Isola di plastica. Cos’è? Dov’è? Come si forma?

Si stima che, ogni anno, dai fiumi si riversino nell’oceano da 1,15 a 2,41 milioni di tonnellate di rifiuti plastici. Più della metà di questa plastica è meno densa dell’acqua, perciò non affonda quando è nel mare. Quella più resistente può galleggiare nell’ambiente marino e può essere trasportata su lunghe distanze; persiste sulla superficie del mare mentre si fa strada al largo, con le correnti. Infine, si accumula in un’area generata da un vortice: un’isola di plastica.

isola di plastica

Una volta che queste plastiche entrano nel moto rotatorio, probabilmente non lasceranno l’area fino a quando non si degraderanno in pezzi minuscoli. Infatti, con l’effetto del sole, delle onde e della vita acquatica, il materiale si trasforma in particelle, generalmente più piccole di un millimetro, denominate microplastiche. Poiché sempre più materiale di questo tipo è disperso nell’ambiente, la sua concentrazione nelle aree marine continuerà ad aumentare, se non si interverrà meglio di quanto non si stia già facendo.

La scoperta della grande isola di plastica nel Pacifico

Charles Moore fu il primo a dare l’allarme. Capitano di una barca e oceanografo americano, egli rimase allibito quando, di ritorno da una regata nel 1997, incontrò un’isola di plastica così larga che gli ci vollero sette giorni per attraversarla. Quello che trovò, ha poi mobilitato la comunità scientifica; il Great Pacific Garbage Patch, alias Pacific Trash Vortex o “Grande chiazza di immondizia del Pacidico”, situato tra il Giappone e le Hawaii – più precisamente tra il 135° e il 155° Meridiano Ovest e fra il 35° e il 42° parallelo Nord – è l’accumulo più grande di tutti i mari, oltre che uno dei più grandi simboli della crisi ambientale.

Oggi, secondo uno studio scientifico pubblicato su Nature, si ritiene che l’isola di plastica nel Pacifico sia come un continente di rifiuti in costante crescita, che misuri circa 1,6 milioni di km², ma alcune stime parlano anche di un’estensione che arriva fino a 10 milioni di km² e che contenga almeno 3 milioni di tonnellate di rifiuti. Per dare un’idea delle sue dimensioni, la superficie di questa isola di plastica è oltre tre volte quella della Francia e potrebbe occupare fino al 5,6% della superificie totale dell’OCeano Pacifico. Nonostante le sue dimensioni, più del 90% è costituita da minuscoli frammenti.

Le altre isole di plastica sparse per il mondo

Ci sono almeno altre cinque isole di plastica, di dimensioni più ridotte, collocate nell’Oceano Indiano, nel Nord Atlantico, nel Sud Pacifico, nel Sud Atlantico e nel Mar Mediterraneo. Secondo l’ordine indicato, il rapporto di queste superfici rispetto al Great Pacific Garbage Patch equivale a 0,65 (O. I.), 0,47 (N. A.), 0,25 (S. P.), 0,15 (S. A.) e 0,12 (M. M.). In totale, 5,25 trilioni di pezzi di plastica, per un peso peso di 269.000 tonnellate, sarebbero distribuiti nell’oceano.

In particolare, nel Mar Mediterraneo, l’area che si sta formando è il doppio più densa di quella del Pacifico. Situata tra Elba e Corsica, questo accumulo (tra le 1.000 e le 3.000 tonnellate) è probabilmente legato al forte impatto umano e all’idro-dinamica di questo bacino semi-chiuso. Qui, data la ricchezza biologica e la concentrazione di attività economiche, si prevede che gli effetti sulla vita marina saranno ancora più dannosi.

Nell’Atlantico invece lo stesso fenomeno ha contribuito a generare il “North Atlantic garbage patch” che, seppur di minori dimensioni, è comunque comparabile a quella del Pacifico per densità dei rifiuti presenti.

Origine dell’isola di plastica del Pacifico

Dunque, quali sono i fattori per cui la plastica raggiunge l’oceano?

Le fonti sono disparate, ma le più grandi sono le industrie che scaricano i rifiuti in mare, per caso o di proposito (illegalmente). Può anche provenire da navi da pesca, navi porta-container, piattaforme petrolifere. Anche il turismo origina rifiuti. Ad esempio, chi frequenta la spiaggia, non sempre getta l’immondizia negli appositi contenitori. Invece, in città, la spazzatura gettata a terra può finire nel sistema di acqua piovana ed essere riversata in mare. In ogni caso, si stima che l’80% della plastica provenga da fonti terrestri.

Per di più, la produzione globale di materie plastiche continua a crescere e, di questa, gran parte finisce in mare. Se le discariche non sono gestite adeguatamente, grandi quantità di questo materiale possono facilmente essere trascinate via dal vento o dall’acqua piovana. Altre fonti sono meno evidenti, come i pneumatici che si usurano, che lasciano sulle strade frammenti minuscoli, che poi finiscono nelle fognature.

Così come un contributo alla formazione di questo immenso tappeto di rifiuti è stato probabilmente dato anche dal Maremoto che ha colpito del Giappone del 2011. Tra le altre concause anche il rovesciamento di Container della navi cargo contenenti scarpe, giocattoli e altri beni prodotti principalmente in plastica.

L’accumulo dei detriti presenti nel Pacific Garbage Patch, secondo le più importanti stime, è iniziato negli Anni ’80.

Anche il Mediterraneo si sta riempiendo di plastica

Chi pensa che quello dell’isola di plastica sia un problema lontano si sbaglia di grosso. Tra l’Isola d’Elba e la Corsica è stata avvistata una chiazza di rifiuti lunga, per ora, qualche decina di chilometri, ma in continua espansione. La densità dei detriti presenti sembra sia maggiore rispetto a quella delle altre isole presenti nel Pacifico. L’origine di questi rifiuti sono i grandi fiumi che sfociano nel Tirreno come l’Arno, il Tevere ed il Sarno. Inutile specificare come la plastica finisca in questi fiumi. I responsabili siamo noi.

Secondo il WWF nel Mar Mediterraneo sono già presenti oltre 570 mila tonnellate di rifiuti plastici. Un dato preoccupante ed in continuo aumento. Un fenomeno che va assolutamente contrastato, per tanti motivi.

Conseguenze sulla fauna marina

Quando la plastica si frantuma, una parte affonda nel mare, dove può soffocare le creature acquatiche. Inoltre, date le basse temperature dell’oceano, la plastica frantumata rilascia sostanze chimiche che non si trovano in natura, tra cui il bisfenolo A (BPA), oligomeri a base di polistirolo e altri che sono dannosi per la crescita e lo sviluppo della fauna marina.

