#GreenLegacy, l’Etiopia ha piantato oltre 353 milioni di alberi in un giorno

Grafica di Green Legacy

Ce l’ha fatta. L’Etiopia ha raggiunto l’obiettivo che si era prefissata di riuscire a piantare 200 milioni di alberi in un giorno. Esattamente in corrispondenza dell’Overshoot Day mondiale, lo scorso 29 luglio. L’iniziativa ha preso il nome di #GreenLegacy e, attraverso la piantagione degli alberi, mira a combattere il crescente degrado ambientale e a sensibilizzare gli etiopi (e non solo) sul tema.

Sul tema dell’Overshoot Day: leggi il nostro articolo “OGGI È L’OVERSHOOT DAY: LA TERRA È ANDATA IN BANCAROTTA”

Una grafica dell’iniziativa #GreenLegacy (a sinistra), il Primo Ministro etiope nell’atto del piantare un albero. Fonte: AfricaNews.com

«We did it Ethiopia!» – Green Legacy e il nuovo record

È quanto si legge sulla pagina ufficiale dell’iniziativa sul sito del primo ministro etiope Abiy Ahmed, tramite la quale aveva invitato i propri connazionali a prendere parte attiva nella campagna da record. Solo attraverso la chiamata al pollice verde è stato infatti possibile riuscire a raggiungere questo risultato universalmente vantaggioso.

Il Primo Ministro su Twitter: «Congratulazioni Etiopia, non soltanto per aver raggiunto il nuovo come obiettivo #GreenLegacy, ma per averlo addirittura superato.»

Infatti, il record è andato ben oltre le aspettative. Il già inimmaginabile obiettivo di 200 milioni di alberi in un giorno è stato non solo facilmente raggiunto, ma abbondantemente superato, quasi raddoppiandolo. Il conteggio totale è infatti di 353.633.660 alberi piantati. A voler proprio esaltare in toto le gesta del paese africano e della sua popolazione, il traguardo è stato raggiunto in circa 12 ore.

Sul tema Riforestazione, leggi il nostro articolo “1.200 MILIARDI DI ALBERI PER SALVARCI DAI CAMBIAMENTI CLIMATICI”

A partecipare sono state persone di pressoché tutte le regioni del paese e di qualunque estrazione sociale. Le strade delle principali città, tra cui la capitale Addis Abeba, sono state deserte per l’intera giornata, proprio a causa della grandissima partecipazione ottenuta dall’iniziativa. A prendere parte all’azione collettiva sono stati anche alti esponenti del governo e delle varie organizzazioni nazionali e internazionali, imprese private, e dipendenti pubblici, liberati appositamente dal proprio servizio.

Stando alle dichiarazioni del Primo Ministro, sarebbe stato sviluppato un software dedicato che ha permesso di mantenere il conteggio degli alberi piantati in tutto il paese.

La situazione attuale in Etiopia

Questa iniziativa meritevole di ogni elogio è la risposta a una situazione drammatica. L’Etiopia ha attualmente una copertura boschiva del 4%, un diminuzione drastica rispetto al 30% di fine secolo scorso. Uno dei paesi che stanno maggiormente soffrendo le conseguenze del cambiamento climatico. Tutto questo mentre la società e l’economia etiope sono in forte espansione.

La campagna di riforestazione Green Legacy, che prevede un totale di 4 miliardi di alberi piantati nel corso dell’estate, periodo di inizio della stagione delle piogge, è dunque al contempo una misura inevitabile, tanto verde quanto sociale. Per raggiungere il traguardo prefissato, ogni cittadino è tenuto a piantare in media 40 alberi nel periodo previsto.

Con la desertificazione che avanza, dovuta all’aumento della siccità nel paese del Corno d’Africa, non ci sono infatti terreni agricoli a sufficienza, necessari per sostenere lo sviluppo. Nel 2017, gli esperti hanno inoltre calcolato attorno a circa 2 milioni il numero di animali deceduti a causa dell’insufficienza di risorse idriche, legate alla scarsità di precipitazioni.

Sul tema Africa e Cambiamenti Climatici, leggi il nostro articolo “IL LAGO CIAD STA EVAPORANDO: LE PRIME VITTIME DEL RISCALDAMENTO”

Video riassuntivo dell’impresa etiope. Fonte: TRT World

Il precedente record era dell’India, che con una partecipazione di 800.000 persone (circa 8 volte la popolazione etiope), aveva piatato 50 milioni di alberi.

Lago Ciad evapora: le prime vittime del clima

lago ciad

Sulle sponde del lago Ciad, situato nel cuore dell’Africa, è in corso un crisi umanitaria di proporzioni enormi. Le milioni di persone che vivono nei Paesi confinanti con il lago (Ciad, Camerun, Niger e Nigeria) soffrono fame e sete, oltre a subire continui attacchi e pressioni da parte dei terroristi di Boko Haram.

Cause e conseguenze

La causa è gran parte da attribuire all’evaporazione del lago Ciad. In soli cinquant’anni si è ridotto del 90%, passando da 25000 km quadrati nel 1963 a meno di 1500 chilometri quadrati nel 2001 (FAO). I governi, poi, non hanno saputo gestire la situazione, ignorando i segnali di allarme e continuando a sfruttare le risorse idriche del lago come se queste fossero inesauribili.

La mancanza di acqua ha così causato una forte siccità, l’inaridimento dei terreni, il collasso del sistema agricolo e gli allevamenti, oltre che una forte diminuzione di biodiversità.

