Mobilitazione contro la PAC: Timmermans si schiera con gli attivisti

La riforma della politica agricola comune (PAC) ha generato molto malcontento e grande delusione per coloro che si aspettavano una vera svolta. Era infatti necessario un cambiamento che avrebbe indirizzato l’Europa verso un modello di economia più sostenibile. Persino le attuali negoziazioni sono viste con forte scetticismo. Forse, però, una speranza arriva dall’impegno del vicepresidente della commissione europea Frans Timmermans, fortemente critico nei confronti della riforma adottata.

Il 25 novembre, Greta Thunberg insieme ad altre attiviste di Fridays for Future – le belghe Adélaïde Charlier e Anuna De Wever e la tedesca Luisa Neubauer – hanno incontrato online Frans Timmermans per chiedere di ritirare l’attuale proposta della PAC definita “ecologicamente distruttiva” e “che mina gravemente gli obiettivi dell’accordo di Parigi e del Green Deal dell’Unione Europea (UE)”. Quasi 70.000 persone hanno già firmato la petizione della campagna #withdrawthecap.

A partire dal 10 novembre la riforma della PAC è entrata nella fase delle negoziazioni interistituzionali finali, il cosiddetto trilogo che vede coinvolti i Consiglio dei ministri Ue Agricoltura e pesca, il Parlamento europeo (PE) e la Commissione europea (CE) impegnata a definire una posizione unica sulla PAC per il periodo 2021-2027.

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La PAC ammonta alla gigantesca cifra di 358 miliardi di euro, pari a 1/3 dell’intero budget dell’UE. Per la CE, essa rappresenta inoltre una delle politiche chiave per il Green Deal europeo. È stata infatti definita dalla CE come la svolta per la transizione verso ”sistemi produttivi sempre più sostenibili e redditizi”. Che sia un esemplare caso di greenwashing come affermano anche gli ambientalisti?

Le richieste di ritiro della PAC

Di tutt’altro avviso è infatti il fronte ambientalista, che invece ha criticato duramente la riforma della PAC. Questa, infatti, è ritenuta incompatibile con il Green Deal e le strategie associate Farm to Fork, di cui parliamo in questo nostro articolo, e Biodiversity.

Secondo i Verdi e le organizzazioni ambientaliste essa non presenterebbe “migliorie per la protezione dell’ambiente o per il clima” in quanto “ripropone un modello di agricoltura vecchio e non adatto a rispondere alle sfide che ci aspettano”.

Insomma, la delusione è tanta e si aggiunge a quella che aveva già spinto gli europarlamentari dei Verdi, gli attivisti del clima e le organizzazioni della società civile a chiedere alla CE di ritirare la politica agricola. Una mobilitazione, dunque, che non ha coinvolto soltanto i giovani attivisti di Fridays for Future. Il 24 ottobre, Bas Eickhout, insieme ad altri 40 membri del Parlamento europeo, sostenuti da oltre 3000 cittadini, ha inviato una lettera alla Presidente della Commission Ursula von der Leyen. Nella lettera le si chiede di ritirare la proposta della PAC. Questa riforma, infatti, non è più in linea con le priorità della Commissione in materia di clima e biodiversità.

Perché la PAC non è sostenibile

La stessa richiesta è stata avanzata da un gruppo di circa 27 organizzazioni ambientaliste e sanitarie. Queste hanno esortato l’esecutivo dell’UE a presentare una nuova proposta che sostenga realmente gli agricoltori nella transizione verso un’agricoltura sostenibile.

In un’altra lettera alla Presidente Ursula von der Leyen i firmatari accusano il PE e il Consiglio di aver adottato misure che “limitano le ambizioni in materia di clima, ambiente, benessere degli animali e salute pubblica”. Tutto questo permetterebbe o addirittura richiederebbe “agli Stati membri di destinare la maggior parte dei fondi al sovvenzionamento delle solite, o potenzialmente peggiori, pratiche industriali”.

“È improponibile sostenere una spesa di 387 miliardi di euro con il denaro dei contribuenti per peggiorare piuttosto che risolvere la crisi”, dicono alla Presidente e al Vicepresidente. L’architettura verde della PAC è stata “sostanzialmente indebolita”, si lamentano. Avvertono poi che non credono “che i negoziati del trilogo possano risolvere questa situazione”. “Il futuro dei nostri figli deve essere superiore a quello che è politicamente conveniente”, sostengono.

Tuttavia, nell’ultima corrispondenza con i Verdi Ursula von der Leyen ha escluso l’opzione di ritirare la riforma della PAC, convinta che le trattative del trilogo ”possano portare ad una nuova PAC adatta allo scopo”. “Stiamo facendo tutto il possibile per garantire che durante i negoziati del dialogo a tre la PAC sia in linea con il Green Deal”, ha aggiunto.

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La posizione di Timmermans

Di tutt’altro avviso è il vicepresidente Timmermans. Egli addirittura non aveva escluso un possibile ritiro e si era detto ”deluso” di come gli stati membri e gli eurodeputati hanno gestito la riforma della politica agricola. “Devo ammettere onestamente che sono molto deluso. Deluso che il Consiglio europeo e il parlamento europeo sono attaccati ad una politica agricola che non è sostenibile” ha detto Timmermans alla rete televisiva tedesca Tagesschau. ”Oggi il 20 per cento degli agricoltori ottiene l’80 per cento del budget europeo. Non possiamo andare avanti così”, ha aggiunto.

Per Timmermans, la PAC deve rispondere ad ”aspettative più alte” per le azioni per il clima, la protezione della biodiversità e la sostenibilità ambientale, garantendo un giusto reddito agli agricoltori. I giovani di Fridays for Future e le organizzazioni ambientaliste hanno dunque trovato un alleato nella battaglia contro la riforma della PAC. A seguito dell’incontro di ieri pomeriggio, Timmermans ha sottolineato come entrambe le parti ritengano la PAC di importanza cruciale per raggiungere gli obiettivi climatici dell’Europa. E continua: “la Commissione lavorerà per una politica agricola in linea con le strategie Biodiversità e FarmToFork per contribuire a raggiungere l’obiettivo di neutralità climatica”. Una partnership che lascia sperare.

Burger King sceglie gli imballaggi a rendere

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Multinazionali e rispetto dell’ambiente sono un’accoppiata di quelle che solitamente non funziona. La dicotomia tra crescita economica esponenziale ed inarrestabile e tutela dell’ambiente è fortissima, tanto che rileviamo molto spesso, anche qui sulle righe de L’EcoPost, come sia difficile fare convivere i due aspetti. Eppure, dal momento che in tempi recenti la questione ambientale sta avendo sempre maggiore seguito, ecco che anche svariate multinazionali cominciano a mostrare interesse verso la tematica. Tra le ultime, in ordine di tempo, c’è la nota catena di fast food americana, Burger King.

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Riportaci il tuo vuoto

La compagnia alimentare ha annunciato che dall’anno prossimo, dal 2021, darà il via all’utilizzo degli imballaggi a rendere. I primi fast food che cominceranno ad impiegare questo sistema saranno quelli di New York e Portland negli USA e di Tokyo in Giappone. Il piano appare piuttosto interessante. Burger King si è detta determinata a eliminare l’enorme quantità di rifiuti derivante dal packaging in cui sono contenuti i suoi alimenti. Il progetto della compagnia per raggiungere l’ambizioso risultato sarebbe quello di una sperimentazione di imballaggi a rendere.

Panini, bibite o qualunque altro alimento ordinato presso uno store Burger King sarà consegnato all’interno di confezioni le quali dovranno poi essere riportate. Al momento del pagamento sarà richiesto anche un deposito cauzionale, il quale verrà poi riconsegnato non appena il packaging sarà riportato in cassa. Che cosa avverrà ai contenitori usati? Ognuno di essi sarà sterilizzato e poi messo nuovamente a disposizione dello staff del punto vendita.

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Il Loop ovvero pronti al riuso

Al trattamento dei contenitori usati riportati penserà il Loop, servizio di imballaggio circolare sviluppato da Terra Cycle. Tale sistema sarà il solo responsabile addetto alla sanitizzazione dei contenitori di Burger King. Si occuperà di pulire in maniera approfondita ogni pacco, di sterilizzarlo e di restituirlo per tutti i futuri utilizzi. La compagnia si fida molto di questo sistema. O perlomeno così ha affermato nella conferenza stampa ove ha illustrato il suo piano di riuso. “I sistemi di pulizia di Loop sono stati creati per disinfettare i contenitori e le tazze alimentari. Ciò significa che ognuno sarà igienicamente pulito e sicuro prima di ogni utilizzo.” Così Matthew Banton, capo del reparto innovazione e sostenibilità per Burger King Global.

“Durante la pandemia da COVID-19 abbiamo visto l’impatto dell’aumento degli ordini da asporto. Ciò rende questa iniziativa di Burger King ancor più importante.” Ha affermato, nella stessa conferenza stampa di lancio dell’iniziativa Tom Szaky di Terra Cycle. Inizialmente saranno solo alcuni punti vendita delle tre città apripista sopra elencate a impiegare questo tipo di servizio. Nella prima fase sarà il cliente a poter scegliere se utilizzare il contenitore riciclabile o meno, come da decisione aziendale. Qualora questo periodo pilota avesse successo, saranno aggiunte via via nuove città e nuovi punti vendita.

Questo programma sarà di importanza capitale per Burger King, dal momento che la compagnia ha fissato obiettivi ambientali ambiziosi. Entro il 2025 infatti, BK ha promesso che sarà in grado di riciclare tutti i rifiuti che produce negli USA e in Canada. Entro quella data, poi, la catena ha promesso che acquisirà tutti i materiali per i propri imballaggi da fonti riciclate, rinnovabili o, quantomeno, certificate.

L’importanza della decisione di Burger King

Il settore del fast food produce tantissimi rifiuti. Pensiamo semplicemente a quanto ci viene consegnato quando ordiniamo un semplice menù al nostro punto vendita preferito. Il panino verrà servito dentro la sua scatola, in carta rigida o morbida, la quale probabilmente si sporcherà molto dovendo contenere un alimento iper-condito e ricco di salse, rendendo il riciclo più difficoltoso. Assieme all’hamburger riceveremo anche le patatine, all’interno del loro imballaggio in carta e, magari, con un vasetto di salsa, a parte, per insaporirle. Infine avremo anche la bibita, all’interno del suo bicchierone, con il tappo in plastica e la cannuccia, anch’essa plastificata, per consentirci di berla in comodità. A ciò dobbiamo aggiungere la tovaglietta che ci viene messa sul vassoio, i tovaglioli e talvolta i bicchieri in plastica.

