I documentari sull’ambiente sono un valido alleato contro la disinformazione. Pochi hanno il tempo e la voglia di leggere gli articoli di giornali e riviste e ancora meno interi libri, ma tutti sono disposti a guardare un documentario.
Ormai da anni i documentari sulle bellezze della natura sono trasmessi sulle reti più importanti del mondo. Era però necessario trovarsi nel posto giusto al momento giusto. Oggi, nell’era dello streaming, i documentari sull’ambiente sono accessibili a tutti e non abbiamo più scuse.
Immagini realistiche e mozzafiato riprese da reporter intrepidi e rivoluzionari sono lì per per portarci nel mondo, apprezzarne le sue magnificenze e conoscerne i problemi.
Talvolta vedere le cose con i propri occhi è l’unico modo per scuotere la propria coscienza. I documentari ambientalisti che hanno scosso quelle della redazione saranno in questa categoria con trame, trailer e recensioni.
Con il suo nuovo film Planet of the Humans Michael Moore l’ha fatta grossa, ancora una volta. Il documentario è infatti una manna dal cielo per chi cerca di ostacolare il passaggio dall’economia tradizionale basata sull’estrazione di carbone a quella fatta di energia pulita. Ed è un peccato, perché la teoria che sta alla base del documentario non è del tutto errata. Vediamo perché.
L’occasione sprecata del film di Michael Moore
In anni recenti si è finalmente dato un nome a quel fenomeno per cui le compagnie, grandi o piccole che siano, sfruttano la causa ambientale per ingraziarsi i clienti ed attrarne di nuovi. Il fenomeno in questione si chiama green washing e talvolta può essere quasi più deleterio delel compagnie che non si fingono amanti dell’ambiente.
Un esempio piccolo e forse banale è quello delle bottigliette di plastica. Molte volte capita di leggere sull’etichetta “100% riciclabile”, magari su sfondo verde e decorato con qualche fogliolina. Il problema è che, potenzialmente, tutte le bottigliette di plastica sono riciclabili, se la persona le ricicla. In più, una amministratore delegato che avesse davvero a cuore l’ambiente, rinuncerebbe totalmente alla produzione di bottigliette di plastica usa e getta. Oppure, un caso ancora più grave in quanto frode a tutti gli effetti è quello che ha interessato la compagnia petrolifera Eni. L’azienda è stata infatti denunciata da Legambiente per aver definito il loro Diesel “green”, ingannando di fatto i consumatori e incentivandoli, una volta messa loro a posto la coscienza, a farne un uso spropositato. Ne abbiamo parlato in questo articolo.
E così via fino ad arrivare ai piani altissimi della piramide aziendale mondiale. Le cosiddette “Big Green” sono compagnie di dimensioni e fatturato enormi che, se in teoria utilizzano i loro soldi per progetti “green”, come le energie rinnovabili, quei soldi vengono di fatto dalle aziende dei combustibili fossili che le finanziano e con le quali mantengono un rapporto fiduciario e pacifico.
Una critica non scientifica alla scienza
Quindi, la mentalità per cui il consumismo estremo e il profitto infinito siano giustificati se questi provengono da progetti virtuosi è molto pericolosa. Ma da lì a screditare totalmente le energie rinnovabili passa molta acqua sotto i ponti. Ed è quello che Michael Moore ha fatto col suo documentario: accusare di “green washing” le nuove tecnologie per l’energia rinnovabile, alimentando lo scetticismo già dilagante riguardo a una transizione energetica che, se vogliamo ridurre le emissioni, deve necessariamente essere attuata..
Moore, per esempio, critica le energie rinnovabili per la quantità di materiali ed energia necessari a produrle. Non guarda, però, al guadagno futuro in termini di energia. Mark Diesendorf, un esperto di sistemi energetici e sostenibilità, ha affermato che i pannelli solari recuperano l’energia utilizzata in soli due anni e il loro ciclo di vita è di circa 20 anni. I pannelli solari, quindi, ci forniscono energia pulita per ben 18 anni, senza doverla costantemente estrarre e bruciare tramite le industrie del fossile.
In più, un film che si prodiga di criticare le tecnologie moderne dovrebbe essere il più moderno e aggiornato possibile. Invece, molti esperti hanno fatto notare come le riprese e i dati a disposizione di Moore fossero molto datati. Parlando di macchine elettriche, per esempio, Moore mostra un modello di 10 anni fa. Oppure critica un “campo” di pannelli solari costruito nel 2008. Come dice lo scrittore energetico ketan Joshi, 10-12 anni sono un’eternità nello sviluppo del solare, così come nell’elettrico
Michael Moore critica la biomassa
Moore critica anche la biomassa come fonte di energia, prodigandosi per la difesa degli alberi. Ricavare energia dalla biomassa, però, è molto differente che ricavarla dai combustibili fossili. Questi infatti liberano carbonio che è stato rimosso dal ciclo terrestre milioni di anni fa, che si aggiunge quindi a quella già abbondantemente presente in atmosfera. Gli alberi, invece, riportano la CO2 nella biosfera che è stata rilasciata solo negli ultimi decenni.
In ogni caso, la combustione non è mai la soluzione migliore. E di questo ne è consapevole anche Bill McKibben, un attivista che nel 2009 aveva difeso la combustione della biomassa a fini energetici. Moore, però, mostra soltanto questo lato della medaglia, mostrando un McKibben ipocrita ed ingenuo. Peccato che nel 2016 lo stesso McKibben abbia rettificato la sua posizione, denunciando la combustione di alberi e scusandosi per le sue idee passate. Di tutto questo, ovviamente, nel documentario non vi è traccia.
Il film di Michael Moore delega le soluzioni
Michael Moore, quindi, invece che sostenere chi sta cercando di trovare soluzioni che davvero conterrebbero la crisi climatica, non fa altro che contrastarli, fomentando i negazionisti e coloro che ostacolano le rinnovabili.
Jeff Gibbs, produttore del film, ha apertamente dichiarato il loro intento: “innescare una discussione e sollevare molte domande. Ma noi non abbiamo tutte le risposte“. Direi che questa frase è sufficiente per accostarsi a una visione critica del film il quale è stato reso pubblico e gratuito su YouTube.
È molto difficile che un film di poco più di due ore riesca a coprire un tema tanto vasto quanto complesso quale è la crisi climatica e le sue possibili soluzioni. Downsizing, la pellicola fantascientifica del 2017 diretta da Alexander Payne e con protagonista Matt Damon, ce l’ha quasi fatta.
La trama di Downsizing
Il film è ambientato negli Stati Uniti in un tempo che potrebbe essere quello odierno. Forse anche leggermente più avanti nel futuro, quando la crisi climatica sarà un problema riconosciuto ormai in tutto il mondo, anche se nel film ancora in pochi se ne rendono conto o sono disposti a fare sacrifici in merito.
