Cambiamento climatico: cause e soluzioni nella rubrica de L’EcoPost
Stando all’attuale realtà delle cose, il cambiamento climatico, o climate change, sarà con ogni probabilità l’emergenza globale che caratterizzerà in negativo il futuro del nostro pianeta nei decenni a venire. Per questo motivo, con il peggioramento della situazione e con la frequenza e la determinazione con la quale scienziati e comunità di tutto il mondo hanno richiesto un intervento collettivo a livello planetario, i cambiamenti climatici sono entrati a far parte delle agende politiche di vari paesi e non solo. L’EcoPost, in qualità di blog che intende aiutare il lettore a rivedere il proprio comportamento in ottica sostenibilità, non può esimersi dall’affrontare questa complessa tematica, e fornire al proprio pubblico le notizie più salienti sul cambiamento climatico.
Ma che cos’è il cambiamento climatico? Come lo possiamo definire? E quali conseguenze avrà sull’ecosistema terrestre? Il termine cambiamento climatico è quanto mai sconfinato e difficile da racchiudere in una definizione tanto stringente quanto chiara, senza rischiare di incappare in una eccessiva semplificazione.
Cambiamento climatico: definizione
Diversamente da quanto si possa pensare, l’elemento principale del cambiamento climatico è l’uomo. Infatti, in natura esiste già una variabilità climatica derivante da una complessa serie di processi naturali interni ed esterni al pianeta. Tuttavia, quando parliamo di cambiamento climatico facciamo riferimento allo stato di alterazione di questa variabilità climatica per mano dell’uomo. Dunque, quando parliamo di cambiamento climatico stiamo affermando che le attività umane, dette anche antropiche, raggiungono un’intensità tale da influenzare quello che altrimenti sarebbe il naturale corso degli eventi. Per essere considerato tale, il cambiamento o alterazione dell’atmosfera planetaria deve però essere misurabile in un intervallo di tempo solitamente corrispondente a trenta anni. Ma andiamo per gradi e cerchiamo di rispondere alle domande sul perché si parli di cambiamento “climatico”.
Il bilancio energetico e la centralità del clima
Il clima gioca un ruolo fondamentale nella molteplicità di elementi che interagendo tra loro regolano la vita sul pianeta Terra. Il clima o sistema climatico racchiude in sé due aspetti che sono il bilancio energetico del pianeta e gli interscambi di materia che avvengono al suo interno.
Il bilancio radiativo terrestre
Con il bilancio radiativo si intende la quantità di energie della Terra che si ottiene facendo la differenza tra l’energia in uscita e quella in entrata. Per sua conformazione la Terra ha un bilancio energetico stabile e costante, in quanto l’energia in entrata e in uscita più o meno corrispondono. La temperatura del pianeta dunque è in diretta correlazione con il bilancio radiativo terrestre.
La materia nel ciclo chiuso terrestre
Come dicevamo l’altro aspetto che concorre al determinare il clima terrestre sono invece gli interscambi di materia. Diversamente dalle radiazioni che entrano ed escono, la materia rimane grossomodo sempre interna all’atmosfera terrestre, salvo poche e poco rilevanti eccezioni. Se la temperatura rappresenta una buona misura dell’energia terrestre. L’acqua è un ottimo indicatore della materia che viene scambiata all’interno del sistema terrestre. A questo si deve la grande rilevanza del ciclo dell’acqua e quindi delle precipitazioni ai fini della classificazione del cambiamento climatico.
Climatechange e riscaldamento climatico
Ora che abbiamo compreso le nozioni basilari del cambiamento climatico proviamo a capire cosa sta succedendo e perché parliamo di emergenza climatica. Negli ultimi anni soprattutto, ma già da decenni in realtà, gli studiosi hanno cercato di sensibilizzare istituzioni e cittadini del significativo cambiamento delle temperature, quello che chiamiamo riscaldamento climatico o riscaldamento globale [collegamento ipertestuale]. Questa tendenza è talmente delineata che quasi l’unanimità degli scienziati si sono espressi d’accordo [collegamento ipertestuale] nel considerarlo un cambiamento reale e destinato a perdurare se non si interviene in tempo.
Le misurazioni hanno portato gli studiosi ha identificare con assoluta certezza le cause di questo aumento della temperatura terrestre, l’aumento dei gas clima alternati, i cosiddetti gas serra, prodotti dalle attività umane. Seppure la storia climatica terrestre non sia completamente estranea a cambiamenti climatici così decisi, l’elemento davvero preoccupante è la repentinità con la quale questo aumento della temperatura si sta verificando. Un aumento progressivo e incrementale nel relativamente breve periodo corrispondente al progresso della rivoluzione industriale, specialmente con gli ultimi decenni che hanno fatto registrare dei picchi mai raggiunti.
La categoria cambiamento climatico de L’EcoPost
Preso grossomodo atto di che cosa stiamo parlando, noi de L’EcoPost abbiamo deciso di dedicare una delle categorie del nostro blog al cambiamento climatico. Questa categoria, decisamente la principale per quantità di articoli, ha l’obiettivo di portare all’attenzione dei nostri lettori le notizie di carattere generale sulle cause delcambiamento climatico e, allo stesso modo, informarli di tutte quelle che sono le possibili soluzioni al cambiamento climaticoadottate e proposte dagli attori a livello globale.
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Un nuovo inizio
Ora è ufficiale. Da sabato sappiamo che gli USA avranno un nuovo presidente e che si chiamerà Joe Biden. I democratici, pur avendo dovuto probabilmente trattenere il fiato più di quanto credevano, riconquistano la Casa Bianca. Donald Trump è stato sconfitto – anche se ancora non ha accettato i risultati e, anzi ha promesso di battagliare negli Stati decisivi dove i due candidati sono arrivati più vicini – e, salvo sorprese, nel mese di dicembre, a Washington, i grandi elettori voteranno per il ticket di Biden e Kamala Harris. Si tratta di un nuovo inizio per gli Stati Uniti, ci auguriamo che valga altrettanto anche per la questione ambientale, la quale con Trump non è mai stata al centro dell’agenda politica. E neppure in periferia, non compariva proprio, su quell’agenda.
Numerose saranno le difficoltà che il quarantaseiesimo presidente USA si troverà ad affrontare. Abbiamo già tentato di delinearne alcune, la settimana scorsa, quando eravamo ancora incerti sull’esito conclusivo della tornata elettorale. Oggi centriamo il focus su quel che significherà – o meglio, potrebbe significare – per l’ambiente la presidenza Biden.
Il candidato migliore
Sappiamo bene cosa significhino le elezioni. Ogni candidato vuole vincerle e, dunque, durante la campagna elettorale che precede il voto, è abitudine spararne tante, come si suol dire. Cercare di accontentare ogni categoria, di dare una risposta ad ogni bisogno, di accontentare tutti e non scontentare nessuno; questi sono gli obiettivi ogni volta e spesso si esagera, proponendo decisioni e misure che non si ha alcuna intenzione di perseguire, una volta eletti. Biden si è erto a paladino dell’ambiente prima dell’election day. Potrebbe averlo fatto perché il suo avversario non ne parlava affatto e dunque voleva strappargli l’elettorato più sensibile al tema oppure perché ci tiene davvero. Non ci è dato sapere. Lo scopriremo nei prossimi mesi, naturalmente.
Una prima analisi però possiamo già farla. Senza dubbio quello che ha vinto era il candidato migliore relativamente a queste questioni. Joe Biden ha già promesso che rientrerà negli accordi di Parigi, quelli che mirano a mantenere l’aumento delle temperature sul Pianeta all’interno di 1.5 gradi, e che lo farà già nel giorno del suo insediamento. La data è quella del 20 gennaio e possiamo già segnarcela sul calendario, in modo da vedere se manterrà la sua promessa. Io ritengo di sì perché si tratta di una sua bandiera e, comunque, l’apertura del processo di (re)ingresso non comporta molto sul momento, si tratta di un iter che dura circa un anno e, di fatto, fino al gennaio 2022 gli States potrebbero fare quel che preferiscono ambientalmente parlando. Ricordiamo che Trump aveva deciso di uscirne qualche tempo fa. Dal 4 novembre scorso, la decisione è diventata effettiva.
Se già si fermasse qui, Biden si dimostrerebbe un presidente più attento al nostro Pianeta rispetto a quello che lo ha preceduto. L’ex vice di Obama, però, ha presentato un programma climatico ben più ambizioso di questo semplice passo indietro.
Il programma ambientale di Biden
Le parole chiave di Biden, leitmotiv del suo intero programma, iniziano tutte con la B, esattamente come il suo cognome: Build Back Better. Ricostruire, di nuovo, e farlo meglio. Questi tre vocaboli aprono anche la – corposa – sezione del programma Biden Harris 2020 dedicata all’ambiente. Si legge sulla piattaforma dem: “in questo momento di crisi profonda, abbiamo l’opportunità di costruire un’economia resiliente e più sostenibile. Possiamo indirizzare gli Stati Uniti su un sentiero irreversibile per giungere ad emissioni zero, non più tardi del 2050. Nel farlo creeremo milioni di posti di lavoro ben pagati. Il presidente Trump ha negato la scienza, lasciato la nostra nazione impreparata e vulnerabile. Nonostante la crisi accelerasse, ha ritirato numerose misure ambientali che si preoccupavano di tutelare la salute pubblica, pur avendo a disposizione prove che mettevano in correlazione l’inquinamento e la maggiore presa del contagio.”
“Esattamente come ha fatto in merito al COVID-19, Donald Trump se l’è presa con la scienza e ha fallito anche contro il surriscaldamento globale. Lo ha definito un inganno. Ha permesso che le nostre strutture si deteriorassero e che i le nostre fattorie si allagassero. Ha impedito che gli americani guidassero il mondo nel campo delle rinnovabili. Le sue azioni non solo ci hanno fatto retrocedere in termini di progresso e giustizia ambientale ma ci hanno anche reso più vulnerabili, deboli e meno resilienti, come nazione.”
Ovviamente le parole sono ben farcite di retorica politica ma il messaggio appare chiaro. Biden accusa Trump di negligenza ambientale e promette di raggiungere le emissioni 0 entro il 2050. Si tratta di un piano davvero ambizioso. Probabilmente, così ambizioso da essere inverosimile. C’è poi dell’altro.
Joe Biden e il suo piano ambientale, un focus sull’energia pulita. Il video, in lingua originale, è di ABC News.
