Decisione storica: Shell deve ridurre del 45% le sue emissioni

26 maggio 2021: un tribunale dell’Aia ha ordinato alla Royal Dutch Shell di ridurre le sue emissioni globali di gas serra del 45% entro la fine del 2030 rispetto ai parametri del 2019. Si tratta di una decisione storica e rivoluzionaria per l’ambiente  che potrebbe avere conseguenze di vasta portata per le compagnie petrolifere. Un provvedimento che non riguarda solo l’azienda in sé, ma anche tutti i suoi fornitori e clienti. 

Il caso contro una delle aziende che più contribuiscono alle emissioni di CO2

La Royal Dutch Shell, multinazionale petrolifera anglo-olandese contribuisce a circa l’1% delle emissioni globali: nella classifica delle aziende che inquinano di più al mondo si classifica al nono posto.

Dopo l’adozione dell’Accordo di Parigi nel 2016 che mirava a limitare la crescita della temperatura media globale ben al di sotto dei 2 gradi centigradi,  Shell ha presentato un piano per ridurre le sue emissioni di gas serra del 30% entro il 2035 rispetto ai livelli del 2016 e del 65% entro il 2050.

Obiettivi poco ambiziosi ed insufficienti, come rilevato dagli attivisti. Sette fondazioni ambientaliste tra cui Milieudefensie e Greenpeace e 17.379 sostenitori hanno presentato una class-action contro Shell nell’aprile 2019. Secondo gli attivisti, “la conchiglia” avrebbe dovuto cambiare il suo modello di business per investire di più nelle energie rinnovabili e ridurre le emissioni del 45% entro il 2030. Non avendolo fatto, gli attivisti hanno accusato la multinazionale di violare l’articolo 6:162 del codice civile olandese e gli articoli 2 (diritto alla vita) e 8 (diritto al rispetto della vita privata e familiare) della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.

In risposta alle accuse, il gigante petrolifero ha tentato di scaricare le proprie responsabilità:

“Ciò che accelererà la transizione energetica sono politiche efficaci, investimenti nella tecnologia e il cambiamento del comportamento dei clienti. Niente di tutto ciò sarà raggiunto con questa causa. Affrontare una sfida così grande richiede un approccio collaborativo e globale.”

Il processo

Il processo all’Aia si è tenuto fino a dicembre 2020. I querelanti erano tenuti, secondo la legge olandese, a dimostrare che esisteva un modello di business alternativo praticabile per Shell per raggiungere l’obiettivo di riduzione suggerito del 45%. L’esempio portato è quello della recente e veloce trasformazione della società danese Ørsted che è passata da azienda a base di gas e petrolio a regina dell’eolico offshore.

A febbraio, l’azienda aveva dichiarato che avrebbe accelerato la transizione del suo business con l’obiettivo di raggiungere emissioni zero entro il 2050.

Ma gli avvocati dei querelanti hanno sostenuto con successo che l’azienda era consapevole da decenni delle pericolose conseguenze delle emissioni di CO2 e che i suoi obiettivi non erano sufficienti.

La sentenza contro Royal Dutch Shell

Anche se l’azienda non ha agito illegalmente, la corte ha ritenuto che le attuali “politiche sostenibili” della compagnia non fossero sufficientemente “concrete” e che le sue emissioni fossero superiori a quelle della maggior parte dei paesi. Senza contare che la multinazionale vuole investire nel prossimo futuro dai 19 ai 22 miliardi ogni anno, di cui più dell’80% in petrolio e gas. Sulla base di queste motivazioni, la corte ha emesso la storica sentenza.

Inoltre, in risposta alle dichiarazioni della multinazionale, la corte ha rilevato che “dal 2012 c’è stato un ampio consenso internazionale sulla necessità di un’azione non statale, perché gli stati non possono affrontare la questione dei cambiamenti climatici da soli”.

La giudice Larisa Alwin è stata netta: “Shell è responsabile di enormi emissioni di Co2 e contribuisce alle conseguenze disastrose del cambiamento climatico per la popolazione”. E quindi deve agire ora, non ritardando più quella transizione ecologica che viene annunciata spesso ma perseguita di rado. 

Nuova spinta per un taglio alle emissioni

Perché il caso è divenuto un punto di riferimento nel diritto ambientale? La ragione è che per la prima volta un’azienda è stata legalmente obbligata ad allineare le sue politiche con gli accordi di Parigi. Ci si aspetta che la decisione crei un precedente per nuove cause ambientali contro altre grandi aziende che non hanno preso misure sufficienti per ridurre le loro emissioni. Secondo gli esperti, il ricorso alle norme sui diritti umani e alle misure internazionali sul cambiamento climatico rafforza l’impatto della decisione.

Esulta l’avvocato di Milieudefensie, Roger Cox dopo la lettura di una “sentenza che cambierà il mondo. Le persone in tutto il mondo sono pronte a citare in giudizio le compagnie petrolifere nel proprio paese, seguendo il nostro esempio”. Ma non solo, per Cox da adesso “le compagnie diventeranno molto più riluttanti a investire in combustibili fossili. Il clima ha vinto”. Sulla stessa linea le parole di Donald Pols, direttore dell’associazione: “Una gigantesca vittoria per la terra, per i nostri figli e per tutti noi“.

Dall’altra parte della campana gli umori sono diversi. La Shell ha promesso di ricorrere in appello rispetto alla «deludente» decisione della corte, per usare l’espressione di Harry Brekelmans, Projects & Technology Director.

La Foresta Amazzonica ha rilasciato più CO2 di quanta ne ha assorbita

L’Amazzonia brasiliana ha rilasciato nell’atmosfera il 20% in più di anidride carbonica di quanta ne ha assorbita negli ultimi dieci anni. E’ quanto emerge da uno sconcertante rapporto pubblicato sulla rivista Nature Climate Change. Da alleato fondamentale alla lotta al riscaldamento climatico, la foresta amazzonica sta diventando un emettitore netto del gas a effetto serra. Affrontare la crisi climatica sarà molto più difficile.

L’importanza della Foresta Amazzonica

La Foresta Amazzonica, la più estesa e importante foresta pluviale del pianeta, è soprannominata il “polmone verde” della Terra per molteplici ragioni. Si spazia dalla produzione di ossigeno alla meravigliosa biodiversità, passando per lo stoccaggio di anidride carbonica che riesce a “sequestrare”, grazie all’enorme numero di alberi presenti. Poiché il principale dei gas a effetto serra è proprio la CO2, la Foresta Amazzonica gioca un ruolo significativo nella lotta al riscaldamento globale. Essa infatti elimina dall’atmosfera una parte significativa del composto inquinante prodotto dalle attività umane.

Deforestazione Amazzonia: quando la natura non ha voce

I risultati dell’indagine

L’indagine è stata condotta da un team di ricerca internazionale guidato da scienziati del Centro per l’osservazione e la modellazione della Terra (Università dell’Oklahoma, Stati Uniti) in collaborazione con diversi istituti. Gli scienziati sono giunti alle loro conclusioni basandosi su rilevazioni satellitari, grazie alla quali sono stati estrapolati diversi dati preoccupanti.

I dati esaminati riguardano solo il Brasile, che detiene circa il 60% della foresta pluviale amazzonica.

Lo studio ha esaminato il volume di CO2 assorbito e immagazzinato dalla foresta, rispetto alle quantità rilasciate di nuovo nell’atmosfera dopo che è stata bruciata o distrutta.

Dal 2010 al 2019, il bacino amazzonico del Brasile ha emesso 16,6 miliardi di tonnellate di CO2, mentre ne ha assorbite solo 13,9 miliardi. Abbiamo dunque la conferma che il nostro polmone verde non riesce più a compensare l’emissione dei gas che avvelenano il mondo.

