Nata nel 1993 a Roma, laureanda in Scienze Biologiche. Grazie alla sua famiglia fin da piccola si appassiona alla natura e alla conservazione di quest’ultima decidendo di farne una missione nella vita. Questo la porta in giovane età ad affacciarsi al mondo della subacquea e della fotografia naturalistica, partecipando a corsi (Scuola di fotografia Emozioni Fotografiche) e workshop in tutta Italia, come il “Marine Wildlife 2018” con Canon presso Tethys Research Institute. Durante il liceo vince due premi letterari che la portano ad appassionarsi al giornalismo, specialmente quello ambientale. Affascinata dai lavori delle sue mentori, Ami Vitale e Cristina Mittermeier, punta a diventare anche lei una foto/videoreporter per la conservazione dell’ambiente. Crede fortemente nel potere della parola e delle immagini attraverso le quali spera, un giorno, di poter dare un contributo per la salvaguardia del Pianeta. Nel 2020, grazie a L’Ecopost, le viene data l’occasione di poter affacciarsi al giornalismo e alla denuncia ambientale.
Yucatan, Messico – Il 2 luglio alle 5:15, la società petrolifera Pemex ha segnalato una perdita proveniente da uno dei suoi gasdotti sottomarini; ma solo alle 10:45 la compagnia ha iniziato a chiudere le valvole di interconnessione, spegnendo l’incendio e la fuoriuscita del gas per controllare la perdita. Più di 5 ore dopo. Siamo difronte ad un nuovo disastro ambientale nel Golfo del Messico? Lo sapremo presto.
I fatti dal Golfo del Messico
Immagini raccapriccianti risvegliano l’Italia ed il Mondo intero. Il Golfo del Messico sembra non trovare pace. Difatti, si sono da poco spente le fiamme che parevano aver aperto le porte per gli inferi.
Vicino alle coste dello Yucatan ha rischiato di consumarsi l’ennesima strage in nome del Dio Petrolio. Una fuga di gas da un condotto sottomarino ha dato vita ad una scena drammatica: un «occhio di fuoco» che si sviluppava sotto la superficie del mare, con fiamme arancioni che uscivano dall’acqua, a poca distanza da una piattaforma petrolifera, la di Ku-Maloob-Zaap.
Il guasto è avvenuto a ovest della penisola dello Yucatan, nel Golfo del Messico, venerdì 2 luglio. La compagnia petrolifera messicana Pemex ha affermato di aver ormai provveduto a riparare il guasto: le operazioni hanno richiesto più di 5 ore (dalle 5:15 alle 10:45). Le squadre dei vigili del fuoco sono state in grado di spegnere la massa d’acqua incandescente intorno alle 10:45, e la compagnia ha dichiarato che non ci sono stati feriti.
Ángel Carrizales, direttore esecutivo dell’agenzia di regolamentazione della sicurezza petrolifera messicana ASEA, ha twittato che “la perdita non ha generato alcuna fuoriuscita”, ma non ha proferito parola su cosa fosse in fiamme. La causa dell’incidente è ancora in fase di indagine. Sfortunatamente, sembra un copione già letto.
“Le turbomacchine degli impianti di produzione attivi su Ku Maloob Zaap sono state colpite da una tempesta elettrica e da forti piogge”, secondo un rapporto sull’incidente condiviso da una delle fonti di Reuters. Questi dettagli non sono stati menzionati nella dichiarazione di Pemex. Secondo una delle fonti, i lavoratori dell’azienda hanno utilizzato l’azoto per controllare l’incendio.
Non è ancora chiaro chiaro quanti danni ambientali avrà causato e causerà la fuga di gas e la conseguente sfera di fuoco oceanica. Miyoko Sakashita, direttrice del programma oceanico del Center for Biological Diversity, ha scritto che:
“Il filmato spaventoso del Golfo del Messico mostra al mondo quanto le trivellazioni offshore siano pericolose. Questi orribili incidenti continueranno a danneggiare il Golfo se non le interrompiamo una volta per tutte.”
Nuovo disastro ambientale nel Golfo del Messico?
Sono passati 11 anni da quello che è stato probabilmente il peggior disastro ambientale di sempre. Parliamo della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon.
Tutto iniziò il 20 Aprile 2010 quando, durante una perforazione del Pozzo Macondo, un’esplosione uccise 11 persone e causò un violento incendio. Inizialmente la situazione venne completamente sottovalutata e le possibilità di un danno ambientale furono scartate per via della presenza di valvole di sicurezza all’imboccatura del pozzo.
Al rovesciamento della piattaforma petrolifera queste però non funzionarono a dovere ed il petrolio iniziò a risalire in superficie in grandi quantità. A questo punto si provò a cercare di arginare la marea nera, ma era già troppo tardi. I vari tentativi fallirono sistematicamente uno dopo l’altro.
A 100 giorni dall’inizio delle perdite, ci fu una tempesta tropicale che dissipò quasi del tutto la macchia di petrolio in superficie. Il 4 Agosto, a 106 giorni di distanza dall’inizio del disastro, la perdita venne chiusa del tutto. Si calcola che in quel periodo vennero disperse in mare tra le 414.000 e le 1.186.000 tonnellate di greggio.
Più di 1.000 chilometri di costa sono stati inquinati, centinaia di migliaia di animali sono morti. Non fu il primo e tanto meno sarà l’ultimo. Se si parlerà di ennesimo disastro ambientale nel Golfo del Messico, lo scopriremo nelle prossime settimane.
Pemex, quanti problemi
Non è il primo incidente per la Compagnia petrolifera Pemex (conosciuta anche come Petróleos Mexicanos). Nel gennaio 2013, dopo un’esplosione causata da un accumulo di gas nella sede della società, 37 persone sono rimaste uccise.
Nel 2015, quattro lavoratori persero la vita e 16 sono rimasti gravemente feriti dopo un’esplosione sulla piattaforma petrolifera Abkatum, nel Golfo del Messico. Altre 30 persone sono decedute in un impianto di gas naturale nel settembre 2012 nello stato di Tamaulipas.
All’inizio di quest’anno Pemex ha annunciato di aver perso circa 23 miliardi di dollari nel 2020, a causa della diminuzione della domanda di petrolio durante la pandemia, sebbene nel quarto trimestre abbia registrato un profitto di circa 5,9 miliardi di dollari.
Secondo Bloomberg, la Pemex ha il debito più alto di qualsiasi grande compagnia petrolifera, circa 114 miliardi di dollari. L’ex presidente della Pemex, Emilio Lozoya, (2012-2016) è stato incriminato con l’accusa di corruzione ed estradato dalla Spagna al Messico lo scorso luglio.
Sterminate dal riscaldamento globale, le stelle marine tornano a vivere in un laboratorio statunitense all’avanguardia. Quasi scomparse del tutto sette anni fa a causa di un’epidemia che potrebbe avere una relazione con l’improvviso innalzamento della temperatura del mare, le Sunflower Sea Star (Pycnopodia helianthoides) rinascono ora all’interno dei Friday Harbor Laboratories, sull’isola di San Juan, nello stato di Washington.
Friday Harbor Laboratories e le stelle marine
Il futuristico progetto dei Friday Harbor Laboratories nello stato di Washington: far riprodurre esemplari in cattività per riequilibrare l’ecosistema minacciato dalla loro scomparsa. Il repentino crollo demografico è un danno consistente per l’intero ecosistema marino.
Difatti, senza stelle marine, hanno proliferato gli Strongylocentrotus purpuratus, i ricci viola che divorano le foreste sommerse di alghe brune, in particolare le alghe kelp (Nereocystis luetkeana), che crescono in prossimità delle coste rocciose dell’Atlantico e del Pacifico. Anche queste ultime hanno a loro volta subito un crollo vertiginoso, dal 2014, del 95%. Con conseguenze negative, naturalmente, sull’intero ecosistema e sulla fotosintesi, trattandosi di specie che trattengono grandi quantità di anidride carbonica.
Da qui, dunque, la futuristica idea di ripopolare l’oceano con stelle marine allevate in cattività, contribuendo a controbilanciare gli effetti del cambiamento climatico.
“L’intervento dell’uomo può essere risolutivo per gestire alcune delle principali conseguenze inattese causate dai cambiamenti climatici. L’estinzione di una singola specie può causare il crollo di un ecosistema, sin qui bilanciato. Con la pesca eccessiva e il riscaldamento globale stiamo rimuovendo alcune specie chiave della catena trofica. Lo abbiamo fatto con le lontre, che si nutrivano di ricci e che per decenni abbiamo cacciato, e lo abbiamo fatto indebolendo – con inquinamento e pesca eccessiva – le foreste di kelp. Ma sin qui l’ecosistema aveva retto. Ora, con il significativo ridimensionamento della popolazione di Pycnopodia helianthoides, a causa di un’epidemia legata a un innalzamento senza precedenti della temperatura, siamo prossimi al collasso”.
sottolinea Drew Harvell, docente emerita alla Cornell University e ricercatrice ai Friday Harbor Laboratories.
Per evitarlo, dunque, si lavora senza sosta a un progetto affascinante partito dal ritrovamento, nel 2015, di un primo esemplare della stella marina girasole, fortunatamente risparmiato dall’epidemia. Il team di biologi ha dovuto scandagliare i mari dello stato di Washington per trovare, in sei mesi, appena trenta esemplari di Pycnopodia helianthoides. Da quelli si è partiti per scongiurare il rischio dell’estinzione della specie e, soprattutto, gettare le basi per un riequilibrio di questo angolo del Pianeta. Creando un intrigante precedente per il futuro degli oceani: l’uomo che, in laboratorio, rimedia ai danni indiretti dell’antropocene.
I vari tentativi e l’interesse dell’Italia
Non mancano, tuttavia, le incognite.
“Abbiamo inizialmente provato a iniettare nelle gonadi delle stelle marine un ormone, inducendole alla deposizione delle uova. Poi, però, abbiamo optato per la fecondazione in vitro. Rimuovendo le uova dalle braccia delle stelle marine e fecondandole con lo sperma maschile. Non conoscevamo le condizioni in cui le stelle marine potessero crescere. Abbiamo dovuto separarle per evitare che le più grandi mangiassero le più piccole”.
La parte inferiore di una stella marina adulta di girasole alla UW Friday Harbor Laboratories. Crediti: Dennis Wise / Università di Washington
In attesa di comprendere il numero, la taglia e le quantità ideali per liberare in mare le stelle marine allevate in cattività, i ricercatori restano ottimisti. E’ necessario individuare l’agente patogeno che ha portato alla morìa diffusa fra le stelle marine di questa specie. Per evitare che la malattia incida brutalmente sulla loro reintroduzione rendendo vani gli sforzi dei ricercatori.
E al progetto guarda con interesse anche il mondo della ricerca italiana.
