“Greenland is not for sale” – e per fortuna!

Trump triste con sfondo la bandiera groenlandese
Trump triste con sfondo la bandiera groenlandese
Una nuova versione della bandiera della Groenlandia.

Il riscaldamento globale Trump lo sa riconoscere bene, tanto da sapere come approfittarne. Magari non tutti sono stati raggiunti dalla notizia della compravendita della Groenlandia. Poco male: un’intenzione bislacca che non ha giustamente trovato pareri positivi nella controparte e che si è ben presto trasformata nel solito inutile ed evitabile battibecco. Ma questa questione, di scarsa rilevanza per la narrazione politica, lascia però intravedere un aspetto agghiacciante per chi ha una coscienza ambientale (o forse una coscienza e basta).

Dal punto di vista di Trump, comprare la Groenlandia non è affatto una follia. A parte l’egocentrica idea di voler fare della propria presidenza un qualcosa di memorabile, come acquistare un vastissimo territorio (grande come circa il 20% degli Stati Uniti), le motivazioni utilitaristiche sono presenti. La Groenlandia oltre a essere ricca di risorse naturali, si trova in una posizione strategica, che garantirebbe agli Stati Uniti un grande vantaggio militare e commerciale. Soprattutto in base allo scenario che si sta profilando a causa dei cambiamenti climatici che, causando lo scioglimento dei ghiacci nel Mar Glaciale Artico, aprirebbero nuove fruttuose rotte attraverso il Polo Nord.

Leggi il nostro articolo sull’argomento: “MAGGIO 2019 IL PIU’ CALDO DI SEMPRE. E IN GROENLANDIA IL GHIACCIO SPARISCE”

Menefreghismo ambientale e l’inarrestabile mentalità capitalistica: il binomio del secolo

Il vero elemento preoccupante è la visione del mondo che ha portato alla concezione dell’idea. Una visione vecchia e immutabile, egoistica ed egocentrica. Come appena accennato, il valore della Groenlandia e quindi l’interesse attorno a essa, vanno di pari passo con l’innalzamento della temperatura globale e il conseguente scioglimento dei ghiacci che rendono il Polo Nord pressoché inattraversabile. Anche solo valutare questa ipotesi significa accettare, anzi, allietarsi della catastrofe ambientale in atto.

Che Trump non fosse un grandissimo sostenitore della lotta al cambiamento climatico non è certo una novità. Ma questo è l’ennesimo affronto, l’ennesima testimonianza della totale scelleratezza politica alla base del nostro sistema economico-sociale. Il profitto non guarda in faccia a nessuno e così fanno coloro che ragionano solamente nella sua ottica. Questo episodio è l’esempio cristallino di come una certa classe di persone non voglia ammettere l’esistenza dei cambiamenti climatici per pura convenienza. L’idea di Trump di acquistare la Groenlandia si delinea proprio nel quadro dipinto dagli stessi.

Dobbiamo disarcionare chi ci conduce verso il baratro spacciandosi per guida. Qualunque politica favorisca la riproduzione dell’assurdo modello capitalistico finalizzato all’arricchimento e all’assoggettamento perpetrato negli ultimi decenni deve diventare motivo di vergogna. Nessun politico degno di questo nome deve avere più il coraggio di intraprenderla. Gli unici obiettivi devono essere la messa in sicurezza del pianeta e l’estirpazione di quella malattia mentale che prende il nome di consumismo.

Forse sarà un caso, ma con l’aumento di globalizzazione in Groenlandia è aumentato anche il tasso di suicidio. Portando il paese ha detenere il triste e macabro record. La cosa migliore che gli Stati Uniti possano fare in Groenlandia è starne alla larga.

Breve video di EuroNews che riporta la notizia.

In Alaska strage di salmoni: l’acqua è troppo calda

Il 6 di agosto un turista in viaggio in Alaska ha pubblicato un video su Facebook che mostrava moltissimi salmoni morti nella baia di Tutka. In poche ore è diventato virale e, dopo non molto tempo, una spiegazione più o meno accurata delle autorità e degli scienziati della zona, è sembrata placare il tutto. Invece la verità, proprio come quelle centinaia di pesci, è infine venuta a galla.

Leggi il nostro articolo: “Una scomoda verità 2”, perché le bugie non durano a lungo

Colpa di una rete da pesca?

“Sarebbe insolito se pesci di qualità simile si fossero raggruppati così strettamente andando nella stessa direzione”, aveva affermato Glenn Hollowell, biologo presso il Dipartimento di Pesci e Selvaggina dell’Alaska, specializzato sul salmone. Secondo lui la causa era da attribuirsi a una rete da pesca difettosa, che ha stretto tra loro una grande quantità di salmoni provocandone la morte. Questi sono poi fuoriusciti una volta che la rete è stata allentata.

https://www.facebook.com/skolabaristy/videos/10218714201833574/
Il video girato dal turista Alex Richter in Alaska

Tuttavia, nelle ultime settimane, altri abitanti hanno riportato morti sospette di salmone in zone diverse dello Stato, da Kuskokwim a Norton Sound fino Bristol Bay, che distano centinaia di chilometri le une dalle altre. A questo punto, quindi, la dottoressa Stephanie Quinn-Davidson, che dirige la Commissione per i pesci del fiume Yukon, ha condotto un ulteriore studio sulla morte dei salmoni lungo tutti i 200 chilometri del fiume Koyukuk.

