Cambiamento climatico: cause e soluzioni nella rubrica de L’EcoPost
Stando all’attuale realtà delle cose, il cambiamento climatico, o climate change, sarà con ogni probabilità l’emergenza globale che caratterizzerà in negativo il futuro del nostro pianeta nei decenni a venire. Per questo motivo, con il peggioramento della situazione e con la frequenza e la determinazione con la quale scienziati e comunità di tutto il mondo hanno richiesto un intervento collettivo a livello planetario, i cambiamenti climatici sono entrati a far parte delle agende politiche di vari paesi e non solo. L’EcoPost, in qualità di blog che intende aiutare il lettore a rivedere il proprio comportamento in ottica sostenibilità, non può esimersi dall’affrontare questa complessa tematica, e fornire al proprio pubblico le notizie più salienti sul cambiamento climatico.
Ma che cos’è il cambiamento climatico? Come lo possiamo definire? E quali conseguenze avrà sull’ecosistema terrestre? Il termine cambiamento climatico è quanto mai sconfinato e difficile da racchiudere in una definizione tanto stringente quanto chiara, senza rischiare di incappare in una eccessiva semplificazione.
Cambiamento climatico: definizione
Diversamente da quanto si possa pensare, l’elemento principale del cambiamento climatico è l’uomo. Infatti, in natura esiste già una variabilità climatica derivante da una complessa serie di processi naturali interni ed esterni al pianeta. Tuttavia, quando parliamo di cambiamento climatico facciamo riferimento allo stato di alterazione di questa variabilità climatica per mano dell’uomo. Dunque, quando parliamo di cambiamento climatico stiamo affermando che le attività umane, dette anche antropiche, raggiungono un’intensità tale da influenzare quello che altrimenti sarebbe il naturale corso degli eventi. Per essere considerato tale, il cambiamento o alterazione dell’atmosfera planetaria deve però essere misurabile in un intervallo di tempo solitamente corrispondente a trenta anni. Ma andiamo per gradi e cerchiamo di rispondere alle domande sul perché si parli di cambiamento “climatico”.
Il bilancio energetico e la centralità del clima
Il clima gioca un ruolo fondamentale nella molteplicità di elementi che interagendo tra loro regolano la vita sul pianeta Terra. Il clima o sistema climatico racchiude in sé due aspetti che sono il bilancio energetico del pianeta e gli interscambi di materia che avvengono al suo interno.
Il bilancio radiativo terrestre
Con il bilancio radiativo si intende la quantità di energie della Terra che si ottiene facendo la differenza tra l’energia in uscita e quella in entrata. Per sua conformazione la Terra ha un bilancio energetico stabile e costante, in quanto l’energia in entrata e in uscita più o meno corrispondono. La temperatura del pianeta dunque è in diretta correlazione con il bilancio radiativo terrestre.
La materia nel ciclo chiuso terrestre
Come dicevamo l’altro aspetto che concorre al determinare il clima terrestre sono invece gli interscambi di materia. Diversamente dalle radiazioni che entrano ed escono, la materia rimane grossomodo sempre interna all’atmosfera terrestre, salvo poche e poco rilevanti eccezioni. Se la temperatura rappresenta una buona misura dell’energia terrestre. L’acqua è un ottimo indicatore della materia che viene scambiata all’interno del sistema terrestre. A questo si deve la grande rilevanza del ciclo dell’acqua e quindi delle precipitazioni ai fini della classificazione del cambiamento climatico.
Climatechange e riscaldamento climatico
Ora che abbiamo compreso le nozioni basilari del cambiamento climatico proviamo a capire cosa sta succedendo e perché parliamo di emergenza climatica. Negli ultimi anni soprattutto, ma già da decenni in realtà, gli studiosi hanno cercato di sensibilizzare istituzioni e cittadini del significativo cambiamento delle temperature, quello che chiamiamo riscaldamento climatico o riscaldamento globale [collegamento ipertestuale]. Questa tendenza è talmente delineata che quasi l’unanimità degli scienziati si sono espressi d’accordo [collegamento ipertestuale] nel considerarlo un cambiamento reale e destinato a perdurare se non si interviene in tempo.
Le misurazioni hanno portato gli studiosi ha identificare con assoluta certezza le cause di questo aumento della temperatura terrestre, l’aumento dei gas clima alternati, i cosiddetti gas serra, prodotti dalle attività umane. Seppure la storia climatica terrestre non sia completamente estranea a cambiamenti climatici così decisi, l’elemento davvero preoccupante è la repentinità con la quale questo aumento della temperatura si sta verificando. Un aumento progressivo e incrementale nel relativamente breve periodo corrispondente al progresso della rivoluzione industriale, specialmente con gli ultimi decenni che hanno fatto registrare dei picchi mai raggiunti.
La categoria cambiamento climatico de L’EcoPost
Preso grossomodo atto di che cosa stiamo parlando, noi de L’EcoPost abbiamo deciso di dedicare una delle categorie del nostro blog al cambiamento climatico. Questa categoria, decisamente la principale per quantità di articoli, ha l’obiettivo di portare all’attenzione dei nostri lettori le notizie di carattere generale sulle cause delcambiamento climatico e, allo stesso modo, informarli di tutte quelle che sono le possibili soluzioni al cambiamento climaticoadottate e proposte dagli attori a livello globale.
Imprenditori, intraprendenti, ambientalisti. Con le loro invenzioni vogliono migliorare il mondo. Per questo motivo, l’Organizzazione delle Nazioni Unite li ha premiati, insignendoli del riconoscimento “Giovani Campioni della Terra”. Hanno trovato nuovi metodi per far fronte a vecchi problemi, come spiega bene Inger Andersen, la direttrice esecutiva del Programma Ambiente dell’Onu.
Nzabi Matee: i mattoni alternativi per un futuro nuovo (Giovani Campioni della Terra – Africa)
Ha studiato fisica e ingegneria dei materiali. A 29 anni, è responsabile della Gjenge Makers Ltd, un’azienda di produzione di materiali da costruzione sostenibili. Vuole affrontare così il problema, Nzabi Matee, dell’inquinamento da rifiuti di plastica, riuscendo anche a migliorare le condizioni abitative del Kenya, Stato da cui proviene. «Abbiamo collaborato con diversi produttori di tappi e guarnizioni per bottiglie di plastica nell’industria delle bevande e farmaceutiche qui in Kenya, da cui raccogliamo scarti.» Il passo successivo è amalgamare questi composti con sabbia riciclata. In questo modo, la società riesce in un duplice scopo: fare bene all’ambiente e fornire un reddito stabile a più di 100 persone, riconvertendo 500 chilogrammi di rifiuti al giorno.
Xiaoyuan Ren: trovare acqua pulita e potabile, per tutti (Giovani Campioni della Terra – Asia e Pacifico)
Ha messo in pratica i suoi studi in ingegneria ambientale al MIT, per rendere accessibile l’acqua anche agli abitanti delle zone rurali. Così, Xiaoyuan Ren, ventinovenne cinese, ha creato la piattaforma dati MyH20- Water Information Network. Il suo scopo è di monitorare il sistema idrico, diagnosticarne i problemi e risolverli nel minor tempo possibile. «Negli ultimi mesi, la nostra rete è cresciuta fino a superare 100 team sul campo che coprono oltre 3800 set di dati in quasi 1000 villaggi in 26 province e ha consegnato con successo stazioni di acqua pulita a decine di migliaia di abitanti dei villaggi in Cina.»
Vidyut Mohan: la tecnologia contro l’inquinamento atmosferico (Giovani Campioni della Terra – Asia e Pacifico)
Comprare bucce di riso, paglia e gusci di cocco dagli agricoltori e trasformarli in carbone. Così Vidyut Mohan vuole contribuire a mitigare i cambiamenti climatici e dare un sostentamento economico alle comunità povere. Co-fondatore di Takachar insieme a Kevin Kung, il suo scopo è quello di far diminuire la combustione di sterpaglie, spesso utilizzata dagli agricoltori per preparare i campi alla nuova semina e così riducendo i costi di bonifica. Secondo alcuni studi recenti, «entro il 2030, Takachar avrà un impatto su 300 milioni di agricoltori colpiti da questo problema, creerà 4 miliardi di dollari all’anno equivalenti in reddito rurale e posti di lavoro aggiuntivi e mitiga un gigaton/ anno di CO2 equivalente.»
Lefteris Arapakis: proteggere il Mediterraneo per proteggere la Terra (Giovani Campioni della Terra – Europa)
La plastica in mare è una delle grandi e dannose conseguenze del nostro stile di vita. Lefteris Arapakis, ventiseienne greco, ha voluto fare la propria parte. Attraverso la sua azienda Enaleia, non solo si occupa di bonificare i rifiuti oceanici, ma procede anche al loro corretto riciclaggio. Creando un’operazione di pulizia su larga scala, riesce a eliminare più di 1,5 tonnellate di plastica marina settimanalmente e 10 tonnellate di attrezzi da pesca scartati. Anche per questo, ha lanciato Mediterranean Cleanup, lavorando con 700 persone su 145 barche dalla Greci e dall’Italia e danno una ricompensa per i rifiuti raccolti.
Max Hidalgo: trasformare l’aria in acqua è possibile (Giovani Campioni della Terra – America Latina e Caraibi)
Il suo obiettivo è approvvigionare le popolazioni rurali, dove le risorse idriche scarseggiano. Per questo, Max Hidalgo Quinto, biologo trentenne peruviano ha fondato YAWA, una tecnologia che permette di ottenere fino a 300 litri di acqua al giorno dall’umidità atmosferica e dalla nebbia.