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La salsa BBQ Dip, tra le più golose di quelle servite presso Burger King, nell’imballaggio con cui viene servita. Foto: openfoodfacts.org

Consideriamo ad ogni pasto quale montagna di spazzatura viene prodotta. Nessuno di questi rifiuti, infatti, è riutilizzabile, parliamo di prodotti monouso che vengono gettati al termine del pranzo – o della cena o, anche, della colazione, ormai consumabile presso ogni fast food.

In questa ottica la decisione di Burger King è davvero importante, tanto che potrebbe essere l’inizio di una nuova era per il settore. Naturalmente, il fatto che la decisione sull’impiego di contenitori riutilizzabili spetti al cliente fa sorgere alcuni dubbi sulla diffusione di questo sistema. Utenti dei fast food con poca sensibilità ambientale o che non si fidino, magari per – errate – convinzioni igieniche, di adoperare packaging riutilizzato potrebbero annullare l’efficacia di questa soluzione, continuando a fare uso dell’imballaggio usa e getta. L’auspicio è che la possibilità di scelta sia presto eliminata e Burger King serva i suoi panini soltanto in contenitori riutilizzabili. L’annuncio della compagnia è un bel passo avanti per il nostro Pianeta. Come sempre avviene quando parliamo di multinazionali di questa dimensione, però, è lecito restare tiepidi di fronte a simili decisioni.

Burger King e il suo endemico greenwashing

Sorgono dubbi ogni qualvolta un fast food che prospera vendendo carne annuncia misure a favore dell’ambiente. In fin dei conti, se consideriamo le emissioni di gas a effetto serra, il consumo di acqua e l’utilizzo dei terreni, ci accorgiamo di quale impatto abbia l’azienda della carne sul nostro Pianeta. Burger King, poi, non è nuova a grandi proclami che non rispecchiano la realtà.

Qualche anno fa, infatti, la catena lanciò un’iniziativa encomiabile sulla carta, contro la deforestazione. Nelle dichiarazioni pubbliche, la compagnia si impegnava a fermare completamente il disboscamento entro il 2030. All’ombra dei grandi proclami, però, nulla si è mosso. Secondo l’associazione Rainforest Norway, la quale si occupa di monitorare la situazione della deforestazione nel mondo, quell’impegno di BK è completamente infondato. Non vi sono infatti prove che il fast food abbia fatto passi avanti in questo campo.

Con questo paragrafo non si vuole tanto incolpare il marchio in questione, bensì aprire gli occhi a chi legge su quelle che sono le strategie di questi grandi gruppi. Burger King, McDonald’s, KFC ma anche Walmart e Nestlè, tutti questi brand sono legati a marchi come Cargill. Tale azienda è un gigante dell’allevamento, responsabile del disboscamento di ampie fette di Foresta Amazzonica perché interessata a guadagnarsi terreni ove piantare la soia, principale alimento di polli e bovini serviti dai fast food in tutto il mondo.

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Marketing e coerenza

Diversamente da quando avvenuto con la campagna contro la deforestazione, ci auguriamo che questa volta dietro l’iniziativa di Burger King ci sia davvero un’intenzione concreta. Seppure la compagnia non si sia finora mai dimostrata troppo coerente relativamente alla questione ambientale, da ambientalisti vogliamo sperare che questa volta il caso sia diverso. Non possiamo però esserne certi.

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La tematica ambientale, infatti, oggi è di gran moda. Da ogni pulpito sentiamo privati, aziende, politici e uomini di potere riempirsi la bocca di ecologia, surriscaldamento globale e tutela ambientale, spesso senza neanche sapere quel di cui stiano parlando. Alla base del lavoro pubblicitario c’è l’obiettivo di convincere e far credere. Bisogna mettere in testa al target pubblicitario di riferimento che la mia carne è più buona di quella del competitor; i miei prezzi sono più economici dei suoi e la mia compagnia è più corretta. Non è sempre necessario che tali affermazioni corrispondano a verità. Da questo punto di vista, la questione ambientale è un potentissimo veicolo di marketing, di questi tempi. Sarebbe bene che, oltre al fumo pubblicitario, ci sia anche l’arrosto di un genuino impegno per l’ambiente nel forno di Burger King.

Fotovoltaico galleggiante: la nuova frontiera dell’energia

fotovoltaico offshore

Ha preso romanticamente il soprannome di Blue Economy e non è altro che il nuovo sistema di rifornimento energetico che viene dal mare. Per poter raggiungere gli obiettivi del Green New Deal, infatti, l’Unione Europea sta investendo su nuove tecnologie per produrre energia pulita. Tra queste si distinguono il fotovoltaico offshore e le pale eoliche galleggianti, che permetterebbero di utilizzare l’enorme spazio marino per ottenere molta più energia green di quanta ne produciamo ora.

Dal fotovoltaico offshore al moto ondoso

Le nuove tecnologie sulle quali si vuole investire sono molte e talvolta anche interdipendenti. Il fotovoltaico offshore, per esempio, prevede di installare enormi complessi di pannelli solari galleggianti in mezzo al mare. Non dimentichiamoci però delle sue sorelle, le pale eoliche. Per queste sono state riservate due modalità costruttive: in condizioni di acqua bassa si utilizza la tecnologia a “fondazione fissa”. Ci si può invece muovere verso fondali marini più profondi mediante l’utilizzo di tecnologie a piattaforma galleggiante.

Il mare poi offre un’energia intrinseca, anch’essa sfruttabile. Si parla quindi, in questo caso, di impianti che trasformano l’energia cinetica del moto ondoso, delle maree e delle correnti, in energia elettrica. Talvolta si sfruttano, specialmente per le navi, anche i gradienti termici e salini delle differenti profondità. Questo tipo di energia è chiamata “talassotermica”.

I vantaggi energetici della Blue Economy

Secondo l’IEA (Agenzia Internazionale per l’Energia) l’energia potenzialmente ottenibile dalle fonti marine potrebbe eccedere abbondantemente il fabbisogno energetico mondiale. Una grande parte di questa energia proverrebbe dall’eolico offshore. Contando che l’Europa avrà bisogno di una capacità compresa tra i 230 e i 450 GW di offshore entro il 2050 per raggiungere gli obiettivi del Green Deal, dagli attuali 12 GW sarà necessario passare ad almeno 60 GW entro il 2030, e a 300 GW entro il 2050.

A supportare questo grande impegno entreranno in gioco anche le altre fonti di energia marina sopra nominate. Secondo la World Bank, la capacità potenziale di solare galleggiante che potrebbe venire installata a livello globale è di ben 400 GW. Questa somma corrisponde alla capacità di generazione di tutti i pannelli solari fotovoltaici installati nel mondo fino al 2017. Inoltre, i 100 GW provenienti da onde e maree potrebbero coprire il 10% della domanda di potenza dell’Unione Europea al 2050, evitando l’equivalente di 276 miliardi di tonnellate di emissioni annuali di CO2. Sostanzialmente, quindi, è ragionevole pensare che un’Europa a emissioni zero potrebbe non essere un obiettivo tanto irraggiungibile.

Fotovoltaico offshore: risparmio di suolo e posti di lavoro

Il fatto che i pannelli solari e le pale eoliche offshore siano enormi serbatoi di energia totalmente green non è il loro unico vantaggio. La prima grande conquista sarebbe il consumo-zero di suolo, anche rispetto agli impianti eolici e fotovoltaici terrestri. Queste tecnologie infatti darebbero respiro alle aree più densamente popolate e libererebbe enormi aree riservate ad altri settori altrettanto importanti come l’agricoltura. Per quanto riguarda le turbine eoliche, poi, queste sarebbero più efficienti in mare in quanto il vento più forte unitamente al movimento delle onde contribuirebbe a un incremento della potenza delle pale. Per i pannelli solari, invece, il vantaggio aggiunto dell’acqua e della maggiore ventilazione aiuterebbero a raffreddare le celle e a dissipare il calore sviluppato, migliorandone l’efficienza e la produttività. Si eviterebbero poi fenomeni di surriscaldamento e, quindi, guasti.

La superficie dell’acqua, poi, riflette i raggi solari, comportandosi come una sorta di concentratore a specchio. In questo modo i moduli possono catturare anche la luce riflessa, aumentando ulteriormente la produzione. Nel contempo si riduce il rischio di ombre dovute a piante o palazzi, così come quello legato alla presenza di polvere, terra o sabbia.

Non è da sottovalutare inoltre la creazione di nuove occupazioni. Nel 2017 il settore dell’eolico ha fornito 356.700 posti di lavoro a tempo pieno nell’UE, su una stima di 1,45 milioni di persone che lavorano nel settore delle energie rinnovabili. Secondo Cambridge Econometrics nel Regno Unito, che solo dieci anni fa ha intrapreso con decisione la strada dell’eolico offshore, si stima che l’industria dell’eolico offshore nel 2032 impiegherà circa 60 mila lavoratori diretti e indiretti.

Il problema estetico e acustico, infine, è chiaramente superato. Gli impianti offshore sono molto lontani dalla terraferma, in quanto necessitano di una sostanziale profondità. Sono quindi quasi totalmente invisibili e non comprometteranno la valenza turistica delle nostre meravigliose coste.

Le problematiche dell’energia offshore

Il costo delle nuove tecnologie

Come in tutte le cose esistono due facce della stessa medaglia. Quello più oscuro delle rinnovabili offshore è, in primo luogo, l’alto costo iniziale degli impianti. Il Rapporto annuale “Global Landscape of Renewable Energy Finance” dell’Agenzia Internazionale per le Energie Rinnovabili (IRENA) ha constatato che per raggiungere globalmente la neutralità climatica al 2050, gli investimenti nelle energie rinnovabili dovrebbero quasi triplicare ogni anno. In questo modo si raggiungerebbero gli 800 miliardi di dollari entro il 2050. L’Unione Europea ha poi deciso di triplicare al 2030 la capacità dell’eolico offshore e di aumentarla di altre 25 volte entro il 2050. Per farlo sono quindi necessari grossi investimenti.