Leggi il nostro articolo: Che cos’è un ecosistema e perché è importante

La quantità di pesce a disposizione è diminuita del 60% e la produzione di pesce essiccato è passata dalle 140.000 tonnellate del 1960 alle 45.000 attuali. Il natron, un impasto di sali naturali ricavato dalle alghe e usato per conservare cibi, conciare pelli e lavorare tessuti è quasi scomparso. Pescatori, allevatori e agricoltori stanno perdendo il lavoro oltre che i beni di prima necessità come cibo e acqua.

Migrazioni forzate

Tutto questo causa anche la migrazione forzata di milioni di persone. Molti scelgono di rimanere nelle vicinanze, sovraffollando i luoghi prescelti, per esempio quelli che ancora godono di acqua lacustre. Dopodiché è molto facile che si generino conflitti e disordini tra i vari gruppi per l’accaparramento dei beni primari.

Leggi il nostro articolo: “Effetto serra effetto guerra” ovvero l’umanità che si autodistrugge

Alcuni tentano la lunga, interminabile traversata di migliaia di chilometri per raggiungere le nazioni nordafricane e, se sono fortunati, l’Europa. Altri si accontentano di gonfiare le fila del gruppo terroristico di matrice islamica Boko Haram. Questo provvede a fornire loro cibo, acqua e, perché no, un punto di riferimento, una speranza alla quale aggrapparsi. Il gruppo, approfittando della crisi sociale ed economica, tenta di imporsi nelle varie città e villaggi intorno al lago Ciad. Promette loro cibo, denaro e benessere, ma utilizza anche la violenza, come dimostrano i frequenti attentati, sorprusi e uccisioni a carico dei civili.

L’aiuto dell’ONU

Per tentare di risolvere questa tragica situazione, il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (Undp) ha lanciato un piano a scala regionale per la regione del Lago Ciad. Denominato Regional Stabilization Facility for Lake Chad, il piano prevede lo stanziamento di 100 milioni di dollari per finanziare una serie di interventi a favore di questa regione, come il supporto alla lotta contro Boko Haram e il rifornimento dei beni di prima necessità per la popolazione. Il piano sarà operativo a partire dall’1 settembre e per i prossimi due anni. A beneficiarne saranno quattro Paesi: Camerun, Ciad, Niger e Nigeria.

L’EcoPost al Green Jazz Village per un comportamento rispettoso dell’ambiente

LEcoPost al Green Jazz Village

L’EcoPost, che del Fano Jazz By The Sea condivide in parte i natali (due redattori sono fanesi), su invito dei responsabili del festival, ha deciso di assistere all’installazione del villaggio temporeaneo (18-28 luglio, durata del festival) di fronte alla magnifica Rocca Malatestiana. Da questa improvvisata collaborazione è nato un video, che riassume la filosofia verde del festival attraverso le parole dei protagonisti.

Il video di presentazione del Green Jazz Village.

Dal canto nostro siamo felici di vedere e supportare a nostra volta questi progetti, poiché siamo convinti che contribuiscano sul medio periodo a sensibilizzare l’utente che, per abitudine o ignoranza, continua a essere ignaro del proprio impatto sull’ambiente circostante, locale e globale. Per questo motivo, abbiamo accettato di contribuire alla sensibilizzazione degli astanti con dei promemoria informativi, che vi inviato a scaricare.

L’anima verde del festival

La musica jazz è portatrice di valori universali, come la fratellanza, ma anche l’ecosostenibilità. È questa la convinzione profondamente radicata in Adriano Pedini, organizzatore (ma ufficialmente direttore artistico) dal 1995 del Fano Jazz By The Sea, che ha portato all’ideazione e alla realizzazione del Green Jazz Village.

Green Jazz Village, visuale bar
L’angolo bar del Green Jazz Village di fronte alla Rocca Malatestiana, location principale del festival.

Una specificità di questo festival che va al di là della musica, è la sua anima verde. Sin dalla sua nascita, il festival possiede nel proprio DNA la ricerca di un contesto storico-cittadino abbinato alle stimolazioni sensoriali offerte dalla natura circostante. Nelle varie location che negli anni hanno radunato migliaia di appassionati e curiosi provenienti dall’Italia e dal resto d’Europa, l’elemento naturale ha sempre giocato un ruolo fondamentale nell’amalgamare la musica e i suoi fruitori.

Rocca Malatestiana (attuale sede), Anfiteatro Rastatt, Marina dei Cesari, ma soprattutto la Gola del Furlo. In quest’ultima, ogni anno si riuniscono ordinatamente e pacificamente tra le 2.000 e le 4.000 persone per il concerto di chiusura del festival. Una suggestiva cornice all’interno dell’omonima riserva naturale, patrimonio dell’entroterra nel nord delle Marche.

La nascita del Green Jazz Village

Da qualche anno poi, si è cercato di dare un’ulteriore spinta in termini di sostenibilità ambientale, che si riassume nel Green Jazz Village. Un villaggio aperto a tutti, facile da raggiungere a piedi o in bici, e dove a non essere di casa sono solo la plastica e la discordia. Composto di chioschi in legno, tanto semplici quanto spogli, serviti da corrente elettrica generata da pannelli solari, dove si possono gustare panini, focacce e piadine di produzione strettamente locale.

Green Jazz Village: un inizio piuttosto che un traguardo

Seppure questi festival, per scelta o per esigenza, non possano dirsi a “impatto zero“, incluso il Fano Jazz, assai significative sono però la presa di coscienza e l’assunzione di responsabilità, che vengono poi catalizzate nel messaggio che si prodigano a trasmettere.

L’augurio spassionato del L’EcoPost è quello che il Fano Jazz Festival possa portare avanti con sempre maggior efficienza e convinzione questo connubio tra musica jazz ed ecosostenibilità. Continuando a rinnovare e perfezionare la propria offerta verde, fino ad arrivare a rappresentare un modello per tutti gli eventi culturali e non del territorio.

