Rifiuti spaziali: cosa sono e perché si producono

Pensiamo al cielo come a un luogo incontaminato, abitato da stelle e pianeti. Ma questa visione romantica non tiene conto delle centinaia di migliaia di detriti, che ogni anno vengono immessi nell’orbita terrestre. I rifiuti spaziali sono perlopiù costituiti da frammenti di dispositivi ormai non funzionanti. Il numero di apparecchiature è in costante crescita, come le esplosioni e le collisioni, anche a migliaia di chilometri orari. Nuovi studi, condotti dall’Agenzia Spaziale Europea (ESA), hanno l’intenzione di renderne più sostenibile il traffico, inventando degli “spazzini”.  

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Collisioni in orbita tra rifiuti spaziali

Immaginare un mondo senza satelliti è impossibile: nessun GPS, niente TV satellitare, rallentamento di internet. Insomma, tutto il mondo digitale sarebbe compromesso. Quando, nel 1957, fu lanciato Sputnik 1, non si pensò alle conseguenze degli apparecchi in disuso. Ma con l’accumulo decennale, lo spazio di transito è stato occupato da quelle che potremmo definire carcasse, che continuano a viaggiare. In questo sistema, però, sorge un problema fondamentale. L’Università di Warwick ha notato come sia molto difficile schivare i pezzi, che vagano, non essendo catalogati.  L’ESA ha monitorato che, ogni anno, si verificano, in media, dodici delle cosiddette “frammentazioni accidentali”. Queste sono dovute a esplosioni, problemi elettrici o, addirittura, distacco di componenti.

Gli operatori satellitari, che hanno il compito di condurre i veicoli, non hanno una visione completa. Per questo, la pericolosità aumenta, nonostante le piccole dimensioni. Come spiegato dagli esperti, un pezzo di detrito può muoversi a diversi chilometri al secondo. «A queste immense velocità, anche oggetti minuscoli hanno abbastanza energia per neutralizzare un satellite operativo.» Così, come in un incidente a catena, la situazione può peggiorare a ogni schianto.

Nuove regole, vecchi satelliti

Non tutti i satelliti sono attualmente conformi alle linee guida internazionali. Ma esistono delle regole di “mitigazione dei detriti”, per riuscire a ridurre il numero degli oggetti. In questo modo, nel 2018, il 35% è riuscito a compiere il de-orbiting, ossia quel movimento, che permette al rifiuto spaziale di uscire dall’orbita.

«L’ESA sta lavorando attivamente per sostenere le linee guida per la sostenibilità a lungo termine delle attività spaziali del Comitato delle Nazioni Unite per gli usi pacifici dello spazio, incluso il finanziamento della prima missione al mondo per rimuovere un pezzo di detriti dall’orbita, contribuendo a creare un rating internazionale di sostenibilità spaziale e sviluppando tecnologie per automatizzare la prevenzione delle collisioni e ridurre l’impatto sul nostro ambiente dalle missioni spaziali.» afferma l’Agenzia, sul suo sito.

Arriva lo spazzino spaziale

Non è facile seguire i detriti. Ci prova il Dipartimento di Difesa degli Stati Uniti, attraverso la rete Space Surveillance Network, con il compito di rilevare e catalogare i rifiuti spaziali. Ma non è l’unica soluzione trovata a livello internazionale. Se pensiamo alla spazzatura nelle nostre città, ecco che subito ci viene in mente il servizio di nettezza urbana, che ha il compito di lasciare le strade pulite. Per lo spazio, ecco che entrerà in funzione ClearSpace, un vero e proprio spazzino, che si occuperà di rimuovere il mare di immondizia che gira intorno alla Terra. Così, nel 2025 inizierà la prima missione, per raccogliere un detrito specifico del 2013. L’investimento è notevole, di 86 milioni di euro. «Il nostro progetto di ‘camion da rimorchio’ sarà pronto a ripulire le orbite chiave che potrebbero altrimenti risultare non utilizzabili per future missioni, eliminando il rischio crescente e le perdite per i loro proprietari, a vantaggio di tutta l’industria spaziale. Il nostro obiettivo è di costruire servizi in orbita convenienti e sostenibili.» ha affermato Luc Piguet, amministratore delegato del progetto.

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La “nuova frontiera” dei rifiuti spaziali

Un piccolo passo per l’uomo, un grande passo per la sostenibilità. Sembrerebbe così, anche se i danni sono già vistosi. Lo scopo di queste missioni è proprio evitare di creare ulteriori detriti e rimuovere quelli esistenti. Dallo studio delle collisioni è emerso che i satelliti si sono spezzati in modo catastrofico, generando nuvole di rifiuti spaziali. Il fine di tutte le strategie è trovare un modo per risolvere le debolezze di sistemi come quello del CleanSpace, che riesce a prendere solo un detrito alla volta e brucia insieme a lui. Altri strumenti utilizzabili sono un laser, che permetterebbe di colpire da terra, ma senza la certezza di riuscita.

 Un’ulteriore possibilità è una sorta di veicolo, che aggancerebbe il bersaglio e lo porterebbe a rientrare nell’atmosfera. Se, idealmente, i residui si schianterebbero nell’oceano, è difficile prevedere con certezza dove atterrino. Insomma, pericoloso per l’uomo e per l’ecosistema marino. Siamo riusciti a inquinare anche lo spazio. Solamente sulla Luna, rimangono 190mila chilogrammi di materiale. È fondamentale, fin da ora, capire come ripulire tutti questi rifiuti spaziali e cercare di trovare una strategia che funzioni.

Soldi per il clima ai poveri: i Paesi ricchi gonfiano le cifre reali

soldi per il clima

Compra una borraccia riutilizzabile, cambia la caldaia, sensibilizza i tuoi conoscenti sui cambiamenti climatici. In questo modo compierai azioni doverose, encomiabili e sopratutto utili. Ciò non toglie, però, che una larga parte della soluzione alla crisi climatica non stia solo nelle nostre mani, ma anche in quelle dei leader mondiali. Questi, infatti, possono decidere di investire ingenti quantità di soldi per il clima per attutire i già devastanti effetti della crisi. Oppure possono non spenderli, occultando la loro scelta e gonfiando i dati ufficiali. È quello che hanno recentemente fatto alcune nazioni ed enti, come la Banca Mondiale, per poter risparmiare soldi e usarli per altri più comodi progetti.

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I soldi per l’adattamento climatico

Uno dei punti previsti dagli Accordi sul Clima di Parigi era la messa a disposizione, da parte dei Paesi più benestanti verso quelli più poveri, di 100 miliardi di dollari americani all’anno. Di questi soldi, la metà sarebbero destinati alla mitigazione dei cambiamenti climatici. L’altra metà, invece, all’adattamento. Nei fatti ciò significa che 50 miliardi di dollari all’anno servirebbero alla realizzazione di progetti che aiutino i Paesi in via di sviluppo a interfacciarsi con le tragiche conseguenze del clima che cambia. Come ormai sappiamo, infatti, i Paesi più colpiti sono spesso anche quelli con meno risorse economiche, oltre che con meno responsabilità nell’innesco stesso della crisi.

Secondo le stesse Nazioni Unite, la cifra che dovrebbe essere investita per l’adattamento sarebbe già salita a 70 miliardi l’anno rispetto agli accordi del 2015. Non solo, potrebbe salire a 140-300 miliardi entro il 2030 e a 280-500 miliardi entro nel 2050. Ovviamente tutto dipende dall’efficacia, ma sopratutto dall’attuazione o meno delle misure di adattamento e prevenzione che gli Stati hanno promesso.

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Soldi per il clima gonfiati, ecco chi è stato

Di questo passo, però, non sembra che le suddette cifre possano migliorare. Un recente report della Associazione non governativa “CARE” ha messo in luce come gli Stati aderenti all’accordo di Parigi avrebbero speso soltanto 16,8 miliardi di dollari per l’adattamento, a fronte dei 50 miliardi dovuti. Alcuni di questi, poi, insieme ad altri Enti, avrebbero dichiarato di aver impegnato più soldi per progetti di adattamento di quanti ne abbiano realmente investiti. La somma non sarebbe infatti 16,8 miliardi, ma molto meno: soltanto 9,7 miliardi.

Gli Stati “colpevoli” di questa menzogna sono, secondo l’analisi di CARE, il Giappone, la Francia, la Corea e gli Stati Uniti. Gli altri enti sotto accusa, invece, sono le Banche per lo sviluppo di Asia e Africa, La Banca Mondiale e la Banca asiatica per gli investimenti infrastrutturali. In coda, invece, abbiamo il Fondo per l’Investimento Climatico e il Fondo Internazionale per l’Agricoltura.

Un esempio? Il Giappone ha dichiarato di aver superato i finanziamenti che gli spettavano per l’adattamento al clima di oltre 1,3 miliardi di dollari. I progetti, però, includevano 432 milioni di dollari che non erano destinati a questo scopo. La Banca Mondiale ha dichiarato 832 milioni di dollari in totale, includendo 328 milioni del progetto Earthquake Housing Reconstruction in Nepal, che prevede la costruzione di infrastrutture e abitazioni resistenti ai terremoti. Il piano, però, è una risposta a un rischio sismico non correlato ai cambiamenti climatici. Certamente si tratta di un investimento comunque legittimo, ma sottrae risorse a un’area importante quale quella della resilienza climatica.

Come è stata svolta l’indagine sui soldi per il clima

La ONG CARE ha collaborato con le società civili di Ghana, Uganda, Etiopia, Nepal, Vietnam e Filippine per investigare sulle operazioni di 112 progetti di adattamento attivi in questi Paesi. Il team di valutazione ha attentamente esaminato la documentazione dei progetti e ha condotto interviste alle persone coinvolte (lavoratori, volontari, abitanti del luogo). Da qui sono emersi tre fattori.

