Comunità rurali: avanguardie della lotta all’emergenza ambientale

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Fin dai tempi dell’antica Grecia, la letteratura narrativa e saggistica si sofferma sulla contrapposizione tra comunità urbane e comunità rurali. Indimenticabile è la favola di Esopo del topo di campagna e del topo di città, che non rappresentano soltanto luoghi geografici, ma veri e propri sistemi valoriali. Dopo secoli di sviluppo delle città, vien da chiedersi se l’urbanesimo abbia avuto la meglio.

Da schema di analisi dei mutamenti storici che era, la marcia inesorabile della modernizzazione si è trasformata in un mito dell’uomo artefice del proprio destino, che ha eretto monumenti alla velocità dei moderni mezzi di trasporto e all’efficienza delle macchine. Rinchiusi in una bolla mediatica che rappresenta il mondo globalizzato in maniera parziale e deformante, i cittadini-consumatori rischiano di perdere la consapevolezza del filo sottile delle filiere alimentari che legano aree urbane e aree rurali. Con la differenza che solitamente le comunità rurali sono ben più informate dei “cugini di città” sullo stato di salute degli ecosistemi terrestri e acquatici e sulle malattie che li affliggono.

comunità rurali

Una resistenza silenziosa alle periferie del globo

A dirla tutta, essendo in prima linea nella lotta all’emergenza ambientale, le comunità rurali svolgono un ruolo nel monitoraggio e nella mitigazione degli effetti del cambiamento climatico che non è solo positivo, ma indispensabile. È osservando il sistema-mondo dalle “periferie” dei Paesi sviluppati e in via di sviluppo che piccoli agricoltori, allevatori e pescatori si accorgono di minime variazioni del clima, della perdita di produttività del suolo, dell’erosione del terreno e della scomparsa di aree di foresta e, conseguentemente, di biodiversità. Un quadro abbastanza esaustivo delle questioni cui devono far fronte e delle strategie escogitate da queste sentinelle di vitale importanza si può trarre dal rapporto della FAO, intitolato “Lo stato della sicurezza alimentare e dell’alimentazione nel mondo” del 2018.

Negli ultimi anni, e più in particolare tra il 2011 e il 2016, sono stati rilevati livelli di piovosità al di sotto della norma in aree geografiche – in Africa, America Centrale e Meridionale, Asia Sud- orientale, Filippine e Papua-Nuova Guinea – con grandi appezzamenti adibiti a coltura. Eppure, nelle aree maggiormente esposte alle ripercussioni del fenomeno anomalo di El-Niño tra 2015 e 2016, specialmente in Asia, piogge al di sopra della norma hanno costretto milioni di famiglie di agricoltori, allevatori e contadini-allevatori a fronteggiare danni ai raccolti, erosione del suolo e inondazioni.

Ma il continente africano resta uno dei principali terreni di lotta al cambiamento climatico. Nelle pianure di Afram, in Ghana, i contadini hanno notato dei ritardi dell’inizio della stagione delle piogge, insolite ondate di calore e piogge torrenziali che provocano perdite di raccolto e bassa produttività, cosicché scarseggiano anche i prodotti alimentari destinati al consumo famigliare. Variazioni significative delle stagioni delle piogge e periodi di crescita dei raccolti più brevi sono stati segnalati anche dalle comunità rurali della savana nigeriana e della regione del Kagera nel Nord della Tanzania.

A livello aggregato, non tutti gli effetti dei mutamenti climatici sulle attività del settore primario sono immediatamente apprezzabili. Eventi estremi e cambiamenti minimi potrebbero non incidere sulla sicurezza alimentare di un Paese e, parallelamente, ridurre allo stremo le comunità rurali di zone più limitate. È il caso dell’Etiopia, in cui negli ultimi decenni, mentre aumentavano i livelli di produzione agricola, sono stati registrati scenari più localizzati di siccità associata a insicurezza alimentare e malnutrizione. D’altronde, le ondate di siccità colpiscono spesso aree limitate, per quanto le conseguenze non siano rilevabili nelle indagini condotte a livello macroeconomico.