Tema sensibilizzazione e cultura: leggi i nostri articoli Cosenza, tra Cracking Art e sonstenibilità, o Teatro Greco di Siracusa: arte e ambiente si fondono

Le abitudini degli scienziati per combattere il cambiamento climatico

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Cosa posso fare, nel mio piccolo, per ridurre le emissioni legate al mio stile di vita?”. É questa una delle domande più frequenti su cui si interroga chi è riuscito a comprendere fino in fondo l’urgenza del cambiamento climatico. E spesso la risposta non è così immediata. Tuttavia il modo migliore per darle una risposta è seguire l’esempio di chi ha dedicato ai cambiamenti climatici un’intera vita professionale. Gli scienziati che studiano il clima, ben consci dell’importanza del tema, hanno infatti a loro volta attuato degli accorgimenti nella loro vita di tutti i giorni per abbassare la propria impronta ecologica e fare la loro parte nella lotta al cambiamento climatico. Quali sono? Scopriamolo insieme.

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Gli scienziati che non volano per mitigare il cambiamento climatico

In un articolo del “The Guardian” il giornalista ambientale Danel Masoliver ha chiesto a 5 scienziati, che da anni studiano il cambiamento climatico, come questi abbiano modificato il proprio stile di vita per essere coerenti con le loro scelte professionali. E le risposte di tutti non lasciano spazio a dubbi. Gli intervistati hanno dichiarato, nella loro totalità, di aver smesso, o quasi, di prendere voli. Gli aerei sono infatti il mezzo di trasporto che ha il più alto impatto ambientale per passeggero.

Leggi il nostro articolo: “KLM: la prima compagnia aerea che invita a non volare”

Tom Bailey, il primo degli intervistati, ha dichiarato di viaggiare solo via terra in Europa e di prendere un volo di lunga tratta solamente una volta ogni 3 anni. Dave Reay, docente dell’Università di Edimbrugo, non vola dal 2004. Il Dr. Kimberly Nicholas, dell’Università di Lund, ha ridotto i suoi viaggi in aereo dell’80%. Diverse soluzioni e diversi approcci per un unico problema. La necessità di diminuire drasticamente la quantità di aerei che circolano sul pianeta Terra. Inutile aggiungere che tutti gli scienziati, interrogati sulla questione automobile, hanno dichiarato di non utilizzarla o di averne acquistato una elettrica.

Leggi il nostro articolo: “Mobilità elettrica: perchè conviene”

La dieta come mezzo per ridurre la propria impronta ecologica

Un altro fattore che ha messo d’accordo tutti gli scienziati interpellati per spiegare come ognuno possa ridurre il proprio impatto sul cambiamento climatico è quello della dieta. Tutti gli intervistati hanno deciso di abbandonare la carne e, molti, anche i latticini. Secondo il Dr. Kimberly adottare una dieta vegana per un anno può far risparmiare 150 volte più emissioni rispetto all’utilizzo di una borsa da shopping riulitizzabile nello stesso arco di tempo. Un dato molto significativo e che mostra chiaramente come questo aspetto delle nostre vite sia assolutamente prioritario nella lotta al cambiamento climatico.

Leggi il nostro articolo: “Dieta e sostenibilità: una guida pratica”.

Un cambiamento delle proprie abitudini alimentari deve andare di pari passi con un cambio delle proprie abitudini di consumo. Tom Bailey, nell’intervista, ci dice infatti che in Europa ogni persona consuma in media circa 3.500 calorie al giorno con tutte le problematiche relative alla necessità del pianeta di fornire queste risorse che, semplicemente, non sono necessarie. Allo stesso modo l’Europeo medio compra, mediamente, 24 nuovi capi d’abbigliamento ogni anno. Bailey ne compra 3 e, quando possibile, di seconda mano.

Siobhan Pereira, invece, parla del modo in cui è riuscito a diventare plastic-free grazie all’utilizzo di detergenti solidi, sia per la casa sia per l’igiene personale, all’acquisto di uno spazzolino in bambù e di diversi contenitori in vetro ricaricabili.

Leggi il nostro articolo: “Ridurre la plastica nell’igiene personale”

Tutti possiamo fare la nostra parte

Spesso ci si sente piccoli di fronte ad un problema di portata apocalittica come il riscaldamento globale. Ma i dati ci dicono che il cambiamento può, e deve, partire dalle nostre scelte. Il Dr. Kimberly afferma infatti che il 72% delle emissioni a livello globale sono generate dalle decisioni che ognuno prende in ambito privato. Queste includono le scelte sulla mobilità, in particolare l’utilizzo di aerei e automobili, quelle sulla dieta e quelle relative ai metodi di fornitura energetica delle nostre case. Viene da sé che, già agendo solamente su questi tre fattori, ognuno di noi è in grado di fare, eccome, la sua parte.

Leggi il nostro articolo: “Casa a impatto zero: quali soluzioni”

Una sfida che, anche grazie ai consigli degli esperti, non è impossibile da vincere. Soprattutto per chi decide di affrontarla con convinzione e con la consapevolezza che dare l’esempio è l’unico vero modo per poter fare la differenza. Tutti quanti possiamo dire la nostra e per farlo serve solo ascoltare quello che la scienza ci dice da anni. Per fermare i cambiamenti climatici e le conseguenze devastanti che avranno sulle nostre vita occorre cambiare. E non c’è più molto per farlo.

La marcia Europea di Greta Thunberg continua

Mentre gli effetti del cambiamento climatico si stanno facendo sentire in ogni parte del mondo, la piccola Greta Thunberg continua a percorrere in lungo e in largo il vecchio continente per incontrare politici, pronunciare discorsi sulla giustizia climatica e, non dimentichiamolo, continuare il suo sciopero con le delegazioni di Fridays For Future presenti in varie città europee.