  • Gran parte dei finanziamenti per il clima è destinato a progetti che non hanno nulla a che fare con l’adattamento. Un esempio è Il “Nhat Tan Friendship Bridge” in Vietnam. Si tratta di un un impegno finanziario per la costruzione di un ponte che soddisfi il crescente traffico automobilistico di Hanoi. Il suddetto ponte collega il centro della città con l’aeroporto Noi Bai.
  • I donatori esagerano la componente “adattamento climatico” dei loro progetti. Naturalmente il fatto che questa componente sia in parte presente non giustifica l’inserimento di un progetto nell’insieme della resilienza climatica, se questo è pensato per soddisfare principalmente altre esigenze. Abbiamo già menzionato il caso delle abitazioni anti-sismiche in Nepal.
  • Un altro fattore che determina l’esagerazione dei dati è la segnalazione, da parte degli stati, dei prestiti a tasso di interesse fisso verso i paesi sottosviluppati. Queste concessioni sono senza condizioni (scadenze o tassi di interesse, appunto) che le rendono abbastanza vantaggiose per la Nazione che le riceve, tanto da essere considerate “aiuto pubblico allo sviluppo”. Di qui a finire dritti nella categoria “finanziamenti di adattamento” il passo è breve.
Il ponte di Nhat Tan ad Hanoi, Vietnam

La quantità dei progetti esaminati è la dimensione del campione coperto dal progetto è molto alta. Non vi è quindi motivo di credere che i risultati della ricerca non siano validi per il resto dei finanziamenti per l’adattamento riportati dai paesi ricchi. Inutile dire che questa pratica non solo toglie risorse preziose ai Paesi che subiscono le conseguenze del cambiamento climatico innescato dai Paesi ricchi. Questi soldi talvolta vengono anche utilizzati per incrementare la crisi climatica (vedi il caso del ponte per favorire il traffico in Vietnam).

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Anche l’ONU ammette la falla. Le parole di Guterres

Se a molti potrebbe sembrare un report poco credibile, forse le parole del Segretario Generale dell’ONU lo sono di più. Certo, Guterres non ha esplicitato le eventuali frodi, ma ha sottolineato il fatto che entro il 2020 gli obiettivi finanziari dell’accordo di Parigi non saranno raggiunti. Una dichiarazione quindi che stride con la millantata virtù dei Paesi che avrebbero stanziato i fondi giusti, e anche maggiori, per l’adattamento.

È chiaro che non siamo ancora arrivati all’obiettivo di 100 miliardi di dollari ha detto Guterres. E continua: “Nel 2020 questo non accadrà. Tutti i segnali che ho mi fanno pensare che nel 2020 saremo al di sotto del livello di sostegno che gli enti pubblici e privati dei Paesi sviluppati dovevano devolvere a quelli in via di sviluppo per la mitigazione e l’adattamento ai cambiamenti climatici”.

Nell’Adaptation gap report 2020 dell’ONU il divario tra ciò che è stato promesso e ciò che è stato invece attuato è ben esplicitato. Vi sono stati dei progressi rispetto al passato, certo. Per esempio “dal 2006 nei paesi in via di sviluppo sono stati realizzati quasi 400 progetti di adattamento. Inoltre, mentre prima i finanziamenti raramente superavano i 10 milioni di dollari, dal 2017 per 21 nuovi progetti si sono raggiunti 25 milioni. Tuttavia, delle oltre 1.700 iniziative di adattamento esaminate, solo il 3 per cento ha già registrato riduzioni reali dei rischi climatici per le comunità comunità locali“.

Come ha ribadito Guterres, è doveroso ricordare che i Paesi del G20 rappresentano l’80% dell’economia globale. Della enorme quantità di denaro da loro posseduto, quello investito in attività industriali legate ai combustibili fossili è il 50% in più rispetto a quello stanziato per l’economia verde. Questo dimostra che l’aumento dei finanziamenti per questi progetti e il termine delle menzogne non solo sarebbero eticamente importanti, ma anche e soprattutto necessari per mitigare la crisi a cui tutto il mondo sta andando incontro.

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Animali in via di estinzione nel mondo ed in Italia

La sesta estinzione di massa sta accelerando ad un ritmo vertiginoso e così il numero di animali in via di estinzione. Gli attuali tassi di scomparsa per le specie sono 100-1000 volte maggiori rispetto a quelli precedenti. Oggi, molte delle specie esistenti sono sull’orlo del precipizio, in particolare tra i vertebrati. Il 21% delle specie di uccelli, il 27% delle specie di mammiferi e il 36% delle specie di anfibi sono minacciate dall’estinzione.

Sono i dati riportati dall’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN) . L’IUCN nel 1964 ha istituito una “lista rossa” delle specie minacciate e ha iniziato ad organizzare i dati raccolti in tutto il mondo. La lista è divenuta il più importante database globale ed uno strumento essenziale per la politica di conservazione. Gli animali elencati in questo articolo sono tra le oltre 35.000 specie di animali e piante che IUCN ha dichiarato a rischio di estinzione. Le stime dell’IUCN si basano tuttavia sulla valutazione di solo 106.000 specie delle oltre 1,5 milioni di specie di animali e 300.000 piante che gli scienziati hanno descritto e nominato. Queste, secondo le loro stime, sono comunque meno di un quarto di ciò che c’è realmente là fuori.

Un recente rapporto intergovernativo sulla crisi della biodiversità ha stimato che l’estinzione minaccia fino a un milione di specie animali e vegetali, note e sconosciute.

Cosa causa l’estinzione degli animali?

Attualmente, più del 99% delle estinzioni delle specie attuali sono attribuibili all’attività antropica.

Come riportato dal WWF e da National Geographic, la perdita e la degradazione degli habitat naturali è la più grande minaccia per gli animali in via di estinzione. La distruzione degli habitat è causata principalmente dalla conversione della terra per le attività dell’uomo quali agricoltura, commercio, edilizia abitativa anche attraverso la deforestazione. Questo è particolarmente evidente nelle foreste tropicali.

Un’altra causa è l’introduzione di specie “aliene” (non autoctone) dannose che interessa quasi tutto il mondo. 

Tra le cause direttamente riconducibili all’uomo emerge il bracconaggio, l’uso non sostenibile e il commercio illegale di alcuni animali che rappresentano una grave minaccia anche per la sopravvivenza degli ecosistemi in cui queste specie naturalmente vivono. Infine, il sovra sfruttamento delle risorse, i cambiamenti climatici e l’inquinamento sono tra le altre cause dell’estinzione degli animali direttamente o indirettamente imputabili all’attività antropica.

Quali sono gli animali in via di estinzione nel mondo?

Come sottolineato, gli animali in via di di estinzione sono tantissimi e potete trovare una lista completa qui. Di seguito, ecco 10 delle specie più a rischio del regno animale: (Fonte: IUCN)

Orso polare

Esemplari rimasti: circa 22.000

L’orso polare sta scomparendo insieme all’ambiente in cui vive. Il surriscaldamento globale sta provocando lo scioglimento del Polo Artico, l’habitat dell’orso polare da cui dipende la sua sopravvivenza e alimentazione

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Rinoceronte di Giava

Esemplari rimasti: circa 60

Il bracconaggio indiscriminato ha dichiarato l’inesorabile condanna a morte di questo enorme rinoceronte asiatico, un tempo largamente diffuso dalle isole di Giava e di Sumatra in Indonesia fino all’India e alla Cina, Il suo corno, particolarmente richiesto nella medicina tradizionale cinese, può valere oltre 30.000 $ al chilo sul mercato nero.

Tigre

Esemplari rimasti: circa 4.000

Quattro specie di tigre non esistono più e ne sono rimaste solo cinque sottospecie che si trovano sul territorio asiatico. La tigre è uno degli animali più minacciati dal commercio illegale e dal bracconaggio e viene cacciata per la pelle, gli occhi, le ossa e persino gli organi. Nel mercato illegale, l’intera pelle di questa creatura può costare fino a 50.000 dollari.

Tartarughe marine

Le tartarughe, purtroppo, scambiano la plastica che galleggia nell’oceano per cibo, il che le porta alla morte. Perdono il loro habitat anche a causa della costruzione di massa di grandi hotel in prima fila sul mare, luogo dove invece dovrebbero deporre le uova. Inoltre, Secondo le stime del WWF, ogni anno circa 150mila tartarughe marine finiscano catturate negli attrezzi da pesca nel Mediterraneo e  di queste oltre 40.000 muoiono.

Gorilla di montagna

Esemplari rimasti: circa 800

Gli ultimi esemplari rimasti sono confinati nella regione dei Monti Virunga, al confine tra Uganda, Ruanda e Repubblica Democratica del Congo, e all’interno dell’impenetrabile foresta di Bwindi, nell’Uganda sud-occidentale. La progressiva riduzione del suo areale, le minacce provocate dal bracconaggio intensivo e la preoccupante deforestazione, riducono all’osso le risorse naturali indispensabili alla sua sopravvivenza. Consigliamo la visione del documentario ”Virunga”’ (2014)

Leopardo dell’Amur

Esemplari rimasti: 35-50

È considerato il felino più raro al mondo. L’agricoltura intensiva, la frammentazione degli habitat, la colonizzazione urbana e il bracconaggio a scopo commerciale hanno inesorabilmente ridotto al minimo le popolazioni di questo animale, originario delle zone montane della taiga e delle foreste temperate della Corea, Cina nord-orientale e Russia orientale.

Elefante di Sumatra

Esemplari rimasti: 2000-2500

Questo animale una delle specie più a rischio di tutto il regno animale. Negli ultimi 25 anni, questa specie endemica di Sumatra ha perso l’80% del suo habitat originario, principalmente a causa dell’intensa deforestazione operata per fare spazio alle dilaganti piantagioni di olio di palma e all’agricoltura intensiva.

