Il Senato italiano non ha voluto dichiarare lo stato di emergenza climatica

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5 giugno: Giornata Mondiale per l’Ambiente. Una bella iniziativa in un giorno in cui il Senato italiano ha avuto l’opportunità di dare un segnale forte. A Palazzo Madama i Senatori hanno infatti discusso e votato in merito ad una serie di mozioni sul tema del cambiamento climatico. Peccato che, quella più importante e significativa, sia stata bocciata. Il PD aveva infatti sottoposto all’attenzione dei senatori la richiesta di dichiarare lo stato di emergenza climatica, come già successo nel Regno Unito, a Milano e Torino solo per citarne alcuni.

Un’occasione per mandare un messaggio chiaro e deciso sul tema. Ed ecco che, la maggioranza, ha ben pensato di bocciare la mozione pur approvandone altre molto meno incisive. Non è ancora chiaro se per totale irresponsabilità, ignoranza sul tema oppure per esercitare le proprie manie di potere.

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Chi ha votato contro la dichiarazione di emergenza climatica

Un nuovo capitolo che va ad aggiungersi alla lunga lista di fallimenti del governo gialloverde, quanto meno in tema di ambiente. Se ci si poteva aspettare un deciso ostruzionismo da parte di una Lega ormai ai limiti del negazionismo, non si può dire lo stesso per il M5s. I grillini durante tutta la loro attività politica, almeno fino al giorno in cui hanno iniziato a governare, si sono da sempre riempiti la bocca di grandi promesse a sfondo ambientalista strumentalizzando un tema delicatissimo che, stando ai fatti, hanno poi completamente ignorato durante l’attuale legislatura.

Durante la seduta a Palazzo Madama i Senatori hanno invece approvato proprio la mozione proposta dal Movimento. Questa impegna l’esecutivo “a ricorrere all’eco-design, a favorire l’autoproduzione distribuita di energia da fonti rinnovabili, a promuovere campagne di sensibilizzazione rivolte ai cittadini e l’introduzione dell’educazione ambientale nelle scuole”. Sicuramente meglio di niente, ma altrettanto certamente non abbastanza. La presidente della Commissione Ambiente del Senato Vilma Moronese (M5s) ha dichiarato che la mozione approvata prevede “politiche serie e concrete finalizzate alla decarbonizzazione dell’economia”.

Parole di circostanza? Staremo a vedere. Ciò che sappiamo oggi è che la dichiarazione dello stato di emergenza climatica, la più ambiziosa e significativa tra le mozioni discusse, è stata bocciata. Ancora una volta, dunque, quelle del Movimento 5 stelle sono solo parole. L’augurio è quello di vedere queste affermazioni tramutate in fatti. Cosa che potrebbe essere stata ben più verosimile se quella mozione fosse stata approvata invece che respinta.

Chi ha votato a favore della dichiarazione di emergenza climatica

La mozione era stata proposta dal Partito Democratico, che quindi ha ovviamente votato a favore. Nicola Zingaretti, segretario del partito, non ha esitato a rilasciare dichiarazioni pungenti nel post voto: “Il governo italiano è un pericolo per l’ambiente, nega i cambiamenti climatici e non ha nemmeno firmato l’appello per azzerare i gas serra entro il 2050”. A suo favore hanno votato anche LeU e Forza Italia. Entrambi partiti hanno poi commentato la scelta del Senato dicendo che il M5s si è ancora una volta piegato al volere della Lega per salvaguardare la sopravvivenza del governo e, quindi, delle loro poltrone.

Inquietanti le dichiarazioni del Ministro dell’Ambiente Sergio Costa che si dice soddisfatto: “una presa di posizione da cui non si torna indietro”. Possibile. Peccato che la presa di posizione in questione sia completamente in opposizione con gli ideali ecologisti alla base dei vari movimenti ambientalisti che si stanno sviluppando su scala globale, come Fridays For Future ed Extinction Rebellion.

Le repliche dei movimenti ambientalisti

Immediata la replica dei ragazzi di Fridays For Future che hanno organizzato un Flashmob di fronte a Palazzo Madama, condannando inoltre via social la scelta del Senato. I Verdi si uniscono invece alle critiche verso il Movimento 5 stelle accusandoli di essere diventati una succursale della Lega. Un insieme di associazioni e attivisti ambientalisti hanno invece creato una petizione (firmabile al link) per denunciare il governo per inazione contro i cambiamenti climatici, sulla scia di quanto già accaduto, con successo, in Olanda e Francia.

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Il Movimento per la Transizione Ecologica Solidale, TES, ha invece sottolineato che “le forze di maggioranza hanno scelto proprio la Giornata mondiale dell’ambiente per bocciare la mozione sull’emergenza climatica che avrebbe permesso di utilizzare 50 miliardi tra contributi europei e fondi nazionali per fronteggiare l’emergenza climatica”.

Il commento di Antonio Cianciullo

Il giornalista di La Repubblica Antonio Cianciullo, uno dei più autorevoli nel nostro paese sui temi ambientali, ha così commentato la scelta in un post del suo blog personale.

“Una concentrazione da record del caldo che curiosamente si ritrovano nel grappoli di anni di questo inizio di secolo. I governi di tutti i Paesi che nel 2015, non potendone più del combinato disposto di siccità e alluvioni, si sono finalmente decisi a dare retta ai climatologi sottoscrivendo l’Accordo di Parigi a difesa dell’atmosfera. Una finanza che, dagli ultimi vertici di Davos all’andamento dei green bond, si sta spostando verso la sostenibilità non per altruismo ma per evitare altri capitomboli.

