Il sistema idrico mondiale fa acqua da tutte le parti

Acqua Crisi

Si usa, si inquina, si spreca. Chi ne ha ancora a disposizione tenta di trarne il maggior profitto possibile, mentre aumentano le aree in cui si soffre la sete. Parlare di acqua significa approfondire un tema che riguarda tutti: delle potenzialità di un bene definito “oro blu” e delle conseguenze che sta portando la sua scarsità o, peggio, la sua totale assenza. È un diritto universale, sancito come fondamentale dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, che garantisce l’accesso all’acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari. Perché non si tratta solo di una questione di accesso al bene, ma anche di stabilità geopolitica e lotta alla crisi climatica.

Quanta acqua c’è?

Dipende da cosa si vuole considerare. Ricopre il 71% della superficie del pianeta, ma quella dolce è solamente il 3,5% del totale. Circa 11 milioni di chilometri cubi. Di questa, non tutta è utilizzabile. Sfruttabile, infatti, è meno dell’1%, visto che il resto si trova allo stato solido. Insomma, il problema, in molti luoghi, è trovare acqua potabile. Monitorarne l’utilizzo è compito di molti istituti internazionali e nazionali. Leggere le ricerche può aiutare a navigare meglio nel mare di informazioni che riguarda l’oro blu.

Quando non c’è acqua

L’acqua è una risorsa scarsa. Bisogna partire da questa constatazione, per riuscire ad affrontare le sfide, prima che si superi il punto di non ritorno. L’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO) ha indicato nel suo report del 2020 che 3,2 miliardi di persone vivono in aree agricole con (indici di) scarsità d’acqua da elevata a molto elevata. I fattori che concorrono alla capacità o meno di un paese di affrontare il problema sono diversi e dipendono dalla sua posizione geografica, dal livello di sviluppo e dalle strutture politiche e sociale, le quali permettono o meno uno sviluppo delle tecnologie e di buona amministrazione della risorsa. Uno studio dell’Istituto Internazionale per l’analisi dei sistemi applicati (IIASA) ha stimato che circa la metà dell’intera popolazione globale vive già in aree colpite da carenza del bene almeno per un mese all’anno e le proiezioni dicono che, entro il 2050, le difficoltà di reperimento e accesso arriveranno a toccare circa cinque miliardi di persone. Di queste, più del 70% sarà nel continente asiatico.

Water Wars

Una delle conseguenze più devastanti si chiama Water Wars: sono le guerre che si scatenano per contendersi le fonti di approvvigionamento idrico. Immaginiamo che un territorio abbia accesso limitato all’acqua per un periodo prolungato di tempo. Gli abitanti preferiranno conservarla per i bisogni primari. Se possiedono un terreno agricolo, non riusciranno più a produrre ciò che dà loro sostentamento, togliendola anche al bestiame. Questa situazione di instabilità può portare a conflitti e ad accaparramenti illeciti, il cosiddetto “water grabbing” (vedi qui cos’è il land grabbing). Si tratta del controllo o della deviazione a proprio vantaggio delle risorse idriche, da parte di un potere, che sia governo, un’autorità o un attore privato. Nei casi peggiori, si arriva allo scontro armato, in particolare quando riguardano corsi d’acqua transfrontalieri. Due o più Stati, infatti, possono essere riforniti dallo stesso fiume. Ma uno di essi può decidere di bloccarlo, per esempio, attraverso delle dighe, che ostruiscono il passaggio. Questi nuovi bacini servono sempre di più per il rifornimento non solo idrico, ma anche energetico o per scopi privati e industriali. Le dispute sono solitamente risolte attraverso un concordato, ma alcune volte – e sempre di più, dato l’aumento della popolazione mondiale – non sono arginabili.

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Acqua in borsa

No, non stiamo parlando della borraccia che portiamo quando usciamo di casa. L’acqua è stata quotata in borsa. Significa che è lecito speculare su questo bene primario. La notizia riguarda lo Stato della California e aveva destato particolare scalpore, ma secondo gli esperti del CME, azienda statunitense che si occupa di titoli future, questo passo è necessario per consentire una migliore gestione del rischio futuro legato a essa.

In Italia, nel 2011 si è votato un referendum per estromettere i privati e il profitto dal settore, ma le politiche sono andate in un’altra direzione, rafforzando la gestione di aziende multiservizio quotate in borsa. 

Navigare in acque inquinate 

Le fonti idriche sono messe a repentaglio anche dall’inquinamento, che può danneggiare l’acqua, la flora e la fauna. Le sostanze tossiche possono essere immesse direttamente all’interno del bacino idrico – attraverso scarichi illegali – oppure confluirci indirettamente, dopo aver contaminato l’aria o il suolo.

I problemi che ne scaturiscono sono molteplici: l’avvelenamento di specie acquatiche, l’alterazione degli ecosistemi, la diffusione di malattie. L’Institute for Health Metrics and Evaluation ha stimato che nel 2017 siano morte prematuramente 1,2 milioni di persone – in particolare bambini sotto i 12 anni – per “cause direttamente connesse all’acqua insalubre”. 

L’inquinamento da plastica è un altro flagello. Il 10% del materiale prodotto ha raggiunto le superfici fluviali o marine mondiali. E così le plastiche rimangono e diminuiscono di dimensione, galleggiando in superficie o scendendo nei fondali. Avevamo approfondito la questione attraverso due articoli, riguardanti lo Stretto di Messina e le spiagge di Bali, in Indonesia.

Quando il livello si alza

Sembra non ci possa essere un equilibrio tra il troppo e il troppo poco. Gli effetti, in entrambi i casi, sono devastanti. Perché se non avere acqua potabile infligge un danno all’uomo e all’ambiente, la devastazione portata da eventi estremi è comunque pesante da calcolare. Per capire l’entità del danno provocato da alluvioni, inondazioni e piogge torrenziali è utile consultare il recente Atlante della mortalità e della perdita economica dovuta a eventi estremi, pubblicata dall’Organizzazione meteorologica mondiale (WMO). 

Mami Mizutori, vice segretaria generale all’Ufficio dell’Onu per la riduzione del rischio di disastri, è chiara durante la presentazione del report: «Purtroppo non siamo in un posto sicuro e il rapporto ci dice che la tendenza per i prossimi 50 anni è abbastanza allarmante. Per darvi alcune statistiche, l’anno scorso 31 milioni di persone sono state sfollate a causa di disastri. Ora, il numero di persone sfollate per disastri sta diventando quasi più grande del numero di persone sfollate per conflitti».

La situazione mondiale

In Asia, tra il 1970 e il 2019 – lasso di tempo preso in considerazione dalla WMO -, ci sono stati 3454 disastri naturali, che hanno causato la morte di quasi un milione di persone. Il 45% di questi eventi erano alluvioni, il 36% a tempeste. Anche in Africa, il 60% delle calamità è rappresentato dalle alluvioni, ma è la siccità a preoccupare, visto che ha causato il 95% delle 730mila vittime del continente.

Nel continente Sudamericano sono stati registrati 867 disastri, che hanno causato circa 57mila morti, il 77% delle quali durante alluvioni. In nord America, America Centrale e Caraibi si riportano 1977 eventi estremi, che hanno portato alla scomparsa di 74839 persone. Numeri simili, per quanto riguarda la regione del Sud-Est Pacifico: 1407 catastrofi, con la conseguente perdita di più di 65 persone.