“Ce lo aspettavamo, ma è la prima volta che abbiamo dei dati certi. Mostrano che il ruolo dell’Amazzonia brasiliana si è ribaltato: ora è un vero emettitore di gas”.

A dichiararlo è Jean-Pierre Wigneron, uno scienziato dell’Istituto Nazionale di Ricerca Agronomica francese (INRA) e co-autore della ricerca. Gli scienziati non sanno ancora quanto durerà questo processo ma la paura è che diventi irreversibile. 

I ricercatori hanno inoltre dimostrato che, durante il decennio preso in esame, a emettere più CO2 non è stata la totale distruzione della Foresta Amazzonica. La responsabilità è del suo degrado, cioè quella serie di interventi come la frammentazione della foresta, il taglio selettivo degli alberi e gli incendi che danneggiano ma non abbattono le piante. Le emissioni del degrado, che si verifica soprattutto ai margini della foresta vergine, sono state il triplo di quelle legate alla totale distruzione della foresta.

La responsabilità di Bolsonaro sulla devastazione della foresta amazzonica

L’INRA, che ha partecipato allo studio, ha scritto in una nota che il governo brasiliano ha una responsabilità diretta sul pessimo stato della foresta amazzonica.

“Il Brasile ha visto un forte calo nell’applicazione delle politiche di protezione ambientale dopo il cambio di governo nel 2019”, ha detto l’INRA in un comunicato.

Basti pensare che a fine aprile, il giorno dopo aver promesso di aumentare la spesa per contrastare la deforestazione, il presidente Jair Bolsonaro ha annunciato un taglio del 24% dei fondi destinati al ministero dell’Ambiente.

Lo studio ha anche mostrato che la deforestazione – attraverso incendi e disboscamento – è aumentata di quasi quattro volte nel 2019 rispetto ai due anni precedenti. Si è passati infatti dal radere al suolo circa 1 milione di ettari a 3,9 milioni di ettari.

E tra il 2019 e il 2020, secondo un altro studio di Global Forest Watch, la deforestazione è aumentata del 25%. Il Brasile, non a caso, è stabilmente al primo posto nella triste classifica dei Paesi con il più alto tasso di deforestazione.

Leggi anche: Deforestazione: ‘Quanta foresta avete mangiato, usato o indossato oggi?’

Quali conseguenze?

Gli ecosistemi terrestri sono un alleato fondamentale nella lotta per ridurre le emissioni di CO2, che hanno superato i 40 miliardi di tonnellate nel 2019.

Nonostante le emissioni di anidride carbonica siano aumentate del 50% negli ultimi cinquanta anni, le piante e il suolo hanno costantemente assorbito circa il 30% dei gas. Anche gli oceani hanno fatto la loro parte, contribuendo ad assorbire il 20% delle emissioni.

Il bacino amazzonico contiene circa la metà delle foreste pluviali tropicali del mondo, che sono più efficaci nell’assorbire e immagazzinare il carbonio rispetto ad altri tipi di vegetazione.

Il cambiamento climatico si profila come una seria minaccia. Infatti, oltre una certa soglia di riscaldamento globale, potremmo vedere la foresta pluviale del continente trasformarsi in una savana molto più arida.

Questo avrebbe conseguenze devastanti non solo per la regione, che ospita una percentuale significativa della fauna mondiale, ma anche a livello globale.

La situazione potrebbe essere nuovamente invertita, se si adotteranno misure incisive a tutela del “polmone della Terra”, ma tutto dipenderà dalla volontà di attuarle.

Overfishing: UE accusata di ipocrisia e neocolonialismo

L’Unione Europea è il maggiore responsabile dei prelievi di tonno pinna gialla nell’Oceano Indiano, una specie gravemente minacciata dall’overfishing. Tuttavia, i danni causati da parte dell’Unione Europea non riguardano solamente gli stock di tonno. L’overfishing minaccia anche l’economia di quei paesi in via di sviluppo che si affacciano su questo oceano. Questa settimana si terrà una riunione straordinaria dell’Indian Ocean Tuna Commission (IOTC), l’organismo di regolamentazione incaricato della gestione degli stock di tonno. In vista di quest’ incontro, la denuncia delle politiche dell’UE definite ipocrite e neocoloniali arriva forte e chiara da alcuni degli stati le cui economie dipendono direttamente dall’Oceano Indiano..

Leggi anche: Overfishing e pesca sostenibile: guida al consumo di pesce – L’Ecopost

Distruzione dei mari: una scelta consapevole e pericolosa (lecopost.it)

UE ed overfishing nell’Oceano Indiano

I paesi dell’UE – principalmente Spagna e Francia – gestiscono una flotta di 43 navi che portano avanti una pesca non sostenibile lontano da casa. Nel 2019 questi pescherecci hanno pescato 70.000 tonnellate di tonno. La somma supera quella degli stati costieri dell’Oceano Indiano quali l’Iran (58.000 tonnellate), lo Sri Lanka e le Maldive (44.000 tonnellate ciascuno).

Le navi dell’UE sono i principali utilizzatori di “sistemi di aggregazione di pesci” (fish aggregating devicesFADs). L’obiettivo di questi dispositivi artificiali è facilitare il raggruppamento di grandi banchi di tonni in una determinata zona. Essi sono solitamente semplici strutture costituite da una parte galleggiante e da una parte sottomarina. La conseguenza dell’utilizzo di tali strumenti è la cattura di esemplari giovanili non ancora maturi: questo incide sui tassi di riproduzione della specie.

Critiche e preoccupazioni per le conseguenze dell’overfishing

Le proposte presentate dall’UE per ridurre l’overfishing in vista della riunione dell’IOTC hanno alzato un polverone di critiche e malcontenti. Il piano di Bruxelles per la pesca sostenibile infatti comprende misure che porterebbero ad una riduzione del pescato del 6% nel 2021 rispetto ai livelli del 2014. Un taglio misero. Una forte reazione arriva dalle Maldive, la cui proposta comporterebbe una riduzione del 14%. Per questo paese la pesca è il settore economico più promettente: circa il 20% della forza lavoro delle Maldive infatti è coinvolta in questa attività, praticata principalmente con lenze e canne piuttosto che con grandi reti.

Adam Ziyad , direttore generale del ministero della pesca delle Maldive e vicepresidente della IOTC  ha definito le proposte dell’Ue come fasulle. Queste misure infatti non si avvicinano neanche lontanamente ai livelli di riduzione richiesti per garantire la conservazione degli stock ittici. Zyad sottolinea il disinteresse degli stati europei nel promuovere una collaborazione con gli stati costieri per una migliore gestione delle risorse ittiche. Questa è urgente e necessaria anche e soprattutto per proteggere gli interessi delle future generazioni di queste aree.

Nirmal Shah, ex presidente della Seychelles Fishing Authority e ora amministratore delegato di Nature Seychelles, ha descritto la proposta dell’UE come una “tattica dilatoria”.

“L’UE è ipocrita ad andare in giro a parlare di overfishing. È una situazione neocoloniale”

Necessità di usare strumenti sostenibili

Né l’Europa né le Maldive hanno proposto di limitare l’utilizzo dei FADs, additati dalle ONG come pratiche determinanti per il collasso degli stock ittici. Sono stati dunque il Kenya e lo Sri Lanka a presentare una proposta separata per farlo.

Stephen Ndegwa, assistente direttore della pesca al ministero dell’agricoltura del Kenya ha ribadito che saranno gli stati costieri e le loro future generazioni a soffrire dell’esaurimento delle risorse ittiche.

“I pescherecci stranieri, come quelli dell’UE, si sposteranno in altri oceani, ma noi non saremo in grado di spostarci e rimarremo bloccati senza risorse“.