“Abbiamo esaminato i salmoni morti alla ricerca di eventuali indicazioni di malattie, parassiti, infezioni, tumori e non abbiamo trovato nulla. Abbiamo escluso l’inquinamento perché questa zona è incontaminata, né si trova nei pressi di scarichi di acque reflue”.

Leggi il nostro articolo: “Che cos’è un ecosistema e perché è importante”

E’ stato anche preso in considerazione il fatto che le femmine di salmone muoiono naturalmente circa due mesi dopo la deposizione delle uova, tra giugno e agosto. Tuttavia, attivisti e ricercatori locali hanno constatato che alcuni dei salmoni morti non si erano mai riprodotti né sembravano in procinto di farlo. Inoltre vi erano anche molti salmoni femmina che trasportavano ancora uova sane. Come si legge in un articolo della CNN, probabilmente i pesci non avevano più le energie per deporre le uova e sono quindi morti con uova sane ancora nel corpo.

La vera causa

L’unica spiegazione è quella del caldo. Quinn-Davidson ha anche affermato che in Alaska ci sono stati quattro o cinque giorni di caldo estremo tra il 7 e l’11 luglio con una temperatura di circa 7 gradi al di sopra della media. Gli abitanti hanno affermato di aver visto salmoni morti già il 12 di luglio.

Un altro problema, continua Quinn-Davidson, è che “in molte zone del fiume l’acqua era molto bassa, il che ha reso difficile se non impossibile per i salmoni trovare un rifugio in pozze più fresche e profonde”.

Leggi il nostro articolo: “Il lago Ciad sta evaporando: le prime vittime del riscaldamento”

Sue Mauger è il direttore scientifico del Cook Inletkeeper, un’associazione non governativa che si occupa del mantenimento del fiume Cook Inlet. Egli afferma che le temperature dell’acqua hanno raggiunto record al pari di quelle dell’aria. Nel fiume Cook non sono infatti mai state registrate temperature al di sopra ai 27 gradi centigradi fino ad ora.

Leggi il nostro articolo: “Riscaldamento globale: perché aumenta la temperatura?”

Negli ultimi anni i salmoni stanno subendo molte minacce come la pesca illegale o non controllata, le malattie provenienti dagli allevamenti intensivi, l’acidità degli oceani, le plastiche e le microplastiche negli oceani. Il caldo è quindi un’ulteriore, inutile pericolo da gestire per la sopravvivenza dei salmoni e di chi ne dipende.

L’Amazzonia brucia. 20.000 ettari in fumo

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Il polmone verde del pianeta sta letteralmente andando in fumo. 72.000 incendi registrati nel 2019 in tutto il Brasile, di cui più della metà scatenatisi in Amazzonia. L’84% in più di quelli registrati nell’anno precedente. Questi i dati registrati dal National Institute for Space Research.

I cieli di Rio de Janeiro che diventano neri alle 4 di pomeriggio a causa di una nube di fumo proveniente da 2.700 chilometri di distanza. Una coltre nera facilmente visibile dallo spazio. Un presidente che accusa le ONG ambientaliste di aver appiccato gli incendi. E 20.000 ettari di Amazzonia che vengono rasi al suolo dalle fiamme. Una catastrofe ambientale che si aggiunge ai già più che preoccupanti episodi che in questa stagione estiva si sono verificati in Alaska, Groenlandia, Siberia ed Isole Canarie. Il mondo è letteralmente in fiamme. E ancora si è lì a discutere se il cambiamento climatico debba essere, o meno, la priorità assoluta per i governi di tutto il mondo.

Un’origine dolosa

Il primo dato da sottolineare quando si parla di incendi è che più del 99% di essi ha origine dolosa. Ed anche in questo caso è più che probabile che questi episodi non appartengano al restante 1%. Già vi avevamo parlato della volontà del presidente del Brasile Jair Bolsonaro di utilizzare la foresta Amazzonica come una fonte inesauribile di risorse per arricchire il paese, senza curarsi del fatto che proprio quel crogiolo di biodiversità e bellezza sia una delle armi più importanti che l’umanità ha per contrastare il cambiamento climatico.

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Fumo visibile dallo spazio. Immagine NASA

I tratti di Amazzonia che oggi stanno bruciando da più di due settimane, infatti, diventeranno terreno che verrà utilizzato per monocolture e allevamenti intensivi. D’altronde, incendiare una determinata area verde per poi essere in grado di poter convertire la zona ad uso industriale è una pratica già vista e rivista, spesso, purtroppo, anche nel Sud del nostro paese. L’irresponsabilità e la corruzione sono entrambe sfaccettature facilmente distinguibili nell’operato del Presidente brasiliano che ha deciso di voler vendere il benessere delle future generazioni per favorire le lobby dell’agribusiness.

Le accuse di Bolsonaro

Bolsonaro è ora sotto i riflettori, nonostante la notizia stia comunque avendo una copertura mediatica decisamente minore rispetto a quanto meriti. Nel momento in cui si è ritrovato spalle al muro, come ogni esponente di un volere populista che si rispetti, ha iniziato a puntare il dito e gettare fango contro altri. Tra l’altro, in maniera poco credibile.

