Cambiamento climatico: cause e soluzioni nella rubrica de L’EcoPost
Stando all’attuale realtà delle cose, il cambiamento climatico, o climate change, sarà con ogni probabilità l’emergenza globale che caratterizzerà in negativo il futuro del nostro pianeta nei decenni a venire. Per questo motivo, con il peggioramento della situazione e con la frequenza e la determinazione con la quale scienziati e comunità di tutto il mondo hanno richiesto un intervento collettivo a livello planetario, i cambiamenti climatici sono entrati a far parte delle agende politiche di vari paesi e non solo. L’EcoPost, in qualità di blog che intende aiutare il lettore a rivedere il proprio comportamento in ottica sostenibilità, non può esimersi dall’affrontare questa complessa tematica, e fornire al proprio pubblico le notizie più salienti sul cambiamento climatico.
Ma che cos’è il cambiamento climatico? Come lo possiamo definire? E quali conseguenze avrà sull’ecosistema terrestre? Il termine cambiamento climatico è quanto mai sconfinato e difficile da racchiudere in una definizione tanto stringente quanto chiara, senza rischiare di incappare in una eccessiva semplificazione.
Cambiamento climatico: definizione
Diversamente da quanto si possa pensare, l’elemento principale del cambiamento climatico è l’uomo. Infatti, in natura esiste già una variabilità climatica derivante da una complessa serie di processi naturali interni ed esterni al pianeta. Tuttavia, quando parliamo di cambiamento climatico facciamo riferimento allo stato di alterazione di questa variabilità climatica per mano dell’uomo. Dunque, quando parliamo di cambiamento climatico stiamo affermando che le attività umane, dette anche antropiche, raggiungono un’intensità tale da influenzare quello che altrimenti sarebbe il naturale corso degli eventi. Per essere considerato tale, il cambiamento o alterazione dell’atmosfera planetaria deve però essere misurabile in un intervallo di tempo solitamente corrispondente a trenta anni. Ma andiamo per gradi e cerchiamo di rispondere alle domande sul perché si parli di cambiamento “climatico”.
Il bilancio energetico e la centralità del clima
Il clima gioca un ruolo fondamentale nella molteplicità di elementi che interagendo tra loro regolano la vita sul pianeta Terra. Il clima o sistema climatico racchiude in sé due aspetti che sono il bilancio energetico del pianeta e gli interscambi di materia che avvengono al suo interno.
Il bilancio radiativo terrestre
Con il bilancio radiativo si intende la quantità di energie della Terra che si ottiene facendo la differenza tra l’energia in uscita e quella in entrata. Per sua conformazione la Terra ha un bilancio energetico stabile e costante, in quanto l’energia in entrata e in uscita più o meno corrispondono. La temperatura del pianeta dunque è in diretta correlazione con il bilancio radiativo terrestre.
La materia nel ciclo chiuso terrestre
Come dicevamo l’altro aspetto che concorre al determinare il clima terrestre sono invece gli interscambi di materia. Diversamente dalle radiazioni che entrano ed escono, la materia rimane grossomodo sempre interna all’atmosfera terrestre, salvo poche e poco rilevanti eccezioni. Se la temperatura rappresenta una buona misura dell’energia terrestre. L’acqua è un ottimo indicatore della materia che viene scambiata all’interno del sistema terrestre. A questo si deve la grande rilevanza del ciclo dell’acqua e quindi delle precipitazioni ai fini della classificazione del cambiamento climatico.
Climatechange e riscaldamento climatico
Ora che abbiamo compreso le nozioni basilari del cambiamento climatico proviamo a capire cosa sta succedendo e perché parliamo di emergenza climatica. Negli ultimi anni soprattutto, ma già da decenni in realtà, gli studiosi hanno cercato di sensibilizzare istituzioni e cittadini del significativo cambiamento delle temperature, quello che chiamiamo riscaldamento climatico o riscaldamento globale [collegamento ipertestuale]. Questa tendenza è talmente delineata che quasi l’unanimità degli scienziati si sono espressi d’accordo [collegamento ipertestuale] nel considerarlo un cambiamento reale e destinato a perdurare se non si interviene in tempo.
Le misurazioni hanno portato gli studiosi ha identificare con assoluta certezza le cause di questo aumento della temperatura terrestre, l’aumento dei gas clima alternati, i cosiddetti gas serra, prodotti dalle attività umane. Seppure la storia climatica terrestre non sia completamente estranea a cambiamenti climatici così decisi, l’elemento davvero preoccupante è la repentinità con la quale questo aumento della temperatura si sta verificando. Un aumento progressivo e incrementale nel relativamente breve periodo corrispondente al progresso della rivoluzione industriale, specialmente con gli ultimi decenni che hanno fatto registrare dei picchi mai raggiunti.
La categoria cambiamento climatico de L’EcoPost
Preso grossomodo atto di che cosa stiamo parlando, noi de L’EcoPost abbiamo deciso di dedicare una delle categorie del nostro blog al cambiamento climatico. Questa categoria, decisamente la principale per quantità di articoli, ha l’obiettivo di portare all’attenzione dei nostri lettori le notizie di carattere generale sulle cause delcambiamento climatico e, allo stesso modo, informarli di tutte quelle che sono le possibili soluzioni al cambiamento climaticoadottate e proposte dagli attori a livello globale.
Ormai è una garanzia. Quando sentiamo parlare di Leonardo DiCaprio sappiamo che si tratta di qualcosa in favore dell’ambiente. Questa volta però non sarà solo. L’attore hollywoodiano infatti si è associato alla vedova del fondatore di Apple Steve Jobs, Laurene Powell Jobs ed a Brian Sheth, presidente del fondo Vista Equity Partners. Insieme hanno fondato Earth Alliance, una nuova organizzazione che ha lo scopo di aiutare il pianeta ad affrontare le urgenti minacce del riscaldamento globale.
Molti problemi, molte soluzioni
I problemi legati al cambiamento climatico, come sappiamo, sono molti e vari. Disastri naturali, estinzioni rapide delle specie, aumento degli sfollati, acidificazione degli oceani, mancanza di cibo per milioni di persone. L’obiettivo di Earth Alliance è quello di combatterli, proteggendo gli ecosistemi, assicurando la giustizia climatica, sostenendo l’energia rinnovabile e difendendo i diritti delle popolazioni indigene.