Orango di Sumatra

L’orango di Sumatra è il più grande primate asiatico, dopo l’uomo, ed è la più rara delle due specie esistenti di orango. Si caratterizza per un pelo rossiccio, questo animale vive nelle foreste pluviali dell’Indonesia ma a causa dei numerosi incendi che distruggono le foreste per dare spazio alle coltivazioni intensive di palme da olio, la loro esistenza è sempre più a rischio, e l’orango è ormai diventato il simbolo della deforestazione e della scomparsa degli habitat naturali.

Vaquita

Esemplari rimasti: circa 12

La Vaquita è una rarissima specie di focena che vive nel Golfo della California. Ancora da ricondurre al comportamento umano le cause del declino della vaquita, le cui popolazioni sono state sterminate dalle reti da pesca e avvelenate dall’inquinamento marino, in particolare dai pesticidi clorinati riversati nelle acque dalle industrie costiere.

Saola

Esemplari rimasti: circa 500

Si tratta di un animale sconosciuto ai più (sicuramente non ne avrete mai sentito parlare), il Saola, o bue di Vu Qang è uno dei mammiferi più rari al mondo. Il suo nome significa “corna affusolate”, viene chiamato anche “l’Unicorno d’Asia” e vive in un’area ristretta tra la Riserva Naturale di Vu Quand e Laos, vicino al confine col Vietnam La deforestazione e la caccia selvaggia hanno ridotto all’osso la popolazione di questo animale molto raro, e la sua impossibilità a vivere in cattività rende difficile la sua tutela.

Animali in via di estinzione in Italia

Per quanto riguarda l’Italia, la lista rossa degli animali in via di estinzione italiani riporta che complessivamente il 31% dei vertebrati italiani sia minacciato. In ambiente terrestre le principali minacce ai vertebrati italiani (esclusi gli uccelli) sono la perdita di habitat (circa il 20% delle specie) e l’inquinamento (15% circa) Il rischio è quello di veder scomparire ben 266 specie considerate dagli esperti internazionali animali a rischio di estinzione in Italia.

Ecco alcune delle specie a rischio di estinzione nel nostro Paese: (Fonte: Lista rossa dei vertebrati italiani)

Orso Bruno Marsicano

L’orso bruno ha visto drasticamente ridursi il suo habitat e il numero dei suoi esemplari. Ad oggi si contano appena una cinquantina di esemplari, raccolti all’interno del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise

Aquila del Bonelli

Ne rimangono meno di venti coppie ormai concentrate nella sola Sicilia, sempre più minacciate dalla trasformazione degli habitat più idonei in particolare dall’agricoltura intensiva e dalle infrastrutture.

Diverse specie di farfalle diurne

Fondamentali per l’impollinazione e legate agli spazi aperti di prati, pascoli e praterie in Italia il 13% delle farfalle diurne è classificato come a rischio estinzione, su un totale di 288 specie autoctone inserite nella Lista Rossa. Tra le cause, anche la riforestazione naturale, conseguenza dell’abbandono delle aree rurali, ma anche l’intensificazione dell’agricoltura 

Stambecco alpino

Lo stambecco è senza dubbio una delle specie simbolo dell’arco alpino, ed oggi ne esistono soltanto 53 colonie frutto di un importante lavoro di ripopolamento dopo che, verso la fine del secolo scorso, era quasi totalmente scomparso dall’Italia. 

Cosa perdiamo quando perdiamo una specie?

Come afferma Elizabeth Kolbert su National Geographic, vincitrice del premio Pulitzer, bisogna pensare ad una specie come ad un pezzo di un puzzle. Che si tratti di una scimmia o una formica, ogni specie ci offre una risposta alla domanda ‘’come vivere sul pianeta Terra’’ . Il genoma di una specie è una sorta di manuale; quando la specie si estingue, quel manuale va perso. In questo senso, stiamo distruggendo la biblioteca della vita. Data la frequenza delle estinzioni, ci stiamo abituando ad essa. Scoprire la varietà delle specie viventi contribuisce ad arginare questa desensibilizzazione e ci insegna quanto sia essenziale ogni specie che si sta perdendo.

Allevamenti intensivi ittici: tra ecologia ed etica

In un periodo storico come quello attuale, all’insegna delle pandemie e del disequilibrio tra uomo e natura, è importante focalizzare l’attenzione sugli allevamenti intensivi. Di questi ultimi, seppur meno trattati, fanno parte gli allevamenti ittici; spreco, sofferenza e inquinamento ambientale sono solo alcune delle drammatiche conseguenze legate a questa pratica, sempre più utilizzata in molte parti del mondo.

Dati alla mano

L’itticoltura è il settore zootecnico con la più rapida crescita; si pensi che nel ’74 provvedeva solo al 7% del fabbisogno totale di pescato, passando al 39% del 2004. Oggi, in Europa, il pesce da allevamento corrisponde al 50% di quello immesso nel mercato, e con tutta probabilità a breve toccherà il 60%.

Come si è arrivati a questi numeri? Da una parte un aumento globale del consumo di pesce, passato da 18 milioni di tonnellate nel 1950 a 104 milioni nel 2015. E, come conseguenza, la pesca intensiva ha sovrasfruttato i mari, impoverendoli a tal punto da portare numerose specie sull’orlo dell’estinzione.

Nel 2014 la Commissione Europea ha dichiarato infatti che:

“il 96% delle specie di fondale mediterranee è soggetto a uno sfruttamento eccessivo”.

La risposta a questo grave problema non è stata invitare a una riduzione del consumo di pesce, ma costruire ampie vasche a terra o enormi gabbie di rete in mare, in cui far riprodurre e crescere i pesci.

In ognuna di queste gabbie possono vivere da 100 a 300 mila pesci; in situazioni che non prevedono alcun interesse per il loro stato di salute. Il problema dunque non è solo di carattere prettamente ecologico, ma anche etico. Il sovraffollamento nelle vasche è quasi una costante e in più allevamenti si è riscontrata la presenza di acque torbide e sporche.

Quanto inquinano gli allevamenti intensivi ittici?

Troppo spesso i consumatori sono poco informati sulle problematiche legate a questo tipo di allevamento. Prima di tutto, ingenti danni ambientali; la produzione annuale di 43 milioni di tonnellate di gas serra emessi e immensi consumi di acqua, ossigeno, energia elettrica e farmaci.

Si parla di tonnellate di rifiuti e di liquami scaricati in mare e nei fiumi; alcune sostanze in eccesso eutrofizzano le acque, provocando una invasioni algale e quindi, di attività batterica. Questa porta alla morte delle forme di vita limitrofe a causa di un eccessivo consumo di ossigeno.

Tra gli scarti prodotti dall’allevamento ittico annualmente ci sono più di 500 mila tonnellate di escrementi; causate dalla ricchezza di fibre nella dieta imposta ai pesci allevati, rispetto all’alimentazione che seguono in natura. La percentuale di fibre nella dieta in trent’anni è passata dal 10% al 70% del volume del mangime. Inoltre, negli escrementi si concentrano i residui dei medicinali che vengono somministrati ai pesci spargendoli in acqua. Questi ultimi si diffondono anche al di fuori dei confini degli allevamenti, soprattutto in mare aperto.

L’ambiente in cui i pesci sono costretti è così insalubre e sovraffollato che gli animali si ammalano e si trasmettono parassiti l’un l’altro, come dimostrano diversi casi di epidemie. Che spesso poi, rischiano di passare all’uomo.

Per tenere a bada alghe e parassiti, questi allevamenti impiegano tonnellate di antibiotici, alghicidi, erbicidi, disinfettanti e insetticidi. Gli allevamenti in mare finiscono per contaminare anche i pesci liberi, che assorbono le sostanze, subendone le conseguenze.

Secondo un studio pubblicato su Nature, gli abitanti di 66 Paesi mangiano pesce nel quale la concentrazione di mercurio è superiore a quella ritenuta pericolosa per un feto in crescita.

Farina e olio di pesce, cosa c’è di sbagliato?

Recentemente sono emersi nuovi dati che mettono in luce come gran parte del pescato non finisca sulla tavola delle popolazioni locali, ma piuttosto diventi mangime per gli allevamenti di pesce di altri paesi.

Anche in questo caso quindi si ripresenta un meccanismo già ben noto al sistema di allevamenti intensivi “terrestri”; c’è una parte del mondo, come l’Africa, che si trova ad utilizzare le sue risorse, il pescato in questo caso, per dare da mangiare agli animali allevati per sfamare la parte del mondo “ricca”.

Il business che si sta sviluppando consiste nel prendere il pescato dalle popolazioni locali ed utilizzarlo per produrre farina o olio di pesce; prodotti che vengono usati dalle industrie di mangimi per gli allevamenti intensivi.

Negli ultimi due anni, l’ufficio africano di Greenpeace ha condotto una ricerca documentando la presenza di oltre 40 impianti di produzione di farine e oli di pesce tra la Mauritania, il Senegal e il Gambia. Negli ultimi 25 anni le catture totali di pesci pelagici sono più che duplicate.

È quindi chiaramente un fenomeno preoccupante e in rapida crescita. Perché? La richiesta di pesce da parte dei consumatori del mondo “ricco” è in continuo aumento. Ma la causa di questo aumento della richiesta di pesce e prodotti ittici non è da ricercare solo nei consumi diretti, quanto anche nell’aumento degli allevamenti intensivi di pesce, che si stanno sviluppando a velocità impressionante.

Analizzando il mercato dell’importazione-esportazione, si vede chiaramente come anche l’Italia abbia una parte di responsabilità di quello che sta succedendo. Difatti è uno dei principali importatori di farine di pesce e di olio, per esempio dal Senegal.

Vita e morte negli allevamenti intensivi

Se la situazione di galline, ovini e bovini è sotto gli occhi del Mondo, altrettanto non si può dire del pesce. Si pensi ai salmoni: vengono privati del loro istinto di riprodursi risalendo i fiumi e costretti a vivere in recinti. Alimentati con coloranti chimici per dare loro un aspetto rosa arancio.