Rimpicciolirsi per evitare gli sprechi
Uno di questi sacrifici sarebbe quello di rimpicciolire la propria stazza, diventando esseri umani minuscoli e vivere in un mondo appositamente costruito per gli small, come vengono chiamati coloro che accettano di sottoporsi al downsizing.
Questa nuova scoperta viene osannata come la soluzione definitiva alla crisi climatica. I motivi sono piuttosto semplici: vi sarebbero più risorse e più spazio per tutti.
Per esempio, all’inizio del film, lo scienziato fautore del downsizing mostra in conferenza stampa un sacco nero pieno di spazzatura, che afferra comodamente con una sola mano. Una quantità che, per capirci, potrebbe essere prodotta da una famiglia di quattro persone in circa una settimana. Quella quantità, rivela poi lo scienziato, è stata prodotta da un gruppo di 35 mini-persone in quattro anni.
Paul Safranek (Matt Damon), un fisioterapista con una vita alquanto mediocre, decide di sottoporsi al downsizing. Certo non senza remore, ma sicuramente con molte speranze ed eccitazione. Il downsizing è infatti pubblicizzato come la porta del paradiso, all’interno del quale gli small possono vivere con tutti gli agi e i lussi che hanno sempre sognato.
Questo perché, appunto, un qualunque prodotto proveniente dal mondo dei big costa molto meno ed è disponibile in maggiore quantità. Safranek si ritrova quindi a vivere, in un primo momento, in una villa gigantesca, con giardino, piscina, e tutto ciò che lui, esponente della classe media americana, non avrebbe mai potuto permettersi.
Una scena del film, in cui uno dei ricchi small ammira la rosa di dimensioni reali del vicino di casa Paul Safranek
I lati oscuri del downsizing
Il downsizing, però, ha anche i suoi lati negativi. Tranquilli, non è uno spoiler. Si capisce sin dall’inizio che qualcosa potrebbe andare storto. A cominciare dal fatto che la colonia dei mini-umani, detta Leisureland(letteralmente “la terra del piacere”) è dipinta come troppo perfetta, e noi sappiamo bene che le realtà perfette non esistono, se non nelle pubblicità.
Se è bello come dicono, perché non lo fa anche lei?
Si può capire però anche da un dettaglio della sceneggiatura, quando la moglie di Paul pone questa domanda, tanto innocente quanto significativa all’impiegata che si occupa della burocrazia del downsizing: “Perché, se è tanto bello come dicono, non lo fa anche lei?”. Lei risponde, tentennando, che il marito è affetto da alcune patologie che renderebbero la procedura medica del downsizing pericolosa, se non impossibile.
Ecco che qui inizia a rivelarsi il primo lato negativo: la pericolosità e l’umiliazione cui gli uomini vengono sottoposti durante la trasformazione da “grandi” a “piccoli”. Passaggi che, ovviamente, vengono sempre taciuti fino al momento della firma, durante il quale, sappiamo anche questo, è ormai difficile tirarsi indietro.
Una scena del fim, durante la procedura medica del “downsizing”.
Vi è poi un altro aspetto negativo, anche questo intuibile da subito, ovvero il distacco dalla società, o meglio, dai propri affetti. Diventare piccoli è infatti un processo irreversibile e rende impossibile, per ovvie ragioni, vivere nel mondo reale. Per questo gli small, seppur abbiano il permesso di viaggiare, dovranno vivere per il resto della loro vita in una comunità appartata, appositamente costruita per loro.
Il downsizing non è una soluzione, ma una fuga
Il terzo e più importante lato negativo del downsizing è anche il tema che conduce alla morale finale. La quale, secondo il mio personalissimo parere, poteva essere dichiarata in modo più deciso.
Il downsizing non è una soluzione alla crisi climatica, bensì una fuga codarda dal problema. Sembra infatti logico che i mini-umani possano condurre una vita lussuosa anche senza preoccuparsi dell’ambiente. Ma è altrettanto logico che non conta la quantità di risorse disponibili, bensì il modo in cui vengono utilizzate e distribuite. O meglio, le quantità contano, ma spesso diventano un capro espiatorio per sviare i problemi reali e più impellenti. Ecco perché.
Non solo aumento demografico
Nel film Downsizing viene più volte additata come causa principale del riscaldamento globale l’aumento della popolazione, senza invece fare riferimento allo sfruttamento sbagliato delle risorse, al loro consumo eccessivo e alla loro distribuzione iniqua.
Certo, quello della crescita demografica è un aspetto che ha contribuito alla crisi climatica e per cui è necessario fare qualcosa. Ma, oltre a non essere l’unico problema, non è nemmeno facilmente risolvibile nel breve periodo.
In più, le risorse che la Terra ci dà sarebbero comunque più che sufficienti per sfamare tutti i 7 miliardi di maxi-umani quali siamo. Quello che però la Terra non può fare è sfamarci tutti con gli standard di vita del mondo occidentale. Ed è proprio questa la causa della crisi climatica attuale: non quanti esseri viventi hanno utilizzato le risorse del pianeta, ma in che modo lo hanno fatto.
Come si legge in un articolo dell’Huffpost, la fame nel mondo sarebbe causata più da povertà e disuguaglianze e, aggiungerei, dall’utilizzo sbagliato delle risorse, più che dalla scarsità di queste ultime.
Negli ultimi due decenni, il tasso di produzione alimentare globale è aumentato più rapidamente del tasso di crescita della popolazione. Infatti ad oggi il mondo produce abbastanza cibo per nutrire 10 miliardi di esseri umani. Se così non fosse non potrebbe nemmeno spiegarsi l’obiettivo di sviluppo sostenibile fissato dall’ONU “zero fame nel mondo” entro il 2050.
Perché esiste la fame nel mondo
I problemi sono principalmente due. In primo luogo, molte persone non possono permettersi di acquistare questo cibo. In secondo luogo, la maggior parte del grano prodotto industrialmente è destinato ai biocarburanti e ai mangimi per gli allevamenti intensivi, invece che ai milioni di persone affamate. Le quali, con il riscaldamento globale, la mancanza di acqua, i disastri naturali, lo stanno diventando sempre di più. Il tutto per permettere all’occidentale medio di godersi la grigliata domenicale.
La famosa foto di Kevi Carter “L’avvoltoio e la bambina”, scattata in Sudan nel 1993. Carter ha immortalato un bambino (allora si credeva fosse una bambina) che cerca di raggiungere il centro ONU a pochi chilometri di distanza. Alle sue spalle l’inquietante presenza di un avvoltoio che attende la potenziale preda. Il bambino alla fine ce l’ha fatta, ma il fotografo si è tolto la vita quattro mesi dopo aver vinto il premio Pulitzer per questa fotografia.