Per fare tutto questo, l’Associazione supporterà finanziariamente altre organizzazioni e iniziative a favore dell’ambiente. Come si legge nel comunicato stampa, Earth Alliance collaborerà con altre organizzazioni non profit, comunità, agenzie governative e finanziatori impegnati in diverse missioni per salvare il pianeta. Inoltre, Earth Alliance si impegnerà in iniziative educative e culturali fornendo borse di studio e opportunità educative. Coinvolgerà in questo anche le comunità indigene e aiuterà organizzazioni e individui nei luoghi più colpiti dai cambiamenti climatici.
La Leonardo DiCaprio Foundation è stata creata nel 1998. Da allora ha erogato oltre 100 milioni di dollari per sovvenzionare progetti in tutti e cinque i mari e in tutti e sette i continenti.
L’importanza di comunicare
Earth Alliance sfrutterà anche le ormai consolidate capacità comunicative della Leonardo DiCaprio Foundation. Come questa ha già fatto in passato, la nuova Associazione finanzierà campagne su vasta scala, con conferenze e convegni a tema ambientale. Non può poi mancare la realizzazione di film e documentari. Sul comunicato si legge che questi progetti potranno ispirare e mobilitare le persone in tutto il mondo a preoccuparsi e ad agire per il futuro del pianeta.
E Lauren Jobs aggiunge: – Leo è uno dei comunicatori più dotati di talento del nostro tempo e con Earth Alliance, sfrutteremo questi doni per ispirare tutte le persone, indipendentemente dall’età, dalla razza o dal paese d’origine, affinché si ergano come leader a favore del nostro pianeta, che è gravemente in pericolo. –
Programmi più dettagliati, comunque, saranno svelati dall’Associazione nei prossimi mesi. Per adesso, non resta che apprezzare e supportare questa iniziativa e le persone che ne fanno parte. Mettere a disposizione le loro risorse e la loro energia per il nostro futuro non è infatti qualcosa di usuale, nonostante il mondo ne abbia un estremo bisogno.
Caldo record in quasi ogni parte del mondo, siccità, ghiacciai che si sciolgono ad una velocità mai vista prima, alluvioni e ondate di caldo. Tutti scenari già ampiamente previsti dagli scienziati di tutto il mondo. La causa di tutto ciò è una sola e, come se ci fosse bisogno di tutto questo per confermarlo, si chiama riscaldamento globale. In un’annata che potrebbe passare alla storia come la più influenzata dai cambiamenti climatici, le notizie di eventi estremi che si succedono ogni giorno nei giornali di tutto il mondo non lasciano più spazio ad alcun tipo di interpretazione al di fuori di quella da anni paventata dai climatologi. Il cambiamento climatico esiste e, se niente sarà fatto per contrastarlo, avrà conseguenze terrificanti.
Giugno è stato il più caldo della storia
Il mese di giugno del 2019 è stato il più caldo mai registrato da quando c’è disponibilità di dati. Ad annunciarlo è stata l’ Agenzia dei Satelliti dell’Unione Europea. I dati che hanno portato a questa conclusione sono stati registrati dal Copernicus Climate Change Service per poi essere analizzati dallo European Centre for Medium-Range Weather Forecasts. La temperatura media in tutta Europa è stata di 2 gradi al di sopra della media con picchi di 6-10 °C in Francia, Germania e nord della Spagna. Gli esperti hanno inoltre espresso la loro preoccupazione per l’aumento della probabilità del verificarsi di simili scenari anche nel prossimo futuro, con un grado di probabilità 5 volte maggiore rispetto alla norma.
La recente ondata di calore ha infranto ogni record in Francia toccando la temperatura più alta mai registrata nel paese (45,9 °C). Alcune zone della Spagna sono state messe in ginocchio da incendi di una portata altamente distruttiva. Il nostro paese viene messo a ferro e fuoco da bombe d’acqua di portata apocalittica. Peter Stott, uno studioso dei cambiamenti climatici del Met Office, ha dichiarato che “un’ondata di calore del genere sarebbe stata più mite di 4°C se si fosse verificata 100 anni fa”. I dati, ancora una volta, non lasciano scampo.
Anche l’Alaska brucia: toccati i 32 °C
Questa serie di avvenimenti preoccupanti non hanno però colpito solamente l’Europa. Nella città più fredda degli Stati Uniti, Anchorage (Alaska), sono stati raggiunti i 32,2 °C. La stessa temperatura della Florida. Il record precedente risale al 1969 quando furono toccati i 29 °C. La temperatura media, in questa stagione, dovrebbe invece essere intorno ai 18 °C. Secondo gli esperti l’aumento della temperatura nella regione, verificatasi negli ultimi anni, è dovuto al riscaldamento dell’Oceano Artico. I dati su scale temporali più ampie ci dicono inoltre che l’intera regione si sta scaldano due volte più velocemente rispetto alla media globale.
Le conseguenze di tutto ciò sono quelle che, ormai e a malincuore, conosciamo bene. Oltre a provocare lo scioglimento di ampie aree di ghiacciai che esistevano da milioni di anni, il clima secco e il caldo, in regioni con una così fitta vegetazione, finiscono per scatenare numerosi incendi. Il che significa un’ulteriore immissione di anidride carbonica nell’atmosfera e una contemporanea perdita di alberi, la migliore tecnologia che abbiamo per contrastare i cambiamenti climatici.
I cambiamenti climatici lasciano l’India senz’acqua
La situazione più preoccupante su scala globale, da un punto di vista umanitario, si sta tuttavia verificando in India. Alcune zone del paese, tra cui la regione del Chennai, sono vittima di un periodo di siccità che dura da più di 200 giorni. Nelle aree più aride sono state toccate temperature al di sopra dei 50 °C. Fiumi e laghi in diverse regioni hanno iniziato a prosciugarsi e la disponibilità di acqua potabile diminuisce di giorno in giorno. Le persone hanno smesso di lavare i vestiti per salvaguardare le poche riserve idriche a disposizione e l’IMD ha dichiarato che la popolazione è a rischio di contrarre malattie gravi indipendentemente dalle fasce d’età. La causa principale di tutto ciò è un ampio ritardo nell’arrivo del periodo delle piogge.