La reazione delle ONG

Secondo la Global Tuna Alliance (GTA), un ente indipendente che rappresenta le marche che commercializzano tonno, sarebbe preferibile ridurre il pescato non del 6% ma del 20%. Se è vero che le misure proposte dalle Maldive sono più vicine a questo obiettivo, GTA sottolinea che anch’esse non sono “proporzionate o eque”. Infatti, si focalizzano sulla riduzione dell’utilizzo di pescherecci a circuizione, un tipo di pesca che non è generalmente praticato dai pescatori delle Maldive. Sembra essere dunque un tentativo di modellare la proposta per tutelare i propri interessi, andando a incidere più sulle tecniche di pesca usate dai competitor che sulle proprie.

Inoltre, queste stesse misure vengono definite come “il minimo indispensabile” in una lettera ai capi delegazione dell’IOTC cofirmata da gruppi come il World Wildlife Fund e la Blue Marine Foundation.

Greenpeace ha sottolineato che nessuna delle due proposte è sufficiente a ricostruire la popolazione del tonno ed ha descritto quella l’europea come “oltraggiosa e iniqua”.

In risposta alle critiche, un funzionario dell’UE ha dichiarato che quest’ultima ha fortemente sostenuto la ricostituzione degli stock. Inoltre, è stata “determinante” nella decisione della IOTC di convocare una sessione speciale.

La proposta di Bruxelles viene poi difesa come “ambiziosa ma realistica”. Questa infatti sosterrebbe l’obbligo di ridurre le catture per tutte le flotte, indipendentemente dalle loro dimensioni, in modo giusto ed equo.

Quello che emerge comunque, è l’immagine di un’Europa irresponsabile, priva di lungimiranza, che cela dietro dichiarazioni altisonanti di facciata meri interessi economici. Soprattutto, è un’Europa che contribuisce a perpetuare una delle più gravi pratiche che minacciano la salute degli oceani: l’overfishing.

Mobilità sostenibile: nasce il nuovo ministero

26 febbraio: svolta green per il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti (Mit) che cambia nome in Ministero delle infrastrutture e della mobilità sostenibile (Mims). La mobilità sostenibile diventa dunque prioritaria per il dicastero. L’annuncio arriva dallo stesso ministero a seguito dell’approvazione del Consiglio dei Ministri. Il nuovo nome era stato proposto dal ministro Enrico Giovannini con il decreto-legge sulla riorganizzazione dei ministeri. Il cambiamento rispecchia la volontà del Mims di allinearsi alle attuali politiche europee e ai principi del Next Generation Eu. Giovannini, portavoce dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo sostenibile che promuove in Italia l’Agenda 2030 dell’Onu per la sostenibilità, sembra essere la persona giusta per questo obiettivo, secondo il sottosegretario Erasmo D’Angelis.

Come indicato dal presidente Draghi, la ripresa economica del paese deve necessariamente incrociarsi con uno sviluppo sostenibile sia sul piano sociale che ambientale. Il binomio rinascita economica-sostenibilità è dunque elemento fondante anche del nuovo dicastero.

Leggi anche: Nasce ufficialmente il Ministero alla Transizione Ecologica – L’Ecopost

Mario Draghi: cosa aspettarsi sulle politiche ambientali – L’Ecopost

Gli obiettivi del nuovo ministero della mobilità sostenibile

Dal nuovo nome trapelano le missioni del Mims. Fondamentale è rendere sostenibile ed ammodernare sia lo spostamento delle persone (mobilità) che le vie di comunicazione del Paese (infrastrutture) attraverso le risorse del Next Generation Eu. Infatti, sottolinea Giovannini:

“il rafforzamento e l’ammodernamento delle reti infrastrutturali e del settore della logistica, l’investimento in infrastrutture sociali e nelle diverse aree del sistema dei trasporti devono accompagnare e accelerare le trasformazioni in atto nel mondo delle imprese e dei consumatori nella direzione della sostenibilità.

 Il Ministero aprirà un dialogo intenso con gli operatori economici e sociali per identificare le azioni più idonee per accelerare questo percorso, tenendo conto anche delle nuove opportunità derivanti dai recenti orientamenti del mondo finanziario e delle politiche europee in materia”.

Qual è la storia del Mims?

Non è la prima volta che il ministero con competenze sulle reti infrastrutturali e sui trasporti cambia nome. Negli anni infatti ha assunto diverse denominazioni:

  •  Ministero dei Lavori Pubblici del primo governo dell’Italia unita con a capo Cavour
  • 1916: Ministero dei Trasporti Marittimi e Ferroviari,
  • 1963:  Ministero dei Trasporti e dell’Aviazione Civile,
  • 1974:  Ministero dei Trasporti,
  • 1993: Ministero dei Trasporti e della Marina Mercantile,
  • 1994: Ministero dei Trasporti e della Navigazione
  •  2001: Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, solo momentaneamente (dal 2006 al 2008 col governo Prodi II) scorporato in due ministeri (dei Trasporti e delle Infrastrutture) prima di essere riaccorpato nel 2008 dal governo Berlusconi IV.

Mobilità sostenibile non è la priorità: la critica di Conftrasporto

Critiche e preoccupazioni per questa svolta green arrivano da Conftrasporto. Secondo la confederazione infatti, è necessario prima di tutto un rilancio strutturale dell’autotrasporto. La politica economica italiana non ha una rete di trasporti adeguata e non è funzionale a dare competitività al nostro paese. Lo slancio ambientalista che permea il nuovo nome rischia dunque di mettere in ombra la risoluzione delle problematiche che da decenni affliggono il settore.

Mims, mobilità sostenibile e Recovery Plan

La tematica della mobilità sostenibile è al centro delle spinte che arriveranno dai significativi ed importanti investimenti del Recovery Fund. E’ fondamentale quindi che il Mims si allinei con la tabella di marcia del Recovery Plan, il cui piano italiano è in corso di aggiustamento proprio in questi giorni.

Infatti, sono 31,9 i miliardi del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), ovvero il Recovery Plan italiano, indirizzati alla macro area ‘’infrastrutture per una mobilità sostenibile’’.

Nel dettaglio, la maggior parte delle risorse (28,3 miliardi) sono destinate a ferrovie e strade, con un focus sul Mezzogiorno. Si punta a rafforzare le grandi linee di comunicazione del Paese (in primis ferroviarie), e a mettere in sicurezza viadotti e ponti stradali con sistemi di monitoraggio digitale. Gli altri 3,68 miliardi del Recovery Plan sono destinati all’intermobilità e alla logistica integrata, con investimenti per rendere i porti più competitivi e sostenibili.

Competenze e componenti del nuovo ministero

Il ventaglio delle competenze del ministero è davvero ampio:

  • strade e autostrade e ferrovie,
  • grandi infrastrutture strategiche,
  • porti,
  • aeroporti e interporti,
  • dighe e opere idriche,
  • edilizia scolastica,
  •  e-mobility con la conversione dei trasporti pubblici e privati in chiave green e l’automotive,
  • rigenerazione di periferie urbane,
  • edilizia e social housing,
  • soluzioni da smart city,
  • navigazione e altro. 

Il ministro ha annunciato cinque gruppi di lavoro interni per ripensare le infrastrutture, il sistema dei trasporti, l’edilizia, le città sostenibili. Essi si dedicheranno a:

  • progetti,
  • confronto con la Commissione Ue,
  • innovazioni normative,
  • l’innovazione interna,
  • nuovi sistemi informativi per monitorare la realizzazione delle opere,
  • valutazione dell’impatto economico, sociale e ambientale.

Interessante è la nomina da parte di Giovannini di Carlo Carraro. Carraro è un grande esperto di effetti dei cambiamenti climatici, con un quadro chiaro e concreto dei rischi e delle opportunità. Docente di economia ambientale e già rettore della Ca’ Foscari di Venezia, da almeno 20 anni, valuta gli altissimi costi in vite umane ed economici e produttivi del mancato adattamento al clima. La sua competenza contribuirà a definire gli interventi necessari per ridurre gli impatti del clima sul nostro territorio. Siccità sempre più prolungate, dissesto idrogeologico, alluvioni devastanti richiedono necessariamente un restyling e adeguamento delle infrastrutture.