I soldi, però, sembrano esserci. La Banca Europea per gli Investimenti (BEI) ha dato il via libera al programma della Banca del Clima. Questa metterà a disposizione 1.000 miliardi di euro, da spendere entro il 2030, per progetti incentrati su climabiodiversità sostenibilità. Inoltre, in teoria, tutte le attività di finanziamento saranno allineate all’Accordo di Parigi sul clima. Infatti dal 2022 non saranno più finanziati progetti che coinvolgono combustibili fossili. Soltanto le tecnologie a basse emissioni di carbonio avranno accesso ai finanziamenti. 

Ricordiamo inoltre che ogni investimento in energia pulita assicura un risparmio notevole di denaro e risorse sul lungo periodo. Leggi qui quanto si può risparmiare scegliendo l’energia green per la tua casa.

Il mare: un ecosistema fragile

Gli impianti energetici offshore possono, come tutti gli elementi artificiali ed estranei all’ambiente naturale, danneggiare l’ecosistema marino. Per esempio la conversione di energia dalle onde può modificare le dimensioni e la frequenza delle onde stesse, delle maree e delle correnti. La fase di installazione degli impianti può anche avere un impatto “locale” per l’ambiente marino in quanto è possibile che vengano liberate alcune particelle che possono influenzare il comportamento alimentare dei pesci. In più, uova, alghe e organismi che vivono sul fondo possono venire sepolti e repressi dalla deposizione degli impianti.

Leggi anche: “Ecosistema: che cos’è e perché è importante”

I nuovi dispositivi potranno poi diventare nuovi habitat per diverse specie marine. Se da un lato questo rappresenta un aspetto positivo, dall’altro diventa un onere tecnico, pagato in termini di manutenzione e quindi di efficienza degli impianti stessi. Alcuni convertitori sembrano inoltre essere molto rumorosi, soprattutto in condizioni di mare mosso, il che contribuirebbe al fenomeno dell’inquinamento acustico marino.

Infine le pale eoliche potrebbero intralciare il percorso di alcuni volatili o rappresentare un rischio di collisione, così come per le navi. Alla luce di questo, quindi, è necessaria una ricerca seria e approfondita su queste nuove tecnologie. Serve pertanto una particolare attenzione alle regole delineate dal programma UE sulla biodiversità (di cui parliamo qui). Fermo restando che i rischi sopra elencati non sono neanche lontanamente paragonabili ai danni ambientali e sociali che sino ad ora hanno causato le industrie del fossile.

A che punto è l’Italia con fotovoltaico e l’eolico offshore?

L’Italia, con oltre 7 mila km di costa possiede una grande potenzialità per uno sviluppo ecosostenibile dell’eolico e del fotovoltaico offshore. Per quest’ultimo, se considerassimo anche solo il 4% dell’area disponibile (circa 2000 kmq), potremo arrivare a una potenza di circa 13 GW, che è l’attuale potenza dell’eolico offshore installata nella Ue. L’elevata profondità dell’offshore e quindi la mancanza di una tecnologia pronta per tali sfide, spiega, almeno in parte, l’assenza di parchi eolici marini nel Mar Mediterraneo. L’associazione Owemes, però, sostiene che l’Italia abbia tutte le carte in regola per partecipare da protagonista allo sviluppo di tali tecnologie. Già coinvolti in alcuni progetti troviamo 133 partner nazionali, tra cui 29 università e centri di ricerca (Cnr, Ogs, Ingv, Infn, Enea, Szn, Ispra), distretti regionali e grandi industrie (Fincantieri, Saipem, E-Geos, Tecnomare).

fotovoltaico offshore
Fonte: www.saipem.com

Nel PNIEC (Piano nazionale integrato energia e clima) il governo italiano si è impegnato a dotare il paese di 1000 megawatt di capacità eolica offshore entro il 2030, contro i 21mila MW previsti per l’eolico su terra. Al momento, però, in Italia è stato approvato soltanto il progetto del parco eolico near-shore nei mari di Taranto. Grande speranza è quindi infusa nella società italiana Saipem che si sta impegnando nello sviluppo non solo dell’eolico, ma anche del fotovoltaico galleggiante.

Quest’ultimo progetto prevede enormi piattaforme di pannelli solari galleggianti caratterizzati da una buona flessibilità. Questa, insieme alla struttura flottante, conferiscono maggiore adattabilità e resistenza alle condizioni dell’acqua. Consentono inoltre l’installazione anche in zone esposte a venti e a moto ondoso come, appunto, il mare e gli oceani. I moduli flottanti sono poi sopraelevati rispetto al livello del mare, favorendo la ventilazione e il raffreddamento dei pannelli. Infine possono essere combinati per realizzare impianti di varie dimensioni, a seconda delle esigenze. 

Alaska: ennesimo colpo di coda dell’amministrazione Trump

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Ascolta il podcast di introduzione all’articolo! 

A poche settimane dalla cancellazione dello status di area protetta alla foresta nazionale Tongass, in Alaska rischia di consumarsi l’ennesima ingiustizia ambientale; l’uscente amministrazione accelera sulla firma che darebbe il via alle trivellazioni di olio e gas all’interno dell’area protetta Arctic National Wildlife Refuge, il più grande dei 16 National Wildlife Refuge dell’Alaska. Trump non si smentisce.

Alaska all’asta

L’Alaska, un territorio che sembra non poter trovare pace; l’ennesimo smacco della Casa Bianca a questo Paese riguarda ancora una volta la corsa ai giacimenti petroliferi. Il 24 novembre verranno pubblicate le richieste di candidature (call for nominations) per le compagnie energetiche interessate a comprare i diritti per trivellare in un’area di circa 600mila ettari. Le aziende dovranno indicare le zone esatte di interesse, mirate all’esplorazione del sottosuolo per trovare i giacimenti.

Leggi anche il nostro articolo: “Alaska, la foresta del Tongass in pericolo”

Dopo l’ok del Dipartimento degli Interni alle trivellazioni in Alaska, ora per Trump è una corsa contro il tempo per l’assegnazione dei contratti. Difatti, dopo un mese dalla pubblicazione della ‘call for nominations’, l’amministrazione emetterà un avviso per la vendita delle concessioni dei terreni, che dovrà a sua volta concludersi entro il termine ultimo di 30 giorni.

L’amministrazione Trump sembra non voler dare pace ai ricchi territori dell’Alaska.

Le conseguenze di un’eventuale concessione dei territori vedrebbero coinvolto anche il neo eletto alla Presidenza, Joe Biden. Infatti, la sua politica ambientale poco si confà ad una simile strategia economica. Non ci sarebbe da stupirsi se questo fosse, da parte di Trump, un tentativo di far iniziare il mandato dell’avversario con una spina nel fianco, ponendolo in difficoltà con una gran fetta del suo elettorato.

L’interesse delle compagnie

“La politica di indipendenza energetica” dell’attuale amministrazione ha fortemente sostenuto le compagnie petrolifere nella conclusione di contratti, i quali permettono la ricerca e lo sfruttamento del petrolio nella National Petroleum Reserve in Alaska, ad ovest dell’ANWR. A dispetto di ciò, ad oggi solo poche industrie hanno manifestato un reale interesse.

I motivi alla base di ciò, sono di varia natura; dalle rigide condizioni che imperversano in quei territori, alla scarsa quantità di dati geologici del sottosuolo a disposizione. Dalla mancanza di infrastrutture ai prezzi incerti. Non di minore importanza, i rischi ambientali scoraggiano eventuali finanziamenti da parte delle banche, le quali hanno già annunciato che non sosterranno economicamente progetti in quell’area.

Inoltre, la presunta presenza di grandi quantità di petrolio, tali da giustificare l’inizio delle trivellazioni, si baserebbe su dati raccolti negli anni ’80.  Un’indagine del New York Times ha rivelato che, sul sito scelto, è stata effettuata una sola trivellazione esplorativa (pozzo esplorativo), oltretutto con risultati deludenti.

Dunque non è ancora chiaro quanto sia autentico l’interesse delle aziende petrolifere. Difatti, dalla concessione dei terreni all’effettivo inizio dei lavori passerebbe un decennio e per allora la domanda mondiale di combustibile fossile potrebbe essere sensibilmente diminuita.

Un tema che divide

Da sempre i vasti e ricchi territori dell’Alaska hanno contribuito a rendere ancor più netta la separazione, già esistente, nel mondo della politica. Da un lato i Repubblicani, i quali hanno ripetutamente cercato di avviare le trivellazioni nella zona costiera che sarebbe ricca di idrocarburi, puntando quindi sulla “politica di indipendenza energetica” e dividendo anche le comunità native.

Leggi anche il nostro articolo: “La questione ambientale nell’America di Biden”

Per gli Inupiat, comunità costiera, l’industria del petrolio rappresenta nuovi posti di lavoro; per i Gwich’in, i quali vivono a sud, lo sviluppo rappresenta invece un rischio. Sul fronte opposto, i Democratici, preoccupati invece per i rischi di disastri ambientali e per la tutela di specie animali che popolano la zona.

L’Arctic National Wildlife Refuge (ANWR)

L’Arctic National Wildlife Refuge ( ANWR o Arctic Refuge ) è un rifugio nazionale per la fauna selvatica nel nord est dell’Alaska, Stati Uniti. Il National Wildlife Refuge System è una designazione per alcune aree protette degli Stati Uniti gestite dallo United States Fish and Wildlife Service

Si estende per 78.050,59 km2 nella regione dell’Alaska North Slope. È il più grande rifugio nazionale per la fauna selvatica del Paese. L’ANWR comprende una grande varietà di specie di piante e animali, come orsi polari, grizzly, orsi neri. Ma anche alci, caribù, lupi, aquile, linci, ghiottoni, martore, castori e uccelli migratori.

E’ stato fondato dal presidente Theodore Roosevelt nel 1903, con il fine ultimo di proteggere vaste aree di fauna selvatica e zone umide negli Stati Uniti; questo sistema ha creato il Migratory Bird Treaty Act del 1918.

Gran parte del dibattito sull’opportunità di perforare nell’area 1002 dell’ANWR si basa sull’effettiva quantità di petrolio recuperabile e sul potenziale danno che l’esplorazione petrolifera potrebbe avere sulla fauna autoctona.

La perdita del permafrost in Alaska, ed altre parti del Pianeta, comporta rischi per gli esseri umani e la fauna selvatica. 
Crediti: US Geological Survey

Le persone che si oppongono alla perforazione nell’ANWR credono che sarebbe una minaccia per la vita delle tribù indigene, le quali fanno affidamento sui prodotti animali e vegetali locali. Inoltre, la pratica della perforazione potrebbe rappresentare una potenziale minaccia per la regione nel suo complesso. Difatti, quando le aziende esplorano e perforano, eliminano la vegetazione e distruggono il permafrost.