Secondo un articolo comparso sul quotidiano La Stampa, inoltre, le razioni di acqua potabile nella penisola asiatica vengono distribuite solamente ai ricchi, con conseguenze devastanti sulla maggior parte della popolazione più povera. Un’ulteriore riprova di ciò che ha già previsto l’ONU: a salvarsi dai cambiamenti climatici potrebbe essere solamente la fascia più abbiente della popolazione mondiale ovvero proprio quella più responsabile del riscaldamento globale.
Per anni abbiamo dovuto assistere a persone, per lo più mal informate, che parlavano dei cambiamenti climatici causati dall’uomo come di una cosa non certa. Non è bastata una percentuale di climatologi, convinta che il riscaldamento globale esista, che tocca il 97%. Così come non sono bastate le immagini di ghiacciai che si sciolgono a vista d’occhio e la discesa in piazza di milioni di ragazzi in tutto il mondo.
Ora non ci sono più scuse. I cambiamenti climatici stanno iniziando a mietere vittime nelle parti più povere del mondo e non ci vorrà molto prima che inizino a farlo anche nelle altre. Per anni siamo stati avvisati di tutto ciò e per anni ci siamo voltati dall’altra parte, sperando che qualcun altro si prendesse carico del problema. Ma questo non si risolverà da solo. I cambiamenti climatici sono qui, oggi più che mai. E ciò a cui stiamo assistendo è solo un piccolo assaggio di quello che potrebbe succedere nei prossimi 50 anni. Ma abbiamo ancora tempo per metterci una pezza. Non ci resta che iniziare a farlo, in fretta.
Il WWF Spagna, in collaborazione con i relativi uffici nazionali, ha pubblicato uno speciale sul tema degli incendi nei paesi del nord del Mediterraneo. Gli incendi forestali sono un problema sempre costante e attuale, anche a fronte dei miglioramenti tecnico-tecnologici sui quali possono contare i paesi interessati. Se da un lato il numero di incendi è in calo, dall’altro aumenta la loro pericolosità. Neanche a dirlo, il cambiamento climatico contribuisce a rendere gli incendi sempre più vasti e inarrestabili.
In Italia 1/5 della superficie arsa nei paesi del nord del Mediterraneo. Fonte: WWF/Adena
Megaincendi: il nuovo incontrollabile nemico
Bruciano più di 5.000 ettari. Sconosciuti alle nostre latitudini fino a due anni fa, il 2017, quando per la prima volta divampò in Portogallo. Stiamo parlando dei megaincendi di sesta generazione. Trattasi di una tipologia di incendio strettamente correlata al cambiamento climatico: estrema, letale e incontrollabile. Nello stesso anno della loro comparsa nella fascia nord del Mediterraneo, i megaincendi si sono poi ripetuti diverse volte in Spagna e Portogallo e in Grecia l’anno successivo, registrando tra questi i tre maggiori incendi mai avvenuti in Europa, guarda a caso nella stessa regione. Nella decade 2009-2018 hanno rappresentato solamente lo 0,15% degli incendi, ma sono stati responsabili del 35% della superficie arsa.
Quali sono le cause?
Se il processo tecnologico mette a disposizione tecnologie e conoscenze specifiche per prevenire e affrontare il problema degli incendi forestali, perché allora siamo di fronte a un pericolo crescente? I fattori in gioco sono vari e riguardano principalmente due aspetti: l’abbandono delle aree rurali e delle loro tradizioni e l’aumento dell’uso ricreativo delle zone naturali di montagna. Alle quali va ad aggiungersi l’acuirsi del cambiamento climatico.
Lo spopolamento delle aree rurali ha infatti ridotto il numero di persone che vivono in simbiosi con gli ecosistemi montani. Se questo si è tradotto in una diminuzione dell’utilizzo del fuoco nei pressi dei boschi, ne ha però incrementato l’infiammabilità. La causa è da trovare negli utilizzi meno tradizionali e più incoscienti, spesso a opera di turisti o visitatori occasionali. L’abbondono delle aree si traduce anche in abbandono delle attività agrarie, a cui è legato anche il cambiamento della vegetazione delle aree rurali montane e il conseguente ringiovanimento degli alberi che le popolano, meno capaci di resistere alle fiamme.
Un altro effetto è lo stato di caos territoriale che viene a crearsi da queste dinamiche, con i confini del perimetro urbano e di quello forestale che finiscono per confondersi. Gli alberi e la vegetazione in generale arrivano alle porte dei centri abitati, vicinanza che favorisce l’insorgenza delle fiamme. A questo proposito, il rapporto identifica tutta la zona costiera italiana e la Sicilia come zone altamente a rischio.
Tabella riassuntiva dei megaincendi. Fonte: WWF/Adena
In generale, il bacino del Mediterraneo attira il maggior numero di visitatori a livello mondiale, destinato probabilmente a incrementare con il susseguirsi degli anni: 420 milioni di turisti previsti per il 2020. Questo mette ancora di più a repentaglio la regione e richiede una pianificazione e una prevenzione ancora più accurata.
Gli effetti del cambiamento climatico
Come è facile prevedere e come gli esperti ripetono ormai da tempo, gli episodi climatici estremi sono destinati a ripetersi con sempre maggiore frequenza e intensità. Le estati saranno caratterizzate dal continuo rintocco delle campane antincendio e dall’incessante mobilitazione di personale, mezzi e risorse. Si allungheranno i periodi di rischio, così come le fasce geografiche interessate (si è già registrato un aumento di incendi anche nel nord d’Europa). Si intensificherà la propagazione delle fiamme, più rapide e violente.
Secondo uno studio scientifico condotto dall’Universidad de Barcelona, se l’aumento della temperatura sarà ridotto a più 1,5°, l’incremento della superficie arsa nella zona del mediterraneo corrisponderà a un +40% rispetto all’attuale. Se invece si dovessero raggiungere i 3°, allora vedremmo un +80%. Attualmente lo scenario peggiore è anche quello più probabile.