Un ministero che lascia sperare

Secondo D’Angelis, l’impresa del ministero di Giovannini è un salto politico, culturale, tecnologico e industriale gigantesco. Tuttavia, si dice ottimista sulla riuscita delle ambizioni del Mims.  Afferma infatti che ”’l’Italia oggi è nelle condizioni di poter lanciare un ponte verso il futuro. Perché ne abbiamo le capacità e le competenze.”

Con la speranza che questo nuovo nome guidi davvero le azioni del ministero e non diventi un ennesimo caso di greenwashing, ci si augura che il Mims sia all’altezza delle sue ambizioni e dell’impellente, necessaria transizione green del nostro Paese.

Che cos’è l’overfishing?

Negli ultimi 55 anni è emersa la consapevolezza che gli oceani sono vulnerabili, le sue risorse esauribili. L’overfishing porta all’impoverimento dei mari in termini di biodiversità e di servizi. Ma in che modo possiamo contribuire noi consumatori? La risposta è non mangiando pesce.

Leggi anche: Allevamenti intensivi ittici: tra ecologia ed etica (lecopost.it)

“Seaspiracy” e l’insostenibilità della pesca (lecopost.it)

Che cos’è l’overfishing?

A livello mondiale l’overfishing o sovrapesca costituisce una delle più gravi minacce alla salute dei mari e dei loro abitanti. Se pescare in sé non è intrinsecamente dannoso per l’oceano, ciò che minaccia gli ecosistemi marini è il sovrasfruttamento delle risorse ittiche. Il termine overfishing indica un prelievo talmente eccessivo e veloce di specie di pesce dal mare da non permettere a queste di riprodursi.

Come spiega Greenpeace, il 63% dei pesci mondiali dei quali ci nutriamo viene pescato in quantità decisamente oltre quelle sostenibili dalla natura.sia in termini di possibilità riproduttive (gli animali sono troppo pochi e non fanno in tempo ad accoppiarsi) che in termini di biodiversità (l’assenza di anche solo una specie, provoca conseguenti mutazioni alla catena alimentare e modifica l’ambiente circostante).

La pesca eccessiva è strettamente legata al bycatch – la cattura accidentale di specie non desiderate. Parliamo di uno dei più gravi problemi legati alla pesca in tutto il mondo. Esso infatti causa l’inutile perdita di miliardi di pesci, insieme a centinaia di migliaia di tartarughe marine e cetacei.

Un po’ di storia dell’overfishing

È possibile rintracciare Il primo esempio di overfishing già all’inizio dell’800. La ricerca di grasso per l’olio per le lampade condusse ad una decimazione della popolazione delle balene. Inoltre, l’idea dell’inesauribilità delle risorse ittiche, sostenuta da diversi naturalisti dell’Ottocento, tra cui Huxley ha favorito questa pratica.

Tuttavia, fenomeni di overfishing rimanevano isolati e circoscritti: dalla fine del 20esimo secolo sono divenuti globali e catastrofici.

Da metà del secolo scorso infatti, gli stati hanno cominciato ad adottare diverse politiche per favorire un incremento dei rendimenti di pesca. Inizia l’era della pesca industriale, caratterizzata dallo sviluppo di tecnologie e strumenti sempre più aggressivi per la cattura dei pesci. Queste pratiche determinano la crescita esponenziale di prodotti ittici disponibili a prezzi accessibili, sempre più richiesti dai consumatori.

Questo circolo vizioso tra aumento della domanda e di conseguenza dell’offerta, vede presto i suoi frutti nel depauperamento delle risorse ittiche. Infatti, oltre a minacciare gli ecosistemi marini, l’overfishing minaccia la pesca stessa: dal 1950 al 2015, la quantità di pescherecci nel mondo è più che raddoppiata, a fronte di un calo di pescato a parità di lavoro dell’80%. Le riserve ittiche sono sempre più magre: il 29 per cento delle specie marine, usate per il commercio, hanno subito un collasso, in certi casi anche del 90 per cento. Ci troviamo in uno status in cui si pesca di più ma si cattura di meno.

Stime attuali di overfishing

Ad oggi, ogni persona mangia una media di 19,2 kg di pesce l’anno (circa il doppio rispetto a 50 anni fa) e la FAO predice che tale consumo arriverà a 21,5 kg nel 2030. Per soddisfare questa domanda, più del 55% degli oceani è nelle mani dell’industria della pesca.  

  • Oltre il 30% degli stock ittici è sovrasfruttato;
  • Il 60% è sfruttato al limite;
  • Solo il 7% è entro i limiti di sostenibilità.

Parlando delle specie di pesce che consumiamo più frequentemente, Greenpeace fa sapere che abbiamo perso il 99% delle anguille europee e il 95% del tonno australe, che i salmoni sono quasi del tutto scomparsi dall’Atlantico, sempre più squali e razze entrano nelle liste di animali a rischio estinzione, così come l’80 dei maggior predatori dei mari sono scomparsi dalle coste nord del Pacifico e dell’Atlantico

Pesci estinti entro il 2048

Di fronte al crollo delle grandi popolazioni di pesce, le flotte commerciali “avendo esaurito i grandi pesci predatori in cima alla catena alimentare, si concentrano sulle specie sempre più piccole, finendo infine a pescare i piccoli pesci e gli invertebrati precedentemente scartati”.


Questo cosiddetto “fishing down” sta innescando una reazione a catena che sta sconvolgendo l’antico e delicato equilibrio del sistema biologico del mare.

Uno studio sui dati di cattura pubblicato nel 2006 sulla rivista Science ha previsto che se i tassi di pesca continueranno a ritmo sostenuto, tutte le attività di pesca del mondo saranno crollate entro l’anno 2048.

Quali sono le possibile soluzioni?

Per arrestare il declino, secondo gli autori della ricerca, è necessario creare delle aree protette, dove sia salvaguardata la biodiversità e dove specie sull’orlo dell’estinzione, possano ricominciare a svilupparsi. Un processo abbastanza veloce: secondo i calcoli degli scienziati, con un buon ecosistema in tre, cinque, al massimo dieci anni, si potrebbero ripopolare di pesce molte zone. Inoltre, una migliore applicazione delle leggi che regolano le catture e un maggiore uso dell’acquacoltura possono contribuire alla risoluzione del problema.

Tuttavia, l’illegalità e la pesca insostenibile affliggono prepotentemente l’industria. Inoltre, sono i consumatori abituati a quantità di pesce sovrabbondanti e spesso inconsapevoli della provenienza del pescato che continuano a dare benzina a queste pratiche devastanti. Dunque, la soluzione più immediata ed efficace da parte nostra è non consumare pesce.


Deforestazione: ‘Quanta foresta avete mangiato, usato o indossato oggi?’

Dietro i prodotti di largo consumo, alcuni anche tipicamente italiani come il caffè, si cela una massiccia, sistematica deforestazione: è quello che emerge da un report del WWF (fonte di tutti i dati riportati in questo articolo)

Sembra che ci siamo abituati agli incendi in Amazzonia, alla scomparsa del polmone verde della terra, alla deforestazione. Notizie divenute abituali, niente che ci sconvolge (quasi) più: spesso l’abitudine ci fa dimenticare l’importanza delle foreste.

Negli ultimi 30 anni sono stati deforestati 420 milioni di ettari di terreni, più o meno come la superficie dell’intera Unione europea (UE). Il saldo tra deforestazione e creazione di nuove foreste è negativo per 178 milioni di ettari, un’area equivalente a quella della Libia. Ma a quale scopo?