Leggi l’articolo: “Climate Strike: la nuova alba dell’ambientalismo”

Venerdì scorso, ad esempio, la giovane attivista svedese, ha scioperato con i ragazzi di Fridays For Future – Berlin ad Invaliden Platz. Ma tantissimi sono anche gli impegni istituzionali a cui deve prendere parte.

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Greta Thunberg e il Prix Libertè

Domenica 21 luglio Greta è stata in Normandia dove ha ricevuto il Prix Libertè. Il giorno prima, sempre nella regione francese, ha preso parte alle celebrazioni del D-Day.  In quest’occasione la giovane Thunberg ha potuto assistere anche all’intervento del veterano nativo americano Charles Norman Shay, che sbarcò proprio su quelle coste nel fatidico giorno. Un discorso che la piccola attivista svedese ha gradito, a ragion veduta, e che ha condiviso su Facebook sottolineando come quelle fossero “le parole più potenti che abbia mai sentito riguardo alla crisi climatica ed ecologica”.

Leggi l’articolo: “Il tempo dei dubbi è finito. I cambiamenti climatici sono qui, adesso”

Tra le parole di Shay le più azzeccate riguardano proprio l’irresponsabilità della razza umana verso la natura: “Tutti i danni che stiamo causando a Madre Natura mi rendono triste. Ho visto soldati morire, ho combattuto per la libertà dell’umanità intera 75 anni fa. Ma tutto questo non avrà più senso se Madre Natura è gravemente ferita e se la nostra civiltà si sta piegando a causa dell’inappropriato comportamento da parte della razza umana.”

Il discorso al parlamento francese

Successivamente, il 23 luglio, la giovane attivista svedese si è presentata al cospetto del Parlamento francese, così come già successo anche in Italia, Germania ed Inghilterra, per tenere uno dei suoi discorsi indirizzati alla classe politica sottolineando la sua responsabilità verso un problema che deve essere messo in cima alla lista delle priorità dai governi di tutto il mondo.

Leggi l’articolo: “Il boom dei Verdi alle Europee alimenta la speranza”

In questa occasione Greta ha ribadito il concetto della necessità di prendere una posizione netta e di iniziare da subito a mettere mano al problema della crisi ecologica: “Se entro il 2030 non facciamo nulla, saremo probabilmente in una posizione in cui avremo passato un punto di non ritorno e non saremo più in grado di fare retromarcia sui cambiamenti climatici. Molti dicono di non essere d’accordo, dicono che noi bambini esageriamo, che siamo allarmistici. Quello su cui basiamo le nostre richieste sono dati scientifici. Voi avete una soluzione diversa per mantenerci al di sotto del previsto innalzamento delle temperature?”.

La rabbia del Front National di fronte al discorso di Greta Thunberg

L’intervento ha suscitato le proteste di un’ampia fetta dell’opposizione tra le cui fila siede, non a caso, il Front National di Marine le Pen: il partito che più in Europa si avvicina alla Lega di Matteo Salvini e che, insieme ad esso, fa parte di quell’insieme di forze politiche che nega, senza il supporto di alcun dato scientifico rilevante, l’esistenza del cambiamento climatico. Ma Greta non è intenzionata a fermarsi. Già in diverse occasioni ha accolto con favore le aspre critiche di forze politiche che negano l’evidenza dei fatti, facendosi forza e dichiarando che queste non sono altro che la dimostrazione di come le vecchie forze politiche abbiano paura di ciò che sta nascendo. Un movimento democratico e di tutti che ha come priorità la difesa del pianeta e, quindi, di tutte le classi sociali che compongono la nostra società.

Leggi l’articolo: “Le ripetute gaffe di Salvini sul cambiamento climatico”

La speranza si tinge di Greta

Un pensiero ben lontano da quello che da anni è a capo delle politiche mondiali, molto più attente ad assecondare le richieste di una manciata di personaggi ricchi piuttosto che quelle della collettività intera. Il “rumore dei nemici” non fa paura alla piccola Greta che continua imperterrita la sua marcia conscia di essere dalla parte giusta della storia e di avere alle sue spalle un movimento forte, maturo e che sta spaventando chi da anni si trova in cima alla piramide sociale nutrendosi di devastazione ambientale e delle sofferenze dei più poveri. A meno di un anno dal suo primo sciopero la portata del movimento di cui è simbolo ha raggiunto dimensioni mai viste prima in un arco di tempo così breve. La speranza, oggi, ha un nuovo volto. Un volto giovane, puro e che non si fermerà di fronte a niente.

Leggi l’articolo: ” Fridays for Future: decisa la data del terzo sciopero globale”

50 anni di Luna, sogni e rifiuti

Sono passati 50 anni dalla prima passeggiata sulla Luna, dal primo piede, quello di Neil Armstrong, che toccò la superficie lunare e che fece emozionare milioni di persone attaccate agli schermi. Forse si trattò dell’unico evento che vide formarsi una vera e propria unione planetaria che rese tutti vincitori, forse un po’ meno i russi. Questa impresa di portata fantascientifica lasciò un segno indelebile nella storia recente e diede vita ad un nuovo corso di esplorazioni: l’uomo pioniere dello spazio.