Gli incendi si possono evitare
Come spesso accade, i problemi legati al cambiamento climatico sembrano distanti e inarrivabili. Eppure c’è una dettaglio di non poco conto che deve far riflettere, la sinistrosità. Il cambiamento climatico di per sé non scatena infatti incendi, li favorisce. Le fiamme sono quasi unicamente per mano dell’uomo. Ben nel 99% dei casi in Italia (96% nei paesi del nord del Mediterraneo presi in esame), spesso dovuti a negligenza.
Tabella delle cause scatenanti degli incendi, divisa per paese. Fonte: WWF/Adena
Ugualmente preoccupante è altresì l’elevata percentuale di incendi dolosi intenzionali, il 26% (sia in Italia che in media tra i paesi). Spesso motivati da dispute tra vari soggetti, alla base delle quali vi sono interessi personali e privati.
Urge quindi sia maggiore sensibilizzazione sui rischi e le conseguenze degli incendi, che causano devastazione per centinaia di milioni di euro e perdite di vite umane, animali e vegetali, sia un maggiore intervento dello stato nel prevenire e sanzionare questo tipo di infrazioni. Questi due aspetti vanno ad aggiungersi alla lunghissima serie di investimenti necessari a salvaguardia dei nostri ecosistemi e per la lotta al cambiamento climatico. La prossima volta che volete godervi la natura, ponderate sulle possibile cause delle azioni vostre e di chi vi sta attorno, basta una scintilla per scatenare un incendio, così come è sufficiente prestare attenzione per evitarlo.
L’Iran sta mettendo in pratica quella che sessanta giorni fa era soltanto una minaccia, ovvero uscire definitivamente dall’accordo sul nucleare e aumentare le riserve di uranio.
Il tentativo diplomatico di Obama
Nel 2015 Barack Obama aveva portato a termine una trattativa diplomatica per cui la nazione mediorientale avrebbe dovuto interrompere quasi totalmente il processo di arricchimento dell’uranio. In cambio gli Stati Uniti e gli altri Paesi firmatari avrebbero sospeso le sanzioni commerciali imposte in precedenza all’Iran.
Quando si parla del mercato iraniano, è bene ricordare che si tratta principalmente del commercio petrolifero il quale, come sappiamo, porta con sé effetti ambientali molto dannosi. Per anni però l’economia dell’Iran, e quindi il relativo benessere della Nazione, è dipesa dall’esportazione di petrolio verso le nazioni occidentali che da sempre sfruttano in modo insostenibile questa risorsa.
La svolta di Trump
Nel 2018 Donald Trump ha ritirato l’accordo e ha reimposto le sanzioni all’Iran. Il motivo non era ben chiaro se non che, secondo Trump, l’Iran non avrebbe rispettato gli accordi sul nucleare. Per l’Europa, però, questo fatto non sussisteva. Come poi molti giornali hanno supposto, le sanzioni avevano l’obiettivo di indebolire il ruolo dell’Iran nel panorama geopolitico. Il Paese infatti dopo l’accordo sul nucleare si stava riorganizzando economicamente per esercitare la propria egemonia regionale a discapito di quella americana. Imporre le sanzioni quindi voleva dire favorirne l’instabilità.
Come ha affermato Majid Takht Ravanchi, rappresentante dell’Iran presso le Nazioni Unite a New York, “le sanzioni americane sono state progettate per danneggiare la popolazione civile, in particolare le persone vulnerabili come donne, bambini, anziani e pazienti”. D’altra parte Donald Trump non aveva nascosto le sue intenzioni: “il costo di avere un arsenale nucleare per l’Iran sarà di vivere in un’economia a pezzi per tanto tempo a venire”, ha detto il presidente americano.
Il ruolo dell’Europa
Francia, Gran Bretagna e Germania stavano invece escogitando un modo per aggirare le sanzioni imposte dall’America sul mercato iraniano e quindi salvare l’accordo sul nucleare. Questi tentativi, però, non hanno avuto seguito. “Da loro solo parole“, ha detto il portavoce della commissione Energia del Parlamento iraniano Gharenkhani all’Ansa. Poi l’annuncio definitivo: l’Iran ha aumentato le scorte di uranio arricchito passando dal 3,67% al 5%.
Centrale nucleare
L’uranio è un metallo tossico e altamente radioattivo che, quando arricchito, diventa un elemento fondamentale per alimentare le centrali nucleari. Un eventuale guasto può causare danni irreparabili, come è già successo a Chernobyl nel 1986. Inoltre l’uranio arricchito può anche essere impiegato per costruire armi chimiche e, se in quantità molto elevate, anche la bomba atomica. Si parla però in questo caso del 90%, quindi fortunatamente ancora molto lontano dalla quantità di uranio ufficialmente presente in Iran.
In tutta Italia si stanno diffondendo le spiagge plastic free. Sperlonga ha vietato l’uso della plastica dal 1° maggio scorso, mettendo al bando stoviglie, bicchieri, bottiglie e cotton fioc monouso. A poca distanza, l’isola di Capri ha seguito questa iniziativa. Entrambi i comuni prevedono sanzioni tra i 250 e i 500 euro per i trasgressori.
Il comune sparso più meridionale d’Italia, Lampedusa e Linosa, ha aderito a questa battaglia già da un anno. Nelle due isole siciliane si è aggiunto anche il contributo dei maggiori supermercati che hanno eliminato dagli scaffali il materiale plastico in vendita.
Ad Olbia, oltre alla guerra alla plastica si è aggiunta anche quella al fumo. Infatti, l’ordinanza entrata in vigore il 1° giugno prevede aree adibite ai fumatori nelle spiagge. Invece, la zona plastic free è estesa anche ai siti archeologici, aree verdi, parchi pubblici e piazze.
Anche nelle Cinque Terre, nel borgo di Vernazza, il sindaco ha firmato un’ordinanza che mette al bando le sigarette nelle spiagge, scogliere, parchi e sentieri.