«Yawa è un’alternativa che ci permetterà di prepararci per il futuro di fronte a un’imminente carenza di questa risorsa che 33 paesi subiranno nel mondo nel 2040.» Il suo generatore di energia elettrica a forma di fiore locale e un vaso in grado di ricaricare le batterie dei telefoni cellulari sono solamente due delle sue invenzioni.
Niria Alicia Garcia: le comunità indigene guidano la lotta per salvare il salmone del Sacramento (Giovani Campioni della Terra – Nord America)
«Il motivo per cui stiamo lottando per riportare indietro il salmone Chinook è che sono una specie chiave di volta qui. […] Sono anche sacri per il popolo Winnemem Wintu e molte altre comunità indigene dalla California al Canada all’Alaska.»
Così si presenta Niria Alicia Garcia, laureata in studi ambientali e sostenitrice dei diritti umani dei Xicana. Organizza la Run4Salmon, un percorso di due settimane, che segue lo storico viaggio del pesce per 480 chilometri. In questo modo, vuole ispirare, educare e coinvolgere le persone, per preservare gli animali dall’estinzione.
Fatemah Alzelzela: Eco Star e gli alberi per i rifiuti (Giovani Campioni della Terra – Asia Occidentale)
Ventitreenne, originaria del Kuwait, Fatemah Alzelzela ha concluso i suoi studi in ingegneria elettrica lanciando Eco Star. Il team si focalizza sulla raccolta differenziata. «In cambio di rifiuti, lavoriamo fianco a fianco con le principali aziende agricole per dare piante e alberi a privati e organizzazioni – incoraggiando l’aumento della copertura verde.»
Le tonnellate di materiali risparmiati attraverso questa modalità di smaltimento sono in aumento e le operazioni sono state più di duemila, coinvolgendo istituzioni e privati.
Fin dai tempi dell’antica Grecia, la letteratura narrativa e saggistica si sofferma sulla contrapposizione tra comunità urbane e comunità rurali. Indimenticabile è la favola di Esopo del topo di campagna e del topo di città, che non rappresentano soltanto luoghi geografici, ma veri e propri sistemi valoriali. Dopo secoli di sviluppo delle città, vien da chiedersi se l’urbanesimo abbia avuto la meglio.
Da schema di analisi dei mutamenti storici che era, la marcia inesorabile della modernizzazione si è trasformata in un mito dell’uomo artefice del proprio destino, che ha eretto monumenti alla velocità dei moderni mezzi di trasporto e all’efficienza delle macchine. Rinchiusi in una bolla mediatica che rappresenta il mondo globalizzato in maniera parziale e deformante, i cittadini-consumatori rischiano di perdere la consapevolezza del filo sottile delle filiere alimentari che legano aree urbane e aree rurali. Con la differenza che solitamente le comunità rurali sono ben più informate dei “cugini di città” sullo stato di salute degli ecosistemi terrestri e acquatici e sulle malattie che li affliggono.
Una resistenza silenziosa alle periferie del globo
A dirla tutta, essendo in prima linea nella lotta all’emergenza ambientale, le comunità rurali svolgono un ruolo nel monitoraggio e nella mitigazione degli effetti del cambiamento climatico che non è solo positivo, ma indispensabile. È osservando il sistema-mondo dalle “periferie” dei Paesi sviluppati e in via di sviluppo che piccoli agricoltori, allevatori e pescatori si accorgono di minime variazioni del clima, della perdita di produttività del suolo, dell’erosione del terreno e della scomparsa di aree di foresta e, conseguentemente, di biodiversità. Un quadro abbastanza esaustivo delle questioni cui devono far fronte e delle strategie escogitate da queste sentinelle di vitale importanza si può trarre dal rapporto della FAO, intitolato “Lo stato della sicurezza alimentare e dell’alimentazione nel mondo” del 2018.
Negli ultimi anni, e più in particolare tra il 2011 e il 2016, sono stati rilevati livelli di piovosità al di sotto della norma in aree geografiche – in Africa, America Centrale e Meridionale, Asia Sud- orientale, Filippine e Papua-Nuova Guinea – con grandi appezzamenti adibiti a coltura. Eppure, nelle aree maggiormente esposte alle ripercussioni del fenomeno anomalo di El-Niño tra 2015 e 2016, specialmente in Asia, piogge al di sopra della norma hanno costretto milioni di famiglie di agricoltori, allevatori e contadini-allevatori a fronteggiare danni ai raccolti, erosione del suolo e inondazioni.
Ma il continente africano resta uno dei principali terreni di lotta al cambiamento climatico. Nelle pianure di Afram, in Ghana, i contadini hanno notato dei ritardi dell’inizio della stagione delle piogge, insolite ondate di calore e piogge torrenziali che provocano perdite di raccolto e bassa produttività, cosicché scarseggiano anche i prodotti alimentari destinati al consumo famigliare. Variazioni significative delle stagioni delle piogge e periodi di crescita dei raccolti più brevi sono stati segnalati anche dalle comunità rurali della savana nigeriana e della regione del Kagera nel Nord della Tanzania.
A livello aggregato, non tutti gli effetti dei mutamenti climatici sulle attività del settore primario sono immediatamente apprezzabili. Eventi estremi e cambiamenti minimi potrebbero non incidere sulla sicurezza alimentare di un Paese e, parallelamente, ridurre allo stremo le comunità rurali di zone più limitate. È il caso dell’Etiopia, in cui negli ultimi decenni, mentre aumentavano i livelli di produzione agricola, sono stati registrati scenari più localizzati di siccità associata a insicurezza alimentare e malnutrizione. D’altronde, le ondate di siccità colpiscono spesso aree limitate, per quanto le conseguenze non siano rilevabili nelle indagini condotte a livello macroeconomico.
Allo stesso modo, in Cina, dove la popolazione rurale costituisce storicamente una colonna portante della nazione, è stato osservato che i danni causati dalle precipitazioni più intense verificatesi tra il 1980 e il 2008 nelle province periferiche non si sono tradotti in una riduzione vistosa dei raccolti a livello nazionale. Resta che coloro che subiscono le conseguenze più gravi dello shock climatico e degli eventi estremi sono, secondo il rapporto già citato, i due miliardi e mezzo di piccoli agricoltori, allevatori e pescatori che abitano le “periferie” del globo. Alle conseguenze specificate in precedenza si somma la proliferazione di batteri, parassiti e insetti, particolarmente sensibili ai cambiamenti di temperatura e umidità e dannosi per colture e allevamenti, di cui l’invasione di locuste che ha attraversato nel 2020 India, Medio Oriente e Africa orientale è un esempio lampante.
Strategie di mitigazione in chiave “glocal”
Grazie all’attenzione rivolta da istituzioni internazionali e associazioni ai rischi in cui le comunità rurali incorrono a causa del cambiamento climatico, sono stati concepiti dispositivi preventivi e assicurativi un tempo impensabili. Programmi come WFP-Oxfam’s Rural Resilience Initiative e Productive Safety Net Programme riducono il peso economico sostenuto da singoli individui e nuclei famigliari per contrastare lo shock climatico. Certo è che, per quanto le comunità possano organizzarsi in maniera autonoma per adottare le misure necessarie ad attenuare i danni provocati alle economie locali, non può mancare la collaborazione della società civile con le agenzie governative per interventi più consistenti.
Tuttavia, desta interesse la varietà di strategie affinate negli anni dalle sentinelle delle aree rurali. Spinte dal senso di appartenenza agli stili di vita tradizionali, alla cultura locale e al corpo sociale della comunità, esse attuano piani di diversificazione delle sementi e di riforestazione nei pressi dei bacini idrici naturali o artificiali, affinché l’erosione del suolo rallenti e la temperatura dell’acqua diminuisca e sia più adatta all’irrigazione. Investendo risorse nella riforestazione (un esempio lodevole è la cooperazione avviata tra contadini e associazioni cattoliche sull’isola di Mindanao, nelle Filippine), che allevia per altro l’impatto delle ondate di calore sulle coltivazioni, e nel miglioramento dei sistemi di irrigazione, le comunità si battono per non esser indotte a migrazioni forzate.
Se si considera che 17 milioni e mezzo di persone sono state forzate ad abbandonare i propri territori per via di disastri climatici nel 2014, è facile capire l’urgenza di tutelare le piccole comunità periferiche.
La prospettiva dello sviluppo umano integrale
Sarebbe utilitaristico e scarno un discorso che fosse incentrato sulle statistiche, sul ruolo di mitigazione svolto da piccoli agricoltori, allevatori e pescatori e che tralasci, però, la ricchezza culturale conservata e tramandata dalle comunità rurali. Una sapienza millenaria viene custodita e trasmessa di generazione in generazione su usi e costumi, mitologie e lingue antiche. Inizialmente, si parlava di contrapposizione tra sistemi valoriali urbani e rurali.
Ebbene, il cittadino-consumatore è esposto agli stimoli di una cultura consumistica, o dello scarto, come la definisce Papa Francesco, che può tradursi in un desiderio di accumulazione patologica, nonché nel tentativo vano di alimentare un bisogno materiale di felicità. Nell’ascoltare le parole degli agricoltori-allevatori raccolte da Yann-Arthus Bertrand nel suo documentario “Human” e, successivamente, in “Humans and the Land”, si riscoprono valori di sobrietà e semplicità che sembrano esclusi dalle grandi città globali. Con il disgregarsi delle comunità rurali rischia, insomma, di scomparire un patrimonio inestimabile di memoria, saperi antichi e tecniche di trasformazione del territorio.