Nessuno è disposto a cambiare abitudini
Infatti, anche se a Leisureland i mini-uomini hanno a disposizione una grandissima quantità di cibo, i problemi della società dei big sono rimasti, poiché alle vecchie abitudini conseguano i vecchi problemi. O, come diceva Einstein, non possiamo pretendere che le cose cambino, se facciamo sempre le stesse cose.
Una società in miniatura, non solo letteralmente
Leisureland quindi non è altro che una società in miniatura, non solo letteralmente. Vi sono infatti anche aree della cittadina poverissime, sovraffollate, dove le persone sono sfruttate e costrette ai lavori più umili per permettere ai ricchi nullafacenti di vivere la loro vita agiata.
Troviamo molti altri dettagli della vita a Leisureland che sono tipici anche della nostra società. Per esempio la beneficenza. I ricchi rifilano i loro scarti ai più poveri pensando di fare un’opera di bene. In realtà, però, questa nasconde soltanto un atto di pietà per sentirsi meglio con se stessi e le loro sporche abitudini.
Il denaro è il protagonista di Leisureland, come lo è della Terra. Se in un primo momento nel piccolo-mondo il valore dei beni potrebbe sembrare minore, in realtà è solo proporzionato. Il valore di una villa, per esempio, è minore dal punto di vista di un maxi-umano, ma per chi vive a Leisureland inizierà, col tempo, a crescere. Per i mini-poveri, infatti, quella villa varrà comunque tantissimo.
In più, il dowsizing non è gratuito. Paul Safranek ha dovuto pagare una certa somma prima di sottoporsi alla procedura, in base ai vantaggi che avrebbe voluto una volta sbarcato a Leisureland. Chi paga di più, ha più vantaggi (villa, piscina etc.). Chi paga meno ne ha meno. Paul Safranek, avendo investito tutti i suoi risparmi, è diventato un privilegiato. Il downsizing, quindi, non farebbe altro che creare nuovi ricchi, nuovi speculatori, nuovi evasori, nuovi mafiosi, con una veloce scorciatoia.
Insomma, una società capitalistica, per quanto piccola sia, rimane una società capitalistica. Se al suo interno vi sono poche persone che hanno tutto, che fanno troppe feste, che mangiano troppo cibo, che sprecano troppe risorse, vi saranno anche altri che, per forza di cose, avranno meno, che puliscono la loro sporcizia, che mangiano i loro avanzi.
Altre tecnologie possibili
Il downsizing è un scoperta scientifico-tecnologica ovviamente improbabile nella realtà. Ciò non toglie che scienziati e investitori hanno già cercato di mettere a punto nuove tecnologie per fermare il riscaldamento globale velocemente ma soprattutto senza sforzi.
Una di queste è quella promossa da Bill Gates di “oscurare il sole“. Questo fenomeno avviene già naturalmente ogni qualvolta un vulcano erutta, poiché rilascia solfati nell’atmosfera che fungono da minuscoli specchietti i quali riflettono i raggi solari. Di conseguenza, dopo ogni eruzione vulcanica, vi è un abbassamento delle temperature. La soluzione “tecnologica” quindi sarebbe quella di spruzzare solfati in un intero emisfero, così da creare una gigantesca barriera per i raggi solari.
Il vucano Pinatubo, nelle Flippine, eruttò nel 1991 e causò migliaia di morti per i problemi ambientali che ne derivarono.
Ma, senza contare la tristezza di non poter più vedere un cielo terso e azzurro sopra le nostre teste, questa soluzione non agirebbe sulle cause del riscaldamento globale, ma soltanto sul riscaldamento globale. In poche parole, le estrazioni petrolifere e il carbonio nell’atmosfera continuerebbero ad aumentare, provocando morti per malattie polmonari, acidificazione degli oceani, disuguaglianze sociali ed economiche, guerre e così via. Proprio come in Downsizing.
In più vi sono altre conseguenze negative per il clima, ad esempio il fatto che un abbassamento repentino della temperatura comporterebbe il blocco della stagione dei monsoni nelle zone equatoriali e, quindi, ancora più siccità e carestie.
Quale soluzione, allora?
L’unica soluzione è, come sempre, la via più lunga, ma spesso anche la meno tortuosa. Ovvero il cambiamento radicale delle nostre abitudini di vita, dei nostri sistemi economici, del nostro background culturale. Un’altra verità che Downsizing rivela è che la mentalità per cui essere ricchi significa avere soldi è profondamente sbagliata.
Molte delle persone che stanno intraprendendo le più fiere battaglie contro le estrazioni petrolifere sono, secondo i parametri tradizionali, povere. Tuttavia, sono decise a difendere una ricchezza che la nostra economia non ha ancora trovato modo di quantificare.
“Le nostre cucine sono piene di marmellate e di conserve fatte in casa, sacchi di noci, ceste di miele e formaggio, tutti prodotti da noi” ha raccontato a un giornalista Doina Dediu, una paesana rumena che protestava contro il fracking. “Non siamo neanche così poveri. Forse non abbiamo soldi, ma abbiamo acqua pulita e siamo in salute e vogliamo solo essere lasciati in pace”.
Un equilibrio prezioso
La Terra ha un equilibrio prezioso, che comprende una miriade di componenti che devono essere rispettati, che hanno uguale valore e che costituiscono un anello della catena esattamente come gli altri. Non vi sono, nella logica della natura, i privilegiati e i non. Le società umane, grandi o piccole che siano, non sono altro che uno spaccato del mondo. Per questo devono seguire le sue stesse regole e non vi è altra via d’uscita se non l’estinzione della specie.
Durante questo periodo di quarantena vi abbiamo consigliato diversi contenuti. Dai libri che abbiamo selezionato fino a reportage e documentari disponibili sulle varie piattaforme di streaming. Ma c’è un’altra iniziativa che merita di essere menzionata ed è quella di CinemAmbiente.
Cos’è CinemAmbiente
Per chi non ne fosse a conoscenza si tratta di un festival cinematografico che “nasce a Torino nel 1998 con l’obiettivo di presentare i migliori film e documentari ambientali a livello internazionale e contribuire, con attività che si sviluppano nel corso di tutto l’anno, alla promozione del cinema e della cura ambientale”.
Un’iniziativa che, proprio in questo periodo, sarebbe giunta alla sua 23esima edizione. Le circostanze straordinarie della pandemia hanno tuttavia costretto gli organizzatori a rimandare l’evento che, Co-vid 19 permettendo, si svolgerà nel prossimo autunno.