Infine, in Europa sono stati registrati 1672 disastri, con circa 160mila decessi. Le cause prevalenti sono state alluvioni e tempeste.

Crisi climatica: avremo l’acqua alla gola

Se questi numeri ci raccontano degli ultimi cinquant’anni, è bene anche soffermarsi su quelle che saranno le prospettive future. Se le previsioni per il 2050 ipotizzavano che il livello del mare si sarebbe alzato così tanto da ricoprire zone costiere dove vivono almeno 150 milioni di persone, ora si è ricalibrato al ribasso del 30%, rimanendo comunque una prospettiva preoccupante. 

Il “Piccolo atlante dell’acqua” (Clichy edizioni, 2021) si sofferma su questo punto cruciale. “Con un aumento di 4°C verrebbe inondato il 76% della superficie di Shangai, il 60% della superficie di Hanoi, il 51% della superficie di Calcutta, il 46% di Hong Kong, il 24% di Rio de Janeiro e il 23% di New York. E Venezia? Insieme ad Amsterdam, Bangkok, Amburgo e San Pietroburgo verrebbe quasi interamente sommersa”. Ecco perché è tempo di agire prima che sia troppo tardi. 

Cosa si può fare?

Tre sono i verbi che possono aiutare: conoscere, risparmiare, scegliere.

Conoscere alcuni dati non solo permette di avere un’ancora sulla realtà, ma invita ad approfondire ulteriormente. Inoltre, la regolamentazione a livello nazionale e internazionale sancisce dei diritti e dei doveri: dalla Convenzione sulla prevenzione dell’inquinamento marino alla Direttiva quadro sulle acque, fino ad arrivare ai Documenti diramati ogni 22 marzo, Giornata mondiale dell’Acqua.

Risparmiare: non eccedere nel consumo, con modalità di rifornimento ecosostenibili e imparare a usarla consapevolmente.

Scegliere: prodotti da filiere che stiano attente alla quantità di acqua utilizzata e che non inquinino le falde e i bacini idrici, richiedere chiarezza sull’uso della risorsa e sulla sua dispersione.

Vaia Focus: mettere a fuoco non è mai stato così green

Si dice che una foresta che cade faccia più rumore di un bosco che cresce. E se questo suono, invece, continuasse e diventasse un inno alla rinascita? Nella notte tra il 28 e il 29 ottobre di tre anni fa, la tempesta Vaia si è abbattuta sul Nord Italia, sradicando più di 48 milioni di alberi. In meno di quattro giorni di perturbazioni, la vita che abitava quelle regioni montuosa venne travolta dalla forza della bufera. Ma dalla catastrofe si può ricavare qualcosa di buono, trasformando lo scarto in prodotto unico. Lo sa bene il team di Vaia, startup che punta a trasformare distruzione in bellezza. Il loro primo oggetto, Vaia Cube (che puoi scoprire qui), è una cassa per musica in legno di larice e abete. In questi giorni stanno lanciando il secondo progetto, Vaia Focus.

Abbiamo incontrato Giuseppe Addamo, uno dei fondatori, al Fuorisalone del Museo del Design di Milano. Arrivando allo stand, ci si può immergere nella foresta trentina, grazie alla realtà aumentata. Vista e udito vengono trasportati sulle Dolomiti, in un viaggio che ripercorre la notte della tempesta e segna la differenza tra un “prima” e un “dopo”. Ma anche dopo la devastazione, si possono ripiantare alberi e speranza. Ed è proprio per dare forma nuova allo scarto, che si è arrivati a Vaia Focus.

Leggi la storia di Vaia 

Vaia Cube è un prodotto riconoscibile. Cosa ha fatto la differenza?

Vaia Cube è stato un oggetto che, a differenza di tanti altri, aveva un’anima, un significato dal punto di vista ambientale e sociale che lo ha caratterizzato per il suo impatto sul mondo. Fare qualcosa per il territorio. Credo sia stato questo che ha decretato il successo.

Sperimentare significa fatica. Quali sono stati gli ostacoli?

Non è stato facile. Abbiamo incontrato alcune difficoltà. Trovare le persone giuste e capire se accettare investimenti esterni, ma abbiamo deciso di essere indipendenti, insieme a persone che condividessero la nostra visione. Soprattutto, quelle che ha fatto la differenza è stato essere coscienti di fare qualcosa di utile. Il percorso ha davvero a cuore le cose importanti. cura e amore per le prossime generazioni, sapere come interagire in maniera rispettosa, restituendo qualcosa alla natura. Se ogni azione che noi facciamo fa parte di un ecosistema, portare benefici aiuta a rendere il luogo in cui viviamo un posto migliore. Un altro ostacolo è quello di rendere tutto il progetto sostenibile: i costi e le analisi aumentano, ma il mercato premia le scelte coraggiose.

Vaia Cube in esposizione al Fuorisalone del Museo del Design a Milano.

Oltre all’azienda, c’è una rete. Come scegliete i vostri partner, così da evitare il greenwashing?

Questo è un tema importante. Abbiamo avuto richieste di collaborazione con aziende che non erano in linea con i nostri principi e volevano approfittarsi del marchio di sostenibilità che ci siamo guadagnati. Noi abbiamo scelto solo attività di cui siamo sicuri: i nostri rivenditori sono hotel ecofriendly, botteghe artigianali, musei e realtà culturali, associazioni. Allargare una rete veramente “verde” evita ogni tipo di greenwashing. La forza di Vaia risiede nella trasparenza della comunicazione. Sporcarci e perdere valore non ha senso. 

Rispetto ai primi mesi, quindi, è cambiata la consapevolezza.

Certamente. È aumentata, perché ci siamo esposti e siamo cresciuti insieme alla startup, nel momento in cui abbiamo creato un modo di fare impresa. La responsabilità nostra ci porta a chiedere: che tipo di esempio possiamo essere per le altre attività imprenditoriali? Ormai siamo coscienti dell’impatto -specie di alcuni settori- ed è bene spostarci dalle logiche del mero profitto. Il Salone del Design è una vetrina in cui si può esporre un modello di made in Italy sostenibile. 

Siete al Salone per presentare Vaia Focus. Qual è il valore di uno scarto che diventa lente di ingrandimento?

Il Vaia Focus rispecchia tutta la nostra filosofia: legno recuperato, si pianta un albero per ogni oggetto venduto, collaboriamo con una filiera artigianale italiana. La lente è l’unico componente aggiuntivo, che non è uno scarto, ma è parte di un processo creativo-narrativo, che faceva parte di questa nostra idea di passare dal suono alla visione di persone che nella loro diversità, affrontano insieme ciò che conta, andando insieme verso ciò che conta. La lente risale a 200 anni fa e ingrandisce lo schermo degli smartphone. Ogni oggetto che creiamo ha un messaggio: vedi il modo con occhi diversi, per arrivare all’essenzialità. 

Cosa vi sta insegnando questo progetto?

Rispetto: imparare a collaborare, confrontandosi con tante persone diverse. A livello di prodotto, il comprendere che non tutto quello che noi consideriamo scarto, è tale perché noi lo classifichiamo così. Valorizzandolo, diamo una seconda possibilità alle materie prime che diamo per scontate.