Le cifre
C’è un altro punto importante nel programma ambientale del presidente eletto. Naturalmente, non esamineremo l’intero documento – esso è comunque disponibile qui – ma ci concentreremo soltanto sui due aspetti che ritengo principali. “Necessitiamo di milioni di infrastrutture, lavoratori specializzati e ingegneri per costruire una nuova economia basata sull’energia pulita. Questi lavori creeranno nuove opportunità per giovani e anziani, per le persone provenienti da ogni comunità e background. Miglioreremo la qualità dell’aria per i nostri bambini, il comfort delle nostre case e renderemo le nostre imprese più competitive. Gli investimenti mirati faranno in modo che i nuclei che hanno maggiormente sofferto l’inquinamento saranno i primi a beneficiare di questa rivoluzione. Ci riferiamo alle comunità urbane e rurali a basso reddito, a quelle di colore e ai nativi americani.”
“Biden investirà rapidamente 2 trilioni di dollari soltanto durante il suo primo mandato. Ciò ci metterà sulla giusta strada per raggiungere gli ambiziosi obiettivi che la comunità scientifica ci richiede. Creeremo così molti nuovi posti di lavoro che arricchiranno la classe media.”
Di nuovo, ci troviamo di fronte a pura propaganda. Chiaro indicatore di ciò è il riferimento alla middle class, serbatoio elettorale per eccellenza negli USA. Eppure Biden passa in rassegna le vere necessità del suo Paese. Per chi è poco pratico della scala corta utilizzata nella numerazione anglosassone, due trilioni equivalgono a 2mila miliardi, ovvero al nostro bilione poiché in Italia utilizziamo la scala lunga. L’investimento promesso da Biden fa impallidire. Si tratta di un tesoretto pazzesco, con il quale si potrebbe veramente riuscire a reindirizzare l’economia statunitense. Il condizionale però resta d’obbligo, soprattutto dal momento che si dice di liberare questi fondi in soli 4 anni. Ci auguriamo che Biden vi riesca ma dubitarne è legittimo. Se vi riuscisse, significherebbe che davvero tiene alla questione ambientale.
Joe Biden e la questione ambientale
Badiamo bene a non definire Biden un ambientalista. Come si è scritto, è indubbio che sia meglio lui di chi lo ha preceduto – che comunque sarà in carica per altri due mesi abbondanti – ma non è certo un verde, e neppure un progressista sensibile al tema. Joe Biden è un democratico tradizionale; non lo si può neppure definire un politico di sinistra, è semplicemente meno conservatore di chi lo ha preceduto o difenda i colori repubblicani. Come ha ammesso lui stesso: “il Green New Deal non è un mio piano, non lo considererò.”
Ciononostante, il presidente eletto ha un programma climatico più che accettabile, visto il precedente. C’è una seria possibilità che affronti la questione ambientale con grinta e determinazione. Almeno per i primi 4 anni. Nel 2024, poi, Biden avrà 82 anni e non è detto che si ripresenti alle elezioni. Potrebbe lasciare la sua eredità alla sua vice, Kamala Harris. Essa, da californiana, è probabilmente ben più progressista di Biden. Però va ricordato che detiene posizioni piuttosto destrorse, per una democratica, su numerose tematiche economiche e sociali.
C’è comunque tempo per preoccuparsi del 2024, intanto vediamo che farà il nuovo inquilino della Casa Bianca. Ha promesso seri investimenti riguardo alle infrastrutture, all’industria automobilistica, ai trasporti, al settore energetico, agli edifici, all’urbanistica, all’innovazione e anche all’agricoltura. Sarà in grado di mantenere le sue promesse?
L’Italia, il Paese di cui tutto il mondo invidia il cibo, il clima e le risorse è sempre più in balia dei cambiamenticlimatici. Stiamo infatti già affrontando i problemi che solo qualche anno fa attanagliavano le nazioni cosiddette tropicali. La mancanza di acqua è uno di questi e ha interessato la Puglia, la Basilicata e la Sicilia durante tutto il mese di ottobre, che statisticamente è uno dei più piovosi dell’anno.
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Le regioni più colpite dalla scarsità d’acqua
La valutazione della carenza di acqua nelle regioni italiane viene condotta dall’analisi dei bacini idrici, ovvero enormi contenitori di acqua piovana utili a sfruttare il più possibile ciò che il cielo ci invia ogni anno gratuitamente. I dati più recenti rivelati dall’ ANBI (Associazione Nazionale Bonifica e Irrigazione), però, non sono incoraggianti.
Nei bacini idrici della Basilicata si trovano ora 78,4 milioni di metri cubi di acqua. Può sembrare molto se non si considerano i metri cubi presenti in questi stessi bacini nel 2019: ben 110 milioni, ovvero 35 milioni di metri cubi di acqua in più. In Puglia lo scarto (negativo) è di 75 milioni di metri cubi. Alla lista delle regioni che stanno affrontando una crisi idrica si è da pochissimo aggiunta la Campania, i cui fiumi stanno subendo un calo significativo della loro capacità: il bacino di Piano della Rocca sul fiume Alento contiene soltanto 6,5 milioni di metri cubi d’acqua, che consiste nel 26% della sua capacità. L’invaso di Conza della Campania, sull’Ofanto, nonostante sia in lieve crescita, presenta comunque un deficit significativo rispetto a un anno fa di oltre 4,7 milioni di metri cubi.
Ancora più preoccupante è il caso della Sicilia. Il 70% del suo ricchissimo territorio rischia infatti la desertificazione. Il dato è stato diffuso lo scorso giugno dal CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche) ed è stato confermato dai dati ANBI. La portata dei bacini idrici siciliani è infatti passata dai 69,9 milioni di metri cubi di acqua del 2019 ai 53,8 milioni di quest’anno.
La prima e più intuibile causa della scarsità d’acqua nei bacini di molte regioni italiane è quella di una inusuale siccità e, quindi, dei cambiamenti climatici. Già a febbraio Coldiretti annunciava che all’Italia mancavano l’80% di piogge, con un inverno più caldo di 1,87 gradi rispetto alla media. In Sicilia sopratutto i picchi di calore e siccità sono in costante aumento e la piovosità dell’isola diminuisce di anno in anno. Secondo l’Osservatorio europeo sulla siccità (European drought observatory) nel 2020 soltanto il mese di marzo avrebbe registrato piogge quantitativamente significative sull’isola. Una quantità ingente di acqua è caduta soltanto a luglio quando Palermo è stata colpita da una bomba d’acqua degna di un paese situato nelle vicinanze dell’equatore (ne parliamo in questo articolo).
La diminuzione delle precipitazioni annuali preoccupa gli scienziati ormai da decenni. Dai primi anni del 900 ai primi del 2000 infatti il tasso di diminuzione delle piogge è stato di quasi 2 millimetri all’anno. Ecco perché è importante fare tesoro delle piogge e raccogliere più acqua possibile nei bacini idrici del Bel Paese. Qui però sopraggiunge un altro problema legato alla poca attenzione che viene riservata alle questioni ambientali oltre che alla prevenzione di eventi meteorologici estremi, siano essi alluvioni o siccità prolungate. Anche perché i bacini dell’Appennino meridionale sono per lo più a gestione pluriennale: impiegheranno molti mesi per riguadagnare quote e volumi confortanti, a patto che piova.
Non solo siccità: ecco perché manca l’acqua in italia
Senza girarci troppo intorno, i bacini idrici italiani non funzionano bene. Come ha spiegato il presidente di ANBI Francesco Vincenzi, in Sicilia la rete di distribuzione irrigua è insufficiente e la capacità degli invasi è fortemente condizionata dagli interramenti, contro i quali è necessaria una vera e propria campagna di escavi. Nel 2019 l’Ispra ha pubblicato dei dati riguardanti i consumi e le perdite di acqua in Italia. Da questi si evince che in Sicilia il 50% dell’acqua potabile “si disperde” a causa di “corrosione, giunzioni difettose, deterioramento o rotture delle tubazioni”. Ciò significa fondamentalmente che la metà dei volumi immessi in rete non raggiunge gli utenti come invece dovrebbe. La situazione è anche migliore rispetto alla Basilicata dove viene disperso il 56,3% dell’acqua raccolta. In Sardegna ne viene persa il 55,6 per cento e nel Lazio il 52,9 per cento.
Il direttore generale di ANBI ha affermato che anche in Sicilia, come nel resto d’Italia mettiamo a disposizione delle autorità competenti l’esperienza e le capacità tecniche presenti nei Consorzi di bonifica ed irrigazione. Ribadiamo, però, la necessità di una loro ristrutturazione secondo principi di efficienza e sostenibilità economica. Da troppi anni, infatti, una mal interpretata funzione della politica ne condiziona l’operatività a servizio del territorio, possibile nell’isola come già avviene nel resto d’Italia“.
Mozia, Sicilia
La carenza di acqua causa perdite economiche
Alcuni aiuti, quindi, ci sono. Lo dimostra anche la Sardegna, per la quale sono stati stanziati 20 milioni di euro per l’efficientamento del canale adduttore dell’invaso di Liscia, mirati a ridurre le perdite in un territorio soggetto a gravi carenze idriche. Una tale preoccupazione da parte delle autorità competenti nasce sopratutto quando iniziano ad esserci anche deficit economici relativi al settore agricolo delle regioni. “La siccità è diventata l’evento avverso più rilevante per l’agricoltura. I fenomeni estremi hanno provocato danni alla produzione agricola, alle strutture e alle infrastrutture con una perdita di 14 miliardi di euro in 10 anni”. Ha dichiarato Coldiretti.
A conferma di ciò si può consultare il rapporto Istat “Utilizzo e qualità della risorsa idrica in Italia“. La premessa dello studio è il fatto che nel nostro paese il settore agricolo si contraddistingue come il più grande utilizzatore di acqua. I bacini idrici infatti servono anche all’irrigazione del terreno, indispensabile per la prosperità delle zone con più spinta specializzazione produttiva. Un esempio è la piana del Sele, dove si coltivano grandissime quantità di ortaggi e frutta. Qui l’irrigazione deve essere assicurata tutto l’anno.
Carenza d’acqua in Italia e allevamenti intensivi: uno stretto legame
Inutile però nascondersi dietro a un dito. All’interno del settore agricolo i maggiori responsabili del consumo idrico nazionale sono gli allevamenti intensivi. Sempre secondo l’Istat ai primi posti per superficie irrigata per tipologia di coltivazione c’è il mais a granella, erbai e altre foraggere, fruttiferi e agrumi. Ma cosa facciamo di tutta questa produzione? “Solo una piccola parte è destinata all’alimentazione umana, mentre la gran parte va ai mangimi degli allevamenti intensivi”. Sostiene Sorlini, professoressa Emerita di Microbiologia Agraria dell’Università di Milano e Presidentessa della Casa dell’Agricoltura. Oltre al fatto che, come sappiamo, gli animali richiedono anche moltissima acqua da bere “direttamente”.