Sono tantissimi i documenti di livello che si sono succeduti sullo schermo del Festival. Gli argomenti che sono stati trattati svariano dai tristi accadimenti di Seveso fino a quelli dell’Ilva, passando per pellicole su economia circolare, energia rinnovabile e via dicendo. La lista che include tutti i titoli che sono stati presentati in questi anni di attività è lunga 188 pagine. Inutile precisare come qualsiasi argomento filoambientalista sia stato trattato e discusso nel corso delle varie edizioni.
L’iniziativa CinemAmbiente a casa tua
Come ogni organizzazione che si rispetti l’Associazione CinemAmbiente, organizzatrice del festival insieme al Museo Nazionale del Cinema di Torino, non è restata a guardare durante questo periodo di pandemia e si è rimboccata le maniche per rendere fruibili i propri contenuti in modo da poter continuare a svolgere il suo ruolo di cassa di risonanza delle problematiche ambientali anche durante questo periodo di quarantena.
Il tutto si è tradotto in “CinemAmbiente a casa tua”. Un’iniziativa volta a mettere a disposizione degli utenti, con la frequenza di uno ogni tre giorni, alcuni dei film che hanno partecipato al Festival. Gratuitamente. Da oggi è, per esempio, disponibile “Il sorriso del gatto”, di Mario Brenta e Karine de Villers (2018, 60’). Ma in programma ce ne sono tanti altri.
La lista dei contributi disponibili gratuitamente online a partire dal 18 aprile
18-20 aprile: Il sorrriso del gatto di Mario Brenta e Karine de Villers (Italia 2018, 60?)
21-23 aprile: Ladri di tempo di Cosima Dannoritzer (Spagna, Francia 2018, 52?)
24-27 aprile: L’ultimo maiale di Allison Argo (USA 2017, 54’)
28-30 aprile: Unlearning di Lucio Basadonne, Anna Polito (Italia 2014, 74’)
1-3 maggio: The Climate Limbo di Francesco Ferri e Paolo Caselli (Italia 2019, 40’)
4-6 maggio: Con i piedi per terra di Andrea Pierdicca (Italia 2016, 80’)
7-9 maggio: La lunga strada gialla di Antonio Oliviero, Christian Carmosino (Italia 2016, 80’)
10-12 maggio: Un fragile equilibrio di Guillermo Garcia Lòpez (Spagna 2016, 81’)
13-15 maggio: Attivista di Peeteri Saario (Finlandia 2017, 57’)
16-18 maggio: Breakpoint. Una contro-storia del progresso di Jean-Robert Viallet (Francia 2018, 98’)
Per scoprire altri titoli di film e documentari a sfondo ambientalista vi rimandiamo alla nostra sezione di documentari sull’ambiente.
Se invece siete amanti della lettura troverete sicuramente il libro che fa per voi nella nostra sezione “La selezione de L’Ecopost”.
Per qualsiasi suggerimento più specifico non esitate a contattarci.
In questi giorni difficili ognuno cerca di fare quello che può per aiutare sé stesso e gli altri. Così hanno fatto anche alcune piattaforme streaming e siti di intrattenimento, mettendo a disposizione alcuni film e documentari gratuitamente. E così ha fatto Idfa, International Documentary Film Festival di Amsterdam, sul cui sito si possono guardare alcuni dei loro migliori documentari. Uno di questi è “Scenes from a Dry City“, che racconta la crisi in Sudafrica e di cui ora vi parlo.
Le similarità delle crisi
Questo breve ma bellissimo documentario mostra gli effetti della siccità che si è abbattuta sul Sudafrica nel 2018. Anche se il background di questa crisi è diverso da quello che stiamo vivendo noi oggi, ho trovato interessante come alcuni aspetti delle due difficili situazioni siano molto simili.
Le misure restrittive
Innanzi tutto il modo con cui il governo ha deciso di affrontare e risolvere la crisi, ovvero imponendo delle restrizioni alla popolazione riguardo alla quantità di acqua da utilizzare. Nel documentario si vede, per esempio, la polizia che pattuglia le strade controllando che le persone seguano le regole. Un clima di terrore in alcuni casi necessario nel quale anche noi ci stiamo abituando a vivere.
Disparità sociale
In secondo luogo, il documentario mostra le disparità sociali che la mancanza di acqua ha portato alla luce e che in Sudafrica sono ancora molto marcate. Se per alcuni infatti il limite di acqua da utilizzare eccedeva di molto la quantità che normalmente hanno a disposizione, per i più ricchi è stato più difficile adattarsi alle nuove condizioni di consumo. Dall’altro lato, però, le persone più benestanti possono far fronte alla crisi in modo più agevole, utilizzando i loro soldi e i loro mezzi per sopperire ad altre mancanze.
Lo stesso sta accadendo qui. Da un lato, per coloro che di solito non si possono permettere di andare spesso al ristorante o viaggiare, oppure di avere un lavoro flessibile, la vita non è cambiata drasticamente. Dall’altro queste persone sono le stesse che vivono in case molto piccole e poco adatte a una quarantena lunga più di un mese. Inoltre sono coloro che risentono maggiormente della crisi economica che si è abbattuta sulla Nazione poiché, per esempio, non hanno molti soldi da parte e devono affidarsi totalmente alla cassa integrazione.
Dio non è morto
E poi vi sono loro, i gruppi religiosi, che in periodi di crisi rimpolpano le loro fila più che mai. Comprensibilmente, aggiungerei, visto che uno dei motivi per cui sono nate le religioni nell’antichità era quello di rassicurare gli esseri umani di fronte all’inspiegabilità della natura e delle ingiustizie del mondo. Di fronte quindi a questi nefasti e improvvisi eventi, le persone si rifugiano nell’unica consolazione che in quel momento riescono a trovare: quella di Dio.
Prolificano quindi anche le risposte ciniche e schiette di chi, invece, in Dio non crede, oppure semplicemente vuole delle spiegazioni più realistiche. In Sudafrica, per esempio, c’è chi si è affidato ai politici che lottano per abbattere le barriere sociali o perché l’acqua sia disponibile gratuitamente per tutti. Oppure chi protesta perché nel mondo vi sia più rispetto per le risorse naturali del pianeta. In Italia, allo stesso modo, per combattere il coronavirus molti si affidano soltanto ai medici e agli infermieri. Altri confidano anche nei politici, perché trovino soluzioni drastiche e veloci a questo problema.
Da ultimo, ma sicuramente non per importanza, emerge dal video la necessità che tutti facciano la propria parte. La sensazione è che solo così il Sudafrica sia riuscito ad uscire dalla siccità, o almeno dal periodo di maggiore difficoltà.