In Gallura, il divieto all’uso della plastica si è esteso lungo tutto il litorale, raggiungendo anche San Teodoro ed Arzachena.
Tante altre ancora sono le spiagge divenute plastic free: Tarquinia, Sabaudia, Follonica, Lerici, San Vito Chietino, Napoli, Ischia, Palinuro, Maratea, Vieste, Gallipoli, Trani.
Le previsioni dopo i provvedimenti plastic free
Di certo, l’auspicio è che queste favolose località marittime possano dare il buon esempio con queste politiche plastic free sulle spiagge. Probabilmente, i controlli non potranno fare in modo che le regole vengano rispettate tutte. In questi casi è il primo passo che conta, e la missione principale è sensibilizzare le persone.
Le istituzioni stanno compiendo dei progressi, un ulteriore esempio è il disegno di legge Salvamare, già approvato dal Consiglio dei ministri, che presto verrà discusso in Parlamento. Il testo prevede che i pescatori potranno prelevare i rifiuti che finiscono nelle reti usate per la pesca, così evitando di incorrere ad accuse per trasporto illecito di rifiuti. A questo si aggiungerà l’instaurazione di una filiera sul pescato che prevederà dei benefici per i pescatori.
Le stime delle Nazioni Unite parlano di oltre 8 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica che invadono i mari e gli oceani ogni anno. Nel mar Tirreno il 95% dei rifiuti galleggianti che superano i 25 centimetri sono di plastica.
Nel mar Mediterraneo quasi nessun essere vivente è escluso dall’ingestione di plastica, ben 134 sono le specie che la ingurgitano. Dai pesci ai mammiferi marini, passando per gli uccelli marini. Nessuna specie di tartarughe marine è esente dall’avere plastica nello stomaco.
Non per ultimi, anche i mozziconi di sigaretta danneggiano la flora e la fauna. Di recente, ha fatto scalpore la foto che ritrae un uccello marino dare da mangiare al proprio piccolo una cicca. Queste immagini non dovrebbero entrare nel nostro quotidiano, anche se ormai se ne vedono sempre più spesso. Tutto ciò deve far riflettere sulla delicata situazione presente sul pianeta e ognuno, nel suo piccolo, dovrebbe contribuire nel rendere questo un posto migliore.
I ricchi potranno pagarsi la salvezza, scappando dal caldo e dalla fame. Gli altri soffriranno a causa del cambiamento climatico. Questo è quello che Philip Alston, relatore speciale dell’ONU, ha scritto nel suo ultimo rapporto sulla povertà e i diritti umani.
I diritti umani sono a rischio
Secondo Alston infatti i diritti umani più semplici quali il diritto alla vita, al cibo, all’acqua e alla casa saranno fortemente minacciati dal riscaldamento globale. “A rischio ci sono gli ultimi 50 anni di progressi nello sviluppo, nella salute globale e nella riduzione della povertà” dice Alston. Tutto questo, comunque, avverrà soprattutto nei paesi in via di sviluppo, i quali subiranno ingiustamente il 75% dei costi totali del riscaldamento globale. Peccato però che questi stessi Paesi siano responsabili solo del 10% delle emissioni totali del Pianeta.
Una nuova Apartheid
Ma non finisce qui. Proprio come è avvenuto in Siria nel 2012 il disagio dovuto alla mancanza di risorse idriche porterà scontento tra i popoli, proteste e favoritismi. Aumenteranno le ineguaglianze e le ingiustizie e con loro le piaghe già molto diffuse del nazionalismo, xenofobia e razzismo. “Proprio come è accaduto durante l’Apartheid – afferma Alston – le divisioni tra i gruppi sociali aumenteranno, e la democrazia vacillerà. Sarà molto difficile allora mantenere un approccio bilanciato ai diritti civili e politici delle persone”.
Il riscaldamento globale, concretamente parlando, “potrebbe condurre oltre 120 milioni di persone in povertà entro il 2030” ha aggiunto Alston. Il dato è coerente con quello rivelato dalla Banca Mondiale nel 2018, secondo cui entro il 2050 vi saranno oltre 140 milioni di profughi interni, che si muovono per cercare un clima più favorevole.
Philip Alston, relatore speciale ONU su povertà estrema e diritti umani
I politici non fanno abbastanza
Alston infine accusa duramente i leader mondiali ma anche le stesse Nazioni Unite di non fare abbastanza e di aver sottovalutato il potenziale distruttivo del cambiamento climatico. Il neo-presidente del Brasile Bolsonaro, per esempio, ha promesso di trasformare grandi parti di Foresta Amazzonica in miniere. Il che significa, ovviamente, un aumento affatto necessario della deforestazione. Il report condanna anche il presidente americano Donald Trump per aver attivamente azzittito qualunque notizia o dato sul riscaldamento globale.
Ma Alston conclude con una nota positiva e di incoraggiamento verso le azioni in favore dell’ambiente come i casi legali contro stati e compagnie di combustibili fossili, l’attivismo di Greta Thunberg e gli scioperi in tutto il mondo organizzati da Extintion Rebellion.
Per la prima volta dopo 17 anni quest‘estate i cacciatori di balene islandesi interrompono la loro attività. Dall’altra parte del mondo, invece, dopo 31 anni la caccia alle balene a scopi commerciali ricomincia. Con questa decisione il ministro della Pesca giapponese Takamori Yoshikawa ha voluto puntare a un ritorno dell’attività e, quindi, a quello del commercio di carne di balena.
Una pratica di lunga data
In realtà la caccia alla balena è sempre stata praticata in Giappone, anche dopo la moratoria del 1986 dell‘ International Whaling Commission. Questo è un organo internazionale che si occupa, appunto, di proteggere le balene e limitarne la caccia. Sia il Giappone che l’Islanda ne facevano parte, anche se entrambe le nazioni sono sempre riuscite ad evitare penali. I due paesi, infatti, hanno continuato a cacciare balene con la scusa di farlo per scopi scientifici. Tali fini pero‘ si sono rivelati tutt’altro che reali. Il Giappone uccideva ogni anno dalle 200 alle 1200 balene e l’Islanda 700, un po’ troppe per delle semplici analisi scientifiche.