50 anni di luna

Sino ad ora nessuna missione ha avuto una partecipazione così sentita come quella che spinse Apollo 11 sul nostro satellite. La speranza è che magari un domani, seppur non troppo prossimo, qualcosa di simile possa ripetersi. Si pensa infatti che ci vorranno almeno altri dieci anni prima che possa ripetersi un’impresa tanto titanica come fu quella dell’allunaggio, i riflettori sono puntati tutti su Marte come indiziato principale. Colonizzeremo quindi un altro pianeta? Questo non si sa ma gli esperti sono al lavoro per far sì che almeno una missione con equipaggio possa realizzarsi nel breve-medio periodo, vedere il progetto della SpaceX capitanata da Elon Musk, oppure i piani d’azione delle eterne rivali USA e Russia, fino ad arrivare alle nuove contendenti nel campo come Cina, India e Europa. Insomma, ci sarà da divertirsi e da fare il tifo.

Il sogno che diventa realtà

Quello che è certo per ora, e che pare sia realizzabile nel breve termine, sono i viaggi turistici sulla Luna. Ebbene si, chi vorrà potrà prenotarsi una vacanza, un viaggio di nozze, o quel che sarà sul nostro benamato satellite. Le cifre sono così assurde che a permettersi una cosa del genere potrebbe essere giusto qualche milionario desideroso di spendere qualche spiccio in altro che non siano gli ormai noiosi e “umani” svaghi. Ma cosa porteranno questi viaggi? Le direzioni possono essere tante: potremmo abituarci a vedere delle storie Instagram su un cratere lunare; oppure, un grande afflusso comincerebbe a portare degrado. Sicuramente tutto ciò spegnerebbe semplicemente quel fascino che avvolge questi posti quasi inarrivabili. Il più positivo potrebbe pensare che magari parte del corposo ricavato di queste iniziative potrà servire per future missioni. Forse è sin troppo presto per fare previsioni anche di questo tipo.

Oltre 170 milioni di detriti nello spazio

Ciò che dobbiamo ritenere importante in questo momento è lo stato in cui versa la nostra orbita, ovvero intrisa da milioni di rifiuti che fluttuano allegramente intorno alla Terra. Tutto ciò a soli 50 anni dall’arrivo sulla Luna. Forse ancora per poco potremo chiamare il nostro pianeta Terra visti gli ormai sconcertanti numeri di altre materie che lo popolano, sulla superficie e non.

Oggi, nel cinquantennale dell’epica impresa di Apollo 11 festeggiamo anche quello che si nasconde dietro le quinte, o meglio quello che si lasciano dietro questi affascinanti viaggi verso nuovi orizzonti. Chi più chi meno tende ad interessarsi a questo argomento, grazie anche agli straordinari contributi dei recenti film come Interstellar, Gravity o The Martian che hanno fatto tornare in auge la voglia di scoperta. Pensare che National Geographic ha addirittura creato una docuserie su un’avveniristica missione su Marte, originale e molto formativa. Purtroppo, c’è anche da dire che si parla poco o niente di quello che lasciano lungo la strada queste missioni con equipaggio e non. Per farsi un’idea di ciò basta prendere in esame i dati forniti in un breve servizio di Rai 3 Geo. Ebbene i numeri dei rifiuti presenti nello spazio sono incredibili. Si stimano oltre 170 milioni di detriti più grandi di un millimetro e un cimitero di circa 5.000 satelliti che orbitano sopra le nostre teste senza più alcun segno vitale.

Due occhi su ciò che disseminiamo lungo il percorso

Forse viene da chiederci, perché dovremmo rovinarci con le nostre mani? Potremmo semplicemente essere più accorti nelle pulizie di casa senza non dover per forza andare a cercare nuove dimore tirate a lucido altrove. A parte l’ironia, ben vengano milioni e milioni di altre spedizioni che ci fanno sognare e ci tengono con il fiato sospeso, ma un occhio di riguardo, facciamo pure due, andrebbero messi a vigilanza su ciò che disseminiamo lungo il percorso di queste avventure spaziali. Sarebbe un atto più che dovuto dopo 50 anni dalla prima visita sulla Luna. Quindi dovremmo cercare dei sistemi con ciò che oggi ci offre di meglio la tecnologia per rimediare a l’intasamento di spazzatura che abbiamo anche sopra la testa. Al vaglio degli scienziati ci sono diversi progetti: dalle braccia meccaniche alle reti acchiappa rifiuto ma sono ancora in via di progettazione.

Alla fine dobbiamo sbagliare per crescere ed imparare, dobbiamo reinventarci per raggiungere ciò che sembra irraggiungibile. Restiamo puliti dentro e fuori, e arriveremo umani e puri dove vorremmo. Noi popolo di sfide e di esploratori.

KLM, la prima compagnia aerea che invita a non volare

KLM

“Era proprio necessario incontrarsi di persona? Se sì, non era meglio prendere il treno?” Questi sono i consigli inaspettati, al limite del rimprovero, della compagnia area KLM. Strano ma vero la compagnia aerea olandese ha lanciato una nuova, surreale campagna di marketing in cui disincentiva le persone a volare. Se proprio non è possibile, visto che “prima o poi tutti dobbiamo prendere un aereo, pensa a volare responsabilmente” dice la pubblicità. Il video in questione incentiva inoltre i clienti a contribuire al loro piano di compensazione di CO2 durante l’acquisto del biglietto.

Quanto inquinano gli aerei?

Anche grazie a questa iniziativa, KLM è la terza compagnia più attenta all’ambiente dopo Norwegian Air e Swiss Air. Alcuni hanno già ipotizzato che si tratti soltanto dell’ennesimo green washing da parte di un’azienda. Infatti, per quanto più virtuosa di altre, KLM è pur sempre una compagnia aerea e contribuisce alle emissioni di CO2 nell’atmosfera.

Secondo i dati comunicati dagli Stati membri alla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC), le emissioni di CO2 di tutti i voli in partenza dall’Europa sono aumentate da 88 a 171 milioni di tonnellate (+ 95%) tra il 1990 e il 2016. Le future emissioni di CO2 dovrebbero aumentare di un ulteriore 21% raggiungendo le 198 milioni di tonnellate nel 2040.