Il Papa stesso ieri in Vaticano ha incoraggiato i popoli, anzi, le persone di tutto il mondo ad agire uniti, perché “nessuno si salva da solo”.
Insomma, in poco più di dieci minuti i registi François Verster e Simon Wood sono riusciti a mostrarci le caratteristiche di una crisi nazionale, nelle cui immagini e parole ad oggi riusciamo, purtroppo, ad immedesimarci.
Acque pulite a Venezia, lepri nei parchi di Milano, delfini nel porto di Cagliari. Sono le immagini che stanno circolando sul web in queste settimane. Gli ambientalisti lo leggono come un segnale positivo della natura che non si ferma, ma che anzi si riappropria degli spazi fino a poco fa dominati dall’uomo. Altri hanno definito questo fenomeno “inquietante“ perché ci mostra con potenza il motivo per cui non c’è nessuno in strada, ovvero la pandemia Coronavirus. I due sentimenti, gioia e inquietudine, sono entrambi legittimi, e devono spingerci ancora una volta a comprendere che la specie più a rischio resta quella umana, mentre la natura troverà il modo di evolversi, adattarsi, sopravvivere.
La memoria corta dell’uomo
La prima notizia che ha fatto scalpore riguarda le acque di Venezia. Abitualmente popolate da vaporetti che portano abitanti e turisti da una parte all’altra, con lo stop di queste settimane hanno riacquistato limpidità, tanto che in alcune zone è possibile vedere il fondo (video). E pensare che quegli stessi canali riempirono le pagine dei giornali anche qualche mese fa, per l’emergenza acqua alta che bloccò la città di Venezia e attirò l’attenzione di tutto il mondo. Proprio da qui possiamo cogliere i limiti della specie umana, incapace di unire i pezzi e di sentire quanto tutto sia intimamente collegato. La stessa natura che con ferocia mise in ginocchio la città per alcuni giorni a novembre scorso, si sta ora ripresentando nel suo volto più benevolo, sotto forma di acqua pulita. Il messaggio di fondo, però, rimane lo stesso: nella lotta contro la crisi climatica, non è il pianeta ad essere a rischio, bensì l’uomo stesso.
Il punto di non ritorno riguarda la specie umana, non la natura
E infatti, anche i nostri lettori sono ben consapevoli della posta in gioco. Qualche mese fa abbiamo pubblicato un articolo sul cosiddetto tipping point, il “punto di non ritorno”. Un osservatore attento ha voluto sottolineare come gli otto anni che avremmo a disposizione non siano per salvare il pianeta “ma per evitare la nostra estinzione. Sono due cose completamente diverse. Noi ci estingueremo, la Terra vivrà anche dopo di noi”.
In questa direzione, sono molti gli studiosi ad evidenziare la capacità rigenerativa della natura, anche in ecosistemi messi fortemente a rischio dall’attività umana. Bob Holmes, in un interessante articolo di Internazionale, prende ad esempio l’area nelle vicinanze di Chernobyl, lasciata deserta dopo il disastro nucleare del 1986. La presenza dell’uomo è stata sostituita da un ricco ecosistema, con una fitta proliferazione di fauna locale: topi, cani selvatici, cinghiali e persino lupi.
L’autore riporta numerose testimonianze di accademici che hanno lavorato nell’area di Chernobyl. La capacità di infiltrazione delle piante, prima di ogni cosa, risulta stupefacente:“È incredibile vedere come le piante riescono a invadere ogni più piccolo angolo“. Questo fenomeno vale per tutti gli ecosistemi presenti nella Terra, con più o meno capacità di ripresa. Per esempio, nelle foreste canadesi dell’Alberta settentrionale, è stato stimato che servirebbero 50 anni per riacquisire l’80% delle superfici in cui l’uomo ha costruito strade e condutture. In quell’area infatti, la ricchezza delle specie indigene è stata solo parzialmente intaccata, mentre in altre zone del pianeta dove ha prevalso la logica delle monoculture la ripresa sarebbe molto più lenta.
Non tutte le situazioni sono reversibili. Il pianeta ha perso specie che non rivedrà mai più, ma l’assenza di attività umana gioverebbe la natura in una prospettiva di lungo termine. Con le parole di Holmes: “Tutto sommato basterebbero poche decine di migliaia di anni al massimo per veder sparire ogni traccia della nostra presenza. (…) Un fatto che dovrebbe renderci più umili, ma anche confortarci, è che la Terra ci dimenticherebbe molto presto“.
La potenza della natura in due cortometraggi
La rivincita della natura sul dominio umano è la protagonista del corto Wrapped, realizzato dalla scuola cinematografica tedesca Film Academy Baden-Württemberg e presentato in più di 100 festival in tutto il mondo. Nel cortometraggio, riportato qui sotto, la città di New York risulta deserta come in questi giorni di quarantena. A differenza della situazione odierna, il filmato costruisce un’immaginario di completa sparizione degli uomini, dove le piante inglobano i grattacieli e le strade, fino alla fioritura e al trionfo del naturale sull’artificiale.
Un altro famoso video di qualche anno fa richiama la stessa logica. L’attrice Julia Roberts prestò la voce a Madre Natura per rispondere a tutti gli appelli che recitano “salviamo il pianeta” o “facciamolo per l’ambiente”. La natura ci ricorda che dovremmo agire principalmente per noi esseri umani, poiché lei troverà il modo di sopravvivere come ha sempre fatto: “In un modo o in un altro, le tue azioni determineranno il tuo destino. Non il mio. Io sono la natura. Io vivrò ancora. Sono pronta a evolvermi. E tu? La natura non ha bisogno dell’uomo. L’uomo ha bisogno della natura”.
Non dimentichiamocene quando l’emergenza finirà
Lo scenario attuale, da molti definito “apocalittico”, ci sta offrendo immagini di altrettanta potenza. I satelliti spaziali testimoniano il drastico calo di polveri sottili nel Nord Italia, i delfini non hanno paura di avvicinarsi al porto in Sardegna, gli animali selvatici invadono le strade comunemente abitate da macchine e moto nelle metropoli. Il minimo che possiamo fare, nel tempo infinito che ci costringe nelle nostre case, è riflettere sulla bellezza della natura che resiste, sui suoi tentativi di rigenerarsi nonostante tutto. E portare queste riflessioni al di là della quarantena, quando ci verrà ridata la possibilità di scegliere come relazionarci con l’ambiente che ci circonda.
È uscito al cinema Cattive Acque. Il film di Todd Haynes è tratto da una storia vera e ha già creato forte dibattito. Infatti, esistono numerose storie simili in America e nel mondo, dove il potere di pochi ha rovinato la salute di molti, ambiente compreso. Questo film si inserisce con forza nella corsa alle presidenziali del 2020: la crisi idrica di Flint è ancora scandalosamente irrisolta e pochi candidati hanno il coraggio di parlarne.