Ma non è accettabile che la globalizzazione cancelli la saggezza delle comunità contadine e il fotografo e regista francese lo ribadisce a dovere con le sue riprese. Perciò, allo sviluppo sostenibile si deve affiancare la prospettiva di una rivoluzione antropologica, ossia la prospettiva dello sviluppo umano integrale, che metta al centro la persona umana e su questo punto non ceda di un solo passo alle logiche di profitto predatorie perseguite, per esempio, da quell’1% delle aziende che controlla il 70% delle terre agricole del mondo intero. Non c’è pretesa di aumento della produttività che tenga se questa dev’essere barattata con il diritto a una vita dignitosa delle comunità rurali, prime fra tutte quelle dei Paesi in via di sviluppo.
Di Francesco Giuseppe Laureti
Articolo redatto in collaborazione con il nostro partner Kritica Economica
Qualche giorno fa i grandi elettori statunitensi si sono finalmente espressi: Joe Biden è ora, a tutti gli effetti, il quarantaseiesimo presidente degli USA e si insedierà tra poco meno di un mese, il 20 gennaio. Il passaggio riguardante i grandi elettori non è che una formalità, un atto che serve a confermare l’intenzione dell’elettorato nel sistema elettorale americano che si compone di due fasi. Prima quella delle urne, andata in scena ad inizio novembre e poi quella del voto dei grandi elettori. Questi ultimi, provenienti in numero variabile da ogni singolo stato, si sono espressi la scorsa settimana.
Il presidente uscente, Donald Trump, come sappiamo, non ha accettato di buon grado la sconfitta, ricorrendo anche a vie legali. In seguito alla consultazione che ha coinvolto i grandi elettori, però, ogni dubbio si è dissipato. Tra un mese, avremo Joe Biden alla Casa Bianca. Il presidente eletto, nel corso della sua campagna elettorale, ha insistito più volte sulla politica climatica. Biden ha promesso che si muoverà in netta controtendenza rispetto al suo predecessore.
Nel video di From Roots to Leaves, attese e speranze per le politiche ambientali nell’amministrazione Joe Biden.
Come abbiamo già diffusamente scritto oqniqualvolta ci siamo occupati di USA e Joe Biden – con articoli e dirette su Facebook – le politiche ambientali occuperanno uno spazio davvero importante nei prossimi quattro anni. È proprio per questo motivo che torniamo spesso ad occuparci del presidente americano. Joe Biden ha insistito molto sulla tematica ambientale, prima dell’elezione. Ha affermato di voler puntare forte sulle energie rinnovabili, ha detto che pianterà dei paletti per le multinazionali del fossile e ha promesso di investire moltissimo sulla riconversione energetica. Abbiamo accolto con grande gioia queste sue intenzioni. Ciononostante, ci approcciamo alla presidenza che partirà a breve anche con alcuni legittimi dubbi. Sappiamo infatti bene che una cosa è fare campagna elettorale e una ben diversa è rispettare le promesse fatte quando si cercano consenso e voti.
Che cosa farà dunque Biden? Manterrà le sue promesse in materia di politiche ambientali? O dobbiamo attenderci una presidenza 2020 – 2024 che cambierà poco o nulla rispetto a quanto abbiamo visto dal 2016 ad oggi? Naturalmente, non sono in grado di dare questa risposta. Se però dovessi giudicare le prime mosse del presidente eletto – diciamo pure le primissime, dal momento che deve ancora insediarsi – sarei portato ad essere ottimista. Le prime nomine ufficializzate, infatti, lasciano veramente ben sperare.
Politiche ambientali: un cambio di paradigma
Il principale ente ambientale degli States si chiama Environmental Protection Agency, o EPA. Questo nome ci è poco noto, purtroppo, poiché l’agenzia non ha mai potuto godere di troppa libertà. Sotto l’amministrazione Trump è stata ampiamente imbavagliata, con il presidente che ne limitava continuamente l’operato. L’amministrazione uscente ha persino riscritto alcune leggi per accentrare sul gabinetto presidenziale alcuni dei compiti della Agency. Non dobbiamo stupircene. Trump aveva interesse a difendere la lobby del petrolio, dal momento che numerosi suoi esponenti erano suoi partner d’affari, amici personali o, comunque, convinti elettori.
Dubito che Biden riuscirà a staccare la spina ad una categoria così potente, la quale sta alla base delle economie di numerosi stati federali – pensiamo a che cosa sarebbe il Texas, senza il suo petrolio – eppure ha promesso che lo farà, riconvertendo questa obsoleta fonte energetica, disastrosa per il nostro Pianeta, e spostando i lavoratori di questa industria nel mondo della green energy.
Donne e minoranze nelle nomine di Joe Biden
Il capo della EPA è di nomina presidenziale e Joe Biden ha scelto Michael Regan per il suo primo mandato. Il Senato dovrà confermare la sua nomina – così come tutte le altre che abbiamo elencato – e, non appena questo step si sarà compiuto, Regan sarà il secondo afroamericano alla guida dell’ente, dopo che Lisa Jackson ne tenne le redini durante la prima presidenza Obama. Oltre a lui, sono stati scelti anche altri nomi strettamente legati all’ambiente, per numerosi ruoli di vertice.
Nel team del futuro presidente troviamo infatti anche Deb Haaland, deputata proveniente dal New Mexico, la quale guiderà il dipartimento degli Interni. Per la prima volta, una nativa americana sarà responsabile di un ministero. Gina McCarthy sarà consigliera nazionale per il clima. Essa assunse la guida della EPA dopo Lisa Jackson, durante il secondo mandato di Obama e fu la donna che impose i primi limiti di emissioni alle centrali elettriche nazionali. Ora avrà il compito di indirizzare gli USA verso le emissioni zero, obiettivo che Biden si è prefissato di raggiungere entro il 2050. Il vice di McCarthy sarà Ali Zaidi, da tempo impegnato in prima linea per l’azione climatica.
Il Ministero dell’Energia sarà guidato da Jennifer Granholm mentre Brenda Mallory prenderà le redini del Council On Environmental Quality, il consiglio sulla qualità dell’ambiente. Si tratta di un’organizzazione che lavora a stretto contatto con il presidente, suggerendogli misure e provvedimenti che tutelino l’ambiente e scoraggiando ogni decisione ad esso nociva.
Notiamo come Biden punti molto sulle donne e sulle minoranze etniche, tenute in disparte da chi lo ha preceduto a Washington. Questa attenzione all’inclusione e questa tutela della diversità fanno onore al presidente. Andiamo ad approfondire ora chi siano le due figure principali in questa lista di nuove nomine.
Il ruolo cruciale dell’EPA e gli obiettivi di Michael Regan
Donald Trump non ha mai visto di buon occhio l’agenzia per l’ambiente. Con una recente norma, il presidente uscente ha cambiato le regole delle analisi costi – benefici prodotte dall’EPA per il gabinetto presidenziale. Questa è la principale mansione della Agency: rendere Washington edotta su quello che ogni provvedimento di politica ambientale comporti per le tasche del contribuente, oltre che per l’habitat e l’ecosistema in cui esso vive, naturalmente. La misura di Trump ha spostato il focus principale dell’EPA dalla tutela ambientale alla valutazione economica, ponendo l’attenzione sugli sbocchi occupazionali. In sostanza l’agenzia per l’ambiente dovrà privilegiare leggi e misure in base a quanto possano far guadagnare il Paese, non a quanto siano impattanti.
Michael Regan al momento è capo del Dipartimento Ambientale del North Carolina e collabora con l’agenzia già da una decina d’anni. Le sue prime sfide saranno quelle di seguire gli sviluppi relativi al disboscamento della foresta di Tongass – la quale non è più area protetta – e di regolamentare le richieste delle compagnie petrolifere di operare all’interno dell’Arctic National Wildlife Refuge. Quest’ultima è una riserva, situata anch’essa in Alaska e nell’Oceano che la bagna, ove l’amministrazione Trump ha consentito le esplorazioni petrolifere. Biden ha promesso che non concederà altre licenze alle compagnie petrolifere ma non ha mai detto che ridurrà quelle attualmente operative. Chissà che Regan non abbia un’idea più restrittiva da sottoporre al presidente.
Michael Regan. Foto: eenews.net
Con ogni probabilità, l’EPA giocherà un ruolo di primo piano nell’affiancare il gabinetto presidenziale in tema di politiche ambientali. In fin dei conti, il presidente eletto ha promesso un’azione continua e instancabile nella lotta al surriscaldamento globale e, qualora voglia mantenere le sue promesse, avrà sicuramente bisogno di tutto l’aiuto disponibile. Gli obiettivi di Joe Biden sono molto ambiziosi per quanto riguarda il clima, dovranno esserlo anche quelli di Regan. Egli è noto per essere tanto competente quanto battagliero, auspichiamo che combatta con decisione per l’ambiente e la sua tutela.
Come cambieranno le politiche ambientali con la nomina di Deb Haaland
“Il cambiamento climatico è la sfida del nostro tempo.” Questo è il pensiero di Deb Haaland, deputata per lo stato del New Mexico e membro della nazione di nativi americani Laguna Pueblo. La sua nomina da parte del presidente Biden è già stata definita storica perché mai prima di lei un nativo americano aveva ricoperto un simile ruolo. In realtà aver scelto Haaland è ben più importante perché indica il chiaro intento dell’amministrazione in materia di politiche ambientali. È infatti noto a tutti come la futura titolare del Dipartimento degli Interni sia una convinta ambientalista, capace di portare gli USA ad una inversione completa in merito di clima. La giurisdizione del ministero dell’Interno statunitense è infatti davvero molto ampia su numerosi dossier.