Un’altra schiacciante prova riguarda il consumo di risorse idriche regionale in rapporto alla presenza di allevamenti intensivi. La Lombardia, guarda caso, detiene entrambi i primati. Questo rivela un legame palese tra l’eccessivo sfruttamento del bestiame e un consumo di acqua altrettanto irresponsabile.
Cosa puoi fare tu per alleviare la carenza d’acqua in Italia
Come si legge in un articolo di Internazionale al quale facevamo riferimento in un altro nostro articolo, nella società si sta spargendo il mito del consumatore verde. Un consumatore che, per quanto attento ai suoi piccoli gesti quotidiani, fa poca differenza senza le azioni a favore dell’ambiente di politici, imprenditori ed economisti. Per esempio chiudere il rubinetto mentre ci si lava i denti è una buona pratica che però fa poca differenza a fronte dei consumi di un allevamento di 10.000 galline (e, quindi, intensivo). Avendo quindi ben presente questo, noi de L’Ecopost non scoraggeremo mai i nostri lettori nell’avere qualche accortezza relativa al consumo diretto e indiretto di acqua. Ecco alcuni consigli:
Adotta una dieta povera o priva di carne, specialmente quella derivata dagli allevamenti intensivi. In questo modo invieremo insieme un forte messaggio a chi detiene il potere di questo settore.
Vota politici che hanno a cuore l’ambiente.
Riduci la durata delle docce.
Se lavi i piatti a mano riempi una bacinella dove insaponare le stoviglie. Sciacquale poi con l’acqua corrente solo un un secondo momento.
Spegni il rubinetto quando non necessario (per esempio mentre spazzoli i denti).
Riempi il più possibile la lavatrice e la lavastoviglie per ridurne gli utilizzi.
Quando hai a disposizione dell’acqua di scarto o piovana utilizzala per lo scarico del WC.
A poche ore dalla definitiva uscita di scena degli Stati Uniti dall’accordo di Parigi, una nuova preoccupazione ambientale si fa strada. Trump dà il sì al disboscamento della foresta Tongass in Alaska; ma c’è ancora una speranza ed è riposta nelle votazioni che a breve definiranno il nuovo Presidente USA.
L’importanza della foresta
La Foresta Nazionale Tongass, che si estende nel sud-est dell’Alaska, con i suoi 68 mila km 2 è la più grande foresta degli Stati Uniti. La maggior parte della sua area è composta dalla foresta pluviale temperata ed è abbastanza remota da ospitare molte specie di flora e fauna rare e in via di estinzione.
La foresta è un immenso serbatoio di carbonio, che assorbe dall’atmosfera più emissioni di CO2 di quante ne rilasci, svolgendo un ruolo fondamentale nel mitigare il riscaldamento globale. Gli scienziati stimano che Tongass detenga tra il 10 e il 12% del carbonio immagazzinato negli Stati Uniti.
“L’Amazzonia del Nord America” è per lo più un regno selvaggio e senza strade. Muschi, licheni, salmoni, cervi, aquile calve e orsi vivono alle pendici di montagne nastrate di ghiacciai blu e ricoperte da verdi boschi.
Ma mentre l’Amazzonia è definita una foresta pluviale tropicale, Tongass, che si trova alle medie latitudini, è una foresta pluviale temperata; ovvero uno dei biomi più rari sulla Terra (si trova solo nell’Alaska costiera e nella Columbia Britannica, nel Pacifico nord-occidentale, nella costa meridionale del Cile e dell’Isola del Sud della Nuova Zelanda).
Cos’ha fatto l’amministrazione Trump?
Il Presidente Trump ha rimosso le protezioni alla foresta del Tongass per permettere la costruzione di strade e l’utilizzo del legname del conseguente disboscamento. Un avviso, pubblicato mercoledì dal servizio forestale, ha affermato che tutti i territori del Tongass saranno aperti al suo sfruttamento. L’amministrazione Trump sta rimuovendo le garanzie in vigore da quasi 20 anni.
A pochi giorni dalle presidenziali, l’amministrazione Trump ha annunciato che il Tongass sarà esentato dalla Roadless Rule del 2001, che proibisce la raccolta del legname e la costruzione / ricostruzione di strade, con limitate eccezioni all’interno di aree designate.
A partire da giovedì 29 ottobre sarà possibile per le industrie del legname farsi strada nella foresta del Tongass, in Alaska.
In una dichiarazione al The Independent, il Dipartimento dell’Agricoltura (USDA), che sovrintende al servizio forestale, ha affermato che la sua decisione di esentare Tongass dalla Roadless Rule è stata presa con “il sostegno significativo dello Stato dell’Alaska e della delegazione del Congresso dell’Alaska, e con una solida considerazione di molteplici alternative e punti di vista delle parti interessate ”.
“Il Dipartimento ritiene che una maggiore flessibilità per la raccolta del legname e la costruzione di strade nel Tongass possa permettere di affrontare le preoccupazioni economiche e di sviluppo locali, bilanciando le esigenze di conservazione della foresta”
Ha aggiunto una portavoce.
Secondo l’USDA qualsiasi progetto deve essere conforme al Tongass Land Management Plan 2016 ed essere sottoposto a revisione ambientale, ai sensi del National Environmental Policy Act (NEPA).
A luglio, l’amministrazione Trump annunciò una revisione proprio della NEPA, indebolendone la capacità di valutare i danni che potenziali progetti potrebbero causare all’ambiente. Tutto ciò sta mettendo a repentaglio la cultura e la sussistenza delle comunità indigene, il ruolo della foresta nella lotta alla crisi climatica e la fauna selvatica già in pericolo.
Biden, l’unica speranza contro la devastazione di Trump?
Joe Biden ha annunciato la sua intenzione, come futuro Presidente, di avviare il Paese verso una vera e propria rivoluzione energetica.
“L’industria petrolifera inquina in modo significativo e deve essere sostituita nel tempo da fonti di energia rinnovabile”.
Ma vincere le elezioni potrebbe non essere sufficiente per realizzare l’agenda sul clima. Un Presidente americano non può infatti implementare un piano di investimenti simili senza prima avere una solida maggioranza sia al Senato che alla Camera. Anche in questo caso, la parola finale spetterà agli elettori.
La distruzione totale delle foreste che più sostengono la vita del nostro pianeta in pericolo deve finire. Come? Un buon primo passo: votare per i politici che prendono decisioni basate su una solida scienza.
L’Election Day è arrivato. Oggi, 3 novembre 2020, gli Stati Uniti sono chiamati a votare il prossimo Presidente USA. Da un lato abbiamo Donald Trump, tra i più feroci nemici dell’ambiente a livello mondiale. Dall’altro Joe Biden, ex vicepresidente sotto la legislatura Obama. In palio, a queste elezioni – oltre alla Casa Bianca – c’è una buona fetta delle probabilità che abbiamo di contrastare in maniera adeguata la crisi climatica.
Per l’occasione L’EcoPost ha organizzato una Diretta Facebook, visibile al link, insieme a The Pitch, “il blog delle grandi speranze”, e Kritica Economica, osservatorio controcorrente su economia, società e politica. Due giovani e frizzanti realtà che, come noi, si occupano di informazioni indipendente. L’incontro, che ha visto molti utenti collegati, ha fornito tutte le informazioni utili a capire quali possano essere gli snodi cruciali su cui, probabilmente, i due candidati si giocano la partita.
Come funzionano le elezioni negli USA
I primi minuti sono stati dedicati ad una dettagliata spiegazione di come si voti. Emiliano Mariotti, caporedattore della Sezione Risiko di The Pitch, ha introdotto magistralmente la tornata elettorale. Partendo dalle modalità di voto e di assegnazione dei seggi parlamentari, un sistema che come sappiamo è molto particolare, è stata fatta una previsione su quali siano gli Stati che faranno da ago della bilancia.
Con circa una quarantina di Stati in cui il risultato è già praticamente scontato, il faro sarà puntato su quelle aree in cui l’esito è incerto. Quelle da tenere maggiormente d’occhio sono Texas, Florida e Pennsylvania, in quanto saranno loro ad assegnare il più alto numero di grandi elettori tra gli “indecisi”. Il primo, in particolare, torna in bilico dopo più di 50 anni di totale dominio repubblicano. Un cambio in quella regione significherebbe, con ogni probabilità, sconfitta certa per Trump. Ma un discorso simile si può fare anche per gli altri due, seppure assegnino un numero di grandi elettori minore. Di primaria importanza sarà anche l’esito dell’Arizona, dove la sempre più alta percentuale di popolazione ispanica, insieme ad un aumento del trasferimento nello Stato di numerosi californiani, potrebbe farle cambiare colore.
Nella mappa sono stati colorati in rosso gli Stati repubblicani, in blu quelli democratici e in marroncino gli swing States, i territori ove si deciderà il nome del prossimo presidente. Grafica: Eminetra.
Stati da tenere d’occhio e grandi elettori
Dall’altra parte ci sono anche North Carolina e Georgia, storicamente democratici, che potrebbero invece cambiare casacca. Interessante sarà anche vedere da che parte andranno gli Stati della Rust Belt, anch’essi più incerti che mai. Con il temine Rust Belt – cintura di ruggine – indichiamo la regione prettamente industriale degli States, estesa tra i Grandi Laghi e i monti Appalachi settentrionali. la cintura parte dalla parte occidentale dello Stato di New York e attraversa Pennsylvania, Virginia, Ohio, Indiana e porzioni di Michigan, Illinois, Iowa e Wisconsin. L’intera zona, attraversa da decenni un imponente declino economico, tanto che tra Detroit e Chicago si estendono numerose cittadine popolate esclusivamente da abitanti sotto la soglia della povertà.
Più in generale, grazie ad una mappa del Paese in parte precompilata, è stato fatto notare come, grazie agli Stati già assegnati, Biden parta da un bottino di 216 grandi elettori, mentre Trump parte da 125. Una forbice abbastanza larga che tuttavia non esclude la possibilità che ci sia qualche sorpresa. Per vincere, di grandi elettori, ne servono infatti 270.
Un altro fattore che rende ancora più interessante quest’elezione riguarda l’ampia fetta di americani che hanno scelto il mail voting, il voto via posta che rappresenta una vera e propria incognita. Il conteggio di queste schede potrebbe richiedere più giorni e allungare l’attesa della proclamazione del vincitore.