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Tifone Goni: l’evento estremo più potente dell’anno

«Le persone già colpite dalla povertà sono quelle che pagano il pedaggio maggiore verso gli impatti dei cambiamenti climatici.» Argomenta così Andrea Pinchera, di Greenpeace. E gli avvenimenti di quest’anno confermano come le popolazioni più a rischio siano quelle più vulnerabili.  A inizio novembre, il tifone Goni si è abbattuto sulle coste delle Filippine. Dietro di sé, ha lasciato decine di vittime e più di un milione di sfollati. I venti si sono scagliati a una velocità di 280 km/h, devastando la regione meridionale del Luzon.

Nascita del tifone Goni

Come nascono queste perturbazioni? A cavallo dell’equatore, possono formarsi dei venti di straordinaria intensità, che convergono in un punto. È qui che si formano i tifoni e gli uragani. Questi due tipi di ciclone, infatti, prendono un nome diverso, a seconda della direzione in cui si spostano. Se procedono verso il continente americano, saranno qualificati come uragano. Se, invece, si muovono verso l’Asia e l’Oceania, ecco che si chiameranno tifoni.

In ogni caso, la classificazione è determinata non solo dalla velocità in km/h, ma anche dagli effetti macroscopici conseguenti all’impatto. Il tifone Goni, di cui stiamo cercando di comprendere la forza, è considerato disastroso, secondo la Scala Saffir-Simpson. Quest’ultima è il metodo di analisi degli eventi estremi. In questo caso, le raffiche sono state di livello 5, il massimo raggiungibile. Come sintetizzato dal National Hurricane Centre e dal Central Pacific Hurricane Centre, centri americani all’avanguardia per previsioni e informazioni, i danni sono gravissimi. Non solo la maggior parte delle case è stata distrutta, ma molte aree hanno subito corto circuiti e sono rimaste senza elettricità per settimane.

Leggi anche: “Medicane: l’uragano mediterraneo minaccia l’Europa”

La grave situazione dopo il passaggio del tifone Goni

Le conseguenze sul territorio sono state profonde. Non solo i venti, che hanno raggiunto i 300 km/h, hanno devastato alcune aree meridionali dello Stato insulare asiatico, ma intere cittadine sono state spazzate via dall’esondazione di fiumi e dai detriti volanti. L’Unità Umanitaria delle Filippine ha lanciato un piano per rispondere alle esigenze delle 250mila persone più colpite. I fondi, che ammontano a 45,5 milioni di dollari, sono stanziati per le famiglie, già in condizione di povertà prima del disastro, e che ora versano in condizioni disperate.

Le Filippine sono uno dei Paesi che paga più duramente il prezzo dei cambiamenti climatici. Già sette anni fa, il tifone Haiyan aveva messo alla prova la resilienza delle strutture e delle comunità. Ora, l’attuale crisi pandemica ha reso più difficoltose le operazioni di evacuazione preventiva di quasi mezzo milione di persone. Il governo, insieme a molte organizzazioni non governative, ha disposto accordi, per rispondere immediatamente alle esigenze primarie dei cittadini. Innanzitutto, fornendo assistenza umanitaria e sanitaria. In secondo luogo, ripristinando l’accesso ai servizi idrici e agli allacciamenti elettrici. Infine, salvaguardando le fasce più deboli, come donne e bambini.

Secondo l’Ufficio per il Coordinamento degli Affari Umanitari dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, «Sono colpite 68,6 milioni di persone, delle quali 24,3 milioni vivono nelle aree più colpite. Dei 2,3 milioni di persone vulnerabili, circa 724.000 sono bambini.»

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Se gli eventi estremi diventano normalità

Negli ultimi decenni, è aumentato il numero degli eventi estremi, come Goni. Prima di lui, dal 1952, sono stati 20 i tifoni con venti superiori a 257 km/h. Queste cifre poco confortanti sono suffragate da studi scientifici. Uno dei più recenti risale al 2018 e si prefiggeva l’obiettivo di utilizzare un modello climatico globale per studiare i cicloni tropicali intensi. Questa tecnologia, chiamata HiFLOR, ha previsto un aumento a dir poco preoccupante degli eventi estremi con venti superiori ai 305 km/h. Tra il 2081 e il 2100, secondo le stime, si verificheranno almeno una volta all’anno.

In un articolo dell’Università di Yale, Jeff Masters sottolinea la difficoltà di predire con certezza scenari differenti. «Seguendo il tracciato “business-as-usual” attualmente in corso, il modello avrebbe potuto prevedere un aumento ancora maggiore di cicloni tropicali ultra-intensi. Il fatto che negli ultimi otto anni abbiamo visto quattro megatempeste di uguale forza o, addirittura, più forti del tifone Goni è un segno preoccupante.»

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Il tifone Goni è il peggior ciclone tropicale all’arrivo sulla terraferma, da quando sono iniziati i rilevamenti.

Disastri climatici: la responsabilità è condivisa

La prospettiva business-as-usual, ossia la continuazione del modello attuale di consumo, di produzione e di inquinamento, non è più sostenibile. Il costo umano e ambientale dei disastri climatici sta aumentando a livelli preoccupanti. Abbiamo già messo in luce come quattro quinti dei dieci Paesi più colpiti dai disastri climatici si trovino in Asia. Bisogna tenere in considerazione anche che azioni apparentemente insignificanti, compiute in un punto del mondo, possono scatenare conseguenze enormi in altre. Continuare a monitorare tempeste tropicali intensissime, come il tifone Goni, è una delle strade da poter percorrere. A noi, rimane la scelta: fermarci sul qui e ora o imparare ad avere una visione sistemica degli eventi e delle loro ripercussioni mondiali.

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Ecologia e ambiente: un binomio indissolubile

ecologia

Oggi il termine “ecologia” viene spesso utilizzato in diversi ambiti e la sue accezioni, grazie all’utilizzo più diffuso che ne viene fatto, possono assumere connotati diversi, tanto che sono ormai molteplici le branche ad essersi sviluppate intorno a questa parola: da quella industriale, a quella culturale, passando per quella urbana, sociale, comportamentale e via dicendo. Ma da dove proviene questo termine? E come è entrato nel nostro linguaggio di tutti i giorni? Scopriamolo insieme.

Definizione di ecologia

Il primo scienziato a dare una definizione precisa di “ecologia” fu Ernst Haeckel che, nel 1866, coniò per la prima volta questo neologismo, utilizzandolo nel suo libro intitolato Generelle Morphologie der Organismen. Parola di origine greca – da οίκος, oikos, “casa” e  λόγος, logos, “discorso” – letteralmente identifica la scienza che, in generale, si occupa di studiare la nostra biosfera e tutto ciò che ad essa si collega.

Haeckel la definì così:

L’insieme di conoscenze che riguardano l’economia della natura – l’indagine del complesso delle relazioni di un animale con il suo contesto sia inorganico sia organico; comprende soprattutto le sue relazioni positive e negative con gli animali e le piante con cui viene direttamente o indirettamente a contatto – in una parola, l’ecologia è lo studio di tutte quelle complesse relazioni alle quali Darwinfece riferimento come alle condizioni della lotta per l’esistenza.

Nel vocabolario della Treccani, invece, il termine assume una duplice accezione:

1. Parte della biologia che studia le relazioni tra organismi o gruppi di organismi e il loro ambiente naturale, inteso sia come l’insieme dei fattori chimico-fisici (clima, tipo di suolo, luce, nutrimento, ecc.) sia come l’insieme dei fattori biologici (parassitismo, competizione, simbiosi, ecc.), che influiscono o possono influire sulla vita degli organismi stessi. Sviluppatasi in tempi recenti e diffusasi largamente come scienza e come pratica, si suddivide in numerose branche (evegetaleagrariaanimalemarinaumanaspaziale) che toccano tutte problemi di importanza vitale (produttività e sfruttamento delle risorse naturali, conservazione e protezione della natura dal depauperamento ambientale, comprendendo la tutela del paesaggio, la lotta all’inquinamento delle acque, la razionalizzazione degli insediamenti umani, ecc.) nei paesi moderni densamente popolati e in via di massiccia industrializzazione. 

2. Con sign. meno proprio, ma diffuso nel linguaggio com. e giornalistico, il termine è spesso adoperato per indicare la necessità di conservare e difendere la natura, e l’insieme dei provvedimenti rivolti a eliminare quanto può turbare l’equilibrio dell’ambiente naturale.

Se la prima di queste due voci si riferisce al significato, per così dire, “scientifico” del termine, la seconda, invece, rappresenta ciò che la parola è diventata nel tempo, grazie all’utilizzo che ne è stato fatto nel linguaggio comune, soprattutto a partire dagli anni ’60, periodo in cui i movimenti ambientalisti hanno iniziato a farsi spazio all’interno delle società, grazie anche alle sue varie declinazioni rese possibili da un’applicabilità molto vasta. Tra le più diffuse troviamo quelle di “ecologia sociale”, “ecologia profonda” ed “ecologia integrale”.

Origini e diffusione dell’ecologia

Sebbene questa scienza iniziò ad essere oggetto di molti studiosi verso la fine del diciannovesimo secolo, le sue origini partono da ben più lontano. Il concetto che sta alla base di tutto ha infatti anche delle connotazioni politiche ed etiche già presenti in alcuni dei filosofi più famosi della storia, come ad esempio Aristotele ed Ippocrate. Anche lo stesso Platone denunciò il processo di deforestazione dell’Attica, in Grecia, esprimendo il proprio sgomento per la distruzione di una terra a lui cara dove “l’acqua prima veniva trattenuta ed ora scorre sul dorso nudo della montagna”.

Tra gli esponenti illustri della disciplina troviamo anche Charles Darwin che, avvalendosi della traduzione del termine “oikos” in “gestione della casa”, ed utilizzando quindi la stessa accezione del termine così come viene intesa nella parola “economia”, la interpretò come “la condizione della lotta per l’esistenza”.

Col tempo, poi, si iniziò a definire in maniera più specifica il quadro in cui operava l’ecologia, che rientra tra le scienze cosiddette di “sintesi” in quanto, per essere studiata, ha bisogno di avvalersi della conoscenza di tante altre materie quali, ad esempio, la geologia, la chimica, la botanica, zoologia e via dicendo.

Un altro step degno di nota fu poi quello del 1925, quando gli scienziati August Thienemann e Charles Elton si fecero fautori della nascita dell’ ecologia “della comunità”, inserendo nel dibattito scientifico concetti quali la piramide delle specie e la catena alimentare.