Una generazione di giovani che per la prima volta ha creato un movimento globale per difendere il proprio futuro dalla minaccia costituita dai combustibili fossili. Insomma c’è un grande cambiamento a livello globale. E cosa fa il governo del cambiamento? Fa finta di niente. Boccia la mozione sull’emergenza climatica perché evidentemente, secondo il governo, in Italia clima ed economia godono di eccellente salute e una dichiarazione convenzionale è più che sufficiente. Buon 5 giugno.”

Parole che sottoscriviamo e che aumentano la sfiducia verso un governo che difficilmente, a meno che non sarà l’UE a costringerlo, inizierà a prendere provvedimenti seri contro il cambiamento climatico. L’alleanza giallo-verde, forse, ha già scelto da che parte della storia schierarsi. Purtroppo per loro, per noi e per le future generazioni è decisamente quella sbagliata.

Fotoreportage: la diga che sommergerà Hasankeyf

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Fotoreportage di Francesco Brusa

Tracce di civiltà millenarie che stanno per essere sommerse: Hasankyef è un villaggio curdo nella valle del Tigri, zona est della Turchia. Con l’attivazione della diga Ilisu – progetto già abbozzato negli anni ‘50 ma ripreso con forza dall’amministrazione di Recep Tayyp Erdoğan – le sue strade e i suoi monumenti finiranno sotto il livello dell’acqua, mentre i cittadini perderanno la propria casa e la propria attività. Ad attenderli, sull’altra sponda del Tigri, la “Nuova Hasakyef”: cittadina costruita ad hoc dal governo che, però, non tutti possono permettersi.

Le ripetute gaffe di Salvini sul cambiamento climatico

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Ebbene sì. Ormai è quasi ufficiale. Il nostro Ministro dell’Interno Matteo Salvini crede non sa cosa sia il cambiamento climatico e crede che meteo e clima siano la stessa cosa. Lo ha ribadito per la terza volta nell’arco di un paio di settimane.

Durante il comizio da lui tenuto durante la manifestazione della Lega a Milano, poco prima delle elezioni europee, il leader del carroccio aveva invocato il riscaldamento globale a causa del freddo che ha colpito la penisola nel mese di maggio. Successivamente, in una delle sue dirette Facebook datata 29 maggio (min. -4:49), ha ribadito lo stesso concetto auspicandosi che, durante la sua presenza ad una manifestazione a Roma, potesse uscire il sole: “ci hanno parlato di riscaldamento globale ma non ricordo un maggio così freddo e piovoso nell’arco della mia vita”. E, dulcis in fundo, durante un suo intervento alla trasmissione “Non è l’arena”, condotta da Massimo Giletti su La7 (min. 37:20), ha dichiarato che “finalmente oggi c’era il sole. Ci hanno spiegato per mesi che c’era il riscaldamento globale e abbiamo passato un maggio con l’ombrello, i passamontagna e i guanti di lana”.

Bene, caro Ministro. Lei ha dato prova di non avere la più pallida idea di cosa sia il cambiamento climatico. E questo è un fatto molto grave. Proviamo ad aiutarla noi.

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La differenza tra meteo e clima

“In climatologia con il termine cambiamenti climatici o mutamenti climatici si indicano le variazioni del clima della Terra, ovvero variazioni a diverse scale spaziali (regionale, continentale, emisferica e globale) e storico-temporali (decennale, secolare, millenaria e ultramillenaria) di uno o più parametri ambientali e climatici nei loro valori medi: temperature (media, massima e minima), precipitazioni, nuvolosità, temperature degli oceani, distribuzione e sviluppo di piante e animali”.

Da questa definizione risulta abbastanza chiaro come il meteo riscontrato in una zona circoscritta del pianeta, in un breve arco temporale, non è in alcun modo associabile al riscaldamento globale. Quello di cui parla Salvini è infatti il meteo, che indica lo stato atmosferico di una zona in un preciso momento. La mancata percezione della differenza tra questi due concetti è alla base dell’enorme disinformazione che c’è sul tema dei cambiamenti climatici in tutto il mondo.

L’Italia è un terreno fertile

Se all’estero, come dimostrato dalle ultime elezioni Europee culminate con il successo dei Verdi, questa trasposizione di meteo e clima è ormai prossima a cadere definitivamente, grazie a media responsabili che parlano in modo corretto del problema affrontandolo con onestà intelletuale, purtroppo non si può dire lo stesso per l’Italia. Se durante il suo comizio e la sua diretta Facebook Salvini è stato artefice di un monologo in cui non era presenta nessuna controparte che potesse smentire quanto detto, il silenzio di Giletti durante “Non è l’Arena” è a dir poco agghiacciante.

Non correggere un errore del genere contribuisce a dare adito a chi prova in tutti i modi a sminuire il problema, promuovendo campagne di disinformazione sul tema per raggiungere i propri interessi, spesso legati al proliferare di un’economia che ha come principio di base del suo sviluppo la distruzione e lo sfruttamento incondizionato del pianeta.

Una delle più azzeccate definizioni di giornalista afferma che “il giornalista è il cane da guardia della democrazia”. A giudicare da quanto visto domenica sera su La7, forse anche Giletti, per adibire correttamente al suo compito, dovrebbe aggiornarsi un pochino su un tema che in tutto il resto del mondo sta diventando più che mai attuale. Lui, durante la sua trasmissione, non ha affatto difeso né la democrazia né la verità. La comunità scientifica è ormai unanime. Il cambiamento climatico esiste ed è colpa nostra. Lasciare che un Ministro ne parli senza cognizione di causa e facendo trasparire una forte ignoranza sul tema non lo farà di certo sparire.