O ancora ai gamberi. Forse non tutti sanno, che quelli che troviamo nel banco frigo dei supermercati provengono da allevamenti intensivi che comportano inquinamento, distruzione di ecosistemi, deforestazione costiera e ancora erosione del suolo.

I pesci allevati in tali condizioni non possono esprimere i loro comportamenti naturali. La loro è una vita trascorsa in ambienti insalubri con altissime densità dove spesso vengono alimentati con mangimi medicati per contenere l’inevitabile diffusione di virus e batteri

Divorati vivi dai parassiti, imbottiti di medicinali e ammassati in condizioni che nel caso di altri animali sono considerate crudeltà, i pesci sono vittime invisibili. Subiscono sovraffollamento, inquinamento, sofferenza e una morte che spesso è anche inutile: difatti, ogni anno 10 milioni di tonnellate di pesci vengono ributtati in mare perché non idonei alle richieste del mercato.

L’alimentazione umana si basata su appena 25 specie di pesce; tra le quali a dominare sono soltanto tonno, salmone, spigola e merluzzo. Pur essendo 550 le specie allevate in 190 Paesi.

Dall’asfissia nel ghiaccio di orate e spigole a quella senza ghiaccio per le trote; il tempo dell’agonia degli animali varia tra un’ora e i 250 minuti. Il metodo del congelamento con anidride carbonica non garantisce lo stordimento dei pesci, i quali mostrano chiari segni di agitazione e stress. Capita spesso che prima dello stordimento tramite un colpo in testa, i pesci possano passare anche lunghi periodi fuori dall’acqua.

Come cambiare la realtà degli allevamenti intensivi?

Questa pratica impoverisce le risorse naturali del nostro Pianeta causando un impatto ambientale enorme, con il solo scopo di sfamare gli animali negli allevamenti. E’ il medesimo processo che sta portando alla distruzione delle foreste pluviali per fare spazio alle coltivazioni di cereali come la soia, per produrre il foraggio di bovini, maiali ed altri animali costretti negli allevamenti intensivi.

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Non esiste una legge ad hoc per la protezione dei pesci negli allevamenti intensivi. Ci viene continuamente detto che l’assunzione di pesce, e quindi di omega-3, sia essenziale per un corpo sano. Nessuno fa presenti però, i pericoli che si celano dietro questi stabilimenti.

La richiesta di pesce aumenterà nei decenni a venire come ovvia conseguenza della crescita esponenziale del genere umano sul Pianeta. Sono quindi necessari interventi che mirino alla risoluzione del problema.

Possiamo scegliere di consumare sempre meno – o non consumare affatto – il pesce e altri prodotti ittici. E’ un primo passo che ognuno di noi può compiere per aiutare gli oceani. Ma non basterà. La politica ha il dovere di legiferare su questa realtà: è importante che vi sia una maggiore tracciabilità dei pesci allevati, di spazi più ampi, così da generare un minor stress fisico e l’eliminazione di farmaci. Educare al consumo di specie meno pregiate, così da far riprendere gli stock ittici delle specie più sfruttate.

La nostra società attuale si aspetta sempre delle prestazioni molto rapide. Siamo le generazioni del “tutto e subito”; non si da tempo alla natura di poter fare il proprio corso. Per questo diamo ormoni potenti alle piante e ai pesci, inquinando terreni e mari.

La politica deve essere affiancata dalle scelte consapevoli del singolo cittadino: lo stile alimentare che adottiamo, infatti, è una decisione importantissima che influisce in modo diretto sul clima, sugli animali e sull’ambiente.

Microplastiche nell’Artico: dalle nostre lavatrici al Polo Nord

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Li compriamo a pochi euro, magari in superofferta. Non ci chiediamo con che materiale siano stati prodotti, né tantomeno la loro impronta ambientale. Ma, risciacquo dopo risciacquo, i nostri indumenti rilasciano fibre di poliestere. Le microplastiche di meno di cinque millimetri inquinano prima i mari e gli oceani, per arrivare fino ai Poli. L’impatto è devastante, come dimostra uno studio dell’Università della Columbia Britannica, in Canada, pubblicato da Nature Communications. Siamo pronti a cambiare?

Il team di scienziati ha monitorato la diffusa distribuzione di questi contaminanti in acque marine vicine alla superficie di 71 stazioni, nell’Artico europeo e nordamericano. Dalle ricerche effettuate, sono riusciti a ricostruire anche il viaggio che queste particelle compiono. La prima domanda è: da dove arrivano? Gli esperti suggeriscono che le fibre di poliestere recenti siano trasportate nell’Oceano Artico Orientale, attraverso gli ingressi dell’Oceano Atlantico oppure trasportati da Sud, tramite l’aria. Da questo punto di partenza, hanno collegato la quantità di scarti alla produzione tessile alle acque reflue provenienti dalle lavatrici domestiche.

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La presenza di fibre tessili è pervasiva

«C’è un forte sospetto che il bucato, l’abbigliamento e i tessuti stiano giocando un ruolo significativo nella contaminazione degli oceani del mondo con microfibre» afferma Peter Ross, professore di Scienze della Terra, degli Oceani e dell’Atmosfera, a capo della spedizione. In un suo elaborato divulgativo, ha spiegato al pubblico questa amara scoperta, con dettagli interessanti. Nei 20mila chilometri percorsi, hanno documentato ogni tipo di colore immaginabile: dal rosso al blu, dal giallo al verde. Insomma, un arcobaleno inquinante, che viene ingerito da pesci, uccelli e mammiferi marini. Le dimensioni, infatti, sono ridottissime. Il 92% del materiale è composto da fibra, con una media di 14 micron di spessore e 1,1 millimetro di lunghezza.

Anche la densità, in queste zone così remote, spaventa. Hanno trovato una media di 49 particelle di microplastica per metro cubo in mare in tutto l’Artico. Questo dato deve mettere in guardia, visto che si avvicina particolarmente ai livelli riscontrati negli oceani. E i tipi di tessuto ritrovati sono compatibili con quelli catalogati durante una ricerca analoga nelle acque reflue domestiche di Vancouver e riconducibili al bucato. Una stima recente ha quantificato gli sversamenti in 878 tonnellate di fibre all’anno, solamente delle famiglie statunitensi e canadesi. In fondo, però, dobbiamo ammettere che il poliestere è comodo. È sintetico, si può utilizzare da solo o insieme a fili naturali e si adatta a diverse condizioni d’uso. Ma è proprio nella sua versatilità, che si nasconde il problema.

Le microplastiche non si trovano solamente al Polo Nord

Anna Kelly, dottoranda di ricerca all’Istituto per gli studi marini e antartici della Tasmania, ha pubblicato, nel maggio scorso, uno studio sulle microplastiche in Antartide. Ha identificato 14 tipi di polimeri -macromolecole costituite da particelle più piccole, chiamate monomeri- contenute in un carotaggio estratto nel 2009. L’analisi successiva ha constatato una concentrazione maggiore rispetto a quella dell’Oceano Meridionale. Questo potrebbe derivare dal turismo, dalle stazioni di ricerca e dal traffico marino, visto che i residui, non ancora scomposti, sarebbero troppo freschi per essere stati trasportati dalle correnti.

La fauna è a rischio di bioaccumulo di materiale plastico. Il Professore Delphine Lannuzel, co-autore della ricerca, in un’intervista al The Guardian, si dice preoccupato. «Il ghiaccio marino è l’habitat per alcune specie chiave. […] Il Krill definisce tutto il resto della catena alimentare e si affida alle alghe di ghiaccio marino per crescere. » In questo modo, hanno scoperto che le plastiche erano circondate da alghe, cresciute nel ghiaccio.

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Microplastiche: quali soluzioni?

Anche se questa notizia non rassicura, come molte che riguardano l’ambiente, esiste però un lato positivo. Non tutto è perduto. Visto che si conoscono le conseguenze, si può agire. Lo stesso Peter Ross elenca alcune soluzioni, che possono aiutare a diminuire il nostro impatto sull’oceano. Innanzitutto, bisogna diversificare. Non tutti i tessuti sono uguali. Molte aziende di design si affidano a nuovi metodi sostenibili per la fabbricazione dei loro capi. Le perdite possono essere ridotte drasticamente. Si stima, infatti, che ci sia una differenza di 800 volte tra materiali a basso e alto spargimento di fibre. Esistono, poi, in commercio, alcuni filtri, da installare sulle proprie lavatrici, che riducono il rilascio fino al 95%.

Altri due inviti vogliono includere sia scelte personali che strategie collettive. La prima si rivolge ai consumatori, a ognuno di noi. Possiamo optare per tessuti naturali, poco lavorati o lavorati con modalità sostenibili e che durino nel tempo. La seconda deve essere una visione comune, basata sull’opportunità di slancio economico e ambientale, che i governi devono tenere in considerazione riguardo alla plastica. Un’agenda dettagliata internazionale può portare a un innalzamento degli standard di controllo sulla qualità dell’acqua. Una proposta è arrivata dal Canada, al G7 -un’organizzazione intergovernativa di cui anche l’Italia fa parte- per la sottoscrizione di una Carta sulla Plastica  negli Oceani.

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Le foreste bruciano: come la corsa al rinnovabile devasta il bosco

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Ci sono stati in cui il patrimonio forestale è ingente. All’interno dell’Unione Europea, le repubbliche baltiche – Lettonia ed Estonia in particolare – sono regioni ove le foreste son presenti in abbondanza. Un’inchiesta del Guardian, testata nota per l’impegno che mette a favore dell’ambiente, ha recentemente messo in luce come esse vengano gestite davvero male, a quelle latitudini e nel resto della UE. Il motivo del loro eccessivo sfruttamento si deve, oltre all’endemica incapacità della politica di salvaguardare l’ecosistema, che non è certo soltanto un problema estone e lettone, all’inseguimento di forme di energia pulita.