La trama di Cattive Acque
Il film è ambientato negli anni Novanta. Mark Ruffalo riveste i panni di un avvocato che ha sempre difeso gli interessi dei grandi industriali. Questa volta accetta di schierarsi dalla parte degli abitanti del West Virginia contro la corporation DuPoint, creando forti preoccupazioni nella moglie, interpretata da Anne Hathaway. Gli agricoltori si sono accorti dell’inquinamento delle acque grazie a delle mutazioni nel proprio bestiame. L’avvocato Rob Bilott (che esiste realmente) inizia quindi una battaglia legale ventennale per dimostrare gli effetti devastanti delle sostanze chimiche usate dalla Dupoint a difesa dei cittadini e dell’ambiente. Cattive Acque potrebbe sembrare un film di semplice inchiesta giornalistica. Dietro alla pellicola però, si nasconde una narrazione più ampia, con forti risvolti nell’attualità.
I legami con l’attualità. Lo scandalo idrico di Flint
Intervistato da The View, è lo stesso Mark Ruffalo a dichiarare che il film parla di un fatto avvenuto in West Virginia, ma allo stesso tempo parla di tutti i casi in cui l’interesse dei potenti è stato spregiudicatamente anteposto al bene della maggioranza delle persone. Il film rivendica il diritto all’acqua sicura e potabile per tutti. Ruffalo si riferisce per esempio alla crisi idrica di Flint, iniziata nel 2010 e ancora priva di soluzione.
Come ci mostra il film di Michael Moore Fahrenheit 11/9, un’intera popolazione è stata soggetta ad avvelenamento da piombo a causa di un cambiamento nell’approvvigionamento idrico della città. Il governatore Snyder decise di costruire un nuovo acquedotto per beneficiare gli investitori della sua campagna e le banche. I cittadini, da sempre riforniti dalla riserva glaciale del Lago Huron, videro da un giorno all’altro cambiare il colore dell’acqua, poichè durante i lavori la principale fonte idrica divenne il fiume Flint, enorme bacino di liquami industriali.
Cattive Acque e i messaggi impliciti per le presidenziali 2020
Purtroppo la crisi idrica di Flint non mise in luce solamente i secondi fini del governatore repubblicano. Infatti, nel 2016 il Presidente Obama fece visita ai cittadini, ma al posto di portare soluzioni e dichiarare lo stato d’emergenza, bagnò le labbra con un sorso d’acqua e rassicurò le persone dicendo che non ci fossero rischi. Il documentario di Moore sottolinea che casi come questo hanno danneggiato fortemente il Partito Democratico, aprendo la strada all’elezione di Donald Trump.
Infatti, a quei tempi la politica ignorò il caso di Flint e casi affini per non compromettere i forti interessi in gioco a sostegno delle rispettive campagne politiche. L’influenza delle corporations nelle elezioni è tutt’oggi oggetto di forte dibattito. Fra i candidati alle primarie democratiche, Bernie Sanders è l’unico a non aver accettato soldi dalle grandi aziende. La media delle sue donazioni è di circa 18$ e proviene dalla classe medio-bassa.
Sanders è anche l’unico ad aver preso una netta posizione su Flint, dando voce ai suoi abitanti e definendo la situazione “una delle più serie crisi di sanità pubblica della storia”. Per questi motivi Mark Ruffalo, il protagonista di Cattive Acque, ha esplicitamente dato il suo supporto a Bernie Sanders nella corsa alla Casa Bianca attiva in questi mesi. Capiamo quindi che la scelta di interpretare questo film non è certamente avvenuta per caso, in un momento così delicato per la politica americana e mondiale.
Il diritto all’acqua potabile prima di qualsiasi profitto
In conclusione, il film Cattive Acque presenta uno spaccato della società americana. Da una parte le grandi corporations, che hanno deliberatamente causato danni enormi per arricchire una fascia sempre più piccola della popolazione. La stessa fascia di popolazione favorita dalle riforme fiscali e antiambientali di Trump. Dall’altra i cittadini comuni, che vogliono alzare la voce e dire basta, perchè la salute e l’ambiente sono strettamente collegati e la politica non deve più permettersi di favorire progetti che intralcino queste priorità. Il diritto all’acqua potabile e ad un ambiente sicuro viene prima di qualsiasi profitto.
*In alcune città il film Cattive Acque non è ancora uscito a causa dell’emergenza Coronavirus. Durante l’attesa, consigliamo a tutti la visione del documentario Fahrenheit 11/9, disponibile gratuitamente sul sito di La7
L’arroganza della razza umana nei confronti della natura. É con queste parole che si può riassumere il messaggio di “Antropocene – l’epoca umana”, che dal 19 settembre ha fatto il suo esordio in 26 cinema sparsi per tutto il paese. Immagini forti che ci mettono di fronte alle nostre responsabilità. Un pianeta distrutto, sovrasfruttato e sacrificato in nome del nostro comfort. Riprese che mettono a tacere chiunque sia ancora in grado di difendere l’operato della razza umana degli ultimi 75 anni. La mano dell’uomo è ormai visibile ad ogni latitudine del globo. Il suo delirio di onnipotenza sta mettendo in ginocchio l’intero equilibrio del pianeta. Il costo del progresso riassunto in 87 minuti di film che fanno riflettere.
Il documentario è l’atto finale di una trilogia di Jennifer Baichwal, Edward Burtynsky e Nicholas De Pencier in cui i tre registi denunciano l’impatto che l’uomo ha avuto sulla natura. Dopo Manufactured Landscapes (2006) e Watermark (2013) un ultimo provocante e ultracritico messaggio per gli spettatori. L’Hollywood Reporter l’ha definito “un viaggio visivo senza precedenti”. Distribuito in Italia dalla Fondazione Stensen e Valmyn, il documentario ha partecipato a diversi festival di cinema indipendente internazionali tra cui il Toronto International Film Festival, la Berlinale, il Sundance Film Festival ed ha vinto l’Audience Award di CineAmbiente 2019.
Con il termine Antropocene si intende una nuova era geologica, quella in cui l’uomo e le sue attività sul pianeta hanno modificato i territori ed il clima. Questa nuova epoca, che segue cronologicamente l’Olocene, è caratterizzato da cambiamenti ambientali molto più rapidi rispetto a quelli avvenuti nelle ere precedenti. L’inizio dell’Antropocene viene identificato a partire dal 1945, anche se una parte di studiosi lo associa all’ inizio alla prima rivoluzione industriale. L’Antropocene è, tra le altre cose, caratterizzato da un notevole aumento della popolazione e dei consumi.