Leggi l’articolo: “Più carne più deforestazione. Il report di Greenpeace”

Una delle prime reazioni che ha avuto è stata quella di licenziare Ricardo Galvao, capo dell’INPE ovvero l’Istituto che ha registrato e poi pubblicato i dati relativi agli incendi che hanno colpito l’Amazzonia nel 2019. Successivamente ha deciso di puntare il dito contro diverse associazioni ambientaliste, ree, a suo dire e senza prove, di aver appiccato gli incendi. Galvao ha così commentato queste prese di posizione: “Quello che sta accadendo è che questo governo ha inviato un chiaro messaggio, non ci saranno più punizioni come prima…il controllo della deforestazione non avverrà più come in passato”.

Leggi l’articolo: “Bolsonaro vuole distruggere l’Amazzonia”

La nota triste di queste dichiarazioni è che, oltre ad essere decisamente veritiere, non sono altro che la conferma di quanto già ampiamente prevedibile sin dal giorno in cui Bolsonaro è stato eletto Presidente. L’allarme e la preoccupazione che scattano oggi, dunque, è più che tardiva. Così come lo saranno eventuali misure di sicurezza adottate dal diritto internazionale. E non è detta che queste arrivino, quanto meno in tempi brevi.

Amazzonia vs. Notre Dame: il paragone sui social

Come al solito i social non hanno lasciato passare indenne la notizia. Qualche mese fa, infatti, un incendio ha colpito Notre-Dame de Paris. Nel giro di poche ore le immagini della cattedrale hanno monopolizzato la copertura mediatica e i miliardari di tutto il mondo sono riusciti a raccogliere, in poche ore, 218 milioni di euro da donare per la sua ricostruzione. Mentre oggi “dopo 16 giorni che l’Amazzonia, il polmone verde del mondo, sta andando a fuoco nessuno fa niente. Né i media, né i governi. Né tanto meno i miliardari”.

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Questo uno dei commenti più condivisi sui social che riassume in pieno l’iniquità con cui le questioni ambientali vengono trattate rispetto alle altre. Una parte del web tuttavia, nonostante il secondo piano dato dai media alla vicenda, non ha esitato a mostrare il suo supporto sulle ali dell’hashtag #PrayforAmazonia. Fortissimo è stato il grido di dolore ed indignazione dei FridaysforFuture di tutto il mondo.

Salvare l’Amazzonia per salvare il pianeta

Le nostre possibilità di sconfiggere il cambiamento climatico vanno di pari passo con la conservazione, e l’ampliamento, degli spazi verdi di tutto il pianeta. Un discorso che va sicuramente accentuato per quanto riguarda l’Amazzonia, la foresta pluviale più grande del mondo. Casa di uno degli ecosistemi con la più grande biodiversità e più grande magazzino di CO2 del pianeta su terraferma. Il fatto che oggi le sue sorti siano nelle mani di Bolsonaro non può che preoccupare. I danni che la foresta può subire nell’arco di un’intera legislatura potrebbero essere irreversibili. Non solo per la foresta in sé per sé ma per il mondo intero.

Leggi l’articolo: 1.200 miliardi di alberi per salvarci dal cambiamento climatico

L’IPCC ha affermato che abbiamo 12 anni per salvare il pianeta. Beh, se la direzione è questa potrebbero essere molti di meno. Di fronte a situazioni come questa non resta che aggrapparsi ad un’unica speranza. Per ogni Bolsonaro che brucia una foresta, ci sarà una Greta che lotterà per preservarla. Scegliere da che parte schierarsi non sembra particolarmente difficile.

I costi dei cambiamenti climatici? 69 trilioni di dollari

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L’economia e la salvaguardia dell’ambiente sono ormai da tempo considerati come antagonisti. Sono diversi infatti gli studiosi che hanno individuato proprio nel capitalismo e nello sviluppo di un sistema economico insostenibile la causa principale del riscaldamento globale. Tuttavia secondo Moody’s Analytics, un istituto che si occupa dell’analisi di dati economici tra i più importanti al mondo, i cambiamenti climatici avranno un effetto devastante anche in termini di costi economici. L’ammontare delle spese che l’umanità dovrà affrontare per far fronte al riscaldamento globale si aggira infatti attorno ai 69 mila miliardi di dollari.

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Una stima ottimistica

Come base per questo calcolo la Moody’s Analytics ha stimato un aumento della temperatura globale di circa 2 gradi. Se, per esempio, la Terra si riscaldasse di 1,5 gradi l’ammontare dei costi ammonterebbe “solo” a 54 mila miliardi di dollari. Ma la cosa più preoccupante è che oggi si stima che la temperatura del pianeta si alzerà di almeno 3,5 gradi.

Leggi l’articolo: “Più carne, più deforestazione. Il report di Greenpeace”

Lo stesso istituto ha inoltre dichiarato di non aver tenuto conto, allìinterno del calcolo, delle riparazioni che saranno necessarie per colpa delle catastrofi naturali. Solamente negli Stati Uniti nel 2017 l’ammontare della cifra che il governo ha speso per motivi di questo tipo è di 300 miliardi di dollari. La cifra indicata da Moody’s Analytics va dunque intesa come una stima per difetto.