L’incoerenza della retorica di Salvini sul cambiamento climatico (e non solo)

Il Ministro dell’Interno, uscito indubbiamente vincitore dalla tornata elettorale di pochi giorni fa, utilizza come messaggio principale di ogni suo intervento il motto “Prima l’Italia, prima gli Italiani”. Forse qualcuno dovrebbe ricordargli che l’Italia, a causa della sua collocazione geografica e al pari di tutti i paesi che si affacciano sul Mediterraneo, è una delle nazioni che più verrà colpita dalle conseguenze del cambiamento climatico.

L’innalzamento dei mari colpirà tantissime località costiere della penisola. L’intero paese rischia di vedere, da qua al 2050, un calo della produttività dei propri terreni che potrà arrivare fino al 30% a causa della desertificazione che potrà colpire il Mezzogiorno, e non solo. Aumenteranno i fenomeni atmosferici estremi, come alluvioni e siccità. Aumenteranno gli incendi. Calerà la disponibilità di pesce. Aumenterà l’inquinamento dell’aria.

E qual è l’unico modo per evitare tutto questo? Iniziare da subito a promuovere serie politiche di mitigazione, resilienza ed adattamento atte a contrastare il cambiamento climatico. Se, dunque, Matteo Salvini avesse veramente a cuore il futuro degli italiani e dei loro figli forse dovrebbe iniziare ad informarsi sul tema iniziando a mettere mano al problema prima che sia troppo tardi.

L’utilizzo del rosario e la strumentalizzazione della retorica cattolica

Una delle mosse più recenti del Ministro degli Interni è stata quella di aggiungere alla sua comunicazione una non velata retorica cattolica. Da un giorno all’altro ha iniziato a strumentalizzare l’utilizzo di rosari e crocifissi adottando un modo di parlare che potesse intercettare il voto dei credenti italiani. Ed anche in questo caso è facile individuare una certa incoerenza di fondo.

In una delle sue prime encicliche Papa Francesco, che rappresenta proprio il pensiero cattolico che Salvini strumentalizza nei suoi discorsi, si è schierato piuttosto chiaramente dalla parte dell’ambiente. Nel suo “Laudato sì, sulla cura della casa comune”, pubblicato nel giugno del 2015, il Papa ha espresso in maniera esplicita la necessità di un cambiamento del nostro sistema economico che possa, appunto, proteggere l’ambiente. Nel documento si legge infatti che “l’umanità deve prendere coscienza della necessità di cambiamento degli stili di vita, della produzione e del consumo[…]Perciò è diventato urgente e impellente lo sviluppo di politiche affinchè nei prossimi anni l’emissione di anidride carbonica e di altri gas altamente inquinanti si riduca drasticamente.”

Salvini e il cambiamento climatico: un altro negazionista?

Alla luce di questa analisi è possibile trarre un’unica conclusione. Matteo Salvini potrebbe aggiungersi alla lista nera dei negazionisti climatici. Già nel momento in cui si era trovato a dover votare in merito all’adesione da parte dell’Unione Europea al Paris Agreement, il leader della Lega era stato uno dei pochissimi membri del Parlamento Europeo a votare contro il provvedimento. E queste sue ultime infelici affermazioni non fanno altro che confermare la sua tendenza a non riconoscere il problema.

Peccato per lui che l’evidenza scientifica, ormai, non lasci scampo. Non prendere seriamente la questione significa inequivocabilmente mettere i bastoni tra le ruote alle future generazioni. Se a Salvini importasse veramente del futuro dei cittadini italiani e dei loro figli affronterebbe il problema del cambiamento climatico in modo radicalmente diverso. Invece, così facendo, non fa altro che sfruttare a suo vantaggio l’ignoranza dilagante che regna sul tema del riscaldamento globale all’interno di un paese in cui un giornalista del calibro di Massimo Giletti non interviene quando, durante la sua trasmissione, viene pronunciata una fesseria di dimensioni apocalittiche.

Per fortuna la coalizione di Matteo Salvini non avrà grande voce in un Parlamento Europeo in cui il tema dei cambiamenti climatici potrebbe diventare centrale, grazie all’exploit dei Verdi e alla presenza di politiche ambientali ambiziose nei programmi della maggior parte dei partiti che verosimilmente governeranno l’Unione. Il riscaldamento globale diventerà un tema centrale nella politica internazionale e, prima o poi, dovrà iniziare a farci i conti anche lui. Anche se a maggio abbiamo avuto freddo.

Europa Verde quarto partito tra gli italiani all’estero

Schermata con principali obiettivi dei Verdi Europei

“Paese che vai, usanze che trovi”, così recita il detto. Ma forse sarebbe meglio dire “paese che vai, visione del mondo che hai”. Infatti le recenti elezioni europee sono un’ottima occasione anche per capire che aria si respira nei vari paesi della comunità europea. Dando un’occhiata ai risultati della tornata elettorale del 26 maggio salta immediatamente all’occhio come in ogni Paese dell’Unione la percezione dell’agenda politica sia diversa. Per noi di L’Ecopost il focus non può che essere sulla questione ambientale e la lotta al cambiamento climatico. Il miglior indicatore è con ogni probabilità il voto per la lista Europa Verde, poiché era l’unica opzione tra quelle disponibili a porre l’ambiente al centro del proprio programma.