Trailer italiano di Antropocene
L’uomo ha da sempre modificato l’ambiente in cui vive, ma ciò che ha portato ad individuare una nuova era è la portata di questi cambiamenti capaci di creare, appunto, una nuova memoria geologica. Plastica, alluminio e cemento hanno già da tempo iniziato a lasciare le proprie tracce nei sedimenti. Per non parlare dei cambiamenti a cui è stata sottoposta l’atmosfera per via delle emissioni di gas serra. Da test nucleari di ogni tipo, capaci di rilasciare radionuclidi nell’aria, fino, ovviamente all’anidride carbonica e al metano che stanno scaldando il pianeta ad un ritmo mai visto prima. A questo va aggiunto l’aumento dei livelli di azoto e fosforo, altamente presenti nei pesticidi, oltre ad un visibile cambiamento nell’equilibrio dei più svariati ecosistemi del mondo.
Il viaggio di Antropocene
Le immagini del documentario sono state girate in tutto il mondo e portano all’attenzione dello spettatore tutta una serie di esempi su come l’uomo stia letteralmente saccheggiando il pianeta. Il primo viaggio ci porta in Africa, dai bracconieri di elefanti. Da qui ci si sposta a Norilsk, in Artide, dove è attiva la più grande miniera di metalli colorati, con relativo smaltimento tossico, del mondo. Le miniere di litio nel deserto dell’Atacama in Cile, quelle di fosfato in Florida, quelle di lignite e carbone di Immerath fino alle raffinerie chilometriche del Texas. Si prosegue passando per le foreste canadesi rase al suolo, le barriere erette in Cina contro l’innalzamento dei mari e la lenta ed inesorabile condanna a morte di Venezia.
Tutta una serie di preoccupanti testimonianze che ci mostrano come luoghi una volta incontaminati stiano scomparendo per causa nostra, rovinando un equilibrio preesistente e rendendo intere aree del pianeta deboli e vulnerabili all’avanzamento dei cambiamenti climatici.
Dove vedere Antropocene
Il documentario è stato distribuito il 19 settembre nelle sale di tutto il paese. La lista completa:
È lo stesso Chouinard, fondatore e attuale proprietario del marchio di vestiario per l’outdoor Patagonia, a parlare di modello aziendale “responsabile”, discostandosi dall’etichetta “ecosostenibile”. Infatti, sebbene Patagonia sia un marchio di successo con valori ambientali e sociali ben precisi, non è certo senza pecche. «L’ecosostenibilità non esiste» dice riferendosi al mondo degli affari, «la cosa migliore che possiamo fare è causare il minor danno possibile». La chiave sta nello smettere di trattare la natura come una risorsa da spremere, ma come un’entità dalla quale noi tutti dipendiamo.
Il buon viso a cattivo gioco delle grandi aziende
Il messaggio che esce dall’intervista del The Guardian all’ottuagenario uomo d’affari e (ex?) arrampicatore è per certi versi a tinte fosche. «Ero solito pensare che se fossimo riusciti a dimostrare che fare affari responsabilmente porta profitto, gli altri avrebbero fatto altrettanto. Alcuni sì, lo fanno, ma si tratta di piccole aziende. Le aziende con un nome fanno semplicemente green-washing (buon viso a cattivo gioco con le tematiche ambientali, ndr). Ho smesso di sperare che possano cambiare». Chouinard non risparmia sfiducia neanche ai politici, definendoli “pedine delle grandi società”.
Chouinard fa attivismo da 50 anni. Un cammino pieno di vittorie e di altrettante sconfitte, come quelle sull’inquinamento degli oceani e sul cibo geneticamente modificati. «Evil never stops» afferma. Il male non si arresta, è una lotta infinita, «l’importante è combattere». Per Chouinard politici come Trump e Bolsonaro, sono persone che ignorano, violano e calpestano la natura, il suo valore e i suoi diritti. Tanto che il fondatore e unico proprietario di Patagonia ha recentemente intentato causa al presidente statunitense assieme a una coalizione di tribù indigene nord americane e di movimenti locali, per i continui tentativi di ridimensionale le terre ancestrali nello stato dello Utah.
Un miliardario che ha a cuore l’ambiente
Chouinard, attraverso Patagonia, ha donato 105 milioni di dollari totali per cause legate all’ambiente. Ha implementato misure di marketing anti-consumo (un controsenso per chi guarda solo al portafoglio), come invitare i consumatori a non acquistare i propri prodotti durante il Black Friday. Ultimamente, sempre con Patagonia, ha anche realizzato Artifishal. Un film fatto di persone, fiumi e della lotta per il futuro dei pesci selvatici e dell’ambiente attorno a loro, nel quale viene raccontata la preoccupante situazione del salmone selvatico, a rischio estinzione, la continua perdita di fede nella natura, e non solo.
Trailer di Artifishal – La lotta per salvare il salmone selvatico
Oliver Bach, l’autore dell’intervista, lo descrive come un uomo d’affari che preferisce il giardinaggio agli incontri d’affari. Ne esce un ritratto di un uomo realista, consapevole e, appunto, responsabile; che si augura la fine delle grandi aziende quotate in borsa. In quanto il capitalismo moderno sta distruggendo il pianeta.
Chi ha il potere di cambiare le cose
È dunque tutto perduto? Nient’affatto! Per Chouinard la migliore speranza sono i consumatori. Le aziende non possono fare a meno di loro. Dunque, se loro cambiano, cambiano di conseguenza anche le aziende, e così i governi. Secondo Chouinard sbagliamo a pensare in senso opposto, ad affidarci ai governi affinché un cambiamento venga in essere.
I consumatori, in particolare quelli più giovani, devono pretendere che i loro marchi preferiti si facciano carico delle proprie responsabilità, diventando così più apertamente politici. «Non possiamo più permetterci di essere cauti. Lo dobbiamo dire chiaro e tondo: questa amministrazione (Trump, ndr) è malvagia, così come malvagio è chiunque dica che il cambiamento climatico non esiste».
Ho visto Minimalism molto, troppo tempo fa e non mi sembrava giusto scrivere un articolo senza ricordarne tutti i dettagli. Poi ho realizzato che il film parla da sé e che io non potrei fare molto se non consigliarlo ai miei lettori. In più, non potrei esprimere opinioni tecniche sul film: non sono una critica cinematografica, bensì una persona che come molte altre è rimasta colpita dalla pellicola, il cui effetto è durato nel tempo e che ha contribuito a rendermi la persona che sono oggi. Se infatti cerco di condurre uno stile di vita semplice, sobrio e nel rispetto dell’ambiente è stato anche grazie a Minimalism.
https://www.youtube.com/watch?v=0Co1Iptd4p4
Il documentario è presente su Netflix, Prime, iTunes, Google Play, Vimeo.