Migrazioni interne e acqua: Italia e Grecia a confronto

E se fossimo costretti a emigrare, in cerca di un clima più favorevole? Le migrazioni interne sembrano un problema lontano, ma secondo le proiezioni del CMCC è una realtà molto vicina, specialmente per le due penisole mediterranee

Grecia e Italia sono solitamente percepite come terre di immigrazione da altri Paesi, specie per le migliaia di chilometri di costa di cui dispongono. Ma se, a emigrare a causa dei cambiamenti climatici, anche solo internamente, dovessero essere le popolazioni di questi due Stati? La differenza tra percezione e realtà si sta allargando. Così, alcuni dati di uno studio della Banca Europea per gli Investimenti (BEI) contrastano con le proiezioni del Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (CMCC), un’istituzione di ricerca scientifica, che si impegna a informare e favorire il dialogo tra scienziati, decisori politici e opinione pubblica.

Il sondaggio BEI

Partiamo dalla percezione. Immaginate di rispondere a un sondaggio, in cui si pone la domanda: “Quali di questi eventi estremi ti preoccupa di più?”. Tra le opzioni, anche l’innalzamento dei mari e la scarsità d’acqua. Per il campione di 2000 persone preso in considerazione per Paese, solo il 20% degli italiani e il 13% dei greci ha dichiarato di essere intimorito dalle inondazioni costiere. Per quanto riguarda la siccità, i numeri non si discostano di molto: 22% per i primi, 27% per i secondi.

Ora, un altro quesito: “Pensi che nel futuro ti dovrai spostare?”, sempre in relazione al mutamento delle condizioni climatiche. Si dovrà cambiare città o traslocare nell’entroterra, a causa di circostanze avverse? 3/4 degli intervistati italiani hanno risposto negativamente, come il 56% degli ellenici. Nei due casi, più della metà è convinta di poter rimanere nel luogo in cui risiede al momento.

Le proiezioni CMCC sulle migrazioni interne e gli eventi acquatici estremi

La percezione, però, è lontana dalla realtà. Pur non essendoci proiezioni precise su cosa accadrà nei prossimi anni, i segni di un cambiamento dell’ecosistema sono già attuali. Come tali, dovrebbero metterci in allerta. Lo studio del Centro Euro-Mediterraneo ha sottolineato, riprendendo le ricerche del Panel Internazionale sui Cambiamenti Climatici (IPCC), che il riscaldamento, l’acidificazione delle acque e l’erosione costiera concorrono ad aumentare i rischi di inondazioni ed eventi estremi -come i Medicane, gli uragani mediterranei – per le comunità che vivono affacciate al mare.

Come indica in modo preciso, per quanto riguarda il Mediterraneo, “le anomalie della temperatura superficiale del mare indicano un aumento di circa 1,2°C su base annuale. […] In particolare, l’aumento maggiore rispetto al periodo di riferimento delle temperature invernali e primaverili si ha per il bacino Adriatico, con valori compresi tra 1,5°C e 2°C.” Nel periodo estivo, si hanno anomalie più alte e diffuse nel mar Tirreno, con un innalzamento di circa 1,5°C, nello Ionio e nell’Alto Adriatico.

Ma le temperature cosa c’entrano con l’innalzamento del mare? Molto. I valori attesi per il mare Adriatico sono di +7, e +8 centimetri per il Tirreno, con dei picchi nelle stagioni primaverile e autunnale.

Eventi estremi in Italia: danni e vittime. Quando cambierà la politica?

Costretti a migrazioni interne

Adattamento e mitigazioni diventano parole chiave, per reagire a una situazione di rischio notevole, visto che tutte le aree costiere italiane saranno caratterizzate da un aumento di temperature rispetto al periodo 1981-2010. Sempre tenendo conto di questo arco temporale, anche l’innalzamento del mare per il 2021-2050 si attesta sopra i 7 centimetri per il bacino del mar Adriatico e del Mar Ionio, fino a un massimo di 9 nel Mar Tirreno e nel Mar Mediterraneo Centrale e Occidentale. È tempo di far combaciare percezione e realtà, prima di dover riempire le valigie.

Fare pace con la natura: tutte le sfide che ci aspettano

Si può fare pace con la natura? Il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente ha cercato di dare una risposta esaustiva a questa domanda in un suo recente report, pubblicato a febbraio. Una sfida, vista l’interconnessione tra l’ecosistema e l’attività umana, per provare a ritrovare l’equilibrio. Soltanto trasformando i sistemi economici e sociali, potremmo godere dei benefici necessari per capire il vero valore dell’ambiente. Lo studio sintetizza i risultati scientifici alla base della ricerca e si sofferma sullo sviluppo insostenibile, che degrada il pianeta, sull’incapacità dimostrata finora di limitare i danni e sulle prospettive condivise, per trovare una strategia che possa essere efficace.

Sviluppo incontrollato: come riuscire a fare pace con la natura

L’uomo ha sempre ambito al controllo totale sulla natura e la sua prosperità ha coinciso spesso con il depauperamento delle risorse del pianeta. La sopravvivenza del genere umano dipende da un equilibrio precario, che può essere mantenuto attraverso il bilanciamento tra ciò che prendiamo -e pretendiamo- e ciò che lasciamo, proteggiamo e ripristiniamo. Ed è per questo che si devono studiare i cambiamenti avvenuti negli ultimi due secoli: avere coscienza del mutamento che abbiamo causato e riuscire a trovare una soluzione. Proviamo a fare un esempio, per contestualizzare il nostro ragionamento che prenda in considerazione un arco di tempo più vicino a noi.

Negli ultimi cinquanta anni, l’economia globale è cresciuta di circa cinque volte. In che modo? Attraverso l’estrazione triplicata di risorse, che andavano a irrobustire la crescita. Nonostante i consumi, un dato dovrebbe far riflettere: la popolazione mondiale è duplicata, arrivando a 7,8 miliardi di persone. Di queste, 1,3 miliardi rimangono in uno stato di povertà e 700 milioni soffrono la fame. Lo sviluppo diseguale ha ampliato ancora di più la forbice sociale. Alla situazione di scarsità economica, si sono aggiunte problematiche a livello ambientale, che hanno esacerbato il disagio. Una delle risposte è quella di adottare delle strategie sul medio e lungo periodo, che aiutino a migliorare le condizioni sia della popolazione che dell’ambiente.

Obiettivi lontani

Sentiamo spesso parlare degli Accordi di Parigi del 2015 come di un passo importantissimo, che ha cambiato le modalità di porsi di fronte alla crisi climatica. I fatti, però, parlano chiaro: il mondo è sulla cattiva strada. Continuando di questo passo, nel 2100, l’aumento di temperatura media globale supererà i 3°C rispetto all’era preindustriale, il doppio rispetto al limite fissato durante il meeting internazionale. Oltre a questo metro di misura, esistono anche 17 obiettivi di Sostenibilità, decisi a livello di Nazioni Unite, che compongono un quadro di target fondamentali per la vita sul pianeta. Nessuno di quelli che vogliono proteggere la vita è stato raggiunto nella sua interezza. I processi di deforestazione e pesca selvaggia continuano indiscriminati, mettendo a rischio specie vitali per la catena alimentare.