“Questo esempio proveniente dall’altra parte del mondo ha interessanti analogie con l’iconica cascata trofica del Mediterraneo che coinvolge i saraghi, i ricci e le alghe. I saraghi sono i principali predatori naturali dei ricci ed in condizioni normali ne controllano le densità. I ricci sono erbivori che quando raggiungono densità elevate possono brucare le alghe desertificando i fondali, creando i barren; ovvero porzioni di fondali completamente prive di vegetazione. Se nei mari americani è successo per via di un’epidemia delle stelle marine girasole, qui succede quando si ha una pesca eccessiva. Un fenomeno che può essere invertito riducendo la pesca. Come avviene per esempio all’interno delle aree marine protette gestite in maniera efficace, nelle quali i saraghi sono abbondanti, controllano le popolazioni di ricci e consentono alle alghe di ricoprire i fondali ed ospitare un’elevata biodiversità. Senza che l’uomo intervenga in laboratorio, dunque, per rimediare ai suoi stessi danni.”
Antonio Di Franco, che con la sede di Palermo della Stazione Zoologica Anton Dohrn si occupa di ecosistemi nelle aree marine protette
Il “Blob” Pacifico del 2013
Il Blob era una grande massa di acqua relativamente calda nell’Oceano Pacifico al largo della costa del Nord America, rilevata per la prima volta alla fine del 2013 e ha continuato a diffondersi per tutto il 2014 e il 2015. È stato un esempio di ondata di caldo marino.
A settembre 2016, il Blob è riemerso. Le sue acque calde erano povere di nutrienti e influivano negativamente sulla vita marina.
Le anomalie della temperatura della superficie del mare sono un indicatore fisico che influisce negativamente sullo zooplancton nell’Oceano Pacifico nord-orientale. Le acque calde sono molto meno ricche di nutrienti rispetto alle acque di risalita fredde che erano normali fino a poco tempo prima al largo della costa del Pacifico. Ciò ha comportato una riduzione della produttività del fitoplancton con effetti a catena sullo zooplancton, che se ne alimentava, e sui livelli più elevati della catena alimentare.
Le specie più basse nella catena alimentare che preferiscono acque più fredde e tendono ad essere più grasse, sono state sostituite da specie di acque più calde con un valore nutritivo inferiore. Migliaia di cuccioli di leoni marini sono morti di fame in California, il che ha portato a spiaggiamenti forzati.
L’acqua calda fino a una profondità di 100 metri ha favorito la diffusione di una misteriosa malattia che ha ucciso quasi tutte le 20 specie di stelle marine che popolavano le foreste di kelp situate al largo della California settentrionale, fra cui anche la “Sunflower Sea Star”; che è l’unico predatore in grado di rompere il carapace estremamente duro dei ricci di mare viola, i quali si nutrono principalmente di kelp.
Scomparse queste stelle marine, i ricci di mare viola hanno cominciato a riprodursi in modo esponenziale (una femmina rilascia nell’acqua milioni di minuscole uova ricoperte di gelatina).
L’importanza delle foreste di alghe
In alcuni casi le foreste di alghe potrebbero essere anche 400 volte più efficienti degli alberi nella rimozione della Co2. Tra il 1997 e il 2004 i nostri oceani hanno assorbito 34 gigatoni di carbonio nel mondo attraverso alghe, vegetazione e coralli; in altre parole, gli alberi potrebbero non salvarci, ma gli oceani si.
Per chi non lo sapesse, il termine “Kelp” si riferisce ad alghe giganti che possono raggiungere i 60 metri di altezza e che crescono fino a 60 centimetri al giorno formando fittissime foreste sottomarine che offrono cibo e rifugio a moltissime specie animali, non solo a pesci e invertebrati, come stelle marine, ricci e cetrioli di mare, gasteropodi marini, gamberi e tantissimi altri crostacei, ma anche a uccelli marini come gabbiani e sterne, e a mammiferi marini, come foche, otarie e trichechi.
Fino a pochi anni fa, lungo certi tratti delle coste dell’Oregon, queste foreste di Kelp erano così dense da impedire addirittura la navigazione. Si tratta infatti di uno degli ecosistemi marini più ricchi al mondo, asilo nido di numerosissime varietà di pesci e che è alla base dell’industria della pesca lungo gran parte della costa americana dell’Oceano Pacifico.
Questi ecosistemi sono essenziali per la vita di migliaia di specie, tra cui la nostra. Con i tassi di produzione di CO2 attuali è necessario avere al nostro fianco un valido alleato per il suo smaltimento.
Come da copione, per il terzo anno consecutivo il Giappone ha ripreso la caccia alle balene a scopi commerciali. Non è una novità dato il ritiro del Paese dalla International Whailing Commission a dicembre del 2019 e la sempre sofferta ottemperanza alle regole della IWC, che portarono il Giappone a infrangere comunque gli accordi e ad ostentare la caccia.
La ripresa della caccia
Quattro baleniere hanno lasciato i porti giapponesi all’alba del 3 aprile, salpando alla volta delle acque costiere. Il Paese è entrato nella sua terza stagione di caccia commerciale alla balena dopo oltre 30 anni di (semi) stop della pratica.
Con un’altra barca che si unirà all’operazione a giugno, si prevede un totale di cinque baleniere che avranno come unico obiettivo quello di catturare 120 balenottere minori. La mattanza avverrà nelle acque a largo della costa di Sanriku e di Hokkaido e si protrarrà fino allo scadere del mese di ottobre, secondo quanto affermato dall’Agenzia per la pesca.
Una barca da caccia alle balene lascia un porto a Ishinomaki, nella prefettura di Miyagi, sabato mattina presto. Crediti: KYODO
“Vorremmo fornire balene fresche e deliziose per tutti coloro che stanno aspettando”
ha detto Nobuyuki Ito, presidente di una compagnia baleniera a Ishinomaki.
La compagnia di Ito ha in programma di catturare balene nelle acque costiere delle prefetture di Aomori, Iwate e Miyagi fino all’inizio di giugno per poi dirigersi a nord, verso le acque costiere a largo di Hokkaido.
Il Giappone ha ripreso a cacciare le balene per scopi commerciali dal 1 ° luglio 2019, un giorno dopo aver ufficialmente lasciato la International Whaling Commission. In qualità di membro IWC, il Giappone aveva “interrotto” la caccia commerciale alla balena nel 1988, ma continuò comunque a catturare piccole quote di balene per quelli che definisce “scopi di ricerca”: una mera copertura per la caccia commerciale.
Carne di balena e rischi per la salute
Il consumo di carne di balena nel tempo ha portato allo sviluppo di malattie e, di conseguenza, alla nascita di nuove tecniche di indagine e ricerca. Queste ultime portarono a risultati drammatici. Gli esiti delle autopsie su uomini e animali hanno dimostrato la tossicità delle loro carni, dovuta all’elevato contenuto di mercurio, il quale provoca avvelenamento e gravi patologie: la malattia di Minamata.
I test sulla carne di balena venduta nelle isole Faroe e in Giappone, hanno rivelato alti livelli di metilmercurio e altre tossine come il PCB. Una ricerca è stata condotta da Tetsuya Endo, Koichi Haraguchi e Masakatsu Sakata presso l’Università di Hokkaido, i quali hanno trovato alti livelli di mercurio negli organi delle balene, in particolare nel fegato.
Hanno dichiarato che “l’intossicazione acuta potrebbe derivare da una singola assunzione di fegato”. Dallo studio è emerso che i campioni di fegato in vendita in Giappone contenevano, in media, 370 microgrammi di mercurio per grammo di carne; 900 volte il limite imposto dal governo. Livelli rilevati nei reni e dei polmoni erano approssimativamente 100 volte superiore al limite.
Tabella nella quale i risultati mostrano dati superiori al livello di sicurezza consigliato dal Governo giapponese di 0,4 parti per milione (ppm). Vi sono diverse specie di balene e delfini nella lista.
Per saperne di più vi invitiamo a leggere un nostro articolo riguardante il mercurio e la sua biomagnificazione all’interno degli oceani.
IWC, Commissione internazionale per le balene
L’IWC è stato istituito ai sensi della Convenzione internazionale per la regolamentazione della caccia alle balene, firmata a Washington DC il 2 dicembre 1946. La premessa della Convenzione afferma che il suo scopo è quello di provvedere alla corretta conservazione degli stock di balene e quindi rendere possibile l’ordinato sviluppo dell’industria baleniera.
Una parte integrante della Convenzione è il suo “Programma” giuridicamente vincolante. Quest’ultimo stabilisce misure specifiche che l’IWC ha ritenuto necessarie per regolamentare la caccia alle balene e conservarne gli stock.
Le misure includono limiti di cattura (che possono essere pari a zero come nel caso della caccia commerciale alla balena) per specie e area; designandone alcune specifiche come santuari, a protezione dei cuccioli e delle femmine accompagnate da cuccioli, oltre a porre restrizioni sui metodi di caccia. A differenza della Convenzione, il Programma può essere modificato e aggiornato quando la Commissione si riunisce.
Esistono diversi motivi per cui potrebbero essere necessarie modifiche alla pianificazione. Questi includono nuove informazioni dal comitato scientifico e variazioni nei requisiti di sussistenza dei balenieri aborigeni. La Commissione coordina e, in molti casi, finanzia anche i lavori di conservazione di molte specie di cetacei; piani di gestione della conservazione per le specie e le popolazioni chiave.
La Commissione ha inoltre adottato un piano strategico per il whalewatching, per facilitarne un ulteriore sviluppo in modo responsabile e coerente con le pratiche internazionali. La Commissione intraprende studi e ricerche approfonditi sulle popolazioni di cetacei; sviluppa e mantiene database scientifici e pubblica la propria rivista scientifica, il Journal of Cetacean Research and Management.
IUCN e le balene
Dato che la popolazione mondiale è quasi raddoppiata dagli anni ’70, la balenottera comune (Balaenoptera physalus) passa dalla categoria “in pericolo” alla categoria “vulnerabile”.
«Questo aumento fa seguito ai divieti internazionali di caccia commerciale alla balena nel Nord Pacifico e nell’emisfero sud, in vigore dal 1976, così come a delle riduzioni importanti delle catture nell Nord Atlantico dal 1990».
Secondo l’aggiornamento della Red List, è migliorato anche lo status della sub-popolazione occidentale della balena grigia (Eschrichtius robustus), che passa da “in pericolo critico” a “in pericolo”. Storicamente, queste due specie di balene erano minacciate dal sovra sfruttamento per il loro grasso, l’olio e la carne.
Le balene si riprendono in gran parte grazie al divieto della caccia commerciale, agli accordi internazionali e a diverse misure di protezione. Gli sforzi di conservazione devono continuare fino a che le popolazioni non saranno più minacciate.
La protezione quasi completa delle balenottere comuni nel loro areale (vengono cacciate ancora con quote da Norvegia, Islanda e Giappone) ha permesso alla popolazione mondiale di raggiungere circa 100.000 individui adulti. Le balene grige occidentali sono protette dalla caccia in quasi tutti gli Stati del loro areale a partire dagli anni ’80; solo recentemente si è constatato un aumento del loro numero nel Pacifico occidentale, in particolare al largo dell’isola di Sakhalin, nell’estremo oriente russo.
La differenza tra gli effetti delle misure di conservazione e l’avvio del recupero delle balene è dovuto in parte al basso tasso di riproduzione di questi animali. Anche le attività industriali, in particolare l’estrazione offshore di petrolio e gas e la pesca commerciale, rappresentano una minaccia per le balene grige.