I richiami e lotte da parte degli ambientalisti crescevano sempre di più, soprattutto da parte di Greenpeace. L’associazione già nel 1975 lanciò la sua campagna contro la caccia alle balene, affrontando le baleniere in mare aperto, fermando gli arpioni con i gommoni e portando per la prima volta le immagini di questa terribile e inaccettabile caccia. Le balene sono infatti in cima alla catena alimentare degli oceani e la loro scomparsa ne comprometterebbe l’equilibrio e la biodiversità. Inoltre, sono animali già a rischio estinzione, che non andrebbero cacciati in grandi quantità bensì tutelati. Il Giappone, di tutta risposta, tentava di convincere la Commissione che la caccia alle balene per scopi commerciali potesse essere regolata e, quindi, sostenibile.
Una decisione drastica
Le richieste dello Stato nipponico non sono però state ascoltate. Di conseguenza, alla fine dell’anno scorso il Giappone ha deciso di togliersi definitivamente dalla Commissione annunciando che dal 1 luglio avrebbe ripreso la caccia alle balene a scopi commerciali. E così è stato. Proprio ieri, lunedì 1 luglio, sono salpate cinque navi con gli arpioni nascosti sotto i teloni dal porto di Kushiro nel nord del Giappone. Altre tre, invece, sono partite da Shimonoseki nel sud-ovest dell’arcipelago.
Il vero motivo di questa decisione resta pero ancora oscuro, visto che la domanda di carne di balena e drasticamente diminuita negli ultimi anni. Infatti, negli anni Sessanta in Giappone si consumavano 200 mila tonnellate di carne di balena all’anno, mentre in anni recenti si è arrivati a 5 mila tonnellate. L‘unica spiegazione plausibile potrebbe essere quella del mercato nero, che in questo modo verrebbe supportato dallo Stato.
Quando le nostre scelte contano
L‘Islanda dal canto suo, dopo aver registrato lo stesso trend negativo, la settimana scorsa ha rinunciato alla caccia in questa stagione, per la prima volta dal 2003. Gunnar Bergmann Jónsson, CEO della compagnia di whaling IP Útgerð, ha affermato che la sua compagnia preferirebbe evitare la caccia alle balene per concentrarsi invece sui cetrioli di mare. La compagnia, tuttavia, importerà carne di balena minke dalla Norvegia per soddisfare la poca richiesta in Islanda e, probabilmente, inizierà a cacciare nuovamente le balene minke nella primavera del 2020.
Questi episodi sono l’ennesima prova del fatto che noi in quanto consumatori possiamo realmente cambiare le cose. I cacciatori e commercianti certo non guardano in faccia alle persone e men che meno agli animali e al pianeta. Sono i nostri soldi e il modo in cui scegliamo di spenderli a darci un potere che nemmeno i più grandi leader possono ignorare.
Mercoledì 26 giugno, in Germania, è stata misurata una temperatura di 38,6°, battendo di un decimale il precedente record di temperatura, che resisteva da oltre 70 anni. Eppure potrebbe essere uno dei record di temperatura più brevi della storia, visto che domenica 30 giugno sono stati raggiunti i 38° a Berlino. Il climatologo Stefan Rahmstorf dell’Instituto di Potsdam per la ricerca climatica è convinto – così come tanti altri – che non si tratti di un evento isolato ma che queste temperature estreme siano diretta conseguenza del cambiamento climatico. Il valore medio del mese di giugno un secolo fa era 20,2 gradi, oggi, con ogni probabilità, lo supereremo di 2 gradi.
Screenshot di weather.com della previsione per domenica 30 giugno: attesi 38 gradi.
In Francia addirittura, è stato battuto il record assoluto di temperatura con i 44,3 gradi registrati venerdì 28 giugno. Il timore è quello che si possa ripetere la sciagura del 2003, anno in cui nel solo mese di agosto morirono più di 13.000 persone per il caldo. I primi morti si sono già registrati, almeno due in Spagna (tra cui un ragazzo), che per la seconda volta nella sua storia ha dato l’allerta per il caldo. I malori non sono mancati anche nel nord d’Italia.
Questa ondata di calore che si sta registrando in tutto l’Europa Occidentale è in parte legata all’aria e alla polvere proveniente dal deserto del Sahara. La differenza tra due fasce, una di alta e l’altra di bassa pressione, fa sì che l’aria desertica sia spinta verso nord.
Riproduzione dello spostamento dell’aria del Sahara
La legge tedesca sulla gestione della temperatura nei locali di lavoro
Hitzefrei è il termine tedesco utilizzato per indicare la chiusura di scuole, uffici e quant’altro a causa dell’eccessiva temperatura. Che oltre a impossibilitare la concentrazione sullo studio e sul lavoro, mettere a repentaglio il benessere psico-fisico dell’individuo. In Germania, paese per molti sinonimo di buona politica, vi è una legge che riconosce il diritto ai lavoratori di smettere la propria attività quando la temperatura raggiunge una certa soglia nel luogo di lavoro.
Il regolamento relativo ai locali di lavoro stabilisce che in ufficio di norma non dovrebbero essere superati i 26 gradi. Chiaramente è necessario fare una distinzione tra temperatura reale e percepita; a contare è la prima. A partire dai 30° il datore di lavoro è tenuto ad attuare delle misure a protezione del benessere dei propri dipendenti. Come ad esempio mettere a disposizione bibite fresche, ventilatori, garantire flessibilità dell’orario di lavoro, permettere un codice d’abbigliamento più rilassato (pantaloncini corti, t-shirt, calzature estive, ecc.). Se l’attuazione di queste misure non è sufficiente a contrastare il caldo asfissiante, a partire da 35° i lavoratori hanno il diritto di lasciare l’ufficio. Nel caso in cui, il datore di lavoro non si adoperi, già dal raggiungimento dei 30°.