11 anni per diminuire i costi

Nonostante già oggi stiamo assistendo alle conseguenze dei cambiamenti climatici, i suoi effetti più drammatici si verificheranno a partire dal 2030. Quest’estate abbiamo assistito alla frantumazione di ogni record di temperature a livello planetario, allo scatenarsi di incendi in Alaska a latitudini impensabili fino a qualche anno fa e a lunghissimi periodi di siccità in tantissime zone del mondo che si trovano sulla fascia equatoriale. Tutto ciò altro non è che un piccolo antipasto di ciò che ci aspetta.

Leggi l’articolo: “Roma Plastic Free entro il 2020. Ma non è abbastanza”

Zandi, capoeconomista di Moody’s Analytics, punta il dito contro la scarsa lungimiranza della classe dirigente: “Il mondo di economia, finanza e politica si concentra sul prossimo anno o al massimo sui prossimi 5, e questo rende difficile una risposta immediata e molto determinata al problema”.

I costi dei cambiamenti climatici

Secondo il report i canali attraverso cui il cambiamento climatico genererà questi costi costi sono l’aumento dei livelli dei mari, il peggioramento della salute della popolazione, la diminuzione della produttività del lavoro, una flessione del settore turistico, l’aumento della domanda di energia e soprattutto la riduzione dell’efficienza dei terreni in campo agricolo. Tutte criticità già ampiamente individuate dagli scienziati del clima e che oggi, almeno, hanno un corrispettivo monetario credibile.

Leggi l’articolo: “Luca Parmitano dallo spazio: “Cambiamenti climatici nemico numero uno”

Un report che sottolinea l’importanza della salute del pianeta, soprattutto nel momento in cui si voglia continuare a perseguire anche un aumento del benessere economico delle Nazioni. Occorre ripensare il sistema economico. Reindirizzarlo secondo un’ottica che possa permettergli di proliferare all’infinito attraverso una gestione oculata delle risorse e un rispetto della natura. Un sistema che possa dar modo al pianeta di sostenere una civiltà umana sempre più numerosa. I problemi che si genereranno se questo non accadrà, che non sono solo di matrice economica, potrebbero essere insormontabili e ne faranno le spese tutti quanti. Capitalisti inclusi.

Nuovo report IPCC su cambiamenti climatici e suolo: il riassunto

Il 7 agosto l’ IPCC – Intergovernmental Panel on Climate Change, l’ente più autorevole al mondo in materia di scienza del clima, ha pubblicato la seconda parte del suo report sullo stato attuale di avanzamento dei cambiamenti climatici.

Leggi l’articolo “Più carne più deforestazione: il report di Greenpeace

La prima parte, pubbicata lo scorso ottobre, aveva già avuto un’enorme risonanza. Al suo interno, infatti, gli scienziati avevano affermato come ci restassero solo 12 anni per riuscire a sconfiggere il riscaldamento globale. E proprio quel report aveva dato forza e coerenza ai movimenti ambientalisti che si sono poi generati avvalendosi, appunto, di una credibilità scientifica senza precedenti. In questa seconda parte, invece, l’ente si sofferma sullo stato di salute del suolo. Ed ancora una volta, ad essere identificata come causa principale dei problemi ad esso relativi, sono proprio le nostre abitudini.

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Un ulteriore allarme lanciato dal report IPCC

Una delle più importanti conclusioni a cui sono giunti gli scienziati che vi hanno lavorato è individuabile nella necessità di agire su più aspetti della società e del settore economico per mantenere la temperatura globale al di sotto dei 2 gradi rispetto a quella del 1960. Lo stato di salute del suolo, oggetto specifico di questo report, viene spesso sottovalutato dai meno attenti nella valutazione dell’avanzamento dei cambiamenti climatici.

Leggi l’articolo “Il lago Ciad sta evaporando: le prime vittime del riscaldamento”

Tuttavia questo indicatore è, al pari degli altri, uno dei migliori metodi che abbiamo per valutare il problema nella sua interezza. Terreni poveri di sostanze nutritive e desertificati non favoriscono, infatti, la mitigazione del riscaldamento globale. Sempre secondo il report, inoltre, il 23% delle emissioni di gas serra di origine antropica è generata da un uso scorretto del suolo. Soprattutto per colpa delle aziende operanti nel settore primario.

Tra le attività più inquinanti, a questo livello, troviamo i sistemi di coltivazione intensivi e la produzione di carne e latticini. Tutte queste attività, oltre a rendere necessario l’utilizzo di sostanze chimiche che vanno ad impoverire il suolo, sono anche la principale causa di deforestazione a livello mondiale.

Sicurezza alimentare a rischio

Nell’arco degli ultimi 40 anni, secondo il report IPCC, l’uso di fertilizzanti è aumentato di 9 volte. Il consumo idrico per l’irrigazione è pari al 70% del consumo totale umano di acqua dolce. Allo stesso tempo lo spreco alimentare pro capite è aumentato del 40% arrivando a toccare la spaventosa cifra di un terzo del cibo prodotto a livello planetario. Ancora una volta i dati sono a dir poco allarmanti.