L’importanza delle balene
Una recente ricerca sulle balene mostra come questi cetacei abbiano una forte influenza sulla funzionalità degli oceani, in particolare nello stoccaggio del carbonio a livello globale e favorendo il ricircolo degli elementi nutritivi, migliorando la disponibilità di risorse ittiche per la pesca commerciale. La tutela delle grandi balene, può contribuire ad aiutare gli ecosistemi marini stressati da sollecitazioni destabilizzanti, tra cui il cambiamento climatico, l’acidificazione e l’inquinamento.
Dopo l’alimentazione in profondità le balene tornano in superficie per defecare. Questa attività di “fertilizzazione” marina fornisce molti nutrienti che favoriscono la crescita del plancton. E’ uno dei molti esempi di come le balene mantengano la salute degli oceani.
“Si consideri la sottigliezza del mare, come la sua maggior parte delle creature temute scivolino sotto l’acqua, invisibili per la maggior parte e proditoriamente nascoste sotto le più belle tinte di azzurro.”
scriveva Herman Melville in Moby Dick.
Per molto tempo, le balene sono state considerate troppo rare per fare una grande differenza negli oceani. Questa è stata una grande sottovalutazione del ruolo dei cetacei. Il calo del numero di balene, dovuto alla caccia intensiva degli scorsi decenni pre-moratoria ha probabilmente alterato la struttura e la funzione degli oceani.
Al momento della morte le carcasse di balena, che contengono una notevole quantità di carbonio, si inabissano divenendo habitat e risorsa per un incredibile varietà di creature che vivono solo su queste carcasse. Centinaia di specie dipendono dalle balene decedute. Il calo del numero di queste creature ha quasi sicuramente danneggiato anche la biodiversità, in quanto molte specie saprofite delle carcasse sono probabilmente scomparse prima di poterle scoprire.
Ad oggi, Giappone e Norvegia sono i due paesi balenieri più attivi. E’ necessaria una maggiore sensibilizzazione riguardo queste splendide creature ed al danno che si reca all’intero Pianeta eliminandole.
A distanza di sette anni dal discusso documentario “Cowspiracy”, Kip Andersen, nei panni di produttore esecutivo, affiancato dal regista Ali Tabrizi, torna a denunciare una realtà attuale quanto drammatica; quella dell’impatto antropico sugli oceani. Una delle tante che vengono nascoste ai nostri occhi ogni giorno. Tabrizi mette in gioco se stesso per capire meglio cosa si celi dietro la pesca industriale. Corruzione, giochi di potere, schiavismo e distruzione ambientale sono solo alcuni dei temi che vengono affrontati in questo meraviglioso documentario; disponibile su Netflix a partire dal 24 marzo.
Prima tappa Taiji, Giappone
Questo documentario ha lo scopo di denunciare le ingiustizie che ogni giorno, silenziosamente, massacrano gli oceani del Pianeta ed i suoi abitanti. Ali Tabrizi ha deciso di iniziare questo viaggio dando voce ad una terribile pratica che tutt’oggi lascia sgomenta gran parte del Mondo. La mattanza dei delfini a Taiji, che ha luogo in una baia nel sud del Giappone.
Il governo giapponese si impegna molto per far si che la gente non ne sappia niente. Chi si oppone è messo in prigione e chi cerca di documentare viene seguito h24. E’ essenziale nel 2021 informare su ciò che accade a Taiji. Se non risolviamo questo terribile massacro come possiamo pensare di salvare e tutelare gli oceani? La baia nella quale avviene la mattanza dei delfini è grossa quanto un campo da calcio. E’ impensabile che non si possa cambiare le cose.
Purtroppo lo scenario è lo stesso per una settimana o più; circa 13 barche escono molto presto dal porto per andare a speronare pod (gruppi familiari) di delfini disturbandoli con forti rumori e spingendoli verso la baia. Una volta lì alcuni vengono catturati per poi essere venduti al mercato dei parchi acquatici, ma la maggiorparte invece viene annegata e arpionata. Ma per quale motivo?
Un pod di globicefali si radunano insieme, alla ricerca di una via di fuga. Sarebbero stati tutti massacri diverse ore dopo, ad eccezione di uno. Crediti: Dolphin Project
La caccia ai delfini di Taiji continua ad essere sostenuta, sottoscritta e finanziata dall’industria dei parchi acquatici. Un delfino vivo vale parecchio. Perciò l’obiettivo è catturare giovani esemplari di delfini e balene e rivenderli a tali parchi. La cattività in vasche di cemento li priva di tutto ciò che rende la vita degna di essere vissuta e spesso si lasciano morire. Tutto ciò che non vogliono fare sono costretti a farlo.
La domanda più ovvia a questo punto che si pone Ali è: quanto può valere un delfino morto? Da alcune ricerche è risultato che dal 2000 al 2015, per ogni delfino catturato e rivenduto ai parchi ne sono stati eliminati 12. Perchè ucciderli se la mattanza dei delfini è alimentata dall’industria della cattività? La risposta può essere formulata solo da coloro che dedicano la propria vita a contrastare tali ingiustizie, come Sea Shepherd:
La risposta è: disinfestazione. Per i pescatori i delfini rappresentano la concorrenza, poichè mangiano grandi quantitativi di pesce. Perciò, sbarazzandosene, avranno più pescato a loro disposizione. In altre parole, è una reazione alla pesca eccessiva che ha luogo a Taiji.
Tamara Arenovich, Sea Shepherd crew
Non solo delfini
A pochi km da Taiji vi è il porto di Kii-Katsuura, il quale cela dietro ai propri cancelli un altro dramma. Questa volta ad essere coinvolto è un pesce: il tonno. Rendere i delfini il capro espiatorio per la pesca eccessiva permette alle flotte pescherecce nipponiche di perseverare nell’industria multimiliardaria del tonno e declinare qualsiasi responsabilità ecologica.
Le cifre che circolano riguardo al tonno ed in particolare alla varietà “rossa” sono drammatiche. I prezzi che raggiunge la sua carne sono i più alti in assoluto, proprio per la sua sempre maggiore scarsità negli oceani di tutto il globo; un solo esemplare può essere venduto anche per 3 mln di dollari ed il settore ne vale 42 all’anno.
Mercato del tonno di Tokio
Il settore è a rischio di sovra sfruttamento e, ad oggi, rimane solo il 3% della specie. Purtroppo il tonno non è l’unica specie di valore pescata. Un altro pesce è al centro del commercio ittico nipponico: lo squalo. Una volta a Tokio, Ali si è trovato davanti ad una scena agghiacciante: distese di corpi di squali ai quali venivano recise le pinne.
Lo shark finning (o spinnamento degli squali) è un’altra industria multimiliardaria, spesso legata ad attività criminali e associazioni mafiose. Gli squali di tutto il mondo vengono uccisi per le pinne, le quali vengono vendute in Asia, specialmente in Cina per la tipica zuppa.
Seconda tappa Hong Kong, Cina
Il mistero che avvolge la caccia agli squali incuriosisce Ali, tanto da partire alla volta di Hong Kong, nota come “la capitale delle pinne di squalo”. Ciò che vi trova è sconvolgente: pinne ovunque.
La presenza degli squali negli oceani non deve spaventarci, mentre la loro assenza si. Questi ultimi mantengono in salute gli oceani, oltre che le risorse ittiche sane e gli ecosistemi vivi. Se portassimo gli squali all’estinzione l’oceano diventerebbe una palude.
Proprio come il tonno rosso, il numero degli squali sta crollando. Lo squalo volpe, toro e martello si sono ridotte dell’80% fino al 99% della popolazione negli ultimi decenni. Ogni anno almeno 50 mln di squali vengono catturati a causa del “bycatch” assieme al pescato destinato alle nostre tavole.
Ali Tabrizi ad Hong Kong Crediti: Lucy Tabrizi
Secondo alcune stime, il 40% del pescato viene rigettato in mare come “cattura accessoria” in gran parte già morto prima ancora di rientrare in acqua. Dunque impedire il commercio di pinne destinate alle zuppe è solo un granello di sabbia rispetto alla vera entità del problema; la pesca è dannosa quanto, se non più, dello shark finning (limitato all’Asia), essendo praticata in tutto il Pianeta.
Le catture accessorie sono le vittime invisibili della pesca industriale. Vengono definite “accidentali”, ma in realtà è un elemento perfettamente calcolato nell’economia della pesca. Esistono oltre 100 regolamenti di pesca per ridurre tali catture; ma con più di 4 mln e mezzo di pescherecci commerciali in mare aperto i governi hanno rinunciato a farli rispettare. A Taiji viene ucciso 1/10 dei delfini che rimangono vittime nelle reti francesi, ed il governo bada bene di non divulgare tali informazioni. Queste cifre devono far riflettere.
Il marchio “salva delfino”
La più grande minaccia per balene e delfini è la pesca commerciale; ogni anno più di 300.000 esemplari rimangono vittime di tale pratica. Tutti noi, quando dobbiamo acquistare del pesce in scatola (come il tonno) preferiamo mirare a marchi che presentano la qualifica “salva delfino”, pensando che siano sostenibili. Purtroppo, invece, molto spesso le etichette coprono ciò che realmente accade in mare.
La qualifica “salva delfino” su di una scatoletta di tonno.
Tale qualifica purtroppo non è garantita. Un controsenso? Proprio così. Lo afferma la stessa organizzazione che si trova dietro il marchio, l’ “Earth Island Institute”:
Se vuoi usare tale logo non puoi uccidere nemmeno un delfino, altrimenti sei fuori. Sfortunatamente non possiamo garantire che ogni lattina sia “dolphin safe”; una volta che i pescherecci sono in mezzo all’oceano non è possibile controllarli. Si, a volte mandiamo degli osservatori a bordo ma spesso vengono corrotti, e così ci si deve fidare dalla parola del capitano.
Mark J.Palmer dell’ “Earth Island Institute”
Una vera e propria frode. Questo marchio, riconosciuto a livello internazionale, è una montatura, dal momento che non garantisce assolutamente nulla. Inoltre, il 46% della plastica presente nel Great Pacific Garbage è costituita da reti e attrezzatura da pesca. Ma di questa correlazione (Pesca= Inquinamento) se ne parla pochissimo. Perchè le campagne contro la plastica non parlano della pesca come primo colpevole?
Visitando i siti delle principali organizzazioni che trattano l’inquinamento da plastiche si possono notare centinaia di incoraggiamenti ad abbandonare l’utilizzo di cannucce, bustine del thè e gomme da masticare; ma nessun cenno alla pesca ed ai suoi rifiuti. Si è scoperto che dietro una delle realtà che più incarna la denuncia all’utilizzo della plastica, “Plastic Pollution Coalition”, vi è l’ “Earth Island Institute”. La stessa organizzazione che gestisce il marchio “Dolphin Safe”. Ecco spiegato il silenzio sulla correlazione pesca-plastica. La corruzione parte dalle stesse realtà che dovrebbero tutelare il mare. Terribile.
La pesca ed il cambiamento climatico
Ogni singola specie è interconnessa e necessaria nel mantenere in equilibrio l’oceano e l’atmosfera del nostro Pianeta. Sembrerà incredibile, ma la forza generata dagli animali che si muovono lungo la colonna d’acqua nell’oceano, in termini di rimescolamento, è alla pari di tutti i venti, maree, onde e correnti messe assieme. Tale rimescolamento è uno dei modi in cui gli oceani assorbono il calore dall’atmosfera. Mentre nuotano, gli animali spingono in profondità le acque superficiali più calde mescolandole con quelle più fredde sottostanti.