Entro il 2050 il contributo dell’aviazione al riscaldamento globale dovrebbe triplicare. Ad oggi, l’aviazione è responsabile del 3,6% delle emissioni totali di gas a effetto serra, diventando la seconda fonte più importante dopo il traffico stradale. Parlando in termini assoluti però un aereo di linea inquina come circa 600 auto non catalizzate (Euro 0). Di conseguenza i più grandi aeroporti italiani emettono ogni giorno la stessa quantità di emissioni di circa 350mila auto Euro 0.

Fonte: elaborazione GreenRouter su DEFRA Crabon Factors 2017

Un ampio margine di miglioramento

Un altro problema dell’inquinamento aereo rispetto a quello automobilistico è che l’anidride carbonica e gli ossidi di azoto vengono rilasciati nella troposfera e nella bassa stratosfera. Queste sono aree dove solitamente non arriva l’inquinamento terrestre e dove si addensano i fenomeni meteorologici come la pioggia. Più è alta la concentrazione di sostanze tossiche, più le piogge saranno acide e rovineranno i raccolti, la flora e in generale l’ambiente.

Per questo elogiare una compagnia aerea, per quanto virtuosa, non è l’intenzione di questo articolo. Il margine di miglioramento è inoltre molto ampio. Come si legge su un articolo de Linkiesta, obbligare i clienti a pagare la carbon tax includendola nel costo del biglietto, invece che lasciare loro la possibilità di scegliere, potrebbe essere un’ulteriore soluzione. Oppure si potrebbe ridurre la distanza tra i sedili, sacrificando un po’ di comodità ma permettendo a più persone di salire su ogni singolo aereo. O ancora dovrebbero diminuire la quantità di voli a breve distanza e favorire quelli intercontinentali per disincentivare gli spostamenti da e per luoghi raggiungibili con altri mezzi di trasporto.

Come dice la pubblicità di KLM, però, può capitare di dover prendere un aereo, per quanto raramente. Cerchiamo quindi di scegliere in modo più consapevole e, perché no, premiare le compagnie che mostrano un po’ più di attenzione verso le problematiche ambientali.

La lettera di 250 scienziati al governo italiano

É intitolata “No alle false informazioni sul clima” ed è stata promossa da Roberto Buizza, professore alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa. A pochi giorni dalla sua pubblicazione oltre 250 scienziati e ricercatori italiano hanno già firmato la lettera come risposta alla “Petizione sul riscaldamento globale antropico” con la quale 70 firmatari hanno negato il legame tra i cambiamenti climatici e le emissioni di gas serra antropogenici. Un’iniziativa atta a contrastare la disinformazione dilagante sul tema e che, al termine della raccolta delle firme, verrà inviata al Presidente della Repubblica, al Presidente del senato, al Presidente della Camera dei Deputati e al Presidente del Consiglio dei Ministri con la speranza che possa sortire gli effetti desiderati.

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I firmatari a confronto

Già solamente andando a leggere chi sono i firmatari delle due lettere è facile capire quale tra le due si avvicini più dell’altra alla verità scientifica. All’interno del testo della petizione negazionista è possibile leggere, nel paragrafo finale, che “posta la cruciale importanza che hanno i combustibili fossili per l’approvvigionamento energetico dell’umanità, suggeriamo che non si aderisca a politiche di riduzione acritica della immissione di anidride carbonica in atmosfera”. Casualmente, tra i firmatari del documento, è possibile trovare, tra gli altri, Achille Balduzzi, Pino Cippitelli e Franco di Cesare. Una mossa non particolarmente oculata visto che tutti e 3 sono dipendenti dell’Eni, l’azienda più inquinante dell’intero paese. Un conflitto d’interessi è, quindi, quanto meno sospettabile. Sugli 82 firmatari della petizione, inoltre, troviamo un solo climatologo.

Al contrario la lettera promossa da Roberto Buizza, oltre ad essere stata sottoscritta da molti più scienziati, può contare sulla firma di più di 20 climatologi. Va ricordato come, nel momento in cui si parla di cambiamenti climatici, sia proprio questa la qualifica più autoritaria per esprimere un giudizio credibile. Inoltre i dati scientifici a supporto della natura antropogenica dei cambiamenti climatici ormai sovrastano, in termini sia quantitativi sia qualitativi, quelli dei negazionisti. Non si tratta più di opinioni, ma di prendere atto dell’esistenza di un problema che va risolto con urgenza.  

Il testo integrale della lettera sottoscritta da Buizza e dagli altri scienziati

È urgente e fondamentale affrontare e risolvere il problema dei cambiamenti climatici. Chiediamo che l’Italia segua l’esempio di molti paesi Europei, e decida di agire sui processi produttivi e il trasporto, trasformando l’economia in modo da raggiungere il traguardo di ‘zero emissioni nette di gas serra’ entro il 2050. Tale risultato deve essere raggiunto per i seguenti motivi:

  • Dati osservati provenienti da una pluralità di fonti dicono che il sistema Terra è oggi sottoposto a variazioni climatiche molto marcate che stanno avvenendo su scale di tempo estremamente brevi

  • Le osservazioni indicano chiaramente che le concentrazioni di gas serra in atmosfera, quali l’anidride carbonica e il metano, sono in continua crescita, soprattutto a partire dagli anni successivi alla seconda guerra mondiale, in seguito ad un utilizzo sempre più massiccio di combustibili fossili e al crescente diffondersi di alcune pratiche agricole, quali gli allevamenti intensivi