Leggi l’articolo: “L’Etiopia ha piantato oltre 353 milioni di alberi in un giorno”

Il report IPCC individua inoltre quelli che vengono definiti come i 4 pilastri della sicurezza alimentare: la disponibilità, l’accesso, l’utilizzo e la stabilità delle risorse. Tutti questi fattori sono ampiamente influenzati in maniera negativa dall’avanzamento dei cambiamenti climatici. Il rischio che si corre è infatti quello di un grosso calo nel rendimento dei terreni. Un problema che avrà effetti devastanti su problemi come la fame nel mondo e l’avanzamento della desertificazione dei suoli. Tutto questo si tradurrà in una diminuzione della quantità di aree abitabili del pianeta, soprattutto al livello dell’equatore, e quindi in un aumento delle migrazioni da parte di chi queste zone le abita.

Un modello alternativo esiste

Il report è stato pubblicato, con ottimo tempismo, in vista della 14esima Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite per la lotta alla desertificazione, che avrà luogo a Nuova Delhi a Settembre, ma soprattutto della COP25 che si terrà a Santiago del Chile. Stephen Cornelius, responsabile IPCC per il WWF, ha così commentato i risultati del report: “Il modo in cui stiamo oggi utilizzando la terra sta contribuendo al cambiamento climatico, minando la sua capacità di sostenere le persone e la natura. L’agroecologia contadina, l’agricoltura familiare e i piccoli agricoltori devono essere messi al centro dei sistemi agricoli, a differenza dell’agricoltura industriale, che non solo non dà la possibilità di nutrirsi in modo sano e nutriente, ma aggrava anche il cambiamento climatico”.

Leggi l’articolo:” Il tempo dei dubbi è finito. I cambiamenti climatici sono qui, oggi.”

La risposta che ognuno può dare per fare la sua parte è facilmente individuabile. Comprare a km0, ridurre il consumo di carne e latticini e privilegiare la scelta di prodotti stagionali sono tutte contromisure facilmente attuabili e che aiutano a ridurre la propria impronta ecologica. Ogni scelta che prendiamo nei nostri metodi di consumo è, ormai, una scelta politica. Non resta che utilizzare il buon senso.

Piu’ carne, piu’ deforestazione: il report di Greenpeace

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L’Amazzonia non è l’unica area sudamericana minacciata dalla deforestazione. Anche il Gran Chaco, il secondo più grande ecosistema forestale del Sud America e il più grande dell’Argentina, è in pericolo a causa dello sfruttamento umano. Il Ministro dell’ ambiente argentino stima che tra il 1990 e il 2017 è stata rasa al suolo un’area pari a 8 milioni di campi da calcio.

Agricoltura, allevamento e soldi

I motivi sono ormai arcinoti: agricoltura, allevamento e, ovviamente, la grande quantità di soldi che derivano dal commercio della carne. Greenpeace ha quindi di recente pubblicato un report con i dati di oltre 20 anni di osservazioni. Il suo scopo è quello di denunciare alcune compagnie che, con la produzione e vendita della carne, contribuiscono alla deforestazione del Gran Chaco.

Inversora Juramento, per esempio, è una delle maggiori imprese agricole dell’Argentina e nel 2018 ha deforestato illegalmente 700 ettari di foresta. Anche la multinazionale Carnes Pampeanas ha raso al suolo 120 mila ettari di foresta durante gli anni delle osservazioni. I loro prodotti a base di carne sono stati registrati nei supermercati Lidl Germania, Metro Germania, Albert Heijn Paesi Bassi, Zandbergen Brothers Monaco di Baviera e Shufersal Israele.

A causa però della mancanza di tracciabilità di tutta la filiera, non è sempre possibile sapere in quale specifico appezzamento di terra in Argentina la carne è stata allevata e prodotta. Pertanto, dal punto di vista del consumatore, è molto difficile assicurarsi di non acquistare prodotti collegati alla deforestazione.

La carne, un enorme commercio

Secondo il rapporto di Greenpeace, l’Argentina è la sesta nazione produttrice ed esportatrice di carne al mondo. Nel 2011 il governo ha lanciato il “Piano Strategico Agroalimentare e Agroindustriale 2010-2020” con l’obiettivo di aumentare il bestiame del 10%. Greenpeace, inoltre, solleva il problema dell’accordo Mercosur-Unione Europea. Questo prevede che tra le nazioni dell’Unione e quelle del blocco commerciale sudamericano Mercosur vi siano meno restrizioni commerciali e controlli e, quindi, più scambi di prodotti. Se verrà siglato, la domanda di carne argentina aumenterà.

Sul sito dell’Unione Europea si legge che l’accordo UE-Mercosur si basa sul presupposto che il commercio non dovrebbe avvenire a spese dell’ambiente o delle condizioni di lavoro; al contrario, dovrebbe promuovere lo sviluppo sostenibile. E ancora, l’UE e il Mercosur si impegnano ad attuare efficacemente l’accordo sul clima di Parigi. Ciò include la lotta alla deforestazione, la protezione dell’ambiente e dei diritti dei lavoratori.