Non di meno, si stima che centinaia di tartarughe liuto (le più grandi al mondo) muoiano perché ingoiano vari pezzi di plastica, destino comune per oltre 100.000 mammiferi marini, ogni anno. Ci sono state diverse lontre marine soffocate con anelli di polietilene, gabbiani e cigni strangolati da lenze da pesca e reti di nylon. Altre creature marine hanno inghiottito oggetti come cannucce, tappi e vari giocattoli, poiché, a causa della loro dimensione e del loro colore, gli animali confondono la plastica con il cibo.

https://www.youtube.com/watch?v=6HBtl4sHTqU

Per citare un esempio recente, il National Geographic ha pubblicato un altro articolo a proposito di una femmina di capodoglio incinta, che è stata trovata morta su una spiaggia fuori Porto Cervo, in Sardegna, a causa della plastica ingerita;

L’inquinamento da plastica è penetrato anche nelle più profonde fenditure dei mari e il Mar Mediterraneo non fa eccezione. Raccoglie rifiuti dai Paesi bagnati dalle sue acque, e siccome è un mare chiuso, i rifiuti rimangono bloccati nelle sue acque, praticamente per sempre. In un recente rapporto Greenpeace ha stimato che la maggior parte dei grandi rifiuti di plastica che finiscono nei corsi d’acqua europei – da 150.000 a 500.000 tonnellate ogni anno – si riversano nel Mediterraneo.

Conseguenze sulla fauna terrestre

Una volta che la plastica entra nella catena alimentare marina, c’è la possibilità che contamini anche quella umana. Attraverso un processo chiamato bio-accumulo, le sostanze chimiche, tossiche e inquinanti presenti nella plastica, sono ingerite dagli animali, così queste sostanze passano dalla preda al predatore, fino alle persone. In poche parole, le sostanze chimiche ingerite dai pesci, possono essere presenti anche nell’uomo. Basti pensare che, generalmente, ogni settimana assumiamo circa cinque grammi di plastica, quanto una carta di credito.

Il problema si espande anche sul piano economico, dove gli sforzi per ripulire la plastica dall’oceano hanno già causato notevoli oneri finanziari. Infatti, secondo The Ocean Cleanup, i costi annuali dovuti alla plastica marina sono stimati tra i 6 e i 19 miliardi di dollari. Questi derivano principalmente dal suo impatto sul turismo, sulla pesca e sull’acquacoltura. Intercettarla nei fiumi dovrebbe essere molto più conveniente rispetto a ripulire intere isole artificiali.

Soluzioni al problema dell’isola di plastica

La ricerca odierna non è ancora riuscita a stimare valori precisi né riguardo il problema, né sulle sue conseguenze. Tuttavia, è necessario evitare che ulteriori rifiuti vengano immessi nell’oceano.

Una pratica che continua a svilupparsi sono i progetti di pulizia di spiagge, di fiumi e di laghi. Spesso, questi vengono promossi dai comuni di zone balneari, se non addirittura da privati che si organizzano online. Molte attività possono essere trovate sui social network più comuni, o, in generale, sul Web; tra le associazioni più importanti, spicca Plastic Free Onlus, con l’obiettivo di informare e sensibilizzare più persone possibili sulla pericolosità della plastica. Oltre a informazioni di rilevanza, il sito integra un calendario degli eventi a cui tutti possono partecipare.

Anche il finanziamento di progetti per migliorare questa situazione ambientale ed economica può essere una soluzione. Ad esempio, The Ocean Cleanup, progetto nato da un’idea del giovane olandese Boyan Slat, sta sviluppando sistemi di pulizia per ripulire ciò che inquina gli oceani e per intercettare la plastica nel suo percorso verso il mare aperto attraverso i fiumi. Grazie a questo tipo di progetto, nel Great Pacific Garbage Patch, sono stati eliminati oltre 103 tonnellate di rifiuti, data una grande operazione di pulizia svoltasi a luglio 2020. Ora si punta a triplicare i risultati nel 2021.

In conclusione, è importante sensibilizzare un pubblico sempre più ampio su questa tematica. Al proposito, una lettura anche dilettevole può essere “Spam. Stop plastica a mare”. In ogni caso, è fondamentale agire individualmente nell’interesse comune. Ad esempio, si può ridurre la plastica nell’igiene personale – su Make You Greener si possono trovare diverse soluzioni. Nel nostro piccolo, insieme, possiamo veramente realizzare lo sviluppo sostenibile, perciò agire per la resilienza della vita marina, nonché terrestre. Scegliere un approccio di vita Plastic Free è possibile, basta solo volerlo.

Il valore della biodiversità: perché è importante per noi

La biodiversità rafforza la produttività di un qualsiasi ecosistema grazie alle interazioni tra i vari organismi viventi che interagiscono con l’ambiente fisico. L’ISPRA riporta che la perdita di biodiversità è una causa di insicurezza alimentare ed energetica, di aumento della vulnerabilità ai disastri naturali, di diminuzione del livello della salute sociale, di riduzione della disponibilità e della qualità delle risorse idriche, e di impoverimento delle tradizioni culturali.

Biodiversità

Definizione di biodiversità

Biodiversità significa “varietà di vita” (dal greco bios, vita, e dal latino diversitas, varietà), inclusa la variabilità della medesima. La varietà si muove sull’asse dello spazio, generalmente intendendo la differenza tra organismi del presente, mentre la variabilità si sposta su quella del tempo, solitamente corrispondendo all’evoluzione.

Ci sono tre tipi di diversità biologica: una genetica, un’altra di specie e l’altra di ecosistema. Con la prima si considera il patrimonio genetico di ogni essere vivente. La seconda indica le varie specie animali e vegetali, senza tralasciare il regno dei funghi e i microrganismi. Infine, con la terza si individuano i diversi ecosistemi, cioè insiemi costituiti da organismi e dall’ambiente in cui viviamo e interagiamo.

Biodiversità, causa ed effetto

Tutti i livelli di biodiversità sono interconnessi e interdipendenti. Ad esempio, i geni del DNA definiscono la fisicità e la potenzialità di un’ape, oltre a determinarne i caratteri ereditari. Come specie, le api interagiscono sia con i propri simili che con altri organismi, volano da un fiore a un altro e fecondano la pianta che produrrà il frutto. Questo contiene il seme che farà germogliare un’altra pianta, domani un albero. L’albero si rapporta con le componenti fisiche dell’ecosistema e così, grazie alla fotosintesi clorofilliana, avremo nuovo ossigeno da respirare.

