Sussidi dannosi per l’ambiente: risorse tolte all’innovazione

In Italia i sussidi dannosi per l’ambiente e gli incentivi alle fonti fossili valgono 35,7 miliardi di euro. È il dato che emerge nel rapporto ‘’Stop sussidi 2020 ’’ di Legambiente. Katiuscia Eroe, responsabile energia di Legambiente, ha introdotto la conferenza di presentazione del rapporto sottolineando ‘’il poco coraggio e la poca volontà politica nell’ affrontare questo tema’’. Il taglio infatti è stato di nuovo rinviato: nella legge di bilancio presentata dal governo il tema non è previsto. Nel frattempo, l’Italia scende al 27°posto nel Climate Change Performance Index 2021secondo il rapporto Germanwatch. Risultato dovuto al rallentamento dello sviluppo delle rinnovabili (31°) e a una politica climatica nazionale inadeguata agli obiettivi di Parigi (peraltro non raggiunti da nessun paese). Risultato che rende ancora più urgenti i tagli ai sussidi dannosi per l’ambiente.

Cosa sono i sussidi dannosi per l’ambiente?

I sussidi dannosi per l’ambiente comprendono ‘’ tutte le misure incentivanti, che intervengono su beni o lavorazioni, per ridurre il costo di utilizzo di fonti fossili o di sfruttamento delle risorse naturali’’.

Sono, per esempio, finanziamenti diretti a centrali che utilizzano derivati del petrolio, gas e carbone, che inquinano e producono emissioni di gas serra.

Sono sconti su tasse (accisa, iva e credito d’imposta) per una serie enorme di utilizzi di benzina, gasolio, gas, ecc. nei trasporti, nel riscaldamento, nelle industrie.

Sono anche finanziamenti ad autostrade, a componentistica, impianti per la fertilizzazione e fondi per la ricerca su carbone, gas e petrolio. In Italia e all’estero.

La maggior parte dei sussidi va alle imprese, oltre 33 miliardi e 2,4 miliardi alle famiglie. Legambiente sottolinea che un semplice taglio avrebbe effetti negativi da un punto di vista economico e sociale. A soffrirne infatti sarebbero le famiglie più povere e le imprese più in difficoltà. Questi sussidi devono dunque trasformarsi. Legambiente parla infatti di ‘’incentivi verso investimenti in efficienza e nell’autoproduzione da rinnovabili, con risultati strutturali in termini di risparmio oltre che vantaggi ambientali.’’

Valore dei sussidi dannosi per settore

Di seguito i principali numeri dei sussidi dannosi per l’ambiente per settore del dossier:

  • Settore energia – 15,3 miliardi per il 2020 destinati . Ventisei sussidi diversi, di cui almeno 15 potrebbero essere eliminati subito, per un valore pari a 8,6 miliardi di euro. In particolare, le trivellazioni ricevono sussidi indiretti per 576,54 milioni di euro, dovuti all’inadeguatezza di royalties e canoni. I contributi a centrali fossili e impianti sono costati, nel 2019, ai contribuenti italiani, 1.316,4 milioni di euro.
  • Settore trasporto – il valore dei sussidi complessivo è di 16,2 miliardi. Di cui 5.154 milioni di euro per il differente trattamento fiscale tra benzina e gasolio e 3.757 milioni di euro per quello tra metano, gpl e benzina
  • Settore agricoltura – sussidi per 2.117,47 milioni di euro alla PAC (sul tema leggi anche: La (non) riforma della PAC: il fallimento è servito – L’Ecopost)
  • Settore edilizia – Il credito d’imposta per l’acquisto di beni strumentali, generalmente associati a elevati consumi energetici ed emissioni, vale 617 milioni di euro. L’esenzione dell’IMU per nuovi fabbricati ammonta a 38,3 milioni di euro, sussidiando il consumo di suolo anziché incentivare le ristrutturazioni.
  • Settore canoni e concessioni – L’inadeguatezza di concessioni e canoni equivale a un sussidio di 509 milioni

Le richieste di Legambiente al governo

Legambiente chiede al governo di agire tempestivamente. Le richieste avanzate sono:   

  1. Inserire nel Recovery plan le scelte di cancellazione di tutti i sussidi alle fossili entro il 2030
  2. Eliminare subito i sussidi diretti alle fossili e per lo sfruttamento dei beni ambientali e aggiornare il Catalogo dei sussidi.
  3. Rivedere subito la tassazione sui combustibili fossili per portare trasparenza e legare la fiscalità alle emissioni di gas serra

Sussidi dannosi per l’ambiente: ostacoli contro l’innovazione e la salute

I sussidi alle fonti fossili sono il principale ostacolo allo sviluppo delle rinnovabili e di interventi di efficienza energetica. Questi ultimi sarebbero competitivi in ogni parte del mondo, ma invece vedono privilegiare carbone, gas e petrolio, resi artificialmente economici dagli aiuti pubblici (Fatih Birol, capo economista dell’International Energy Agency). “Non esiste scusa legata al Covid che tenga dichiara Edoardo Zanchini, vicepresidente di Legambiente. Ogni euro non più regalato a chi inquina può liberare investimenti in innovazione ambientale ma anche per far uscire il Paese dalla crisi economica e sociale“. Anche Katuscia Eroe sottolinea il peso ingombrante dei sussidi. ‘’I sussidi dannosi sono un macigno sulla possibilità di spingere una innovazione diffusa, nell’interesse del Paese; sono risorse sottratte a investimenti di cui c’è enorme bisogno per uscire dalla crisi. Esistono oggi alternative da fonti rinnovabili meno costose in tanti campi, mentre in altri si dovrebbe promuovere l’efficienza nell’uso dei combustibili invece di fare sconti”.

 Se esistono alternative competitive, perché confermare sussidi che producono un impatto negativo su ambiente e clima?

Il consumo di fonti fossili non è solo causa del cambiamento climatico. È anche alla base dell’inquinamento delle nostre città con drammatiche conseguenze sulla salute, per l’esposizione al PM2,5, ozono, diossido di azoto. L’Agenzia europea dell’ambiente ha stimato 60 mila morti all’anno in Italia causate dall’inquinamento. Per Legambiente, e non si può che condividere, la situazione deve cambiare ora.

Energia geotermica: cos’è e a che punto siamo in Italia

energia geotermica

L’acqua calda presente nel suolo arriva in superficie, si canalizza verso case ed edifici attraverso qualche tubo e voilà, tutti hanno riscaldamento e luce elettrica gratuiti. Se fosse tutto così semplice l’energia geotermica non sarebbe sfruttata solo all’1% delle sue possibilità a livello globale. L’Italia, nonostante vanti un onorabile settimo posto nel mondo per la produzione di energia geotermica, non possiede i mezzi né tanto meno la volontà di attuare un cambiamento più radicale verso l’utilizzo diffuso di questa particolare energia pulita.

Come funziona l’energia geotermica

Più si scende nelle profondità della terra, più la temperatura aumenta. Lo scarto è di circa 3° ogni 100 metri. Questo fenomeno è dovuto al decadimento nucleare di alcuni elementi radioattivi presenti nei minerali, come ad esempio l’uranio, il torio e il potassio. Le rocce sono quindi caldissime, tanto da riuscire ad aumentare di molto la temperatura dei liquidi che entrano in contatto con esse. Una volta caldi, l’acqua e il vapore risalgono in superficie. Vengono quindi accumulati all’interno delle centrali geotermiche dove alimentano le turbine che trasformano il calore in energia elettrica. In alternativa, vengono usati in modo diretto per il riscaldamento domestico.

Purtroppo, però, l’energia geotermica non è sfruttabile in ogni luogo della terra nello stesso modo e questo è anche uno dei fattori che ne compromette la diffusione. Infatti in alcune nazioni dove l’attività vulcanica o tettonica è maggiore, come l’Islanda, le temperature delle rocce sottostanti la superficie sono più alte della media, tanto da causare fenomeni quali geyser e fumarole. In questi casi è quindi più facile estrarre l’energia geotermica anche a profondità ridotta.

L’energia geotermica in Italia

L’Italia è uno dei paesi con la maggiore capacità geotermica non solo d’Europa, ma anche del mondo. Secondo il il market report dell’European Geothermal Energy Council il Bel Paese è il secondo nel continente per la produzione di energia geotermica in valore assoluto, battendo la Turchia e persino l’Islanda, dove ad oggi circa l’85% delle abitazioni è riscaldato con energia pulita. Il punto, però, sta proprio qui. La percentuale di energia prodotta non è sufficiente a coprire la domanda di tutti gli italiani. Per l’Islanda, che conta poco più di 300 mila abitanti in tutta il paese, è sicuramente un po’ più semplice.

Nella classifica mondiale l’Italia si aggiudica un buon settimo posto. Dove sono situati, vi chiederete, questi impianti di cui pochi conoscono l’esistenza? Le centrali attive sono tutte in Toscana, divise tra le province di Grosseto, Siena e Pisa. In particolare a Larderello, sulle Colline Metallifere, troviamo l’impianto più antico del mondo, in quanto già nel 1904 il principe Piero Ginori Conti sperimentò il primo generatore geotermico. Anche il Lazio e la Sardegna però potrebbero essere sfruttate in questo senso, seguite da Sicilia, alcune zone del Veneto, dell’Emilia-Romagna, della Campania e della Lombardia. Nonostante questo altissimo potenziale però, sul totale delle rinnovabili italiane, l’energia geotermica costituisce solo il 5%, ultima tra le principali fonti, con l’idroelettrico primo al 41%. Le rinnovabili, a loro volta, occupano solo il 17,8% della domanda di energia totale.