Deb Haaland. Foto: NM Political Report
Supervisione e gestione delle terre federali, management di parchi e riserve, permessi di transito per gasdotti e oleodotti, su tutti questi aspetti la segreteria agli Interni ha voce in capitolo. Haaland e il suo staff, dunque, potranno far sentire la propria voce quando si parlerà di fratturazione idraulica; tema sul quale Biden non si è mai espresso con chiarezza. Il presidente eletto, infatti, ha tenuto una posizione ambivalente nei confronti del fracking: da un lato ha parlato di introdurre un bando per le future concessioni mentre dall’altro non ha mai affermato di voler sospendere le attuali operazioni. La sua vice, Kamala Harris, governatrice della California, proviene da uno Stato tendenzialmente contrario a questo impattante sistema estrattivo; eppure anche lei non si è mai sbilanciata sulla questione.
L’importanza dell’heritage indigeno
Oleodotti e gasdotti hanno violato più volte la sacralità della terra dei nativi americani. Ne abbiamo parlato anche qui, esaminando il caso del Dakota Access e citando quello, del tutto simile, di Keystone XL. La nomina di Deb Haaland per questa posizione sa di sentenza. Appare a questo punto davvero chiaro l’orientamento dell’amministrazione. Le politiche climatiche potranno subire una chiara sterzata verso posizioni decisamente ambientaliste, con Haaland alla guida della vettura degli Interni; essa avrà infatti modo di incidere in maniera seria sui futuri provvedimenti.
Da deputata, la nativa americana firmò un disegno di legge per impegnare Washington a proteggere almeno il 30% dei mari e delle terre federali entro il 2030; una volta preso incarico al dipartimento spetterà a lei gestire quasi 7 milioni di kmq di zone costiere e circa il 20% dell’intero patrimonio terriero degli USA. In un Paese nel quale un quarto delle emissioni ha origine negli impianti di estrazione di idrocarburi siti su terreni pubblici, questa nomina ci sembra davvero una buona notizia.
Luci ed ombre
Le nomine del futuro presidente Joe Biden sono una ventata di aria fresca dopo 4 anni assolutamente stagnanti per quanto riguarda le politiche ambientali statunitensi. Si tratta di un ottimo inizio in questo ambito per il presidente, che ci incoraggia per il prossimo futuro. Attenzione però a non vedere come oro tutto quel che luccichi.
In altri campi, infatti, le nomine di Biden sono state davvero discusse. Farò un solo nome perché non si tratta di questioni di cui ci occupiamo su L’EcoPost: Lloyd Austin. L’ex generale sarà il prossimo Capo del Pentagono. Il suo CV militare parla chiaro e nessuno mette in dubbio la sua competenza, in tanti però ne criticano l’etica. Si tratta di un consigliere di Raytheon Technologies, meglio nota come l’industria della morte. L’azienda produce infatti sistemi missilistici avanzati e droni assassini. Austin è inoltre membro del cda della holding ospedaliera texana Tenet Healthcare Corporation. Un’azienda che fattura annualmente centinaia di miliardi di dollari e non è esattamente un baluardo della salute pubblica.
Le politiche ambientali americane corrono dunque sul binario giusto? Molti degli elementi appena riportati ci fanno ben sperare ma conosciamo bene Biden e la sua storia politica. Sappiamo di come, nella sua lunghissima carriera all’interno dei palazzi, si sia spesso trovato ad appoggiare posizioni tutt’altro che coerenti con quanto espresso dal programma del suo partito, votando quasi da repubblicano. Similmente, sappiamo bene come sia paradigmatico del Grand Old Party privilegiare la crescita economica ad ogni costo, anche quando vada a danno dell’ambiente. Ora che si appresta a rivestire l’incarico più importante della sua vita, Biden saprà dare una direzione netta e decisa al suo Paese? Saprà farsi cicerone di quella transizione energetica di cui il pianeta ha drammaticamente bisogno? Sarà in grado di tenere fede alle sue promesse e segnare una svolta nelle politiche ambientali USA?
Il 14 dicembre il presidente Macron ha annunciato di voler indire un referendum per modificare l’articolo 1 della Costituzione francese. La revisione costituzionale sancirebbe l’introduzione della protezione della biodiversità, della tutela dell’ambiente e della lotta ai cambiamenti climatici nella Costituzione. L’annuncio è avvenuto a conclusione dell’incontro con la Convenzione sul clima (costituita da 150 cittadini estratti a sorte per valutare misure volte alla lotta ai cambiamenti climatici).
Il rischio, tuttavia, è che il progetto del referendum potrebbe rimanere nel cassetto.
Secondo l’articolo 89 della Costituzione, infatti, Il progetto o la proposta di revisione deve essere votata prima dall’Assemblea nazionale e poi dal Senato in “termini identici.” Come spiega Jean-Philippe Derosier, professore di diritto pubblico e costituzionalista all’Università di Lille, il problema sorge per il Senato. Con una maggioranza di destra, il Senato è politicamente contrario a Macron. Non c’è motivo per cui dovrebbe fare un simile regalo al capo di stato: una revisione costituzionale di successo sarebbe infatti una vittoria per il presidente. A conferma di ciò, Bruno Retailleau, presidente del gruppo dei “I Repubblicani”, che ha la maggioranza in Senato, si è espresso duramente contro il referendum. Per il senatore, il progetto è un ‘’coup de com’’, una trovata pubblicitaria di Macron per “mascherare i suoi scarsi risultati ecologici.”
Critiche sullo stesso tono piovono da tutti gli schieramenti politici.
Marine Le Pen considera il referendum una “manovra politica” del capo di stato. Il leader dei deputati della LR, Damien Abad, ha giudicato su Public Sénat che si trattava di una “strumentalizzazione dell’ecologia a fini politici”. Anche per i deputati ambientalisti Yannick Jadot e Matthieu Orphelin, il referendum è una trovata ed una strategia politica. Perfino GreenPeace ha commentato il referendum come “essenzialmente simbolico”.
Introdurre la tutela dell’ambiente nella Costituzione è giuridicamente rilevante?
La proposta, in effetti, sembra essere la carta luccicante di un pacco sostanzialmente vuoto.
Giuridicamente, essa appare infatti inutile: gli obiettivi della proposta hanno già valore costituzionale. Dal 2005, la Carta dell’ambiente fa parte del blocco di costituzionalità essendo stata inserita nel preambolo della Costituzione.
La carta mira a specificare i diritti e i doveri dei francesi riguardanti l’ambiente. L’articolo 1 di questo testo afferma che “ognuno ha il diritto di vivere in un ambiente equilibrato e rispettoso della salute.” L’articolo 2 stabilisce il “dovere di preservare e migliorare l’ambiente” come uno dei requisiti che le leggi dovranno rispettare. Questi diritti e doveri dunque fanno già parte dell’ordinamento giuridico francese ed hanno valore costituzionale. Sono stati inoltre convalidati dalla giurisprudenza. Nel 2019, ad esempio, il Consiglio costituzionale ha invocato la Carta per sancire la salvaguardia dell’ambiente come una questione più importante della libertà d’impresa.
Il valore costituzionale della Carta è un argomentazione rilevante che rappresenta una solida base per il “no” del Senato.
Ma i francesi credono nel referendum?
Sembra dunque che la revisione costituzionale sia solamente simbolica. Ma un simbolo, un referendum richiede almeno il sostegno entusiasta da parte dei cittadini. Eppure, la decisione del referendum è stata accolta con cautela dai francesi. Secondo un sondaggio, solo il 35% della popolazione vuole partecipare. Nel dettaglio, il 12% dei francesi dice che è “improbabile” che si rechi a votare e l’8% è “assolutamente certo” che non parteciperà.
L’organizzazione di un tale referendum potrebbe quindi essere un fallimento. Da un lato, solo una lieve maggioranza (53%) ritiene che il referendum contribuirà a rafforzare la tutela dell’ambiente in Francia. Il 62% degli intervistati ritiene che questo referendum sia “una manovra” da parte di Emmanuel Macron. Lo scopo è di ” conquistare l’elettorato ambientalista a poco più di un anno dalle elezioni presidenziali.”
Ambiente & Costituzione: valore simbolico vs. impegno concreto
La proposta farà parte di un progetto di legge sul clima che traduce in legge circa la metà delle 149 proposte della Convenzione. Le misure proposte dalla Convenzione sono davvero concrete e significativeper ridurre le emissioni di gas serra. Includono, ad esempio, la ristrutturazione termica obbligatoria degli edifici, il divieto di pubblicità per i prodotti più inquinanti e l’abolizione di quasi tutti i voli nazionali in aereo. Tuttavia, al di fuori della proposta di riforma costituzionale, non sappiamo quali tra queste saranno adottate. Se queste misure più incisive non venissero approvate, la revisione costituzionale apparirebbe soltanto come un diversivo per distogliere l’attenzione dalla mancata adozione di misure effettive.
Il valore simbolico del referendum non va comunque ignorato. La proposta, infatti, pone più che mai l’ambiente al centrodel dibattito pubblico e politico. Essa erge a valore costituzionale la lotta ai cambiamenti climatici e la protezione della biodiversità, ponendoli al pari dei diritti umani. Questo significa consacrare l’interesse collettivo per la tutela dell’ambiente. Significa cristallizzare diritti e doveri in merito alle questioni ambientali . Tuttavia, un simbolo non può e non deve sostituire l’impegno concreto, in questo caso del governo francese.