Ma il momento nel quale il termine, con una sua accezione più idealista, iniziò davvero a diffondersi tra la popolazione, fu a cavallo degli anni ’60 e ’70. Grazie all’esplosione dei movimenti ambientalisti in giro per il mondo, il significato della parola assunse delle connotazioni più profonde e venne interpretato, ed utilizzato, per definire in una specie di “guida comportamentale” in grado di far proliferare il rapporto tra uomo ed ambiente. In questo modo assunse la connotazione, etimologicamente scorretta, che tutti conosciamo oggi, rimandante a concetti quali la conservazione della natura o, più in generale, il rispetto dell’ambiente.

Ecologia e ambiente: quale futuro?

Sebbene negli ultimi anni l’approccio ecologista, inteso come un’adozione di uno stile di vita filoambientalista, si sta facendo sempre più strada nella società, ci sono ancora diverse criticità da risolvere. Su tutte la mancata condivisione di questo modo di intendere il nostro rapporto con la natura da parte delle classi dirigenti dei nostri paesi. Decidere, o meno, di applicare i principi ambientalisti ai vari settori della nostra economia è una scelta che solo loro possono compiere. Le ideologie che hanno guidato i movimenti ambientalisti negli anni ’60, e che oggi rivivono un exploit forse mai visto grazie a movimenti quali Fridays for Future, Extinction Rebellion e tanti altri, possono infatti essere adattati a tutti i campi: dall’economia, alle politiche sociali, a quelle energetiche e via dicendo.

La crisi climatica sta avanzando inesorabile ed il tempo per arginarla è prossimo a scadere. Solamente con un’affermazione totale ed in ogni campo dell’ecologia avremo qualche chance di arginarla.

Economia circolare, un breve excursus dalla teoria alla pratica

Negli ultimi 150 anni, la nostra economia è stata dominata da un modello di produzione e di consumo, per così dire, a senso unico; i beni sono prodotti con materie prime, venduti, usati e, infine, essendo percepiti come rifiuti, sono inceneriti o posti nelle discariche. Qui vengono depositati e fatti marcire permanentemente. Dato l’aumento della popolazione globale e, conseguentemente, il crescente consumo di risorse, l’attuale modello economico non può essere una scelta per il presente. A fronte di questo problema, una soluzione è l’economia circolare. Anche se proposta fin dagli anni ’70, solo recentemente questo sistema virtuoso ha attirato con maggiore attenzione diversi esponenti economici e politici da tutto il mondo.

Che cos’è l’economia circolare

Secondo la Ellen MacArthur Foundation, questa è “un approccio generale allo sviluppo economico per le imprese, la società e l’ambiente”. In contrasto con il modello lineare “prendi, usa e getta”, il nuovo sistema propone una riorganizzazione delle attività. Così, i rifiuti di qualcuno, possono essere le risorse per qualcun altro. Questi ultimi sono distinti in due tipologie; da una parte, i rifiuti biologici, in grado di essere reintegrati nella biosfera. Dall’altra, quelli tecnici, destinati a essere ricomposti senza compromettere l’equilibrio naturale.

Un video della Ellen MacArthur Foundation per spiegare l’importanza dell’economia circolare

In particolare, al World Economic Forum del 2012 a Davos, in Svizzera, la Ellen MacArthur Foundation e la McKinsey Company presentarono un rapporto che ne valutava i benefici; un’opportunità da 630 miliardi di dollari all’anno per la maggior parte dei settori manifatturieri dell’Unione Europea. Inoltre, non fu reso noto solo lo sviluppo economico, ma anche il riscatto ambientale e sociale proprio di questo sistema. Ciò ebbe un forte impatto, poiché molte aziende decisero di investire non solo nell’idea, ma nel progetto, oggi consolidato, di economia circolare.

Sempre riguardo la Ellen MacArthur Foundation, in questo articolo sono proposti cinque benefici dell’economia circolare per il cibo.

1966: l’economia circolare e la corsa allo spazio

Il concetto di economia circolare non può essere ricondotto a una sola data o autore, ma a diverse correnti di pensiero. Generalmente, si ritiene che questo sistema sia stato introdotto nel XX secolo dagli economisti britannici David W. Pearce e Robert K. Turner, che hanno costruito il loro quadro teorico sui precedenti studi di un altro economista britannico, naturalizzato statunitense; Kenneth E. Boulding.

Negli anni ’60, la corsa allo spazio e l’esplorazione della luna erano all’ordine del giorno. Boulding, allora, percepì come gli esseri umani stessero cambiando la loro interazione con l’ambiente. Questa transizione, dal suo saggio The Economics of the Coming Spaceship Earth (1966), implicava il passaggio dalla così detta “cowboy economy”, con orizzonti senza fine, fino a giungere alla soprannominata “spaceman economy”, che, invece, prevedeva un sistema chiuso. Come un’astronave, in cui l’uomo dovrebbe essere capace di riprodursi in modo continuo, dunque di consumare risorse, nei limiti dell’energia disponibile. Dal Far West allo Space Shuttle, un pensiero alla base di un’economia circolare.

Economia circolare

Boulding, oltre che fondatore dell’economia circolare, fu anche uno dei primi teorici del modello di sviluppo sostenibile. Descrisse la sfera dell’attività economica come “econo-sfera” e quella sociale come “socio-sfera”, ambedue integrate nell’ambiente. Immaginò che le risorse naturali passassero dall’ambiente all’econo-sfera, mentre gli scarti avrebbero percorso la direzione opposta. Grazie a questo, poi è stato formulato il grafico sulla sostenibilità oggi a noi familiare, in cui l’economia è un sottoinsieme della società, interno all’ambiente. La prosperità delle aree minori dipende da quella in cui sono locate.

Inoltre, non di minore importanza, Boulding sostiene, per così dire, una logica antropologica; il benessere dell’individuo dipende dall’identificazione con una comunità, non solo nello spazio, ma anche nel tempo. In altre parole, noi ci identifichiamo anche con le generazioni passate e future.

2030: un nuovo piano d’azione per l’economia circolare

Pochi mesi fa, la Commissione Europea – in linea con gli Obiettivi dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite e con le iniziative per raggiungere la neutralità climatica entro il 2050 – ha pubblicato un nuovo piano d’azione per incentivare la realizzazione su larga scala dell’economia circolare.

Introducendo queste misure, si prende in considerazione che, entro il 2050, il mondo consumerà tre volte tanto le risorse disponibili sulla Terra. Il consumo globale raddoppierebbe nei prossimi quarant’anni, mentre la produzione di rifiuti aumenterebbe del 70%. Non di meno, l’estrazione e la lavorazione delle materie prime sono causa del 90% della perdita di biodiversità e dello stress idrico. Perciò è essenziale che la nuova strategia economica ponga attenzione particolare alle risorse ambientali, coinvolgendo sia le grandi, sia le piccole-medie imprese.

Economia circolare

Altresì, è riportato che l’applicazione dell’economia circolare può aumentare il PIL dell’Unione Europea dello 0,5% entro il 2030. Così si aggiungerebbero circa 700.000 posti di lavoro al sistema. Poi, dato che le imprese manifatturiere spendono, in media, circa il 40% in materie prime, si potrebbe aumentare la loro redditività. Contemporaneamente, le si proteggerebbero dalle fluttuazioni dei prezzi del mercato.

Il piano d’azione proposto fornisce un’ ulteriore agenda per realizzare un territorio più pulito e competitivo, coinvolgendo molti attori economici, comprendendo anche il singolo individuo. Questo sarà garantito dal potenziale della ricerca, dall’innovazione e dalla digitalizzazione. Inoltre, si potrà contribuire al successo dell’Agenda 2030, del Green Deal e, al di là di qualsiasi prospetto socio-politico, a una resilienza ambientale.

2020: l’economia circolare è realtà

Sia sul sito europeo per l’economia circolare, sia su altri, quali la Piattaforma Italiana degli Attori per l’Economia, l’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile e la European Business Network for Corporate Sustainability and Responsibility, è possibile cercare e trovare vari progetti di start-up e di imprese consolidate. In particolare, sul primo portale europeo, è presente la sezione “Knowledge Hub”. Qui ci si può informare sull’esperienza e la strategia di chi già opera in questa dimensione.

Ad esempio, il report “100 Italian Circular Economy Stories” tratta del successo di aziende, istituti di ricerca e non-profit in diversi settori in tutta Italia. Le loro storie, oltre ad essere un orientamento alla responsabilità d’impresa, mostrano che l’economia circolare sta diventando una realtà sempre più consolidata. Qui di seguito riportiamo tre casi nel settore agro-alimentare:

  • CDA di Cattelan in Friuli-Venezia Giulia: “[…] permetterebbe il riutilizzo dei fondi di caffè come fonte di energia nelle stufe pirolitiche, che producono calore da biomasse: i residui della combustione, costituiti da carbone vegetale, potrebbero poi essere impiegati come ammendante per il terreno, rendendo di fatto il caffè una risorsa senza fine.
  • Dalma Mangimi in Piemonte: “[…] un complesso impianto capace di separare gli ex-prodotti da forno e dolciari dagli imballaggi e produrre ingredienti energetici e sicuri per mangimi. […] Dalma contribuisce alla riduzione dello spreco alimentare e ad un risparmio annuo in termini di utilizzo di suolo di circa 13.220 ettari (pari a 1.789 campi da calcio): l’uso dei suoi mangimi infatti permette una riduzione di impiego di cereali la cui produzione necessita di suolo e acqua.
  • Eataly in Piemonte:Obiettivo Rifiuti Zero’ è la campagna di formazione e informazione con cui Eataly ha coinvolto dipendenti e clienti per il riciclo e il riuso dei materiali. Si parte dalla raccolta differenziata introdotta in punti vendita, cucine, magazzini e spazi pubblici del marchio per arrivare al riciclo grazie al quale gli scarti organici vengono trasformati in terriccio e gli altri materiali diventano nuovi oggetti. […]”
Economia circolare

In conclusione, oltre ai numerosi progetti presenti nei siti citati, le quotidiane azioni individuali fanno parte della soluzione al problema; le scelte dei cittadini sono fondamentali affinché l’economia circolare prosperi. Continuando a informarsi sul tema, si può contribuire alla crescente sensibilizzazione del sistema sociale. In senso pratico, soprattutto, possiamo fare una moltitudine di cose per ridurre la formazione di rifiuti. Ad esempio, non usare materiali “usa e getta” e, ovviamente, riciclare. In questo caso, un aiuto a portata di smartphone è Junker, una app che scannerizza il codice a barre delle confezioni e indica dove buttarla, in base alle regole del comune di appartenenza. Oppure, Too Good To Go per combattere gli sprechi di cibo. Non di meno valore, la dematerializzazione della carta e dell’inchiostro; perché non pagare con Satispay? Tutto questo è economia circolare, non più frontiera, ma traguardo, di cui siamo prossimi all’arrivo.