Con tutte le buone intenzioni del caso, però, la carne deve essere trasportata. Gli allevamenti intensivi, inoltre, producono una grande quantità di emissioni a causa delle flatulenze animali tanto che nel 2014 la deforestazione è stata responsabile del 15,6% delle emissioni totali di gas a effetto serra dell’Argentina. Infine, i prodotti agricoli necessari a mantenere in vita gli animali e gli animali stessi richiedono spazio. La FAO stima che tra il 1990 e il 2005, il 45% della deforestazione in Argentina è stata causata all’allevamento intensivo di bestiame. Ad oggi, più del 20% della foresta del Chaco è stata trasformata in pascoli e terre di coltivazione.

Leggi il nostro articolo Carne e sostenibilità, un matrimonio difficile

Una risorsa importante per la vita sulla Terra

Le foreste sono una risorsa importante per la vita sulla terra, in quanto contribuiscono a mitigare i cambiamenti climatici. Svolgono infatti un ruolo cruciale nella regolazione del clima, nel mantenimento delle fonti d’acqua e nella conservazione del suolo. Le foreste concentrano inoltre più della metà della biodiversità terrestre, rendendole fondamentali per l’intero ecosistema. Anche la foresta del Chaco è ospita vegetazione e fauna uniche.

Leggi il nostro articolo Che cos’è un ecosistema e perché è importante

Ad oggi 825 specie di mammiferi abitanti di questa zona sono in via di estinzione. Le cause principali sono la costante distruzione e frammentazione del loro habitat e la loro caccia indiscriminata. I giaguari, per esempio, sono diminuiti del 50%. Si stima che in tutta l’ Argentina siano rimasti solo 250 individui e soltanto 20 nella foresta del Chaco. Anche il puma è considerato a rischio estinzione in quanto parte dei grandi predatori. Questi infatti sono spesso cacciati dagli allevatori che temono per l’incolumità del bestiame. L’allevamento ha poi favorito l’apertura di nuove strade per i veicoli, offrendo una maggiore accessibilità a questa zona per i cacciatori

Popoli nativi sfrattati e sfruttati

La foresta del Chaco fornisce anche casa e sostentamento per migliaia di comunità indigene che dipendono dalla foresta per ottenere cibo, acqua e medicine. Molte delle famiglie indigene nella regione del Chaco, inoltre, non possono considerarsi i legittimi proprietari delle terre in cui vivono. Negli ultimi due decenni, con l’avanzata dell’agroindustria, i conflitti con le aziende che acquistano queste terre sono aumentati. Lo sfratto e l’omicidio degli agricoltori e degli abitanti indigeni da parte della polizia o delle guardie armate assunti dalle compagnie sono sempre più frequenti.

Con questo report, Greenpeace chiede alle aziende produttrici di carne di adottare una politica di deforestazione zero e, se ne avessero già una, di attuarla rigorosamente. Devono inoltre impegnarsi a rispettare i diritti delle popolazioni native. Greenpeace si rivolge inoltre ai governi perché stabiliscano politiche, leggi e accordi più forti e più ambiziosi in difesa delle foreste e dei loro abitanti.

Hotel plastic-free: addio ai flaconcini monouso

hotel

Una delle regole da seguire per viaggiare creando meno rifiuti plastici possibili è proprio quello di evitare l’utilizzo dei flaconcini monouso degli hotel. Di qui a breve tempo resistere alla tentazione sarà molto più semplice.

Leggi il nostro articolo “Ridurre la plastica in viaggio: ecco come fare”

Obiettivo plastic-free

Il ministro dell’ambiente Sergio Costa (M5s) ha dichiarato in un comunicato stampa di aver partecipato a “un incontro interlocutorio ma operativo affinché le strutture alberghiere aderenti a Federalberghi si liberino dalla plastica monouso“. L’intenzione, ambiziosa, è che gli hotel italiani possano diventare totalmente plastic-free. Considerando chi era presente durante l’incontro, forse non sarà un obiettivo così ambizioso. Il meeting infatti si è svolto tra il ministro Costa, la presidente del WWF Donatella Bianchi, il vice presidente di Federalberghi Giuseppe Roscioli, il fotografo subacqueo e documentarista Alberto Luca Recchi e la deputata M5s della Commissione Ambiente Paola Deiana.

Il ministro dell’ambiente Sergio Costa

Ad oggi è già attivo un protocollo che prevede l’eliminazione della plastica negli alberghi di Roma. Questa decisione era stata presa grazie a Luca Recchi, esploratore e fotografo, che ha dato vita al progetto nel 2018, conquistando l’adesione di alcuni noti alberghi di Roma. Anche qui Recchi aveva avuto il supporto dal WWF, che è da anni in prima linea nella lotta contro la plastica. Nell’accordo di giugno però, agli alberghi romani si sono aggiunti quelli nazionali. Importante infatti la presenza di Giuseppe Roscioli, Presidente di Federalberghi Roma e Vicepresidente vicario di Federalberghi Nazionale, a cui aderiscono circa 27 mila hotel italiani su 33 mila.