Non è certo una novità che nella maggior parte della frutta e la verdura presente sulle nostre tavole siano stati utilizzati pesticidi e fertilizzanti chimici. Questo perché, per la legge italiana ed europea, l’utilizzo di fitofarmaci sui prodotti ortofrutticoli è totalmente legale, anche se entro certi limiti quantitativi e qualitativi. Legambiente, però, nel nuovo report Stop Pesticidi, ha rivelato che molti prodotti superano la soglia massima di residui che garantirebbero la salvaguardia della salute e dell’ambiente.
I dati di Legambiente sui pesticidi
Il rapporto di Legambiente parla chiaro: quasi la metà dei campioni dei prodotti “analizzati contiene residui di pesticidi”. Nella frutta si arriva a oltre il 70%. Al di là dei numeri assoluti, però, il dato più disarmante è quello per cui soltanto l’1,2% del totale dei prodotti analizzati risulta contenere valori che siano considerati fuori legge. il 46,8% di campioni regolari, però, presentano uno o più residui di pesticidi.
Come spiega Legambiente il problema vero è il multiresiduo. La legislazione europea non considera infatti un prodotto irregolare se ogni singolo livello di residuo non supera il limite massimo consentito. Non è considerata invece la totalità di questi additivi, benché sia noto da anni che le interazioni di più e diversi principi attivi tra loro possano provocare effetti maggiori o addirittura sinergici a scapito dell’organismo umano.
Un po’ di chiarezza sui pesticidi
Il termine “pesticidi” è molto ampio e comprende tipi diversi di agenti chimici usati sulle colture. Per esempio ci sono i biocidi, che servono a debellare organismi nocivi e che portano malattie, come insetti, ratti e topi. Questi non rientrano però nell’ambito di competenza dell’EFSA, ovvero l’ente europeo per la sicurezza del cibo. Vi sono poi i prodotti fitosanitari, che servono per tenere in buona salute le colture e impedire loro di essere distrutte da malattie e infestazioni. Questi comprendono erbicidi, fungicidi, insetticidi, acaricidi, fitoregolatori e repellenti. I prodotti fitosanitari, per svolgere la loro funzione, contengono almeno una sostanza attiva. Tali sostanze possono anche consistere in microrganismi e virus, i quali possono così difendere la pianta da altri agenti aggressivi.
I pesticidi vengono utilizzati in agricoltura con l’obiettivo di rendere più efficienti le colture, aumentandone gli standard qualitativi e quantitativi. I prodotti fitosanitari, infatti, liberano facilmente i prodotti agricoli da piante e altri organismi infestanti, rendendo la coltura più adatta a una distribuzione di massa. Come si legge sul report di Legambiente, però, questo metodo non solo non ha contribuito in maniera significativa alla riduzione della fame nel mondo, ma ha avuto effetti negativi sulla salute dell’uomo e degli ecosistemi. Gli additivi chimici infatti contaminano l’aria, le acque, il suolo e, appunto, il nostro stesso cibo. In un’Europa che ha appena sottoscritto il Green New Deal, quindi, è necessario cambiare metodi di coltura e incentivare altre soluzioni che abbiano a cuore sì l’efficienza agricola, ma anche il benessere dell’ambiente.
L’Europa già dal 2009 chiede agli Stati Membri un Piano di Azione Nazionale (PAN) sull’utilizzo sostenibile dei prodotti fitosanitari. Anche grazie a queste rilevazioni è emerso che l’Italia nel 2018 fosse la terza nazione in Europa per consumo di pesticidi, preceduta da Francia e Spagna (leggi qui l’articolo). Legambiente lamenta il fatto che nell’ultimo PAN italiano non siano stati presi in considerazione molti fattori, come il multiresiduo nominato precedentemente. Un altro fattore che dovrebbe comparire nel nuovo PAN sarebbe la distanza dei terreni agricoli dalle abitazioni e dalle scuole in via preventiva, proprio per evitare che gli esseri umani (sopratutto i bambini) entrino in contatto con acqua e terra contaminata.
Infine si dovrebbe integrare il PAN con un monitoraggio dell’ecosistema ruralee degli effetti nocivi sulla biomassa vivente nella zona. Un’azione importante come misura preventiva, ma anche atta a rendere consapevoli i governi dei potenziali danni, indirizzandoli così verso il divieto assoluto di queste sostanze. Senza pesticidi, però, cosa rimarrebbe?
Agricoltura biologica: l’alternativa ai pesticidi
Come suggerisce il report di Legambiente, l’alternativa migliore all’utilizzo di pesticidi è lo sviluppo dell’agricoltura biologica. Un tipo di agricoltura, cioè, che non prevede l’utilizzo di fitofarmaci o fertilizzanti chimici. Piuttosto, si utilizzano metodi naturali (ovvero elementi già presenti nel terreno) per contrastare le erbe e gli organismi infestanti. Un esempio sono le piante “purificanti” come il macerato di ortica.
Non solo, l’agricoltura biologica mette al primo posto la stagionalità e, quindi, le rotazioni colturali. In questo modo è possibile sfruttare la naturale fertilità del terreno nei giusti periodi dell’anno, evitando di dover utilizzare additivi per la crescita di altri prodotti ortofrutticoli. La rotazione stagionale si lega anche a un concetto più ampio, ma altrettanto importante, che caratterizza la coltivazione biologica. Il fatto cioè chel’agricoltura biologica non riguardi solo pratiche agricole sostenibili e rispettose dell’ambiente, ma tende a rivoluzionare l’intero sistema produttivo agricolo, designando la salute e l’equità dei lavoratori come punti fermi della sua politica.
A questo punto, ancora una volta, siamo tenuti a chiamare in causa la coscienza di ogni individuo perché prenda la giusta decisione ogni qualvolta sia chiamato al voto. Non solo, la propria coscienza deve essere determinante anche nella quotidianità. Se una persona sceglie di acquistare i prodotti agricoli da una piccola azienda indipendente e biologica può fare una piccola differenza. Se questa scelta viene effettuata da tutti, la differenza sarà immensa.
Il Mediterraneo, un tempo luogo di incontro fra popoli e culture diverse e fucina di biodiversità, ad oggi si trova a vivere la sua ora più buia. A causa dei cambiamenti climatici e dell’impatto antropico rischiamo di perdere per sempre un ecosistema unico al mondo. Worldrise Onlus, fondata dalla biologa marina Mariasole Bianco, si batte in prima linea per la tutela e salvaguardia del Mediterraneo; recentemente ha lanciato la sua nuova campagna 30×30, con uno scopo ben preciso: proteggere il 30% dei mari Italiani entro il 2030.
Intervista a Mariasole Bianco, presidente di Worldrise Onlus
La campagna 30×30 nasce grazie a Worldrise Onlus, puoi parlarci di quest’ultima?
Worldrise è un’associazione che agisce per la salvaguardia dell’ambiente marino, attraverso progetti creativi di sensibilizzazione che promuovono il cambiamento individuale e la (ri)connessione alla natura. I progetti di Worldrise vengono coordinati e realizzati coinvolgendo le nuove generazioni per favorire conoscenza e formazione dei futuri custodi del patrimonio naturalistico del Mediterraneo.
Mariasole Bianco, la Presidente di Worldrise Onlus Crediti: Worldrise
Worldrise cerca attraverso il suo lavoro di creare conoscenza e consapevolezza circa le meraviglie dell’ambiente marino, le sue problematiche e le soluzioni di cui disponiamo per cambiare rotta. In questo contesto abbiamo da poco lanciato la campagna Italiana 30X30, un percorso nazionale di respiro internazionale; il cui obiettivo è proteggere il 30% dei mari Italiani entro il 2030.
La campagna nasce per diffondere l’importanza e i benefici della protezione degli ecosistemi marini del Mediterraneo, coinvolgendo diversi settori della società, uniti dalla visione comune di un mare italiano produttivo e resiliente, in cui la tutela della biodiversità diventi volano di sviluppo economico e sociale.
Le AMP (aree marine protette)
Perché è necessario istituire delle AMP (aree marine protette) in almeno il 30% dei mari italiani entro il 2030?
Il Mediterraneo è un mare ricco di biodiversità ma secondo la FAO è anche uno dei mari più sovra sfruttati al mondo; le aree marine protette sono il miglior strumento che abbiamo a disposizione per invertire la rotta. In queste aree la biodiversità viene tutelata e salvaguardata in un’ottica di sviluppo sostenibile, in modo che le bellezze del mare e le sue risorse siano fruibili anche per le generazioni future.
Crediti: Worldrise
Al momento stiamo usando il mare come fosse un conto corrente da cui preleviamo in continuazione senza mai versare un centesimo. Le Aree Marine Protette (AMP) sono dei libretti di risparmio, delle polizze assicurative. Un investimento in grado di produrre non solo benefici ecologici ma anche favorire lo sviluppo sociale ed economico.
Nonostante ciò, ne esistono ancora troppo poche: per questo la campagna 30×30 Italia si propone di sollecitare l’istituzione di più spazi dedicati alla protezione del mare.
30×30 Italia, la nuova campagna di Worldrise
30 è il numero “simbolo” della campagna, ci parli dei 30 obbiettivi?
La protezione del 30% dei nostri mari entro il 2030 è un traguardo che si inserisce in un contesto internazionale molto più ampio e che fa riferimento a una “resolution” approvata durante il Congresso Mondiale della conservazione dell’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN) del 2016.
Questa identifica come necessaria la protezione di almeno il 30% dell’Oceano entro il 2030 per garantirne la funzionalità e produttività, ai nuovi target Post-2020 del Global Biodiversity Framework e all’impegno adottato dalla Unione Europea all’interno della “EU biodiversity strategy for 2030 – Bringing nature back into our lives” e recentemente approvato dal Consiglio Europeo.