Tutto ciò è oggetto di diversi studi, i quali affermano che la decimazione della fauna marina potrebbe interferire con tale processo di assorbimento, contribuendo così all’innalzamento delle temperature. Gli oceani ed i suoi abitanti hanno un ruolo molto più importante di quanto ci si aspettasse. La vita negli oceani è cruciale nel tenere a bada il carbonio ed impedire che venga rilasciato nell’atmosfera.
Le piante marine, ad esempio, svolgono un ruolo fondamentale: accumulano fino a 20 volte più carbonio per ettaro delle foreste emerse. In effetti, il 93% della CO2 mondiale si trova nell’oceano grazie alla vegetazione marina. Perdere solo l’1% di questi ecosistemi equivale ad immettere nell’atmosfera le emissioni di 97 mln di automobili. Continuando l’estrazione dei pesci stiamo disboscando gli oceani; infatti, nel processo di pesca vengono distrutti interi ecosistemi ed habitat. La prima a contribuire è la pesca a strascico, che lascia dietro di se distruzione ed depauperamento.
MSC, la certificazione dell’incoerenza
Ali ha provato più volte a contattare la Marine Stewardship Council (MSC), un’organizzazione internazionale non-profit che si occupa del problema della pesca non sostenibile, con lo scopo di garantire l’approvvigionamento di prodotti ittici anche per il futuro; ma senza successo. Questo è quanto vi è scritto sul loro sito:
“La nostra missione è affrontare il problema della pesca non sostenibile e salvaguardare le risorse ittiche per il futuro. Con l’aiuto dei nostri partner, e di consumatori attenti alla sostenibilità, vogliamo innescare un circolo virtuoso verso un mondo sempre più sostenibile. Il programma di certificazione e di etichettatura MSC permette a tutti di svolgere un ruolo nel garantire un futuro sano per i nostri oceani.”
Il logo del Marine Stewardship Council (MSC)
La più grande organizzazione di pesca sostenibile al Mondo si rifiuta di rispondere alle domande del regista. Perchè? Conflitto di interessi. Dopo alcune ricerche, Ali si rende conto che uno dei fondatori di MSC era la multinazionale Unilever, uno dei maggiori distributori di pesce. Inoltre, l’80% dei 30 mln di reddito annuale viene dalla licenza del marchio sui prodotti ittici. In altre parole, più etichette blu vengono concesse più aumentano i guadagni.
Esiste una forma di pesca sostenibile?
Questa è la domanda che si pone il regista alla fine del documentario. E la risposta è NO. Non esiste un prelievo di animali selvatici su larga scala che possa corrispondere al termine “sostenibile”. Non è possibile far rispettare le leggi sulla pesca, ritenuta sostenibile, a tutte le barche in mare aperto. Si è assistito in più parti del mondo ad assassinii di osservatori sui pescherecci, per tenere nascosta l’illegalità di alcune azioni.
Negli Stati Uniti, ad esempio, un pesce di importazione su tre è pescato e venduto illegalmente. Spesso viene sottratto ai Paesi più poveri, dove è oggetto di guerre. Si pensi al fenomeno della pirateria in Somalia; tutto si è originato dalla pesca illegale. Coloro che erano umili pescatori, trovatisi difronte alle flotte pescherecce del Mondo esterno (illegali) e derubati delle proprie risorse ittiche, son stati instradati alla pirateria per potersi sostentare.
Spesso si associano gli allevamenti ittici alla sostenibilità. Niente di più sbagliato. Bisogna tener di conto delle malattie, dell’inquinamento, del cibo che viene somministrato ai pesci ed altri fattori che spesso sfuggono alle regolamentazioni internazionali. L’industria sostiene che per produrre 1 kg di salmone da allevamento servano solo 1,2 kg di mangime. Facendo un focus su quest’ultimo però, c’è da rabbrividire: è composto da farine ed olio di pesce, la cui produzione richiede un gran quantitativo di esemplari. Ad oggi, circa il 50% del totale del pesce proviene da allevamenti intensivi da tutto il Mondo.
Ciò che ognuno di noi può fare per proteggere gli oceani ed i suoi abitanti è non mangiare pesce o, quanto meno, ridurne il consumo. Aumentando la protezione e riducendo drasticamente la pesca, ristabilendo l’equilibrio e la salute degli ecosistemi, ci sono buone probabilità di superare i problemi. Gli ecosistemi marini hanno la capacità di riprendersi in fretta, se gli viene data la possibilità. Le prospettive di recupero sono realizzabili, ma solo quando verranno istituite enormi aree marine protette (no-take zone) ed i governi inizieranno a far sentire davvero la propria voce. Fino a quel momento, la cosa più etica da fare è: smettere di mangiare pesce.
Ciò che è certo è che consumare pesce ai ritmi odierni non è in alcun modo sostenibile. Alcune stime ci dicono che, se continueremo così, entro il 2048 gli oceani potrebbero essere completamente svuotati. Alla luce di quanto sopra e, soprattutto, dopo la visione di questo documentario, il nostro consiglio, per chi non sia disposto ad eliminare il pesce dalla propria dieta, è quello di ridurne l’assunzione quanto più possibili e di evitare le specie appartenenti agli stock più sfruttati come, ad esempio, il tonno. In ogni caso, prima di prendere una decisione, L’EcoPost consiglia vivamente la presa visione del documentario in modo che ognuno possa scegliere con consapevolezza il da farsi.
11 marzo 2011, ore 14:46 locali; al largo della costa del Giappone settentrionale, alla profondità di 30 km si verificò un sisma di magnitudo 9 con successivo tsunami, che portò ad uno dei disastri nucleari più gravi al Mondo. Quello di Fukushima. L’11 marzo di quest’anno si è celebrato un decennio da quel terribile evento. Un giorno che le Nazioni di tutto il Pianeta hanno vissuto con sgomento e con il terrore di aver ripetuto il dramma di Chernobyl.
Fukushima: cosa accadde?
Lo tsunami, quel giorno, mise fuori uso l’impianto elettrico di backup della centrale nucleare; questa, rimasta senza elettricità, non riuscì più a garantire il raffreddamento dei reattori. L’interruzione dei sistemi e di ogni fonte di alimentazione elettrica, nelle ore successive causò la perdita di controllo di tre reattori che erano attivi al momento del terremoto. Nel corso delle ore e dei giorni successivi vi furono quattro distinte esplosioni, causate da fughe di idrogeno; alcune distrussero strutture superiori degli edifici di due reattori.
I noccioli di tutte e tre le Unità coinvolte subirono il meltdown completo, in momenti diversi. Oltre al rilascio di materiale radioattivo iniziale, uno dei maggiori problemi è ora la rimozione delle milioni di tonnellate di acqua radioattiva usata nel raffreddamento delle barre, ancora presente nell’impianto. Il lavoro di ripulitura costerà decine di miliardi di dollari e potrebbe protrarsi per i prossimi 40 anni.
Sopra l’unità 1 attualmente è in costruzione una gigantesca copertura (che sarà terminata nel 2023) in cui saranno sepolti polveri e detriti; mentre la rimozione del combustibile è pianificata per il 2027. L’unità 2, invece, ospiterà una struttura che, a partire dal 2024, sarà usata per stoccare 615 fasci di barre di combustibile. Quasi ultimati invece i lavori nell’unità 3, sovrastata da una struttura in acciaio in cui questo mese si dovrebbe completare la rimozione di altro combustibile. E infine c’è l’unità 4, in cui non è presente alcun detrito.
Secondo le stime della Tepco, saranno necessari almeno altri 30 anni per recuperare il combustibile non danneggiato e quello che si è sciolto e poi solidificato, per sbarazzarsi dell’acqua usata per il raffreddamento e per disassemblare i reattori. Sono in particolare i primi due punti a preoccupare di più, dal momento che ancora non si sa con certezza dove siano tutti i detriti e quindi non se ne può pianificare con precisione il recupero. Nel 2022 gli addetti alla bonifica proveranno a intervenire con un braccio meccanico sull’unità 2 per recuperare piccole quantità di detriti che si pensa giacciano sul pavimento.
Fukushima oggi
Oggi le cose sono cambiate solo superficialmente. Per gli isotopi radioattivi, infatti, dieci anni rappresentano un tempo irrisorio e la contaminazione è ancora presente, nonostante i tentativi del governo di decontaminare e di abolire la zona di esclusione.
Il prelievo di 5 cm di terra nelle zone limitrofe alla centrale, ha abbassato di molto il livello di contaminazione rilevabile in superficie, ma ha anche lasciato degli interrogativi senza risposta. Per esempio, sulla tipologia di analisi effettuate, visto che gli elementi radioattivi sono svariati. La maggior parte delle analisi, però, si concentra sulla rilevazione del Cesio 137. Oppure sulle condizioni delle falde acquifere o del terreno finalizzato alle coltivazioni. Le particelle radioattive, con le piogge, vengono mano a mano assorbite dal terreno ma ritornano in circolo dopo essere state assimilate dalle piante.
Il governo giapponese ha revocato quasi per intero l’iniziale zona di evacuazione; lasciando giusto alcune aree, in particolare quelle dei comuni più a ridosso della centrale, Ookuma e Futaba. Il resto del territorio è ad oggi ufficialmente una zona in cui è permesso rientrare. Come è possibile? La politica giapponese, la quale punta molto sulle prossime Olimpiadi per mostrare al Mondo che l’incubo nucleare sia svanito, ha iniziato ad abolire i sussidi abitativi e l’assistenza sanitaria agli sfollati.
Tantissime persone si stanno rifiutando di rientrare in quei territori, in cui sarebbe impossibile ricominciare una vita. Non solo a causa del pericolo radioattivo, ma anche per un sistema economico completamente distrutto; inoltre, vi è una grave mancanza di servizi primari, come ospedali o supermercati. La zona di Fukushima è sempre stata un paradiso verde del Giappone, famosa per i suoi tantissimi prodotti come riso e carni pregiate. La popolazione viveva grazie a quei settori che non potranno più essere ripristinati.
Acque radioattive in mare?
La Tepco, la compagnia giapponese che gestisce la centrale nucleare di Fukushima Dai-ichi, potrebbe dover riversare enormi quantità di acque radioattive nel Pacifico, quando lo spazio di stoccaggio sarà esaurito.
L’acqua è attualmente stazionata in oltre 1000 enormi-serbatoi che tuttavia nel 2022 saranno pieni. Il piano di Tokyo è quello di gettarla in mare, previo trattamento, attraverso un processo di rimozione multi-nuclide che tuttavia non è in grado di filtrare alcune sostanze pericolose.
Le taniche contenenti le acque radioattive di Fukushima. Crediti: Issei Kato/Reuters
Alcuni studi confermano come anche dopo il trattamento l’acqua sia ancora contaminata e quindi pericolosa per la salute umana e per l’ambiente. Le rassicurazioni offerte dalle autorità giapponesi si baserebbero su dati sperimentali incompleti e, dunque, ancora inaffidabili. Tra le sostanze contenute nell’acqua contaminata, il trizio che secondo alcune ricerche può provocare morti fetali, leucemia infantile e sindrome di Down.