I nuovi record di temperatura e l’umorismo (cinico) del cambiamento climatico
L’Hitzefrei (grossomodo traducibile con “chiusura per il caldo”) a 30/35° può far sorridere. Quante volte i lavoratori e gli studenti italiani sono costretti a “performare” con una temperatura al di sopra di questa soglia? Tra i tanti aggettivi che vengono affibbiati all’Italia c’è n’è uno molto forte nei paesi del centro e nord Europa: “fannulloni”. I più indulgenti motivano questa tendenza alla scarsa produttività con le condizioni climatiche particolarmente favorevoli (alla bella vita) che contraddistinguono il paese, come il sole e il caldo. Lo dimostra anche un video del telegiornale tedesco Tagesschau pubblicato sul proprio account Instagram, secondo il quale gli italiani quando fa caldo, non lavorano, vanno in vacanza.
Screenshot del video del Tagesschau: “Italia – Andare in vancanza”
La domanda che viene da chiedersi è cosa ne sarà di questi stereotipi, più o meno giustificati, quando il pianeta sarà più caldo e il mondo diverso da come lo conosciamo. Una sorta di umorismo cinico del cambiamento climatico, che porterà le popolazioni ad assomigliare a quelle che ora deridono e mal considerano, anche e sopratutto per ragione legate al clima. Lo stravolgimento del clima e il possibile e già parzialmente inevitabile slittamento delle fasce climatiche stravolgerà le nostre convinzioni più inamovibili.
Dopo il 2030 sarà troppo tardi
Se infatti si dovesse realizzare la previsione degli scienziati Yangyang Xu e Veerabhadran Ramanthan, in meno di 30 anni il mondo che conosciamo non esisterà più, e anche i cliché saranno solo un lontano ricordo. I 3 gradi di aumento medio della temperatura comporterebbero il collasso di vastissimi ecosistemi come Amazonia e barriera corallina. Facendo del a noi tanto caro Mediterraneo – così come Medio Oriente, Australia e Asia Occidentale – un luogo inabitabile.
I paradossali scambi di ruoli del mondo che (non) sarà
Le conseguenze geopolitiche e sociali sono inimmaginabili, ma certo tutt’altro che positive. Ma prima che tutto ciò si avveri e il baratro inizi a mostrare il suo buio fondo, le abitudini e i costumi cambieranno, e così gli sfottò.
La Germania potrebbe diventare il nuovo Sud d’Europa ad esempio. Riconosciuta per l’incredibile qualità dei suoi vini (che però non avrebbero tempo di invecchiare) e della sua frutta e verdura. Sbeffeggiata però dai paesi più a nord per la scarsa voglia di lavorare della sua popolazione, che, tormentata dal caldo afoso, perderà quella spinta stakanovista in favore di una ben più gradevole e salutare siesta. L’Italia sarà probabilmente un paese di emigranti, dalla pelle di colore scuro bruciata dal sole. Che cercheranno di superare frontiere chiuse appellandosi all’umanità dei più privilegiati. Prima che il livello del mare salga fino a sommergere tante città, e molti di noi con loro.
I ragazzi di Fridays For Future hanno deciso. Il Terzo Sciopero Globale per il Clima si terrà il 27 settembre 2019 nelle piazze di tutto il mondo. Il primo comitato italiano del movimento a pubblicare l’evento sulla propria pagina è stato quello di Milano. Il capoluogo lombardo è stata infatti la città in cui c’è stata la più alta partecipazione duranti i due scioperi precedenti. L’evento costituisce la continuazione di una rivolta iniziata quasi un anno fa grazie all’esempio di Greta Thunberg e che, in pochissimo tempo, ha raggiunto una portata di carattere globale.
Tante parole, pochi fatti
Le tante dichiarazioni di emergenza climatica che si stanno succedendo in tutto il mondo sono sicuramente un risultato da tenersi stretto. Soprattutto considerando che sono frutto di pressioni fatte principalmente da ragazzi che, in alcuni casi, non hanno ancora nemmeno finito le superiori. Tuttavia, quando si vanno ad analizzare i fatti, c’è qualcosa che non torna. Di settimana scorsa è infatti la notizia della mancata approvazione da parte del Consiglio Europeo di una mozione che ponesse il 2050 come termine ultimo per l’azzeramento delle emissioni climalteranti dell’Unione.
Il testo, per essere valido, doveva essere approvato all’unanimità. Purtroppo però i paesi di Visegrad – Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria ed Estonia – si sono fermamente opposti al provvedimento. Il risultato è stato l’inserimento nel testo di una frase molto generica che di fatto non obbliga nessuno dei paesi membri ad azzerare le proprie emissioni. Gli stati firmatari si mpegnano infatti a “garantire unatransizione verso una Unione europea climaticamente neutrale in linea con gli accordi di Parigi”. Nessuna data ultima per farlo viene specificata nel testo così come nessun obiettivo intermedio.
Un accordo privo di significato?
In questo senso va ricordato come l’aspetto più criticato degli Accordi di Parigi sia proprio la mancanza di vere e proprie restrizioni, con annesse sanzioni, per i paesi che non riescono a rispettare quanto specificato all’interno del testo dell’Accordo. Se dunque, per altri aspetti della società, mettere regole e paletti da rispettare venga considerato come la norma, risulta ormai chiaro come, quando si parli di cambiamenti climatici, quest’abitudine possa essere totalmente ignorata senza porsi troppi problemi.
Salvo qualche eccezione, infatti, la maggior parte dei paesi più sviluppati non ha ancora dato una risposta concreta alla crisi climatica in atto. Se i movimenti ambientalisti stanno toccando il loro punto più alto in termini di partecipazione da parte dei cittadini, come dimostrato anche dai risultati delle scorse europee conclusesi l’exploit dei Verdi, l’incoerenza e la cecità della classe politica di fronte a tale mobilitazione sta creando uno scenario preoccupante. Fino ad ora le istituzioni, invece di assecondare le richieste dei cittadini, stanno deliberatamente ignorando il problema. Il rischio è quello della creazione un circolo vizioso di ipocrisia che potrebbe dominare il Parlamento Europeo negli anni a venire. Se, infatti, la netta inversione di rotta necessaria per contrastare i cambiamenti climatici non trovasse riscontro alcuno nelle politiche messe in atto dall’Unione le conseguenze potrebbero infatti essere irreparabili.