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Foto: Pixabay

Colpe dei governi e complicità dell’Europa

Nel 2015 il governo estone approvò una pessima misura. Concesse infatti l’autorizzazione (documento in lingua) al disboscamento di alcune porzioni della rigogliosa riserva naturale di Haanja. Ciò consentì la rimozione di aree intere di foresta matura e la rimozione di tronchi storici, interi. Questo alleggerimento delle norme per il disboscamento in Estonia fu figlio di un aumento nella richiesta internazionale di legno. La domanda non aumentò solamente per mobili ed edilizia ma anche a causa di un colpevole che può sorprendere: le politiche europee sul rinnovabile.

Camminando all’interno dell’area della riserva naturale è ormai consueto trovare ceppi che ricordano l’esistenza di alberi abbattuti. L’azienda Valga Puu ha immediatamente approfittato della nuova normativa per presentarsi in loco con le asce. Il brand appartiene alla Graanul Invest Group, maggior produttore europeo di pellet in legno. Questo materiale è bruciato su scala industriale, come biomassa per luce e riscaldamento in pressoché tutte le centrali precedentemente alimentate a carbone.

In Estonia le foreste ricoprono 2 milioni di ettari di superficie nazionale. A conti fatti, ci accorgiamo che si tratta di quasi il 50% dell’intero suolo estone – che ammonta a 4 milioni e mezzo di ettari circa. 380mila di questi 2 milioni di ettari, riserva naturale di Haanja inclusa, appartengono al network europeo Natura 2000. Tale rete è stata progettata per tutelare le foreste europee e i rifugi di specie animali rare e protette. Haanja è la casa di 29 di queste, tra cui cicogna nera, quaglia reale e clanga pomarina. Nessuno a Bruxelles ha fatto nulla per fermare bulldozer e boscaioli.

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Natura 2000 e la giurisdizione forestale nazionale

Le zone tutelate da Natura 2000 sono gestite all’interno delle direttive europee per la protezione degli uccelli, una norma risalente al 1979 e poi aggiornata. A questo provvedimento è stata poi affiancata la normativa per la protezione degli habitat del 1992. Teoricamente, dovrebbero essere queste due leggi a tutelare le zone protette dalla UE. In realtà, però, il disboscamento delle foreste è regolamentato dai governi nazionali, i quali possono tranquillamente calpestare le misure europee sui propri territori nazionali. In Estonia, ad esempio, l’unico limite è quello di non danneggiare le paludi e di evitare l’abbattimento di tronchi durante la stagione degli amori per gli uccelli.

La ONLUS estone ELF (Estonian Fund for Nature) non dà la colpa della distruzione delle sue foreste soltanto al governo. Giustamente, mette la dinamica in una prospettiva più ampia, senza perdere mai di vista il quadro generale. Come sempre, si tratta di una dicotomia tra ambiente e crescita economica. Siim Kuresoo, portavoce di ELF, afferma come ci sia una diretta connessione tra la grande crescita dell’industria europea della biomassa sollecitata e sostenuta da Bruxelles e l’accelerazione del disboscamento delle foreste sul Baltico.

“Vi sono chiare prove che l’intensificazione del disboscamento è guidata almeno in parte da una maggiore richiesta di biomassa per energia e riscaldamento. Oltre la metà dell’esportazione di pellet in legno prodotti nel 2019 in Estonia e Lettonia è andata in Danimarca, Olanda e Regno Unito. Possiamo dunque dire che l’energia pulita usata in quei Paesi ha direttamente contribuito all’abbattimento delle foreste nelle repubbliche baltiche.” Si legge in un report redatto da ELF e la Società Lettone di Ornitologia, di cui Kuresoo è stato co-autore.

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Foto: Pixabay

Foreste minacciate

Tra il 2001 e il 2019 in Estonia, Natura 2000 ha perso oltre 15mila ettari della sua area protetta. L’80% di questa riduzione è avvenuta negli ultimi 5 anni. Il governo ha progettato ulteriori interventi nelle zone su cui insistono le sue foreste. In seguito a queste autorizzazioni, gli uccelli boschivi nel Paese stanno scomparendo all’allarmante ritmo di 50mila coppie riproduttive all’anno (numeri da un report nazionale, in lingua estone.) Va da sé che la distruzione prepotente e sistematica del patrimonio forestale stia gravemente danneggiando la capacità delle macchie locali di immagazzinare carbonio. Ciò potrebbe tradursi nell’incapacità dell’Estonia di raggiungere i suoi obiettivi di emissioni zero.

Nel Paese la maggior parte della popolazione considera la natura un elemento sacro del proprio territorio. Ogni operazione di abbattimento forestale dà luogo a proteste e manifestazioni, tanto che i media locali hanno cominciato a parlare di una guerra per le foreste. Gli abitanti di Saku, una cittadina situata circa 25 km a sud di Tallinn, sono riusciti a salvare un’area di foresta che doveva essere abbattuta lo scorso anno. “Convertiamo i nostri alberi in pellet e li vendiamo ai Paesi più ricchi. Questa operazione è considerata sostenibile ma noi ne soffriamo.” Ha detto al Guardian Ivar Raig, uno degli attivisti di Saku.

Sostenibilità in fumo

La sostenibilità è al centro del dibattito europeo sulle rinnovabili. L’obiettivo è quello di rimpiazzare il carbone, il quale come sappiamo è una delle principali fonti d’emissione di carbonio. Sostituirlo con sorgenti più pulite è tra i primi obiettivi della lotta globale al cambiamento climatico. Bruciare pellet di legno invece di carbone sembra essere una soluzione ideale, semplice e neutrale rispetto all’emissione di carbonio. Quando gli alberi bruciati sotto forma di pallini legnosi sono sostituiti con nuove piantumazioni, la matematica ci dice che non incrementiamo lo stock di carbonio liberato in atmosfera. Il processo però non è rapido. Anzi, esso può arrivare a richiedere decenni. E non solo. All’interno della fornace dove viene incenerito, il legno libera più diossido di carbonio per unità energetica rispetto a gas, petrolio e anche carbonio. La dimostrazione la riportò proprio il Guardian, in un reportage del 2018. L’incenerimento di alberi per produrre energia potrebbe accelerare molto l’emissione di CO2 nell’atmosfera, allontanando sempre più gli Stati dagli obiettivi della conferenza di Parigi.

La richiesta di biomassa legnosa e di energia ottenuta dagli alberi si è imposta a partire dal 2009. Una direttiva dell’UE uscita in quell’anno imponeva a ognuno dei membri di ottenere almeno il 20% della propria energia da fonti rinnovabili entro i successivi 10 anni. La stessa misura classificava l’energia da biomassa come carbon-neutral. Tale legge è scritta male. Essa categorizza infatti l’intera energia ottenuta da biomassa legnosa come neutrale; indipendentemente dal fatto che essa sia originata da residui, scarti oppure alberi interi e sani. In tal maniera si è autorizzata la deforestazione per ottenere il pellet. Invece, bisognava specificare che il combustibile andava ricavato soltanto dagli scarti legnosi, residui del corretto mantenimento forestale.

Il video di Marco Torella fa chiarezza sulla biomassa legnosa spiegandone tipologie e conseguenze per l’ambiente

Un errore mai corretto

È un’assurdità che si possano devastare foreste per ottenere energia alternativa al fossile. Nel 2018, quando l’Europa ha deciso di raddoppiare la quota di rinnovabili, la comunità scientifica ha avvertito Bruxelles di questo problema. La politica, però, ha ovviamente preferito non danneggiare la lobby, sempre più ricca e importante a livello economico e finanziario, della biomassa. Dunque nessuno è intervenuto per modificare la misura e il vilipendio delle foreste adulte può continuare indisturbato.

Praticamente ogni Paese europeo ha aumentato la percentuale di bosco abbattuto per ottenere energia. Quasi un quarto degli alberi tagliati in Europa viene convertito in biomassa. Nel 2000 eravamo sotto la quota del 17%. La biomassa legnosa fornisce da sola il 60% di green energy nel vecchio continente; più di eolico e solare messe assieme. Naturalmente, per rispondere a una simile domanda si è sviluppata un’industria continentale il cui core business è l’ascia.

Sussidi e sovvenzioni a danno delle foreste

Gran parte della crescita del settore si deve, oltre che alle direttive europee di cui si è scritto, agli imponenti sussidi per il contribuente. Tra il 2008 e il 2018, i sussidi per le biomasse nei 27 Paesi membri della UE sono cresciuti del 143%. Nel Regno Unito, uscito il 31 dicembre 2020 dall’Unione, il supporto governativo per i progetti di biomassa arriverà ad ammontare a oltre 13 miliardi di sterline entro il 2027, anno in cui scadranno gli attuali termini sulla concessione di sussidi legati alla produzione energetica.

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La situazione è dunque paradossale. Naturalmente, da ambientalisti, tutti ci auguriamo che ci si liberi quanto prima del carbone e delle altre inquinanti fonti energetiche fossili. D’altra parte, però, di fronte a inchieste come quella del Guardian che si è qui messa in luce (reperibile a questa pagina; tutte le fonti di questo articolo sono in lingua, si è cercato di riportare ogni passaggio principale in lingua italiana nel testo, agevolando chi non legge l’inglese) è d’obbligo domandarsi se non lo si stia facendo nella maniera errata. Non è giusto che le foreste e la natura paghino il prezzo della riconversione energetica. È davvero sbagliato danneggiare le macchie boschive per risanare la situazione dell’approvvigionamento energetico. Se nascondiamo la polvere sotto il tappeto, spostando il problema invece di risolverlo, difficilmente potremmo ottenere grossi risultati nella lotta per il clima. La battaglia la stiamo già perdendo come umanità tutta; forse dovremmo smetterla di colpirci con fuoco amico. Ben vengano sovvenzioni, susside e agevolazioni alla riconversione energetica. Quest’ultima, però, non deve andare a danno del pianeta o siamo daccapo.