A preoccupare sono anche gli effetti a lungo termine dell’acqua trattata sull’ecosistema marino, con le sue inevitabili conseguenze per l’economia locale che vive di pesca. L’unica certezza è che una volta riversato nell’oceano, il materiale radioattivo rimarrà in mare.
La Tepco è da anni alle prese con l’accumulo di acqua radioattiva. L’acqua di falda che scorre sotto la struttura si contamina quando entra in contatto con quella usata per impedire che i nuclei danneggiati dei tre reattori fondano. Il governo nipponico ha investito 34,5 miliardi di yen (291 milioni di euro) per costruire una barriera ghiacciata sotterranea. Questa dovrebbe impedire all’acqua di falda di raggiungere i reattori, ma la struttura è riuscita soltanto a ridurre il flusso da 500 a 100 tonnellate al giorno.
Il Giappone ed il nucleare oggi
Il disastro di Fukushima non ha fermato il nucleare nel paese. Alcuni impianti sono tornati presto in funzione dopo uno stop generale cautelativo subito dopo l’incidente. Attualmente sono 9 i reattori giapponesi di nuovo in funzione dopo il disastro; altri 6 hanno già passato la revisione e possono essere rimessi in funzione. Infine, 12 reattori sono ancora in revisione.
In un’intervista al Financial Times, il ministro dell’Economia del Giappone Hiroshi Kajiyama ha affermato:
L’energia nucleare sarà essenziale per il raggiungimento dell’obiettivo di azzeramento delle emissioni nette di carbonio entro il 2050.
A marzo 2019 il mix elettrico giapponese era ancora ben distante dagli obiettivi fissati lo scorso dicembre per il prossimo decennio: le fossili erano al 77%, le rinnovabili al 17% e il nucleare al 6%.
Nel nuovo piano mancano i dettagli per l’energia dall’atomo, ma il governo ha fatto sapere che intende riservargli uno spazio più ampio. Nel vecchio piano del 2018, il nucleare avrebbe dovuto coprire nel 2030 il 20-22% del mix. Praticamente lo stesso ruolo riservato alle rinnovabili. I giapponesi pare la pensino diversamente. Secondo un sondaggio pubblicato il mese scorso dal quotidiano nipponico Asahi Shimbun, il 53% della popolazione non vuole il riavvio dei reattori. Un terzo invece si dichiara a favore, percentuale che cala al 16% tra gli abitanti di Fukushima. Il cambio di rotta è ancora molto lontano.
“Abbiamo la responsabilità di consegnare alle future generazioni un ambiente in cui possano vivere in sicurezza e con la massima tranquillità. In un mondo che ci è stato consegnato non possiamo più guardare alla realtà solo in termini utilitaristici, orientando l’efficienza e la produttività solo al nostro profitto individuale. La solidarietà tra generazioni non è un optional, ma una questione elementare di giustizia”
Papa Francesco, “Laudato si”
La domanda che tutti dovremmo porci è: siamo davvero sicuri che l’energia nucleare sia davvero pulita ed economica come molto spesso si crede?
Oggi si celebra l’ VIII° edizione della Giornata Mondiale della Natura Selvatica; un appuntamento creato dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite per sensibilizzare comunità ed enti locali sull’importanza di preservare flora e fauna selvatiche a rischio estinzione. Quest’anno il tema punta sulle “Foreste e mezzi di sussistenza: sostegno delle persone e del pianeta”.
Anni difficili in un Pianeta al collasso
Le pandemie in corso negli ultimi 50 anni sono state determinate dalla violenta rottura degli equilibri biologici da parte dell’uomo, che, deforestando, trasformando violentemente e repentinamente l’habitat di molte specie, addentrandosi nei posti più remoti del pianeta, ha permesso la promiscuità di più specie. Fattore, secondo la scienza, determinante nella proliferazione di nuove forme virali.
Gli esseri umani sono sempre alla ricerca di speranza. Durante i lockdown in tutto il Pianeta, internet ha abbondato di storie di fauna selvatica che rinasceva nei luoghi urbani più sorprendenti – dai canali di Venezia ai villaggi rurali della Cina – con l’idea che il mondo naturale stesse finalmente ricevendo la tregua di cui aveva bisogno per riprendersi.
La maggior parte di queste storie sono inventate, ma ancora più importante, agiscono come una sorta di pericoloso placebo, alimentando la convinzione che tutto ciò che serva per annullare decenni di devastazione ecologica sia l’interruzione su larga scala delle attività umane per alcune settimane.
E’ necessario che si ridefinisca il nostro rapporto con la fauna selvatica. I coronavirus esistono da anni, ma gli scienziati ritengono che quest’ultimo ceppo abbia avuto origine nei pipistrelli e sia stato trasmesso all’uomo dai pangolini che hanno agito come vettore nell’insidioso mercato della fauna selvatica (wet market) di Huanan a Wuhan, Cina.
I wet market sono spesso potenziali focolai per epidemie. Crediti: Jo-Anne McArthur su Unsplash,com
Il commercio di fauna selvatica finalizzato al consumo decima allo stesso tempo molti degli animali selvatici più importanti dal punto di vista ecologico del nostro pianeta, esponendoci anche a gravi problemi di salute pubblica. Per proteggere la fauna selvatica e noi stessi, è imperativo chiudere per sempre il commercio di animali selvatici ed il traffico illegale associato.
Stiamo perdendo gran parte della biodiversità mondiale
La biodiversità sta scomparendo a un ritmo allarmante negli ultimi anni, principalmente a causa di attività umane come le modifiche nell’utilizzo del suolo, l’inquinamento e il cambiamento climatico. La biodiversità è tradizionalmente definita come la varietà di tutte le forme di vita presenti sulla Terra. Essa comprende il numero di specie, le loro variazioni genetiche e l’interazione di queste forme viventi all’interno di ecosistemi complessi.
In una relazione ONU pubblicata nel 2019, gli scienziati hanno lanciato l’allarme di estinzione per 1milione di specie (su un totale stimato di 8 milioni), molte delle quali rischiano di scomparire nel giro di pochi decenni. Alcuni ricercatori ritengono addirittura che stiamo attraversando la sesta estinzione di massa nella storia del pianeta Terra. Le precedenti estinzioni di massa hanno eliminato tra il 60 e il 95% di tutte le specie. Servono milioni di anni affinché gli ecosistemi guariscano da eventi di simile portata.
Il tasso di estinzione degli insetti sta subendo, assieme agli anfibi, una rapida accelerata dovuta all’impatto antropico sui loro habitat. Crediti: Beatrice Martini
Gli ecosistemi in salute ci forniscono servizi essenziali che noi, troppo spesso, diamo per scontate. Le piante convertono energia dal sole rendendola disponibile ad altre forme di vita. I batteri e altri organismi viventi scompongono la materia organica in nutrienti che forniscono alle piante un terreno sano in cui crescere. Gli impollinatori sono essenziali per la riproduzione delle piante, garantendo a noi la produzione di cibo. Piante e oceani agiscono come principali pozzi di assorbimento delle emissioni di anidride carbonica.
In altre parole, la biodiversità ci assicura aria pulita, acqua potabile, terreni di buona qualità e l’impollinazione delle coltivazioni. Ci aiuta a contrastare il cambiamento climatico, ad adattarci a esso, e riduce l’impatto dei pericoli naturali. Poiché gli organismi viventi interagiscono in ecosistemi dinamici, la scomparsa di una specie può avere un impatto di vasta portata sulla catena alimentare. Non possiamo conoscere di preciso quali sarebbero le conseguenze delle estinzioni di massa per gli esseri umani, ma sappiamo che al momento è la varietà della natura a consentirci di vivere e prosperare.
Le foreste, essenziali per il Pianeta
Le foreste del Pianeta hanno un valore inestimabile; sono fondamentali per lo stoccaggio del carbonio, ospitano oltre l’80% delle specie terrestri animali e vegetali, regolano i regimi idrologici e forniscono preziosi servizi ecosistemici. Eppure stiamo distruggendo i paesaggi forestali intatti ad un ritmo vertiginoso, è quanto emerso da un nuovo studio pubblicato sulla rivista Science Advances.
Le foreste in tutto il Pianeta stanno subendo drastiche perdite a causa dell’impatto antropico. Crediti: Beatrice Martini
Secondo gli autori oltre il 7% delle aree forestali intatte sono andate perdute tra il 2000 e il 2013. Un lasso temporale estremamente breve. Rischiano inoltre di scomparire definitamente da almeno 19 paesi entro i prossimi 60 anni. Un paesaggio forestale cessa di essere “intatto” quando è frammentato da strade o da altre opere di origine antropica.
“Queste foreste rappresentano alcune delle ultime porzioni della Terra che non sono state influenzate significativamente dall’uomo. Perdere queste aree significa perdere qualcosa che è più grande di noi stessi”.
le parole di Lars Laestadius, co-autore dello studio.
Oltre la metà delle perdite di paesaggi forestali intatti si è registrata in tre paesi: Russia, Brasile e Canada. In generale sono però i paesi tropicali quelli soggetti al maggior calo. Questo non significa che le foreste stiano scomparendo del tutto nelle aree citate, in molti casi sono semplicemente frammentate in aree più piccole. Questo però aggrava semplicemente la situazione.
Un paesaggio ecosistemico frammentato vale tanto quanto uno ormai scomparso. Le specie abituate a determinate variabili, specifiche di quell’ecosistema, si trovano a fronteggiare condizioni “limite”, per le quale non hanno gli strumenti. Conseguenza? Scomparsa, impossibilità di spostamenti e della ricerca di partner sessuali.
Tuttavia la velocità con cui stiamo perdendo queste aree è in crescita, il tasso di riduzione dei paesaggi forestali intatti tra il 2011 e il 2013 è triplicato rispetto a quello registrato tra il 2001 e il 2003. La causa principale della drastica riduzione di aree naturali intatte potrebbe essere la continua espansione dell’uomo; le nuove strade aprono vie d’accesso agli umani consentendo loro di spingersi in aree che un tempo gli erano precluse.
Dallo studio è emerso che circa il 14% delle perdite di foreste incontaminate sono state causate da attività che hanno alterato direttamente il paesaggio, come la deforestazione. Le altre foreste sono invece state frammentate dalla costruzione di strade e infrastrutture e dall’espansione agricola.
Mezza tonnellata di pura perfezione genetica, manto bianco come la neve, 42 denti che indicano la sua essenza predatoria; di chi stiamo parlando? Del Re indiscusso del Polo nord: l’Orso polare (Ursus maritimus). Il 27 febbraio si celebra la giornata mondiale dedicata a questo fantastico animale; Sfortunatamente, in anni recenti, è diventato l’indicatore ambientale perfetto per comprendere meglio le drammatiche conseguenze che i cambiamenti climatici stanno apportando al Pianeta ed ai suoi abitanti.
Lo stiamo perdendo
L’Orso polare si è estinto. Questa frase mette i brividi, vero? Vi starete chiedendo come sia possibile, nessun giornale ne ha fatto parola fin’ora. Si, l’Orso polare è geneticamente estinto.