Obiettivo della campagna: proteggere il 30% dei mari Italiani entro il 2030. Crediti: Worldrise
Naturalmente il perseguimento di questo ambizioso traguardo finale per il 2030 sarà scandito nel corso degli anni da una serie di obiettivi intermedi, che verranno fissati di anno in anno a seconda del perseguimento degli obiettivi dell’anno precedente. Al momento abbiamo fissato gli obiettivi legati al 2021, indicati sul sito www.30×30.it, legati alla ricerca, alla sensibilizzazione e naturalmente all’azione.
Sul sito www.30×30.it alla sezione “Obiettivi”sarà possibile, per chi desiderasse dare una mano, indicare le priorità relative agli obiettivi futuri e suggerirne dei nuovi da inserire, motivandone l’importanza.E’ una campagna inclusiva che oltre a necessitare del sostegno di tutti desidera anche coinvolgere in maniera attiva tutte le parti in gioco, che siano esse individui, associazioni o enti.
C’è speranza per il Mediterraneo?
Sappiamo che il Mediterraneo è considerato uno dei mari più vulnerabili al riscaldamento globale ed uno dei più sfruttati al mondo.Cosa accadrebbe se si raggiungesse il “tipping point” (punto di non ritorno)?
Il Mediterraneo è un mare di straordinaria ricchezza biologica, abitato da oltre .17.000 specie; caratterizzato da una biodiversità che rappresenta, a seconda di come la si calcoli, dal 4% al 25% della varietà di specie marine globali, circa dieci volte superiore alla media mondiale.
Eppure il “Mare Nostrum” sta cambiando in maniera drastica: secondo la FAO, è il mare più’ sovra sfruttato al mondo, con più del 90% degli stock pescati sopra il livello di sostenibilità, la temperatura superficiale delle sue acque ha raggiunto recentemente il massimo storico di 31°C ed in alcune aree la concentrazione di microplastiche si avvicina ai 10kg per km2.
Le conseguenze se supereremo il “tipping point” saranno sicuramente drastiche; si concretizzeranno con una drammatica perdita di biodiversità che avrà pesanti conseguenze economiche e sociali.
Diventare protagonisti è possibile
Se volessimo prendere parte al cambiamento, come dovremmo fare?
Per prendere parte alla campagna esiste la sezione “Partecipa” sul sito www.30×30.it, dove’è possibile mettere a disposizione il proprio sostegno ed eventualmente le proprie competenze. Le iniziative a cui prendere parte in maniera attiva saranno comunicate man mano nel tempo tramite lo strumento della newsletter, a cui è possibile iscriversi nella sezione “Unisciti a noi” del sito. Chi ne avesse la possibilità potrà donare ed eventualmente aiutarci a divulgare questa importante iniziativa.
Possiamo ancora cambiare rotta ma ci rimane pochissimo tempo per farlo. Sappiamo come vincere la partita, abbiamo le soluzioni dobbiamo però agire immediatamente e creare consapevolezza con ogni mezzo.
Di fronte a inquinamento, cambiamenti climatici, pesca eccessiva, perdita di biodiversità e altri problemi scoraggianti, l’iniziativa singola può sembrare una goccia nell’oceano. Ma ogni goccia conta. Ognuno ha la possibilità di essere un grande agente di cambiamento, attraverso l’arte , la ricerca, l’imprenditoria e l’attivismo; attraverso le azioni che ogni giorno possiamo intraprendere per essere dei cittadini e dei consumatori responsabili.
Nessuno deve rimanere indietro, perché le decisioni che prenderemo nei prossimi anni condizioneranno il futuro del nostro pianeta per i secoli a venire.
Pianeta Oceano: il nuovo libro di Mariasole Bianco
Mariasole Bianco, giovane e intraprendente biologa marina, ci mostra in questo volume tutta la bellezza e la fragilità del mare. Con grande competenza e passione, presenta le storie di coloro ogni giorno si battono per la salute degli oceani, e ci ricorda come il futuro del pianeta dipenda da essi.
Crediti: Mariasole Bianco
Potrete trovare ed acquistare il nuovo libro di Mariasole Bianco nella nostra sezione dedicata ai “Libri sull’ambiente”.
Ascolta il podcast di introduzione all’articolo di oggi!
Un noto modo di dire recita che l’acqua è oro. Ora non si tratta più soltanto di un proverbio, in quanto l’acqua è stata effettivamente quotata in borsa. Sarà dunque d’ora in avanti consentito, perfettamente lecito, speculare anche su un bene di tale importanza. Il capitalismo della grande finanza ci è finalmente riuscito, ha abbattuto anche l’ultimo tabù.
La situazione
Ne avevamo avuto una anticipazione in settembre, quando si era cominciato a parlare di una possibile quotazione a Wall Street per l’acqua. Ora quelle previsioni sono tristemente divenute realtà. Come riferisce CME Group, uno dei principali marketplace derivativi mondiali, è stato creato, internamente all’indice NASDAQ, un mercato dedicato all’acqua. Il nome che gli è stato dato è NASDAQ Veles California Water Index e i suoi fautori ne parlano come del futuro dell’acqua. La realtà appare un pò diversa e l’unico futuro positivo sembra essere quello dei soliti speculatori.
Ricorderete che in Italia votammo, qualche anno fa, un referendum apposito per decidere se mantenere l’acqua come bene pubblico. Il risultato fu piuttosto chiaro, con la netta maggioranza degli elettori che si schierarono con questa posizione. Evidentemente, nel mondo questa idea non è poi così diffusa. Della notizia della quotazione in borsa dell’acqua si è parlato davvero poco, con i giornali ben più presi a raccontarci che cosa potremmo fare o non fare a Natale e Capodanno, quali saranno i piani vaccinali nel mondo e se Matteo Renzi farà davvero cadere il governo Conte. Eppure la questione dell’acqua è ben più importante.
Chi gioca in borsa non ha interesse nel bene comune. Tutt’altro, quanto più una merce diventa rara tanto più acquisisce valore, dunque può farmi guadagnare, e pure tanto. Poco importa se il mio investimento darà origine a un domino di guerra, povertà e morte; il mondo in cui viviamo è spaccato, diviso da una forbice amplissima, in continuo aumento. Da una parte i ricchi, enormemente abbienti, persino troppo; dall’altra i poveri, persone che non hanno letteralmente di che mangiare; in mezzo una classe media che si assottiglia sempre di più.
L’acqua potabile inizia a scarseggiare. Ne abbiamo già scritto altre volte. Recenti studi hanno dimostrato che ghiacciai e montagne, duramente provati dalla crisi climatica, non riescono più a stoccare e immagazzinare H2O. Le stime per il prossimo future parlano di una possibile ecatombe. In qualche lustro ci ritroveremo impantanati in una crisi idrica planetaria che causerà la morte, per sete, di un numero di persone che potrebbe anche arrivare a due miliardi. Si tratta di un disastro annunciato. Proprio per questo, la grande finanza ha pensato che, tra poco tempo, il prezzo della risorsa comincerà ad oscillare. Perché allora non rendere l’acqua oggetto di investimenti e speculazioni? Perché non arricchirsi sul dramma cui stiamo andando incontro?
Già oggi lo sfruttamento idrico da parte dell’uomo è eccessivo, spesso fuori controllo. Industria e settore primario stanno depauperando sempre più le risorse acquifere del nostro pianeta. L’acqua sembra largamente disponibile, visto che la Terra si compone principalmente di essa, eppure la stragrande maggioranza di essa non è potabile.
La quotazione dell’acqua
La settimana scorsa, l’8 dicembre, il Veles California Water Index quotava l’acqua a 486,53 dollari per piede acro. Questa misura, abbastanza desueta in Europa, è piuttosto diffusa negli Stati Uniti. Un piede acro equivale a 1233 metri cubi. Secondo gli esperti di CME, il fatto che l’acqua sia entrata in borsa è un bene, poiché questa manovra sarà in grado di consentire una migliore gestione del rischio futuro legato ad essa.
Si legge sul sito del marketplace: “Due terzi della popolazione mondiale affronteranno la scarsità d’acqua entro il 2025. Tale crisi rappresenterà un rischio crescente per imprese e comunità in tutto il mondo. In particolare il mercato dell’acqua della California, che vale oltre 1 miliardo di dollari, ne soffrirà in maniera decisa. Grazie ad una forte partnership con il NASDAQ, nonché sulla nostra comprovata esperienza di 175 anni nell’aiuto all’utente finale per la gestione del rischio nel mercato delle materie prime essenziali, abbiamo stipulato un nuovo contratto idrico.” Così descrive l’IndexTim McCourt, responsabile di questo indice azionario e di prodotti d’investimento alternativo per CME.
Il solo utilizzo del termine utente finale parlando di acqua è raccapricciante. Senza alcun buon senso, queste persone parlano di una risorsa fondamentale alla vita come se si trattasse di uno stock di partecipazioni in questa o quell’altra società per azioni. I dati da cui ha mosso il gruppo parlano chiaro. In California ci sono nove milioni di acri di terreno coltivato e il 40% dell’acqua consumata nel maggiore Stato americano è destinato all’irrigazione di queste terre. Ricordiamo che un acro – altro valore in uso nel mondo anglosassone, ove è prassi impiegare misurazioni originali, per così dire – corrisponde a 4046,87 metri quadrati. A detta di CME, l’indice consentirebbe ad ogni produttore di pianificare in anticipo. Prevedendo la modifica del costo base dell’acqua di cui necessita per irrigare, egli potrebbe progettare le sue spese su larga e larghissima scala per il prossimo futuro.
In questo esaustivo contributo video, i dettagli sull’entrata dell’acqua in borsa. Non tutte le opinioni dell’autore corrispondono a quelle de L’EcoPost ma la spiegazione della vicenda è utile a tutti.