L’equazione è quindi la seguente: un voto a Europa Verde è il voto di una persona che crede che una nuova politica nei confronti del clima e dell’ambiente abbia la massima priorità.

Europa dell’est: la Lega sfonda e per l’ambiente non c’è spazio

Degli altri 27 paesi dell’Unione Europea, solo in 5 Europa Verde, affiliata al Partito Verde Europeo, non ha superato la soglia di sbarramento del 4%. Oltre all’Italia, con uno scarno ma non scontato 2,3%, sono Cipro (3,3%), Bulgaria (2,7%), Lituania (2,1%), Romania (1,5%) e Lettonia (1,1%). Paesi che nell’insieme hanno avuto una rappresentanza numerica ridotta, di poco oltre il migliaio di voti. Curioso è come il risultato elettorale in quattro di questi cinque paesi, Lituania esclusa, veda la Lega trionfare nettamente con percentuali tra il 32,4 e il 40.

Da notare come in un paese con una politica nazionale filo-leghista, quale l’Ungheria, il vero partito verde (Europa Verde) sia riuscito a totalizzare il 4,1%.

Superato lo sbarramento negli altri 22 paesi

Per quanto riguarda invece il resto degli italiani che hanno votato dall’estero, la situazione appare totalmente diversa. Basti dire che al netto delle 2.355 sezioni, sono stati ben 11.678 i voti per Europa Verde, corrispondenti al 9,8%. Nell’Italia sparsa per l’Europa, Europa Verde è il quarto partito, sotto a PD (32,4%), Lega (18%), M5S (13,8%), e sopra a +Europa (8,8%), FI (6%), e Sinistra (4%).

Classifica partiti voti italiani all'estero
La classifica dei partiti sulla base dei voti degli italiani all’estero, Europa Verde quarto partito; fonte: la Repubblica.

In Austriala lista formata da Possibile e Verdi ha ottenuto il 21,1%, dietro al PD e davanti al M5S e Lega. In doppia cifra anche in Francia (10,7%), Irlanda (11,5%) Paesi Bassi (10,4%), Danimarca (11,9%), Estonia (12,2%), e Finlandia (12,2%). Ma particolarmente rilevante il buon esito in paesi quali Germania (9%), Regno Unito (9,5%), Belgio (7,9%) e Spagna (9,9%), che, assieme a Francia e Austria, rappresentano i bacini elettorali di italiani all’estero più nutriti.

Qual è il motivo di questa enorme differenza?

A voler tentare di dare una lettura di questo successo elettorale al di fuori dell’Italia, si potrebbe ipotizzare che la colpa sia imputabile a un sistema mediatico inadempiente, che vive a troppo stretto contatto con quello politico dei grandi partiti, di cui finisce per essere dipendente. Ne consegue un’informazione che non riflette le esigenze reali e che non ha quindi interesse nel dettare un’agenda politica che diverga da quella dei principali partiti. [Come anche in parte denunciato da Elena Grandi, portavoce dei Verdi, in questo articolo del Fatto Quotidiano, prima delle elezioni.]

Risulta poi scontato aggiungere come i cittadini italiani residenti all’estero siano più sensibili a tematiche di carattere comunitario, quale il riscaldamento globale, e per questo capaci di dissociarsi dalla routine della vita politica italiana. Si potrebbe dunque pensare che gli italiani all’estero abbiano espresso un voto europeo, mentre gli italiani che abitano e vivono il bel paese abbiano fatto del Parlamento Europeo una questione italiana.

Ex Ilva: nati 600 bambini malformati a Taranto. Dati occultati

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Il governo nazionale ha deciso di non presentare nel mese di maggio scorso i risultati dell’indagine epidemiologica “Sentieri” dell’Istituto superiore di Sanità su Taranto. Tra i dati presenti sul sito del Ministero dell’ambiente ne emerge uno allarmante: 600 bambini nati nei pressi dell’ex Ilva tra il 2002 e il 2015 presentano delle malformazioni congenite.

In un altro Paese sarebbe scandalo

Il coordinatore dei Verdi Angelo Bonelli si è quindi chiesto perché nessuno ne ha parlato, considerato che il rapporto era stato presentato nel 2018. “Perché – si chiede Bonelli – i ministri dell’Ambiente, della Salute, e dello Sviluppo economico Costa, Grillo e Di Maio hanno rinviato la presentazione dell’indagine epidemiologica a dopo le elezioni europee? Se ci trovassimo in un altro Paese europeo questo sarebbe uno scandalo che porterebbe alle dimissioni di membri del governo e non solo”.

Ma soprattutto bisognerebbe chiedersi perché, dopo anni di lotte, lo stabilimento siderurgico ArcelorMittal Italia di Taranto continua a operare ai danni dei cittadini. Una risposta si può trovare nel fatto che l’ex Ilva è la più grande fabbrica siderurgica d’Europa. Non solo quindi dà lavoro a migliaia di persone ma costituisce anche un ingente introito economico per l’intera Nazione. Questo, però, non dovrebbe mai giustificare danni del genere alla salute de cittadini e all’ambiente.