In quanto esseri viventi, il nostro benessere si rapporta con un ecosistema equilibrato. Di conseguenza, l’interazione tra le diverse componenti di questo insieme è di fondamentale importanza. Infatti, la scomparsa di una specie influisce sull’ambiente, in maniera diretta e indiretta. Direttamente – se le api scomparissero, alcune specie di piante non si riprodurrebbero – e indirettamente, perché se ciò accadesse, perderemmo parte del patrimonio alimentare, e non solo. Questo non costituirebbe solo una mancanza culturale, dato che la nostra salute si rapporta con gli alimenti. La biodiversità non dipende solo dalla forma esterna e dalla struttura interna di un elemento, ma soprattutto dalle rispettive correlazioni.

Fisica biologica

Il valore della biodiversità è interconnessione e interdipendenza tra le cose. Senza equilibrio non avremmo benessere. Senza interazioni, non esisteremmo.

Pensiamo il mondo in termini di oggetti, cose, entità […] Questi oggetti non stanno ciascuno in sdegnosa solitudine. Al contrario, non fanno che agire l’uno sull’altro. È a queste interazioni che dobbiamo guardare per comprendere la natura, non agli oggetti isolati. […] un albero assorbe energia dai raggi del sole, produce l’ossigeno che respirano gli abitanti del paese mentre osservano le stelle e le stelle corrono nella galassia trascinate dalla gravità di altre stelle… Il mondo che osserviamo è un continuo interagire. È una fitta rete di interazioni.

[Carlo Rovelli, Helgoland, 2020, p. 84]

Anche se l’autore tratta di fisica, l’argomento si correla chiaramente; gli oggetti sono caratterizzati dal modo in cui interagiscono. Prendiamo il primo oggetto che vediamo; ne distingueremo i colori grazie alla luce riflessa, il peso dato dalla gravità, la sua funzione con la materia usata per produrlo e con la quale è percepito. Al contrario, un oggetto senza interazioni non agirebbe né influenzerebbe alcuna cosa. Sarebbe come se non ci fosse. Il mondo che conosciamo e che comunemente chiamiamo “realtà” è una rete di entità che si manifestano l’una all’altra scambiandosi energia reciprocamente. Alterarne il flusso può destabilizzare la biodiversità in cui ci riconosciamo.

Biodiversità vegetale

Avendo iniziato a parlare di impollinatori (le api, ma anche le farfalle, le formiche, le zanzare, i colibrì e i pipistrelli) e impollinazione, continuiamo ora a trattare sul valore della biodiversità vegetale. Le piante sono vitali perché emettono ossigeno, ma non solo; sono fonte di cibo, di ombra, di materiale da costruzione, di fibre per vestiti, di medicine. In più, le radici possono prevenire frane e inondazioni. Non di meno, le piante, come i funghi e alcuni animali, mantengono il suolo fertile e l’acqua pulita.

Parlando di sostenibilità, facciamo riferimento anche al piano economico. Molte industrie si basano sulla biodiversità delle piante. In primis, l’agricoltura, incluse alcune pratiche più moderne come la permacultura. In secondo luogo, il settore medico e farmaceutico, l’edilizia, la moda, il turismo e l’ospitalità, ad esempio. Quando la biodiversità di un ecosistema è compromessa, l’impatto economico sulla comunità locale avrà conseguenze gravi.

Con National Geographic si riportano motivi specifici per cui la biodiversità è importante nell’industria medica e farmaceutica. Alcuni scienziati hanno scoperto delle sostanze chimiche nelle piante della foresta pluviale che ora sono usate in diversi farmaci. Uno dei più popolari e sicuri antidolorifici, l’aspirina, originariamente era ricavato dalla corteccia del salice. Le medicine contro alcune forme di cancro sono state ricavate dalla pervinca rosa, un fiore che cresce in Madagascar. La morfina è una sostanza derivante dal succo del papaverum somniferum.

Il problema è che, fino ad ora, solo una piccola percentuale di specie della foresta pluviale è stata studiata. Ogni anno, migliaia di specie si estinguono prima che altri scienziati possano determinare se una pianta possa contribuire alla salute di altri esseri viventi.

Biodiversità animale

Alcune interazioni potrebbero apparire bizzarre. Ad esempio, sul The Guardian si legge che le tartarughe tropicali e le scimmie ragno sembrano avere poco a che fare con una stabilità climatica. Invece, alcune specie di alberi particolarmente efficienti nel convertire l’anidride carbonica in ossigeno si basano sulla dispersione dei loro semi. Infatti, oltre agli impollinatori, ci sono degli animali che si potrebbero definire “seminatori”. Pensate; una scimmia prima mangia un frutto di una specie di pianta e poi si sposta per diversi metri. Quindi espelle le feci che, oltre ad essere concime, contengono i semi del frutto di quel vegetale così distante. Così la pianta, anche se radicata al suolo, è riuscita a riprodursi in un altro posto.

La biodiversità può sorprendere anche di più. Vediamo ora un esempio di come gli equilibri naturali vengano preservati dall’interazione tra specie diverse.

Tra milioni di formiche di una colonia, una inizia a comportarsi stranamente, arrampicandosi su di un albero e percorrendo diversi metri dal suolo. “Qualcosa ha preso il controllo dei suoi movimenti, come un burattinaio che tira i fili di una marionetta.” La formica non può porre resistenza e così viene trascinata in alto, fino a quando non trova della vegetazione a cui aggrapparsi. Una volta arrestata, il cordyceps, un fungo parassita, spunta fuori dal suo corpo. Questo si riprodurrà strategicamente; trovandosi in alto, le spore del bulbo verranno diffuse dalle correnti d’aria e così, una volta a contatto con il nuovo ospite a terra, potranno prenderne il controllo.

Si stima che esistano specie di cordyceps per altri specifici tipi di insetto. In questo caso, più una colonia di formiche è popolosa, più è probabile che diventi preda di questi funghi. Equilibri delicati come questa interazione permettono che nessuna specie possa mai dominare le altre, così proteggendo la biodiversità.

Tutelare la biodiversità

Per preservare la biodiversità del patrimonio agro-alimentare, comprese le tradizioni di molte comunità mondiali, dal 1996 Slow Food promuove Arca del Gusto, un progetto per segnalare l’esistenza di migliaia di prodotti culturali e per denunciare il rischio che possano scomparire. Un’altra arca, invece, è stata costruita da Joel Sartore che, con National Geographic e con l’ausilio della fotografia, intende incentivare le persone a salvare le specie animali a rischio di estinzione. Questo progetto, avviato verso il 2006, si chiama Photo Ark e Sartore ha già scattato più di 10.500 ritratti. L’obiettivo è quello di documentare oltre 15.000 specie che vivono negli zoo e nelle aree protette del mondo prima che sia troppo tardi. Tutto questo perché si intende incentivare la conservazione delle specie, ad esempio adottando un animale a rischio d’estinzione. Normalmente, si possono fare delle donazioni occasionali, mensili o annuali a organizzazioni quale il WWF.