Il lancio del primo future acqua
I future dell’acqua, essendo entrati a Wall Street, saranno ora regolati secondo le vigenti norme finanziarie. I contratti acquistati saranno trimestrali, fino al 2022. Ognuno di essi si riferirà a 10 piedi acri di oro blu. È forse necessario, prima di continuare oltre, precisare che cosa si intenda con il termine future. Si tratta di un contratto derivativo, negoziato su un mercato regolamentato. Acquirente e venditore si scambiano una determinata quantità di una specifica attività – reale o finanziaria – a un prezzo prefissato. La liquidazione di questa quantità è riferita ad una data prossima, futura, da qui il termine.
Il future idrico è unico nel suo genere. L’indice fissa un prezzo di riferimento, settimanale. sui diritti legati all’acqua in California. Il prezzo è spot, come si dice in gergo, ovvero corrispondente ad una consegna immediata, al momento stesso della stipula e firma del contratto di compravendita. Può sembrare un’inutile puntualizzazione ma i prezzi in borsa oscillano continuamente e possono variare anche in poche ore. Il costo viene calcolato sulla media ponderata del valore dell’acqua in base alle transazioni nei cinque maggiori mercati californiani.
L’acqua debutta a Wall Street come prima di lei hanno fatto oro, petrolio e altre materie prime. Agricoltori, enti municipali e naturalmente anche fondi speculativi sono ora in grado di scommettere sulla futura disponibilità di acqua nello Stato californiano. Il caldo distretto è il principale mercato agricolo USA e rappresenta, da solo, la quinta economia mondiale. Dal momento che l’acqua è ora una merce, qualcuno potrebbe pensare di inquinarla e sporcarla per renderla più costosa, magari dopo essersene assicurato una buona quantità sul mercato. In fin dei conti, queste sono spesso le regole del gioco speculativo: compra a poco, rendi la merce più desiderabile e poi rivendila a tanto. Just win, baby.
Cosa attendersi ora?
Non è un caso se il momento in cui l’acqua californiana entra in borsa sia proprio questo. Lo Stato con l’orso grigio sulla bandiera – simbolo di forza – è stato devastato dagli incendi divampati al termine della scorsa estate sull’intera costa occidentale. Inoltre, la California sta uscendo da una siccità lunga ben otto anni. Stravolgimenti ambientali, anche di grande impatto, sono ormai all’ordine del giorno come ben sa chi ci legge con frequenza e numerosi di essi hanno a che fare con la mancanza idrica (siccità, carestie e desertificazione). Si deve probabilmente soprattutto a questo antefatto la creazione dei contratti sull’acqua depositati a Wall Street. Il momento era ghiotto per ideare coperture del genere e venderle sia a coltivatori e, per esempio, aziende elettriche – grandi consumatori di acqua – sia per segnalare a tutti gli investitori del mondo la scarsità della risorsa. È lecito chiedersi se non ci fosse altro modo.
“Probabilmente il cambiamento climatico, la siccità, la crescita della popolazione e l’inquinamento renderanno la questione della scarsità d’acqua e dei suoi prezzi un tema caldo negli anni a venire. Terremo sicuramente d’occhio gli sviluppi di questo nuovo contratto future sull’acqua.” Nel pensiero di Deane Dray, amministratore delegato e analista per RBC Capital Markets – importante banca d’investimento canadese, impegnata sul mercato bancario e finanziario – c’è la sintesi dell’approccio del mondo dei capitali a questa mercificazione dell’acqua. Al mondo della finanza importa ben poco del contesto ambientale circostante, il focus degli addetti ai lavori è soltanto sul rollover.
Sciolte le ultime resistenze da parte di Bulgaria e Polonia, l’Italia è riuscita ad assicurarsi gli oltre 200 miliardi che l’Unione Europea verserà nelle nostre casse grazie al piano “Next Generation EU”, da noi conosciuto come “Recovery Plan”. Un’ottima notizia per il nostro paese, che nasconde comunque delle insidie. Specialmente se si guarda ai possibili risvolti ambientali. Se infatti da un lato un corretto impiego di queste risorse potrebbe dare inizio ad una storica svolta ambientalista in grado di pervadere ogni ambito della società, dall’altro, se questi soldi finissero nei progetti sbagliati, gli obiettivi dei tagli delle emissioni previsti dall’Accordo di Parigi e dal Green New Deal Europeo diventerebbero poco più di un miraggio per l’Italia.
La bozza del Consiglio dei Ministri sull’impiego del Recovery Plan
Uno degli ultimi scalini per ottenere i fondi è la presentazione di un piano dettagliato, inviato da Palazzo Chigi alla Commissione Europea, in cui si esplica in che modo si vorranno utilizzare questi soldi. Secondo quanto trapelato dal Consiglio dei Ministri dello scorso 7 dicembre, il Sole 24 ore ha riassunto quella che sarebbe una bozza del documento da spedire a Bruxelles.
Ben 123 miliardi di euro, ovvero poco più del 60% del totale, sarebbero destinati alla transizione verde e digitale. Di questa somma circa 74,3 miliardi dovrebbero essere investiti nella transizione ecologica ed energetica del Paese. In più ci sono circa 27,7 miliardi che dovrebbero essere impiegati per rendere più sostenibile il settore della mobilità, e non solo.
40,1 miliardi saranno destinati all’efficienza energetica e riqualificazione degli edifici, e dunque anche alla proroga del superbonus al 110%; 18,5 miliardi per la transizione energetica e la mobilità locale sostenibile, 9,4 miliardi per la tutela e la valorizzazione del territorio e della risorsa idrica e 6,3 per impresa verde e l’economia circolare, 9,1 per la ricerca all’impresa. Nella bozza sono inoltre previsti iter rapidi per nuovi progetti greenfield rinnovabili e investimenti per la produzione di idrogeno in siti brownfield e da elettrolisi, e progetti di ricerca e sviluppo per le applicazioni di idrogeno a usi finali. Tra le proposte, infine, c’è anche un riordino delle spese fiscali e della tassazione ambientale.
Una notizia “troppo buona per essere vera”, direbbero alcuni. E infatti, il rischio che possa andare tutto storto c’è. Ecco perché.
L’ombra di Eni e delle altre grandi compagnie
Che Eni, una delle più grandi multinazionali del petrolio, sia una società con un’ampia partecipazione dello Stato è ormai cosa nota. Così come lo è la consapevolezza che, fino ad oggi, è stata proprio l’azienda milanese a decidere la politica energetica di un Paese dove sole e vento non mancano di certo.
Ed ecco che il nostro governo, come denunciato a più riprese da Fridays For Future Italia con la creazione della campagna Non Fossilizziamoci, sta pensando di creare una task force che possa gestire “al meglio” i soldi del Recovery Fund. Secondo le prime indiscrezioni sembrerebbe che a farne parte saranno Claudio Descalzi, Francesco Starace, Marco Alverà, Gianfranco Battisti, Alessandro Profumo e Fabrizio Palermo, rispettivamente Amministratori Delegati di Eni, Enel, Snam, Ferrovie dello Stato, Leonardo-Finmeccanica e Cassa Deposito e Prestiti.
Cos’hanno in comune tutte queste compagnie? Sono a partecipazione statale. Un evidente conflitto di interessi che rischia di mettere in pericolo il corretto impiego di queste risorse facendole finire nelle tasche sbagliate. Alcuni di queste aziende sono infatti tra le principali responsabili della crisi climatica, Eni su tutte, ed affidarsi a loro per una ripartenza green del paese è a dir poco da ingenui, per non dire di peggio. Ed ecco che la montagna di soldi provenienti dal piano europeo di ripresa dalla pandemia, denominato “Next Generation EU” e caratterizzato dalla necessità di costruire un futuro vivibile per le future generazioni, rischia di diventare l’ennesimo flop per un Paese che, se continuerà a dare ascolto a chi ci ha trascinato in questa situazione, rischierà seriamente di restare indietro in modo irrimediabile.
Qualsiasi azienda che abbia anche un minimo interesse nel perseguire una folle politica energetica basata sui combustibili fossili, non può far parte del Comitato che decide come verranno impiegati i soldi destinati alle “future generazioni”.
CCS o carbon capture storage: l’ultima trovata mangiasoldi di Eni
Questa sigla, tanto accattivante quanto fuorviante, potrebbe costituire la pietra tombale dei buoni propositi ambientalisti. Grazie ad un’astuta strategia comunicativa, queste aziende stanno tentando di trovare una soluzione tecnologica che possa tirarci fuori dai guai. Guarda a caso, in questo modo, le grandi multinazionali potrebbero continuare ad inquinare come sempre hanno fatto – basti pensare agli ingenti investimenti nel settore del gas fossile e dell’idrogeno “verde”, che ancora così verde non è – invece di lavorare per abbattere le proprie emissioni, ponendo fine ad ogni speranza residua.
Le possibilità che sarà questa tecnologia a salvarci, secondo gli esperti, sono molto vicine allo zero, principalmente perché siamo ancora lontani dall’avere progressi che potrebbero essere decisivi ed il tempo per salvare il pianeta sta scadendo. E questo lo sanno anche i grandi manager del settore fossile. Far rientrare il Carbon Capture Storage, all’interno delle buone pratiche green sarebbe l’errore più grande che possiamo commettere. Da un lato andremmo infatti a togliere soldi che potrebbero essere utili alla vera conversione ecologica del paese, dall’altro rischiamo seriamente di andare contro le direttive europee e, quindi, vederci revocato il trattamento di favore ricevuto con l’assegnazione di questi fondi.