Se da un lato sono stati fatti molti progressi, è innegabile non vedere quanti passi devono ancora essere compiuti, per ridurre l’inquinamento dell’acqua e dell’aria, dei prodotti chimici e riuscire a gestire il ciclo dei rifiuti. Tutto questo si riverbera sulla qualità dell’esistenza. Come abbiamo già accennato, il progresso non ha debellato la fame e la povertà. Il cambiamento climatico ne sta minando le fondamenta, aumentando il rischio di malattie legate all’impoverimento della biodiversità e al salto di specie, come è avvenuto con il Covid-19. Non solo. “Le ondate di calore, le inondazioni, la siccità ostacolano gli sforzi per costruire insediamenti umani inclusivi, resilienti e sostenibili” si legge all’interno del documento.

Cosa possiamo fare per fare pace con la natura

Arrivati a questo punto, potremmo essere presi dallo sconforto e constatare la disfatta. Invece di cadere nella tentazione di trovare una scappatoia al cambiamento, ecco che la ricerca offre alcuni spunti per affrontare al meglio il presente e progettare il futuro. La natura deve poter riprendere il suo spazio, attraverso l’espansione delle aree protette e l’inversione delle tendenze di degrado ambientale. Studiare gli effetti delle nostre azioni e affidarsi -e fidarsi- della scienza è, di sicuro, un ottimo primo step di responsabilità collettiva. La trasformazione deve essere sistemica: sociale, economica, politica e ambientale. Le competenze devono essere condivise per trovare le soluzioni migliori per rendere anche i momenti di crisi un’opportunità.

I governi dovrebbero iniziare a intercettare e prendere in considerazione parametri come la ricchezza inclusiva, che, in questo caso, sarebbero di gran lunga superiori alla contabilità del prodotto interno lordo. Si traccerebbe, così, il progresso economico sostenibile, in un’ottica di progresso strutturale e strutturato.

Tutti possono fare la propria parte

Arrivare a una conclusione unica sarebbe insufficiente e superficiale. Tutti gli attori sociali hanno ruoli tra loro complementari e interconnessi: l’impatto è diversificato, in base al tempo che si considera e agli strumenti che si utilizzano. Grazie alla cooperazione internazionale, alle politiche e a una legislazione in grado di regolare il passaggio a un futuro sostenibile, si possono guidare la società e l’economia. Gli individui possono facilitare questo percorso, imparando i concetti di sostenibilità ed esercitando il diritto di voto, ma anche imparando a non sprecare il cibo, l’acqua e l’energia e riducendo la propria impronta ambientale.

Rifiuti alimentari: tutto quello che c’è da sapere

Se lo spreco alimentare fosse un Paese, sarebbe la terza fonte di emissioni di gas serra. Si apre con questa considerazione il Report sui Rifiuti Alimentari (Food Waste Index Report), redatto dal Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente e pubblicato il 4 marzo. Al suo interno, si analizza la situazione mondiale, sottolineando come l’insicurezza alimentare – ossia l’impossibilità di garantire acqua e cibo sufficienti a soddisfare il fabbisogno energetico- stia esacerbando le tre crisi in corso: quella del cambiamento climatico, della perdita di natura e di biodiversità, e quella data dall’inquinamento e dallo spreco. Ripercorrere i punti cruciali del rapporto può aiutare a capire meglio come raggiungere l’obiettivo 12 “Consumo e produzione responsabili” dell’Agenda 2030. Partiremo dalla stima delle quantità dello spreco, fino ad arrivare alle sfide e alle raccomandazioni del Programma, per cambiare le nostre abitudini.

Cosa sono i rifiuti alimentari?

La prima domanda a cui diamo una risposta è definire cosa sono i “rifiuti alimentari”, così da rendere più facile e comprensibile la lettura. Teniamo a mente che il cibo è “qualunque sostanza – processata, semi-processata o grezza- che dà nutrimento”. Da qui, intendiamo come rifiuto tutti quegli alimenti o loro parti edibili, che sono scartati durante la filiera, dal campo alla tavola. Nello specifico, si suddividono gli scarti in due ulteriori categorie: edibili e non edibili. I primi contengono le componenti commestibili, i secondi tutto ciò che è associato alla alimentazione, come ossa e cotenne.

Stima delle quantità dei rifiuti alimentari

I numeri aiutano a comprendere la dimensione del problema. Nel rapporto, si stima che circa 931 milioni di tonnellate di rifiuti alimentari siano stati generati nel 2019. Di queste, il 61% proveniva dal consumo domestico, il 26% dal servizio di ristorazione e il 13% della vendita al dettaglio. Questi primi dati suggeriscono una prima conclusione: il 17% della produzione globale di cibo è sprecata prima di arrivare sulle tavole. Interessante, però, è capire quali Stati generino più scarti. A differenza di quanto si possa pensare, i consumi sono simili in Paesi ad alto, medio e medio-basso reddito. Questo ci porta a una seconda riflessione: non ci si può più soffermare sullo spreco a fine filiera delle nazioni sviluppate e su quello dal campo alla distribuzione di quelle meno sviluppate. Tutti buttano tonnellate di cibo durante il processo di raccolta, trasformazione e consegna. La responsabilità è condivisa.

Ecco che le proiezioni delle organizzazioni internazionali devono essere riviste e i parametri ricalibrati. Si nota, infatti, una sottostima della dimensione del fenomeno. I dati, però, non sono sempre disponibili. Mancano completamente quelli dei Paesi a basso reddito. Così, è necessaria una diversificazione delle strategie per migliorare la situazione mondiale, che deve partire da una raccolta di informazioni che sia più accurata di quella attuale.

Sfide e opportunità della mappatura

Una ricerca come quella contenuta nel rapporto, divisa per tipo di rifiuto e area geografica, rende più accessibile la lettura. Come abbiamo appena visto, però, per riuscire a fornire un quadro completo, la strada è ancora lunga e in salita. L’approfondimento dello studio si suddivide in tre livelli di raccolta dei dati. Il primo riesce a raccogliere stime approssimative, da cui è difficile estrapolare delle vere strategie. Il secondo, invece, ha misurazioni dirette, sufficienti per poter tracciare i flussi. Il terzo, quello auspicabile, alle caratteristiche dei precedenti step aggiunge anche informazioni addizionali, con la disponibilità di costituire modalità di intervento specifiche.

Ed è su questi livelli che ci sono delle limitazioni evidenti della mappatura. Per riuscire a pianificare, servono tempo e informazioni in numero tale da rendere agevole la comparazione. Ma molti Paesi non riescono a quantificare il loro spreco alimentare: così, variazioni sbagliate sul lungo periodo incidono negativamente sugli studi di lungo periodo. Inoltre, metodi differenti di misurazione rendono impossibile il raffronto su scala globale. Programmare una serie di azioni migliorative e seguire le linee guida dei livelli due e tre aiuterebbero a diminuire i rifiuti alimentari.

Raccomandazioni dall’Organizzazione delle Nazioni Unite

Gli studiosi, alla fine del rapporto, evidenziano come quello degli scarti sia un problema di tutti. Uno spreco di cibo è uno spreco di risorse, che ha un impatto profondo sulla filiera, sui costi per il prodotto e per il pianeta. Tutto questo senza dare nutrimento. La questione dell’insicurezza alimentare, che attanaglia ancora una percentuale alta della popolazione mondiale, non più essere marginalizzata, ma deve tornare al centro del dibattito. “Precisione, tracciabilità e comparabilità sono i punti di partenza fondamentali per strategie e politiche nazionali in materia di rifiuti alimentari, così da consentire la riduzione del 50% dello spreco”, come segnalato dall’obiettivo dell’Agenda 2030.