I temi cruciali affrontati nella Diretta
Dopo l’esaustiva introduzione, si sono succeduti tutti gli altri relatori che, a turno, hanno approfondito un tema di competenza, ritenuto cruciale per l’esito. Andrea Muratore, collaboratore di Kritica Economica, ci ha parlato della situazione sociale del Paese che si appresta a votare. La popolazione è oggi più che mai polarizzata. L’ideale del “sogno americano”, che è da sempre stato un collante tra le varie frange della popolazione, oggi non sembra più reggere. Le diseguaglianze sono sempre più calzate e il problema della discriminazione razziale, oggi, sembra quasi una segregazione di classe.
L’ombra della pandemia
Un argomento ripreso anche da Martina Beltrami di The Pitch, caporedattrice della sezione Galileo che, dati alla mano, ha mostrato, nell’ambito di una più ampia analisi della disastrosa questione Covid, come la pandemia in atto, la quale ha colpito gli USA più di ogni altro paese al mondo, possa giocare un ruolo fondamentale nell’esito elettorale. La parte di popolazione più colpita è stata infatti di gran lunga quella delle minoranze, che hanno anche registrato un maggiore tasso di mortalità. La mancanza di una qualsiasi idea di solidarietà e pubblica assistenza è, infatti, uno dei grandi problemi della società americana. La pessima gestione da parte di Trump dell’epidemia potrebbe dunque fare la differenza.
Tralasciando per il momento i temi ambientali affrontati dai nostri redattori, Mattia Mezzetti e Natalie Sclippa, che approfondiremo in seguito, passiamo ad un commento sul comparto economico del Paese, espresso in maniera chiara e lineare da Camilla Pelosi di Kritica Economica. Se infatti Trump ha sempre fatto della crescita del PIL il suo cavallo di battaglia, è anche vero che il Paese che ha ricevuto era già in ottima salute. Il trend positivo, a cui si sono poi aggiunti gli anni di presidenza del Tycoon, parte infatti dal lontano 2009, al pari del calo della disoccupazione. In questa curva si nota però un’inversione di rotta a partire dal 2019, anno in cui si sono iniziati a vedere i primi effetti delle politiche Repubblicane.
Una situazione poi aggravata dalla pandemia in atto. Il cavallo di battaglia di Trump ci appare quindi un po’ zoppo. Ad oggi, inoltre, la disoccupazione è del 10% più alta rispetto a febbraio.
Energia e futuro
Successivamente si è invece parlato delle politiche energetiche del paese. Un tema più che mai complesso, che vede da un lato l’avanzare della crisi climatica, e dall’altro una lobby come quella dei combustibili fossili che ha un‘influenza decisiva sulle decisioni del Paese. Ad oggi, infatti, gli Stati Uniti si sono praticamente ritirati dal Medio Oriente, grazie allo sfruttamento di shale oil e shale gas, due combustibili il cui approvvigionamento – tramite fratturazione idraulica o fracking – causa feroci danni agli ecosistemi. Le nuove misure di esplorazione ed estrazione hanno permesso al Paese di tranciare quel cordone ombelicale che lo legava alle aree del mondo più ricche di queste materie prime.
Va anche precisato come le grandi multinazionali del petrolio americane abbiano registrato grosse perdite quest’anno. Secondo Andrea Muratore resta tuttavia difficile pensare che gli Stati Uniti non continueranno a giocare un ruolo di primaria importanza nel mercato energetico globale, continuando anche ad insistere sulle fonti di energia tradizionali e altamente inquinanti per non perdere la propria posizione di rilievo nel settore. Gli ultimi due interventi dell’incontro sono invece stati dedicati ai possibili scenari futuri. Camilla Pelosi ci ha spiegato quelle che potrebbero essere le implicazioni della vittoria di un candidato o dell’altro in ambito macroeconomico.
Successivamente Emiliano Mariotti ha invece parlato delle politiche estere isolazionistiche portate avanti da Trump in questi anni. Con la sua riconferma esse vedrebbero una prosecuzione naturale; in caso però di vittoria di Biden subirebbero una grossa frenata. Obiettivo dichiarato del candidato dei Democratici è infatti quello di smantellare quanto fatto in questi ultimi quattro anni in termini di politica estera. Un obiettivo perseguibile ma difficile da realizzare in toto, visto e considerato che al momento intorno agli USA è stata letteralmente fatta terra bruciata.
Chi sono gli sfidanti
I partecipanti alla diretta live per L’EcoPost, i nostri redattori Mattia Mezzetti e Natalie Sclippa,si sono concentrati sulla questione ambientale nell’ampio panorama di queste elezioni. Nel primo intervento si sono delineati i 4 ticket presidenziali. Con questa espressione indichiamo le accoppiate di presidente e vicepresidente espresse dai partiti che ambiscono a porre un loro esponente, per almeno quattro anni, alla Casa Bianca di Washington. I candidati a presidente sono tantissimi, oltre 1200. Davvero pochi però sono quelli che hanno serie possibilità di vincere questa elezione, in quanto hanno raccolto le firme necessarie in tutti gli Stati, possiedono un capitale da investire nella campagna e dispongono di un buon numero di sostenitori su cui contare.
Le infrastrutture del partito repubblicano e democratico, le quali appoggiano, rispettivamente, la candidatura di Donald Trump e Michael Pence e quella di Joe Biden e Kamala Harris, sono le più forti e strutturate. È dunque pressoché impossibile che il ticket vincitore non sia uno di questi due. Accanto a loro però, hanno le firme per vincere anche Jo Jorgensen e Jeremy Spike Cohen del Partito Libertario nonché Howie Hawkins e Angela Nicole Walker per i verdi. Una vittoria di questi outsider è però impensabile, è infatti troppo difficile per questi candidati riuscire a ottenere i voti necessari da parte dei grandi elettori.
Donald Trump e le sue contraddizioni
La grande volata per la vittoria elettorale è iniziata nel mese di settembre. Il presidente uscente, Donald Trump, mai troppo sensibile alla tematica ambientale come sappiamo, ha utilizzato la leva del surriscaldamento globale durante i suoi comizi. Ovviamente l’ha fatto a suo modo, con una dialettica ed un carisma efficaci a strappare applausi ai suoi, ma con pochissima aderenza alla realtà delle cose. In Florida, Stato chiave perché swing State – una di quelle circoscrizioni ove non c’è uno schieramento fisso per l’uno o l’altro partito, bensì le intenzioni dell’elettorato variano di volta in volta – The Donald ha affermato: “Chi mai avrebbe pensato che Trump fosse un grande ambientalista?” Ovviamente nessuno. Il presidente si vanta di aver sostenuto fortemente una gestione attiva delle foreste. Non solo, anche di aver coordinato le numerose agenzie federali atte a prevenire incendi boschivi e dunque la distruzione di ettari su ettari di patrimonio forestale.
Naturalmente sono discorsi da campagna elettorale, con il solo scopo di guadagnare voti in vista delle elezioni. Qualcuno ricorderà la narrativa mendace di Trump in occasione della tragedia degli incendi in California, all’inizio di questo caldo autunno. Il presidente diede la colpa dei roghi alla malagestione democratica del patrimonio forestale – la California è un feudo blu – e disse, di fronte ad un incredulo Gavin Newsom – il governatore dem dello Stato – che non doveva preoccuparsi oltre poiché presto avrebbe cominciato a rinfrescare.
Non pago, Trump aggiunse poi: “In realtà, non credo la scienza sappia.” Negando ancora una volta l’ormai evidenza dell’avanzata del global warming.
Acqua pulita e ruolo dell’EPA
Un altro tema che il presidente ha spesso tirato in ballo è quello dell’acqua. L’amministrazione ha sovente affermato di voler tutelare l’acqua potabile – tema caldissimo in USA dopo la vicenda del piombo da bere nella cittadina di Flint, in Michigan, altro swing State – ma in realtà il suo Clean Water Act fa ben poco per tutelare l’acqua dolce. Industria e allevamento intensivo continuano a poter fare quel che vogliano nelle falde acquifere presenti nei loro terreni e Trump, nonostante quel che dice, ha indebolito o eliminato ben 125 leggi che miravano a tutelare l’aria e le acque. Altri 40 provvedimenti ambientali sono in rollback, ovvero pronti ad essere ridimensionati o eliminati.
L’EPA, Environmental Protection Agency, l’agenzia statunitense per la protezione dell’ambiente, dovrebbe vigilare sull’operato presidenziale relativamente alle questioni di questo tipo. È d’obbligo puntualizzare come, in realtà, queste agenzie paragovernative non siano esattamente arbitri intransigenti, poiché le nomine di chi ne fa parte partono molto spesso dallo Studio Ovale. Ad ogni modo, poi, Trump, si è sforzato di indebolire ancor più l’EPA. Dapprima le ha ridotto i finanziamenti e poi le ha di fatto tolto ogni appoggio a Washington. Allo stato attuale, l’Agenzia ha davvero pochi motivi di esistere. Essa rappresenta, tristemente, più un tentacolo burocratico della grande piovra che è la macchina amministrativa statunitense che un vigile attento sulle misure ambientali che vengono firmate dal POTUS.
In vista delle elezioni: differenze in campo ambientale tra i due schieramenti
All’interno della riflessione ambientale stimolata da L’EcoPost ci si è voluti soffermare rapidamente anche sulle differenze tra i due principali candidati. Per farlo sono stati divisi i più importanti temi ambientali per gli USA dell’immediato futuro: politiche ambientali, fonti energetiche fossili e rinnovabili, smaltimento della plastica e tutela di parchi e patrimonio naturale. In maniera estremamente schematica sono stati suddivisi questi ambiti in cinque tabelle con uno specifico focus su ognuna di queste tematiche. Le tabelle sono consultabili di seguito.
In questa e nelle tabelle successive, quando si parla di Trump si tratta di misure prese durante la sua amministrazione; in merito a Biden invece trattiamo punti del suo programma, dal momento che non è mai stato Presidente ma soltanto il vice di Obama.
La questione dei combustibili fossili è di vitale importanza. Il presidente ci vuole puntare ancora molto, tanto che parla apertamente anche della protezione dell’oleodotto DAP, di cui avevamo scritto. Lo sfidante, invece, è più sbilanciato verso le forme energetiche rinnovabili, pur non rinnegando del tutto il fossile.
Con il Dakota Access attualmente in stallo a seguito di una decisione giudiziaria, il momento sembra buono per puntare sull’energia pulita. Biden è più propenso di Trump ma anche lui deve fare i conti con il peso politico ed economico della lobby petrolifera.