Perché la geotermia non ha successo

Il motivo della mancata diffusione dell’energia geotermica in Italia, ma anche nel mondo, è largamente rappresentato dalla narrazione sbagliata o inesistente riguardo a questo tipo di energia. Nei fatti, invece, i vantaggi sono molto maggiori rispetto agli svantaggi, che comunque ci sono, delle centrali geotermiche. Per rendere il tutto più semplice, elenchiamo di seguito gli uni e gli altri.

Vantaggi dell’energia geotermica

  • È una fonte pulita di energia in quanto non richiede la combustione.
  • La mancata combustione irreversibile di elementi la rende un’energia, di fatto, rinnovabile, nonostante non sia inesauribile.
  • Comunque la quantità di energia geotermica prodotta dalla terra è così tanta da non rappresentare un problema di esauribilità: è pari infatti a 100 miliardi di volte il consumo energetico mondiale annuale. Con il solo geotermico, secondo uno studio del MIT, si potrebbe soddisfare il fabbisogno energico planetario con sola energia pulita per i prossimi 4000 anni 
  • Ha un potenziale altissimo in quanto è utilizzabile 24 ore su 24, 7 giorni su 7, non essendo soggetta alle variazioni meteorologiche.
  • Gli scarti provenienti dalla produzione di questo tipo di energia possono essere riciclati.

Svantaggi dell’energia geotermica

  • Richiede un grande e immediato investimento in termini di denaro, che verrà coperto in un lungo periodo di tempo.
  • A salire in superficie non sono solo l’acqua e vapore acqueo, ma anche altri gas come anidride carbonica, metano e ammoniaca. Questi si riversano inevitabilmente nell’atmosfera contribuendo all’effetto serra e alle piogge acide. Bisogna però dire che una centrale geotermica emette in media 122 kg di CO2 per MWh. In una tradizionale centrale che sfrutta i combustibili fossili il carbone bituminoso (il più pulito) ne emette circa 95 ogni kWh: quindi circa mille volte in più. Inoltre i moderni impianti di estrazione hanno sistemi di misurazione e controllo e riduzione delle emissioni di gas pericolosi.
  • L’acqua che risale in superficie può portare con sé elementi chimici tossici, come il mercurio, l’arsenico, il boro e l’antimonio. Le moderne tecniche di estrazione, però, sono in grado di scambiare calore senza il contatto tra i fluidi “geotermici” e quelli utilizzati per sfruttarne il potere termico. L’acqua “sfruttata” viene poi reimmessa nella superficie terrestre, portando con sé eventuali elementi inquinanti.
  • Gli impianti geotermici potrebbero causare un aumento del rischio sismico, anche se per ora le fluttuazioni della tettonica dovute alla geotermia hanno avuto effetti irrilevanti per la popolazione.

I mini-svantaggi dell’energia geotermica

  • Le centrali occupano, ovviamente, spazio e, quindi, causano consumo di suolo (leggi il nostro articolo “C’è vita sotto la terra: perché è importante la salute del suolo“). Solitamente, però, richiedono una superficie di circa 4 chilometri quadrati per produrre circa un gigawatt, rispetto ai 12 chilometri quadrati che richiederebbe un parco eolico di simili prestazioni.
  • Consumano acqua: circa 20 litri d’acqua per MWh. Nulla però in confronto ad altri sistemi di produzione come nucleare o carbone che ne richiedono oltre mille.
  • Dagli impianti geotermici possono arrivare odori molto sgradevoli (odori sulfurei), che spesso ne impediscono la costruzione vicino ai centri abitati. Si può comunque risolvere il problema grazie alla costruzione di un impianto di abbattimento.
  • Un forte e poco piacevole impatto visivo e, quindi, paesaggistico. L’impianto geotermico, a causa delle moltissime tubature in superficie e delle alte torri di refrigerazione, è molto simile ad un’enorme fabbrica. Si stanno però già sviluppando modi per camuffare l’estetica degli impianti e renderli il più possibile in armonia con l’ambiente esterno.
Terme di Saturnia, Toscana

Disinformazione e assenza di comunicazione

Si può concludere, quindi, che la mancanza di conoscenze da parte delle autorità è determinante nell’assenza di investitori in questo tipo di energia e ha determinato il sostanziale immobilismo dello sviluppo geotermico in Italia. In più la geotermia soffre di una percezione negativa da parte delle popolazioni locali, oltre che di una preoccupazione particolare da parte dei decisori politici e dei potenziali investitori sui possibili impatti ambientali e sui rischi connessi allo sviluppo di progetti geotermici.

Però, per quanto siano necessarie delle precauzioni in concomitanza all’avvio di una centrale geotermica, quello dei suoi potenziali rischi sismici o di inquinamento costituisce uno specchio per le allodole il cui fine sarebbe quello di continuare a trarre profitto dalle ben più fruttuose centrali a carbone; oppure di evitare di investire soldi in questo settore togliendoli ad altri progetti più redditizi. Sappiamo infatti bene quanto sia inquinante e dannoso per l’ambiente e l’umanità lo sfruttamento dei combustibili fossili. Per questi, però, gli investimenti continuano ad esserci e le preoccupazioni da parte delle autorità sono quasi inesistenti.

Svolta in Danimarca: Stop al petrolio dal Mare del Nord

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Ascolta il podcast di introduzione all’articolo!

Stiamo mettendo fine all’era del fossile.” È stato lapidario – in perfetto stile scandinavo – Dan Jørgensen, ministro danese per il clima. In queste poche parole, però, ha esternato un’importante svolta verso il rinnovabile. La Danimarca smetterà di estrarre petrolio. Si tratta di “un nuovo corso verde per il Mare del Nord.”

Nel servizio di Euronews, la decisione della Danimarca di rinunciare al petrolio e puntare sulle energie rinnovabili.

La Danimarca e il petrolio, una lunga storia d’amore

La penisola scandinava è il principale produttore di idrocarburi nella Unione Europea. Quella tra la Danimarca e il petrolio è una storia d’amore che va avanti da decenni. Ciononostante, il Paese è il primo della UE che si prepara ad eliminare, gradualmente, i combustibili fossili. A quanto pare, il fidanzamento è giunto al termine.

Il Parlamento danese ha annunciato che ogni futura concessione di licenze per l’esplorazione e la produzione di gas e petrolio, nella porzione di Mar del Nord che lambisce la Danimarca, sarà cancellata. Entro il 2050, il Paese non produrrà più alcun barile di petrolio. La decisione rappresenta un passo avanti ulteriore rispetto a quella della Norvegia, ove si sta discutendo in Corte Suprema il ricorso di alcune associazioni ambientaliste contro l’estrazione petrolifera nell’Artico. Il fondo sovrano norvegese – uno tra i più ricchi al mondo, continuamente alimentato dai proventi dell’oro nero – ha già tolto il proprio sostegno ad ogni azienda che abbia a che fare con gli idrocarburi.

La regione scandinava è una di quelle più legate al fossile, all’interno della UE. Il Mare del Nord, infatti è ricco di giacimenti. Eppure, è proprio a queste latitudini che si stanno proponendo politiche più attivamente mirate a contrastare il surriscaldamento ambientale e il cambiamento climatico.

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Una transizione pianificata

Nel corso del 2019 la Danimarca aveva già mandato un segnale forte e chiaro relativamente alla sua intenzione di smettere di sfruttare il petrolio. Lo Stato si era dato l’obiettivo di tagliare del 70% le emissioni di CO2 entro il 2030, tra dieci anni. Sullo stesso periodo, Bruxelles sta ancora discutendo sul fatto di raggiungere, complessivamente, meno 55% di inquinamento da anidride carbonica. Tutto è stato pianificato accuratamente. Il Paese ha stabilito un ingente stanziamento di denaro per garantire una giusta transizione ad ogni lavoratore toccato dalla fine dell’industria degli idrocarburi. Similmente, anche le compagnie petrolifere saranno rimborsate di ogni investimento già eseguito e del quale non potranno più beneficiare a seguito di questa attesa svolta.

Sono ormai anni che estrazione e produzione di idrocarburi sono in calo, nel Nord Europa. In Olanda si è riscontrato il calo maggiore, a causa dello sviluppo di fonti rinnovabili, eolico e biomassa in testa. Quella della Danimarca resta comunque una svolta epocale. Dagli anni ’70 ad oggi, infatti, il Paese ha finanziato il suo welfare in gran parte con ricavi generati dal petrolio.

Breve storia del petrolio in Danimarca

Le attività di esplorazione ed estrazione petrolifera, in Danimarca, sono state avviate nel 1972. In breve tempo, il Paese è diventato uno dei principali attori energetici della regione. Il benessere nazionale è strettamente legato agli idrocarburi; l’industria del fossile ha trainato la penisola per decenni. Non sarà più così. Con una decisione storica, il Parlamento di Copenaghen, ha deciso di virare verso le rinnovabili – eolico in primis – lasciandosi alle spalle la liaison con il petrolio. È importante sottolineare come questo provvedimento sia stato approvato in maniera trasversale. Tanto la maggioranza di centrosinistra quanto l’opposizione di centrodestra hanno avallato la decisione. Non tutto il mondo è Paese; non accade dappertutto che maggioranza e opposizione si attacchino su ogni singola decisione, su ogni singola parola, come ci ha abituato questa pessima classe politica che abbiamo in Italia. Ci sono Paesi dov’è possibile decidere assieme per il bene comune. Meno male.