Se ci si pensa bene, il concetto di estinzione genetica è ancor più drammatica. L’impatto antropico, sotto forma di caccia eccessiva, infinite emissioni e quindi surriscaldamento della calotta polare, hanno letteralmente tolto a questa specie gli strumenti necessari per far fronte agli insulti ambientali. Abbiamo azzerato la loro variabilità genetica; riducendo sempre più il numero degli individui nelle popolazioni abbiamo permesso che fenomeni come l’inincrocio (incrocio fra consanguinei) e la deriva geneticalavorassero negativamente sul patrimonio genetico della specie.
La giornata mondiale dell’Orso polare dovrebbe portare a riflettere sulla condizione precaria nella quale stiamo ponendo queste meravigliose creature.
Quest’ultima risulta impoverita ed incapace di sopravvivere in un ambiente che cambia. Proprio l’ambiente, infatti, determina quali individui potranno sopravvivere e lo fa sulla base del numero di geni a disposizione. Se i geni son pochi, allora mancheranno gli strumenti per far fronte al Mondo esterno.
Orso polare, conosciamolo meglio
L’orso polare è un mammifero, appartenente alla famiglia degli Ursidi ed è il più grande carnivoro terrestre del nostro Pianeta; è una specie che si trova al polo nord nel mar glaciale artico. Una sua caratteristica è la vita semi-acquatica. Gli orsi polari infatti trascorrono la maggior parte del loro tempo sulla banchisa ghiacciata, sulla quale cacciano, si riproducono e allevano i cuccioli, ma sono altrettanto eccellenti nuotatori.
Gli esemplari di maschio adulto pesano mediamente dai 350 ai 700 kg e misurano dai 2,4 ai 3 metri di lunghezza; le femmine, invece, sono grandi circa la metà dei maschi e normalmente pesano tra i 150 e i 250 kg. La longevità dell’orso polare in natura è di 25-30 anni, mentre in cattività può superare anche i 35.
Due esemplari di Orso polare
L’orso polare è caratterizzato dalla pelliccia bianca ma, diversamente da altri mammiferi dell’Artide, in estate il suo manto non diventa più scuro. L’isolamento termico degli orsi polari è estremamente efficace contro il freddo, ma il loro corpo si surriscalda a temperature sopra i 10 °C. Questo lascia intendere quanto possano risentire dei picchi caldi causati dal clima che cambia.
Una caratteristica interessante della pelliccia è che, fotografata con luce ultravioletta, appare nera: ha quindi, come ulteriore meccanismo di “produzione” di energia termica, un’elevata capacità di assorbimento delle frequenze uv. Ciò è possibile avendo l’epidermide nera. Nera? Esattamente! I raggi del sole attraversano la pelliccia e raggiungono la pelle, dalla quale sono assorbiti proprio grazie alla colorazione scura.
La sua fonte primaria di proteine è costituita anzitutto dalle foche, ma anche cetacei, trichechi, molluschi, granchi, pesci; persino vermi di mare, uccelli, piccoli di aquile e civette, ghiottoni, volpi polari, renne e lemming. Può mangiare anche bacche e rifiuti. Trovandosi in cima alla catena alimentare ha quindi pochi nemici; naturalmente l’uomo resta il vero pericolo per questa specie.
Cambiamenti ambientali
Se le emissioni di gas serra manterranno il loro trend attuale, tutte le popolazioni di orsi polari nell’Artico probabilmente scompariranno entro il 2100. Lo afferma uno studio pubblicato su Nature Climate Change.
Il modello preso in considerazione dagli studiosi cattura le tendenze demografiche, osservate nel periodo 1979-2016, e dimostra come potrebbero già essere state superate, in alcune sotto-popolazioni, le soglie di reclutamento e di sopravvivenza. Inoltre, suggerisce che, con elevate emissioni di gas serra, la riproduzione e la sopravvivenza in forte calo metterà a repentaglio la persistenza di tutte le sotto-popolazioni dell’alto Artico entro il 2100.
La moderata mitigazione delle emissioni prolungherebbe leggermente la persistenza ma è improbabile che prevenga l’eliminazione di alcune sotto-popolazioni entro questo secolo. Già è molto probabile che molti orsi polari inizieranno a sperimentare un fallimento riproduttivo dal 2040, portando a conseguenti estinzioni locali.
Illustrazione: Polar Bears International
“È ormai risaputo da tempo che gli orsi polari soffriranno a causa del cambiamento climatico. Ma ciò che non era del tutto chiaro era le tempistiche con le quali avrebbero iniziato ad avvenire cali importanti nella sopravvivenza e riproduzione degli orsi polari, con la loro conseguente scomparsa. Non sapevamo se ciò sarebbe accaduto all’inizio o alla fine di questo secolo. “
ha affermato Péter Molnár, biologo dell’Università di Toronto e autore principale dello studio.
Gli orsi polari attingono alle riserve energetiche accumulate durante la stagione di caccia invernale per sopravvivere ai magri mesi estivi sulla terraferma. Sebbene gli orsi siano abituati a digiunare per mesi, le loro condizioni fisiche, la capacità riproduttiva e la sopravvivenza diminuiranno se posti in una condizione di digiuno eccessivamente lunga.
Nella popolazione del Mare di Beaufort meridionale dell’Alaska, i biologi hanno già visto il numero di orsi polari diminuire del 25-50% durante i periodi estivi, proprio quando gli orsi sono costretti a digiunare troppo a lungo. E nella baia di Hudson occidentale la popolazione è diminuita di circa il 30% dal 1987 .
Conclusioni: possiamo “salvare” l’Orso polare?
Le specie che vivono in habitat caratterizzati da condizioni rigide, sono generalmente note per essere molto vulnerabili ai cambiamenti ambientali. Gli orsi polari sono specialisti estremi, dipendono dall’acquisizione della maggior parte del loro apporto alimentare annuale entro periodi stagionali limitati. Negli orsi polari, è probabile che il riscaldamento continuo e il calo del ghiaccio marino artico mettano alla prova la loro capacità di cacciare le foche in molte regioni, aumentando allo stesso tempo i loro schemi di movimento annuali e le frequenze di nuoto.
In assenza di ghiaccio marino estivo, gli orsi polari diventeranno sempre più dipendenti dall’ecosistema terrestre, che ha risorse alimentari limitate rispetto all’ambiente marino. Le specializzazioni fisiologiche di questi predatori, che cacciano sopra e sotto il ghiaccio marino, non sono adatte per un Artico in rapido riscaldamento. È probabile che il declino di questa specie prefiguri un declino in altri mammiferi marini dipendenti dal ghiaccio e in alcune delle loro prede principali, come il merluzzo artico che si basa sullo zooplancton associato al ghiaccio marino.
A differenza di altre specie minacciate dalla caccia o dalla deforestazione, gli orsi polari possono essere salvati solo se il loro habitat è protetto; ciò richiede di affrontare il cambiamento climatico a livello globale. Alcune ricerche hanno dimostrato che se iniziassimo a ridurre domani le emissioni di gas serra, ci vorranno ancora almeno altri 25-30 anni prima che l’estensione del ghiaccio marino si stabilizzi (a causa di tutta l’anidride carbonica già presente nell’atmosfera).
Si stima che attualmente ci siano circa 23.000 orsi polari in tutto il Mondo, ma, senza un’azione concreta e rapida sui cambiamenti climatici, il numero attuale decrescerà nel giro di pochi anni. È importante che ognuno di noi comprenda l’entità del problema. Possiamo prendere parte al cambiamento attraverso delle proposte di legge, manifestazioni, un consumo più consapevole, l’utilizzo sempre maggiore delle energie rinnovabili.
In India, da circa due mesi decine di migliaia di agricoltori sono accampati nella periferia di Nuova Delhi. Alla fine di settembre, il governo del Primo ministro Narendra Modi ha approvato in Parlamento 3 nuove leggi riguardanti l’agricoltura. Queste ultime andrebbero a sfavore dei braccianti. Poco dopo sono scoppiate le prime proteste negli stati settentrionali del Punjab e di Haryana, che possiedono quasi il 3% dei terreni coltivabili del Paese ma producono il 50% circa delle sue eccedenze di riso e grano. A nulla è servito l’intervento “mediatore” della Corte Suprema ed i morti finora sono circa 150.
Cosa sta accadendo in India?
Il governo ha ignorato a lungo le proteste degli agricoltori (cominciate a settembre); ma alla fine di novembre questi ultimi si sono diretti verso Nuova Delhi. In migliaia, a bordo dei loro trattori, hanno superato barriere e fossati creati dalle forze dell’ordine per arrestare l’avanzata.
Le nuove leggi permetteranno ai commercianti privati di acquistare i raccolti direttamente dagli agricoltori, aggirando così gli uffici del governo creati per garantire l’equità dei prezzi. I sindacati degli agricoltori protestano perché ritengono che queste leggi porteranno alla sparizione degli uffici commerciali governativi, i quali acquistano gran parte delle eccedenze di cereali.
Il mese scorso, la Corte Suprema dell’India emesso un’ordinanza che sospendeva le tre controverse leggi agricole e ha ordinato la formazione di un comitato di mediazione composto da quattro membri per aiutare le parti a negoziare. Ma i leader degli agricoltori hanno respinto qualsiasi comitato nominato dal tribunale. Almeno 147 agricoltori sono morti nel corso dei mesi di proteste per una serie di cause, tra cui suicidio, incidenti stradali e esposizione al freddo.
Il malcontento degli agricoltori è stato una sfida significativa per Modi, poiché mesi di manifestazioni e sit-in in tutto il paese contro la sua politica agricola sono diventati una situazione di stallo segnata da colloqui bloccati tra gli agricoltori e la sua amministrazione. Ma i passi avanti fatti sono davvero pochi e alquanto insignificativi.
Cosa temono gli agricoltori in India?
Per decenni, il governo indiano ha offerto prezzi garantiti agli agricoltori per determinate colture; ciò dava una certezza a lungo termine che consentiva loro di effettuare investimenti per il ciclo colturale successivo. Le nuove regole consentono agli agricoltori di vendere le loro merci a chiunque a qualsiasi prezzo.
Ma gli agricoltori sostengono che le nuove leggi li lasceranno in condizioni ben peggiori, rendendo più facile per le società sfruttare i contadini e aiutare le grandi aziende a ridurre i prezzi.
Le leggi sono state così controverse poichè l’agricoltura è la principale fonte di sostentamento per circa il 58% degli 1,3 miliardi di abitanti dell’India. Gli agricoltori sono il blocco elettorale più grande del paese, rendendo l’agricoltura una questione centrale nella politica.
I manifestanti temono che possa ripetersi l’esperienza vissuta nello stato di Bihar; dove leggi come queste sono entrate in vigore 15 anni fa portando allo smantellamento dell’infrastruttura commerciale del governo e a un calo dell’87% dei punti vendita. Gli agricoltori inoltre temono che, con l’entrata in vigore delle nuove leggi, i commercianti privati più piccoli saranno sostituiti dalle grandi aziende.
Le clausole delle nuove leggi, che vietano di ricorrere in tribunale in caso di controversie, acuiscono le loro apprensioni. Alcune delle grandi aziende dell’India, prese di mira dagli agricoltori, portano il nome di Reliance Industries e l’Adani Group; guidato da noto amico intimo di Modi.
Come si è arrivati a questo?
Il sistema dell’acquisto dei cereali da parte degli uffici di commercializzazione del governo, che secondo gli agricoltori andrebbero a scomparire con l’ingresso delle grandi corporation, nacque dal tentativo dell’India di sfamare la sua enorme popolazione.