Proviamo, allora, a informarci sull’impatto, che i prodotti che compriamo hanno, prima che arrivino sulla nostra tavola e assumiamoci la responsabilità di cambiare prospettiva sulle dinamiche che depauperizzano il pianeta, per favorire cibi alla moda, che, intanto, devastano il territorio. Diventare consumatori consapevoli si può, anche sprecando di meno.

Giornata mondiale della giustizia sociale: le sfide nell’economia digitale

Ogni 20 febbraio, si celebra la Giornata mondiale della giustizia sociale. Voluta dall’Organizzazione Mondiale del Lavoro (ILO) già nel 2008, ha lo scopo di educare l’opinione pubblica su questioni preoccupanti, per mobilitare la volontà e le risorse per affrontare problemi globali. Quest’anno, si concentra l’attenzione sulla giustizia sociale nell’economia digitale, viste le conseguenze e i grandi cambiamenti avvenuti in questi mesi di pandemia. Tra nuove modalità lavorative e tentativi di rendere accessibili le piattaforme diversificate, le disuguaglianze esistenti si sono aggravate. Il peso della crisi si è abbattuto sulle fasce di popolazione più deboli.

Ascolta il podcast di introduzione all’articolo! 

Divario digitale, meno giustizia sociale

Sono trascorsi ormai 13 anni dalla Dichiarazione sulla giustizia sociale per una globalizzazione giusta, che istituzionalizzava per l’ILO il lavoro dignitoso. Non solo, gli obiettivi strategici si dimostravano di ampio respiro, comprendendo l’occupazione, la protezione sociale, il dialogo sociale e dei diritti del lavoro. Oggi, si ribadisce un concetto chiave: il lavoro non è una merce e la povertà costituisce un pericolo per la prosperità di tutti. Partendo da questa affermazione, possiamo ben immaginare le sfide, che si presentano in questo 2021. L’attenzione all’economia digitale è cruciale, per discutere di regolarità del lavoro e di reddito, dei diritti e delle condizioni eque di impiego.

La giustizia sociale si occupa delle difficoltà che la società affronta nel mondo dell’istruzione, dell’assistenza sanitaria, del lavoro, dell’economia, adottando strategie trasversali e intergenerazionali. Non si tratta solo di una questione di numeri, ma, soprattutto di persone. Le conseguenze della pandemia stanno esponendo a rischi le aziende, come la concorrenza sleale e gli attacchi informatici. Inoltre, l’adeguamento costante dei metodi lavorativi intacca soprattutto i settori più “tradizionali” e alcune parti vulnerabili della popolazione. Nel rapporto 2018, si sottolineava come la maggior parte delle migrazioni fossero legate direttamente o indirettamente alla ricerca di un lavoro dignitoso. 258 milioni erano i migranti internazionali e l’ILO stimava che circa 150 milione fossero lavoratori migranti.

Giustizia sociale e migranti ambientali

Oggi, a questi numeri, si devono aggiungere anche i migranti ambientali. Seppur non ancora riconosciuti a livello internazionale, pagano un prezzo altissimo. Serve, quindi, una nuova visione per l’economia, che «rispetti i confini planetari, che ristabilisca la giustizia e le relazioni sociali come base per il benessere dell’uomo e che, infine, riconosca quale scopo ultimo il benessere sostenibile e reale e non semplicemente la crescita dei consumi materiali». Non è sufficiente redigere delle linee guida per una transizione giusta, ma deve essere applicata una vera giustizia sociale.

Bisogna tenere a mente che una delle cause delle migrazioni è il clima. Il fenomeno è in costante crescita e le stime internazionali prevedono che, entro il 2050, il numero di persone in questa condizione potrebbe essere di 200 milioni. Ci sono dei fenomeni improvvisi, come alluvioni o uragani oppure processi, che necessitano di tempi più lunghi, come la desertificazione.

Leggi anche: “Nuovi migranti climatici da Somalia e Bangladesh”

Tutte le sfide, insieme

Il focus annuale può aiutare a districarsi tra i tanti temi che necessitano di una risposta sociale, economica e politica. Affermare la promozione dei diritti umani -anche per ridurre le disuguaglianze- deve essere intesa non solo come apertura ai mercati, ma anche come avanzamento delle capacità di ogni singolo cittadino. Escludere una delle due facce della medaglia, sottolinea la filosofa Martha Nussbaum, è imprudente, in un’epoca di rapida globalizzazione economica.

Quando a questa espansione dei mercati globali si succede una crisi, i nodi vengono al pettine e le disuguaglianze riaffiorano, esacerbate dalla situazione di instabilità e disagio. Insicurezza, povertà ed esclusione ostacolano l’integrazione e la piena partecipazione all’economia globale per i paesi in via di sviluppo o per le economie in transizione. Inoltre, l’impatto su giovani, migranti e anziani si è acuito, facendo aumentare quel lavoro di cura non retribuito, di cui, spesso, si occupano le donne e che le porta a dover accettare una dipendenza economica all’interno della propria famiglia.

Giustizia sociale, giustizia ambientale

In un’intervista all’Unesco, il professor Thiagarajan Jayaraman afferma schiettamente: «Un mondo pacifico e sicuro è una condizione preliminare per affrontare efficacemente il cambiamento climatico. Ma ciò non significa che la pace e la sicurezza sorgeranno perché si intraprende un’azione efficace per il clima.»

Non possiamo più permetterci di ragionare a compartimenti stagni, come se non si vedesse la correlazione tra fenomeni. Il legame tra giustizia sociale e giustizia ambientale non è immediato, ma scava radici profonde, tra l’immanente, quello che abbiamo oggi, e il permanente, ciò che rimarrà non solo durante la nostra vita, ma anche alle generazioni future.

Riequilibrare la nostra bilancia sociale e ambientale porterà al compimento di una rivoluzione verde e inclusiva, che sia stimolo per un’economia virtuosa e a misura di uomo e di donna. Non lasciare nessuno indietro e favorire uno sviluppo armonico saranno i cambi di paradigma per abbandonare la necessità di fuggire dalle proprie terre o di stravolgere le proprie abitudini.

Stretto di Messina e l’incubo della plastica nei fondali

Nello stretto di Messina vivono i mostri. Non stiamo parlando di Scilla e Cariddi, che resero difficile il viaggio a Ulisse. A minacciare questo braccio di mare, che divide la Calabria dalla Sicilia, ci sono i rifiuti, che inquinano il fondale marino, danneggiando l’intero ecosistema. Uno studio, pubblicato sulla rivista Environmental Research Letters e condotta dall’Università di Barcellona, insieme ad altri centri di ricerca internazionali, ha denunciato la situazione.

I residui di materiali vari, che si depositano o vengono trascinati dalle correnti, diventano cibo per gli animali. Gli esperti si sono concentrati sull’identificazione delle esigenze su cui incentrare il monitoraggio, per poter, finalmente, arrivare ad alcune soluzioni durature. Si sono basati sulla definizione di rifiuti marini, che il Programma Ambientale dell’ONU ha descritto come “qualsiasi materiale solido persistente, fabbricato o lavorato, scartato, smaltito o abbandonato nell’ambiente marino e costiero”. Insomma, il microcosmo, in cui ci stiamo per tuffare, è alterato dalle azioni dell’uomo.