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Entusiasmo e soddisfazione

“È estremamente importante il fatto che abbiamo una solida maggioranza dietro questo accordo. Le condizioni ambientali del Mare del Nord, non sono ora più in dubbio.” ha affermato un raggiante Jørgensen nel suo commento all’approvazione del provvedimento per cui tanto si è battuto. Gli ha fatto eco Helene Hagel, portavoce di Greenpeace Denmark: “Questa è una grande vittoria del movimento ambientalista. Si tratta di una decisione epocale verso la necessaria fine dei carburanti fossili. Siamo di fronte ad una svolta per il clima e tutte quelle persone che hanno lottato molti anni per fare in modo che ciò avvenisse. La Danimarca fisserà ora una data di scadenza per la produzione di petrolio e gas, affermandosi come pioniere verde.”

“Vogliamo ispirare altri Paesi a porre fine alla nostra dipendenza dai combustibili fossili, i quali altrimenti distruggeranno il clima. Siamo un Paese piccolo ma con il potenziale per aprire la strada alla necessaria transizione verso l’energia verde e rinnovabile.” Ha concluso Hagel. Secondo Greenpeace, la Danimarca, in quanto principale produttore di petrolio nella UE e Paese tra i più ricchi al mondo, ha l’obbligo morale di porre fine allo sfruttamento degli idrocarburi. È infatti importante inviare un chiaro segnale che il mondo può – e deve – agire in fretta, rispettando gli accordi di Parigi e mitigando la crisi climatica.

Dalla Danimarca del petrolio alla Danimarca green

“I proventi del petrolio del Mare del Nord hanno finanziato in larga parte il nostro stato sociale per oltre quattro decenni. Non nascondiamo il fatto che la nostra decisione sia molto costosa ma la nostra speranza è che si guardi alla Danimarca e si veda che è possibile agire concretamente. Mancheremmo di credibilità a noi stessi e agli occhi del mondo qualora continuassimo a ricorrere all’estrazione e all’esportazione di petrolio.” Ha dichiarato Jørgensen, in una sorta di testimonianza della mission di questa decisione, rimarcandone l’importanza. Non possiamo che auspicare, come fa lui, che il caso Danimarca sia da esempio a tutti gli altri membri della UE e, perché no, anche agli altri Paesi del mondo.

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Copenhagen. La suggestiva capitale della Danimarca, Paese che si avvia a rinunciare totalmente alla energia da idrocarburi entro il 2050.

Ogni settimana testimoniamo, qui su L’EcoPost, come sia sempre più necessario fare qualcosa, scendere in campo, agire in prima persona per allontanare la catastrofe climatica. Dichiarazioni relative ai buoni propositi di questo o quel governo le sentiamo di continuo, sono all’ordine del giorno dal momento che la tematica è sentita e, dunque, di gran moda. Eppure, molto raramente riusciamo a riportare buone notizie, che ci facciano ben sperare per l’esito di una guerra che appare impari, destinata a sconfiggerci. La Danimarca si è mossa in controtendenza, ha preso un provvedimento concreto. Resta da vedere se riuscirà a raggiungere l’ambizioso obiettivo di azzerare la sua produzione di idrocarburi in 30 anni. Per come è stata stesa la legge e per il rigido meccanismo transitorio creato, siamo però portati ad essere ottimisti. Bruxelles – e il mondo intero – prendano esempio.

Perché la sesta estinzione di massa è causata dall’uomo

estinzione di massa

Solamente a nominarla vengono i brividi, ma, ormai, è un’evidenza che non si può più negare. La razza umana, grazie al suo delirio di onnipotenza nei confronti della natura circostante, ha scatenato un processo che difficilmente riusciremo a fermare. Stiamo parlando della sesta estinzione di massa. Un termine spesso utilizzato da scienziati e ambientalisti che rende giustizia alla criticità della situazione in cui ci troviamo oggi. Ma quali sono state le atre? E perché dobbiamo preoccuparci della prossima? Cosa si intende esattamente con questo termine?

Cos’è un’estinzione di massa: definizione

Quando si parla di estinzione di massa, o mass extinction, ci si riferisce ad un “evento durante il quale una considerabile porzione della biodiversità terrestre viene persa. Un’estinzione può avere diverse cause. Si contano almeno 5 maggiori eventi che hanno causato un’estinzione, ognuna delle quali ha spazzato via un’ampia porzione della biodiversità”.

Secondo il Cambridge Dictionary, che ha attualizzato il significato del termine riferendosi, con ogni probabilità, alla situazione ambientale critica odierna, si tratta invece della “morte di molti animali, piante ed esseri umani, come un risultato del cambiamento climatico in atto”.

Le cinque (o sei) grandi estinzioni di massa della storia

La scienza al giorno d’oggi parla di “sesta estinzione”, in quanto, nelle centinaia di milioni di anni che hanno preceduto la comparsa dell’uomo, se ne sono succedute già cinque:

1- Ordoviciana-Siluriana: la prima estinzione di massa

Secondo la teoria maggiormente riconosciuta dal panorama scientifico, ipotizzata dagli scienziati Berry e Boucot nel 1973,  circa 450 milioni di anni fa, quando la Terra era popolata da invertebrati e da pesci, degli impulsi glaciali, che si suppone abbiano avuto una doppia ondata separata da circa 500.000/1.000.000 di anni, hanno causato l’estinzione di circa l’85% delle specie viventi. Il calo della temperatura delle acque ha infatti reso impossibile la vita per gran parte dei pesci che erano, invece, abituati a vivere in acque tropicali. La glaciazione perdurò per diversi milioni di anni.

2- L’evento Kellwasser

Storicamente inserita all’interno dell’era geologica del Devoniano Superiore, il “Kellwasser event”, avvenuto all’incirca 375 milioni di anni fa, spazzò via l’82% delle specie che abitavano la terra. Sebbene inizialmente si pensò che questa estinzione si consumò in un tempo relativamente breve, di circa 3 milioni di anni, alcune rilevazioni successive hanno cambiato le carte in tavola. La perdita di biodiversità, caratterizzata verosimilmente da un forte deterioramento dello strato di ozono innescato da un cambio della temperatura media terrestre, secondo uno studio cinese molto accreditato, si verificò invece in circa 50 milioni di anni.

3 – Estinzione del Permiano o Permiano-Triassico

Si tratta dell’estinzione di massa più grande di sempre. Avvenuta, all’incirca, 251,4 milioni di anni fa, ed anche nota con il nome di “Great Dying”, causò la perdita dell’81% delle specie marine con una diminuzione del 96% della popolazione degli oceani, oltre al 50% delle specie animali. Per quanto riguarda le cause ci sono diverse teorie. Se da un lato si riconduce a degli eventi repentini, come ad esempio l’impatto con uno o più asteroidi, la teoria più credibile riguarda le conseguenze nefaste di un periodo di altissima attività vulcanica. Le continue e massicce eruzioni causarono l’aumento della presenza di CO2 in atmosfera fino a 1.000 parti per milione – oggi, in una situazione già critica per il proseguimento della vita sulla terra questo valore si attesta a 414 ppm – oltre alla creazione di uno strato di chemioclino sulla superficie oceanica, che rese di fatto il mare quasi privo di ossigeno e , quindi, inabitabile dalla maggior parte delle specie.

4 – Triassico – Giurassico: la quarta estinzione di massa

Situata, all’interno della scala delle ere geologiche, alla fine del Triassico, ovvero 203 milioni di anni fa, questa causò la perdita del 76% di tutte le specie abitanti il pianeta. Tra questi ci fu la totale scomparsa dei terapsidi e dei bivalvi. La causa fu un aumento della temperatura di circa 5°C, forse dovuta alla liberazione del metano dal fondo degli oceani.

5 – Cretaceo – Paleocene: la scomparsa dei dinosauri

Risalente a circa 65 milioni di anni fa, è stata per lungo tempo uno dei più grandi misteri della scienza. Almeno fino a quando, nel 1980, gli scienziati Luìs Alvarez, insignito del Premio Nobel per la Fisica nello stesso anno, e Frank Asaro, grazie all’analisi di alcuni prelevamenti geologici, individuarono un’alta presenza di “iridio”, una sostanza rara sul nostro pianeta, ma invece molto presente proprio negli asteroidi. Successivamente, grazie ad ulteriori studi, fu possibile stabilire il luogo in cui avvenne l’impatto che, con ogni probabilità, è situato nella penisola dello Yucatan, dove un meteorite con un diametro di almeno 10 chilometri colpì la terra ad una velocità stimata di circa 30 chilometri al secondo.

Video di una lezione del Prof. Luciano Bani, docente di Zoologia presso il dipartimento di Scienze dell’Ambiente della Terra.