Italia: da 10 anni superiamo i livelli limite di inquinamento

italia inquinamento

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In concomitanza con la fine dell’anno e del decennio arriva, puntuale e severa, la pagella. La Commissione dell’Unione Europea ha rimandato agli anni venturi uno dei suoi studenti meno ligi, l’italia, nelle materie ambientali. Ma abbiamo ancora un buon margine di tempo e, oserei dire, un’ennesima clemente chance prima della bocciatura definitiva. Questa si concretizzerà in una punizione monetaria di cui il Bel Paese non ha affatto bisogno in questo periodo di grande crisi sociale ed economica legata al Covid.

L’Italia e l’inquinamento radioattivo

A fine ottobre la Corte di Giustizia UE ha avviato una procedura di infrazione contro l’Italia in merito alla gestione dei rifiuti radioattivi. Nonostante nel nostro Paese le centrali nucleari siano state definitivamente chiuse nel lontano 1990, l’Italia non ha ancora avviato un programma di gestione degli scarti. Questi sono, di fatto, bombe a orologeria pericolose per l’ambiente e la popolazione, ma la quantità di questi oggetti nel nostro paese è sconcertante.

Secondo l’ ISIN (Ispettorato Nazionale per la Sicurezza Nucleare) in Italia vi sono 30 mila metri cubi di rifiuti nucleari sparsi in 7 regioni. Questi sono solo una parte del quantitativo iniziale in quanto circa il 99% del combustibile esaurito, utilizzato nelle quattro centrali nucleari nazionali dismesse, è stato già inviato in Francia e in Gran Bretagna. Qui verrà riprocessato e solo in un secondo momento tornerà in patria. Sempre l’Isin però avverte che nei prossimi 50 anni i rifiuti nucleari potrebbero raggiungere i 78mila metri cubi. Da biasimare, però, non saranno soltanto i vecchi impianti nucleari in via di smantellamento. 28mila di questi infatti saranno i residui dalla ricerca, della medicina nucleare e dell’industria.

Proprio per arginare la possibilità che si creassero enormi discariche radioattive, nel 2013 è stata emanata una direttiva in merito alla gestione di questi rifiuti. Le Nazioni avevano a disposizione ben due anni per presentare le loro virtuose soluzioni. Il tempo, però, è trascorso e l’Italia, insieme ad Austria e Croazia, ha riconsegnato la verifica in bianco. L’UE ha lasciato a questi Paesi ancora due mesi per rimediare, dopodiché passerà al secondo stadio del richiamo, ovvero quello del “parere motivato”.

Italia oltre i livelli di particolato da più di 10 anni

Il “parere motivato” è invece già arrivato da parte dell’Ue in merito ai livelli di particolato in atmosfera sia pm 2,5 sia pm 10. Per capire più nel dettaglio il significato di queste sigle vi rimandiamo al nostro articolo in merito alle polveri sottili. Quel che è certo è che l’Italia sia uno dei paesi più inquinati d’Europa e, secondo la Commissione, tra il 2008 e il 2017 avrebbe violato il diritto dell’Unione “in maniera sistematica e continuata”. Inoltre “non ha manifestamente adottato, in tempo utile, misure adeguate per garantire il rispetto dei valori limite fissati dalle norme Ue sull’inquinamento dell’aria. 

L’area d’Italia che maggiormente presenta livelli di inquinamento oltre il limite della legalità è la Pianura Padana, con Lombardia e Veneto ai massimi livelli di PM10. Città particolarmente imputate sono MIlano, Brescia e Venezia. Non esenti da una valutazione negativa della qualità dell’aria sono però molte altre regioni tra cui Toscana, Friuli Venezia Giulia, Umbria, Campania, Marche, Molise, Puglia, Lazio e Sicilia.

Alla luce di dati inconfutabili l’Italia non ha potuto fare altro che far leva “sulla diversità delle fonti d’inquinamento dell’aria, alcune delle quali sarebbero influenzate dalle politiche europee di settore. Oppure ha puntato sulle particolarità topografiche e climatiche di alcune zone interessate come la Pianura Padana, un’area con conformazione “a conca” e quindi poco soggetta al ricambio dell’aria.

Le possibili soluzioni

La procedura di infrazione avviata dalla Commissione Europea è uno dei provvedimenti che mirano alla realizzazione del Green Deal europeo (di cui parliamo qui). Secondo i piani, infatti, l’UE dovrebbe diventare il primo continente a emissioni zero entro il 2050. Un patto che vede favorevole l’attuale ministro dell’ambiente italiano Sergio Costa. Egli infatti non si è lasciato abbattere dagli scarsi risultati ottenuti dall’Italia negli ultimi anni in fatto di inquinamento. Costa ha affermato quanto segue: “Fin dal mio insediamento, nel 2018 ho messo in campo tutti gli strumenti possibili, in accordo con le Regioni, per affrontare il tema della qualità dell’aria”.

“Il decreto legge Clima dello scorso novembre – continua il ministro – ha poi individuato una serie di iniziative, come l’acquisto di scuola bus green per cui abbiamo stanziato 20 milioni in due anni, o la riforestazione urbana, finanziata con 30 milioni. Importante anche il buono mobilità per incentivare una mobilità elettrica e sostenibile nelle grandi città, stanziando a tal fine i proventi delle cosiddette ‘aste verdi’ del Ministero dell’Ambiente”. 

Non sappiamo se questi provvedimenti riusciranno ad allontanare le numerose spade di Damocle che pendono sul nostro paese. L’Italia è infatti il Paese europeo con il numero più alto di procedure aperte (oltre 20) a tema ambiente. Quello che sappiamo, però, è che possiamo contribuire anche nel nostro piccolo alla realizzazione del sogno di un’Europa a emissioni zero e, sopratutto, un’Italia senza più particolato nell’aria. Possiamo, per esempio, attuare questi piccoli accorgimenti:

  • Scegliere, quando possibile, di non utilizzare la macchina per gli spostamenti
  • Sfruttare i servizi di car-sharing o bike-sharing della nostra città
  • Investire in un mezzo di trasporto a emissioni zero (bicicletta, monopattino elettrico, auto elettrica)
  • Utilizzare i mezzi pubblici
  • Usufruire il più possibile dello smart working
  • Evitare (in futuro) i voli aerei
  • Usufruire, se possibile, dei servizi che si trovano nei pressi della nostra abitazione (panificio, cinema, parrucchiere, banca, scuola e lavoro)
  • Ottimizzare il consumo energetico della nostra abitazione
  • Votare politici che abbiano a cuore l’ambiente

Land grabbing: l’accaparramento delle terre nel 2020

Negli ultimi decenni, il tema della sovranità alimentare sta assumendo crescente rilevanza nel contesto degli equilibri geo-economici internazionali e nelle strategie politiche ed economiche di diverse potenze. Si stanno intensificando gli sforzi necessari non solo a garantire in maniera sistemica la tutela delle filiere di approvvigionamento, ma anche ad acquisire un ruolo predominante nella partita globale del mercato del cibo. La globalizzazione neoliberista e le sue conseguenze hanno creato mercati e terreni di competizione anche nel settore cruciale e delicato delle materie prime alimentari. In questo contesto, la sovrapposizione tra le logiche economiche del capitalismo finanziario, l’attivismo politico degli attori dei Paesi più sviluppati e la presenza di ampie aree aperte alla “conquista” degli operatori esteri nei Paesi in via di sviluppo ha scatenato una corsa globale agli investimenti e all’accaparramento degli asset agro-alimentari ed ambientali. Pochi fenomeni certificano meglio queste dinamiche quanto il cosiddetto land grabbing (letteralmente “accaparramento della terra”).

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Cosa si intende con il termine “land grabbing”

Con questo termine “pigliatutto” si è definito in ambito mediatico e politico la corsa all’accaparramento di terre in Paesi in via di sviluppo scatenatasi a seguito della crisi mondiale dei prezzi alimentari connessa alla buriana economica del 2007-2008 e all’aumento dell’attivismo economico sulla scena globale di economie emergenti, principalmente asiatiche, desiderose di tutelare la propria sovranità alimentare.

Leggi anche: “Il movimento ambientalista in Iraq, la terra fertile che non è più fertile”

Le dinamiche del land grabbing

L’accaparramento della terra comprende al suo interno sia l’acquisizione di contratti a opera di attori privati che quella posta in essere da governi, fondi sovrani, partecipate pubbliche. L’azione non è di per sé connotata con termini critici o accezione negativa. Il volume assunto nel corso degli anni dal fenomeno, però, lascia intendere che nella prima parte del XXI secolo si sia verificato un vero e proprio assalto alla disponibilità di terreni produttivi posti sotto la sovranità di Paesi ricchi di risorse naturali ma privi del capitale umano, tecnico o finanziario per valorizzarlo. Questa asimmetria ha aperto la strada alla conquista economica da parte di operatori europei, nordamericani o orientali.

Con l’aggravante che, in diversi casi, i terreni sono sottratti a comunità locali, piccoli coltivatori o imprese di dimensione famigliare per passare nelle mani di grandi gruppi multinazionali o imprese finanziarie che con la loro azione, come ha rilevato Raj Patel ne I padroni del cibo, contribuiscono a impoverire la varietà biologica dei prodotti coltivati, la resilienza delle colture agli shock ambientali, la qualità dei terreni.

Leggi anche: “La corsa globale all’accaparramento della terra”

Le cause del land grabbing. Il caso dell’Africa

Come si è argomentato su Eurasia – Rivista di studi geopolitici, a inizio 2020. “L’accaparramento della terra è un fenomeno che si inserisce pienamente nel grande filone dell’approccio alle risorse naturali tipico del finanzcapitalismo”, estremamente predatorio come hanno già avuto modo di denunciare da sinistra il sociologo Luciano Gallino e il geografo David Harvey e da destra il filosofo conservatore Roger Scruton (scomparso a inizio anno).