Queste organizzazioni possono effettivamente fare la differenza, così il nostro contributo finanziario. Nel passato, il rinoceronte bianco meridionale si era quasi estinto a causa della caccia eccessiva. Pare che nel 1880 ne fossero rimasti appena 25 o 30 esemplari. Poi, però, con l’adozione di misure protettive, se ne favorì la ripresa, trasferendo gli esemplari nelle riserve africane, dove si ripopolarono. Purtroppo, ciò non è avvenuto con il rinoceronte bianco settentrionale. Nel 1970, la popolazione contava circa 500 esemplari, ridottasi a non più di 10 nel 2006 a causa del bracconaggio. Nel 2016 si contavano solamente tre rinoceronti. Poi, nel 2018 è scomparso l’ultimo esemplare maschio. Affinché si riduca la perdita di biodiversità, possiamo sostenere chi opera direttamente a favore dell’ambiente.

Altre letture de L’EcoPost per approfondire il tema sulla biodiversità:

Effetto farfalla

Pensiamo ancora una volta a quanto sia importante la relazione tra gli elementi. Un fiore ne feconda un altro grazie al polline trasportato da una farfalla. Quello che era un fiore, ora è un frutto contente un seme. A contatto col terreno, il seme germoglia e diventa una pianta, poi un albero. Insieme ad altri alberi, l’anidride carbonica è convertita in ossigeno. Se non ne è convertita in misura equilibrata, l’anidride carbonica, come gas a effetto serra, influenza l’atmosfera, in particolare l’ozonosfera che si riduce. Il buco nell’ozono così formatosi non filtra le radiazioni del sole, le quali causano lo scioglimento dei ghiacciai. Arrivati a questo punto, le conseguenze gravano sul mondo con l’aumento del livello del mare, con l’acidificazione degli oceani e con l’incidenza di fenomeni metereologici estremi.

Ciò che possiamo fare per tutelare la biodiversità è aver coscienza della relazione tra le cose e rispettarle. Anche quella cosa che, apparentemente, può essere insignificante. Se una farfalla contribuisce a salvaguardarci da un uragano, anche noi, nel nostro piccolo, possiamo generare grandi cambiamenti. La biodiversità unisce le nostre azioni e plasma l’essere.

Qualità ed effetti dell’acqua del rubinetto rispetto a quella in bottiglia

Scegliere di bere l’acqua del rubinetto anziché consumare quella in bottiglia permette di ridurre il proprio impatto ambientale, soprattutto a causa dello smaltimento della plastica e del trasporto delle bottiglie dal luogo di confezionamento al punto vendita. Infatti, dopo l’imbottigliamento, le acque minerali macinano chilometri in autostrada. Ciò implica bruciare combustibili fossili, che emettono gas serra. Quella del rubinetto, spesso ed erroneamente etichettata come non potabile, arriva a casa senza aver fatto un metro di strada!

Per produrre un litro d’acqua in bottiglia, ne sono necessari circa tre, legati alla produzione della plastica e ad altri fattori non trascurabili. Non bisogna scordare che l’acqua è una risorsa limitata; anche se copre il 71% della superficie terrestre, il 97% è salata e solo il restante 3% è dolce. Di quest’ultima percentuale, circa il 68% è sotto forma di ghiaccio. Perciò, possiamo attingere al restante 32%, ossia quasi a un terzo dell’acqua dolce disponibile in natura, ovvero meno dell’1% di tutta quella della superficie terrestre.

Acqua del rubinetto

Secondo la “Piccola guida al consumo critico dell’acqua” di Altreconomia, dai rubinetti del 96% degli italiani esce acqua potabile. Infatti, normalmente, l’acqua pubblica in Italia è sicura. Nei casi eccezionali in cui questa non lo sia, è segnalato. Di questo se ne occupano le società di gestione degli acquedotti e le Aziende Sanitarie Locali (ASL). I responsabili dei servizi idrici devono controllarne la qualità e dichiararla alle autorità sanitarie. Inoltre, come prescritto dal DL 31 del 2001, «le acque destinate al consumo umano non devono contenere microrganismi e parassiti, né altre sostanze, in quantità o concentrazioni tali da rappresentare un potenziale pericolo per la salute umana».

Eppure, gli italiani sono tra i più grandi consumatori di acqua in bottiglia del mondo. Dal sito di Culligan Italiana si legge quanto segue:

«Il nostro Paese risulta infatti essere oggi il maggior consumatore europeo di acqua in bottiglia e terzo al mondo dopo Emirati Arabi e Messico. Un mercato, quello italiano, che ha visto nel 2015 il confezionamento di oltre 13,5 miliardi di litri di acqua […]».

Acqua del rubinetto
Fonte: Beverage Marketing Corporation 2016

Non di meno, l’ISTAT, secondo un rapporto di marzo 2020, riporta che l’estrazione di acque minerali in Italia continua a crescere.

«La tipicità della morfologia del territorio italiano rende il patrimonio delle acque minerali nazionale fra i più importanti sia per numerosità di sorgenti che per qualità e diversità oligominerali di tali risorse. Nel 2017, sono 173 i Comuni nei quali si rileva la presenza di almeno un sito estrattivo di acque minerali naturali; complessivamente in tali siti operano 185 imprese autorizzate […]»

Nonostante le controindicazioni ambientali dovute alla produzione, allo smaltimento delle bottiglie di plastica e al trasporto dell’acqua confezionata, il mercato si evolve senza sosta. In più, sebbene la maggioranza delle acque in bottiglia sia qualitativamente indistinguibile da quella del rubinetto, perché la si continua a consumare?

Acqua del rubinetto: controllo qualità

L’acqua del rubinetto è sicura e possiede vari elementi chimici, tra cui il calcio, il magnesio, il sodio, il potassio e il fluoro. Per renderla potabile vengono attivati dei processi come, ad esempio, l’aggiunta di cloro come disinfettante, che non nuoce alla salute e la rende più resistente ai batteri, variandone però il sapore e rendendolo poco piacevole al gusto di molti. Rimuoverlo, però, è facile; basta riempire una caraffa e poi lasciarla riposare per almeno mezz’ora in frigorifero. Più o meno come quando si fa decantare il vino.

Altri dubbi rispetto alla qualità dell’acqua del rubinetto possono essere una conseguenza, almeno in parte, del marketing e della pubblicità di aziende che commerciano quella in bottiglia. Altresì, queste perplessità possono essere alla base di un mercato di apparecchi per il trattamento dell’acqua potabile, i quali ne modificano le caratteristiche. Ad esempio, il processo di “addolcimento”, come quello di alcune caraffe filtranti, elimina il calcio e lo sostituisce con il sodio.