Episodio Pluviale-Carnico

Alcuni studiosi sono anche riusciti ad individuarne un’altra, risalente a circa 233 milioni di fa. Ad annunciare la scoperta è stato, nel settembre scorso, un gruppo di ricercatori della China University of Geosciences che, in uno studio pubblicato sulla rivista Science Advances, sostiene di avere la prova di una “terribile eruzione vulcanica”, denominata “Episodio Pluviale Carnico”. Secondo questa teoria questa enorme attività vulcanica produsse circa un milione di chilometri cubi di magma, iniettando in atmosfera enormi quantità di CO2 e scatenando così un forte aumento delle precipitazioni per un milione di anni. Sarebbe stato in questo periodo che il mondo attuale, così come lo conosciamo, venne “plasmato”.

Una scoperta recente che, almeno per il momento, non andrà a cambiare ciò che intendiamo con “sesta estinzione di massa”, un concetto che chiariamo nelle righe seguenti.

Perché oggi si parla di sesta estinzione di massa

Già solo leggendo la successione temporale di queste catastrofi, distanziate tra di loro da svariati milioni di anni, è possibile capire quanto la presenza dell’ essere umano sulla terra sia recente. Quantificando, con le dovute proporzioni, l’età della terra in 24 ore, la nostra razza avrebbe iniziato il suo sviluppo solamente quattro secondi fa. Il momento in cui l’homo sapiens lascia l’Africa per migrare risale invece a soli 1,3 secondi fa. In questo arco temporale, traducibile in circa 65-75.000 anni, si è sviluppata la civiltà umana così come la conosciamo oggi, senza che il pianeta abbia mai subito degli eventi catastrofici simili e, anzi, proliferando all’interno del sistema terrestre fino a raggiungere la popolazione record di 7,5 miliardi di abitanti.

Se, dunque, da un lato, come troppo spesso ricordatoci dai negazionisti del cambiamento climatico, è vero che nel nostro pianeta si sono già verificati dei sostanziali cambi della temperatura in maniera naturale, dall’altro, la velocità con cui si sta verificando in questo preciso periodo della storia umana, caratterizzata dall’estrazione e dal sovrautilizzo di combustibili fossili, rende la teoria dell’origine “naturale” del riscaldamento globale poco più di una favoletta raccontata da chi, in questo sistema sociale che ha generato più ricchezza che mai concentrandola nelle mani di pochissimi individui, ci guadagna soldi e potere.

Per ben capire la velocità con la quale stiamo rompendo l’equilibrio dell’ecosistema terrestre, prenderemo in prestito una frase di Antonio Cianciullo, celebre giornalista ambientale del nostro paese, che nel suo libro “Ecologia del desiderio”, ce lo spiega così:

“Nel corso del Novecento la popolazione si è moltiplicata per 4, l’economia per 14, la produzione industriale per 40, il consumo energetico per 16, le emissioni di CO2 per 17, il consumo di acqua per 9, la pesca marina per 35, l’area irrigua per 5. Mentre le foreste si sono ridotte del 20% e siamo finiti sull’orlo della sesta estinzione di massa nella storia del pianeta”.

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Il tempo per invertire la rotta sta per scadere

Guardando inoltre ai dati rilevati agli ultimi 200 anni, l’attribuzione della causa di questa catastrofe ambientale alle attività umane è completamente fuori discussione. A partire dalla prima rivoluzione industriale abbiamo immesso in atmosfera circa 370 miliardi di tonnellate metriche di carbonio. Dato a cui va aggiunto quello liberato dai processi di deforestazione, che aggiungono altri 180 miliardi di tonnellate. La concentrazione di diossido di carbonio è aumentata del 40%, mentre quella del metano, altro potente gas ad effetto serra, è più che raddoppiata.

Tutto questo ha causato, secondo il WWF, la perdità di circa il 60% della altre specie viventi sulla terra, solamente negli ultimi 40 anni.

Mai, in un lasso di tempo così breve, è stata registrata una tale perdita di biodiversità sul pianeta, riconducibile ad un cambiamento del clima terrestre. Storicamente queste variazioni della biosfera si sono verificate nell’arco di milioni di anni, mai e poi mai in poco più di un secolo e mezzo.

La cosa peggiore è che, almeno per il momento, i dati non sono destinati a migliorare. Gli effetti di questi ultimi due secoli di follia della nostra specie, non si sono ancora verificati nella loro totalità. Ciò a cui assistiamo oggi è infatti il risultato delle emissioni di diversi anni fa e, considerando che l’intensità di immissione di gas serra in atmosfera è aumentata nel corso del tempo, è praticamente certo che il peggio debba ancora venire.

Secondo l’ONU abbiamo ancora poco più di 7 anni per invertire la rotta in modo drastico. Se non riusciremo ad abbattere significativamente le emissioni e, allo stesso tempo, preservare la biodiversità del pianeta, distruggendo quindi l’equilibrio della biosfera e con essa la maggior parte delle specie che lo abitano, la probabilità che una larghissima fetta del pianeta diventerà inabitabile è ben più alta di quanto si possa pensare. Ed a quel punto questo periodo sarà destinato a passare alla storia come quello della “sesta estinzione di massa”.

C’è vita sotto la terra: perché è importante la salute del suolo

Lo calpestiamo, lo cementifichiamo, lo dissodiamo. Spesso, non gli diamo la giusta importanza. Eppure, è uno degli ambienti decisivi, per la nostra vita e per quella di tutti gli altri esseri. Stiamo parlando del suolo e dell’enorme biodiversità che contiene. Addirittura, si stima che fino al 90% degli organismi trascorra almeno una parte dell’esistenza sottoterra. Per mantenere alta l’attenzione, l’Organizzazione Mondiale per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO) ha anche deciso di dedicargli una Giornata Mondiale, ogni 5 dicembre.

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L’importanza del suolo

Ma perché dovremmo occuparci della salute del suolo? Lo strato più alto del terreno, in cui le piante possono crescere, è composto da particelle minerali, materia organica, aria, acqua e diversi animali e vegetali. Per riuscire a quantificarne il rilievo, basti sapere che il 25% della biodiversità mondiale e che il 95% di tutti i prodotti alimentari che consumiamo provengono direttamente o indirettamente dai nostri terreni.

Pensare che funga solamente da piattaforma per le attività umane è, quindi, riduttivo. Per comprendere ancora meglio le motivazioni che dovrebbero spingerci verso una maggior cura, entra in gioco un fattore rilevante: la complessità. Il suolo, infatti, si forma con un processo molto lento, tanto da decretarla una risorsa non rinnovabile. Partendo da questo presupposto fondamentale, è bene ricordare anche un’altra caratteristica.

Esso immagazzina e trasforma non solo le sostanze nutritive e l’acqua, ma anche il carbonio, tanto da contenerne il doppio della quantità dell’atmosfera e tre volte quella della vegetazione. Non solo, ma tutta la vita sotterranea aiuta a stoccarne una grande quantità, riducendo, di fatto, le emissioni di gas serra.

Anche per questo motivo, è imprescindibile per la produzione agricola e per la mitigazione e l’adattamento ai cambiamenti climatici. Una scarsa cura e il conseguente degrado sono problematiche che possono degenerare in catastrofi ambientali, siccità e altri eventi, che spingono intere popolazioni a dover migrare.

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Alcuni fatti divertenti sul suolo

Abbiamo ridimensionato, fino a qui, alcune imprecisioni. Non basta, però, decostruire una narrazione, bisogna poter rendere fruibili informazioni accattivanti e che possano rimanere. Per questo, la FAO ha voluto fare di più. Attraverso alcuni fatti divertenti, ha spiegato la dinamicità e la vitalità di questo ambiente.

«In soli 3 pollici di terreno -equivalenti a circa 7,5 centimetri [ndr]- ci sono quasi 13 quadrilioni di organismi viventi, del peso di 100 milioni di tonnellate.» Una quantità inimmaginabile ai più, che può dare almeno un’idea della grandiosità delle interazioni. «Un ettaro di terreno contiene l’equivalente di peso di due mucche di batteri.» Una comparazione bizzarra, ma che riesce a facilitare il paragone.

Se provassimo a raffrontare il numero con gli esseri umani, ecco che il risultato potrebbe strabiliare. «Ci sono più organismi in un grammo di suoli sani che persone sulla Terra». Infine, ecco le ultime due curiosità. «Gli organismi del suolo elaborano 25mila chilogrammi di materia organica in una superficie equivalente a un campo da calcio e al peso di 25 automobili» e «un lombrico può digerire il proprio peso nel terreno, ogni 24 ore. Il 50% del suolo del pianeta passa attraverso lo stomaco di questi animali.»

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I rischi per il suolo

Quelli che abbiamo descritto in precedenza non sono altro che altre motivazioni per proteggere il suolo. Ma quali sono le minacce e come riuscire a risolverle? Anche qui, ci viene in soccorso la FAO.

In un suo recentissimo report, l’organizzazione mette a disposizione le sue conoscenze più aggiornate. I pericoli per la biodiversità dei terreni sono molteplici. Innanzitutto, la deforestazione, che provoca una perdita di specie autoctone e riduce anche quelle animali. Poi, l’agricoltura intensiva, che rende meno funzionali tutti i nutrienti presenti, con il sovrautilizzo di alcuni. A questa problematica si ricollega lo sbilanciamento nel sottosuolo, che deve essere riequilibrato attraverso l’impiego massiccio di fertilizzanti. Da non dimenticare, infine, sono alcuni processi, come la salinizzazione e l’acidificazione, compresi in un insieme più ampio di forme di inquinamento. L’antropizzazione, di fatto, ha ripercussioni notevoli sull’ecosistema, che non riesce a rigenerarsi autonomamente ed è più suscettibile all’erosione, agli incendi e a una moria di organismi.