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Rifiuti radioattivi: nessun comune italiano vuole ospitarli

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Se volessimo paragonare la vicenda dei rifiuti radioattivi italiani a una Serie TV a puntate, potremmo dire di essere a metà stagione. Più precisamente saremmo nel mezzo dell’episodio chiave di volta in cui i fili sono al culmine dei loro intrecci e che, nel breve termine, inizieranno ad essere sciolti. Nella scorsa puntata abbiamo infatti parlato di come l’Unione Europea pretendesse dall’Italia una risposta in merito al nostro programma di smaltimento dei rifiuti radioattivi. Nel momento in cui l’italiana SOGIN (Società Gestione Impianti Nucleari) ha presentato il suo piano, però, è accorsa una rivolta nazionale, che ancora non sappiamo quando, come e se sarà risolta.

Il richiamo dell’UE

Riassumiamo la puntata precedente (che trovate interamente in questo articolo). A fine ottobre la Corte di Giustizia UE ha avviato una procedura di infrazione contro l’Italia in merito alla gestione dei rifiuti radioattivi. Nonostante nel nostro Paese le centrali nucleari siano state definitivamente chiuse nel lontano 1990, l’Italia non ha ancora avviato un efficiente programma di gestione degli scarti. Questi sono, di fatto, bombe a orologeria pericolose per l’ambiente e la popolazione, ma la quantità di questi oggetti nel nostro paese è sconcertante.

Secondo l’ ISIN (Ispettorato Nazionale per la Sicurezza Nucleare) in Italia vi sono 33 mila metri cubi di rifiuti nucleari custoditi momentaneamente nei luoghi dove sono stati prodotti, come ad esempio nelle vecchie centrali nucleari ormai dismesse. Nei prossimi 50 anni i rifiuti nucleari potrebbero raggiungere i 78mila metri cubi che deriveranno dai residui dalla ricerca, della medicina nucleare e dell’industria.

Per arginare i possibili pericoli derivanti da queste improvvisate e poco sicure discariche radioattive, nel 2013 era stata emanata una direttiva UE che chiedeva agli stati membri di presentare le loro soluzioni per lo stoccaggio di questi rifiuti. Il tempo, però, è trascorso e l’Italia, insieme ad Austria e Croazia, non ha presentato alcun piano. Almeno fino ad ora.

Il piano del Deposito Nazionale per i rifiuti radioattivi

Il progetto italiano per lo stoccaggio di questi rifiuti è un Deposito Nazionale a cui sarebbero destinati i 74 metri cubi di materiali a bassa o molto bassa radioattività. Ciò significa che dovranno essere depositati in una sorta di scatola protettiva per almeno 300 anni, ovvero il tempo nel quale perdono la carica radioattiva. O meglio, finché la carica non sarà più a livelli considerati dannosi per la salute e l’ambiente.

Da non dimenticare sono i residui a media o alta attività. Questi si neutralizzano soltanto dopo migliaia o centinaia di migliaia di anni. Per questo dovranno necessariamente essere depositati in una sorta di bunker geologico, quindi interrato, per prevenirne al massimo i potenziali danni. Al momento, però, questo magazzino geologico non esiste. Pertanto anche questi 17 mila metri cubi di rifiuti altamente pericolosi dovranno essere temporaneamente immagazzinati nel Deposito Nazionale.

Come è fatto il Deposito di rifiuti radioattivi

Il Deposito sarà costituito da una serie di contenitori, per la maggior parte in cemento armato, posizionati “a matrioska”, quindi uno dentro l’altro. Il primo è quello classico, che vediamo in film e giornali, dei rifiuti radioattivi. Parliamo di un cilindro o un parallelepipedo metallico che contiene i rifiuti in forma solida. A loro volta questi contenitori vengono posizionati in cubi di calcestruzzo alti quasi due metri.

E ancora, questi moduli sono inseriti in celle di cemento armato grandi 27 metri per 15 e alte 10 metri, progettate per resistere almeno 350 anni. Nel deposito verranno “ammassate” 90 di queste celle. Infine, l’ultima barriera protettiva consiste in una sorta di collina artificiale alta qualche metro, composta a sua volta da diversi strati di vari materiali. Il suo compito è quello di rendere il deposito impermeabile all’acqua, oltre che piacevole alla vista.

https://youtu.be/7rvWFmmEmj4

Dove verrà costruito il deposito?

Siamo arrivati quindi al frame della resa dei conti, in cui tutte queste parole devono essere messe in pratica. Solitamente, infatti, è proprio lo scontro con la realtà a rendere le cose, diciamo così, interessanti. Questo inevitabile passaggio mette in luce i lati oscuri di una questione che, se affrontata superficialmente, sembra anche troppo semplice. Produciamo rifiuti e li immagazziniamo senza che nessuno si faccia male. Poi, tra trecento anni, ci penseranno gli altri. Ma non funziona così e la realtà è appunto molto diversa.

Il 5 gennaio SOGIN ha pubblicato una mappa, detta CNAPI o Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee ove costruire questo gigantesco Deposito Nazionale di rifiuti radioattivi. I criteri utilizzati per questa decisione sono, per esempio, l’attività vulcanica o il livello di sismicità del territorio, ma anche la presenza o meno di altipiani e la concentrazione abitativa. Una completa infografica che riassume i diversi criteri è stata ben realizzata dal Post.

Alla luce quindi di queste condizioni, le tre aree più idonee sono risultate essere in provincia di Torino, di Alessandria e di Viterbo. Tutte le altre sono situate in Toscana, Basilicata, Puglia, Sicilia e Sardegna, ma hanno una valutazione di idoneità inferiore rispetto alle prime dodici. Prevedibilmente, però, nessuna delle 67 aree individuate ha accolto con piacere la notizia. Anzi, i sindaci dei comuni interessati hanno rifiutato, talvolta anche minacciando proteste e rivolte, l’idea del progetto.

Nessuno vuole i rifiuti radioattivi in casa propria

Oltre ai timori riguardanti la salute e la sicurezza dei cittadini, Sindaci e Governatori hanno esposto varie e comprensibili proteste. Il presidente della Regione Piemonte, Alberto Cirio ha sottolineato come alcune delle aree scelte tra Torino e Alessandria siano patrimonio Unesco. Ha poi aggiunto: “Immaginate una persona in procinto di comprare una casa in uno di questi comuni. Dopo aver letto la notizia voi cosa fareste al suo posto?”.

Di avviso simile è il sindaco di Matera, che nel 2018 è stata nominata capitale della cultura ed è stata quindi una destinazione molto ambita per milioni di turisti, italiani e internazionali. Ecco le parole di Bennardi. “Un deposito nella sua zona sarebbe uno sfregio per diversi motivi. Ve lo immaginate un turista che arriva in una Matera autentica e trova una discarica di rifiuti radioattivi? Matera sito Unesco e deposito di scorie nucleari? Tutto questo terrebbe lontano chiunque”. Sulla sua scia anche il Ministro Roberto Speranza, di origini lucane, ha affermato che la Basilicata è una zona sismica di tipo 2, quindi sarebbe impensabile accogliere qui rifiuti radioattivi.

Una soluzione c’è, e creerà caos

Se nessuno si offrirà volontario tra i comuni scelti per ospitare il Deposito, Sogin dovrà pensare a trattative bilaterali per trovare una soluzione condivisa. La decisione finale spetta al ministero dello Sviluppo economico, che individuerà l’area con un decreto. L’obiettivo è di costruire il deposito entro il 2025.

Un sindaco coraggioso?

L’unico ad essersi fatto avanti è Daniele Pane, Sindaco di Trino, in provincia di Vercelli. Questa piccola cittadina però non è presente nella mappa pensata da SOGIN, anche se proprio qui in passato è stata costruita una delle centrali nucleari italiane ormai dismesse. Pane ha affermato che “se in passato si pensò a questo sito per l’installazione della centrale, magari potrebbe andare bene anche per il deposito. Già oggi noi facciamo da deposito nazionale. Quasi l’80 per cento dei rifiuti radioattivi italiani sono stoccati tra Trino e Saluggia. Piuttosto che rimanere in questo stato di provvisorietà, preferirei ospitare il deposito definitivo con tutti gli standard di sicurezza”.

Il ministro Sergio Costa di tutta risposta ha affermato quanto segue. “Leggo che alcuni sindaci di città non presenti nella lista si stanno candidando: se non si è nella lista il proprio territorio non possiede le caratteristiche tecniche per ospitare il deposito”. Il che mette tristemente in luce anche le falle nella legislazione italiana, che non molti anni fa permetteva il funzionamento di una centrale nucleare in un territorio evidentemente non idoneo a questa attività.

I vantaggi del Deposito Nazionale

Il sindaco di Trino, probabilmente, vorrebbe anche aver accesso ai 30 milioni di euro promessi ai comuni ospitanti. I costi per la costruzione del deposito invece ammontano a 900 milioni, che saranno in parte ammortizzati grazie alla bolletta elettrica degli italiani. Da questa già oggi vengono detratti i soldi di compensazione per le aree in cui si trovano i depositi provvisori.

Un altro vantaggio dell’avere “in casa propria” il Deposito Nazionale sarebbe la creazione di migliaia di posti di lavoro. Sia per i quattro anni di costruzione dell’impianto, ma anche durante il funzionamento dell’impianto stesso, che potrebbe occupare dalle 700 alle 1000 persone. Alcuni ritengono che bisognerebbe rendersi conto che le scorie sono anche il frutto di un efficiente programma di ricerca medica e di implementazione di cure delle quali loro stessi e tutta la popolazione giovano.