Nel 1947, anno dell’indipendenza dalla Gran Bretagna, l’India era una nazione in deficit alimentare. Dopo decenni di scarsi raccolti e carestie, nei primi anni ’60 il Paese dette un forte impulso alla coltivazione dei cereali; lo fece affidandosi a nuove varietà ibride di riso e grano ad alto rendimento, coltivati con tecniche di agricoltura intensiva e ampio uso di fertilizzanti chimici.
Gli stati del Punjab e di Haryana (India settentrionale) erano i più adatti per adottare le nuove pratiche e gli agricoltori di quegli stati, oltre a possedere i terreni che coltivavano, questi ultimi erano più grandi rispetto ai campi di altri stati indiani; dove i latifondisti feudali davano in concessione piccoli appezzamenti di terreno ai contadini.
Il sistema dei prezzi garantiti sostenuto dal governo ha incoraggiato gli agricoltori di quelle zone a coltivare riso; lo fece garantendo introiti migliori rispetto a qualsiasi alternativa. Nel decennio successivo, la produzione nei due Stati è aumentata esponenzialmente. Così tanto che l’India ha smesso quasi del tutto di importare riso.
L’abbondante produzione di riso aiutò l’India a far fronte alla fame e alla malnutrizione, con la creazione del Sistema di distribuzione pubblica; un programma statale di erogazioni alimentari. Con il passare degli anni però, nel Punjab e in alcune aree di Haryana, la coltivazione intensiva di riso fece abbassare di centinaia di metri la falda acquifera. Inoltre, il ricorso a fertilizzanti e pesticidi avvelenò i terreni e le riserve idriche di sostanze chimiche.
Gli agricoltori di quegli stati adesso si trovano a dover fare i conti con una situazione che non può essere risolta dalle grandi aziende. Esige un maggiore coinvolgimento da parte del governo. Invece dell’aiuto di quest’ultimo, si trovano davanti nuove leggi che aumentano a dismisura il potere delle grandi aziende e riducono le funzioni del governo. In un primo momento, Modi ha reagito cercando di gettare cattiva luce sui manifestanti, per lo più Sikh. Questi ultimi, da sempre sono molto attivi nelle proteste riguardanti terreni e diritti fondamentali.
Preoccupazioni per la democrazia in India
L’accesso a Internet è rimasto bloccato lunedì 1° febbraio in diversi distretti di uno stato confinante con la capitale indiana, a seguito di violenti scontri nel fine settimana tra polizia e agricoltori. Internet sarebbe stato sospeso in almeno 14 dei 22 distretti nello stato di Haryana vicino a Nuova Delhi, fino alle 17:00 di lunedì.
Il Ministero degli Interni indiano ha affermato che la mossa era “nell’interesse di mantenere la sicurezza e di evitare l’emergenza pubblica”.
Darshan Pal, uno dei leader di Samyukta Kisan Morcha (un fronte unito di oltre 40 unioni di agricoltori costituito nel novembre 2020 per coordinare la rivolta), ha condannato la chiusura di Internet, definendola “antidemocratica”.
“Il governo non vuole che i fatti reali raggiungano gli agricoltori che protestano, né che la loro condotta pacifica raggiunga il Mondo. Vuole diffondere falsità intorno ai manifestanti. Ha paura del lavoro coordinato dei sindacati degli agricoltori e sta cercando di tagliare i mezzi di comunicazione tra di loro”
Sebbene l’India sia la democrazia più popolosa del mondo, ha anche superato il mondo in termini di interruzioni di Internet nel 2019, secondo Access Now (un gruppo di difesa che tiene traccia della libertà di Internet).
Nello stesso anno, le autorità hanno chiuso Internet in altre aree, comprese alcune parti di Nuova Delhi; in mezzo a proteste diffuse contro una controversa legge sulla cittadinanza considerata da molti discriminatoria nei confronti dei musulmani. Le chiusure arrivano anche sullo sfondo delle crescenti preoccupazioni sulla libertà di stampa in India.
Vi sarà sicuramente capitato, durante una passeggiata sulla spiaggia, di incontrare delle palline color marrone e non capire di cosa si trattasse. In questo articolo vi introdurremo ad una pianta marina essenziale per l’equilibrio dei nostri mari, ai rischi che corre e al suo aiuto nella battaglia contro la plastica: stiamo parlando della Posidonia oceanica.
La Posidonia oceanica, elemento chiave
La Posidonia oceanica è una pianta adattata alla vita subacquea, endemica del Mediterraneo, cioè presente solo lungo le coste di questo bacino; si tratta di un elemento chiave per la conservazione degli ecosistemi del Mar Mediterraneo. Difatti, questa è in grado, come tutte le piante, di catturare la CO2 dall’atmosfera e, di conseguenza, modificare l’acidità dell’acqua oltre ad ossigenarla. Inoltre, svolge la funzione di habitat e nutrimento per un gran numero di specie di pesci ed invertebrati, in particolare larve e i giovani esemplari, creando vere e proprie “nursery”.
Crediti: Marevivo
Le piante di Posidonia oceanica crescono formando ampie praterie sommerse, su fondali sabbiosi e ghiaiosi. Per un a crescita ottimale ha bisogno di acque estremamente limpide. Per questo motivo, la presenza di fitte e grandi praterie è un chiaro segno della qualità delle acque. Vengono considerate per questo dei “bioindicatori”.
La funzione delle praterie è paragonabile a quella delle foreste tropicali e delle zone umide: essa svolge un ruolo fondamentale nella regolazione dell’equilibrio ecologico del mare.
I posidonieti svolgono un ruolo importante nei processi relativi agli ecosistemi costieri e alle dune, nella modellazione dei processi sedimentari e nella compattazione delle spiagge di sabbia. Le foglie morte di Posidonia oceanica agiscono come un naturale bacino di riduzione dell’energia delle onde; portando al minimo l’erosione del suolo, della spiaggia e delle dune.
Una valida alleata nella lotta contro la plastica
I ricercatori hanno scoperto che queste piante sottomarine intrappolano le microplastiche in fasci di fibre naturali, noti come “palline di Nettuno”. Secondo lo studio “Seagrasses provide a novel ecosystem service by trapping marine plastics”, queste sono in grado di filtrare e “intrappolare” le plastiche disperse in mare, specialmente nelle aree costiere. Gli scienziati hanno svolto la conta delle particelle presenti in queste sfere riversatesi sulle spiagge in Spagna.
“Ciò dimostra che i detriti di plastica sul fondo del mare possono essere intrappolati nei residui algali, lasciando infine l’ambiente marino riversandosi sulla spiaggia”, ha riferito Anna Sanchez-Vidal, biologa marina dell’Università di Barcellona.
“Questa pulizia rappresenta una continua eliminazione dei detriti di plastica dal mare”, ha aggiunto.
Ancorandosi in acque poco profonde, aiutano a prevenire l’erosione della spiaggia e ad attenuare l’impatto delle mareggiate distruttive.
‘Neptune balls’, è ben visibile la plastica intrappolata nelle fibre. Photograph: Marta Veny/UNIVERSITY OF BARCELONA/AFP/Getty Images
Crescendo dall’Artico ai tropici, la maggior parte delle specie ha foglie lunghe e erbose che possono formare vasti prati sottomarini. Non è chiaro se la raccolta della plastica danneggi le alghe stesse. Sanchez-Vidal e il suo team hanno studiato solo la Posidonia oceanica; ma si pensa che anche altre Fanerogame possano svolgere la medesima funzione.
Le minacce alla Posidonia oceanica
Le principali minacce per le praterie di Posidonia oceanica sono le costruzioni marittime, l’inquinamento delle acque costiere; l’ancoraggio, le spiagge artificiali e l’eliminazione delle foglie morte di Posidonia oceanica dalla spiaggia e le specie aliene.
I posidonieti, che occupano circa 500.000 km2, sono in declino a livello mondiale, con un tasso di perdita stimata del 1-2% all’anno; quattro volte il tasso di perdita delle foreste tropicali e la percentuale sale e raggiungere il 5% nel Mediterraneo. Inoltre, la lenta crescita di queste piante (2 cm/anno) fa si che le perdite siano irreversibili, e che i tempi di recupero della pianta richieda diversi secoli.
Un’altra minaccia ai posidonieti sono le specie aliene, come la Caulerpa taxifolia, conosciuta come “alga killer”. All’inizio degli anni ’80 l’alga è sfuggita dall’Acquario di Monaco attraverso le acque di pulizia delle vasche e ha iniziato a colonizzare il Mediterraneo ad una velocità impressionante. Ai tempi la questione fu sottovalutata perché non si pensava che un’alga marina originaria delle acque tropicali degli oceani Indiano, Pacifico e Atlantico sarebbe riuscita a superare le temperature invernali del Mediterraneo.
Oggi l’alga è invece diffusa in gran parte del Mediterraneo (la colonia più settentrionale è in Croazia) ma anche in California e nell’Australia meridionale. Ora sono considerate una delle 100 peggiori specie invasive a livello mondiale.
Cresce rapidamente soffocando le forme bentoniche delle zone costiere soprattutto se l’ambiente è già disturbato, ad esempio da scarichi di acque usate. Producono una tossina repellente che le rende sgradevoli, così da non avere predatori in natura.
Progetto “Rispetta il tuo Capitale” di Marevivo
Il progetto “Rispetta il tuo capitale” di Marevivo, in collaborazione con Pramerica SGR, ha permesso la riqualificazione, il ripristino ed il monitoraggio di un’importante area marina Italiana, concretizzandone poi i risultati in uno studio in collaborazione con l’Università Bocconi di Milano e l’Università degli Studi di Genova.
In particolare l’associazione si è occupata di effettuare interventi ambientali innovativi nell’area di Marina di Cecina, in Toscana, per la tutela della Posidonia oceanica.
Le attività condotte hanno permesso un pieno riutilizzo delle risorse necessarie per l’ambiente ed un corretto trattamento dei rifiuti antropici rinvenuti durante le operazioni. La Posidonia spiaggiata è stata recuperata e trasformata in fertilizzante naturale; la sabbia depurata è stata riportata sulla spiaggia di appartenenza e gli scarti sono stati correttamente smaltiti secondo i principi della raccolta differenziata.
Il progetto è proseguito nei mesi di giugno e luglio 2020 in zona Secche di Vada, a nord di Marina di Cecina; con un intervento finalizzato alla pulizia dei fondali marini per liberare il mare e la Posidonia dai rifiuti. Sono stati recuperati grandi quantità di plastica, copertoni di auto e camion, reti abbandonate e altri attrezzi da pesca; tutti materiali potenzialmente pericolosi per gli animali marini e per la crescita e lo sviluppo della Posidonia.
La tutela della Posidonia
I posidonieti sono stati considerati un ecosistema prioritario dalla Comunità Europea con la direttiva n° 43/92 CEE relativa alla “conservazione degli habitat naturali e semi-naturali e della flora e della fauna selvatiche”, recepita nell’ordinamento italiano dal D.P.R. n° 357 del 08/09/1997.
La Posidonia oceanica è specie protetta in quanto inclusa nell’allegato II alla Convenzione di Berna del 19/11/1979 relativa alla “Conservazione della vita selvatica dell’ambiente naturale in Europa” ratificata in Italia con la legge n° 503 del 05/ 08/ 1981.