Miliardi di flaconcini ogni anno

L’eliminazione della plastica dagli alberghi è un provvedimento importante, che non può aspettare la direttiva europea del 2001. In ogni hotel vengono utilizzati ogni anno 200 mila flaconi usa e getta per l’igiene personale. Moltiplicati per i 33mila alberghi italiani, sono 6 miliardi e 600 milioni di flaconcini all’anno, e che hanno, forse, un giorno di vita, se non solo qualche minuto.

Leggi il nostro articolo “La vita di una bottiglia di plastica: dal petrolio al cestino”

La soluzione più efficace per ovviare a questo problema sarebbe eliminare del tutto i piccoli vizi ai quali la società del benessere ci ha abituati. La più realistica è quella accarezzata dal ministro Costa nella sua intenzione di “creare un nuovo mercato“. Se stia parlando di prodotti in plastica biodegradabile, prodotti solidi (shampoo e balsamo solidi), o grandi dispencer di cosmetici in ogni camera non è ancora chiaro. Quello che è certo è che l’ambiente, specialmente i nostri mari, non potranno che beneficiare di questa decisione.

“Roma plastic free entro il 2020”. Ma non è abbastanza

Così la sindaca di Roma, Virginia Raggi, annunciava il 27 luglio l’addio alla plastica monouso nel 2020. Quindi, in linea teorica, nel giro di 17 mesi Roma sarà plastic free. Si tratta di una sfida molto ardua, considerata la situazione in cui versa la città. Quello che più viene da chiedersi è se ciò potrà anche placare lo stato di degrado generale, basterà stoppare la plastica per fermare le criticità della città? In primis, pare evidente andrebbe riformulato un piano realistico e realizzabile per quanto riguarda la raccolta dei rifiuti, tutti. Perché spesso ci si imbatte in cumuli di spazzatura e cattivi odori in molti angoli della città, specie nei periodi di festa ed estivi. Viene da pensare ad un ammutinamento di massa tra gli operatori ecologici della capitale. Si potrebbero tirare fuori anche i misteriosi incendi nelle discariche, ma ai quali è impossibile addentrarsi visti i troppi lati oscuri. Al momento non è abbastanza proclamare il plastic free a Roma, servono più iniziative.

roma plastic free

Leggi il nostro articolo: Da Nord a Sud: le spiagge plastic free d’Italia

Un altro dei punti critici della città verte sullo stato allarmante del verde pubblico, il più vasto d’Europa. Verrebbe da dire anche quello più malconcio. Pare siano troppi i 3.932 ettari da poterli mantenere in uno stato dignitoso. Basterebbe organizzazione e una buona gestione delle risorse. Al momento sembrano non esserci né l’una né l’altra. Nel frattempo, chi vive la città si imbatte in vere e proprie paludi sporche che deturpano il valore immenso di una delle mete più visitate al mondo. In più, il degrado porta degrado.

Pochi spiragli di luce oltre al plastic free

Per cominciare, la raccolta porta a porta introdotta da Ama nei soli municipi VI e X, è un po’ poco. Nel primo di questi pare addirittura che stiano tornando gli amati cassonetti su strada a causa della malagestione della raccolta dei rifiuti. Nel 2019 sembra assurdo che una formula di raccolta usata in tante città non riesca ad avere seguito nella capitale. Migliorerebbe di gran lunga la qualità della vita e il decoro urbano. Di recente, l’azienda dei trasporti Atac, famosa più per i disservizi che per altro, ha introdotto un modello green che ricorda quello usato da alcuni supermercati, ovvero il riciclo di bottiglie attraverso delle macchine che in cambio emettono biglietti. A meno di una settimana dal lancio dell’iniziativa si è registrato un grande successo, come riporta RomaToday, con 11.000 bottiglie raccolte. Qualche notizia positiva ogni tanto arriva anche da loro, nella speranza che se ne sentano più spesso.

Anche il Vaticano ha dato il suo contributo, mettendo al bando la plastica monouso. Una voce importante che si unisce al coro del plastic free.

Leggi il nostro articolo: Cosenza, tra Cracking Art e sostenibilità

È evidente che si debbano fronteggiare tutte le criticità legate all’inquinamento e il degrado urbano, per questo sembra piuttosto poco quello che si sta facendo al momento. Le iniziative positive ancora si contano sul palmo di una mano.

Luca Parmitano dallo spazio: “Il nemico numero uno sono i cambiamenti climatici”

Spesso quando si parla di cambiamento climatico, scioglimento dei ghiacciai e desertificazione si tende a percepire il problema come lontano. C’è invece chi guarda la Terra dall’alto, ogni giorno, riuscendo così ad avere una visione d’insieme dello stato di salute del pianeta. Tra questi c’è Luca Parmitano. Durante un suo intervento in diretta, in cui ha risposto ad alcune domande dei giornalisti mentre era a bordo della Stazione Spaziale Internazionale da lui capitanata, l’astronauta italiano ha rilasciato dichiarazioni allarmanti su ciò che lui stesso ha potuto constatare nel corso della sua lunga carriera.