Stretto di Messina: il “mare di spazzatura” con la più alta densità di rifiuti al mondo

Gettato direttamente dalle navi o da altre piattaforme marine oppure finito in modo accidentale tra le onde, tutto lo scarto che produciamo viaggia o si sedimenta sul fondale, cambiandone o, addirittura, stravolgendone l’equilibrio. Solamente nel 2010, si è stimato che più di 8 milioni di tonnellate di rifiuti, abbandonati sulla terraferma, siano arrivati nei mari. E le prospettive sono ancor più negative. Si pensi che alcune previsioni indicano come si potrebbero monitorare fino a 90 milioni di tonnellate di emissioni plastiche negli ecosistemi acquatici entro il 2030. Se già sotto questa lente la situazione è allarmante, conoscere cosa succede sotto lo stretto di Messina è utile per comprendere ancora una volta quanto sia necessario cambiare rotta. In alcune parti del fondo, si riscontra la presenza di più di un milione di oggetti per chilometro quadrato.

A complicare il quadro si inserisce la poca conoscenza del fondale, tanto è vero che, nel 2019, gli studi in questo senso hanno rappresentato meno del 25% di tutti gli studi sui rifiuti marini, microplastiche escluse e un 1/7, includendole. La dispersione è diversa: ci sono degli inquinanti leggeri, a bassa densità, che rimangono sospesi per periodi variabili. Altri, invece, si inabissano. Nessun luogo è escluso da questo tipo di cambiamento e i dati permettono di stabilire che vi è un incremento di articoli monouso, lattine e plastiche. Nemmeno la Fossa delle Marianne è stata risparmiata: a 10900 metri, è stato registrato un sacchetto. In alcuni punti, i rifiuti superano il numero degli esseri viventi presenti. Talvolta, li ingeriscono, scambiandoli per prede, mentre si nutrono di altri organismi o quando sono a caccia di banchi. Come se non risultasse abbastanza, potrebbero mangiarli in maniera secondaria, ossia scegliendo organismi che si erano cibati di detriti in precedenza.

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Come monitorare i rifiuti dei fondali marini

Per fare in modo di riuscire a condurre studi approfonditi e fornire delle soluzioni concrete, bisogna fare un passo fondamentale: monitorare i fondali marini. Se quello dello Stretto di Messina è risultato particolarmente inquinato, è stato anche grazie alla messa a punto di strategie diversificate, così da permettere di incrociare i dati e avere una panoramica più completa possibile. Gli esperti, all’interno della loro ricerca, hanno fornito alcuni spunti. Innanzitutto, indagare le acque poco profonde, così da scandagliare il territorio. In secondo luogo, usare le reti a strascico, che possono essere utilizzate per valutare la densità di rifiuti su vasta scala degli stock ittici.

Questo secondo sistema, però, ha dei punti a suo sfavore più forti rispetto al primo. Potrebbe alterare -ancora una volta- l’equilibrio, riportando a galla o smuovendo detriti e rendendo l’ambiente ancora più dinamico. Un secondo elemento da tenere in considerazione è la pericolosità, dovuta al rischio di cattura di munizione inesplose. Si stima che sia circa un milione di tonnellate di armi chimiche giacciano sui fondali globali. Una minaccia per fauna, flora ed esseri umani. Un altro tipo di osservazioni sono quelle visive, con immagini subacquee in grado di studiare quantità e distribuzione. Per quanto la risoluzione delle immagini possa essere ottima, di sicuro non riuscirà a intercettare inquinanti microscopici. Inoltre, sono operazioni complesse, che necessitano di procedure ad hoc e, talvolta, pericolose. Esistono, infine, piattaforme per l’acquisizione di immagini di rifiuti marini. Tutte le informazioni devono essere analizzate, elaborate, annotate e gestite adeguatamente.

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Perché lo Stretto di Messina non diventi il primo “stretto di plastica”

Sentiamo spesso parlare di sensibilizzazione, per quanto riguarda la gestione dei rifiuti. Ormai, siamo abituati a situazioni di degrado ambientale, che, però, non devono diventare la normalità. Tutelare i nostri mari e, prima ancora, i nostri fiumi, non è solo indicatore di civiltà. È un modo per responsabilizzarci e intervenire, provando a smaltire le enormi quantità di materiale inorganico e nocivo che produciamo e abbandoniamo.

Rifiuti spaziali: cosa sono e perché si producono

Pensiamo al cielo come a un luogo incontaminato, abitato da stelle e pianeti. Ma questa visione romantica non tiene conto delle centinaia di migliaia di detriti, che ogni anno vengono immessi nell’orbita terrestre. I rifiuti spaziali sono perlopiù costituiti da frammenti di dispositivi ormai non funzionanti. Il numero di apparecchiature è in costante crescita, come le esplosioni e le collisioni, anche a migliaia di chilometri orari. Nuovi studi, condotti dall’Agenzia Spaziale Europea (ESA), hanno l’intenzione di renderne più sostenibile il traffico, inventando degli “spazzini”.  

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Collisioni in orbita tra rifiuti spaziali

Immaginare un mondo senza satelliti è impossibile: nessun GPS, niente TV satellitare, rallentamento di internet. Insomma, tutto il mondo digitale sarebbe compromesso. Quando, nel 1957, fu lanciato Sputnik 1, non si pensò alle conseguenze degli apparecchi in disuso. Ma con l’accumulo decennale, lo spazio di transito è stato occupato da quelle che potremmo definire carcasse, che continuano a viaggiare. In questo sistema, però, sorge un problema fondamentale. L’Università di Warwick ha notato come sia molto difficile schivare i pezzi, che vagano, non essendo catalogati.  L’ESA ha monitorato che, ogni anno, si verificano, in media, dodici delle cosiddette “frammentazioni accidentali”. Queste sono dovute a esplosioni, problemi elettrici o, addirittura, distacco di componenti.

Gli operatori satellitari, che hanno il compito di condurre i veicoli, non hanno una visione completa. Per questo, la pericolosità aumenta, nonostante le piccole dimensioni. Come spiegato dagli esperti, un pezzo di detrito può muoversi a diversi chilometri al secondo. «A queste immense velocità, anche oggetti minuscoli hanno abbastanza energia per neutralizzare un satellite operativo.» Così, come in un incidente a catena, la situazione può peggiorare a ogni schianto.

Nuove regole, vecchi satelliti

Non tutti i satelliti sono attualmente conformi alle linee guida internazionali. Ma esistono delle regole di “mitigazione dei detriti”, per riuscire a ridurre il numero degli oggetti. In questo modo, nel 2018, il 35% è riuscito a compiere il de-orbiting, ossia quel movimento, che permette al rifiuto spaziale di uscire dall’orbita.

«L’ESA sta lavorando attivamente per sostenere le linee guida per la sostenibilità a lungo termine delle attività spaziali del Comitato delle Nazioni Unite per gli usi pacifici dello spazio, incluso il finanziamento della prima missione al mondo per rimuovere un pezzo di detriti dall’orbita, contribuendo a creare un rating internazionale di sostenibilità spaziale e sviluppando tecnologie per automatizzare la prevenzione delle collisioni e ridurre l’impatto sul nostro ambiente dalle missioni spaziali.» afferma l’Agenzia, sul suo sito.