La questione plastica è quella che maggiormente ci fa capire l’incoerenza del presidente. Trump da una parte ha finanziato startup che ripuliscono gli oceani dalla plastica e ha dato vita al programma Plastics Innovation per riciclare la maggior quantità di plastiche possibile. Dall’altra però, il suo governo ha abolito il bando sui prodotti monouso in questo polimero e spedisce mensilmente grandi quantità di plastiche difficilmente riciclabili in Paesi in via di sviluppo.
I parchi e la tutela della wilderness statunitense sono i temi ambientali cui Trump tiene maggiormente. Almeno questo è quanto possiamo apprendere dal giudizio della sua amministrazione. Ciononostante ha da qualche giorno dato il semaforo verde al disboscamento della foresta del Tongass; vero e proprio polmone verde dell’Alaska.
Il caso Alaska e il suo significato in chiave elettorale
Non è ovviamente un caso il fatto che questo via libera giunga a pochi giorni dalle elezioni. L’Alaska è un feudo rosso, uno Stato irriducibilmente conservatore, e l’abbattimento di parte di quella riserva boschiva significa lavoro per molte persone.
La dicotomia tra ambiente ed economia è da sempre parte dell’ideale repubblicano. Da questo punto di vista, Donald Trump è un membro del suo partito fino al midollo, altro che outsider anti-sistema. A onor del vero, ricordiamo che c’è molta più vicinanza tra Joe Biden e i valori economici repubblicani di quanta ve ne sia tra il candidato democratico e l’ala più progressista della sua coalizione; quella composta dalle frange del partito socialista cui appartengono Bernie Sanders e la celebre Alexandria Ocasio-Cortez. Su ampi fronti, anche Elizabeth Warren che ha posizioni a metà tra i progressisti veri e i democratici vecchio stampo come Biden, è ben più di sinistra dell’ex vice di Obama. L’Alaska, ad ogni modo fa un pò storia a sè e abbiamo scelto di approfondirne la situazione.
Da territorio ricchissimo a chiave per vincere le elezioni
Il sottosuolo dell’Alaska è una miniera d’oro. Nero, naturalmente. La ampie riserve dello Stato di ghiaccio sono da sempre un tesoretto per gli States. L’Alaska non è densamente abitato, dato il suo clima. Chi conosce il mito americano degli inizi e la conquista del West sa bene che gli USA devono moltissimo alle risorse della loro terra; ora che a Ovest si è raggiunto l’oceano, l’ultima frontiera è proprio questo territorio. La concessione di ampi tratti dello Stato alle industrie è una mossa altamente strategica per il piano economico di Trump, il quale affida gran parte delle sue possibilità di rielezione proprio a questo aspetto.
Va da sé che l’impatto ambientale di questa decisione sarà disastroso. L’Alaska non è nuova, purtroppo, a scempi ambientali. Citiamo soltanto l’oleodotto TAP, il Trans Alaska Pipeline, serpente d’acciaio che rifornisce lo Stato di gas per il riscaldamento, tagliando a metà il territorio sulla linea dei comuni maggiormente popolati: Wiseman, Fairbanks, Anchorage… Naturalmente, negli anni ’70 – il TAP ha visto la luce nel 1977 – non vi era altro modo, allo stato della tecnologia del tempo, di fornire in maniera sicura e continua combustibile necessario a riscaldare persone e ambienti durante i lunghi inverni artici. Fa però specie pensare che al giorno d’oggi, si voglia proseguire su quella strada.
Il terzetto composto da approvvigionamento energetico, impulso all’economia e sostenibilità ambientale non riesce ancora a mantenersi unito. Ogni volta bisogna sacrificare almeno una delle tre voci. In queste elezioni ne stiamo avendo un concreto esempio. Corre il rischio di farne le spese l’intera America. SIcuramente pagherà pegno l’Alaska, già fortemente minacciata dal surriscaldamento globale.
Dunque, per chi parteggiare a queste elezioni?
Nelle elezioni di questa notte, combattiamo come umanità una bella battaglia nella guerra al cambiamento climatico. Non sappiamo se Biden possa essere il cavaliere in armatura splendente nella lotta, a dire il vero siamo molto scettici al riguardo. Quel che possiamo affermare però, è che Trump sicuramente non sia schierato a fianco del Pianeta. La scelta democratica non è migliore di quella repubblicana, è semplicemente meno peggio. Come hanno ricordato numerosi gruppi ambientalisti statunitensi, il Biden Environment Plan non è assolutamente quel Green New Deal di cui si parla da decenni e che è stato recentemente rilanciato dai progressisti; è però già un inizio, una pianificazione che tiene conto dell’ambiente, un punto di partenza, insomma.
L’unico ticket che spinge sulla misura socioecologica in toto, senza alcun innacquamento, è quello dei verdi, il cui candidato presidente è Howie Hawkins. Nel 2010, quando correva per la nomina a senatore dello Stato di New York, egli mise nero su bianco la proposta rilanciata, all’inizio dell’anno, da Ocasio – Cortez e dal parlamentare Ed Markey. I verdi, però, non hanno alcuna possibilità di vittoria finale.
Il 3 novembre negli Stati Uniti i cittadini saranno chiamati alle urne per decidere quale sarà il futuro politico dello Stato che si trova in seconda posizione nella triste graduatori dei maggiori inquinatori del mondo. Una questione più che rilevante per quanto riguarda le sorti delle questioni ambientali del paese. Per l’occasione L’EcoPost, più in particolare Natalie Sclippa e Mattia Mezzetti, prenderà parte ad una diretta Facebook organizzata in collaborazione con altre due giovani realtà del panorama dell’informazione indipendente italiana: The Pitch, startup milanese dedita ad un’informazione più generalista con diverse redazioni che svariano tra i temi più disparati, e KriticaEconomica, webzine di “un gruppo di universitari e studiosi di varie estrazioni, appassionati di economia e politica economica.”
L’obiettivo dell’incontro è quello di fornire ai nostri lettori una panoramica il più possibile esaustiva sulle imminenti elezioni americane, sfruttando la complementarità delle competenze di ognuna delle redazioni ed accompagnando così il nostro pubblico verso la tanto attesa tornata elettorale statunitense.
L’appuntamento è per questa sera alle ore 21, sulle pagine Facebook di tutti i diretti interessati. Qui il link all’evento.
Perchè potrebbero essere le elezioni più importanti della Terra
Anche il titolo scelto per l’occasione non è casuale. La parola chiave è in questo senso proprio “Terra”, il pianeta in cui abitiamo e la cui salute è fortemente messa a rischio dall’avanzare dei cambiamenti climatici. Gli Stati Uniti in questo senso potrebbero giocare un ruolo fondamentale nel futuro delle politiche ambientali ed energetiche globali, tanto in senso positivo quanto negativo. Se infatti Donald Trump dovesse riconfermare la sua presidenza, considerando il poco tempo che abbiamo per invertire la rotta e l’enorme impronta ecologica del Paese, la situazione potrebbe diventare irrecuperabile. Se invece ad approdare alla Casa Bianca sarà Joe Biden, gli ambientalisti di tutto il mondo potrebbero tirare un sospiro di sollievo. Seppure con tutti i dubbi e le riserve del caso, visto e considerato che il candidato non rappresenta l’ala più riformista del partito in termini di riforme utili alla conversione ecologica, è a tutti gli effetti auspicabile, per chi come noi ha a cuore il futuro di tutti, una vittoria di Biden. Inoltre, in generale, la questione ambientale è uno dei punti cruciali intorno al quale si deciderà l’esito delle elezioni.
Gli altri argomenti cruciali
Se le sorti della crisi climatica potrebbero essere fortemente influenzate dall’esito elettorale, non si può dire lo stesso per il contrario. Il dibattito ambientalista è infatti, come già detto, sicuramente al centro dello scontro, ma ci sono anche tanti altri fattori che vanno inseriti nell’equazione. Ed è qui che entrano in gioco le competenze dei nostri due partner per questa diretta, Kritica Economica e The Pitch. I primi saranno in grado di fornire un’immagine dettagliata dei nodi cruciali in ambito economico, settore che negli Stati Uniti gioca e sempre giocherà un ruolo fondamentale negli esiti di una votazione politica. I secondi invece, oltre ad introdurre quali siano le particolari modalità di voto di quest’anno ed indicarci gli Stati da tenere d’occhio per capire chi la spunterà, ci offriranno una panoramica su tutta una serie di questioni sociali e sanitarie che potrebbero influire in maniera decisiva sull’esito: dalle criticità legate alla gestione della pandemia globale, passando per i risvolti di BlackLivesMatter e, più in generale, la tematica delle diseguaglianze sempre più evidenti all’interno della società americana, ormai sempre più divisa.
Perchè seguire la Diretta
Che siate interessati a questioni ambientali, economiche o politiche, poco cambia. Le elezioni americane sono uno dei fenomeni mediatici più seguiti in tutto il mondo. Il risultato che ne uscirà influirà sicuramente, in qualche maniera, anche su di noi. Sebbene infatti si proverà anche a capire se gli Stati Uniti sono ancora al centro del panorama geopolitico globale, o se al contrario la loro influenza sugli altri paesi stia pian piano scemando, gli USA restano ancora un colosso dell’economia mondiale, e non solo.
Con questa Diretta vogliamo, e speriamo, di riuscire ad offrire agli spettatori una visione il più ampia possibile su quali saranno i temi che decreteranno chi la spunterà, oltre ad ipotizzare quali potrebbero essere i risvolti futuri sul medio-lungo termine anche, e soprattutto, per quanto riguarda la crisi climatica.
Vi aspettiamo questa sera, a partire dalle ore 21, sulla nostra pagina Facebook!
Il ministro dell’ambiente Sergio Costa ha firmato il decreto per regolare la destinazione dei soldi per l’efficientamento degli edifici. Se infatti il Decreto Rilancio prevede è pensato per i privati, questa volta si agirà sui luoghi pubblici, dalle scuole ai centri sportivi agli ospedali.
La firma di un nuovo decreto ministeriale si è resa necessaria per smistare in modo equo e regolamentato i 200 milioni di euro del fondo Kyoto per le scuole. Lo Stato Italiano infatti non ha ancora usufruito della totalità della cifra disponibile. Il decreto ha quindi lo scopo di disciplinare le domande e regolare la concessione dei finanziamenti per la riqualificazione energetica degli edifici di proprietà pubblica.
Di questi soldi, in sostanza, potranno beneficiare le scuole, gli asili nido, le università, gli edifici dell’alta formazione artistica, musicale e coreutica. Potranno però anche fare domanda gli ospedali, i policlinici, i servizi socio-sanitari e gli impianti sportivi. L’efficientamento riguarderà gli impianti energetici e quelli idrici, così come le modifiche strutturali agli edifici, che serviranno, per esempio, a ridurre al minimo la dispersione di calore.