Gli svantaggi del nucleare

Però è comprensibile che nessuno voglia farsi carico di decisioni sbagliate prese in passato, come l’apertura sul suolo nazionale delle centrali. Il nucleare è da molti considerato un’alternativa alle fonti fossili. Ma, oltre ai disastri ambientali devastanti come quello di Chernobyl, anche i recenti fatti riguardo allo smaltimento delle scorie mettono in luce il limite di questo tipo di energia. La quale porta a dover immagazzinare rifiuti nelle più disparate aree del mondo il cui spazio, ricordiamolo, è limitato. Qui, permettetemi, stiamo raggiungendo il livello di chi necessita di fugare il dubbio sulla sfericità della Terra.

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Inoltre, se è vero che molte scorie derivano dalla ricerca medica, è anche vero che altrettante sono prodotte dall’industria. Non è questa la sede per snocciolare una possibile inchiesta sulla provenienza di questi rifiuti, ma sappiamo che probabilmente il generico termine “industrie” si riferisce a stabilimenti che producono oggetti inutili atti a soddisfare la nostra fame di consumismo. Ma, in mancanza di grosse novità, approfondiremo forse questo tema nella prossima puntata.

Treno Maya, la ferrovia che minaccia la giungla

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MESSICO – Il megaprogetto Treno Maya (Tren Maya in spagnolo) è motivo di vanto per il presidente di sinistra Andrés Manuel López Obrador. Eppure, quello che è iniziato come uno dei più grandi progetti di turismo sostenibile dell’attuale presidente, diventerà l’investimento più dannoso per l’ecosistema.

Si tratta della costruzione di una linea ferroviaria di circa 950 km che collegherà i cinque stati sud-orientali del Chiapas, Tabasco, Campeche, Yucatán e Quintana Roo in un circuito turistico. L’obiettivo è quello di portare i turisti che si riversano su Cancún, Tulum e altre città costiere con le loro ricchezze all’interno della penisola dello Yucatán – che contiene alcuni degli stati più poveri del paese.

 Le rotaie dunque, promuoverebbero lo sviluppo socio-economico del sud e del sud-est del paese come anche la storia e la cultura degli indigeni ai turisti.

Con lo scoppio della pandemia COVID-19, il presidente ha colto la palla al balzo per sottolineare  l’importanza del progetto che, a suo dire, darà forte impulso all’industria del turismo in difficoltà e accelererà la ripresa del Messico dalla crisi economica.

Tuttavia, dietro queste luminose aspettative si nasconde una realtà molto pericolosa: l’impatto ambientale del treno maya è infatti disastroso.

Il Treno Maya è ”un atto di guerra” per le comunità indigene

Gli attivisti e molte comunità indigene avvertono che il treno devasterà l’ecosistema del Messico meridionale.

Anche secondo El Universal, “il progetto viene portato avanti senza considerare gli impatti ambientali che può causare”. La deforestazione è tra i motivi di maggiore preoccupazione.

Il treno attraverserà una delle foreste pluviali più importanti delle Americhe, dopo l’Amazzonia: la riserva della biosfera di Calakmul della giungla Maya. Calakmul è l’unica giungla a fusto alto di tutta la penisola dello Yucatan. Costituita da quasi 3.000 miglia quadrate di giungla è un punto focale per la biodiversità ed ospita un gioiello archeologico: l’antica città Maya di Calakmul.

Il Treno Maya deforesterà la giungla

In un rapporto presentato dal Fondo Nazionale per la Promozione del Turismo (Fonatur) emerge che il 24% dell’area interessata dalla costruzione della ferrovia fa parte proprio della giungla maya. In quest’area, più di 10.000 alberi saranno tagliati per fare spazio alle rotaie.

La deforestazione su larga scala ha già interessato quest’area, oltre che tutto il paese. Secondo uno studio del 2017 del “Center for Social Studies and Public Opinion”, circa il 90-95 per cento del Paese è già stato deforestato, collocando il Messico accanto ad Haiti ed El Salvador come uno dei Paesi con la più grande perdita di alberi al mondo.

In particolare, negli ultimi 20 anni, le foreste tropicali della penisola dello Yucatán, le foreste tropicali sono state rase al suolo per fare spazio agli allevamenti industriali di maiali e ai campi di soia e di palma da olio, secondo Greenpeace Messico.

Oltre al treno passeggeri, il governo prevede di utilizzare i binari per il trasporto di merci. Il timore è che la ferrovia incentivi una maggiore produzione di merci – soprattutto olio di palma e soia. Questi prodotti derivano, come già sottolineato, da pratiche agricole insostenibili che già provocano la deforestazione della zona.

La ferrovia minaccia anche la flora della giungla. Lo Yucatán è un habitat molto importante per il giaguaro ed ospita cinque specie in via d’estinzione.

Infine, nella valutazione di impatto ambientale (MIA) viene riportato che il treno è alimentato a gasolio, uno dei combustibili fossili più dannosi per l’ambiente.

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Un’altra Cancùn?

 Inoltre, il turismo di massa aggreverà gli impatti del cambiamento climatico come già successo nelle località di Cancùn e Tulum.

Dal 2011 al 2012 il numero di turisti a Cancùn è aumentato del 16,9% e ha continuato a crescere tra il 2% e il 5% annuo da allora fino al 2017.

Uno dei tanti esempi degli effetti dell’overturism in quest’area è la morte del 30% del corallo in un parco della barriera corallina di Quintana Roo avvenuta in poco più di quattro mesi a causa del riscaldamento delle acque.

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Il treno maya è un esempio dei megaprogetti che, insieme alla costruzione di beni immobili, stanno trasformando la penisola dello Yucatán e sono problematici. E’ quello che afferma Casandra Reyes García, biologa del Centro di Ricerca Scientifica dello Yucatán e coautore dello studio “Mayan Train”: Perché i biologi sono così preoccupati?”, Essi  includono anche progetti destinati alla transizione energetica verso l’energia eolica e solare.

Il Treno Maya come emblema di sviluppo insostenibile

Se fossero ben sviluppati, tutti questi progetti potrebbero davvero giovare alla popolazione. “Tuttavia, quello che stiamo vedendo è che questi progetti sono realizzati su aree che un tempo erano giungle: dunque richiedono la rimozione di uno strato di alberi e l’eliminazione di 10 centimetri di terreno”, ha sottolineato Reyes.

Un tempo considerato leader nell’azione per il clima tra i Paesi a basso e medio reddito, il Messico sta ora scommettendo su una serie di progetti infrastrutturali costosi dal punto di vista ambientale per dare impulso allo sviluppo e rilanciare l’economia. Quest’approccio è emblematico di una delle maggiori ideologie alla base della distruzione dell’ambiente: l’idea che lo sviluppo sia unilateralmente destinato alla crescita economica. Alla luce di ciò, ci si sente dunque giustificati a fare letteralmente terra bruciata tutt’intorno. Una tale prospettiva a breve termine che consideri ancora ambiente e sviluppo come due facce di una diversa medaglia è inconcepibile ed insostenibile.

Plastic Bali, l’isola indonesiana sommersa dalla plastica

Non è una novità che le candide spiagge dell’isola di Bali vengano periodicamente sommerse dalla plastica, proveniente dal grande Blu. Secondo gli esperti, questo dramma ecologico sta diventando un appuntamento annuale fisso, durante la stagione dei monsoni; a causa della cattiva gestione dei rifiuti e per via della sempre più crescente crisi globale da inquinamento marino. L’ultimo episodio ha inaugurato il 2021, dando il via ad un altro anno all’insegna del vero mostro dei mari: la plastica.

Plastic Bali

No, non è il titolo di un nuovo film in uscita nelle sale a gennaio, ma lo scenario davanti al quale si sono ritrovati i balinesi nei primi giorni dell’anno nuovo. La sabbia bianca delle tipiche spiagge indonesiane lascia il posto a tonnellate di materiali plastici.

I litorali maggiormente colpiti sono quelli di Kuta, Legian e Seminyak collocati a nord dell’isola. In due giorni sono state raccolte circa 90 tonnellate di rifiuti, e durante il secondo giorno di raccolta la quantità è raddoppiata fino a 60 tonnellate.

La stagione monsonica porta alla luce lo scorretto modello di gestione dei rifiuti a Bali.

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Wayan Puja, dell’agenzia per l’ambiente ed i servizi igienico-sanitari della zona di Badung, maggiormente colpita, ha dichiarato:

“Abbiamo lavorato molto duramente per ripulire le spiagge, tuttavia la spazzatura continua ad arrivare. Ogni giorno impieghiamo il nostro personale e camion”.

Nel 2010 l’Indonesia ha prodotto 3,2 milioni di tonnellate di plastica. Circa la metà è finita in mare. 

Perchè la plastica arriva a Bali?

La dott.ssa Denise Hardesty, ricercatrice presso l’agenzia australiana CSIRO ed esperta di inquinamento da plastiche, ha affermato che attualmente ne viene raccolta una “quantità enorme” dalle spiagge e che la situazione peggiora di anno in anno. Ma perché?

“Non è un fenomeno nuovo e non ci si deve sorprendere; accade ogni anno, ma è aumentato nell’ultimo decennio. La spazzatura probabilmente non viaggia molto e ci sono molte altre spiagge dell’arcipelago indonesiano che subiscono il medesimo destino.

Nel sud-ovest di Bali le spiagge tendono a raccogliere rifiuti quando piogge monsoniche e venti soffiano da ovest a est (annualmente).

La crescente quantità di plastica portata dal mare è in linea con l’aumento globale della produzione di quest’ultima. Le spiagge di tutto il mondo stanno assistendo ad un aumento dei rifiuti, ma nei paesi monsonici troviamo un effetto stagionale molto più forte.”

La dott.ssa Hardesty ha affermato che la comunità locale sta diventando sempre più attiva nel tentativo di ridurre l’uso della plastica, utilizzando una serie di approcci per affrontare il problema alla radice.

Alcune delle cause principali risiedono nel pessimo trattamento e negli inefficaci sistemi di gestione dei rifiuti in Indonesia; Bali e Java hanno appena iniziato a riorganizzarlo.