L’appello di Fridays For Future ai lavoratori
Fridays For Future nasce come un movimento di giovani e studenti e, in quanto tale, ha raggiunto dimensioni che sono andate oltre le più rosee aspettative. Tuttavia il carattere inclusivo dell’iniziativa ha mobilitato in maniera spontanea, anche se in percentuale minore, anche persone di età più adulta. I ragazzi del movimento, in occasione del terzo sciopero globale per il prima, hanno deciso di lanciare un vero e proprio appello indirizzato ai lavoratori. L’intento è quello di coinvolgere in maniera diretta anche un maggior numero di adulti. Fridays For future ha pubblicato la sua “Lettera aperta a tutte le lavoratrici, a tutti i lavoratori e a tutte le organizzazioni sindacali” in data 25 giugno 2019. Questa segna un punto di svolta per il movimento che ha deciso di puntare ancora più in alto volendo coinvolgere tutti gli strati della società.
E come potrebbe essere altrimenti. Il cambiamento climatico non guarda all’età delle persone, né tanto meno a quello che fanno nella vita. Colpirà tutti, nessuno escluso, e le conseguenze che avrà nelle nostre vite, se non affrontiamo il problema come dovremmo, saranno a dir poco devastanti. Fridays For Future vuole provare a salvarci da tutto questo. Non resta che sperare che anche i politici vogliano fare lo stesso.
Il fumetto è percepito da molti come una forma leggera di letteratura e per questo poco impegnata. Ma è una concezione che non rende giustizia. Il fumetto è un mezzo di comunicazione potente e versatile e come tale può essere usato sì per intrattenere, ma anche come strumento di lotta alle ingiustizie. Ed è proprio questo l’obiettivo di UMBERTO.
La copertina del libro
Holdenaccio, al secolo Antonio Rossetti, classe 90 di Taranto, non si tira indietro e anzi, prende di petto due questioncine di non poco conto, quali la difesa dell’ambiente e l’immigrazione. Lo fa con un tratto sobrio, toni pacati e una semplicità sorprendente. Stiamo parlando di UMBERTO, pubblicato ad aprile da BAO Publishing e acquistabile sul suo sito, il primo graphic novel di Holdenaccio. Con cui abbiamo fatto una chiacchierata:
Come nasce UMBERTO e chi è il suo omonimo protagonista?
Umberto (l’uraniano alieno protagonista, ndr) è un sempliciotto. Il libro nasce dall’idea di fare diventare un sempliciotto il protagonista di una storia d’avventura, soprattutto per il messaggio molto attuale che ciò trasmette. Scemo o semplice che uno possa essere, se una cosa non gli sta bene, la prende e l’affronta. La risposta non è mai girarsi dall’altra parte. Viviamo in un periodo dove tutti quanti sembriamo essere guidati da uno scemo superiore che ci dice cosa fare, cosa è giusto e cosa è sbagliato, mentre invece sta a noi capire e decidere quali sono le nostre sfide. La mia intenzione era quella di dare voce a uno scemo, proprio per far capire che anche lui può migliorarsi e migliorare tutto quello che non va intorno a sé.
Cosa spinge Umberto ad agire?
Umberto si rispecchia nel sogno di vivere e lottare per un universo libero, contro le ingiustizie, anche senza essere un tizio cazzutissimo. Umberto, tra l’altro, non è l’unico ad agire e non lo fa da solo. Si può dire che la vera anima della lotta (che incalza tra l’altro Umberto nel suo ruolo da protagonista) sia Camilla, una dei quattro terrestri che decide di lottare per un universo libero, per il giusto ideale. Camilla è una ragazza forte, intraprendente, dotata di spirito di critica, ma anche “punk” per come affronta le cose e come le percepisce. Sono molto contento di come sono riuscito a caratterizzare anche i quattro ragazzi. Lei inoltre, assomiglia tantissimo caratterialmente a Greta Thunberg, senza che questa fosse mia intenzione, dato che il fenomeno di Greta è nato successivamente.
Scena di UMBERTO
Scena di UMBERTO (con Camilla)
Scena di UMBERTO
Quale ruolo ha l’aspetto sociale, civile, all’interno della tua opera?
Il voler affrontare tematiche attuali come immigrazione e ambientalismo è l’elemento centrale del libro, rimandando a tematiche attuali e a me vicine come: Taranto e noTAP. L’escamotage è stato quello di trasferire questi temi dal contesto attuale e ordinario allo spazio. Affrontando queste questioni in maniera differente, ma comunque affrontandole.
La semplicità come base di partenza per affrontare questioni complicate che ci riguardano in prima persona. Anche il MUR (la Milizia Uraniana Ribelle, ndr) sembra puntarci molto.
Il volantino d’invito all’azione della Milizia Uraniana Ribelle
A resistere rimane la Milizia Uraniana Ribelle, che cerca di opporsi allo spadroneggiare della Urangas, l’azienda multiversale che cerca di controllare i due pianeti, con “piccoli atti di quotidiana resistenza”! Volevo raccontare una storia fantasy senza abbandonare la realtà della cronaca, senza mai banalizzare. “Affinchè una storia fantastica sia efficace, bisogna che sia raccontata nei termini più semplici e pratici possibili” diceva Buzzati. Dietro la semplicità che pervade le pagine, ho inserito diverse chiavi di lettura che invitano il lettore alla riflessione e ad aprire gli occhi su quanto accade al nostro pianeta: potrebbe addirittura essere necessario un intervento extraterrestre per farci capire quanto sia importante la salvaguardia del proprio mondo anche attraverso questi “piccoli atti”.
Il tuo libro è pubblicato dalla casa editrice BAO che vanta tanti grandi nomi del Fumetto italiano. BAO Publishing sembra avere una certa sensibilità verso tematiche attuali, come quelle da te trattate nel libro. Quanto pensi abbia influito la scelta delle tematiche sulla decisione di pubblicare UMBERTO?
All’editore piacque tantissimo la storia di UMBERTO, soprattutto per la facilità di riuscire a mettere simili tematiche alla portata di tutti, giovani e non.
Un assaggio dell’universo di UMBERTo
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