Le soluzioni

Il quadro, a un primo impatto, è decisamente negativo. Le questioni sono numerose, ma esistono anche delle risposte. Ed è qui, che è utile introdurre il concetto di protezione della biodiversità, intesa come variabilità tra gli organismi viventi all’interno di una singola specie, fra specie diverse e tra ecosistemi. Come spiegato dagli esperti, «la biodiversità del suolo ha iniziato a emergere come una soluzione alternativa alle sfide globali, non solo in campo accademico. Alcuni Paesi stanno iniziando a utilizzarla in diversi settori, quali l’agricoltura, la sicurezza alimentare, il biorisanamento, il controllo del cambiamento climatico, di malattie e parassiti e la salute umana.»

Proteggere il suolo non è mai stato così importante. Rispettarne i tempi e curarne la diversità moltiplica le speranze che si possa godere tutti di un livello di salute elevato e condiviso.

Eventi estremi in Italia: danni e vittime. Quando cambierà la politica?

eventi estremi

Quando si parla di eventi estremi legati ai cambiamenti climatici si ha sempre l’impressione che siano qualcosa di lontano. Qualcosa che non ci riguarda in prima persona. Niente di più diverso dalla realtà: negli ultimi dieci anni in Italia sono stati rilevati 946 eventi meteorologici estremi in 507 Comuni. Sono i dati che emergono dal nuovo rapporto dell’Osservatorio CittàClima di Legambiente Rapporto 2020. Il rapporto presenta una mappa dei territori colpiti da fenomeni estremi tra il 2010 e il 2020. Gli eventi estremi hanno causato un numero impressionante di vittime e di danni in tutta Italia. Tuttavia, la politica sembra ancora immobilizzata in una logica emergenziale. Secondo il vicepresidente di Legambiente Edoardo Zanchini, la governance oggi non funziona: un cambio di rotta è di fondamentale importanza.

Danni significativi

Gli eventi estremi hanno segnato il territorio. I Comuni italiani hanno visto succedersi 416 casi di allagamenti da piogge intense, 319 dei quali avvenuti in città, che hanno determinato:

  • 347 interruzioni e danni alle infrastrutture con 80 giorni di stop a metropolitane e treni urbani;
  • 14 casi di danni al patrimonio storico-archeologico;

Inoltre, sono stati registrati:

  • 39 casi di danni provocati da lunghi periodi di siccità e temperature estreme;
  • 257 eventi con danni dovuti a trombe d’aria;
  • 35 casi di frane causati da piogge intense
  • 118 eventi (89 avvenuti in città) da esondazioni fluviali.

Risultano sempre più drammatiche le conseguenze dei danni da trombe d’aria, che nel Meridione sferzano le città costiere. Al Nord invece si concentrano nelle aree di pianura. Più forti e prolungate le ondate di calore nei centri urbani. Qui infatti, la temperatura media cresce a ritmi più elevati che nel resto d’Italia. Inoltre, i fenomeni alluvionali presentano quantitativi d’acqua che normalmente cadrebbero in diversi mesi o in un anno. Ora, invece, si riversano nelle strade in poche ore e sono seguiti sempre più spesso da lunghi periodi di siccità di cui abbiamo parlato anche in questo articolo.

Dove gli eventi estremi colpiscono di più

Le aree urbanizzate sono le più colpite perché “le più popolose e spesso sprovviste di una corretta pianificazione territoriale, nonché le più esposte agli effetti del cambiamento climatico” secondo il rapporto. Roma è un caso clamoroso. Dal 2010 a ottobre 2020 si sono verificati nella capitale 47 eventi estremi, 28 dei quali riguardanti allagamenti in seguito alle piogge intense. Le altre città maggiormente colpite sono Bari, seguita da Agrigento e Milano.

eventi estremi

Un 2020 catastrofico: morti per eventi estremi in aumento

I dati riportati da Legambiente che riguardano solamente il 2020 sono allarmanti. Dall’inizio di quest’anno a fine Ottobre, si sono verificati 86 casi di allagamento da piogge intense e 72 casi di trombe d’aria. Eventi estremi che risultano in forte aumento rispetto ai 54 casi dell’intero 2019 e ai 41 registrati nel 2018. Inoltre, 15 esondazioni fluviali, 13 casi di danni alle infrastrutture, 12 casi di danni da siccità prolungata, 9 frane da piogge intense. Ad aumentare sono gli eventi estremi che riguardano contemporaneamente anche due o più categorie. Inoltre, gli episodi tendono a ripetersi nei comuni dove si erano già verificati in passato.

Gli eventi estremi mietono vittime, soprattutto. 251 morti sono stati contati nel decennio 2010-2020, di cui 42 riferiti al solo 2019, in aumento rispetto ai 32 del 2018. 50 mila, invece, rileva il CNR, le persone evacuate in seguito a frane e alluvioni. Secondo il Climate Risk Index di Germanwatch, tra il 1999 e il 2018 l’Italia ha registrato complessivamente 19.947 morti. Con questi numeri, l’Italia è al sesto posto nel mondo per numero di vittime causate dagli eventi estremi.

Richieste e proposte di Legambiente

Nel rapporto, Legambiente passa in rassegna una serie di buone pratiche già attive all’estero e in diverse città italiane. Esse spaziano dai regolamenti edilizi sostenibili allo smart mapping e alla tutela delle aree verdi estensive alberate. Sono elencati anche interventi mirati come il detombamento dei corsi d’acqua, il drenaggio, il rallentamento delle acque meteoriche e l’installazione dei semafori anti-allagamento per prevenire fenomeni alluvionali. L’associazione propone inoltre di cambiare le regole d’intervento attraverso:

  • L’approvazione immediata del piano di adattamento climatico;
  • Il rafforzamento delle Autorità di distretto e dei Comuni negli interventi contro il dissesto idrogeologico, 
  • L’approvazione di una legge che porti a un cambio delle regole d’intervento con un patto tra Governo, Regioni e Comuni.

L’Italia preferisce ancora curare che prevenire

Nonostante l’indiscutibile gravità dei dati, “l’Italia rimane oggi l’unico grande Paese europeo senza un piano di adattamento al clima” – afferma Zanchini. Le perdite economiche a causa di eventi estremi sono state di 32,92 miliardi di dollari tra il 1999 e il 2018Sconcertante è il rapporto tra la spesa per riparare i danni e per prevenire. Dal 2013 infatti il nostro Paese ha speso una media di 1,9 miliardi l’anno per riparare i danni e soltanto 330 milioni per la prevenzione. È un rapporto di 6 a 1 “che è la ragione dei danni che vediamo nel territorio italiano” – continua Zanchini. L’Italia continua a rincorrere le emergenze, dunque, cercando di arginare i danni. Tuttavia, un progetto di pianificazione lungimirante è fondamentale. A questo proposito si attende l’approvazione del Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici (Pnacc) come anche augurato da Legambiente. Il piano è basato sulla Strategia Nazionale Adattamento al Clima (Snac) adottata nel giugno 2015 ma dopo sei anni non è ancora stato approvato.

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Il Fiume Mekong oppresso da dighe ed inquinamento

Partendo dall’altopiano del Tibet, passando per la provincia cinese dello Yunnan, fino ad arrivare in Birmania, Thailandia, Laos, Cambogia e  Vietnam; la vita di 70 milioni di persone dipende dalle acque del fiume Mekong. Purtroppo una serie di infrastrutture in Cina e in Laos stanno trasformando l’ecosistema in maniera drastica.

Le dighe di Cina e Laos

Mentre la pandemia da Coronavirus sembra non esser ancora cessata nei Paesi dell’Indocina, alcuni Stati a monte hanno continuato a costruire sul fiume Mekong. La Cina ed il Laos, hanno costruito rispettivamente 20 ed 11 enormi dighe idroelettriche.

Queste strutture stanno danneggiando gravemente circa 70 milioni di persone che vivono in Laos, Thailandia, Cambogia e Vietnam. A star peggio sono i milioni di vietnamiti che vivono sul delta del Mekong, l’area più bassa del fiume.

Le acque del fiume, che ha reso famoso il film Apocalypse Now, sostengono le immense risaie del Vietnam e della Thailandia; ospitano migliaia di specie animali in uno degli ecosistemi più ricchi al mondo. Ma questo gigante sta dando segni di collasso.

I problemi dello sfruttamento idroelettrico del Mekong non sono soltanto a medio o lungo termine. Nel 2019, il crollo di una diga in Laos provocò un’alluvione che uccise decine di persone e distrusse migliaia di case. Il governo del Laos concluse che l’incidente fu provocato da un errore umano, senza però individuare i colpevoli.

La costruzione delle dighe lungo il corso del fiume Mekong, ha portato disequilibri e povertà in molte parti dell’Indocina.

Migliaia di persone in Cina, in Cambogia e in Laos, poi, si sono dovute spostare per far posto alle centrali e agli annessi bacini d’acqua. Questi ultimi hanno sommerso interi villaggi, abitati per secoli dalle comunità locali che vivevano lungo il fiume e che, non potendo più contare sull’acqua, hanno dovuto cambiare radicalmente stile di vita.

Il Mekong di oggi non è più quello del passato. Dal momento che è stato prosciugato a causa dell’aumento delle dighe idroelettriche, costruite in Cina e in Laos; le quali hanno sconvolto il suo corso negli Stati a valle e minacciato le risorse alimentari di milioni di abitanti.