Bisogni inutili
In Minimalism, Joshua e Ryan, i due ragazzi ideatori del documentario, ma anche di articoli, libri e podcast (qui il loro sito web), cercano di comprendere il bisogno compulsivo delle persone di acquistare oggetti, conducendo una vera e propria indagine. Il film inizia in modo forse ovvio, per poi stupirci con una conclusione più profonda e rivelatoria. Inizialmente, infatti, troviamo la semplice ma comunque stimolante considerazione dell’inutilità di molti oggetti da noi posseduti, da quelli più piccoli come i soprammobili o i vestiti a quelli più importanti come le automobili o le case. Per acquistarli perdiamo infatti molti soldi e tempo prezioso, così come per mantenerli, pulirli, ammirarli e, infine, buttarli.
Molti oggetti per molti problemi
Nel corso del film, grazie a testimonianze e immagini contagiose che rappresentano la serenità spesso irraggiungibile di coloro che hanno scelto una vita minimalista, iniziamo a capire qualcosa di molto più profondo. Spesso il comprare oggetti è un modo per oscurare i nostri problemi e le nostre mancanze, oppure per illuderci di averli risolti. Questo avviene grazie alla temporanea soddisfazione conseguente un acquisto e all’accettazione sociale che ne deriva. L’amara verità che svela Minimalism è che, al contrario, i beni materiali non fanno altro che aumentare le nostre preoccupazioni, vista la maggiore quantità di elementi dei quali occuparci nella nostra vita. Oppure, semplicemente, non le risolvono.
Consumismo, il nemico dell’ambiente
Un altro aspetto fondamentale del film è la questione ambientale. Il pianeta sta esaurendo le sue risorse proprio per soddisfare i bisogni materiali di tutti noi. Noi che siamo ormai abituati a uno stile di vita che prevede il possesso di una quantità enorme di oggetti affatto necessari. Oltre allo sfruttamento eccessivo delle risorse naturali, vi è anche il problema delle emissioni di gas serra dovuti alla produzione industriale e quello dell’inquinamento. Quest’ultimo è dovuto al rilascio di sostanze chimiche e ai rifiuti che produciamo ogni qual volta uno di questi oggetti non ci serve più.
Diventare minimalisti
Ma come fare per diventare minimalisti? La parte più difficile è iniziare, poi tutto verrà da sé. Si può partire da un solo piccolo aspetto della nostra vita e successivamente, visti gli immediati benefici, tutto verrà coinvolto, dalla casa al lavoro fino alle persone che ci stanno intorno. Per esempio, si potrebbe svuotare il proprio armadio da tutti i capi che non utilizziamo e tenere soltanto i nostri preferiti o quelli di qualità maggiore. Ovviamente con la promessa di non comprarne di nuovi per un po’ di tempo. Lo stesso si può fare con la scarpiera, l’astuccio, il portafogli, i file del computer e del cellulare, gli arredamenti e persino, con più attenzione e cautela, con le persone. Insomma, un’operazione di liberazione totale da ciò che non è importante, per dare invece più valore e più dedizione alle poche cose che rimangono.
Solo ciò che è importante
Minimalism non è però un film di “propaganda” estremista che giudica negativamente chiunque non intraprenda questa via. Joshua e Ryan sono molto aperti al confronto e comprendono la difficoltà nell’abbracciare questo stile di vita. Le persone hanno infatti il bisogno di coltivare passioni e interessi che da un punto di vista rigidamente minimalista non potrebbero essere accettati. Per esempio la passione per i libri, per i quadri, o per la musica. Dal film traspare infatti l’idea che non sarebbe giusto che una persona amante della musica buttasse i suoi strumenti musicali, i cd, i vinili, i biglietti dei concerti soltanto perché beni materiali.
Lo scopo del minimalismo e del documentario, quindi, è un altro. Il minimalismo serve per aiutarci a capire cosa merita di occupare spazio nella nostra vita non in quanto oggetto esterno, bensì in quanto parte di noi stessi. Lo spazio reale da riempire con un oggetto infatti non è una stanza, né una casa, ma il nostro cuore. Tutto ciò che non ne è degno, può essere eliminato. Non immaginiamo neanche quante cose abbiamo di cui potremmo fare a meno seguendo questa linea guida. E in questo modo anche il nostro pianeta, soffocato da tanti inutili oggetti, potrebbe tornare a respirare e godere della propria libertà, che in fondo è anche la nostra.
Nella Repubblica Democratica del Congo c’è un gruppo di rangers che mette a rischio la propria vita per la difesa del Virunga National Park, patrimonio mondiale dell’UNESCO. E’ uno dei luoghi più ricchi di biodiversità sulla Terra, dimora degli ultimi gorilla di montagna.
Petrolio, il nuovo pericolo
Sono numerose le guardie uccise nella guerra al bracconaggio, e sul Parco incombe l’ombra di un nuovo pericolo: il petrolio. Quando scoppia il conflitto armato le milizie ribelli finiscono sul libro paga della Soco International, la multinazionale inglese del greggio interessata all’oro nero del Virunga. L’obiettivo è frantumare, con le armi e la corruzione, la coraggiosa opposizione degli ambientalisti: Andrè, Rodrigues, Emmanuel, Mélanie, sono i protagonisti di “Virunga”, documentario diretto da Orlando von Eisiedel, e prodotto da Leonardo Di Caprio.
Al di là di tutto
Uscito nel 2014, il film fu acclamato dalla critica e candidato ai Premi Oscar 2015.
“Io ho accettato di fare del mio meglio, perché la natura sia salvaguardata, al di là di ogni pressione esterna. Al di là di ogni avidità. Al di là di tutto. Qualsiasi cosa possa accadermi, lo accetterò. Non sono speciale. Non possiamo essere deboli e dire: “Soco, continua pure”.
Sono le parole di Emmanuel de Merode, il capo guardiano che, due giorni dopo la première mondiale del film, è stato vittima di un agguato. Chi gli ha sparato non è riuscito a ucciderlo e la lotta per la difesa e la conservazione del Parco continua.
Cosa succede nel parco del Virunga
Ciò che sta accadendo all’interno di uno dei parchi più belli dell’Africa ha inevitabilmente delle ripercussioni anche sul cambiamento climatico e sulla perdita di biodivertità. Il saccheggio ad opera dei bracconieri va avanti ormai da troppo tempo e chiunque provi a fermarli, come ad esempio i ranger del parco, viene fatto fuori senza pietà. La legge del Dio Danaro regna sulle attività di tutti coloro che mettono il profitto innanzi alla lungimiranza.
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