Controlli e indagini inutili

I controlli allo stabilimento sono iniziati negli anni ’80, a causa dell’aumento delle malattie tra i cittadini di Taranto e specialmente nel quartiere Tamburi, il più vicino all’area industriale. Le morti dovute alle patologie respiratorie e cardiovascolari sono state più di 11 mila in sette anni. La causa era la grande quantità di polveri sottili immesse nell’aria dall’industria stessa. Secondo i dati del registro Ines, negli anni che precedono il 2012 il 93 per cento di tutta la diossina prodotta in Italia e il 67 per cento del piombo derivavano proprio dall’Ilva.

La città di Taranto e l’Ex Ilva

Nel 2012 la procura di Taranto ha deciso di chiudere l’Ilva e di arrestare i dirigenti con l’accusa di gravissime violazioni ambientali che provocarono la morte di centinaia di persone. Però, per salvare l’economia italiana ed evitare di acquistare l’acciaio dall’estero a un prezzo maggiorato, si è deciso di salvare l’industria. Lo Stato ha quindi indetto una gara di appalti vinta poi dalla multinazionale indiana Arcelor Mittal. Inoltre, si è cercato di stabilire delle norme ambientali più restringenti anche se, a distanza di sei anni, sembra non sia cambiato nulla.

Polvere sotto il tappeto

Soltanto tre mesi fa e per l’ennesima volta, il sindaco di Taranto ha deciso di chiudere due scuole del quartiere Tamburi per trenta giorni e di trasferire gli studenti in altri istituti. Si può solo immaginare il disagio e l’improduttività di simili soluzioni in una regione nella quale l’abbandono scolastico, secondo i dati dell’ISTAT del 2018, è tra i più alti in Italia. Il commissario di Governo alla bonifica, Vera Corbelli, aveva anche predisposto di installare nelle scuole filtri ed impianti di ventilazione meccanica controllata con una spesa di milioni di euro. Di questi, però, non trapela più alcuna notizia.

Il tutto perché, invece di agire alla base del problema, si continua a nascondere la polvere sotto il tappeto. Bisognerebbe invece chiudere definitivamente l’industria e investire i soldi destinati agli impianti di ventilazione e filtraggio in progetti di green-economy, di risanamento ambientale e urbano e valorizzazione del segmento turistico. Insomma, bypassando la monocoltura industriale dietro la quale, evidentemente, vi sono interessi che non ci è dato conoscere.

Collinette poco ecologiche

Altre soluzioni altrettanto insensate sono state attuate in passato, come la costruzione delle cosiddette “collinette ecologiche“. Queste avevano lo scopo di dividere l’area industriale da quella abitata. Inutile spendere parole per qualcosa che anche un bambino capirebbe, ovvero che nessuna collina può evitare che una tale quantità di sostanze inquinanti venga trasportata per via aerea nei dintorni della fabbrica. Ma non finisce qui. Nel febbraio del 2018 i Carabinieri del Noe insieme ad Arpa Puglia hanno avviato un’indagine sull’area occupata da tre collinette. Risultato? Le collinette ecologiche altro non sono che una enorme discarica abusiva di svariate tonnellate di rifiuti industriali derivanti dal polo siderurgico. Queste hanno poi riversato nei terreni e nell’ambiente sostanze altamente tossiche e cancerogene.

La cannabis light torna illegale, ieri il verdetto della Cassazione

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Abbiamo fatto un passo avanti e tre indietro. Quello avanti è stato fatto nel 2016 quando è stata legalizzata la cosiddetta “marijuana light”. Quest’ultima è quasi priva di TCH, la sostanza stupefacente presente nella cannabis tradizionale. Pertanto, la cannabis light non ha alcun effetto psicotropo sull’organismo.

Posti di lavoro e introiti milionari

Sono stati poi aperti migliaia di negozi e attività legati alla vendita di cannabis light con più di 1500 aziende specializzate nel settore. Moltissimi agricoltori, soprattutto i più giovani, hanno investito terreno, lavoro ed energie nella coltivazione della cannabis, vedendo in questa un futuro migliore, per loro stessi e per il pianeta. In nemmeno tre anni sono stati rimessi a coltivazione più di tremila ettari di terreno. Concretamente, la canapa ha creato un introito di 150 milioni di euro e 10 mila nuovi posti di lavoro (negozianti, agricoltori, marchi nati per il commercio). Inutile dire che tutto questo era una potenziale ancora di salvezza per l’economia italiana ormai alla deriva.

I benefici ambientali

Per non parlare poi dei benefici ambientali di questa pianta, che abbiamo ampiamente spiegato in un articolo del blog. Riassumendo molto, la canapa è una pianta molto efficiente in quanto si possono usare tutte le sue parti. Cresce a una velocità altissima, solamente con molto sole, poca acqua e non ha bisogno di pesticidi. Da essa si possono ricavare carta e tessuti, un olio e una farina molto proteici e salutari, cosmetici naturali e persino materiali per l’edilizia.

Nel lungo periodo avrebbe poi ridotto lo spaccio nel mercato nero, magari inducendo i giovanissimi a desistere dal comprare per strada la sostanza realmente stupefacente e prediligere invece quella innocua, controllata e tassata regolarmente.

Ieri 30 maggio 2019 la Cassazione di Roma ha invece dichiarato che questa pianta non può più essere venduta né coltivata. Ed ecco quindi i tre passi indietro: il danno all’economia, il danno all’ambiente e il nutrimento al mercato nero. Come aveva detto il Presidente dell’Associazione Italiana Cannabis Light: “Se dovessero cambiare la legge provocherebbero un danno economico senza precedenti in un settore in pieno sviluppo. Il nostro obiettivo, però, non è solo vendere. Vogliamo tutelare tutta la filiera della canapa e mettere in atto un vero e proprio messaggio di sensibilizzazione culturale sui benefici che questa pianta può dare a tutti. Chi compra l’erba si informa anche sulla pasta, sulle proprietà dei prodotti alimentari o cosmetici: scopre un mondo che non conosceva”.