Inoltre, questi sbarramenti hanno sconvolto la vegetazione e la vita dei pescatori che ogni anno pescano 2 milioni di tonnellate di pesce. Un record mondiale.

Il fiume che soffre

Nel 2019 il bacino inferiore del Mekong ha conosciuto la sua peggiore siccità degli ultimi 40 anni. La colpa principale non è il cambiamento climatico. Sotto la lente c’è la Cina, secondo la maggior parte degli esperti. Pechino ha costruito undici dighe sul tratto cinese del Mekong dall’inizio del secolo, secondo quanto ha riportato Le Monde.

E il Laos rischia di aggravare la situazione con l’apertura, nel 2019, di una nuova grande diga idroelettrica (la quale produce 1.285 megawatts) provocando pesanti conseguenze negative a valle per i pescatori thailandesi.

Leggi anche il nostro articolo: “Ecocidio: che cos’è e perché si vuole introdurre”

Immediata la risposta dei thailandesi che hanno dato l’allarme sullo stato in cui versa oggi il quarto maggior fiume dell’Asia. E si sono organizzati in associazioni per difendere l’integrità del Mekong che sta morendo per asfissia. “Si sta andando dritti verso la catastrofe”, hanno fatto sapere, “i tempi della pesca miracolosa sono finiti ed il futuro non riserva niente di buono”.

Oltre alle dighe, il fiume Mekong presenta gravi problemi di inquinamento dovuto agli scarichi di oltre 210 siti industriali; in particolare si rileva la presenza di metalli pesanti e di arsenico.

Secondo uno studio pubblicato ad aprile e finanziato dal dipartimento di Stato americano, la Cina avrebbe trattenuto per sé, solo nel 2019, un volume considerevole di acqua dietro le proprie dighe costruite sul Mekong; senza preoccuparsi della siccità che poteva provocare a valle.

Una tesi confermata dallo studio del centro di ricerche americano Stimson Center. Il Global Times, quotidiano cinese in inglese, il 5 luglio, sosteneva invece, che la Cina è uno dei Paesi ad aver sofferto maggiormente la siccità, contraddicendo gli studi dei ricercatori stranieri che l’accusano di aver provocato la siccità.

La Cina inoltre ha smentito l’esistenza di un legame di causa-effetto tra le dighe e i fenomeni che si sono verificati a valle; come l’aumento delle temperature, meno piogge e più inondazioni. Oggi, dunque, il Mekong è in pericolo e con lui i pesci, la vegetazione, la vita dei pescatori e quella dei contadini che traggono dal fiume la loro risorsa principale.

L’inquinamento

Il fiume Mekong presenta gravi problemi di inquinamento dovuto agli scarichi di oltre 210 siti industriali, in particolare si rileva la presenza di metalli pesanti e di arsenico. È inserito nella lista dei dieci fiumi più inquinati al mondo.

In Vietnam il problema dovuto all’arsenico interessa anche le acque di pozzo destinate all’uso potabile. Contrariamente a quanto spesso si afferma, la pesca abbondante e l’attività di acquacoltura svolta nel delta del Mekong non sono indici di salubrità delle sue acque.

Possiamo trovare moltissimi inquinanti, metalli pesanti come l’arsenico, mercurio, oltre a pesticidi come il DTT. Si tratta di sostanze che agiscono direttamente sui pesci e sulle piante che crescono lungo le sue sponde. Emblema del disastro ambientale è la specie pesce gatto gigante, tipica del fiume Mekong. Un tempo simbolo del fiume, oggi è quasi scomparsa.

Ecocidio: che cos’è e perché si vuole introdurre

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Il Parlamento francese ha deciso di aggiungere il reato di ecocidio, nel suo codice penale. La prima proposta risale all’anno scorso ed è stata formulata dalla Convenzione dei Cittadini per il Clima, un’assemblea che ha l’obiettivo di accelerare la lotta al cambiamento climatico e renderla condivisa e conosciuta. I lavori sono terminati a giugno e i primi provvedimenti sono stati già accolti. Potrebbe essere il primo passo verso un riconoscimento internazionale. Anche nel resto del mondo, si stanno muovendo i primi passi.

Ecocidio: definizione del reato

Proviamo a fare un esempio che possa aiutare il nostro ragionamento. Se una persona ne uccide un’altra, il capo di imputazione sarà di omicidio, in una delle sue varianti. Questo accade anche con tutte quelle azioni che sono punibili, secondo il nostro ordinamento. Ma cosa succede, se si distrugge la natura, in modo consapevole? Anche nella nostra giurisprudenza, esistono delle pene severe per chi inquina, provoca disastri ambientali oppure omette di bonificare un’area. Tutto questo è regolato dall’articolo 452 del codice penale, con multe anche molto salate o, addirittura, la reclusione.

Quando si causa un’alterazione irreversibile dell’equilibrio di un ecosistema o i danni sono molto ingenti, ecco che può essere d’aiuto introdurre il termine ecocidio. Esso prevede, appunto, un deturpamento ingente del territorio. Il problema, nell’utilizzo di questo nuovo tipo di reato, è che non esiste nelle norme nazionali e, tantomeno, in quelle internazionali.

Rimettere al centro la natura

Cambiare prospettiva, a livello legislativo, diventa necessario. Lo pensa anche Marie Toussaint, europarlamentare del gruppo dei Verdi, che ha proposto la creazione di un’Alleanza Parlamentare Internazionale per il Riconoscimento dell’Ecocidio. Vista la grande importanza che la natura riveste nella vita umana, il gruppo vuole promuovere il rispetto dell’ambiente e assimilarlo alle violazioni contro i diritti umani.

Intanto, la Francia ha intenzione di fare da apripista. Le multe possono arrivare a più di quattro milioni di euro e la reclusione dai tre ai dieci anni. Le nuove competenze ambientali all’interno della magistratura saranno perfezionate, per consentire ai tribunali di migliorare la gestione dei casi di inquinamento e delle rivendicazioni civili. Questo sarà possibile creando giurisdizioni ambientali speciali, come ha affermato il ministro della Giustizia Eric Dupont-Moretti.

Dalla Francia al mondo: l’estensione del reato di ecocidio a livello internazionale

Il Presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron ha esortato un impegno che si spinga oltre i confini del suo Paese. «La madre di tutte le battaglie è internazionale: garantire che questo termine sia sancito dal diritto internazionale, in modo che i leader siano responsabili dinanzi alla Corte penale internazionale» ha affermato, coinvolgendo i legali, che si occuperanno di rendere attuabili le proposte.

Non mancano altre voci, all’interno dell’Unione Europea. Anche il governo belga ha presentato un disegno di legge simile a quello dell’esagono e la deputata svedese Rebecka Le Moine ha più volte sottolineato la messa in pratica di tutti i principi, di cui tanto si discute a livello sovranazionale. Da Greta Thunberg a Papa Francesco, tanti sono i leader che vogliono fortemente una riforma in questo senso.

Non è così facile: la nozione di ecocidio nel diritto internazionale

Per poter perseguire un reato, specialmente da parte di un tribunale internazionale, i motivi devono essere sufficienti. Questo è uno scoglio da tenere ben in considerazione, quando si parla di ecocidio. Innanzitutto, è molto importante trovare il colpevole, l’individuo che vuole arrecare danni all’ambiente. Poi, si deve dimostrare l’intenzionalità di voler commettere un delitto. Già queste due prove sono molto difficili da trovare. Per fronteggiare le difficoltà appena citate, alcuni gruppi di attivisti stanno radunando avvocati esperti, per dirimere la questione. Il primo passo è trovare una definizione “chiara e giuridicamente solida”.

Anche la Fondazione Stop Ecocide ha lanciato un progetto simile, in concomitanza con il 75° anniversario dall’inizio dei processi per crimini di guerra, a Norimberga. Tenere in seria considerazione questo reato, anche in tempi di pace, sarebbe una grande novità. Intanto, il Tribunale Penale Internazionale ha confermato che darà priorità a crimini, che hanno come conseguenza la distruzione dell’ambiente, lo sfruttamento delle risorse naturali e l’espropriazione illegale della terra.

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Spiragli di luce per le associazioni che si battono per il riconoscimento dei diritti

Una riflessione interessante sul tema arriva proprio dal presidente della fondazione, Jojo Metha, durante un’intervista al Guardian. « Nella maggior parte dei casi l’ecocidio sarà probabilmente un crimine aziendale. Criminalizzare qualcosa alla Corte penale internazionale significa che le nazioni che l’hanno ratificata devono incorporarlo nella propria legislazione nazionale.»

Dalla pesca a strascico, agli incendi in Amazzonia, sino alle piccole isole del Pacifico, minacciate da catastrofi con cause antropiche: serve una definizione chiara, per poter perseguire chi deturpa l’ambiente. Crimini di questo genere non possono più rimanere impuniti.

Aspettando che i giuristi terminino il loro lavoro, noi possiamo, intanto, stare attenti a cosa succede intorno a noi, denunciando eventuali reati e conoscendo la legislazione che, per ora, possediamo.