La Posidonia oceanica è inserita nell’Annesso II alla Convenzione di Barcellona del 1995 per la protezione del Mediterraneo dall’inquinamento, ratificata in Italia con legge n° 175 del 27/05/99.
In un periodo storico come quello attuale, all’insegna delle pandemie e del disequilibrio tra uomo e natura, è importante focalizzare l’attenzione sugli allevamenti intensivi. Di questi ultimi, seppur meno trattati, fanno parte gli allevamenti ittici; spreco, sofferenza e inquinamento ambientale sono solo alcune delle drammatiche conseguenze legate a questa pratica, sempre più utilizzata in molte parti del mondo.
Dati alla mano
L’itticoltura è il settore zootecnico con la più rapida crescita; si pensi che nel ’74 provvedeva solo al 7% del fabbisogno totale di pescato, passando al 39% del 2004. Oggi, in Europa, il pesce da allevamento corrisponde al 50% di quello immesso nel mercato, e con tutta probabilità a breve toccherà il 60%.
Come si è arrivati a questi numeri? Da una parte un aumento globale del consumo di pesce, passato da 18 milioni di tonnellate nel 1950 a 104 milioni nel 2015. E, come conseguenza, la pesca intensiva ha sovrasfruttato i mari, impoverendoli a tal punto da portare numerose specie sull’orlo dell’estinzione.
Nel 2014 la Commissione Europea ha dichiarato infatti che:
“il 96% delle specie di fondale mediterranee è soggetto a uno sfruttamento eccessivo”.
La risposta a questo grave problema non è stata invitare a una riduzione del consumo di pesce, ma costruire ampie vasche a terra o enormi gabbie di rete in mare, in cui far riprodurre e crescere i pesci.
In ognuna di queste gabbie possono vivere da 100 a 300 mila pesci; in situazioni che non prevedono alcun interesse per il loro stato di salute. Il problema dunque non è solo di carattere prettamente ecologico, ma anche etico. Il sovraffollamento nelle vasche è quasi una costante e in più allevamenti si è riscontrata la presenza di acque torbide e sporche.
Quanto inquinano gli allevamenti intensivi ittici?
Troppo spesso i consumatori sono poco informati sulle problematiche legate a questo tipo di allevamento. Prima di tutto, ingenti danni ambientali; la produzione annuale di 43 milioni di tonnellate di gas serra emessi e immensi consumi di acqua, ossigeno, energia elettrica e farmaci.
Si parla di tonnellate di rifiuti e di liquami scaricati in mare e nei fiumi; alcune sostanze in eccesso eutrofizzano le acque, provocando una invasioni algale e quindi, di attività batterica. Questa porta alla morte delle forme di vita limitrofe a causa di un eccessivo consumo di ossigeno.
Tra gli scarti prodotti dall’allevamento ittico annualmente ci sono più di 500 mila tonnellate di escrementi; causate dalla ricchezza di fibre nella dieta imposta ai pesci allevati, rispetto all’alimentazione che seguono in natura. La percentuale di fibre nella dieta in trent’anni è passata dal 10% al 70% del volume del mangime. Inoltre, negli escrementi si concentrano i residui dei medicinali che vengono somministrati ai pesci spargendoli in acqua. Questi ultimi si diffondono anche al di fuori dei confini degli allevamenti, soprattutto in mare aperto.
L’ambiente in cui i pesci sono costretti è così insalubre e sovraffollato che gli animali si ammalano e si trasmettono parassiti l’un l’altro, come dimostrano diversi casi di epidemie. Che spesso poi, rischiano di passare all’uomo.
Per tenere a bada alghe e parassiti, questi allevamenti impiegano tonnellate di antibiotici, alghicidi, erbicidi, disinfettanti e insetticidi. Gli allevamenti in mare finiscono per contaminare anche i pesci liberi, che assorbono le sostanze, subendone le conseguenze.
Secondo un studio pubblicato su Nature, gli abitanti di 66 Paesi mangiano pesce nel quale la concentrazione di mercurio è superiore a quella ritenuta pericolosa per un feto in crescita.
Farina e olio di pesce, cosa c’è di sbagliato?
Recentemente sono emersi nuovi dati che mettono in luce come gran parte del pescato non finisca sulla tavola delle popolazioni locali, ma piuttosto diventi mangime per gli allevamenti di pesce di altri paesi.
Anche in questo caso quindi si ripresenta un meccanismo già ben noto al sistema di allevamenti intensivi “terrestri”; c’è una parte del mondo, come l’Africa, che si trova ad utilizzare le sue risorse, il pescato in questo caso, per dare da mangiare agli animali allevati per sfamare la parte del mondo “ricca”.
Il business che si sta sviluppando consiste nel prendere il pescato dalle popolazioni locali ed utilizzarlo per produrre farina o olio di pesce; prodotti che vengono usati dalle industrie di mangimi per gli allevamenti intensivi.
Negli ultimi due anni, l’ufficio africano di Greenpeace ha condotto una ricerca documentando la presenza di oltre 40 impianti di produzione di farine e oli di pesce tra la Mauritania, il Senegal e il Gambia. Negli ultimi 25 anni le catture totali di pesci pelagici sono più che duplicate.
È quindi chiaramente un fenomeno preoccupante e in rapida crescita. Perché? La richiesta di pesce da parte dei consumatori del mondo “ricco” è in continuo aumento. Ma la causa di questo aumento della richiesta di pesce e prodotti ittici non è da ricercare solo nei consumi diretti, quanto anche nell’aumento degli allevamenti intensivi di pesce, che si stanno sviluppando a velocità impressionante.
Analizzando il mercato dell’importazione-esportazione, si vede chiaramente come anche l’Italia abbia una parte di responsabilità di quello che sta succedendo. Difatti è uno dei principali importatori di farine di pesce e di olio, per esempio dal Senegal.
Vita e morte negli allevamenti intensivi
Se la situazione di galline, ovini e bovini è sotto gli occhi del Mondo, altrettanto non si può dire del pesce. Si pensi ai salmoni: vengono privati del loro istinto di riprodursi risalendo i fiumi e costretti a vivere in recinti. Alimentati con coloranti chimici per dare loro un aspetto rosa arancio.
O ancora ai gamberi. Forse non tutti sanno, che quelli che troviamo nel banco frigo dei supermercati provengono da allevamenti intensivi che comportano inquinamento, distruzione di ecosistemi, deforestazione costiera e ancora erosione del suolo.
I pesci allevati in tali condizioni non possono esprimere i loro comportamenti naturali. La loro è una vita trascorsa in ambienti insalubri con altissime densità dove spesso vengono alimentati con mangimi medicati per contenere l’inevitabile diffusione di virus e batteri
Divorati vivi dai parassiti, imbottiti di medicinali e ammassati in condizioni che nel caso di altri animali sono considerate crudeltà, i pesci sono vittime invisibili. Subiscono sovraffollamento, inquinamento, sofferenza e una morte che spesso è anche inutile: difatti, ogni anno 10 milioni di tonnellate di pesci vengono ributtati in mare perché non idonei alle richieste del mercato.
L’alimentazione umana si basata su appena 25 specie di pesce; tra le quali a dominare sono soltanto tonno, salmone, spigola e merluzzo. Pur essendo 550 le specie allevate in 190 Paesi.
Dall’asfissia nel ghiaccio di orate e spigole a quella senza ghiaccio per le trote; il tempo dell’agonia degli animali varia tra un’ora e i 250 minuti. Il metodo del congelamento con anidride carbonica non garantisce lo stordimento dei pesci, i quali mostrano chiari segni di agitazione e stress. Capita spesso che prima dello stordimento tramite un colpo in testa, i pesci possano passare anche lunghi periodi fuori dall’acqua.
Come cambiare la realtà degli allevamenti intensivi?
Questa pratica impoverisce le risorse naturali del nostro Pianeta causando un impatto ambientale enorme, con il solo scopo di sfamare gli animali negli allevamenti. E’ il medesimo processo che sta portando alla distruzione delle foreste pluviali per fare spazio alle coltivazioni di cereali come la soia, per produrre il foraggio di bovini, maiali ed altri animali costretti negli allevamenti intensivi.
Non esiste una legge ad hoc per la protezione dei pesci negli allevamenti intensivi. Ci viene continuamente detto che l’assunzione di pesce, e quindi di omega-3, sia essenziale per un corpo sano. Nessuno fa presenti però, i pericoli che si celano dietro questi stabilimenti.
La richiesta di pesce aumenterà nei decenni a venire come ovvia conseguenza della crescita esponenziale del genere umano sul Pianeta. Sono quindi necessari interventi che mirino alla risoluzione del problema.
Possiamo scegliere di consumare sempre meno – o non consumare affatto – il pesce e altri prodotti ittici. E’ un primo passo che ognuno di noi può compiere per aiutare gli oceani. Ma non basterà. La politica ha il dovere di legiferare su questa realtà: è importante che vi sia una maggiore tracciabilità dei pesci allevati, di spazi più ampi, così da generare un minor stress fisico e l’eliminazione di farmaci. Educare al consumo di specie meno pregiate, così da far riprendere gli stock ittici delle specie più sfruttate.
La nostra società attuale si aspetta sempre delle prestazioni molto rapide. Siamo le generazioni del “tutto e subito”; non si da tempo alla natura di poter fare il proprio corso. Per questo diamo ormoni potenti alle piante e ai pesci, inquinando terreni e mari.
La politica deve essere affiancata dalle scelte consapevoli del singolo cittadino: lo stile alimentare che adottiamo, infatti, è una decisione importantissima che influisce in modo diretto sul clima, sugli animali e sull’ambiente.
L'Ecopost aderisce alla campagna nazionale #InformazioneFossilFree. Gli annunci pubblicitari presenti nel sito sono selezionati attentamente affinchè rispettino i principi morali del blog come il rispetto dell'ambiente e il cambiamento degli stili di vita secondo un approccio green.
Questo sito utilizza i cookies per migliorare la tua esperienza di navigazione. I dati sono completamente anonimi. In caso tu non sia d'accordo puoi disconnetterti. AccettoRead More
Privacy & Cookies Policy
Privacy Overview
This website uses cookies to improve your experience while you navigate through the website. Out of these, the cookies that are categorized as necessary are stored on your browser as they are essential for the working of basic functionalities of the website. We also use third-party cookies that help us analyze and understand how you use this website. These cookies will be stored in your browser only with your consent. You also have the option to opt-out of these cookies. But opting out of some of these cookies may affect your browsing experience.
Necessary cookies are absolutely essential for the website to function properly. This category only includes cookies that ensures basic functionalities and security features of the website. These cookies do not store any personal information.
Functional cookies help to perform certain functionalities like sharing the content of the website on social media platforms, collect feedbacks, and other third-party features.
Performance cookies are used to understand and analyze the key performance indexes of the website which helps in delivering a better user experience for the visitors.
Analytical cookies are used to understand how visitors interact with the website. These cookies help provide information on metrics the number of visitors, bounce rate, traffic source, etc.
Advertisement cookies are used to provide visitors with relevant ads and marketing campaigns. These cookies track visitors across websites and collect information to provide customized ads.