Acqua del rubinetto

L’acqua minerale è sorgiva (acqua sotterranea che fuoriesce da una sorgente in modo naturale). In Italia può essere venduta con tale dicitura solo quella che risponde ai criteri di legge stabiliti dal DL 176 del 2011. «Sono considerate acque minerali naturali le acque che, avendo origine da una falda o giacimento sotterraneo, provengono da una o più sorgenti naturali o perforate e che hanno caratteristiche igieniche particolari e, eventualmente, proprietà favorevoli alla salute». Per le acque potabili, le ultime due specificazioni (caratteristiche igieniche e proprietà salutari) non sono richieste.

Un altro fattore che può determinare la scelta dell’acqua del rubinetto rispetto a quella in bottiglia risponde alla sua durezza, cioè il parametro che rappresenta il contenuto di sali di calcio e magnesio disciolti. Questa proprietà condiziona il sapore dell’acqua e, contemporaneamente, è ciò che genera il calcare negli elettrodomestici. Tuttavia, tale percezione potrebbe trascurare il residuo fisso come fonte di calcio e magnesio per l’organismo. Il tema può essere approfondito su di uno dei portali dedicati all’acqua del rubinetto, questo gestito dal gruppo CAP (Consorzio per l’Acqua Potabile).

Inoltre, per conoscere la qualità della propria acqua del rubinetto, generalmente si può consultare il sito dell’azienda per i servizi idrici di proprio interesse. Ad esempio, gli abitanti di Bologna potranno informarsi sul portale del gruppo HERA alla voce “qualità dell’acqua” e via dicendo.

Acqua del rubinetto
Screenshot esplicativo (30/12/2020)

Acqua tra proprietà privata e plastica monouso

Un altro problema da non sottovalutare è la privatizzazione dell’acqua. Le aziende produttrici ottengono profitti attingendo dalle fonti pubbliche, mettendola in contenitori di plastica e rivendendola ad almeno cento volte il prezzo del normale rubinetto. Non solo. Come approfondito nel nostro blog a fine dicembre, recentemente l’acqua è diventata una merce e si quota in borsa. Il suo prezzo oscilla a Wall Street, così come accade con l’oro.

Trasversalmente, un altro problema si rapporta con la siccità. Con un altro articolo dell’EcoPost si viene a conoscenza che, in alcune regioni italiane, la metà dei volumi immessi in rete non raggiunge gli utenti a causa della dispersione nelle tubature. Uno spreco insostenibile che, dietro ad un maggiore interesse del cittadino verso le reti idriche del paese, ad oggi totalmente ignorate da qualsivoglia politica, potrebbe invece riportare in auge la questione.

Acqua del rubinetto

Infine, anche se le multinazionali continuano a proporre soluzioni alternative, poco si fa per ridurre la produzione dell’imballaggio usa e getta. Ne è la prova il rapporto pubblicato di recente dalla Ellen MacArthur Foundation. Il documento mostra come hanno agito, nel 2019, le aziende che rappresentano oltre il 20% degli imballaggi in plastica nel mondo. Da Coca Cola a Nestlé, Danone, PepsiCo e Unilever, i progressi sono stati davvero scarsi. Per ben capire la gravità del problema legato alla plastica, basti dire che più del 90% della plastica prodotta dagli anni ’50 non è mai stata riciclata, mentre i tassi di riciclaggio in Europa si aggirano intorno al 30%.

È necessario abbandonare il vero nemico, la cultura dell’usa e getta, a favore di quella dello sfuso e della ricarica.

Acqua del rubinetto o in bottiglia?

Indicazioni mediche a parte, come per chi soffre di patologie renali, normalmente è bene scegliere l’acqua del rubinetto. Inoltre, oggettivamente, ci può essere un’alterazione dovuta dal rilascio di sostanze metalliche nelle tubazioni o dalla proliferazione batterica in serbatoi non puliti. Tuttavia, anche la plastica può rilasciare sostanze tossiche, soprattutto se esposta a temperature elevate.

Acqua del rubinetto

Dai rubinetti degli italiani esce acqua potabile. Nei casi eccezionali in cui questa non lo sia, i responsabili dei servizi idrici lo segnalano alle ASL. Ciò è regolamentato dallo Stato come bene pubblico. Il tipo di acqua del rubinetto è praticamente lo stesso di quella in commercio e offre un apporto salutare di sali minerali. Dal punto di vista ambientale, non macina un metro di strada, non danneggia i bacini idrici e non implica un ulteriore sfruttamento della risorsa medesima. Soprattutto, non si fa uso di plastica usa e getta. Come se non bastasse, l’acqua in bottiglia costa cento volte tanto. Scegliere di bere l’acqua del rubinetto anziché consumare quella in bottiglia denota un grande beneficio per l’ambiente, oltre che per il portafogli.

Economia circolare, un breve excursus dalla teoria alla pratica

Negli ultimi 150 anni, la nostra economia è stata dominata da un modello di produzione e di consumo, per così dire, a senso unico; i beni sono prodotti con materie prime, venduti, usati e, infine, essendo percepiti come rifiuti, sono inceneriti o posti nelle discariche. Qui vengono depositati e fatti marcire permanentemente. Dato l’aumento della popolazione globale e, conseguentemente, il crescente consumo di risorse, l’attuale modello economico non può essere una scelta per il presente. A fronte di questo problema, una soluzione è l’economia circolare. Anche se proposta fin dagli anni ’70, solo recentemente questo sistema virtuoso ha attirato con maggiore attenzione diversi esponenti economici e politici da tutto il mondo.

Che cos’è l’economia circolare

Secondo la Ellen MacArthur Foundation, questa è “un approccio generale allo sviluppo economico per le imprese, la società e l’ambiente”. In contrasto con il modello lineare “prendi, usa e getta”, il nuovo sistema propone una riorganizzazione delle attività. Così, i rifiuti di qualcuno, possono essere le risorse per qualcun altro. Questi ultimi sono distinti in due tipologie; da una parte, i rifiuti biologici, in grado di essere reintegrati nella biosfera. Dall’altra, quelli tecnici, destinati a essere ricomposti senza compromettere l’equilibrio naturale.

Un video della Ellen MacArthur Foundation per spiegare l’importanza dell’economia circolare

In particolare, al World Economic Forum del 2012 a Davos, in Svizzera, la Ellen MacArthur Foundation e la McKinsey Company presentarono un rapporto che ne valutava i benefici; un’opportunità da 630 miliardi di dollari all’anno per la maggior parte dei settori manifatturieri dell’Unione Europea. Inoltre, non fu reso noto solo lo sviluppo economico, ma anche il riscatto ambientale e sociale proprio di questo sistema. Ciò ebbe un forte impatto, poiché molte aziende decisero di investire non solo nell’idea, ma nel progetto, oggi consolidato, di economia circolare.