Ad oggi, lo ribadiamo, l’unica soluzione credibile per limitare i danni del riscaldamento globale è un calo verticale delle emissioni, perseguibile solo attraverso la conversione ecologica dei vari settori economici.Ogni altro tipo di intervento è assolutamente inutile, se non dannoso. Non possiamo più fidarci di chi ci ha trascinato consapevolmente in questa situazione tragica senza mostrare un briciolo di rimorso e, soprattutto, dobbiamo smetterla di rifocillare le loro casse con soldi che non si meritano e di cui, con ogni probabilità, non hanno neanche troppo bisogno.
L’ultima spiaggia?
Il nostro Paese ha delle enormi potenzialità non sfruttate, soprattutto in termini di fonti di energia pulita. Se solo questa enorme quantità di denaro finisse nelle mani giuste, non ci vorrebbe molto per avviare un circolo virtuoso destinato a soppiantare nell’arco di pochissimo tempo il sistema energetico attuale. Un cambiamento che porterebbe più soldi allo Stato, che non dovrebbe più andare a comprare la materia energetica dall’estero, e al cittadino. Una situazione da cui trarrebbe vantaggio chiunque, tranne, per l’appunto, le aziende operanti nel settore fossile che, in mancanza delle sovvenzioni statali, non riuscirebbero a reggere la concorrenza di un settore sempre più competitivo ed innovativo, oltre che molto più democratico, come quelle delle energie rinnovabili.
Lasciare che siano i “soliti noti” a gestire quella che assomiglia sempre di più all’ultima occasione che ha il nostro paese per salire sul treno delle conversione ecologica, potrebbe farcelo perdere una volta per tutte. Con buona pace della “Next Generation”.
Il Vaticano, ancora una volta, si è mostrato aperto alle questioni ambientali. E, ancora una volta, è stato Papa Francesco a fissare l’obiettivo di emissioni zero entro il 2050 della Città del Vaticano. Ha poi esortato tutte le nazioni a promulgare l’educazione ambientale integrale. Egli, sin dall’inizio dell’incarico, ha considerato la crisi climatica un problema etico e sociale, che quindi dovrebbe essere affrontato anche dalla Chiesa, la quale millanta da anni i suoi valori di carità e giustizia.
Un problema che però alcuni rappresentanti della Chiesa Cattolica, unitamente ai politici e, di conseguenza, anche gran parte della popolazione, considerano solo una fissazione di giovani esaltati dall’ormai passato mondo hippie. Per molte persone questa realtà era ed è caratterizzata soltanto da fiori tra i capelli, droghe e promiscuità sessuale. Ma, come anche negli anni ’60, non si tratta solo di questo. Le rivoluzioni del ’68, dopo le quali l’ambientalismosi è diffuso in tutto il mondo, hanno rappresentato una grande ribellione di massa contro un sistema basato su consumismo ed eccessiva moralità. Questa era infatti spesso fittizia, ma utile a coprire le sporcizie della società. Oggi, alla permanenza di queste distorsioni sociali dure a morire, si è aggiunta la concretezza dei cambiamenti climatici e le sue terribili conseguenze alle quali sono condannati molti esseri viventi, umani compresi.
L’attuale pandemia e il cambiamento climatico, che non hanno solo rilevanza ambientale, ma anche etica, sociale, economica e politica, incidono sopratutto sulla vita dei più poveri e fragili. Faccio appello alla nostra responsabilità di promuovere con un impegno collettivo e solidale una cultura della cura che metta al centro la dignità umana e il bene comune. Oltre ad adottare alcune misure che non possono più essere rimandate, è necessaria una strategia che riduca le emissioni nette a zero.
La Santa Sede si associa a questo obiettivo muovendosi su due piani. In primo luogo lo Stato della Città del Vaticano si impegna a ridurre a zero le emissioni nette entro il 2050. Secondo, la Santa Sede è impegnata a promuovere un’educazione all’ecologia integrale. Le misure politiche e tecniche devono essere combinate con un processo educativo che favorisca un modello culturale di sviluppo e sostenibilità centrato sulla fraternità e l’alleanza tra l’essere umano e l’ambiente.
Il viavai di camion era continuo. Tonnellate di materiali venivano spostati da un luogo all’altro, stoccati in capannoni abbandonati e, poi, dati alle fiamme. Spazzatura non ben identificata bruciava e diventava fumo tossico, che si propagava nell’aria. Questa non è l’inizio di una nuova serie fantascientifica sulla fine del mondo, ma la descrizione di uno dei reati contro l’ambiente più diffusi nel nostro Paese: il traffico illecito di rifiuti. E non è il solo tipo di azione che inquina irrimediabilmente il nostro territorio. Ogni ora, infatti, si commettono quattro ecoreati. Così, per riassumere i dati riguardanti i delitti contro il patrimonio, le infrazioni e gli arresti a essi correlati, Legambiente ha redatto il rapporto “Ecomafia 2020”. Ma non è, solo, questione di numeri. Parlare di ecomafia significa vigilare sulla nostra salute, sulla qualità dei prodotti che mettiamo sulla tavola, sul futuro che stiamo sognando e che associazioni criminali vogliono rubarci, per uno sporco profitto immediato.
In realtà, se ci pensiamo bene, perdiamo tutti. Perde chi si impegna ogni giorno per fare le cose in regola, chi ha deciso di sforzarsi quotidianamente con la raccolta differenziata, chi desidera proteggere il fiume o il mare vicino a casa. Perde anche chi inquina, perché respira aria malata, si nutre di prodotti avvelenati, si veste con maglioni e pantaloni contaminati. Così, conoscere i numeri, anche se spaventosi, può aiutare a capire quanto questi crimini siano radicati e diffusi. Si propagano silenziosi e, di solito, ce ne si accorge troppo tardi, quando, ormai, il danno è irreparabile. Ma la professionalità delle forze dell’ordine e l’attenzione di tutti i cittadini possono fare la differenza. Per farla, però, serve conoscere la situazione in cui ci troviamo, il punto di partenza, per comprendere dove ricostruire e come ripristinare.
Bisognerebbe, quindi, munirsi di pazienza, stilare un elenco di tutte le infrazioni commesse nel nostro Paese, in ognuna delle venti regioni, nessuna esclusa. Il primo grande errore che potremmo commettere, infatti, è quello di pensare di essere esentati dalla criminalità. Per lungo tempo, abbiamo catalogato le mafie come fenomeni radicati solamente in alcuni territori. Ed è proprio nel silenzio, che la malavita fa gli affari migliori. A ben vedere, un’analisi così estesa sembra un’impresa. Fortunatamente, ci viene in aiuto Legambiente. Nel rapporto presentato qualche giorno fa, ha divulgato le sue ricerche. Ha chiesto a esperti del settore, ha lavorato a stretto contatto con il Ministero dell’Ambiente, ha fatto sì che l’impegno si trasformasse in azione e l’azione in cambiamento. Le cifre contenute nel documento sono allarmanti, ma il numero in forte crescita di quasi tutti gli indicatori presi in considerazione è la dimostrazione che qualcosa si sta muovendo.
È giunto il momento di condividere alcuni dei risultati emersi. Innanzitutto, è utile separare da subito le cinque macroaree prese in considerazione: il ciclo del cemento, quello dei rifiuti, i reati contro gli animali, gli incendi e l’archeomafia, ossia il traffico illecito di opere d’arte e reperti, messi in atto da organizzazioni criminali. L’ordine in cui sono state citate compone la classifica negativa. Con 11484 reati e più di 10500 denunce, il settore del cemento detiene un triste primato nel 2019, con un incremento considerevole dei sequestri – + 30,2%- rispetto all’anno precedente. 198 arresti hanno riguardato il commercio dei rifiuti, con un aumento del 112,9%, in relazione ai dodici mesi precedenti. Anche i reati contro gli animali continuano a crescere con un’impennata degli arresti e di sequestri. Numeri elevati arrivano anche dagli ultimi due ambiti, con un +95% degli incendi e addirittura più di 900mila oggetti recuperati dalle forze dell’ordine.
Indovina chi viene a cena?
Insomma, a vedere queste cifre, sembra che tutti gli sforzi siano vani. In realtà, vanno intese in un’ottica diversa, perché sono la dimostrazione che la normativa sta funzionando e stanno emergendo molte contravvenzioni, finora sommerse. Questo ragionamento dovrebbe metterci in guardia e renderci più vigili. Proviamo a fare un altro esempio. Il Natale si sta avvicinando e, anche se quest’anno sarà di diversa entità, comunque vorremo festeggiare. Desideriamo mettere in tavola pietanze gustose. Ma cosa accadrebbe se, invece, quei piatti contenessero cibo coltivato in terre inquinate, alimenti provenienti da quella filiera illecita dell’agroalimentare che si insinua nel mercato legale e lo sporca, danneggiando tutti? I consumatori hanno la forza di migliorare le regole di mercato, scegliendo prodotti controllati e certificati, combattendo le mafie in tutti i settori.
Una slide della presentazione di LegambienteOnlus riguardante la corruzione e l’ecomafia.
Sono piccoli gesti quotidiani, scelte oculate. Proviamo a chiudere gli occhi e immaginarci in un futuro non troppo lontano. L’immagine che potrebbe materializzarsi davanti a noi molto probabilmente sarebbe costellata di elementi positivi: spazi condivisi, un lavoro che ci appassiona, una salute forte. Il grave problema è che, se continuiamo a guardare altrove e a sottovalutare l’impatto dell’ecomafia, rischiamo di essere scaraventati in un ambiente che avrà le sembianze dell’inizio di una serie fantascientifica sulla fine del mondo.
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