Una retrocessione culturale

Un altro elemento importante, infatti, è la retrocessione in ambito culturale. L’indice puntato su un prodotto che in sé per sé non ha nulla di pericoloso né dannoso alimenta l’ignoranza nei confronti delle droghe pesanti, oltre che di altre sostanze e alimenti realmente molto dannosi ma comunque legali come l’alcol, il fumo e persino lo zucchero raffinato. Questi hanno ormai uno spazio troppo grande nell’economia e nel mercato mondiale e illegalizzarli andrebbe contro l’interesse di troppi. E, in ogni caso, non sarebbe la soluzione più intelligente, visto che il proibizionismo è già stato sperimentato e non ha ottenuto i risultati sperati. La soluzione ottimale sarebbe piuttosto quella di investire risorse sul piano culturale, diffondendo le reali informazioni legate a queste sostanze e promuovendone il consumo moderato.

1.200 miliardi di alberi per salvarci dai cambiamenti climatici

A ideare il più grande piano di riforestazione del mondo è Tom Crowther, un climatologo dell’Università ETH di Zurigo. Quattro anni fa Crowther ha stimato che oggi sulla terra ci sono già 3 bilioni alberi. Una cifra molto più alta di quella precedentemente indicata dalla Nasa di 400 miliardi. Il suo team ha calcolato che abbiamo abbastanza spazio per piantarne altri 1.200 miliardi. E farlo porterebbe grandi benefici in termini di assorbimento di CO2 dall’atmosfera e di mitigazione dei cambiamenti climatici.

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La migliore soluzione ai cambiamenti climatici

In un’intervista rilasciata alla CNN Tom ha affermato che “la quantità di carbonio che possiamo immobilizzare se piantassimo questa quantità di alberi sarebbe di gran lunga più alta di quella che potremmo raggiungere con qualsiasi altra delle soluzioni pensate contro i cambiamenti climatici.” A fare da eco a questo annuncio dello studioso c’è l’associazione Plant for the Planet, di cui Crowther è consulente scientifico. Questa no profit sta infatti portando avanti, da ormai diversi anni, la campagna “Trillion Tree”. Questa altro non è che l’evoluzione del progetto “Billion Tree” lanciato dall’ONU nel 2006. I ragazzi di PFTP, grazie anche all’aiuto di vari governi, sono già a piantare circa 15 miliardi di piante, 2 dei quali solamente in India.

Alcuni esempi virtuosi

Sono tanti gli stati che si sono già impegnati in grossi progetti di riforestazione. L’Australia vuole piantare almeno un miliardo di alberi entro il 2030. I paesi dell’Africa subsahariana hanno un progetto per riforestare circa 100 milioni di ettari di terra che si sta desertificando a causa dei cambiamenti climatici. La Cina invece, dal 1970 ad oggi, ha già piantato circa 50 miliardi di alberi. Questa soluzione è stata individuata anche dall’associazione Nature4climate che, per sottolineare il messaggio, ha addirittura prodotto un film che sarà presto disponibile online. Il titolo dell’opera sarà “The forgotten solution”, ovvero “la soluzione dimenticata”. Alla base di questa loro speranza sta la convinzione che il modo migliore e più efficace per salvarci dagli effetti dei cambiamenti climatici sia proprio ricorrere a delle soluzioni che abbiano come principale veicolo di implementazione la natura stessa.

La speranza verde per fermare i cambiamenti climatici

Spesso e volentieri ci si sente sopraffatti dall’imponenza dei problemi legati ai cambiamenti climatici, finendo così per temere che l’uomo, ormai, non sia in grado di risolvere questo grattacapo. Ma non è affatto così. Lo stesso Tom Crowther ha anche affermato che, solamente agendo sulle emissioni provenienti dai fluidi dei condizionatori e dei frigoriferi, si potrebbe ridurre l’inquinamento atmosferico emesso ogni anno di 37 miliardi di tonnellate di CO2. I problemi legati al riscaldamento globale sono già stati individuati da anni, così come le possibili soluzioni. Siamo ancora in tempo per metterci una pezza. E il modo migliore per farlo potrebbe anche essere il più semplice e bello di tutti: piantare 1.200 miliardi di alberi può essere la più immediata soluzione per mitigare i cambiamenti climatici. Quando li avremo fermati, in un assolato pomeriggio estivo, potremo anche stenderci sotto la loro ombra e sentire il rumore della natura.