Sempre riguardo la Ellen MacArthur Foundation, in questo articolo sono proposti cinque benefici dell’economia circolare per il cibo.

1966: l’economia circolare e la corsa allo spazio

Il concetto di economia circolare non può essere ricondotto a una sola data o autore, ma a diverse correnti di pensiero. Generalmente, si ritiene che questo sistema sia stato introdotto nel XX secolo dagli economisti britannici David W. Pearce e Robert K. Turner, che hanno costruito il loro quadro teorico sui precedenti studi di un altro economista britannico, naturalizzato statunitense; Kenneth E. Boulding.

Negli anni ’60, la corsa allo spazio e l’esplorazione della luna erano all’ordine del giorno. Boulding, allora, percepì come gli esseri umani stessero cambiando la loro interazione con l’ambiente. Questa transizione, dal suo saggio The Economics of the Coming Spaceship Earth (1966), implicava il passaggio dalla così detta “cowboy economy”, con orizzonti senza fine, fino a giungere alla soprannominata “spaceman economy”, che, invece, prevedeva un sistema chiuso. Come un’astronave, in cui l’uomo dovrebbe essere capace di riprodursi in modo continuo, dunque di consumare risorse, nei limiti dell’energia disponibile. Dal Far West allo Space Shuttle, un pensiero alla base di un’economia circolare.

Economia circolare

Boulding, oltre che fondatore dell’economia circolare, fu anche uno dei primi teorici del modello di sviluppo sostenibile. Descrisse la sfera dell’attività economica come “econo-sfera” e quella sociale come “socio-sfera”, ambedue integrate nell’ambiente. Immaginò che le risorse naturali passassero dall’ambiente all’econo-sfera, mentre gli scarti avrebbero percorso la direzione opposta. Grazie a questo, poi è stato formulato il grafico sulla sostenibilità oggi a noi familiare, in cui l’economia è un sottoinsieme della società, interno all’ambiente. La prosperità delle aree minori dipende da quella in cui sono locate.

Inoltre, non di minore importanza, Boulding sostiene, per così dire, una logica antropologica; il benessere dell’individuo dipende dall’identificazione con una comunità, non solo nello spazio, ma anche nel tempo. In altre parole, noi ci identifichiamo anche con le generazioni passate e future.

2030: un nuovo piano d’azione per l’economia circolare

Pochi mesi fa, la Commissione Europea – in linea con gli Obiettivi dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite e con le iniziative per raggiungere la neutralità climatica entro il 2050 – ha pubblicato un nuovo piano d’azione per incentivare la realizzazione su larga scala dell’economia circolare.

Introducendo queste misure, si prende in considerazione che, entro il 2050, il mondo consumerà tre volte tanto le risorse disponibili sulla Terra. Il consumo globale raddoppierebbe nei prossimi quarant’anni, mentre la produzione di rifiuti aumenterebbe del 70%. Non di meno, l’estrazione e la lavorazione delle materie prime sono causa del 90% della perdita di biodiversità e dello stress idrico. Perciò è essenziale che la nuova strategia economica ponga attenzione particolare alle risorse ambientali, coinvolgendo sia le grandi, sia le piccole-medie imprese.

Economia circolare

Altresì, è riportato che l’applicazione dell’economia circolare può aumentare il PIL dell’Unione Europea dello 0,5% entro il 2030. Così si aggiungerebbero circa 700.000 posti di lavoro al sistema. Poi, dato che le imprese manifatturiere spendono, in media, circa il 40% in materie prime, si potrebbe aumentare la loro redditività. Contemporaneamente, le si proteggerebbero dalle fluttuazioni dei prezzi del mercato.

Il piano d’azione proposto fornisce un’ ulteriore agenda per realizzare un territorio più pulito e competitivo, coinvolgendo molti attori economici, comprendendo anche il singolo individuo. Questo sarà garantito dal potenziale della ricerca, dall’innovazione e dalla digitalizzazione. Inoltre, si potrà contribuire al successo dell’Agenda 2030, del Green Deal e, al di là di qualsiasi prospetto socio-politico, a una resilienza ambientale.

2020: l’economia circolare è realtà

Sia sul sito europeo per l’economia circolare, sia su altri, quali la Piattaforma Italiana degli Attori per l’Economia, l’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile e la European Business Network for Corporate Sustainability and Responsibility, è possibile cercare e trovare vari progetti di start-up e di imprese consolidate. In particolare, sul primo portale europeo, è presente la sezione “Knowledge Hub”. Qui ci si può informare sull’esperienza e la strategia di chi già opera in questa dimensione.

Ad esempio, il report “100 Italian Circular Economy Stories” tratta del successo di aziende, istituti di ricerca e non-profit in diversi settori in tutta Italia. Le loro storie, oltre ad essere un orientamento alla responsabilità d’impresa, mostrano che l’economia circolare sta diventando una realtà sempre più consolidata. Qui di seguito riportiamo tre casi nel settore agro-alimentare:

  • CDA di Cattelan in Friuli-Venezia Giulia: “[…] permetterebbe il riutilizzo dei fondi di caffè come fonte di energia nelle stufe pirolitiche, che producono calore da biomasse: i residui della combustione, costituiti da carbone vegetale, potrebbero poi essere impiegati come ammendante per il terreno, rendendo di fatto il caffè una risorsa senza fine.
  • Dalma Mangimi in Piemonte: “[…] un complesso impianto capace di separare gli ex-prodotti da forno e dolciari dagli imballaggi e produrre ingredienti energetici e sicuri per mangimi. […] Dalma contribuisce alla riduzione dello spreco alimentare e ad un risparmio annuo in termini di utilizzo di suolo di circa 13.220 ettari (pari a 1.789 campi da calcio): l’uso dei suoi mangimi infatti permette una riduzione di impiego di cereali la cui produzione necessita di suolo e acqua.
  • Eataly in Piemonte:Obiettivo Rifiuti Zero’ è la campagna di formazione e informazione con cui Eataly ha coinvolto dipendenti e clienti per il riciclo e il riuso dei materiali. Si parte dalla raccolta differenziata introdotta in punti vendita, cucine, magazzini e spazi pubblici del marchio per arrivare al riciclo grazie al quale gli scarti organici vengono trasformati in terriccio e gli altri materiali diventano nuovi oggetti. […]”
Economia circolare

In conclusione, oltre ai numerosi progetti presenti nei siti citati, le quotidiane azioni individuali fanno parte della soluzione al problema; le scelte dei cittadini sono fondamentali affinché l’economia circolare prosperi. Continuando a informarsi sul tema, si può contribuire alla crescente sensibilizzazione del sistema sociale. In senso pratico, soprattutto, possiamo fare una moltitudine di cose per ridurre la formazione di rifiuti. Ad esempio, non usare materiali “usa e getta” e, ovviamente, riciclare. In questo caso, un aiuto a portata di smartphone è Junker, una app che scannerizza il codice a barre delle confezioni e indica dove buttarla, in base alle regole del comune di appartenenza. Oppure, Too Good To Go per combattere gli sprechi di cibo. Non di meno valore, la dematerializzazione della carta e dell’inchiostro; perché non pagare con Satispay? Tutto questo è economia circolare, non più frontiera, ma traguardo, di cui siamo prossimi all’arrivo.