“In questo processo”, si notava principalmente in riferimento al caso dell’Africa (continente oggetto di circa due terzi degli investimenti) “il paradosso più lacerante in cui si impiglia il finanzcapitalismo è che la creazione di ricchezza finanziaria, ottenuta dalla cosiddetta valorizzazione di risorse naturali, è in realtà ampiamente sorpassata dalla distruzione permanente della ricchezza ecologica del pianeta (risorse ittiche, foreste e altri biomi a rischio)”, fattispecie ancor più vera quando i terreni oggetti di acquisto sono poi abbandonati allo sfruttamento minerario.  A ciò il land grabbing assomma “la distruzione dei potenziali e più prossimi mercati di sbocco attraverso la riduzione della sicurezza alimentare e, di converso, della stabilità interna dei Paesi che cedono terreni destinati alla produzione per l’esportazione”.

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Approvvigionamento alimentare e land grabbing

L’approvvigionamento alimentare ha assunto una rilevanza maggiore con l’avvento della crisi pandemica. La corsa all’accaparramento non ha, però, tenuto in considerazione la salvaguardia dell’ambiente. I terreni, adibiti alla produzione di una sola coltura, perdono biodiversità, inaridendo il suolo. Trascurano la sostenibilità della filiera, escludendo le popolazioni indigene dal processo di lavorazione. Questo impoverimento generale degli ecosistemi naturali può avere conseguenze gravi anche sull’uomo. Almeno la metà delle trasmissioni di malattie da animali a essere umani è causata da mutazioni di virus dovuti a promiscuità ambientali. Così, i governi facilitano le transazioni, per riuscire a ottenere l’accesso al credito.

Tra i gruppi di studio maggiormente attenti al monitoraggio del fenomeno si segnalano Focsiv, la federazione dei volontari nel mondo e Cidse, l’alleanza delle Ong cattoliche internazionali. In particolare, Focsiv ha realizzato il rapporto “I padroni della Terra”, giunto nel 2020 alla terza edizione. Elaborando i dati dei contratti e cercando di studiare i casi concreti Focsiv, riporta il Servizio d’Informazione Religiosa, vuole dare le misure reali di “una “continua corsa alla terra”. Nuovi investimenti su grandi appezzamenti per la produzione di monoculture per l’alimentazione umana e animale escludono le popolazioni indigene. Degradano la terra, facendone perdere le biodiversità e contribuendo al riscaldamento del pianeta.

Investitori e target: una misura del fenomeno

I 2100 contratti monitorati nel 2020 mostrano l’interesse per 79 milioni di ettari di terreno. Il numero in relativa diminuzione rispetto al 2018. In quell’anno, la superficie presa in considerazione era di ben 88 milioni di ettari, pari a otto volte la dimensione del Portogallo o tre volte quella dell’Ecuador. In ogni caso, enormemente significativo.

La pandemia non ha rallentato le compravendite, che stanno continuando. Con più di 17 milioni di ettari, la Cina si attesta come il maggior Paese investitore. Dopo il colosso asiatico, ci sono Stati Uniti, il Canada, il Regno Unito e la Svizzera. Come target principali compaiono il Perù, la Repubblica Democratica del Congo, l’Ucraina e il Brasile. Interessante è la posizione della Russia, che ricopre entrambi i ruoli. La motivazione risiede nel tipo di accordi stipulati, visto che spesso sono imprese nazionali ad appropriarsi dei terreni.

Terre prese, vendute, distrutte

Ogni anno, Focsiv approfondisce le situazioni in alcuni Stati particolarmente colpiti dal land grabbing. I Paesi che comprendono parte della foresta amazzonica sono tra loro. Nonostante alcune costituzioni proteggano la natura, tanto da essere un esempio a livello globale di buen vivir, la realtà si dimostra differente. Ecuador, Perù e Colombia hanno aumentato in modo deciso le esplorazioni petrolifere, minacciando sistematicamente l’equilibrio del polmone verde del mondo. Le aziende e banche coinvolte continuano ad affermare la loro sensibilità per la protezione ambientale. Ma le trivellazioni comportano un impatto decisivo sul clima e sui diritti umani delle popolazioni indigene. Esse tentano, con grandi sacrifici, di opporsi alla distruzione del territorio di cui si sentono protettori. 

Le proteste dei popoli hanno, però, portato a una rallentamento, almeno parziale, dell’attività distruttiva, facendo causa per non aver agito secondo il principio del consenso informato. In Ecuador, la nazione indigena dei Waoriani ha bloccato la produzione industriale, costringendo l’intero Paese a fermarsi. La resistenza ha inciso sulle compravendite, che, nel gennaio 2020, sono state sospese.

Alcuni casi esempio di land grabbing e le relative conseguenze

Ecuador: Andes Petroleum e land grabbing

Petrolio in cambio di prestiti: questo è l’accordo tra Andes Petroleum e il governo ecuadoriano. La partnership è stata siglata con due aziende cinesi, China National Petroleum Corporation (CNPC) e China Petrochemical Corporation (Sinopec). Leader nel settore estrattivo, tentano da anni di arrivare a monopolio delle risorse nello stato sudamericano. Le popolazioni indigene presente hanno dovuto emigrare o non possono più vivere in isolamento. Inoltre, denunciano interferenze e scorrettezze nelle concessioni, appellandosi alla Commissione Interamericana per i Diritti Umani (CIDH), che si è espressa a favore dei Kichwa e dei Sarayaku, costringendo lo Stato a ripagarli del danno. 

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10000 barili al giorno: la Frontera peruviana

Non solo interessi cinesi. Anche i canadesi desiderano perforare il suolo sudamericano per fini estrattivi, attraverso la Frontera Energy Corp (FECCF). Dopo dieci anni di proteste, nel 2017 l’impresa ha deciso di abbandonare le terre, a seguito dei continui sabotaggi da parte degli attivisti e degli indigeni. Il più grande giacimento peruviano, al massimo della produzione, riusciva a produrre 10000 barili al giorno. Come riportano alcune fonti locali, sono stati registrati «lagune con petrolio, animali contaminati, pesci morti, disordini sociali e maltrattamenti di uomini, donne e bambini». Per bonificare l’area, dovrà essere impiegato più di un miliardo di dollari.

Le conseguenze ambientali e sociali sono devastanti per l’ecosistema e, spesso, risultano irreversibili. Lo spreco di risorse, l’inquinamento di falde e corsi d’acqua, la sempre maggiore sterilità dei terreni distruggono irrimediabilmente la possibilità di abitare o, almeno, custodire, queste aree. Importanza fondamentale è data alla riflessione di Papa Francesco, durante il Sinodo per l’Amazzonia contro il nuovo colonialismo. Durante le giornate di dialogo, sono stati approfonditi temi come la giustizia ambientale e quella sociale, condannando i crimini contro la natura e chi tenta di proteggerla, fino alla morte. Lo stesso report è dedicato ai «472 leader indigeni che sono stati uccisi dal 2017 al 2019 per essersi opposti alla devastazione e all’inquinamento su grande scala di foreste, terra e acqua, lottando in difesa del Pianeta e del diritto di ciascuno a vivere in un ambiente salubre e sostenibile.»

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Dall’America all’Africa: land grabbing in Repubblica Democratica del Congo

L’approvvigionamento energetico è un tassello importante per le nostre società. Anche la transizione “verde” ha ripercussioni su altre parti del mondo, visto che i problemi di produzione sono sistemici. Esempio chiaro è la “battery economy”, ossia la filiera delle batterie ricaricabili. Espropri, violazioni dei diritti umani, land grabbing sono solo alcuni degli effetti collaterali e negativi per Paesi come la Repubblica Democratica del Congo (RDC), che soffrono questa violenza a causa della presenza di nichel, litio e cobalto. 

I controlli insufficienti da parte di grandi multinazionali hanno peggiorato la situazione  nello Stato. Questo è valido, in particolar modo, nella provincia di Lualaba, dove viene prodotto il 70% del cobalto. Poche organizzazione non governative, come la Good Sheperd International Foudation e la Bon Pasteur Kolwezi, continuano a monitorare il territorio. Cercano di strappare i bambini dal lavoro minorile, facendoli studiare.

Inoltre, tentano di stabilire connessioni in diverse piattaforme multi-stakeholders, per garantire il confronto. Di sicuro, un primo passo, che, però, non è sufficiente per cambiare in profondità le distorsioni e gli abusi perpetrati, anche a causa dell’assenza di un quadro normativo comune ed efficace. Così, la corruzione diventa sempre più generalizzata, impossibilitando una raccolta dati che possa far emergere la reale condizione di lavoratori e ambiente. Come si evince dal rapporto, «la domanda di cobalto, in quanto componente fondamentale, ha subito un aumento esponenziale negli ultimi anni.» Infatti, essa è triplicata tra il 2010 e il 2016, con un’ulteriore crescita del 64% entro il 2025. 

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Land Grabbing Illustrazione

Accaparramento e investimenti in Camerun

La posizione geografica del Camerun è vantaggiosa: posizionato sopra l’equatore, questo Stato possiede terreni fertili, appetibili sia a imprenditori locali che stranieri. L’incidenza di povertà si attesta a quasi il 40% della popolazione, che è ricco, al tempo stesso, di risorse naturali. Nel solo 2020, sono stati stipulati 48 contratti, su un terreno che si estende per più di due milioni di ettari. Di essi, circa il 50% è nazionale. Per quanto riguarda gli investitori internazionali, invece, l’Italia si attesta al primo posto, con 310000 ettari, suddivisi in due contratti.

Casi come Heracklès Farm e Socapalm/Socfin mettono in luce le problematiche della privatizzazione di grandi appezzamenti adibiti a monocoltura. Dirette conseguenze diventano, così, denunce e turbolenze politiche. La contaminazione chimica e l’inaridimento del suolo in zone fertili come quelle del Camerun aiutano la desertificazione, costringendo alla povertà la popolazione. 

A pagarne il prezzo più alto è l’intera popolazione, in particolare donne e bambini. Con la privazione dei mezzi di sussistenza, causati dagli espropri, i diritti delle minoranze e dei gruppi fragili sono calpestati con più facilità. Per assicurare un miglioramento dello standard di vita, si raccomanda di assicurare legalmente le terre ai legittimi proprietà, compensare le comunità vittime di landd grabbing, fornire strumenti per attuare politiche di investimento sostenibile, formalizzando la parità di accesso alla terra da parte di uomini e donne. 

Di Andrea Muratore* e Natalie Sclippa

*Della redazione di Kritica Economica.

