Nuovo report IPCC su cambiamenti climatici e suolo: il riassunto

Il 7 agosto l’ IPCC – Intergovernmental Panel on Climate Change, l’ente più autorevole al mondo in materia di scienza del clima, ha pubblicato la seconda parte del suo report sullo stato attuale di avanzamento dei cambiamenti climatici.

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La prima parte, pubbicata lo scorso ottobre, aveva già avuto un’enorme risonanza. Al suo interno, infatti, gli scienziati avevano affermato come ci restassero solo 12 anni per riuscire a sconfiggere il riscaldamento globale. E proprio quel report aveva dato forza e coerenza ai movimenti ambientalisti che si sono poi generati avvalendosi, appunto, di una credibilità scientifica senza precedenti. In questa seconda parte, invece, l’ente si sofferma sullo stato di salute del suolo. Ed ancora una volta, ad essere identificata come causa principale dei problemi ad esso relativi, sono proprio le nostre abitudini.

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Un ulteriore allarme lanciato dal report IPCC

Una delle più importanti conclusioni a cui sono giunti gli scienziati che vi hanno lavorato è individuabile nella necessità di agire su più aspetti della società e del settore economico per mantenere la temperatura globale al di sotto dei 2 gradi rispetto a quella del 1960. Lo stato di salute del suolo, oggetto specifico di questo report, viene spesso sottovalutato dai meno attenti nella valutazione dell’avanzamento dei cambiamenti climatici.

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Tuttavia questo indicatore è, al pari degli altri, uno dei migliori metodi che abbiamo per valutare il problema nella sua interezza. Terreni poveri di sostanze nutritive e desertificati non favoriscono, infatti, la mitigazione del riscaldamento globale. Sempre secondo il report, inoltre, il 23% delle emissioni di gas serra di origine antropica è generata da un uso scorretto del suolo. Soprattutto per colpa delle aziende operanti nel settore primario.

Tra le attività più inquinanti, a questo livello, troviamo i sistemi di coltivazione intensivi e la produzione di carne e latticini. Tutte queste attività, oltre a rendere necessario l’utilizzo di sostanze chimiche che vanno ad impoverire il suolo, sono anche la principale causa di deforestazione a livello mondiale.

Sicurezza alimentare a rischio

Nell’arco degli ultimi 40 anni, secondo il report IPCC, l’uso di fertilizzanti è aumentato di 9 volte. Il consumo idrico per l’irrigazione è pari al 70% del consumo totale umano di acqua dolce. Allo stesso tempo lo spreco alimentare pro capite è aumentato del 40% arrivando a toccare la spaventosa cifra di un terzo del cibo prodotto a livello planetario. Ancora una volta i dati sono a dir poco allarmanti.

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Il report IPCC individua inoltre quelli che vengono definiti come i 4 pilastri della sicurezza alimentare: la disponibilità, l’accesso, l’utilizzo e la stabilità delle risorse. Tutti questi fattori sono ampiamente influenzati in maniera negativa dall’avanzamento dei cambiamenti climatici. Il rischio che si corre è infatti quello di un grosso calo nel rendimento dei terreni. Un problema che avrà effetti devastanti su problemi come la fame nel mondo e l’avanzamento della desertificazione dei suoli. Tutto questo si tradurrà in una diminuzione della quantità di aree abitabili del pianeta, soprattutto al livello dell’equatore, e quindi in un aumento delle migrazioni da parte di chi queste zone le abita.

Un modello alternativo esiste

Il report è stato pubblicato, con ottimo tempismo, in vista della 14esima Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite per la lotta alla desertificazione, che avrà luogo a Nuova Delhi a Settembre, ma soprattutto della COP25 che si terrà a Santiago del Chile. Stephen Cornelius, responsabile IPCC per il WWF, ha così commentato i risultati del report: “Il modo in cui stiamo oggi utilizzando la terra sta contribuendo al cambiamento climatico, minando la sua capacità di sostenere le persone e la natura. L’agroecologia contadina, l’agricoltura familiare e i piccoli agricoltori devono essere messi al centro dei sistemi agricoli, a differenza dell’agricoltura industriale, che non solo non dà la possibilità di nutrirsi in modo sano e nutriente, ma aggrava anche il cambiamento climatico”.

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La risposta che ognuno può dare per fare la sua parte è facilmente individuabile. Comprare a km0, ridurre il consumo di carne e latticini e privilegiare la scelta di prodotti stagionali sono tutte contromisure facilmente attuabili e che aiutano a ridurre la propria impronta ecologica. Ogni scelta che prendiamo nei nostri metodi di consumo è, ormai, una scelta politica. Non resta che utilizzare il buon senso.

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