

Per chi non sa da dove iniziare, uno dei migliori documentari sull’ambiente degli ultimi anni è Il punto di non ritorno (Before the Flood) di Leonardo di Caprio. La fama del protagonista non deve certo far dubitare sul contenuto del documentario. Egli stesso nel film racconta del forte scetticismo che aleggia ad Hollywood nei confronti del suo attivismo. Come se un attore non potesse appassionarsi alle tematiche ambientali. Al contrario, l’incessante lavoro di Di Caprio per diffondere l’importanza della crisi climatica si rivela di fondamentale importanza per l’enorme ascendente che ha nei confronti del suo pubblico. Di Caprio è stato anche nominato dall’ONU ambasciatore per la pace nel contrasto al cambiamento climatico.

Il punto di non ritorno segue la linea del precedente documentario Una scomoda Verità (An Inconvenient Truth), prodotto dall’ex Vicepresidente degli Stati Uniti Al Gore. Questi due documentari sono accomunati dal voler presentare la crisi climatica con estrema chiarezza, anche per chi non conosce nulla riguardo all’argomento. Entrambi i docu-film hanno avuto un sequel: nel 2017 Al Gore pubblica Una scomoda Verità 2, con gli aggiornamenti sul clima fino agli accordi di Parigi. Due anni dopo esce Ice on Fire di Di Caprio, dove il focus principale vira dall’analisi del problema alla ricerca delle soluzioni.

documentari sull’ambiente e sulla sostenibilità

In riferimento alla sostenibilità e alle varie opzioni per contrastare la crisi climatica proponiamo qui di seguito quattro interessanti titoli. Di recente abbiamo segnalato il documentario Domani (2018), prodotto da LuckyRed. In questa pellicola si parla delle soluzioni implementate nei vari continenti. Speranza e concretezza accompagnano le avventure dei quattro protagonisti alla scoperta di un mondo migliore che esiste già. Un viaggio simile era già stato affrontato in Unlearning (2013), un documentario dove una famiglia italiana esplora il pianeta per sei mesi con un unico mezzo di pagamento: il baratto.

Leggi il nostro articolo: “Comunicare la sostenibilità in maniera positiva è la chiave”

Dello stesso taglio segnaliamo La fattoria dei nostri sogni (2019) che racconta il cambio di vita di due americani. Il loro sogno di gestire una fattoria si scontra con l’imprevedibilità della natura ai tempi del cambiamento climatico, ma allo stesso tempo ci mostra la versione più profonda e autentica del rapporto uomo-natura. Anche Minimalism parla di un cambiamento radicale nello stile di vita. Il protagonista intraprende un percorso di allontanamento dai beni materiali per riscoprire la bellezza dell’essenzialità.

L’importanza della biodiversità

Tutto un altro filone di approfondimento sull’emergenza climatica riguarda la perdita di biodiversità e la preservazione degli ecosistemi. Come panoramica complessiva consigliamo Anthropocene (2019), in cui si mostra come l’azione umana abbia talmente alterato gli equilibri terrestri da denominare una nuova era geologica, ovvero l’antropocene. Un mondo in pericolo (2012) tratta specificitamente dell’importanza delle api e dei pericoli sulla loro estinzione. Virunga (2014) si concentra invece sul lavoro di conservazione dell’ecosistema all’interno del Parco Nazionale del Virunga nella Repubblica Democratica del Congo. Chasing Ice (2012) documenta il problema dello scioglimento dei ghiacciai con delle immagini mozzafiato grazie alla co-produzione di National Geographic. Mission Blue (2014) tratta invece dell’ambiente sottomarino e dei profondi cambiamenti registrati negli oceani.

documentari sull’ambiente: moda, cibo, spazzatura

Esiste poi tutta una serie di documentari che trattano di singoli settori con un forte impatto sul cambiamento climatico. Collegato all’oceano e al problema dell’inquinamento dei mari troviamo A plastic Ocean (2016). Sul tema della spazzatura segnaliamo invece Trashed (2012), in cui l’attore Jeremy Irons compie numerose interviste per parlare del consumismo e delle conseguenze in termini di rifiuti. Grande attenzione in questo documentario viene data al sistema alimentare e agli sprechi presenti in esso.

Sul tema cibo un titolo da non perdere è Cowspiracy (2014). Il protagonista Kip Andersen, ambientalista convinto da molto tempo, si imbatte in una ricerca che delinea l’enorme responsabilità del settore della carne sulla crisi climatica.  Un altro spunto interessante sul sistema alimentare nel suo rapporto con il clima è Soyalism (2018). Qui non si analizza solamente l’inquinamento prodotto dagli allevamenti, ma anche il sistema insostenibile che sta dietro le monoculture come la soia. Intendiamo insostenibile non solo dal punto di vista ambientale, ma anche economico e sociale, dato che le monoculture e gli allevamenti intensivi danneggiano soprattutto le popolazioni locali.

Per quanto riguarda il mondo della moda, un must da non perdere è The True Cost (2015). Un film di denuncia verso il mondo della fast fashion. Contaminazione dell’aria e delle acque, malattie legate ai materiali tossici, sfruttamento dei lavoratori: un sistema che propone prezzi bassissimi nel mondo occidentale ma che nasconde terribili verità nelle prime fasi della catena produttiva. The True Cost apre gli occhi ed è grazie ad esso che tantissime blogger si sono appassionate alla moda sostenibile.

Documentari sull’ambiente: monografie

Infine, segnaliamo dei titoli biografici in cui si raccontano le storie di alcune personalità legate all’attivismo ambientale. Di recente uscita troviamo I am Greta (2020) e Ragazzi Irresponsabili (2020). Il primo è un ritratto da vicino dell’icona ecologista Greta Thunberg fatto dal regista svedese Nathan Grossman. Nella seconda pellicola invece il regista Ezio Maisto racconta le storie di alcuni protagonisti del movimento Fridays For Future Italia. Proprio per sottolineare che Greta non è un personaggio ma una persona, che assieme a tante altre compie un lavoro incessante di mobilitazione e sensibilizzazione ambientale.

Per ultimo, un altro capolavoro di quest’anno è il film di casa Netflix David Attenborough: una vita sul nostro pianeta (2020). Divulgatore scientifico e pioniere del documentario naturalistico, in questo film racconta decenni di lavoro a contatto con la natura. Ed è proprio con le parole di David Attenborough che vogliamo concludere il nostro elenco di documentari sull’ambiente: “Dobbiamo imparare a lavorare con la natura, piuttosto che contro di essa”.

Leggi anche: “David Attenborough: una vita sul nostro pianeta”