  • Le misure dell’aumento dei gas-serra e delle variazioni del clima terrestre confermano ciò che la fisica di base ci dice e quanto i modelli del sistema Terra indicano: le attività antropiche sono la causa principale dei cambiamenti climatici a scala globale cui stiamo assistendo

  • Migliaia di scienziati che studiano il clima del sistema Terra, la sua evoluzione e le attività umane, concordano sul fatto che ci sia una relazione di causa ed effetto tra l’aumento dei gas serra di origine antropica e l’aumento della temperatura globale terrestre, come confermato dai rapporti dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), che riassumono i risultati pubblicati dalla comunità scientifica globale

  • I modelli numerici del sistema Terra basati sulle leggi della fisica sono gli strumenti più realistici che abbiamo a disposizione per studiare il clima, per analizzare le cause dei cambiamenti climatici osservati e per stimare possibili scenari di clima futuro; questi modelli sono sempre più affidabili grazie all’accrescimento della rete di osservazioni utilizzate per validare la loro qualità, al miglioramento della nostra conoscenza dei fenomeni che influenzano il clima e alla disponibilità di risorse computazionali ad alte prestazioni

  • L’esistenza di una variabilità climatica di origine naturale non può essere addotta come argomento per negare o sminuire l’esistenza di un riscaldamento globale dovuto alle emissioni di gas serra; la variabilità naturale si sovrappone a quella di origine antropica, e la comunità scientifica possiede gli strumenti per analizzare entrambe le componenti e studiare le loro interazioni

  • Gli scenari futuri “business as usual” (cioè in assenza di politiche di riduzione di emissioni di gas serra) prodotti dai tutti i modelli del sistema Terra scientificamente accreditati, indicano che gli effetti dei cambiamenti climatici su innumerevoli settori della società e sugli ecosistemi naturali sono tali da mettere in pericolo lo sviluppo sostenibile della società come oggi la conosciamo, e quindi il futuro delle prossime generazioni

  • Devono essere pertanto intraprese misure efficaci e urgenti per limitare le emissioni di gas serra e mantenere il riscaldamento globale ed i cambiamenti climatici ad esso associati al di sotto del livello di pericolo indicato dall’accordo di Parigi del 2015 (mantenere l’aumento della temperatura media globale ben al di sotto di 2 °C rispetto ai livelli pre-industriali, e perseguire sforzi volti a limitare l’aumento di temperatura a 1,5 °C)

Queste conclusioni sono basate su decine di migliaia di studi condotti in tutti i Paesi del mondo dagli scienziati più accreditati che lavorano sul tema dei cambiamenti climatici. È sulla base di queste conclusioni che vanno prese decisioni importanti per la lotta ai cambiamenti climatici piuttosto che su documenti, come la lettera datata 17 giugno e firmata da un gruppo formato quasi esclusivamente da non-esperti sulla scienza dei cambiamenti climatici (come comprovato dai loro curricula di pubblicazioni scientifiche in riviste internazionali), in cui è stato messo in discussione con argomentazioni superficiali ed erronee il legame tra il riscaldamento globale dell’era post-industriale e le emissioni di gas serra di origine antropica (“Petizione sul riscaldamento globale antropico”, datata 17 giugno 2019).

Concludiamo riaffermando con forza che il problema dei cambiamenti climatici è estremamente importante e urgente, per l’Italia come per tutti i paesi del mondo. Politiche tese alla mitigazione e all’adattamento a questi cambiamenti climatici dovrebbero essere una priorità importante del dibattito politico nazionale per assicurare un futuro migliore alle prossime generazioni.

Indonesia rimanda in Australia i rifiuti ricevuti: erano contaminati

indonesia

L’Indonesia ha chiuso con i compromessi. Martedì la Nazione asiatica ha rispedito più di 210 tonnellate di spazzatura in Australia, da dove, d’altra parte, provenivano. Motivo? I rifiuti erano contaminati.

Contaminazione pericolosa

All’interno di quella che doveva essere la raccolta della carta, infatti, sono stati trovati molti altri materiali come bottiglie di plastica (leggi qui la vita di una bottiglia di plastica), lattine, pannolini usati, cibo, indumenti. Vi erano, inoltre, anche scarti di materiali elettrici e contenitori che in passato contenevano olio motore o detergenti. Come ha detto il Ministro dell’Ambiente indonesiano, era d’obbligo rimandarli indietro in quanto questi materiali sono potenzialmente dannosi per l’ambiente e per le persone.

Non bisogna però pensare che la contaminazione derivi soltanto da sostanze tossiche. Questa infatti sussiste anche quando i materiali si mischiano tra loro, compromettendo la purezza del prodotto originario e rendendolo definitivamente non riciclabile. Sempre a causa della contaminazione l’Indonesia aveva già rispedito in Francia 49 container di rifiuti. Anche la Malesia a marzo ha rimandato nei Paesi d’origine (Australia, Bangladesh, Canada, Cina, Giappone, Arabia Saudita e Stati Uniti) 450 tonnellate di plastica contaminata. Le Filippine, dal canto loro, hanno spedito in Canada 69 container pieni di spazzatura.

Proteste e provvedimenti

Tutto questo ha preso il via da alcune proteste avvenute nei mesi scorsi in tutto il Sud Est Asiatico. Forse sono da ringraziare i nuovi media come internet e i social che hanno reso noto a tutti il problema di quelle che oramai sono le “discariche dell’Occidente”. Forse è stato anche lo scambio proficuo di informazioni tra abitanti e viaggiatori, che sempre più spesso giungono in questi Paesi. Oppure semplicemente era diventato impossibile per gli abitanti chiudere gli occhi di fronte all’enorme quantità di rifiuti che vengono costantemente riversati nei mari e nei fiumi del sud est asiatico.