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Crisi climatica: quel che non abbiamo capito

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Poco più di 12 mesi fa, l’ormai celeberrima attivista Greta Thunberg, pronunciò quello che probabilmente è il suo discorso più famoso. Era il 23 settembre dello scorso anno e a New York si stava tenendo il Climate Action Summit 2019. Alcuni passaggi di quell’intervento della giovane attivista hanno fatto il giro del mondo. Il più indimenticabile tra questi, naturalmente, è il noto j’accuse già passato alla storia come “How dare you! Speech“. Thunberg, senza mezze parole, andò dritta al punto e con un’onestà disarmante, oltre che una lucidità tutt’altro che comune per una sedicenne, disse: “Siamo all’inizio di un’estinzione di massa e voi siete capaci di parlare solo di soldi o della favola di un’eterna crescita economica: come osate!”

Il deciso intervento di Greta Thunberg al Climate Summit 2019, in un video del Guardian che riporta i passaggi più importanti, sottotitolato in inglese.

In fatto di crisi climatica, però, poco sembra essere cambiato, nonostante l’intervento di Thunberg venne applaudito e riscosse numerosi consensi, all’epoca. Sono infatti sempre più numerosi i motivi di preoccupazione per gli ambientalisti di tutto il mondo; ragioni che sono – purtroppo – anche aumentate in seguito alla pandemia. Sempre che sia legittimo ragionare già in ottica post-pandemia. A ciò si aggiunge anche la tirannia del tempo, che è sempre meno perché l’orologio non aspetta certo i tempi dei governi, i ritmi della burocrazia e le scuse delle multinazionali.

Come se parlassimo due lingue diverse

Che il sentiero su cui ci siamo già messi conduca verso una catastrofe epocale, è ormai una certezza. Lo scioglimento dei ghiacciai, ad esempio, è sempre più rapido, come abbiamo appreso anche grazie alle immagini provenienti da Helheim, in Groenlandia. Lo scenario è davvero infelice e i governi peggiorano persino questa situazione con la loro lentezza, la loro inettitudine ambientale e, forse, persino l’intenzione di non agire per evitare di scontentare ricchi finanziatori che hanno interessi non esattamente green.

Probabilmente è stata ancora Thunberg, lo scorso agosto, a tratteggiare al meglio l’attuale stato della lotta ai cambiamenti climatici. In una lettera firmata assieme ad altre attiviste che stanno diventando sempre più celebri – Luisa Neubauer, Anuna De Wever e Adelaïde Charlier – la svedese afferma come il mondo sia, nonostante tutto quel che accade, ancora in una fase di sostanziale negazione della crisi climatica.”

Il pensiero di Thunberg e delle sue sostenitrici è piuttosto semplice. Sono almeno trent’anni che la scienza punta il dito contro la responsabilità umana nella crisi ambientale e ci dà soluzioni per uscirne. Non sono però molti quelli in posizioni di potere che stiano facendo qualcosa per raggiungerle quelle soluzioni. E proprio questo è il paradosso del nostro tempo: da una parte ci arrivano sempre più avvertimenti e conferme su quanto stia accadendo, dall’altra questi fenomeni non convincono i governi – e neppure i singoli, troppo spesso – a modificare i loro comportamenti. È come se scienza e politica non si capissero, come se parlassero due lingue diverse.

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Una manifestazione di Extinction Rebellion. Il gruppo ha ben capito quale sia il rischio che l’umanità stia correndo.

Cosa non abbiamo capito della crisi climatica?

La tematica ambientale acquisisce via via sempre più importanza sui giornali e nella quotidianità, diventa notizia e argomento di conversazione, eppure, di fatto, non vediamo decisioni nette. Sempre più testate hanno una sezione clima, che per alcune è anche molto importante, come per il Guardian o il New York Times. L’ambientalismo è di moda in Paesi come gli Stati Uniti, che da Al Gore fino a Leonardo Di Caprio hanno avuto importanti testimonial che si sono spesi per la causa; eppure il loro governo – uscente – ha deciso di tirarsi fuori dall’Accordo di Parigi e continua a ritenere la questione ambientale una montatura quando non proprio una calunnia. Anche al Summit del 2019, con il quale ho aperto l’articolo, gli USA formalmente non parteciparono, fatto salvo per l’apparizione – breve e trascurabile – di Donald Trump durata circa 10 minuti.

Gli States sono responsabili di oltre il 14% delle emissioni globali climalteranti. Joe Biden, presidente eletto, ha promesso che invertirà la rotta. Ci auguriamo sia vero perché ne abbiamo davvero molto bisogno. Occorre che qualcuno dia l’esempio poiché, dicono gli esperti, il problema sarà risolto solo con un’azione collettiva, su ampia scala. In un bell’articolo di Business Insider, Federico Del Prete ha intervistato Federico Grazzini, coautore del volume Fa un pò caldo. Secondo il meteorologo Grazzini, che non è l’unico con questa idea, c’è davvero molto che non abbiamo capito della crisi climatica.

Quella consapevolezza che ci manca

“Credo che alla base ci sia una mancata consapevolezza del nostro ecosistema in generale. Non parlo solo a proposito delle complesse teorie atmosferiche ma proprio riguardo al funzionamento del nostro mondo.” Il libro di Grazzini offre interessanti spunti, pensati per ragazzi ma utili anche agli adulti, sul momento climatico che stiamo vivendo. Il meteorologo descrive la velocissima destabilizzazione atmosferica che caratterizza la nostra contemporaneità, portando risposte utili e a volte anche davvero semplici.

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Le attività umane hanno avuto e stanno ancora avendo un impatto troppo forte sul nostro Pianeta.

Spesso mi sento chiedere se la situazione sia davvero così grave. La risposta purtroppo è sì. Credo che ai media manchi la capacità di mettere assieme tutti i pezzi della crisi climatica. Essa è in fondo davvero complessa da capire, prima che minacciosa. C’è poi un altro aspetto, più immediato. Una società come la nostra, residente soprattutto nelle città, ha perso un importante elemento di autentico contatto con la natura. Ciò ostacola in qualche maniera la comprensione di quel che stia accadendo.” Aggiunge Grazzini.

“Tutti gli indicatori presi in esame, dall’estensione dei ghiacci nell’Artico fino all’aumento delle ondate di calore, sono coerenti. Essi confermano non solo il riscaldamento globale in sé ma anche la notevole accelerazione di questo fenomeno. Una volta sparito tutto il ghiaccio dell’Artico, nel giro di qualche decennio, tempi molto brevi, andiamo incontro ad uno scenario che non conosciamo. Quel che sappiamo è che si tratterà di qualcosa di poco rassicurante. La scienza ha una certa responsabilità. Comunicando con il pubblico generico, lo scienziato si esprime molto spesso in termini dubitativi. L’incertezza associata ad una stima può dare l’impressione che non si sappia cosa succederà ma non è così.”

Pandemia e crisi climatica

Il ragionamento dello scienziato, inevitabilmente, finisce per coinvolgere anche il cambio di scenario dovuto alla crisi sanitaria globale. “Se so che sto andando molto velocemente contro un precipizio, non ho bisogno di trasmettere con precisione in che modo cadrò. Non cambia granché se raggiungerò il burrone in un secondo oppure in tre. Finirò comunque per precipitare, dunque tanto vale che mi concentri su come frenare.” Sono le parole di Grazzini per concludere il pensiero ora riportato. La pandemia che sta tenendo in ostaggio il mondo è legata a doppio filo all’ambiente e all’inquinamento, come abbiamo già scritto sulle pagine de L’EcoPost. Il meteorologo lavora in Pianura Padana, una delle zone più sviluppate e quindi inquinate d’Europa. Non a caso, è una di quelle ove la pandemia si è diffusa massicciamente fin dall’inizio.

“La pandemia offre molti spunti di riflessione sulla priorità che dovrebbe avere la questione ambientale. La Pianura Padana è molto soggetta a fenomeni di ristagno degli inquinanti, dovuti a condizioni tipiche, normali per la zona. Con l’alta pressione, l’aria ristagna a lungo. Dovremmo essere più attenti degli altri a emettere inquinanti, perché viviamo in un punto sfavorito. La crisi climatica prolunga sempre di più questi periodi di alta pressione. Va fatto uno sforzo maggiore per pulire la nostra aria in inverno, così come in estate, quando entrano in ballo altri fattori. Le risposte vanno date subito, adesso.”

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Inquinamento e virus. Quando la catastrofe ambientale si traduce in crisi sanitaria.

“La pandemia ci ha mostrato che quando smettiamo di muoverci in modo sconclusionato l’inquinamento diminuisce sostanzialmente, in Pianura Padana come altrove. Tutti gli elementi ci sembrano voler dire: che vantaggio c’è a continuare a goderci il cosiddetto benessere se poi esso ci toglie la salute?” Conclude Grazzini. La sua intervista è stata riportata in maniera approfondita perché ricca di stimoli. Quel che ci dice, in definitiva, è come la situazione sia piuttosto grave.

Uscire dalla crisi climatica si può?

Nello stesso intervento con cui abbiamo aperto questa riflessione, la cittadina svedese più famosa dei nostri tempi ricordava alla platea come ci siano interi ecosistemi al collasso, anche nel preciso momento in cui leggete queste parole. Hanno già cominciato quelli immersi nei mari e negli oceani, sempre più caldi. In tali ambienti anche l’acidità, oltre all’aumento della temperatura, porta alla devastazione di interi habitat. Non ci vorrà molto prima che i problemi che stiamo riscontrando in acqua si spostino sulla terraferma. Stiamo seriamente correndo il rischio di affrontare una prossima sesta estinzione di massa. A quanto pare, le altre cinque ci hanno insegnato ben poco.