Leggi anche: Deforestazione Amazzonia: quando la natura non ha voce (lecopost.it)

Quali sono le cause della deforestazione?

La conversione delle foreste in terreni agricoli è responsabile del 73% della deforestazione e ne è oggi la prima causa nelle aree tropicali e subtropicali del nostro pianeta.

È il Brasile il paese con il tasso di deforestazione più alto e raccapricciante. Negli ultimi 30 anni, 65 milioni di ettari di foresta amazzonica brasiliana sono stati trasformati in pascoli e campi coltivati. Questa espansione della produzione ha portato benefici sociali in alcune regioni. Sì, ma a che prezzo? Il prezzo è l’aumento delle disuguaglianze sociali in altre regioni, il contributo ai cambiamenti climatici a livello locale ed il potenziale di alterare il sistema climatico su scala planetaria.

Deforestazione incorporata: il ruolo dell’UE e dell’Italia

Ciò che viene sottolineato nel report è la stretta correlazione tra la deforestazione, in particolare in Sud America, ed il consumo di prodotti nell’UE ed in Italia.

Dal 2013 la commissione europea analizza tale relazione. Essa è riassunta nel concetto di ‘’embedded deforestation’’, cioè quanta ‘deforestazione è incorporata nella produzione di alcuni beni e servizi. Con le sue importazioni, risulta che l’UE è responsabile del 10% della deforestazione globale.

Deforestazione e Made in Italy?

Anche la responsabilità dell’Italia è tutto fuorché trascurabile. È diffuso infatti l’utilizzo di carni e mangimi provenienti da deforestazione indiretta per la produzione delle eccellenze del made in Italy, come salumi e formaggi. Non sono esenti nemmeno i prodotti IGP: ne è un esempio la bresaola, in parte proveniente da cosce congelate di zebù (Bos taurus spp) un bovino allevato prevalentemente in Brasile.

Quali sono i prodotti responsabili della deforestazione?

Soia, carne di manzo, legno e olio di palma, i principali, a cui si aggiungono caffè, pellame ed i lattiero-caseari.

Carne bovina

L’allevamento bovino è il primo driver della deforestazione. Circa l’80% della distruzione della Foresta Amazzonica deriva da questo settore. Un quinto (17%) della carne bovina importata in Unione europea dal Brasile è legato alla deforestazione illegale. Anche l’Italia importa 1/3 delle carni bovine dall’Amazzonia , rendendo il Brasile la prima fonte di carne proveniente dall’estero . Il nostro Paese ha indotto in media una deforestazione che va da 11.153 ha/anno (ipotesi di massimo) a circa 5.900 (ipotesi di minimo).

Soia

Segue la soia, la cui produzione è aumentata negli ultimi 50 anni a causa dell’incremento del consumo di carni: la soia è destinata infatti per l’80% alla produzione di farine usate. Di questo, il 97% è destinato ai mangimi animali. E’ il Brasile il maggiore produttore e L’UE è al secondo posto al mondo per importazione di questo legume, dopo la Cina. Bisogna sottolineare che un quinto della soia importata in UE dal Brasile è legata a deforestazione illegale. L’Italia è al terzo posto in UE per importazioni di farina di soia che hanno indotto una deforestazione media di circa 16.000 ha/anno.

Caffè

Dopo l’acqua, il caffè è la bevanda più consumata al mondo, ogni giorno.

Secondo i dati, la produzione di caffè dovrà triplicare entro il 2050 per soddisfare la domanda globale: il 60% dell’area che sarebbe idonea a coltivare il caffè nel 2050 è oggi coperta da foreste. L’Europa rappresenta il 33% del consumo globale di caffè. I Paesi da cui proviene il caffè bevuto in Europa sono il Brasile (il 31% delle importazioni extra-Ue) e Vietnam (22%). L’Italia è il secondo maggiore importatore di caffè in UE, dopo la Germania.

Legno

Nell’ambito dei settori legno-arredo e della carta l’Italia riveste un doppio ruolo: da un lato quello di un importatore pressoché netto di materie prime grezze e/o semilavorate, dall’altro quello di un forte esportatore di prodotti finiti.

La deforestazione potenziale associata all’import italiano di legno e prodotti derivati tra il 2010 e il 2018 oscilla complessivamente tra 99.135 ha (stima per difetto) e 313.896 ha (stima per eccesso), il 95% dei quali dovuti all’import diretto.

Pellame

L’Italia ha un ruolo da protagonista in questo ambito per quanto riguarda l’approvvigionamento della pelle, di cui è il massimo importatore al mondo, per fornire alcune delle più importanti industrie del Made in Italy: moda, arredamento, automotive. L’Italia è il 2° maggiore importatore al mondo di pelli dal Brasile, dopo la Cina. Comprare pellame in Brasile significa essere di fronte ad un alto rischio di avere a che fare con la deforestazione.

Cosa significa quindi davvero ‘’qualità’’ ed ‘’eccellenza’’? Siamo spesso ignoranti circa l’origine dei prodotti che consumiamo abitualmente. Forse, scorgere dietro le etichette l’ombra di una sistematica deforestazione può insegnarci ad adottare un’inedita, più responsabile prospettiva per rispondere a queste domande.

Consigliamo la visione del documentario Deforestazione Made in Italy , ”una storia che mette in discussione il concetto di “eccellenza”, indagando angoli bui di un sistema di produzione globalizzato.”

Frasi sull’ambiente e citazioni, la nostra raccolta

Come redazione, ci affidiamo ogni giorno ai dati ed ai numeri per raccontare la crisi climatica in modo trasparente, obiettivo, inopinabile. Questi numeri e dati stupiscono ed indignano, ma bisogna che suscitino emozione per non rimanere sulla carta. Rimangono un grido fine a se stesso se non riusciamo ad interiorizzare ciò che raccontano .

Parlare di ambiente significa anche provare a stimolare l’intima connessione con la natura che, come esseri viventi, è intrinseca nella nostra natura. Connessione che difficilmente riesce ad emergere nella nostra frenetica società del consumo, dove sembra non esserci molto spazio per meravigliarsi della natura intorno a noi.

Ecco quindi a voi una raccolta di frasi sull’ambiente di artisti, leader, attivisti e scienziati che speriamo possa stimolare quella scintilla in grado di accendere quel primordiale, spontaneo ed universale amore e rispetto per il nostro Pianeta.

Leggi anche: Comunicare la sostenibilità in maniera positiva è la chiave – L’Ecopost

Frasi sull’ambiente di leader e politici

” Dobbiamo affrontare l’attacco alla democrazia e alla verità, un virus impetuoso, ingiustizie e razzismo, la crisi climatica… saremo giudicati, voi ed io, da come risolveremo le crisi della nostra epoca” Joe Biden

E per fare ciò c’è bisogno delle parole giuste e dell’ispirazione che può scaturire da esse.