Turismo responsabile: i migliori siti per prenotare la tua vacanza green

viaggi sostenibili

Quale migliore occasione di quest’anno per abbinare la propria vacanza italiana a un alloggio ecosostenibile? Quello dei turismo responsabile e sostenibile è un settore in netta crescita nel nostro paese ed alcuni dati ce lo di mostrano. Secondo il rapporto “Sustainable Travel Report 2019” di Booking.com ben il 73% degli italiani vorrebbe provare una di queste strutture. Approfondiamo allora il tema elencando alcuni dei siti che offrono questo tipo di soggiorni.

Leggi anche: “Come ridurre la plastica in viaggio”

turismo responsabile

L’ospitalità green di Ecobnb

Uno dei siti con la più vasta offerta di alloggi ecosostenibili in Italia è Ecobnb. Una piattaforma online dal 2013, inizialmente sotto il nome di ViaggiVerdi, grazie ad un intuizione di Simone Riccardi che, grazie ad un bando della regione Trentino e all’aiuto di Silvia Ombellini, è riuscito a creare una realtà comprendente oltre 3.000 ospitalità ecosostenibili in Europa. Il tutto a portata di click.

Per meglio capire quali siano i requisiti e le idee che stanno alla base del turismo responsabile di Ecobnb, abbiamo intervistato Silvia, Content manager e Ux designer della piattaforma.

Intervista a Silvia, fondatrice di Ecobnb

Secondo voi, oggi, cosa vuol dire fare turismo sostenibile?


“Viaggiare tenendo in considerazione i 3 pilastri della sostenibilità: ambientale, sociale, economica. Dalla scelta della destinazione, al mezzo di trasporto utilizzato, dalla scelta della struttura ricettiva in cui soggiornare, fino agli acquisti durante il viaggio… le nostre scelte possono fare la differenza per ridurre le emissioni di CO2 e proteggere la natura, arricchire i luoghi che visitiamo e le economie locali. In questo articolo abbiamo raccolto 40 suggerimenti per fare turismo sostenibile”.

Cosa significa promuovere un alloggio sostenibile?

Penso che per promuovere una struttura ricettiva eco-sostenibile sia indispensabile:

  • Creare consapevolezza: far conoscere alle persone i problemi legati alle emissioni di carbonio e ai cambiamenti climatici, creare consapevolezza su quanto ogni piccola azione quotidiana, anche in vacanza, possa fare la differenza. 
  • Comunicare in modo trasparente: far conoscere in modo chiaro, semplice e immediato quali sono le scelte di sostenibilità adottate dalla struttura ricettiva e perché sono importanti. Allo stesso tempo essere molto trasparente sull’esperienza proposta dalla struttura ricettiva, su quello che il viaggiatore può aspettarsi.
  • Far conoscere i vantaggi per il pianeta: scegliendo di prenotare una struttura ricettiva eco-sostenibile rispetto ad una struttura tradizionale si risparmia acqua, si riducono le emissioni di CO2, ma soprattutto si promuovono realtà virtuose che hanno investito nella sostenibilità (energia pulita, bioarchitettura, ecc.), che rappresentano il cambiamento che vogliamo vedere nel mondo.

Come si posiziona il mercato del turismo responsabile italiano in Europa e nel mondo?

Ecobnb raccoglie circa 3 mila ospitalità eco-sostenibili in tutto il mondo. Di queste 1.500 sono in Italia.  Nel nostro paese ci sono realtà incredibilmente virtuose e attente al tema della sostenibilità.

Come siete riusciti a realizzare questa cosa?

L’idea è partita da Simone Riccardi più di 7 anni fa, quando il tema dell’ospitalità sostenibile non era ancora così diffusa, ed inizialmente si chiamava “ViaggiVerdi”. Il progetto è nato da un’esigenza concreta: quando viaggiavamo per lavoro o per vacanza volevamo incontrare persone che la pensavano come noi, che fossero attente alla sostenibilità e che fossero impegnate a rendere il mondo un luogo migliore. Ci eravamo accorti che queste realtà esistevano ed erano meravigliose, ma erano difficili da trovare. Così è nata l’idea di sfruttare le enormi potenzialità che internet ci offre per creare un punto di incontro tra viaggiatori responsabili e strutture ricettive che stavano investendo in un futuro migliore.

La realizzazione del progetto è stata un’avventura che è partita nel 2013, quando ci siamo trasferiti per un anno in California con una borsa di studio Fulbright Best, e si è concretizzata in seguito grazie al progetto europeo “EcoDots” e alla creazione di numerose partnership importanti a scala europea, tra cui Perle Alpine, Dalmatia Green, Istria, ecc. Abbiamo ricevuto un importante finanziamento di Trentino Sviluppo con bando Seed Money e ci siamo trasferiti tra i boschi del Trentino dove l’azienda ha sede, anche se chi lavora con noi collabora da remoto, da diverse parti d’Italia e del mondo.

Oltre alla ricerca di un alloggio, avete introdotto o pensato di introdurre anche una parte relativa a esperienze eno-gastronomiche?

Qualche anno fa abbiamo sviluppato una sezione di Esperienze Green, dedicate ad un concorso “Per un mondo più verde“, che hanno avuto molto successo e puoi vedere in questa pagina. Non si tratta solo di esperienze enogastronomiche ma anche itinerari a piedi, in bici o a dorso d’asino, corsi di cucina naturale, sessioni di yoga o meditazione nella natura.. e molto altro. Questo progetto ci ha confermato quanta creatività e innovazione ci sia nelle proposte delle strutture ricettive di Ecobnb.

Pensate che gli ospiti che soggiornano presso le strutture di EcoBnB acquisiscano o migliorino i loro comportamenti pro-sostenibilità? Se sì, come?