Arriva lo spazzino spaziale

Non è facile seguire i detriti. Ci prova il Dipartimento di Difesa degli Stati Uniti, attraverso la rete Space Surveillance Network, con il compito di rilevare e catalogare i rifiuti spaziali. Ma non è l’unica soluzione trovata a livello internazionale. Se pensiamo alla spazzatura nelle nostre città, ecco che subito ci viene in mente il servizio di nettezza urbana, che ha il compito di lasciare le strade pulite. Per lo spazio, ecco che entrerà in funzione ClearSpace, un vero e proprio spazzino, che si occuperà di rimuovere il mare di immondizia che gira intorno alla Terra. Così, nel 2025 inizierà la prima missione, per raccogliere un detrito specifico del 2013. L’investimento è notevole, di 86 milioni di euro. «Il nostro progetto di ‘camion da rimorchio’ sarà pronto a ripulire le orbite chiave che potrebbero altrimenti risultare non utilizzabili per future missioni, eliminando il rischio crescente e le perdite per i loro proprietari, a vantaggio di tutta l’industria spaziale. Il nostro obiettivo è di costruire servizi in orbita convenienti e sostenibili.» ha affermato Luc Piguet, amministratore delegato del progetto.

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La “nuova frontiera” dei rifiuti spaziali

Un piccolo passo per l’uomo, un grande passo per la sostenibilità. Sembrerebbe così, anche se i danni sono già vistosi. Lo scopo di queste missioni è proprio evitare di creare ulteriori detriti e rimuovere quelli esistenti. Dallo studio delle collisioni è emerso che i satelliti si sono spezzati in modo catastrofico, generando nuvole di rifiuti spaziali. Il fine di tutte le strategie è trovare un modo per risolvere le debolezze di sistemi come quello del CleanSpace, che riesce a prendere solo un detrito alla volta e brucia insieme a lui. Altri strumenti utilizzabili sono un laser, che permetterebbe di colpire da terra, ma senza la certezza di riuscita.

 Un’ulteriore possibilità è una sorta di veicolo, che aggancerebbe il bersaglio e lo porterebbe a rientrare nell’atmosfera. Se, idealmente, i residui si schianterebbero nell’oceano, è difficile prevedere con certezza dove atterrino. Insomma, pericoloso per l’uomo e per l’ecosistema marino. Siamo riusciti a inquinare anche lo spazio. Solamente sulla Luna, rimangono 190mila chilogrammi di materiale. È fondamentale, fin da ora, capire come ripulire tutti questi rifiuti spaziali e cercare di trovare una strategia che funzioni.

Microplastiche nell’Artico: dalle nostre lavatrici al Polo Nord

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Li compriamo a pochi euro, magari in superofferta. Non ci chiediamo con che materiale siano stati prodotti, né tantomeno la loro impronta ambientale. Ma, risciacquo dopo risciacquo, i nostri indumenti rilasciano fibre di poliestere. Le microplastiche di meno di cinque millimetri inquinano prima i mari e gli oceani, per arrivare fino ai Poli. L’impatto è devastante, come dimostra uno studio dell’Università della Columbia Britannica, in Canada, pubblicato da Nature Communications. Siamo pronti a cambiare?

Il team di scienziati ha monitorato la diffusa distribuzione di questi contaminanti in acque marine vicine alla superficie di 71 stazioni, nell’Artico europeo e nordamericano. Dalle ricerche effettuate, sono riusciti a ricostruire anche il viaggio che queste particelle compiono. La prima domanda è: da dove arrivano? Gli esperti suggeriscono che le fibre di poliestere recenti siano trasportate nell’Oceano Artico Orientale, attraverso gli ingressi dell’Oceano Atlantico oppure trasportati da Sud, tramite l’aria. Da questo punto di partenza, hanno collegato la quantità di scarti alla produzione tessile alle acque reflue provenienti dalle lavatrici domestiche.

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La presenza di fibre tessili è pervasiva

«C’è un forte sospetto che il bucato, l’abbigliamento e i tessuti stiano giocando un ruolo significativo nella contaminazione degli oceani del mondo con microfibre» afferma Peter Ross, professore di Scienze della Terra, degli Oceani e dell’Atmosfera, a capo della spedizione. In un suo elaborato divulgativo, ha spiegato al pubblico questa amara scoperta, con dettagli interessanti. Nei 20mila chilometri percorsi, hanno documentato ogni tipo di colore immaginabile: dal rosso al blu, dal giallo al verde. Insomma, un arcobaleno inquinante, che viene ingerito da pesci, uccelli e mammiferi marini. Le dimensioni, infatti, sono ridottissime. Il 92% del materiale è composto da fibra, con una media di 14 micron di spessore e 1,1 millimetro di lunghezza.

Anche la densità, in queste zone così remote, spaventa. Hanno trovato una media di 49 particelle di microplastica per metro cubo in mare in tutto l’Artico. Questo dato deve mettere in guardia, visto che si avvicina particolarmente ai livelli riscontrati negli oceani. E i tipi di tessuto ritrovati sono compatibili con quelli catalogati durante una ricerca analoga nelle acque reflue domestiche di Vancouver e riconducibili al bucato. Una stima recente ha quantificato gli sversamenti in 878 tonnellate di fibre all’anno, solamente delle famiglie statunitensi e canadesi. In fondo, però, dobbiamo ammettere che il poliestere è comodo. È sintetico, si può utilizzare da solo o insieme a fili naturali e si adatta a diverse condizioni d’uso. Ma è proprio nella sua versatilità, che si nasconde il problema.

Le microplastiche non si trovano solamente al Polo Nord

Anna Kelly, dottoranda di ricerca all’Istituto per gli studi marini e antartici della Tasmania, ha pubblicato, nel maggio scorso, uno studio sulle microplastiche in Antartide. Ha identificato 14 tipi di polimeri -macromolecole costituite da particelle più piccole, chiamate monomeri- contenute in un carotaggio estratto nel 2009. L’analisi successiva ha constatato una concentrazione maggiore rispetto a quella dell’Oceano Meridionale. Questo potrebbe derivare dal turismo, dalle stazioni di ricerca e dal traffico marino, visto che i residui, non ancora scomposti, sarebbero troppo freschi per essere stati trasportati dalle correnti.

La fauna è a rischio di bioaccumulo di materiale plastico. Il Professore Delphine Lannuzel, co-autore della ricerca, in un’intervista al The Guardian, si dice preoccupato. «Il ghiaccio marino è l’habitat per alcune specie chiave. […] Il Krill definisce tutto il resto della catena alimentare e si affida alle alghe di ghiaccio marino per crescere. » In questo modo, hanno scoperto che le plastiche erano circondate da alghe, cresciute nel ghiaccio.

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Microplastiche: quali soluzioni?

Anche se questa notizia non rassicura, come molte che riguardano l’ambiente, esiste però un lato positivo. Non tutto è perduto. Visto che si conoscono le conseguenze, si può agire. Lo stesso Peter Ross elenca alcune soluzioni, che possono aiutare a diminuire il nostro impatto sull’oceano. Innanzitutto, bisogna diversificare. Non tutti i tessuti sono uguali. Molte aziende di design si affidano a nuovi metodi sostenibili per la fabbricazione dei loro capi. Le perdite possono essere ridotte drasticamente. Si stima, infatti, che ci sia una differenza di 800 volte tra materiali a basso e alto spargimento di fibre. Esistono, poi, in commercio, alcuni filtri, da installare sulle proprie lavatrici, che riducono il rilascio fino al 95%.