Il catamarano Le Manta ripulirà gli oceani dai rifiuti

A partire dal 2022 il primo catamarano Manta solcherà i mari del pianeta per recuperare i rifiuti di plastica. L’ideatore del progetto è lo skipper svizzero Yvan Bourgon, che auspica una massiccia produzione di queste imbarcazioni per contrastare nel più breve tempo possibile l’inquinamento degli oceani. Il processo di raccolta dei rifiuti inizia attraverso dei tapis roulant, posti sotto il catamarano, che aspirano gli oggetti. Invece, due gru posizionate a poppa recuperano le reti alla deriva e i rifiuti di grandi dimensioni. Questi sono poi smistati manualmente e, infine, compattati in blocchi di 1 metro cubo. La capacità massima di stoccaggio è di 600 blocchi, ovvero 250 tonnellate di rifiuti.

https://www.youtube.com/watch?v=E_0i0GjBkxg

I dettagli sul progetto del catamarano

Il progetto è stato presentato al Salone delle invenzioni di Ginevra del 2018 dall’associazione fondata da Bourgon solamente due anni prima, chiamata The Sea Cleaners. Con ben 70 metri di lunghezza, 49m di larghezza e 61m di altezza il Manta è soprannominato il “Gigante dei mari”. A bordo si dispone di avanzate tecnologie che rendono l’imbarcazione autonoma e alimentata da energie rinnovabili: due turbine eoliche (500kw/h) e un impianto fotovoltaico (100kw/h). L’energia prodotta aziona i quattro motori elettrici e un sistema di propulsione ibrida formato da quattro DynaRigs. Inoltre, è presente un impianto di pirolisi, ovvero quel processo che trasforma la materia non riciclabile in carburante.

La grande manovrabilità e velocità di questo catamarano permettono un intervento tempestivo in acque profonde, lungo le coste e nei delta dei dieci più grandi fiumi da dove derivano il 90% dei rifiuti di plastica del mondo.

il catamarano

Oltre la lotta all’inquinamento

Un occhio di riguardo è dato anche alla fauna, infatti il progetto prevede l’installazione di un apparecchio acustico che allontana i cetacei nei momenti di raccolta dei rifiuti. Inoltre, il Manta sarà equipaggiato di un laboratorio scientifico che permetterà di acquisire maggiori informazioni sullo stato di salute delle acque. Uno degli altri obiettivi dell’associazione è la crescita dei centri didattici, al fine che venga compreso appieno il problema dell’inquinamento degli oceani.

Infine: “i paesi che avranno maggiormente accesso a questi blocchi saranno quelli colpiti da catastrofi, in particolare quelli del sud-est asiatico e del continente africano” come afferma Bourgon in un’intervista all’emittente radiotelevisiva RSI.

Antibiotici in 2/3 dei fiumi. A rischio la salute umana

antibiotici

Nei fiumi di tutto il mondo sono state trovate altissime quantità di antibiotici. L’università di York ha condotto lo studio raccogliendo campioni di acqua in 711 luoghi di 72 nazioni e i risultati sono sconfortanti. Il 65% dei campioni, ovvero nei 2/3 del totale, era contaminato dalle sostanze presenti in questi medicinali.

Un’altissima quantità

Il problema però non risiede soltanto nella semplice presenza di residui di antibiotici nell’acqua. Il dato più allarmante risiede nella loro quantità. Nei peggiori casi, come in Bangladesh e in Kenya, i campioni analizzati superavano di 300 volte il livello di sicurezza stabilito dall’Amr Industry Alliance. Senza andare così lontano, comunque, anche nei maggiori fiumi europei come il Danubio, il Tamigi e anche il Tevere sono stati trovati alti livelli di sostanze antibiotiche.

Antibiotici pericolosi. Perché?

Ma quale pericolo si nasconde dietro la dispersione di queste medicine comunemente ritenute salva-vita? Il fatto che gli antibiotici siano dispersi nell’ambiente può causare l’aumento della resistenza dei batteri a questi medicinali, che quindi diventano di giorno in giorno sempre meno efficaci.

Il fiume Buriganga, in Bangladesh, è uno dei corsi d’acqua più inquinati del mondo

“Anche le basse concentrazioni osservate in Europa possono portare a un’evoluzione della resistenza e aumentare la probabilità che i geni sopravvissuti si trasferiscano ai patogeni umani” ha affermato William Gaze, ecologo microbico dell’Università di Exeter che studia la resistenza antimicrobica. Proprio il mese scorso, tra l’altro, l’ONU aveva dichiarato l’emergenza sanitaria globale a causa della sempre maggiore resistenza dei batteri agli antibiotici. Secondo le Nazioni Unite infatti questo fenomeno potrebbe portare alla morte di 10 milioni di persone entro il 2050. Una minaccia paragonabile, secondo il responsabile dell’ufficio medico d’Inghilterra, a quella del surriscaldamento globale.

Rifiuti e acque reflue

Le sostanze antibiotiche finiscono nei fiumi a causa dei rifiuti umani e animali scaricati direttamente nell’acqua. Fanno la loro parte anche le perdite degli impianti di trattamento delle acque reflue e degli impianti di produzione di farmaci. Tutto questo avviene specialmente nei Paesi a basso reddito, come appunto l’India o l’Africa sub-sahariana. “Migliorare la gestione dei servizi sanitari e di igiene nei paesi a basso reddito è fondamentale nella lotta contro la resistenza antimicrobica “, ha affermato Helen Hamilton, analista di salute e igiene presso l’ente benefico britannico Water Aid.

A rischio, ovviamente, anche la flora e alla fauna marina, tanto che in alcuni fiumi africani i pesci non possono più sopravvivere. L’Università di York sta comunque approfondendo gli effetti sull’ambiente di questo fenomeno anche se, viste le premesse, non promette nulla di buono.

Europee 2019: il boom dei Verdi alimenta la speranza

verdi

Il grande giorno è arrivato e l’Unione Europea ha votato per decidere come sarà composto il Parlamento per i prossimi 5 anni. L’avanzata dei partiti nazionalisti in Francia e Italia potrebbe sembrare preoccupante per quanto riguarda la lotta ai cambiamenti climatici. Ma c’è un altro dato che fa sorridere chi invece si è schierato per un’Europa verde. I Verdi e altre coalizioni con idee simili hanno ottenuto un risultato storico. Ecco la nostra analisi del voto europeo per quanto riguarda l’ambiente.