Penso che la possibilità di cambiamento sia racchiusa nel confronto con chi ci ospita e nell’esperienza stessa. Quando siamo in viaggio siamo più aperti e ricettivi rispetto a quello che ci sta attorno, disponibili a cambiare le nostre abitudini. Se durante una settimana di vacanza vengo abituato a fare la raccolta differenziata, mangiare vegano o utilizzare prodotti naturali, è probabile che sarò incuriosito e disposto a rifare la stessa esperienza tornato a casa. Chi viaggia con Ecobnb è sensibile al tema della sostenibilità, o semplicemente curioso di scoprire nuovi modi di viaggiare. Quando fa’ un’esperienza di viaggio green quasi sempre rimane piacevolmente colpito e vuole ripetere l’esperienza in futuro.

Sappiamo che chi viaggia con Ecobnb, anche se non è particolarmente sensibile al tema della sostenibilità, è il più delle volte soddisfatto dell’esperienza fatta e disponibile a ripetere l’esperienza in futuro, prenotando nuovamente con noi.
In più, alcuni Ecobnb offrono la possibilità di fare vere e proprie esperienze dedicate alla sostenibilità: da corsi di cucina vegana, ai laboratori per creare saponi naturali, dalle esperienze yoga, fino ai workshop di riciclo creativo.

Per concludere, ci può indicare alcuni degli alloggi ecosostenibili più caratteristici tra quelli presenti sul vostro sito?

Ci sono così tante strutture ricettive insolite e sostenibili su Ecobnb, che è davvero difficile scegliere! Dieci Ecobnb particolari che amiamo e in cui ci piacerebbe andare un giorno in vacanza sono:

I requisiti per entrare a far parte della rete di Ecobnb

Per fare parte della rete di Ecobnb le strutture devono rispettare almeno cinque di queste caratteristiche:

1- cibo biologico o a km0

2- Bioarchitettura

3- Energia da fonti rinnovabili al 100%

4- Pannelli solari per l’acqua calda

5- Prodotti per la pulizia ecologici

6- Raccolta differenziata oltre l’80%

7- Raggiungibilità con mezzi pubblici

8- Lampadine a basso consumo

9- Riduttori di flusso per l’acqua

10- Recupero e riuso delle acque meteoriche

Fairbnb, la piattaforma cooperativa per un turismo responsabile gestito dalla comunità

Un’altra piattaforma nelle quale è possibile trovare una vasta offerta di alloggi ecosostenibili è Fairbnb.coop, nato nel 2016 come movimento con l’obiettivo di creare un’alternativa più equa rispetto alle piattaforme di home sharing esistenti. Partito inizialmente da Venezia, Amsterdam e Bologna, non ci è voluto molto prima che altri gruppi da tutta Europa aderissero al progetto. A fine 2018 è poi stata fondata una cooperativa come entità legale di supporto, cioè un’organizzazione aperta in cui, nel prossimo futuro, si accoglieranno tutti gli attori di questo ecosistema.

Come altre piattaforme, Fairbnb.coop applica una commissione agli ospiti che prenotano un alloggio. Questa è pari al 15%, di cui metà viene trattenuta per mantenere le proprie attività, mentre l’altra metà viene utilizzata per finanziare progetti della comunità locale. Così si offre sia ai proprietari di casa, sia agli ospiti l’opportunità di partecipare a un modello di turismo più equo.

Date le recenti circostanze, Fairbnb.coop ha messo la sua piattaforma al servizio delle comunità e organizzazioni sanitarie delle città in cui opera. Vale a dire che, prenotando ora un soggiorno sulla loro piattaforma, faremo sì che il 50% della commissione venga donata ai fondi per l’emergenza Coronavirus. Un’iniziativa rispettabile e che la dice lunga sullo spirito dei suoi fondatori.

Le altre alternative per un turismo responsabile: bed & breakfast, agriturismi e certificazioni per la sostenibilità

Nel caso in cui nessuna delle località che avete scelto per le vostre vacanze estive abbia delle strutture registrate su questi due siti, non demordete. Potete comunque trovare un alloggio che rispetti alcuni criteri di sostenibilità. Servirà solo una piccola di ricerca. Se si volesse optare per un alloggio più classico, anche Bed-and-breakfast.it tiene conto della sostenibilità ambientale: Il 98,5% dei B&B Italiani fa la raccolta differenziata e utilizza degli accorgimenti ecocompatibili come le lampadine a basso consumo (94,6%), i rubinetti rompigetto (50,8%), prodotti biodegradabili e biologici (39,2% e 33,7%), pannelli solari (31,2%) e poi, in percentuali minori: vernici ecologiche, detersivi alla spina, cancelleria e carta riciclata, auto e bici elettriche.

La stessa famiglia (Studio Scivoletto srl) gestisce anche Agriturismo.farm, in cui possono essere trovati alloggi già di per sé incentrati su vari aspetti ecologici. Qui troviamo agriturismi, masserie, casali e resort di campagna a prezzi vantaggiosi, perché non si applicano commissioni sulle prenotazioni. Attività naturalistiche come escursionismo, trekking, mountain bike, e rafting, ma anche lezioni per imparare a cucinare i piatti tipici e le attività artigianali locali, potenziano la conoscenza in tema di sostenibilità.

Infine, molte delle strutture presenti non solo in questi ultimi siti, posseggono una certificazione ambientale o un “ecolabel”, le quali vengono spesse segnalate sui siti. Alcune delle principali certificazioni sono Ecolabel Fiore Europeo, Aiab Agriturismo Bioecologico, Eco Bio Turismo ICEA, Steinbock Label, La Clef Verte, Eco- certification Malta, Audubon International, Bioshpere, Nordic Ecolabel or Swan e altre.

Il nostro consiglio

Scegliere un alloggio ecosostenibile per la propria vacanza è una scelta di cui non vi pentirete. Non solo ridurrete l’impatto ambientale del vostro viaggio, ma investirete i vostri soldi in un settore più etico, alimentandone quindi gli ingranaggi ed aiutandolo a guadagnare quote di mercato. Inoltre le strutture sono spesso immerse in dei contesti meravigliosi dal punto di vista naturalistico e sono in grado di arricchire la vostra conoscenza sul tema della sostenibilità e del rispetto dell’ambiente.

Spesso i proprietari sono dei “nerd” dell’ambientalismo e saranno ben contenti di spiegarvi i motivi delle loro scelte ed anche qualche piccolo trucchetto da poter adottare anche al vostro ritorno a casa. Inoltre sono spesso a conoscenza di attività extra che, a loro volta, verranno svolte nel massimo del rispetto della natura possibile. Una scelta etica che, verosimilmente, finirà anche per arricchirvi di più. E allo stesso prezzo.