Altri due inviti vogliono includere sia scelte personali che strategie collettive. La prima si rivolge ai consumatori, a ognuno di noi. Possiamo optare per tessuti naturali, poco lavorati o lavorati con modalità sostenibili e che durino nel tempo. La seconda deve essere una visione comune, basata sull’opportunità di slancio economico e ambientale, che i governi devono tenere in considerazione riguardo alla plastica. Un’agenda dettagliata internazionale può portare a un innalzamento degli standard di controllo sulla qualità dell’acqua. Una proposta è arrivata dal Canada, al G7 -un’organizzazione intergovernativa di cui anche l’Italia fa parte- per la sottoscrizione di una Carta sulla Plastica  negli Oceani.

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Campioni della Terra: l’Onu premia sette giovani imprenditori ambientalisti

Imprenditori, intraprendenti, ambientalisti. Con le loro invenzioni vogliono migliorare il mondo. Per questo motivo, l’Organizzazione delle Nazioni Unite li ha premiati, insignendoli del riconoscimento “Giovani Campioni della Terra”. Hanno trovato nuovi metodi per far fronte a vecchi problemi, come spiega bene Inger Andersen, la direttrice esecutiva del Programma Ambiente dell’Onu.

«A livello globale, i ragazzi sono all’avanguardia nella richiesta di soluzioni significative e immediate alle tre grandi crisi planetarie del cambiamento climatico, della perdita di biodiversità e dell’inquinamento. Noi dobbiamo ascoltare». Conosciamo meglio i sette vincitori e le loro idee: Nzambi Matee, Xiaoyuan Ren, Vidyut Mohan, Lefteris Arapakis, Max Hidalgo Quinto, Niria Alicia Garcia, Fatemah Alzelzela.

Nzabi Matee: i mattoni alternativi per un futuro nuovo (Giovani Campioni della Terra – Africa)

Ha studiato fisica e ingegneria dei materiali. A 29 anni, è responsabile della Gjenge Makers Ltd, un’azienda di produzione di materiali da costruzione sostenibili. Vuole affrontare così il problema, Nzabi Matee, dell’inquinamento da rifiuti di plastica, riuscendo anche a migliorare le condizioni abitative del Kenya, Stato da cui proviene. «Abbiamo collaborato con diversi produttori di tappi e guarnizioni per bottiglie di plastica nell’industria delle bevande e farmaceutiche qui in Kenya, da cui raccogliamo scarti.» Il passo successivo è amalgamare questi composti con sabbia riciclata. In questo modo, la società riesce in un duplice scopo: fare bene all’ambiente e fornire un reddito stabile a più di 100 persone, riconvertendo 500 chilogrammi di rifiuti al giorno.

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Xiaoyuan Ren: trovare acqua pulita e potabile, per tutti (Giovani Campioni della Terra – Asia e Pacifico)

Ha messo in pratica i suoi studi in ingegneria ambientale al MIT, per rendere accessibile l’acqua anche agli abitanti delle zone rurali. Così, Xiaoyuan Ren, ventinovenne cinese, ha creato la piattaforma dati MyH20- Water Information Network. Il suo scopo è di monitorare il sistema idrico, diagnosticarne i problemi e risolverli nel minor tempo possibile. «Negli ultimi mesi, la nostra rete è cresciuta fino a superare 100 team sul campo che coprono oltre 3800 set di dati in quasi 1000 villaggi in 26 province e ha consegnato con successo stazioni di acqua pulita a decine di migliaia di abitanti dei villaggi in Cina.»

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Vidyut Mohan: la tecnologia contro l’inquinamento atmosferico (Giovani Campioni della Terra – Asia e Pacifico)

Comprare bucce di riso, paglia e gusci di cocco dagli agricoltori e trasformarli in carbone. Così Vidyut Mohan vuole contribuire a mitigare i cambiamenti climatici e dare un sostentamento economico alle comunità povere. Co-fondatore di Takachar insieme a Kevin Kung, il suo scopo è quello di far diminuire la combustione di sterpaglie, spesso utilizzata dagli agricoltori per preparare i campi alla nuova semina e così riducendo i costi di bonifica. Secondo alcuni studi recenti, «entro il 2030, Takachar avrà un impatto su 300 milioni di agricoltori colpiti da questo problema, creerà 4 miliardi di dollari all’anno equivalenti in reddito rurale e posti di lavoro aggiuntivi e mitiga un gigaton/ anno di CO2 equivalente.»

Lefteris Arapakis: proteggere il Mediterraneo per proteggere la Terra (Giovani Campioni della Terra – Europa)

La plastica in mare è una delle grandi e dannose conseguenze del nostro stile di vita. Lefteris Arapakis, ventiseienne greco, ha voluto fare la propria parte. Attraverso la sua azienda Enaleia, non solo si occupa di bonificare i rifiuti oceanici, ma procede anche al loro corretto riciclaggio. Creando un’operazione di pulizia su larga scala, riesce a eliminare più di 1,5 tonnellate di plastica marina settimanalmente e 10 tonnellate di attrezzi da pesca scartati. Anche per questo, ha lanciato Mediterranean Cleanup, lavorando con 700 persone su 145 barche dalla Greci e dall’Italia e danno una ricompensa per i rifiuti raccolti.

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Max Hidalgo: trasformare l’aria in acqua è possibile (Giovani Campioni della Terra – America Latina e Caraibi)

Il suo obiettivo è approvvigionare le popolazioni rurali, dove le risorse idriche scarseggiano. Per questo, Max Hidalgo Quinto, biologo trentenne peruviano ha fondato YAWA, una tecnologia che permette di ottenere fino a 300 litri di acqua al giorno dall’umidità atmosferica e dalla nebbia.

«Yawa è un’alternativa che ci permetterà di prepararci per il futuro di fronte a un’imminente carenza di questa risorsa che 33 paesi subiranno nel mondo nel 2040.» Il suo generatore di energia elettrica a forma di fiore locale e un vaso in grado di ricaricare le batterie dei telefoni cellulari sono solamente due delle sue invenzioni.

Niria Alicia Garcia: le comunità indigene guidano la lotta per salvare il salmone del Sacramento (Giovani Campioni della Terra – Nord America)

«Il motivo per cui stiamo lottando per riportare indietro il salmone Chinook è che sono una specie chiave di volta qui. […] Sono anche sacri per il popolo Winnemem Wintu e molte altre comunità indigene dalla California al Canada all’Alaska.»

Così si presenta Niria Alicia Garcia, laureata in studi ambientali e sostenitrice dei diritti umani dei Xicana. Organizza la Run4Salmon, un percorso di due settimane, che segue lo storico viaggio del pesce per 480 chilometri. In questo modo, vuole ispirare, educare e coinvolgere le persone, per preservare gli animali dall’estinzione.

Fatemah Alzelzela: Eco Star e gli alberi per i rifiuti (Giovani Campioni della Terra – Asia Occidentale)

Ventitreenne, originaria del Kuwait, Fatemah Alzelzela ha concluso i suoi studi in ingegneria elettrica lanciando Eco Star. Il team si focalizza sulla raccolta differenziata. «In cambio di rifiuti, lavoriamo fianco a fianco con le principali aziende agricole per dare piante e alberi a privati e organizzazioni – incoraggiando l’aumento della copertura verde.»

Le tonnellate di materiali risparmiati attraverso questa modalità di smaltimento sono in aumento e le operazioni sono state più di duemila, coinvolgendo istituzioni e privati.