”La finanza soffoca l’economia reale. Non si è imparata la lezione della crisi finanziaria mondiale e con molta lentezza si impara quella del deterioramento ambientale” – Papa Francesco

”La terra fornisce abbastanza risorse per soddisfare i bisogni di ogni uomo, ma non l’avidità di ogni uomo” Mahatma Gandhi

Frasi sull’ambiente di scrittori e artisti

”Grazie a dio gli uomini non possono ancora volare e sporcare i cieli cos’ come fanno con la terra!” Henry Thoureau 1817 – 1862

”Forse il mio cuore è il mondo” Else Lasker-Schüler

”Questo è un altro aspetto rasserenante della natura: la sua immensa bellezza è lì per tutti nessuno può pensare di portarsi a casa un’alba o un tramonto” Tiziano terzani

”Finchè ci sarà l’autunno, non avrò abbastanza mani, tele e colori per dipingere la bellezza che vedo.” Vincent Van Gogh

”La natura non è un posto da visitare. È casa nostra” Gary Snyder

”La mia anima non può trovare nessuna scala per il paradiso che non sia la bellezza della terra” Michelangelo Buonarroti

”La ricchezza che raggiungo viene dalla natura, la fonte della mia ispirazione” Claude Monet

Frasi di scienziati, ricercatori ed attivisti

”Nel novecento la popolazione si è moltiplicata pe r4 , l’economia per 24, la produzione industriale per 40 il consumo energetico per 16, le emissioni di co2 per 17, il consumo di acqua per 9, la pesca marina per 35, le foreste si sono ridotte del 20%. E siamo finiti sull’orlo della sesta estinzione di massa.” Antonio Cianciullo

”Gli alberi rimangono intatti se tu te ne vai, ma tu no, qualora se ne vadano loro” Markku Envall,

”Se avrò dei bambini un giorno mi chiederanno come mai non avete fatto niente quando era tempo di agire. Dite di amare i vostri figli sopra ogni cosa ma state rubando loro il futuro” Greta Thunberg

”Quel che vedo nella natura è una struttura magnifica che possiamo capire solo molto imperfettamente, il che non può non riempire di umiltà qualsiasi persona” Albert Einstein

”Non ci sono passeggeri sul ”battello terra” siamo tutti membri dell’equipaggio” Marshall McLuhan

”L’umanità è in marcia, si è lasciata la terra alle spalle” David Ehrenfeld

”Ricordati di guardare alle stelle, cerca di dare un senso a quello che vedi e chiediti quello che fa vivere l’universo. Sii curioso.” Stephen Hawking

Per rimanere aggiornato segui la categoria ”Frasi sull’ambiente” sulla nostra pagina Instagram! Eco.Post su Instagram: Frasi sull’ambiente • Instagram

Animali in via di estinzione nel mondo ed in Italia

La sesta estinzione di massa sta accelerando ad un ritmo vertiginoso e così il numero di animali in via di estinzione. Gli attuali tassi di scomparsa per le specie sono 100-1000 volte maggiori rispetto a quelli precedenti. Oggi, molte delle specie esistenti sono sull’orlo del precipizio, in particolare tra i vertebrati. Il 21% delle specie di uccelli, il 27% delle specie di mammiferi e il 36% delle specie di anfibi sono minacciate dall’estinzione.

Sono i dati riportati dall’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN) . L’IUCN nel 1964 ha istituito una “lista rossa” delle specie minacciate e ha iniziato ad organizzare i dati raccolti in tutto il mondo. La lista è divenuta il più importante database globale ed uno strumento essenziale per la politica di conservazione. Gli animali elencati in questo articolo sono tra le oltre 35.000 specie di animali e piante che IUCN ha dichiarato a rischio di estinzione. Le stime dell’IUCN si basano tuttavia sulla valutazione di solo 106.000 specie delle oltre 1,5 milioni di specie di animali e 300.000 piante che gli scienziati hanno descritto e nominato. Queste, secondo le loro stime, sono comunque meno di un quarto di ciò che c’è realmente là fuori.

Un recente rapporto intergovernativo sulla crisi della biodiversità ha stimato che l’estinzione minaccia fino a un milione di specie animali e vegetali, note e sconosciute.

Cosa causa l’estinzione degli animali?

Attualmente, più del 99% delle estinzioni delle specie attuali sono attribuibili all’attività antropica.

Come riportato dal WWF e da National Geographic, la perdita e la degradazione degli habitat naturali è la più grande minaccia per gli animali in via di estinzione. La distruzione degli habitat è causata principalmente dalla conversione della terra per le attività dell’uomo quali agricoltura, commercio, edilizia abitativa anche attraverso la deforestazione. Questo è particolarmente evidente nelle foreste tropicali.

Un’altra causa è l’introduzione di specie “aliene” (non autoctone) dannose che interessa quasi tutto il mondo. 

Tra le cause direttamente riconducibili all’uomo emerge il bracconaggio, l’uso non sostenibile e il commercio illegale di alcuni animali che rappresentano una grave minaccia anche per la sopravvivenza degli ecosistemi in cui queste specie naturalmente vivono. Infine, il sovra sfruttamento delle risorse, i cambiamenti climatici e l’inquinamento sono tra le altre cause dell’estinzione degli animali direttamente o indirettamente imputabili all’attività antropica.

Quali sono gli animali in via di estinzione nel mondo?

Come sottolineato, gli animali in via di di estinzione sono tantissimi e potete trovare una lista completa qui. Di seguito, ecco 10 delle specie più a rischio del regno animale: (Fonte: IUCN)

Orso polare

Esemplari rimasti: circa 22.000

L’orso polare sta scomparendo insieme all’ambiente in cui vive. Il surriscaldamento globale sta provocando lo scioglimento del Polo Artico, l’habitat dell’orso polare da cui dipende la sua sopravvivenza e alimentazione

Leggi anche: Estinzione: a rischio orsi polari e squali (lecopost.it)

Rinoceronte di Giava

Esemplari rimasti: circa 60

Il bracconaggio indiscriminato ha dichiarato l’inesorabile condanna a morte di questo enorme rinoceronte asiatico, un tempo largamente diffuso dalle isole di Giava e di Sumatra in Indonesia fino all’India e alla Cina, Il suo corno, particolarmente richiesto nella medicina tradizionale cinese, può valere oltre 30.000 $ al chilo sul mercato nero.

Tigre

Esemplari rimasti: circa 4.000

Quattro specie di tigre non esistono più e ne sono rimaste solo cinque sottospecie che si trovano sul territorio asiatico. La tigre è uno degli animali più minacciati dal commercio illegale e dal bracconaggio e viene cacciata per la pelle, gli occhi, le ossa e persino gli organi. Nel mercato illegale, l’intera pelle di questa creatura può costare fino a 50.000 dollari.

Tartarughe marine

Le tartarughe, purtroppo, scambiano la plastica che galleggia nell’oceano per cibo, il che le porta alla morte. Perdono il loro habitat anche a causa della costruzione di massa di grandi hotel in prima fila sul mare, luogo dove invece dovrebbero deporre le uova. Inoltre, Secondo le stime del WWF, ogni anno circa 150mila tartarughe marine finiscano catturate negli attrezzi da pesca nel Mediterraneo e  di queste oltre 40.000 muoiono.

Gorilla di montagna

Esemplari rimasti: circa 800

Gli ultimi esemplari rimasti sono confinati nella regione dei Monti Virunga, al confine tra Uganda, Ruanda e Repubblica Democratica del Congo, e all’interno dell’impenetrabile foresta di Bwindi, nell’Uganda sud-occidentale. La progressiva riduzione del suo areale, le minacce provocate dal bracconaggio intensivo e la preoccupante deforestazione, riducono all’osso le risorse naturali indispensabili alla sua sopravvivenza. Consigliamo la visione del documentario ”Virunga”’ (2014)

Leopardo dell’Amur

Esemplari rimasti: 35-50

È considerato il felino più raro al mondo. L’agricoltura intensiva, la frammentazione degli habitat, la colonizzazione urbana e il bracconaggio a scopo commerciale hanno inesorabilmente ridotto al minimo le popolazioni di questo animale, originario delle zone montane della taiga e delle foreste temperate della Corea, Cina nord-orientale e Russia orientale.

Elefante di Sumatra

Esemplari rimasti: 2000-2500

Questo animale una delle specie più a rischio di tutto il regno animale. Negli ultimi 25 anni, questa specie endemica di Sumatra ha perso l’80% del suo habitat originario, principalmente a causa dell’intensa deforestazione operata per fare spazio alle dilaganti piantagioni di olio di palma e all’agricoltura intensiva.