La massa di spazzatura spedita in questi paesi da quelli più ricchi è infatti drasticamente aumentata dopo che la Cina ha bloccato l’importazione di rifiuti da Paesi quali Australia, America ed Europa. La Cina nel 2016 ha raccolto 600 mila tonnellate di plastica al mese rendendola uno dei maggiori Paesi per il riciclo di plastica. Senza la Cina, l’Indonesia, la Malesia e le Filippine sono state quindi scelte come nuove “discariche”. Fortunatamente però, come i fatti degli scorsi giorni hanno dimostrato, i Paesi in via di sviluppo non si stanno del tutto piegando in maniera remissiva ai loro ricchi carcerieri.

Discarica di Surabaja, Indonesia (afp)

Come risolvere il problema?

L’Australia sta pensando a come risolvere rapidamente il problema dell’Indonesia e degli altri Paesi che rifiutano la loro spazzatura. Peter Shmigel, il capo dell’Australian Council of Recycling, si è esposto dicendo che il governo dovrebbe investire più soldi nel riciclaggio, utilizzando questi vecchi-nuovi materiali per progetti pubblici. Riciclare, però, non è sempre facile poiché il rischio di contaminazione è alto. Per questo anche il nostro ruolo da civili è importantissimo. Un’attenzione maggiore a come differenziamo la nostra spazzatura, giorno per giorno, nelle nostre case è vitale per il bene del Pianeta. E, ancora meglio. è seguire il primo comandamento dell’ecologia: comprare meno, comprare meglio, riducendo al minimo la produzione dei rifiuti. (Leggi qui alcuni consigli per la raccolta differenziata)

«El infierno is coming» – Incendi in Spagna

La cenere dell'incendio di Toledo e Madrid

Un inizio d’estate catastrofico in Spagna. L’impennata delle temperature in tutta l’Europa Occidentale provocata dell’aria proveniente dal Sahara ha messo il Paese di fronte a un’emergenza. Oltre 10.000 ettari inceneriti nel giro di due settimane a cavallo tra giugno e luglio. Una celebre meteorologa spagnola, Silvia Laplana, aveva messo in guardia i conterranei sul proprio profilo Twitter, adattando una celebre citazione «El infierno is coming».

L'inferno è già qui.
«El infierno is coming» – la citazione di Game of Thrones per avvertire sugli imminenti pericoli.

A fuoco il centro e il nord-est

Gli incendi prendono il nome del luogo di comparsa: Ribera d’Ebre (Tarragona), Almorox (Castilla-La Mancha, poi estesosi alla comunità autonoma di Madrid), e Gavilanes (Ávila); ma la diffusione delle fiamme ha interessato molte più comunità.

Toledo-Madrid: el infierno is coming ma non si può intervenire

Assurdo è quanto successo ai margini della Comunità Autonoma di Madrid. L’incendio, il più grande di sempre per la comunità della capitale (circa 4.000 ettari in totale, di cui 2.183 nel madrileno), è stato ampiamente favorito dalla cattiva coordinazione delle forze addette. Le brigate forestali hanno infatti denunciato la tardiva autorizzazione da parte del Centro di Coordinazione operativa di Madrid, che ha tardato un’ora ad arrivare.

«Quando abbiamo visto la colonna di fumo ci trovavamo a due o tre minuti di distanza […] però non ci davano l’ordine di intervenire. Tornammo alla base e quando finalmente ci attivarono, era già passata una ora. È disarmante vedere come cresceva il fumo, trovarsi a due o tre minuti di distanza e non poter fare nulla»

L’incendio è infatti divampato nella regione confinante di Castilla-La Mancha, nella provincia di Toledo, e il via libera non è arrivato fino a quando le fiamme hanno attraversato l’immaginario confine regionale. Tra l’altro i residenti hanno temuto il peggio. Come si vede dalle foto, le fiamme hanno quasi raggiunto i centri abitati, costringendo le autorità all’evacuazioni di alcune delle comunità interessate.

Circa 6.000 ettari in fiamme in Catalogna

Spaventoso è il video delle riprese aeree della zona bruciata nella provincia di Tarragona. Distese sconfinate senza quasi più traccia di vegetazione.

Le immagini aeree della devastazione provocata dall’incendio di Ribera d’Ebre; fonte: La Vanguardia

Ad Ávila un chiaro esempio dell’incontrollabilità degli incendi

Sebbene quello di Ávila sia stato il minore dei tre incendi che hanno messo a fuoco il paese iberico, è però forse la più chiara dimostrazione dell’aumento di imprevedibilità degli incendi. Infatti l’incendio, sottovalutato in un primo momento, si è dimostrato più ostico da controllare di quanto si pensasse. Le ottimistiche stime di 500 ettari bruciati sono state presto smentite dalle fiamme, che hanno interessato un totale di circa 1.400 ettari, prima di essere estinto dai pompieri intervenuti, una settimana più tardi.

La Spagna si è offerta di ospitare una base per la lotta agli incendi forestali nell’UE

Lo scorso 9 luglio, in occasione della visita del commissario europeo per gli aiuti umanitari e la gestione delle crisi, Christos Stylianides, si è offerta per ospitare una base regionale per la lotta agli incendi forestali nell’Unione. Si tratta di un sistema di protezione civile a livello dell’intera Unione Europea, con data prevista per il 2025. La Spagna, tra l’altro, presta già due canadair alla flotta europea contro gli incendi, alla quale partecipano Croazia e Francia (con un aereo a testa), Italia (due aerei), e Svizzera (con sei elicotteri). Gli incendi però non attenderanno i tempi della politica unitaria per riniziare ad ardere, l’inferno è già qui.