L’altra faccia della medaglia
La maggior parte delle emissioni deriva dai consumi energetici, e in particolare dal riscaldamento degli edifici. Pertanto, il fatto che il Ministro dell’Ambiente intervenga su questo settore è sicuramente un traguardo importante. Ci si potrebbe chiedere, però, se la comunicazione sia abbastanza efficace nell’invogliare le piccole e grandi realtà locali a prendere provvedimenti in merito. Il fondo Kyoto infatti, il cui bando è stato aperto nel 2015 e rinnovato poi nel 2018, prevedeva uno stanziamento di circa 247 milioni di euro.
Dopo cinque anni, i soldi a disposizione sono ancora quasi immacolati. La speranza è che quest’anno, anche grazie agli incentivi del Decreto Rilancio, la comunicazione in merito all’importanza dell’efficientamento energetico sia più intensa e capillare. D’altra parte, come ha affermato lo stesso Ministro Costa, efficientare significa fare un regalo all’ambiente, all’economia e all’occupazione. Con interventi come questi si incrementa la green economy, già sostenuta dall’ecobonus, e si dà un contributo anche alla grande battaglia contro i cambiamenti climatici che l’emergenza Covid non può far passare in secondo piano”.
Il riscaldamento globale e la sempre maggiore acidificazione delle acque del Pianeta, a causa delle emissioni di anidride carbonica, stanno portando le barriere coralline verso l’estinzione. Saranno i primi ecosistemi al mondo ad estinguersi a causa della nostra incuria? Non è detta l’ultima parola. Dall’allevamento dei coralli alla stampa 3D, gli scienziati stanno utilizzando nuovi metodi per salvare una parte vitale del nostro Pianeta.
La minaccia per le barriere coralline
Le barriere coralline stanno affrontando una minaccia senza precedenti: le emissioni globali di CO2, il surriscaldamento degli oceani, l’acidificazione delle acque e la pesca eccessiva.
Il corallo prospera grazie ad una relazione vantaggiosa con le alghe zooxantelle, che vivono all’interno dei suoi polipi. Queste ultime utilizzano i prodotti di scarto del corallo, fornendogli i nutrienti attraverso la fotosintesi. Le temperature del mare sempre più elevate costringono il corallo a espellere le alghe portandolo a morire letteralmente di fame.
Durante un evento di sbiancamento (bleaching) dei coralli, le barriere coralline arrivano a subire enormi morie. L’acidificazione degli oceani aggrava il problema: erodendo la barriera corallina e costringendo i coralli a spendere molta più energia per costruire i loro scheletri di carbonato di calcio e rallentando il proprio tasso di crescita.
Proteggono le nostre coste dall’erosione, sono le nursery dei pesci che mangiamo e ospitano il plancton che produce parte dell’ossigeno che respiriamo. A livello globale, le barriere coralline sostengono un quarto di tutta la vita marina e un miliardo di persone.
La temperatura media globale è già di 1 ° C più calda rispetto ai tempi preindustriali. Inoltre, il cambiamento climatico sta intensificando i fenomeni meteorologici periodici; come gli eventi di riscaldamento di El Niño, aumentando le temperature delle barriere coralline e riducendo l’intervallo di recupero tra gli eventi di sbiancamento.
Abbiamo perso il 50% delle barriere coralline negli ultimi 20 anni; si prevede che oltre il 90% morirà entro il 2050, secondo una presentazione all’Ocean Sciences Meeting di San Diego, in California, all’inizio di quest’anno.
È uno dei motivi per cui nel 2015 le nazioni del mondo si sono impegnate a limitare il riscaldamento globale a 1,5 ° C sopra i livelli preindustriali, una temperatura che avrebbe consentito alle barriere coralline di sopravvivere. Non è ancora chiaro se raggiungeremo questo obiettivo.
L’uomo e le barriere coralline, una convivenza possibile?
Alcuni studi dimostrano che le barriere coralline hanno maggiori probabilità di riprendersi da un evento di riscaldamento se sono protette da altri stress, come la pesca eccessiva, l’inquinamento da agricoltura e danni da parte delle imbarcazioni.
La Coral Reef Alliance sta lavorando con le comunità di pescatori in Honduras, i quali dipendono fortemente dalla barriera corallina. La pesca eccessiva, e non regolamentata, colpisce le barriere in diversi modi: uno di questi è la rimozione degli erbivori, come i pesci pappagallo. Difatti, il loro pascolo limita la proliferazione delle alghe che danneggia i coralli.
Questa organizzazione non governativa aiuta i residenti attraverso l’acquisto di barche, necessarie al pattugliamento della barriera; fornisce posizioni stipendiate sulla terra ferma e aiuta a diversificare i flussi di reddito, in modo che le persone siano indipendenti dallo sfruttamento dell’ecosistema corallino.
“Possiamo fornire loro alternative quando vi è la necessità di una chiusura temporanea della pesca, mirata a proteggere la barriera corallina; in questo modo possono fornire cibo e un reddito per le loro famiglie. Stiamo costruendo la resilienza nella comunità umana e questo si traduce in resilienza nella comunità di barriera. Con i dati alla mano, la gente ha potuto vedere che gli stock ittici stanno aumentando grazie alle loro azioni”.
afferma Madhavi Colton, direttore della Coral Reef Alliance.
La speranza è che, creando resilienza, le barriere coralline e le comunità che dipendono da esse, saranno in grado di adattarsi e sopravvivere se il clima si stabilizzerà.
Nuove frontiere
Attualmente un gran numero di scienziati, da ogni parte del globo, sta impegnandosi nel trovare soluzioni che possano dare una speranza all’ormai incontrollato declino delle barriere coralline.
Il giardinaggio dei coralli
Nella Grande Barriera Corallina australiana, che ha perso metà dei suoi coralli negli ultimi cinque anni, un progetto innovativo si sta inserendo nell’industria del turismo. Quest’ultima dipende per il 90% dalla barriera.
“Stiamo cercando di costruire un’economia più sostenibile e resiliente, fornendo agli operatori le competenze e gli strumenti necessari per propagare i coralli nei migliori siti della barriera corallina. Ciò è necessario a permettere una ricostruzione.”
afferma David Suggett, professore associato presso l’Università della tecnologia di Sydney.
Il programma di allevamento di Suggett, in corso da quattro anni, si basa sul giardinaggio dei coralli. Il progetto prevede l’incollaggio di frammenti di corallo vivo, recuperati da parti sane della barriera corallina, a scheletri di coralli morti o strutture artificiali di barriera.
L’idea è quella di accelerare il processo naturale, per cui frammenti di corallo o polipi vengono trasportati dalle correnti e si fissano su una scogliera, ripopolandola.
“I tour operator possono ritagliare diverse centinaia di frammenti di corallo sulla barriera corallina in ogni immersione e, entro uno o due mesi, il corallo si incolla naturalmente alla barriera iniziando a crescere”.
Il team ha dovuto creare dei veri e propri vivai , propagando solo le linee madri. Viene usata anche la “fecondazione in vitro”, raccogliendo uova/sperma e fertilizzandoli lontano dai predatori fino a quando i piccoli coralli potranno essere iniettati nuovamente sulla barriera corallina in modo controllato.
L’editing genetico
“Abbiamo scoperto che una diversità di tipi di barriera corallina fornisce la varietà da cui dipende l’evoluzione. Dobbiamo conservare i siti caldi, che sono importanti fonti di coralli resistenti al calore, così come i siti più freddi che possono diventare importanti habitat futuri “.
afferma Malin Pinsky, professore associato presso la Rutgers University, New Jersey
Si è notata una migrazione dei coralli in direzione dei poli, presentandosi in Giappone, in luoghi un tempo ricoperti di alghe, e nell’Australia meridionale. E’ un segno di speranza.
Di fronte a un profondo cambiamento globale, non è sufficiente proteggere semplicemente le barriere coralline dallo stress: è necessario un intervento attivo e un adattamento, dal giardinaggio dei coralli alla rimozione fisica dei predatori di questi ultimi.
Altri vogliono intervenire ulteriormente impiantando in modo selettivo varietà tolleranti al calore, inclusi polipi coltivati in laboratorio, o anche utilizzando Crispr, una tecnologia di editing genetico rapido, per produrre versioni geneticamente modificate e resistenti.
L’utilizzo di coralli estremofili
Un posto dove guardare sarebbe il Golfo di Aqaba nel Mar Rosso settentrionale. A causa di una stranezza geologica, i coralli si sono evoluti adattandosi a condizioni di caldo estremo, prosperando meglio quando l’acqua si riscalda.
Questi coralli potrebbero rappresentare una popolazione preziosa e unica: le ultime barriere coralline in piedi alla fine del secolo. Eppure attualmente sono scarsamente protette , minacciate dall’inquinamento e dal dilagante sviluppo costiero, che ne compromette la resilienza.
“Prendi la Grande Barriera Corallina settentrionale, con tre anni di sbiancamento consecutivo. In alcuni punti, il 70% del corallo è andato perso. Ciò significa che il 30% del corallo è sopravvissuto, forse perché è più tollerante. Questi sono i coralli che producono la generazione successiva, che eredita alcuni di quei tratti “
In effetti, uno studio ha dimostrato che il corallo sopravvissuto allo sbiancamento sulla Grande Barriera Corallina nel 2016 aveva il doppio della tolleranza al calore dell’anno precedente. Ricerche di laboratorio separate rivelano che i coralli possono trasmettere le loro strategie adattive alla prole .
Le barriere coralline artificiali stampate in 3D
L’impianto di estremofili termici, come i coralli di Aqaba, potrebbe accelerare il processo evolutivo di adattamento al calore, ma significherebbe cambiare drasticamente l’ecosistema, che va contro i principi della conservazione tradizionale, e comporterebbe dei rischi.
Le barriere coralline artificiali, anche stampate in 3D, possono fornire una buona struttura ai coralli; inoltre i ricercatori stanno ricreando e sperimentando il “rumore” della barriera corallina. Difatti, è dimostrato che l’utilizzo di altoparlanti subacquei per riprodurre i suoni di una barriera corallina sana (in aree degradate) attiri le popolazioni ittiche nell’area, contribuendo a dare il via al recupero dell’ecosistema.
“Affinché l’evoluzione avvenga rapidamente, di solito, richiede molta morte: questo è il segnale della selezione naturale. In questo momento, siamo nel terribile inizio di quel processo. Credo che molti coralli supereranno questo collo di bottiglia, non si estingueranno, troveranno un modo per stare al passo con il cambiamento climatico, purché si dia loro un po ‘di spazio”.
afferma Michael Webster, un ricercatore della New York University.