Il governatore di Bali, Wayan Koster, ha sollecitato un’azione seria per ripulire le spiagge dalla plastica, enorme attrazione turistica.

“L’amministrazione Badung dovrebbe disporre di un sistema di gestione dei rifiuti a Kuta Beach completo di attrezzature e risorse umane adeguate, in modo che possano lavorare rapidamente per ripulire i rifiuti che giungono sulla spiaggia. Inoltre, nella stagione delle piogge, quando ci sono turisti in visita, i sistemi di trattamento dei rifiuti dovrebbero funzionare 24 ore al giorno. Non si può più aspettare”.

Migliaia di turisti sarebbero normalmente a Bali in questo periodo dell’anno, ma la pandemia da Covid-19 ha duramente colpito l’economia dell’isola e decimato l’industria del turismo, con solo arrivi nazionali.

Le strategie: dall’educazione alla Tourist Tax

A Bali manca l’infrastruttura – o un piano – per affrontare la situazione rifiuti. Se le spiagge sono sempre più piene di bottiglie e buste è anche a causa del turismo, di abitudini molto radicate e di una scarsa consapevolezza del ciclo di vita della plastica, dal momento in cui si butta al mare che la riporta a riva sotto forma di rifiuto.

A fine 2018 il governatore balinese Wayan Koster ha annunciato la messa al bando di polistirolo, buste e cannucce di plastica.

Il governo indonesiano si è ripromesso di ridurre i rifiuti di plastica nel mare del 70% entro il 2025. E l’amministrazione di Bali sta convertendo la discarica di Suwung, che con oltre 30 ettari è la più grande dell’isola e si trova nella capitale Denpasar, in un parco ecologico con termovalorizzatore.

Una delle spiagge più famose di Bali, completamente invasa dai rifiuti.

Sempre nel 2018 è stato redatto un nuovo regolamento che include una tassa di $10 per i visitatori stranieri. Il governatore di Bali ha affermato che le entrate derivate dalla tassa andrebbero a favore di programmi che aiutano a preservare l’ambiente e la cultura balinese. La nuova tassa viene proposta alla luce della continua battaglia dell’isola contro i rifiuti di plastica, che inquinano le spiagge e le acque circostanti.

Altrettanto essenziale è la sensibilizzazione del singolo cittadino al tema dei rifiuti; di questo, per esempio, se ne occupa la ONG “Bye Bye Plastic Bags” fondata dai giovani del luogo e che mira ad aumentare la consapevolezza sull’impatto dannoso che la plastica ha sul nostro ambiente, animali e salute, condividendo anche come essere parte della soluzione. 

Norvegia: la sentenza della Corte Suprema favorisce i petrolieri

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Qualche settimana fa, in occasione di una collaborazione con gli amici di Kritica Economica, avevamo già parlato di Norvegia e di come gli ambientalisti locali – e non solo – avevano portato di fronte alla Corte Suprema la questione delle esplorazioni petrolifere nel mar Artico, in acque statali. In data 4 novembre 2020, il massimo organo giudiziario del paese scandinavo aveva preso in esame i ricorsi di numerosi gruppi ambientalisti. Questi contestano infatti da tempo la strategia economica norvegese che punta fortissimo sul fossile, in particolar modo sul petrolio, sepolto in grande quantità sotto il mar Artico. Per il 23 dicembre si attendeva un pronunciamento della Corte Suprema su future concessioni esplorative. Gli ambientalisti erano ottimisti sull’esito della sentenza e contavano che l’organo giudiziario si sarebbe schierato dalla loro parte, limitando o addirittura cancellando la possibilità di future esplorazioni petrolifere. È avvenuto esattamente il contrario.

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Una piattaforma petrolifera in mare nel Nord Europa. Foto: Thomas G./ Pixabay

Il verdetto della Corte

La Norvegia ha ogni diritto di moltiplicare le trivelle in Artico e di espandere licenze e operazioni. Non lascia spazio a fraintendimenti la sentenza della Corte Suprema del paese scandinavo. Si sono così gelati – e non a causa del rigido clime norvegese di dicembre – gli animi di Greenpeace Norway e Nature and Youth, le due principali associazioni ambientaliste coinvolte in questa lotta, i due gruppi che più di tutti avevano spinto per una decisione in tribunale.

L’approfondimento video di Euronews sulla vicenda.

Tutto era nato qualche anno fa, a cavallo tra 2015 e 2016. Equinor e altre compagnie che, come lei, operano nel settore del petrolio si erano aggiudicate un’asta governativa per l’assegnazione delle licenze dei prossimi anni. Gli ambientalisti si erano subito attivati. Tale asta avrebbe violato la costituzione norvegese – la quale ha un articolo che tutela l’ambiente e ordina di preservarlo a vantaggio delle generazioni future – e sarebbe andata contro le risoluzioni della Conferenza di Parigi, la quale, all’epoca, era storia fresca seppure oggi, oltre 5 anni dopo, sembra che chiunque se ne sia dimenticato. Quasi nessuno tra gli Stati firmatari, infatti, è al passo con gli impegni presi per mantenere sotto controllo il surriscaldamento globale.

Gli argomenti ambientalisti sono stati integralmente rigettati dalla Corte. All’interno dell’organismo, che si compone di 14 giudici totali, 11 si sono schierati con il governo. Oslo può tranquillamente continuare ad estrarre idrocarburi. Esplorazione ed estrazione petrolifera, secondo la Corte, non entrano in diretto conflitto con il diritto a godere di un ambiente pulito. L’esecutivo non può essere ritenuto responsabile delle emissioni causate dall’esportazione di petrolio.

L’economia della Norvegia

Le argomentazioni della Corte Suprema possono trovare in disaccordo numerosi tra i lettori. Esse appaiono come una forzatura, un cieco meccanismo per giustificare altro sfruttamento ambientale. Dal punto di vista ambientalista, è proprio così. Dobbiamo però indossare gli stessi occhiali dei giudici della Corte Suprema se vogliamo comprendere le motivazioni del loro verdetto. Nuovamente, ci troviamo su quel territorio di confine che divide economia ed ecologia, PIL ed ambiente. Non ci dobbiamo stupire se, ancora una volta, si è scelta la lobby.

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Caratteristico porto norvegese. Si notano barche, la caratteristica architettura nordica e… un silos per lo stoccaggio del petrolio. Il settore del fossile è il principale per l’economia norvegese. Foto: Pixabay

La Norvegia è il maggior produttore di petrolio dell’Europa occidentale. Ogni giorno estrae circa 4 milioni di barili di petrolio equivalente. La politica energetica ed ambientale del governo ha inevitabilmente molto a cuore questo settore, il quale è il principale per l’economia locale. La speranza delle associazioni che avevano firmato i ricorsi era quella di riuscire ad imbrigliare Oslo e le sue politiche a riguardo. Greenpeace e Nature and Youth si erano concentrate su 10 licenze, sperando di creare un precedente valido anche per ogni altra autorizzazione. La Corte Suprema ha però dato loro torto.

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Le reazioni degli ambientalisti

Si tratta di una grave sconfitta per le associazioni ambientaliste che si erano battute per questa vicenda e, in definitiva, per l’intero Pianeta. Natur og Ungdom, norvegese per Nature and Youth, natura e gioventù, se l’è presa molto, in seguito alla sentenza. In un tweet al veleno non ha risparmiato accuse, neppure troppo velate, al governo della Norvegia.

https://twitter.com/NaturogUngdom/status/1341312299341066241?s=20

Il loro messaggio in italiano suona più o meno così: “Ai giovani di oggi manca una protezione giuridica fondamentale. Che li protegga da quei danni ambientali che mettono a repentaglio il nostro futuro. Abbiamo un messaggio per i giovani e tutti gli altri a cui importa: le elezioni arriveranno presto.” Il riferimento alle urne non esprime solo la speranza che un governo diverso si dimostri più attento all’ambiente, è anche un preciso rimando alla sentenza. Tra le varie motivazioni portate dai giudici a giustificazione del diritto governativo di procedere con le licenze, una è politica. Le toghe hanno infatti inserito un passaggio che rimanda alle posizioni espresse dai deputati in parlamento. Secondo quanto scrivono i giudici della Corte Suprema, infatti, un’ampia maggioranza parlamentare ha ripetutamente respinto le proposte per porre fine all’estrazione di petrolio.

Torniamo al ragionamento di partenza, con cui abbiamo aperto il paragrafo. Gli interessi economici sono troppo vasti, troppo importanti per sacrificarli sull’altare della lotta ambientale. Una volta in più, ci si rifiuta di riconoscere il cambiamento climatico come la sfida più importante del nostro tempo. Di nuovo, si pone l’economia sul più alto gradino decisionale.

La Norvegia e il suo petrolio

Il governo norvegese, naturalmente, ha espresso soddisfazione dopo la sentenza della Corte Suprema. Le associazioni ambientaliste, invece, hanno parlato di danni incalcolabili per il futuro. “Fa davvero male al cuore. Non perché abbiamo perso ma per le conseguenze che ci troveremo a pagare.” È il pensiero di Frode Pleym, responsabile di Greenpeace Norway. “Questa sentenza stabilisce, in sostanza, che i politici possono privarci di un ambiente vivibile.” Ha affermato Therese Hugstmyr Woie di Nature and Youth.

La Corte Suprema, nel prender questa decisione, non ha neppure tenuto conto della volontà popolare. La stessa Greenpeace, infatti, aveva proposto un sondaggio ai norvegesi prima che il tribunale prendesse una decisione. Da esso, era emerso come la maggior parte della popolazione del Paese scandinavo preferisse porre fine, una volta per tutte, allo sfruttamento petrolifero del Mar Artico. La decisione si deve alla sensibilità climatica degli abitanti. Il loro governo, però, ha scelto di non dar loro ascolto e lo stesso ha fatto la Corte Suprema.

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