MacArthur Foundation: cinque benefici dell’economia circolare per il cibo

In questo 2020 di crisi pandemica, l’insicurezza alimentare diventa, ancora una volta, il perno di una riflessione profonda. Da un lato, la difficoltà nel reperire alcuni prodotti induce alla corsa ai supermercati; dall’altro, pensare a una modalità differente di concepire l’intera filiera è molto difficile. Tra distorsioni evidenti del mercato e allontanamento dalla stagionalità di frutta e verdura, si inserisce il report “Cinque benefici di un’economia circolare per il cibo”. La Fondazione Ellen MacArthur, che ha lo scopo di sviluppare e promuovere l’idea di economia circolare, ha recentemente condiviso cinque conseguenze, sostenibili dal punto di vista ambientale, climatico e sanitario. Esse sono: rigenerare i sistemi naturali, combattere il cambiamento climatico, aumentare l’accesso a cibo nutriente, aiutare le comunità locali e, infine, risparmiare e creare valore.

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Crisi e fame di giustizia

«La crisi alimentare sembra essere sparita dalle prime pagine dei giornali e fa solo una breve comparsa nelle dichiarazioni finali degli incontri ad alto livello o quando la siccità, la mancanza di credito o la volatilità del mercato rinfocolano la paura di carestie. Quel che è peggio è che queste paure si realizzano perché quanto più i tentativi di eliminare la fame si concentrano sugli effetti superficiali anzichè le cause di fondo, tanto più i nostri sistemi alimentari si rivelano instabili, vulnerabili e soggetti a crolli. La povertà e l’ingiustizia -e non la scarsità di cibo- sono tuttora le cause principali della fame.»

Riflettono così Eric Holt-Gimenéz e Raj Patel con Annie Shattuck,nel loro libro “Food Rebellions! La crisi e la fame di giustizia“, pubblicato 11 anni fa, a seguito della crisi del 2008. Una situazione che si è ripetuta da marzo, costringendo tutti a ripensare ai propri consumi. Il Nobel per la Pace, poi, assegnato al Programma Alimentare Mondiale, ribadisce come il cibo debba ritornare al centro di un dibattito acceso. Trovare soluzioni a problemi complessi può aiutare ad allenare competenze fondamentali, in un tempo di instabilità climatica, economica e sociale.

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Conoscenza e responsabilità: un’economia circolare per il cibo

Affrontare con responsabilità le sfide di approvvigionamento alimentare è il primo passo per renderlo realmente sostenibile. Circa un quarto delle emissioni globali di gas serra sono riconducibili alla deforestazione, agli allevamenti intensivi e a un errato management del suolo. La minaccia per l’ambiente è evidente. Il sistema lineare di produzione è, quindi , non sostenibile e, per questo, sull’orlo del baratro.

Non tutto è perduto. Esistono, infatti, dei progetti per ristabilire una connessione reale tra consumatore e produttore. La linearità deve essere soppiantata da una visione circolare. I cinque benefici riportati dalla Fondazione Ellen MacArthur sono ambiziosi, ma non per questo impossibili.

La rigenerazione dei sistemi naturali

Rigenerazione è una parola fondamentale per i sistemi naturali. È necessario coniugare la necessità di sfamare una popolazione mondiale in continua crescita con la protezione dell’ambiente. Tecniche di produzione sostenibili, resilienti, che migliorino la qualità del prodotti e del territorio, favoriscono il miglioramento delle aree e la loro resistenza a fenomeni climatici estremi. Per questo motivo, è utile puntare sulla diversità: delle sementi e del raccolto, in modo da supportare la rotazione. L’agrobiodiversità permette di proteggere specie animali e vegetali a rischio, ma una vera condivisione di conoscenze e tecniche è ancora poco diffusa.

Dipendiamo da pochissime varietà di semi, ma esistono alcuni esempi di cambiamento. Uno di questi è il chinampa, un orto galleggiante tradizionale del Messico. Questo tipo di produzione consentiva il sostentamento di 15/20 persone all’anno per ettaro.

Combattere il cambiamento climatico

Rimediare, attenuare, adattare: questi i verbi chiave per combattere il cambiamento climatico. L’economia circolare per il cibo potrebbe ridurre le emissioni del 49% entro il 2050. Per riuscire nell’intento, bisogna concentrarsi sulla diminuzione dello spreco e dell’utilizzo di fertilizzanti chimici, optando per quelli organici, in quanto quelli usati inquinano terreni e falde. Sfruttare il potenziale degli scarti per la produzione energetica può concorrere alla svolta green. Come si legge nell’approfondimento, «ogni anno le città generano più di 2,8 miliardi di tonnellate di rifiuti alimentari e soltanto il 2% di essi ritorna a far parte del sistema».

Così, dal 2016, è nata la “Piattaforma dell’Ue sulle perdite e sugli sprechi alimentari”, per prevenire la produzione di rifiuti e minimizzare la dispersione di risorse. Ogni anno, collabora con attori chiave pubblici e privati per identificare, misurare, analizzare e trovare delle soluzioni durature per dimezzare entro il 2030 la quantità pro capite a livello di dettaglianti e consumatori.

La risposta dei clienti può essere decisiva. Uno studio condotto dalla piattaforma Ue sulle perdite e gli sprechi alimentari, pubblicata a marzo 2020, ha divulgato alcune buone pratiche messe in atto a livello locale o nazionale all’interno dell’Unione Europea, per diminuire la pressione sulle attività commerciali durante la pandemia da Covid-19. Sono molte le realtà locali, a livello europeo, che cercano di diminuire lo scarto e, allo stesso tempo, far fronte alle difficoltà economiche della popolazione. Così, sono nate iniziative come “la spesa sospesa”, che permette di regalare beni di prima necessità a chi non è in grado di permettersi di comprarli.

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Accesso a cibo nutriente

L’economia circolare per il cibo è utile anche per riconnettere le città alle periferie.

La necessità di solidità e resilienza del sistema alimentare è alla base del superamento di momenti di crisi e motore di sviluppo. Gli eventi estremi che con maggior frequenza si abbattono sul continente europeo, la siccità e le catastrofi ambientali mettono in luce l’interrelazione tra lo stile di vita e le modalità di approvvigionamento e consumo. Il valore che i cittadini europei attribuiscono al cibo è alto. Infatti, anche se le zone urbane si espandono sempre di più, i consumatori rimangono vigili sulla provenienza dei prodotti e sulla loro lavorazione. Come dimostrato dall’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare, la preoccupazione ,data dalla presenza di additivi come coloranti, conservanti o aromi utilizzati, di ingredienti geneticamente modificati e di tossinfezioni, nel 2019, è stata elevata.

Il viaggio dei prodotti è un tassello importante della filiera alimentare. La pandemia ha compromesso le importazioni e le esportazioni, bloccando alimenti e quindi sbilanciando la domanda e l’offerta globale e riconducendole a un livello più locale. Il beneficio deve essere condiviso da tutti, indipendentemente dalla posizione geografica. La redistribuzione del surplus, inoltre, può nutrire fino a un miliardo di persone entro il 2050.

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Supporto alle comunità locali

La nuova filiera alimentare dovrà basarsi sulla resilienza dell’intero processo, attraverso un coordinamento della risposta alle crisi dei sistemi alimentari, per garantire l’approvvigionamento e la sicurezza. Si devono scardinare quelle pratiche dannose e sostituirle con approcci locali, che stimolino la rinascita dell’agricoltura anche in altre zone, come le periferie o i loro centri. Accorciare le filiere risulta benefico non solo economicamente, ma anche perché è una modalità per avvicinare il produttore al consumatore. La dicotomia città-campagna, in ambito alimentare, deve essere superata.

Anche per questo è nata l’iniziativa Green Cities, promossa dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO). «L’iniziativa FAO Green Cities migliorerà i mezzi di sussistenza e il benessere delle popolazioni urbane e periurbane di 1000 città in tutto il mondo entro il 2030, insieme all’ambiente urbano, rafforzando i collegamenti rurali urbani, la resilienza delle popolazioni urbane agli shock esterni e il contributo alla mitigazione dei cambiamenti climatici e all’adattamento, garantendo nel contempo l’accesso a diete sane provenienti da sistemi sostenibili.»

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Creare valore nell’economia circolare per il cibo

La sostenibilità economica non può essere tralasciata. Risparmi diretti e indiretti sono da tenere in considerazione. Interessante è il costo effettivo dei prodotti che mettiamo sulla tavola. Per ogni dollaro speso in cibo non controllato, le conseguenze sociali sono doppie, attestandosi sui due dollari. Una riduzione dei fertilizzanti e agenti chimici porta, nel breve periodo, a un miglioramento qualitativo del cibo. A lungo termine, esso è foriero di un cambiamento positivo dello standard di salute delle persone, che, quindi, potranno risparmiare in cure. Questo non solo permetterà l’elaborazione di un codice di condotta comune per le azioni di marketing, ma stimolerà pratiche sostenibili in tutte le fasi di trasformazione, minimizzando l’impiego di imballaggi e radicando modelli di business circolari.

«Dati del report ‘Cities and Circular Economy for food’ della Fondazione Ellen MacArthur riportano che  produrre alimenti con metodi rigenerativi, acquistare cibo locale, e valorizzare gli scarti alimentari potrebbe generare entro il 2050 per le città dei benefici annuali pari a 2,7 trilioni di dollari. Una cifra non indifferente alla quale si legano vantaggi anche in termini di creazione di nuovi posti di lavoro. Un esempio in Europa è la città di Bruxelles che producendo il 30% del suo cibo localmente e con metodi rigenerativi, riducendo gli scarti alimentari e trasformandone parte in compost, stima di ottenere più di 130 milioni di dollari all’anno.» riporta Caterina Ambrosini di EconomiaCircolare.com.

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Pensare a una vera economia circolare per il cibo

La sfida del cambiamento climatico deve condurre tutti gli attori a una visione condivisa di scelte radicali, magari inizialmente dolorose, ma che sono l’unica modalità per non rischiare di sprecare o mal utilizzare le risorse del nostro pianeta. Il report della MacArthur Foundation intende offrire una panoramica ambiziosa per una politica sempre più ecocentrica.

Per questo motivo, gli agricoltori e gli allevatori devono essere inclusi in un processo di innovazione, per avere gli strumenti per affrontare le nuove sfide alimentari. Se l’azione non dovesse risultare incisiva, a pagarne il prezzo più alto sarà l’intera struttura sociale, basata sul benessere e non sull’equilibrio con la natura.