Il voto in Europa

I Verdi Europei, il partito che più rispecchia gli ideali di ecologia e sviluppo sostenibile, hanno ottenuto ben 70 seggi in Parlamento migliorando i già buoni risultati dell’ultima tornata elettorale. Questo exploit li ha resi il quarto gruppo più rappresentato a livello di seggi, mettendosi alle spalle anche la coalizione dei sovranisti. Questi, eccezion fatta per Italia e Francia, non avranno gran voce in capitolo per quanto riguarda le decisioni a livello continentale.

Se inoltre il Parlamento Europeo ha già dimostrato di avere un minimo di attenzione per i temi ambientali, risulta plausibile sperare in un’ulteriore spinta ecologista grazie alla sua nuova composizione. Nessuna delle forze con il maggior numero di seggi ha tra le sue fila i negazionisti del cambiamento climatico. Inoltre, l’alto numero di seggi ottenuti potrebbe conferire ai Verdi un ruolo strategico per conferire ad altri gruppi la possibilità di ottenere la maggioranza in Parlamento.

I risultati dei verdi e dei filoambientalisti alle Europee

A livello europeo il risultato delle forze ecologiste è storico. Complessivamente la percentuale di voti ottenuti dagli European Greens è intorno al 10%. I risultati migliori sono stati ottenuti in Germania (20,7% e secondo partito nazionale), Finlandia (16%), Francia (13% e terzo partito nazionale) e Lussemburgo (19%). Ottimi anche i risultati ottenuti nel Regno Unito (11%), Svezia (11%), Portogallo (7%), Olanda (10%), Irlanda (15%), Danimarca (13%), Repubblica Ceca (11%) e Austria (14%). Un trend di crescita che si è verificato in quasi tutti i paesi in cui si è votato.

Inoltre, buona parte dei partiti aderenti alle coalizioni di S&D (150 seggi) e ADLE&R (107 seggi) hanno idee che, anche se non tanto di parte quanto quelle dei Verdi, sono considerabili in buona parte filoambientaliste. Questa tornata elettorale costituisce quindi la rinascita di una speranza per quanto riguarda la lotta ai cambiamenti climatici, con tutti i benefici che il vecchio continente può trarne.

L’Italia è rimasta indietro

Il voto in Italia, invece, stona con quello che è successo in tanti altri paesi europei. La vittoria schiacciante di Matteo Salvini lascia l’amaro in bocca a tutti coloro che hanno ideali filoambientalisti. Il leader del carroccio è ai limiti del negazionismo climatico e sperare di vedere forti azioni atte a contrastare il riscaldamento globale sotto il suo governo sembra un’utopia.

Una fievole speranza viene data dai buoni risultati del PD che, nonostante nei suoi anni di governo non abbia fatto abbastanza in tema di ecologia, negli ultimi mesi ha adottato una retorica più vicina al linguaggio ambientalista. Buoni risultati, anche se non sufficienti per ottenere dei seggi in Parlamento, sono stati raggiunti dagli stessi Verdi (2,4%). Con questo risultato hanno infatti triplicato la propria percentuale rispetto alle scorse elezioni europee. Anche la coalizione tra +Europa ed In Comune, dopo i Verdi quella più filoambientalista, ha raggiunto il 3,2%. Risultati non pienamente soddisfacenti ma che comunque segnano un miglioramento rispetto ai dati che ci si aspettava di vedere.

L’Europa cambia, l’Italia no

Nonostante però la crescita del consenso a partiti che avevano programmi ambiziosi in termini di ambiente – come Verdi, Sinistra Europea, +Europa ed in Comune – i risultati sono nettamente al di sotto della media europea.

Questa tendenza è confermata anche dai dati sul voto degli italiani all’estero. In questa speciale graduatoria i consensi per la Lega si fermano all’8% mentre l’insieme dei 3 partiti filoecologisti sopra citati ha ottenuto il 14,2%. Molto probabilmente questi vivono in paesi in cui il cambiamento climatico e l’ambientalismo vengono trattati come realtà con cui dover fare i conti, non come temi di nicchia come in Italia. Il motivo per cui ciò accade è riconducibile anche alla mancanza di copertura mediatica dei temi ambientalisti nel nostro Paese.

La speranza si tinge di verde

La percentuale di voto per i partiti filoambientalisti a livello europeo ha quindi il suo zoccolo duro nei giovani che hanno votato in maniera filoeuropeista e filoecologista. Inoltre, l’ondata green ha travolto anche una grande fetta della generazione che ancora non ha potuto votare, come testimoniato dalla portata del movimento FridaysForFuture targato Greta Thunberg. Possiamo quindi pensare, in maniera ottimista, che questo sia solo il primo passo verso una vera e credibile transizione ecologica.

La conclusione generale che possiamo trarre da queste elezioni è quindi abbastanza chiara. In un periodo storico in cui i cambiamenti climatici rappresentano la più grande minaccia al benessere della razza umana sul pianeta, la moltiplicazione di informazioni sui rischi legati al riscaldamento globale hanno smosso la coscienza di molte persone. Solo un folle, nel momento in cui venga a conoscenza dei reali rischi causati dai cambiamenti climatici, si schiererebbe contro di essi. E ora, ancora di più, sappiamo di non essere soli. L’onda verde è appena iniziata e non è intenzionata a fermarsi.