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Un trend preoccupante

Luca Parmitano è tornato a bordo dell’ISS a distanza di qualche anno. Ed è proprio questo, insieme ad un costante monitoraggio delle fotografie scattate dai colleghi, che gli ha permesso di notare come il riscaldamento globale stia avanzando in maniera più che visibile: “Ho assistito in prima persona a tutti i cambiamenti di cui parlano gli scienziati del clima. I ghiacciai si stanno sciogliendo a vista d’occhio e i deserti avanzano inesorabilmente. Dalla Stazione ci occupiamo principalmente di questo: osservare il trend dei cambiamenti climatici. Le foto mie e dei miei colleghi non lasciano spazio a nessun altro tipo di interpretazione”.

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Parole forti che, purtroppo, non sorprendono.  Sono ormai 20 anni che gli scienziati cercando di dirci in tutti i modi che il problema esiste e che è molto più serio di quanto percepito dall’opinione pubblica. Ma per i più diffidenti, ancora una volta, la testimonianza di chi ha potuto vedere con i propri occhi gli effetti di quello che stiamo facendo al pianeta non può essere soggetta ad alcun tipo di trasposizione.

L’appello di Luca Parmitano: “La politica faccia qualcosa”

“Serve dare una spinta ai nostri leader, a chi ha le redini dei nostri paesi, per fare tutto il possibile per cercare di migliorare la situazione, se non invertirla. Dobbiamo fare tutto ciò che è possibile per fermare il riscaldamento globale”. Queste alcune delle parole di Parmitano che non ha esitato a dare una tirata d’orecchio alla classe politica, rea di non intervenire quanto dovrebbe, e potrebbe, sul problema. La scienza del clima ha uno spazio limitato all’interno del dibattito politico, in particolar modo nel nostro paese. E questo non può certo aiutare a sconfiggere ciò che viene definito anche dall’astronauta come il nemico numero uno: il cambiamento climatico.

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“Spero che le nostre parole e le nostre osservazioni possano allarmare la gente e creare più consapevolezza”. Parole che dunque fanno da eco a quanto già sostenuto sia dagli scienziati del clima sia da tutti i movimenti ambientalisti che lottano, giorno dopo giorno, per garantire un futuro al pianeta e, quindi, a tutti gli esseri viventi che vi abitano. Noi compresi.

La scienza non mente

Quella che arriva dallo spazio è dunque una voce che si unisce al coro di chi, da anni, prova in ogni modo a dare risalto al problema all’interno dell’opinione pubblica. La scienza, lo ripetiamo con il rischio di annoiare, è da anni unanime sull’esistenza dei cambiamenti climatici e gli attribuisce un’ormai incontestabile natura antropogenica.

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Peccato però che la scienza, grazie al suo metodo rigoroso, è una materia non soggetta ad interpretazioni. Non rappresenta un’opinione. Così come i cambiamenti climatici. Non si tratta di punti di vista. Non si tratta di qualcosa che succederà tra 50 o 100 anni. Il problema c’è e va affrontato. A dirlo è, anche, chi ci sta guardando da 400 chilometri di altezza.

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Stelvio, ghiacciai in pericolo. Lo Studio dell’Università di Milano

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Un effetto a catena che renderà esponenziale la velocità di scioglimento dei ghiacciai. E’ quello che sta accadendo nel Parco Naturale dello Stelvio, studiato attentamente per 28 anni dai ricercatori del Dipartimento di Scienze e Politiche Ambientali dell’Università degli Studi di Milano.

Una scoperta non rassicurante

Finalmente i dati raccolti in questo lungo lasso di tempo dai satelliti Landsat sono stati analizzati, e quello che hanno scoperto i ricercatori è tutt’altro che rassicurante. Il valore di albedo dei ghiacciai di questa zona sta diminuendo drasticamente. L’albedo è un’unità di misura che indica la capacità di una superficie di riflettere la luce. Questa proprietà, ovviamente particolarmente alta delle superfici bianche come ghiaccio e neve, è fondamentale per rallentare il riscaldamento globale.

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Le superfici chiare infatti riflettono la radiazione solare che colpisce la Terra, evitando che gran parte del calore e dell’energia venga assorbita dalla superficie. Una superficie scura, come quella delle rocce, ha invece un valore di albedo molto più basso e pertanto solo una minima parte della radiazione solare viene riflessa. Più diminuiscono le superfici chiare, quindi, più la terra si riscalda.

95% in meno

“Tutti e 15 i ghiacciai esaminati, appartenenti al gruppo Ortles-Cevedale delle Alpi centrali, mostrano una diminuzione dell’albedo. Per quattordici di essi questa diminuzione è del 95%”. Si legge nell’Abstract della ricerca ‘New evidence of glacier darkening in the Ortles-Cevedale group from Landsat observations‘ pubblicata su Global and Planetary Change.

Due meccanismi sono stati principalmente ritenuti responsabili dell’oscuramento del ghiacciaio: temperature più elevate e aumento delle impurità che assorbono la luce. Il primo porta alla fusione del ghiaccio, che a quindi lascerà spazio ai detriti rocciosi sopraglaciali che ne provocano l’oscuramento.

L’utilità dei ghiacciai

I ghiacciai in questa zona sono fondamentali in quanto l’acqua di fusione è un’importante fonte di energia idroelettrica durante i mesi estivi. I ghiacciai sono inoltre una risorsa imprescindibile per il settore turistico, grazie alla loro posizione all’interno del Parco Nazionale dello Stelvio, una delle aree protette più importanti d’Italia.

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