Allo stesso modo, in Cina, dove la popolazione rurale costituisce storicamente una colonna portante della nazione, è stato osservato che i danni causati dalle precipitazioni più intense verificatesi tra il 1980 e il 2008 nelle province periferiche non si sono tradotti in una riduzione vistosa dei raccolti a livello nazionale. Resta che coloro che subiscono le conseguenze più gravi dello shock climatico e degli eventi estremi sono, secondo il rapporto già citato, i due miliardi e mezzo di piccoli agricoltori, allevatori e pescatori che abitano le “periferie” del globo. Alle conseguenze specificate in precedenza si somma la proliferazione di batteri, parassiti e insetti, particolarmente sensibili ai cambiamenti di temperatura e umidità e dannosi per colture e allevamenti, di cui l’invasione di locuste che ha attraversato nel 2020 India, Medio Oriente e Africa orientale è un esempio lampante.

Strategie di mitigazione in chiave “glocal”

Grazie all’attenzione rivolta da istituzioni internazionali e associazioni ai rischi in cui le comunità rurali incorrono a causa del cambiamento climatico, sono stati concepiti dispositivi preventivi e assicurativi un tempo impensabili. Programmi come WFP-Oxfam’s Rural Resilience Initiative e Productive Safety Net Programme riducono il peso economico sostenuto da singoli individui e nuclei famigliari per contrastare lo shock climatico. Certo è che, per quanto le comunità possano organizzarsi in maniera autonoma per adottare le misure necessarie ad attenuare i danni provocati alle economie locali, non può mancare la collaborazione della società civile con le agenzie governative per interventi più consistenti.

Tuttavia, desta interesse la varietà di strategie affinate negli anni dalle sentinelle delle aree rurali. Spinte dal senso di appartenenza agli stili di vita tradizionali, alla cultura locale e al corpo sociale della comunità, esse attuano piani di diversificazione delle sementi e di riforestazione nei pressi dei bacini idrici naturali o artificiali, affinché l’erosione del suolo rallenti e la temperatura dell’acqua diminuisca e sia più adatta all’irrigazione. Investendo risorse nella riforestazione (un esempio lodevole è la cooperazione avviata tra contadini e associazioni cattoliche sull’isola di Mindanao, nelle Filippine), che allevia per altro l’impatto delle ondate di calore sulle coltivazioni, e nel miglioramento dei sistemi di irrigazione, le comunità si battono per non esser indotte a migrazioni forzate.

Se si considera che 17 milioni e mezzo di persone sono state forzate ad abbandonare i propri territori per via di disastri climatici nel 2014, è facile capire l’urgenza di tutelare le piccole comunità periferiche.

La prospettiva dello sviluppo umano integrale

Sarebbe utilitaristico e scarno un discorso che fosse incentrato sulle statistiche, sul ruolo di mitigazione svolto da piccoli agricoltori, allevatori e pescatori e che tralasci, però, la ricchezza culturale conservata e tramandata dalle comunità rurali. Una sapienza millenaria viene custodita e trasmessa di generazione in generazione su usi e costumi, mitologie e lingue antiche. Inizialmente, si parlava di contrapposizione tra sistemi valoriali urbani e rurali.

Ebbene, il cittadino-consumatore è esposto agli stimoli di una cultura consumistica, o dello scarto, come la definisce Papa Francesco, che può tradursi in un desiderio di accumulazione patologica, nonché nel tentativo vano di alimentare un bisogno materiale di felicità. Nell’ascoltare le parole degli agricoltori-allevatori raccolte da Yann-Arthus Bertrand nel suo documentario “Human” e, successivamente, in “Humans and the Land”, si riscoprono valori di sobrietà e semplicità che sembrano esclusi dalle grandi città globali. Con il disgregarsi delle comunità rurali rischia, insomma, di scomparire un patrimonio inestimabile di memoria, saperi antichi e tecniche di trasformazione del territorio.

Ma non è accettabile che la globalizzazione cancelli la saggezza delle comunità contadine e il fotografo e regista francese lo ribadisce a dovere con le sue riprese. Perciò, allo sviluppo sostenibile si deve affiancare la prospettiva di una rivoluzione antropologica, ossia la prospettiva dello sviluppo umano integrale, che metta al centro la persona umana e su questo punto non ceda di un solo passo alle logiche di profitto predatorie perseguite, per esempio, da quell’1% delle aziende che controlla il 70% delle terre agricole del mondo intero. Non c’è pretesa di aumento della produttività che tenga se questa dev’essere barattata con il diritto a una vita dignitosa delle comunità rurali, prime fra tutte quelle dei Paesi in via di sviluppo.

Di Francesco Giuseppe Laureti

Articolo redatto in collaborazione con il nostro partner Kritica Economica

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di Redazione L'Ecopost
Gen 7, 2021

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