In altre parole, dipenderà da una buona gestione della barriera corallina e se l’umanità sarà in grado di gestire il cambiamento climatico. Data la portata dello sbiancamento a livello globale, è una previsione coraggiosa: speriamo che abbia ragione.
L’Italia può, e deve, rispettare gli obiettivi dell’Accordo di Parigi. Ma per farlo è necessaria una forte accelerata che vada nella direzione della transizione ecologica. Questo è, in sintesi, quanto emerge dall’Italy Climate Report 2020, un documento redatto da Asvis – Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile insieme ad un gruppo di imprese virtuose, riunite nell’iniziativa “Italy for Climate”“per promuovere l’attuazione di un’agenda italiana per il clima in linea con gli obiettivi del Paris Agreement”.
Di cosa parla l’Italy Climate Report 2020
Il rapporto è stato presentato circa un paio di settimane fa, nell’ambito della Conferenza Nazionale sul Clima, e ha come obiettivo quello di offrire una panoramica esaustiva sulla situazione attuale del nostro paese e quali possano essere gli sviluppi futuri per riuscire a raggiungere i benchmark intermedi fissati dagli accordi internazionali sul clima.
L’Italia, storicamente parlando, è una delle nazioni che meglio aveva cominciato il suo processo di decarbonizzazione. Nel decennio che va dal 2005 al 2014 il nostro paese era infatti riuscito a diminuire le proprie emissioni del 27%. Un dato dei più alti a livello europeo e globale, raggiunto grazie ad un taglio di 160 milioni di tonnellate di gas serra. Tuttavia, come spesso accade all’interno dei nostri confini quando le cose stanno andando come dovrebbero, a partire dal 2015 ci siamo, per così dire, seduti sugli allori, portando a casa un calo delle emissioni che si attesta all’1,6%. Troppo poco per un paese che già oggi sta subendo, eccome, le prime conseguenze dettate dall’avanzamento dei cambiamenti climatici che, lo ricordiamo, con il passare del tempo sono destinate a diventare sempre più impattanti tanto a livello territoriale quanto economico.
Di fronte a questo trend negativo è quindi più che necessario cambiare passo. Un messaggio che Edo Ronchi, presidente della Fondazione dello Sviluppo Sostenibile, ha voluto sottolineare nella presentazione del Report, confidando in un corretto impiego dei finanziamenti che verranno inseriti nel Recovery Plan: “Siamo di fronte a una svolta, un passaggio epocale. Se non destineremo al clima una quota rilevante dei finanziamenti per la ripresa dalla più grande crisi economica dal dopoguerra, il rimbalzo delle emissioni dopo il crollo del 2020 ci allontanerà di nuovo dai nostri obiettivi e l’Italia non si affermerà come “un Paese avanzato e competitivo sul principale terreno del futuro dell’economia globale, quello della green economy”.
I punti del rapporto
Per raggiungere la neutralità climatica al 2050, obiettivo dichiarato dall’UE e dal Paris Agreement, ogni paese deve raggiungere degli step intermedi che prevedono un taglio del 55% delle emissioni al 2030, rispetto a quelle del 1990. Ad oggi il nostro paese ha ottenuto una riduzione del 19% nel periodo di riferimento. Italy for Climate, nello stilare la sua road map per un paese a zero emissioni, ha individuato una serie di punti cruciali sui quali intervenire per ottenere i risultati sperati:
Introduzione di un sistema di carbon pricing, che faccia pagare moneta sonante a chi inquina troppo.
Passaggio da un modello di produzione lineare ad uno rigenerativo.
Forte accelerazione in ricerca, sviluppo e diffusione di soluzioni innovative.
Semplificazione e razionalizzazione delle procedure e degli iter autorizzativi.
Promozione della cultura della transizione.
Queste linee guida sono state pensate per far sì che si possa intervenire in modo trasversale su tutti gli ambiti da coinvolgere nella transizione ecologica. Dall’industria, primo settore per emissioni del paese, passando per i trasporti, fino ad arrivare ai consumi energetici residenziali, il terziario, l’agricoltura ed infine la gestione dei rifiuti. Sono questi, in sintesi, gli aspetti nei quali bisogna intervenire, in maniera massiccia, per raggiungere gli obiettivi intermedi stabiliti dagli Accordi di Parigi.
Le parole chiave della transizione sono quindi riduzione delle emissioni, efficientamento energetico, mobilità elettrica, filiere corte e biologiche con riduzione di alimenti provenienti da sistemi produttivi intensivi, generazione di materia prima seconda e, ovviamente, massicci investimenti nel settore delle rinnovabili.
La palla passa ai politici
La conferenza durante la quale è stato presentato in maniera dettagliato il piano sopra descritto ha visto la partecipazione di diversi rappresentanti politici di alto rango, che, come spesso accade, hanno colto l’occasione per esprimere la propria volontà di implementare questo tanto atteso cambio di rotta. Da Riccardo Fraccaro, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, passando per il Ministro dell’Ambiente Sergio Costa, fino al Ministro per gli Affari Regionali e Autonomie Francesco Boccia, tutti si sono succeduti in delle dichiarazioni che assecondano quanto sostenuto dal report.
“Il green è l’elemento principale del Recovery Plan”. “È necessario cambiare paradigma”. “Il Governo sta lavorando per favorire la transizione verso uno sviluppo sostenibile”. Sono frasi dette e ridette, che periodicamente escono dalla bocca di qualche politico intento a mostrare il suo grande amore per l’ambiente. Ma ad oggi le misure davvero green promosse dal Governo non sono abbastanza. Ad onor del vero va detto che qualcosa è stato fatto, ma siamo ancora ben lontani dal trattare la questione climatica con l’urgenza che merita. Che il Recovery Plan sia lo strumento adatto per vedere un’Italia davvero in prima linea nella lotta al cambiamento climatico? Noi lo speriamo vivamente. Solo il tempo ci dirà se sarà effettivamente così.
Stessa storia, posto diverso. Siamo in Vietnam, un Paese dalla storia millenaria largamente spazzata via da una guerra violentissima, che ha procurato ferite ancora oggi aperte e pulsanti. Oggi, nel 2020, la popolazione vietnamita deve fare i conti con un atro fenomeno che rischia di cancellare quello che negli anni è stato faticosamente ricostruito: i cambiamenti climatici e le alluvioni ad esso collegate.
L’eccezionalità delle alluvioni in Vietnam
Ottobre è il mese delle piogge nel sud-est asiatico, ed è così da 10 mila anni, ovvero da quando la temperatura media terrestre si è mantenuta stabile con un’ oscillazione massima di un grado centigrado. Quest’anno le alluvioni hanno causato la morte di più di 100 persone dall’inizio di ottobre e centinaia di migliaia di sfollati. Non fosse per un’anomalia climatica sarebbe alquanto strano che quest’anno la stagione dei monsoni avesse colto la popolazione vietnamita così impreparata.
La parte più colpita è stata il Vietnam centrale, e maggiormente la provincia di Hue. Due tempeste entrambe di portata sei volte maggiore rispetto alla norma hanno allagato le 136 mila case presenti nell’area e hanno forzato 90.000 persone all’evacuazione. Michael Brosowski, il fondatore di Blue Dragon, un’organizzazione non governativa che aiuta le famiglie in difficoltà ha rivelato al Guardian che Hue deve interfacciarsi ogni anno con le inondazioni e i residenti vivono in modo da essere preparati a qualunque disastro. La portata e la velocità delle tempeste di quest’anno, però, sono scioccanti. Gli abitanti, ora, dovranno cominciare tutto da capo.
Un campo militare di Quang Trị, una struttura che dovrebbe essere provvista di tutti i sistemi di sicurezza necessari, è stato teatro di morte per 14 soldati, che sono stati travolti da una frana. Altri otto sono al momento ancora dispersi. “Queste devastanti inondazioni sono tra le peggiori che abbiamo visto da decenni”, ha affermato Nguyen Thi Xuan Thu, presidente della Red Cross Society vietnamita.
Le associazioni umanitarie, unitamente al governo, si stanno occupando di fornire cibo, acqua, rifugio e indennizzi alle migliaia di persone che, nel giro di qualche giorno, ne sono rimaste prive. Il tutto tramite barche ed elicotteri, visto che l’altezza dell’acqua in alcuni luoghi ha superato i 3 metri.
Non solo inondazioni: il futuro del Vietnam
Come per tutti i disastri naturali, i danni alle persone e al territorio non si possono calcolare soltanto nel breve tempo. Inondazioni di questa portata devastano campi coltivati e allevamenti, allagano ristoranti e attività commerciali, costringono migliaia di persone a lasciare le loro città per mesi o anni, forse anche per sempre, per stabilirsi in luoghi dove non hanno casa, lavoro, famiglia.
Queste condizioni peggiorano la già compromessa situazione causata dalla pandemia di Coronavirus. Non tanto per l’incidenza dell’epidemia in sé, che sembra aver risparmiato il Vietnam dalla strage di morti e l’alto numero dei contagi che stanno interessando altre nazioni. Le autorità hanno infatti segnalato soltanto 1.141 casi di Covid e 35 decessi.
Il danno più grave del virus in Vietnam è dato piuttosto dalla quasi totale assenza dei milioni di turisti che ogni anno calcavano le strade vietnamite, riempivano hotel e ristoranti, sostentavano le guide turistiche locali. E ora le alluvioni hanno dato il colpo di grazia.
Alluvioni e cambiamenti climatici
Come ricordiamo spesso nei nostri articoli, le forti e numerose alluvioni registrate negli ultimi anni non sono solo comuni fenomeni “naturali”. Sono invece dovuti ai cambiamenti climatici direttamente causati dalle attività umane. Il caldo, infatti, causa un aumento di vapore acqueo nell’aria e un accumulo di energia che favorisce la formazione di violenti nubifragi.
Come dimostra questo grafico di Our World in Data i disastri naturalisono molto aumentati negli ultimi decenni.
Dal periodo 1980-1999 a quello 2000-2019 i disastri naturali si sono quasi duplicati, passando da 3,656 eventi a 6,681. Tra questi spiccano le grandi alluvioni, che da 1.389 sono diventate 3.254. Con una curva analoga l’incidenza delle tempeste è cresciuta da 1.457 a 2.034. Nonostante l’implemento delle misure di sicurezza e precauzione, i 7.348 eventi catastrofici accaduti tra il 2000 e il 2019 hanno causato 1,23 milioni di morti e hanno colpito 4,2 miliardi di persone, con una perdita in termini economici di circa 2,97 trilioni di dollari.