Orango di Sumatra

L’orango di Sumatra è il più grande primate asiatico, dopo l’uomo, ed è la più rara delle due specie esistenti di orango. Si caratterizza per un pelo rossiccio, questo animale vive nelle foreste pluviali dell’Indonesia ma a causa dei numerosi incendi che distruggono le foreste per dare spazio alle coltivazioni intensive di palme da olio, la loro esistenza è sempre più a rischio, e l’orango è ormai diventato il simbolo della deforestazione e della scomparsa degli habitat naturali.

Vaquita

Esemplari rimasti: circa 12

La Vaquita è una rarissima specie di focena che vive nel Golfo della California. Ancora da ricondurre al comportamento umano le cause del declino della vaquita, le cui popolazioni sono state sterminate dalle reti da pesca e avvelenate dall’inquinamento marino, in particolare dai pesticidi clorinati riversati nelle acque dalle industrie costiere.

Saola

Esemplari rimasti: circa 500

Si tratta di un animale sconosciuto ai più (sicuramente non ne avrete mai sentito parlare), il Saola, o bue di Vu Qang è uno dei mammiferi più rari al mondo. Il suo nome significa “corna affusolate”, viene chiamato anche “l’Unicorno d’Asia” e vive in un’area ristretta tra la Riserva Naturale di Vu Quand e Laos, vicino al confine col Vietnam La deforestazione e la caccia selvaggia hanno ridotto all’osso la popolazione di questo animale molto raro, e la sua impossibilità a vivere in cattività rende difficile la sua tutela.

Animali in via di estinzione in Italia

Per quanto riguarda l’Italia, la lista rossa degli animali in via di estinzione italiani riporta che complessivamente il 31% dei vertebrati italiani sia minacciato. In ambiente terrestre le principali minacce ai vertebrati italiani (esclusi gli uccelli) sono la perdita di habitat (circa il 20% delle specie) e l’inquinamento (15% circa) Il rischio è quello di veder scomparire ben 266 specie considerate dagli esperti internazionali animali a rischio di estinzione in Italia.

Ecco alcune delle specie a rischio di estinzione nel nostro Paese: (Fonte: Lista rossa dei vertebrati italiani)

Orso Bruno Marsicano

L’orso bruno ha visto drasticamente ridursi il suo habitat e il numero dei suoi esemplari. Ad oggi si contano appena una cinquantina di esemplari, raccolti all’interno del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise

Aquila del Bonelli

Ne rimangono meno di venti coppie ormai concentrate nella sola Sicilia, sempre più minacciate dalla trasformazione degli habitat più idonei in particolare dall’agricoltura intensiva e dalle infrastrutture.

Diverse specie di farfalle diurne

Fondamentali per l’impollinazione e legate agli spazi aperti di prati, pascoli e praterie in Italia il 13% delle farfalle diurne è classificato come a rischio estinzione, su un totale di 288 specie autoctone inserite nella Lista Rossa. Tra le cause, anche la riforestazione naturale, conseguenza dell’abbandono delle aree rurali, ma anche l’intensificazione dell’agricoltura 

Stambecco alpino

Lo stambecco è senza dubbio una delle specie simbolo dell’arco alpino, ed oggi ne esistono soltanto 53 colonie frutto di un importante lavoro di ripopolamento dopo che, verso la fine del secolo scorso, era quasi totalmente scomparso dall’Italia. 

Cosa perdiamo quando perdiamo una specie?

Come afferma Elizabeth Kolbert su National Geographic, vincitrice del premio Pulitzer, bisogna pensare ad una specie come ad un pezzo di un puzzle. Che si tratti di una scimmia o una formica, ogni specie ci offre una risposta alla domanda ‘’come vivere sul pianeta Terra’’ . Il genoma di una specie è una sorta di manuale; quando la specie si estingue, quel manuale va perso. In questo senso, stiamo distruggendo la biblioteca della vita. Data la frequenza delle estinzioni, ci stiamo abituando ad essa. Scoprire la varietà delle specie viventi contribuisce ad arginare questa desensibilizzazione e ci insegna quanto sia essenziale ogni specie che si sta perdendo.

Treno Maya, la ferrovia che minaccia la giungla

Ascolta il podcast di introduzione all’articolo!

MESSICO – Il megaprogetto Treno Maya (Tren Maya in spagnolo) è motivo di vanto per il presidente di sinistra Andrés Manuel López Obrador. Eppure, quello che è iniziato come uno dei più grandi progetti di turismo sostenibile dell’attuale presidente, diventerà l’investimento più dannoso per l’ecosistema.

Si tratta della costruzione di una linea ferroviaria di circa 950 km che collegherà i cinque stati sud-orientali del Chiapas, Tabasco, Campeche, Yucatán e Quintana Roo in un circuito turistico. L’obiettivo è quello di portare i turisti che si riversano su Cancún, Tulum e altre città costiere con le loro ricchezze all’interno della penisola dello Yucatán – che contiene alcuni degli stati più poveri del paese.

 Le rotaie dunque, promuoverebbero lo sviluppo socio-economico del sud e del sud-est del paese come anche la storia e la cultura degli indigeni ai turisti.

Con lo scoppio della pandemia COVID-19, il presidente ha colto la palla al balzo per sottolineare  l’importanza del progetto che, a suo dire, darà forte impulso all’industria del turismo in difficoltà e accelererà la ripresa del Messico dalla crisi economica.

Tuttavia, dietro queste luminose aspettative si nasconde una realtà molto pericolosa: l’impatto ambientale del treno maya è infatti disastroso.

Il Treno Maya è ”un atto di guerra” per le comunità indigene

Gli attivisti e molte comunità indigene avvertono che il treno devasterà l’ecosistema del Messico meridionale.

Anche secondo El Universal, “il progetto viene portato avanti senza considerare gli impatti ambientali che può causare”. La deforestazione è tra i motivi di maggiore preoccupazione.

Il treno attraverserà una delle foreste pluviali più importanti delle Americhe, dopo l’Amazzonia: la riserva della biosfera di Calakmul della giungla Maya. Calakmul è l’unica giungla a fusto alto di tutta la penisola dello Yucatan. Costituita da quasi 3.000 miglia quadrate di giungla è un punto focale per la biodiversità ed ospita un gioiello archeologico: l’antica città Maya di Calakmul.

Il Treno Maya deforesterà la giungla

In un rapporto presentato dal Fondo Nazionale per la Promozione del Turismo (Fonatur) emerge che il 24% dell’area interessata dalla costruzione della ferrovia fa parte proprio della giungla maya. In quest’area, più di 10.000 alberi saranno tagliati per fare spazio alle rotaie.

La deforestazione su larga scala ha già interessato quest’area, oltre che tutto il paese. Secondo uno studio del 2017 del “Center for Social Studies and Public Opinion”, circa il 90-95 per cento del Paese è già stato deforestato, collocando il Messico accanto ad Haiti ed El Salvador come uno dei Paesi con la più grande perdita di alberi al mondo.

In particolare, negli ultimi 20 anni, le foreste tropicali della penisola dello Yucatán, le foreste tropicali sono state rase al suolo per fare spazio agli allevamenti industriali di maiali e ai campi di soia e di palma da olio, secondo Greenpeace Messico.

Oltre al treno passeggeri, il governo prevede di utilizzare i binari per il trasporto di merci. Il timore è che la ferrovia incentivi una maggiore produzione di merci – soprattutto olio di palma e soia. Questi prodotti derivano, come già sottolineato, da pratiche agricole insostenibili che già provocano la deforestazione della zona.

La ferrovia minaccia anche la flora della giungla. Lo Yucatán è un habitat molto importante per il giaguaro ed ospita cinque specie in via d’estinzione.

Infine, nella valutazione di impatto ambientale (MIA) viene riportato che il treno è alimentato a gasolio, uno dei combustibili fossili più dannosi per l’ambiente.

Leggi anche: Deforestazione Amazzonia: quando la natura non ha voce

Un’altra Cancùn?