Ondate di calore, seguite da grandi migrazioni si scorgono già all’orizzonte. Un’umanità destabilizzata nell’economia e negli apparati di governo non potrà che cercare una via d’uscita, ovvero una via di fuga dalla sua patria. I rifugiati climatici, assieme a quelli economici in cerca di una vita degna e ai profughi che abbandonano terre in guerra dove le uniche alternativa sono morte o povertà, possono diventare presto una bomba a orologeria, oltre che il primo segno della nostra sconfitta su tutta la linea sul fronte della battaglia climatica.

Si può ancora uscire da questa situazione ma bisogna smettere di parlarne, di scriverne, e cominciare ad agire. Possiamo ridurre la crisi climatica a riscaldamento globale e poi questo a clima regolare, senza più bizze e stranezze. Per farlo, però, dobbiamo ridurre a 0 le nostre emissioni climalteranti. Se i governi non cominciano a prendere provvedimenti, tocca a noi cittadini, individualmente, schierarci in prima linea nella battaglia per l’ambiente. Abbiamo bisogno di un’azione corale, collettiva. Tu che cosa pensi di fare?

Islanda, CO2 trasformata in roccia. Ma a che prezzo?

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L’Islanda è anche soprannominata la Terra del fuoco. Sembra un controsenso, soprattutto se il nome viene accostato a quello inglese “Iceland” che significa, letteralmente, terra del ghiaccio. Nel sottosuolo di quasi tutta l’isola, però, si nasconde una miniera preziosissima di calore, dato dal fatto che l’Islanda è una terra vulcanica. E proprio questa parte sotterranea potrebbe diventare anche una enorme riserva di gas serra che, invece di essere dispersi in atmosfera, verrebbero “trasformati” in roccia, senza nuocere alla salute umana e ambientale.

Come funziona la trasformazione di CO2 in roccia

Il meccanismo dello stoccaggio del carbonio non è nuovo nel mondo dell’energia, tanto che è già stato implementato in altre aree del mondo oltre all’Islanda, come negli Stati Uniti e in Canada. Gli impianti tradizionali prevedono che la CO2 venga iniettata nel terreno e affinché questa, trascorso un certo periodo di tempo, si mineralizzi. A questo punto diventa, sostanzialmente, una roccia carbonatica, come può esserlo il marmo o il calcare.

Solitamente le rocce già presenti nel terreno, che sono impermeabili, fungono da “coperchio”, impedendo al gas di fuoriuscire. In Islanda, però, le rocce sono vulcaniche, quindi basaltiche e porose. Ciò significa che manca l’importantissima parte impermeabile che permette lo stoccaggio del gas. Ed è qui che è entrata in gioco CarbFix, che ha sviluppato un metodo grazie al quale la CO2, prima di essere immessa nel terreno, viene disciolta in acqua. In questo modo si crea un fluido pesante che tenderà a scendere molto in profondità nelle rocce, riducendo il rischio che il gas risalga in superficie.

Da dove viene la CO2 dell’Islanda

L’Islanda è considerata una delle nazioni più green al mondo. Questa remota isola dell’estremo nord infatti, grazie all’alta presenza di vulcani, ha a disposizione moltissima energia geotermica gratuita e rinnovabile. Circa l’80% delle abitazioni della nazione sono riscaldate e illuminate grazie alla geotermia che proviene, appunto, dall’acqua calda presente nel sottosuolo. Allo stesso tempo, però, l’Islanda è anche una delle nazioni che emettono più anidride carbonica, in rapporto al numero di abitanti. Come dimostrano i dati, nel 2017 la nazione ha prodotto ben 10,82 tonnellate di anidride carbonica pro capite. La terra del ghiaccio ha quindi superato di molto persino l’Italia, che ne ha prodotte “solo” 5,75.

Cosa ci sta sotto? Ovviamente l’industria pesante e tutto ciò che ne deriva, ovvero un grande profitto e, purtroppo, anche molto danno all’ambiente. Il settore industriale in Islanda contribuisce a produrre il 48% alle emissioni di anidride carbonica del paese. Nonostante questi impianti industriali siano alimentati da energia rinnovabile, idroelettrica e geotermica, la CO2 rilasciata nell’atmosfera è parte del processo di produzione di metalli. La più grande delle strutture industriali del paese produce infatti acciaio e alluminio, gran parte del quale viene esportato e utilizzato nell’industria automobilistica.

Il lato oscuro dell’energia pulita

L’impianto idroelettrico Kárahnjúkar genera 5.000 GWh all’anno, ovvero più di un quarto di tutta l’elettricità prodotta in Islanda nel 2016. Tutta questa energia, però, viene utilizzata per alimentare quella stessa industria di alluminio. Lo stesso discorso vale per l’enorme impianto geotermico di Hellisheiði. Come fa notare la rivista scientifica phys.org, questo è uno studiatissimo e insidiosissimo esempio di greenwashing. Infatti, una realtà virtuosa come può essere un impianto che produce energia rinnovabile può nasconderne un’altra che di green non ha assolutamente nulla.

Innanzi tutto Alcoa, la multinazionale che ha acquisito l’acciaieria, ha trovato un escamotage per pagare pochissimo il consumo energetico. Questo infatti sarebbe legato ai prezzi del volatile mercato globale dell’alluminio, senza quindi contare ciò che realmente spetterebbe all’Islanda per lo sfruttamento energetico. Inoltre Alcoa avrebbe scelto proprio l’Islanda per sfuggire al pagamento di alcune tasse cui avrebbe dovuto sottoporsi costruendo un’acciaieria nel “continente”. Ciò ha fatto sì che Reykjavík, il cui governo credeva di beneficiare della crescita economica data dall’acciaieria, non abbia guadagnato quanto era stato previsto. Sia in termini economici ma anche e soprattutto ambientali e sociali.

Infatti gli impianti energetici precedentemente nominati, costruiti, ricordiamolo, con il solo scopo di alimentare l’acciaieria, sono essi stessi dannosi per l’ambiente circostante. Innanzi tutto per la loro costruzione sono andati irrimediabilmente persi i fragili ecosistemi della zona; la popolazione ittica locale è crollata e quella di renne selvatiche ha perso parte dei suoi pascoli e dei suoi terreni riproduttivi. Per estrarre energia geotermica, poi, l’acqua calda o il vapore che risalgono in superficie spesso trasportano contaminanti, come lo zolfo o l’azoto. Questi elementi finiscono quindi in atmosfera o nei corsi d’acqua.

In Islanda sono presenti moltissime “piscine” di acqua naturalmente calda, talvolta anche pubbliche e gratuite

I risvolti ambientali di CarbFix

Ciò che è rimasto al territorio islandese non è altro che la necessità di costruire un’ ulteriore infrastruttura, come quella di Carbfix, per smaltire la enorme quantità di anidride carbonica prodotta dall’acciaieria. Questo quindi sarebbe lo scopo qualora il progetto si diffondesse nel resto del mondo: buttare sotto il tappeto, o meglio, sottoterra, la polvere derivante da un sistema economico sbagliato e insostenibile.

Per di più, anche CarbFix avrebbe un risvolto ambientale da non sottovalutare: il consumo eccessivo di acqua. Nell’impianto di Hellisheiði si utilizzano circa 27 tonnellate di acqua per ogni tonnellata di CO2 iniettata nel substrato roccioso. Edda Aradottír, project manager di CarbFix, afferma che l’acqua può essere riutilizzata dopo la mineralizzazione. Il problema si pone per le nazioni con meno acqua a disposizione rispetto all’Islanda che, almeno per ora, è ricchissima di ghiacciai e, quindi, di acqua pulita. Aradóttir e i suoi colleghi stanno sviluppando un modo per utilizzare l’acqua di mare. Tuttavia, questa ritiene molto di più rispetto all’acqua dolce e ne servirebbe una quantità maggiore. “In più gli elementi disciolti nel mare interferirebbero con la chimica del processo”, ha affermato Sandra Ósk Snæbjörnsdóttir, ricercatrice presso CarbFix.

Infine questa tecnologia è molto efficiente quando si tratta di stoccare altissime concentrazioni di anidride carbonica, ma potrebbe rappresentare un problema quando il gas “si presenta in quantità minori”. Questo palese controsenso apre molti quesiti ai quali ad oggi possiamo dare soltanto risposte scettiche e negative.

Eliminare la CO2 in Islanda? Il vero scopo di CarbFix

Sappiamo, ormai, che il riscaldamento globale è un processo irreversibile e poco contenibile. Progetti come CarbFix potrebbero quindi rivelarsi molto utili nel frenare la crisi climatica. Questo ragionamento, però, funzionerebbe solo a patto che industriali e politici non se ne approfittino. Non devono, quindi, usare queste nuove tecnologie come giustificativo per continuare ad inquinare oltre che creare disuguaglianze economiche e sociali nel mondo.

Il riscaldamento globale è infatti un danno che non deve essere sommariamente riparato. Piuttosto è un problema che deve essere eliminato alla radice. Se ciò avvenisse rappresenterebbe l’anticamera di una nuova era nella quale l’energia pulita sia davvero pulita e in cui CarbFix potrebbe essere usato per disfarsi di gas serra emessi solo in via eccezionale e con motivazioni eticamente valide.

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