Il mio viaggio in Vietnam
La mia memoria è molto breve e selettiva. Per questo credo che tutto ciò che vi resta impresso abbia per me un significato importante. Ricordo, per esempio, di camminare per le strade sterrate nella remota provincia di Hue. Per il nostro viaggio in Vietnam ci siamo spesso affidati a una qualche agenzia turistica, che ci accostava una guida locale. In alcuni casi non era possibile fare altrimenti, poiché esiste il rischio di incappare in qualche mina inesplosa degli anni ’70.
Ci hanno raccontato che talvolta animali selvatici o d’allevamento, ma anche purtroppo bambini che giocano nei campi, ne subiscono lo scoppio. Questa volta, vuoi per l’ennesimo prezzo turistico proibitivo, vuoi perché ci trovavamo in un luogo dai percorsi ben indicati, abbiamo deciso di visitare in autonomia un’area che è rimasta per sempre impressa nella mia mente e nel mio cuore.
Le alluvioni cancelleranno la storia?
Ci trovavamo proprio nella provincia di Quảng Trị (dove si trova l’edificio militare di cui abbiamo parlato nel paragrafo precedente), sopra al complesso di tunnel dove gli abitanti del villaggio di Vịnh Mốc e le loro famiglie si sono nascosti per anni dalle bombe americane. Sono scesa passando per una delle porte, ma dopo qualche passo ho desistito. Il passaggio era stretto, buio, e trasudava una storia orrenda, il cui peso era troppo grande per le mie deboli e viziate spalle occidentali.
Decido quindi di rimanere all’esterno, percorrendo il perimetro dell’ormai inesistente villaggio. A un certo punto, inaspettatamente, scorgo a lato del sentiero un cratere gigantesco, triste residuo di una di quelle bombe mortifere da cui le persone si nascondevano. Ho capito allora che, in una tale situazione, non poteva esserci passaggio troppo stretto, né troppo buio per evitare di accamparvisi per giorni e anni. Quei tunnel che io ho codardamente evitato simboleggiavano la vita in un mondo di morte, la salvezza nel pericolo, la speranza nella paura.
Mi immagino, adesso, quei tunnel intasati dal fango e quel cratere colmo d’acqua. Penso che sarà impossibile per chiunque visitare Vịnh Mốc da qui a molto tempo. Ecco cos’altro sarà sommerso dalle alluvioni e dai cambiamenti climatici: la storia. E con lei le paure, le ingiustizie e, quindi, gli insegnamenti che la accompagnano.
Exxon e Mobil, due storie di successo economico e insuccesso ambientale
La Exxon Mobil Corporation, da tutti chiamata semplicemente ExxonMobil, è un colosso dell’industria estrattiva. Si tratta di una tra le principali aziende petrolifere statunitensi, la quale ha assunto rilevanza mondiale e opera da tempo, con successo, anche sul mercato europeo con il marchio ESSO. La compagnia è nata ufficialmente nel 1999, a seguito della fusione tra la Exxon e la Mobil. Tale merging ha avuto una rilevanza storica nell’economia statunitense poiché ha fuso la Standard Oil Company of New Jersey – progenitrice di Exxon – e la Standard Oil Company of New York – madre di Mobil. Il trust Standard Oil, uno degli attori più potenti a Wall Street, era stato fondato nel 1870 da un mito assoluto nella storia economica, politica e sociale degli States: John Davison Rockefeller, patriarca di una delle famiglie più potenti d’America – e del mondo.
Dalla fusione in poi, ExxonMobil è diventata una delle big four: le quattro principali compagnie petrolifere mondiali. Il gruppo comprende, in ordine di grandezza, BP, Total, ExxonMobil appunto e il principale ente privato a livello mondiale, Shell. Le quattro sorelle, inutile dirlo ma importante ricordarlo, sono tutte costantemente parte delle prime posizioni nella poco invidiabile classifica raggruppante i principali inquinanti mondiali. Soltanto la ExxonMobil ha prodotto, a partire dal 1965 fino ad oggi – ovvero nel periodo in cui si è cominciato a misurare l’impatto delle aziende – 41,90 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente. Si tratta della quarta società più inquinante del Pianeta, sul periodo di riferimento.
L’EcoPost è un magazineapertamente schierato dalla parte dell’ambiente e, dunque, è nella nostra deformazione professionale provare una spiccata antipatia per queste multinazionali dell’inquinamento. Certo, deontologicamente dovremmo essere neutrali, a volte però è molto difficile. Quello di ExxonMobil è uno di questi casi.
Il Guardian, testata molto attenta alla questione ambientale, ha recentemente rilanciato una sua inchiesta – datata 2017 – nella quale esaminava la comunicazione aziendale del gigante del petrolio. Com’è noto, si tratta di un tabloid con sede a Londra, stampato in inglese, dunque i loro pezzi sono naturalmente tutti in lingua. Ebbene, in quello specifico approfondimento, due giornalisti hanno preso in esame la storia quarantennale delle comunicazioni aziendali relative al cambiamento climatico. Dall’esame dei report peer-to-peer, ovvero quelli scritti da scienziati per altri scienziati, è risultata una netta discrepanza fra le informazioni di cui l’azienda era in possesso e quelle che esternava ai non addetti ai lavori.
ExxonMobil ha abitualmente piegato e plasmato la verità contenuta negli articoli scientifici e nei dossier interni prodotti dalla scienza e l’ha ripubblicata su media privi della revisione tra pari, come ad esempio sul New York Times. Com’è noto, il celebre quotidiano consente a privati di acquistare pagine sui suoi numeri e riempirle con articoli propri. SI tratta di inserzioni pubblicitarie, ovviamente. È però consuetudine dare a questi advertisements un certo tono, una veste elegante, spacciandoli come fossero articoli di opinione. Non è certo solo ExxonMobil a comportarsi in questo modo; il Times ha molti lettori e i suoi spazi fanno gola a tutte le principali aziende operanti nel mercato statunitense. Tanto prima quanto dopo la fusione, le società del gruppo hanno sistematicamente mentito e fuorviato il pubblico riguardo al cambiamento climatico e alla sua portata.
Bloomberg News e la nuova indagine
A ciò vanno aggiunte le ultime indagini di Bloomberg News, Recentemente, un’inchiesta della divisione ambientale interna al network informativo che fa capo al miliardario Mike Bloomberg, ha portato alla luce nuovo materiale che prova la disonestà del gigante petrolifero. In sostanza, quel che sarebbe emerso dalle indagini è che la compagnia abbia un piano per incrementare la produzione di energia derivante da combustibili fossili. Fin qui, c’è poco da stupirsi, parliamo di persone che svolgono questo mestiere, dopotutto. Non ci meravigliamo del fatto che inseguano anch’essi la crescita infinita, regina del sistema capitalistico, a spese dell’ambiente. Tutte le altre grandi corporation del pianeta fanno lo stesso, in definitiva. Ebbene, l’aggravante è che ExxonMobil stia tenendo tutto nascosto ai propri investitori.
Il piano di crescita aziendale prevede un elevato aumento dell’emissione di diossine. In alcuni documenti interni, scovati dall’insider che ha passato il materiale alla redazione di Bloomberg, si parla di aggiungere al già elevatissimo inquinamento prodotto da EM una quota di emissioni pari a quelle che, annualmente, vengono liberate nell’atmosfera da un Paese delle dimensioni della Grecia. Queste previsioni, però, sono state accuratamente nascoste agli investitori. Non paga, la compagnia ha anche attaccato con veemenza Bloomberg News, accusandola di aver utilizzato dati vecchi, non più aggiornati e imprecisi. Naturalmente, però, poi ha accuratamente evitato di fornire proiezioni più recenti.
L’ingresso di una raffineria del gruppo ExxonMobil. Foto: New York Times
ExxonMobil in difesa di sé stessa, una storia di buchi nell’acqua
Insomma, dopo la fusione il lupo ha perso il pelo ma non il vizio. Come sottolineano Geoffrey Supran e Naomi Oreskes, autori dell’inchiesta del Guardian, tanto Exxon, quanto Mobil, quanto la ExxonMobil Corp. hanno tutte indistintamente mentito al pubblico.
Dal 2017, anno dell’uscita della prima inchiesta sull’azienda, fino ai giorni nostri, la compagnia ha continuamente cercato di ribattere alle accuse mosse nei suoi confronti. Lo ha fatto dapprima accusando di inattendibilità i due autori dell’inchiesta. Questa mossa, però, ha avuto scarso successo dal momento che Supran e Oreskes sono, rispettivamente, ricercatore e professore associato all’Università di Harvard e si occupano di scienze climatiche da tutta la vita mentre ExxonMobil è… beh, una compagnia petrolifera.
Incuranti dell’accaduto, i piani alti aziendali hanno deciso di pubblicare un report che smentisse quanto affermato dai due luminari. Peccato però che il loro studio sia stato finanziato in toto dalla stessa ExxonMobil e non abbia ricevuto alcuna peer – review. Anche questo documento è in lingua e non è mai stato tradotto. Con tale report la compagnia ha voluto non tanto accusare di falsità la comunità scientifica, bensì denunciare il fatto che quel loro studio sia stato rifiutato da essa. In realtà, la prassi degli scienziati è, da sempre, quella di accettare solo ricerche che vengano verificate tra colleghi.
Quel che interessa alla corporation, comunque, non è tanto passare da vincitrice nell’eventuale dibattito su quanto ExxonMobil inquini, poiché è un dato di fatto che sia un’azienda nociva. Già soltanto riuscire a creare dei dubbi, a mettere in discussione l’attendibilità di quanto detto dagli esperti e riuscire a fuggire dall’occhio del ciclone sarebbe una vittoria per la compagnia. Solo il dar vita al dibattito sarebbe un trionfo per ExxonMobil.
Le bugie del sistema petrolio
L’industria del petrolio ha interesse a mantenere quanto più pulita possibile la propria coscienza. Per farlo non ha che un’arma: negare o comunque depotenziare le argomentazioni sul cambiamento climatico. Le parole usate dai giganti del petrolio sono sempre le solite. Si sta portando avanti una battaglia politica. Gli scienziati pubblicano risultati fabbricati ad hoc. C’è interesse ad attaccare l’industria tradizionale dell’energia. Facciamo attenzione a non mangiare la foglia. ExxonMobil, le sue tre sorelle e l’intero indotto del fossile restano il principale nemico nella lotta per il Pianeta. Le inchieste del Guardian e di Bloomberg News ce lo ricordano una volta in più.
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