 Inoltre, il turismo di massa aggreverà gli impatti del cambiamento climatico come già successo nelle località di Cancùn e Tulum.

Dal 2011 al 2012 il numero di turisti a Cancùn è aumentato del 16,9% e ha continuato a crescere tra il 2% e il 5% annuo da allora fino al 2017.

Uno dei tanti esempi degli effetti dell’overturism in quest’area è la morte del 30% del corallo in un parco della barriera corallina di Quintana Roo avvenuta in poco più di quattro mesi a causa del riscaldamento delle acque.

Leggi anche: Happy World Reef Day, persi l’80% dei coralli

Il treno maya è un esempio dei megaprogetti che, insieme alla costruzione di beni immobili, stanno trasformando la penisola dello Yucatán e sono problematici. E’ quello che afferma Casandra Reyes García, biologa del Centro di Ricerca Scientifica dello Yucatán e coautore dello studio “Mayan Train”: Perché i biologi sono così preoccupati?”, Essi  includono anche progetti destinati alla transizione energetica verso l’energia eolica e solare.

Il Treno Maya come emblema di sviluppo insostenibile

Se fossero ben sviluppati, tutti questi progetti potrebbero davvero giovare alla popolazione. “Tuttavia, quello che stiamo vedendo è che questi progetti sono realizzati su aree che un tempo erano giungle: dunque richiedono la rimozione di uno strato di alberi e l’eliminazione di 10 centimetri di terreno”, ha sottolineato Reyes.

Un tempo considerato leader nell’azione per il clima tra i Paesi a basso e medio reddito, il Messico sta ora scommettendo su una serie di progetti infrastrutturali costosi dal punto di vista ambientale per dare impulso allo sviluppo e rilanciare l’economia. Quest’approccio è emblematico di una delle maggiori ideologie alla base della distruzione dell’ambiente: l’idea che lo sviluppo sia unilateralmente destinato alla crescita economica. Alla luce di ciò, ci si sente dunque giustificati a fare letteralmente terra bruciata tutt’intorno. Una tale prospettiva a breve termine che consideri ancora ambiente e sviluppo come due facce di una diversa medaglia è inconcepibile ed insostenibile.

Ambiente nella Costituzione: Macron propone referendum

Il 14 dicembre il presidente Macron ha annunciato di voler indire un referendum per modificare l’articolo 1 della Costituzione francese. La revisione costituzionale sancirebbe l’introduzione della protezione della biodiversità, della tutela dell’ambiente e della lotta ai cambiamenti climatici nella Costituzione. L’annuncio è avvenuto a conclusione dell’incontro con la Convenzione sul clima (costituita da 150 cittadini estratti a sorte per valutare misure volte alla lotta ai cambiamenti climatici).  

Leggi anche: Ecocidio: “Che cos’è e perché si vuole introdurre”

Forti critiche al referendum

Il rischio, tuttavia, è che il progetto del referendum potrebbe rimanere nel cassetto.

Secondo l’articolo 89 della Costituzione, infatti, Il progetto o la proposta di revisione deve essere votata prima dall’Assemblea nazionale e poi dal Senato in “termini identici.” Come spiega Jean-Philippe Derosier, professore di diritto pubblico e costituzionalista all’Università di Lille, il problema sorge per il Senato. Con una maggioranza di destra, il Senato è politicamente contrario a Macron. Non c’è motivo per cui dovrebbe fare un simile regalo al capo di stato: una revisione costituzionale di successo sarebbe infatti una vittoria per il presidente. A conferma di ciò, Bruno Retailleau, presidente del gruppo dei “I Repubblicani”, che ha la maggioranza in Senato, si è espresso duramente contro il referendum. Per il senatore, il progetto è un ‘’coup de com’’, una trovata pubblicitaria di Macron per “mascherare i suoi scarsi risultati ecologici.”

Critiche sullo stesso tono piovono da tutti gli schieramenti politici.

Marine Le Pen considera il referendum una “manovra politica” del capo di stato. Il leader dei deputati della LR, Damien Abad, ha giudicato su Public Sénat che si trattava di una “strumentalizzazione dell’ecologia a fini politici”. Anche per i deputati ambientalisti Yannick Jadot e Matthieu Orphelin, il referendum è una trovata ed una strategia politica. Perfino GreenPeace ha commentato il referendum come “essenzialmente simbolico”.

Introdurre la tutela dell’ambiente nella Costituzione è giuridicamente rilevante?

La proposta, in effetti, sembra essere la carta luccicante di un pacco sostanzialmente vuoto.

Giuridicamente, essa appare infatti inutile: gli obiettivi della proposta hanno già valore costituzionale. Dal 2005, la Carta dell’ambiente fa parte del blocco di costituzionalità essendo stata inserita nel preambolo della Costituzione.

La carta mira a specificare i diritti e i doveri dei francesi riguardanti l’ambiente. L’articolo 1 di questo testo afferma che “ognuno ha il diritto di vivere in un ambiente equilibrato e rispettoso della salute.” L’articolo 2 stabilisce il “dovere di preservare e migliorare l’ambiente” come uno dei requisiti che le leggi dovranno rispettare. Questi diritti e doveri dunque fanno già parte dell’ordinamento giuridico francese ed hanno valore costituzionale. Sono stati inoltre convalidati dalla giurisprudenza. Nel 2019, ad esempio, il Consiglio costituzionale ha invocato la Carta per sancire la salvaguardia dell’ambiente come una questione più importante della libertà d’impresa.

Il valore costituzionale della Carta è un argomentazione rilevante che rappresenta una solida base per il “no” del Senato.

Ma i francesi credono nel referendum?

Sembra dunque che la revisione costituzionale sia solamente simbolica. Ma un simbolo, un referendum richiede almeno il sostegno entusiasta da parte dei cittadini. Eppure, la decisione del referendum è stata accolta con cautela dai francesi. Secondo un sondaggio, solo il 35% della popolazione vuole partecipare. Nel dettaglio, il 12% dei francesi dice che è “improbabile” che si rechi a votare e l’8% è “assolutamente certo” che non parteciperà.

L’organizzazione di un tale referendum potrebbe quindi essere un fallimento. Da un lato, solo una lieve maggioranza (53%) ritiene che il referendum contribuirà a rafforzare la tutela dell’ambiente  in Francia. Il 62% degli intervistati ritiene che questo referendum sia “una manovra” da parte di Emmanuel Macron. Lo scopo è di ” conquistare l’elettorato ambientalista a poco più di un anno dalle elezioni presidenziali.”

Ambiente & Costituzione: valore simbolico vs. impegno concreto

La proposta farà parte di un progetto di legge sul clima che traduce in legge circa la metà delle 149 proposte della Convenzione. Le misure proposte dalla Convenzione sono davvero concrete e significative per ridurre le emissioni di gas serra. Includono, ad esempio, la ristrutturazione termica obbligatoria degli edifici, il divieto di pubblicità per i prodotti più inquinanti e l’abolizione di quasi tutti i voli nazionali in aereo. Tuttavia, al di fuori della proposta di riforma costituzionale, non sappiamo quali tra queste saranno adottate. Se queste misure più incisive non venissero approvate, la revisione costituzionale apparirebbe soltanto come un diversivo per distogliere l’attenzione dalla mancata adozione di misure effettive.

Il valore simbolico del referendum non va comunque ignorato. La proposta, infatti, pone più che mai l’ambiente al centro del dibattito pubblico e politico. Essa erge a valore costituzionale la lotta ai cambiamenti climatici e la protezione della biodiversità, ponendoli al pari dei diritti umani. Questo significa consacrare l’interesse collettivo per la tutela dell’ambiente. Significa cristallizzare diritti e doveri in merito alle questioni ambientali . Tuttavia, un simbolo non può e non deve sostituire l’impegno concreto, in questo caso del governo francese.