“Progetto di Lustro”. Il piano verde per i fondi Next Generation

progetto di lustro

Si chiama “Progetto di Lustro” ed è stato presentato martedì 23 marzo alla Camera in conferenza stampa. È un dossier con 5 azioni chiave per orientare i fondi del Next Generation UE verso una vera transizione ecologica. La sua realizzazione ha coinvolto 15 associazioni, fra cui Legambiente, il Forum Disuguaglianze Diversità e Slow Food Italia. La presentazione nella sala stampa della Camera è stata guidata da Rossella Muroni, a capo del neogruppo parlamentare Facciamo Eco, a cui appartiene anche l’ex ministro dell’istruzione Lorenzo Fioramonti. Dopo anni di assenza dal Parlamento Italiano, i Verdi tornano in campo in stretta collaborazione con le maggiori associazioni ecologiste del paese.

Progetto di Lustro: come nasce e cosa contiene

Rivoluzione verde e digitale, giovani, donne, innovazione, inclusione, lavoro giusto e pulito. Su questi pilastri è nato “Progetto di Lustro”, il piano per investire i fondi del Recovery Fund in chiave ecologica e sostenibile. Sostenibile non solo dal punto di vista ambientale, ma anche economico e sociale. Ciò è ben evidente se si osservano le 15 associazioni partner – Rinascimento Green, 6000 sardine, Slow Food Italia, Slow Food Youth Network, Eumans, Green Italia, #POP, Arci nazionale, Kyoto Club, Fondazione Grameen Italia, Forum Disuguaglianze Diversità, Legambiente Onlus, Associazione le réseau, Movimenta, Focsiv – e lo slogan scelto per la campagna: “Non c’è giustizia climatica senza giustizia sociale”. Il piano, visionabile al seguente link, è stato costruito seguendo cinque progetti faro, cinque principi per l’applicazione del fondo e cinque linee guida per indirizzare il lavoro del governo.

I 5 progetti faro del Progetto di Lustro sono:
1) Efficientamento energetico: riduzione delle emissioni delle abitazioni e del sistema produttivo. Reddito energetico, comunità energetiche
2) Cambio del modello produttivo e di consumo: conversione nella logica della filiera e dell’economia circolare, abbassamento delle emissioni in industria, imprese e agricoltura
3) Mobilità sostenibile: elettrificazione della mobilità e incremento della rete ferroviaria
4) Scuole e università: Investimenti in ricerca, intervento di riqualificazione delle strutture
5) Sicurezza del territorio: ristoro dei territori inquinati, a rischio idrogeologico

Leggi anche: “Mobilità sostenibile, nasce il nuovo ministero”

Società civile e politica: la nascita di Facciamo Eco

Il nome “Progetto di Lustro” nasce dalla volontà di mettere in pratica azioni efficaci in un arco temporale ben definito. Un lustro appunto, ovvero cinque anni, in cui il governo italiano dovrebbe “approfittare” dei fondi in arrivo dall’Unione Europea per compiere la svolta ecologista da tempo richiesta dalla società civile. A sostenere le diverse associazioni sul piano politico c’è il gruppo parlamentare Facciamo Eco-Federazione dei Verdi. Questa nuova componente è nata a inizio marzo 2021 dalla volontà di riportare le istanze ecologiste in parlamento ed è composta da esponenti fuoriusciti dal gruppo misto, fra cui Rossella Muroni (ex Leu e già Presidente di Legambiente), Lorenzo Fioramonti (ex 5 stelle ed ex ministro dell’Istruzione) e Alessandro Fusacchia (ex +Europa).

Si tratta di personalità politiche che da tempo dialogano con i rami più diversificati della società civile, compreso il movimento giovanile Fridays For Future. Ed è proprio alle giovani generazioni che si orientano le principali proposte di Facciamo Eco:

Oggi la “next generation” si mobilita per continuare a chiedere ad alta voce di difendere il Clima e di cambiare il nostro sistema di produrre, consumare, vivere. Sono i giovani dei Fridays For Future che ormai da 3 anni portano in piazza milioni di persone per ricordare alla politica che non c’è un Pianeta B e che la lotta al mutamento climatico deve essere prioritaria. Anche per questo la componente FacciamoEco intende impegnarsi, per difendere e rappresentare le istanze ecologiche di quella prossima generazione di cui stiamo impiegando non più solo le risorse naturali ma ora anche le risorse economiche che arriveranno dall’Unione europea.

Dal sito di Facciamo Eco

Leggi il nostro articolo: “Eni mette gli occhi sul Recovery Fund”

Una “cultura verde” al centro del Progetto di Lustro

Fra le proposte avanzate da Facciamo Eco c’è anche l’istituzione di un servizio civile ambientale “in grado di coniugare la lotta all’emergenza climatica con la lotta alla disoccupazione giovanile”. Su questa stessa linea il piano “Progetto di Lustro” tenta di rendere organiche tematiche fin’ora affrontate separatamente. Istruzione, tutela dell’ambiente e lavoro fanno invece parte di un unica visione per il futuro, che deve essere appunto sostenibile sotto tutti i punti di vista.

“Vogliamo scuole e università sicure e moderne, che non inquinino, e che preparino i giovani alle sfide del futuro”.

Non c’è giustizia climatica senza giustizia sociale

Ai nostri lettori questi concetti potranno sembrare banali. Eppure, è bene ribadirlo, non risultano altrettanto banali ai nostri politici, che si ostinano a proporre piani totalmente inadeguati per la sfida che ci aspetta. È di questa settimana la notizia della visita ufficiale del Ministro degli Esteri Luigi Di Maio e dell’ad di Eni Claudio Descalzi al nuovo premier libico Abdul Hamid Dbeibah. Sebbene nelle dichiarazioni abbiano citato anche la volontà di aumentare la produzione di rinnovabili, lo scopo della visita era senza dubbio assicurarsi l’appoggio della nuova leadership per i progetti offshore di Eni. Il fatto che l’Italia sia stato il primo paese europeo ricevuto dal nuovo governo non dovrebbe affatto stupire. Eni è infatti il primo produttore di gas in Libia.

Più volte in questo blog abbiamo ribadito come la nostra dipendenza energetica dal Nord Africa infici enormemente la credibilità politica dell’Italia. Il caso Regeni e la detenzione di Patrick Zaki ci ricordano ogni giorno che la strada per la transizione ecologica è un percorso che coinvolge a stretto giro la tutela dei diritti umani. Dall’inizio del suo mandato Fioramonti non ha mai smesso di ribadire questo concetto, denunciando più volte l’imbarazzante strategia dell’Italia nel caso Regeni e non solo. Quando si parla di creare una “cultura ecologica” si intende proprio questo: educare le giovani generazioni alla sostenibilità e allo stesso tempo rendere giustizia a chi è stato vittima di un sistema politico-economico che da decenni è ostaggio di gas e petrolio. “Non c’è giustizia climatica senza giustizia sociale”: un invito immediato, creato dal basso, per indirizzare chi ci governa dall’alto verso l’unica rotta possibile.

Leggi anche: “Giulio Regeni e l’ENI: il filo nero della mancata verità”

EERT: l’e-commerce sostenibile di orologi in legno

EERT

Oggi abbiamo il piacere di presentarvi EERT, un e-commerce che seleziona, certifica e promuove prodotti in legno creati da artigiani italiani. Nasce dall’idea di un gruppo di giovani ragazzi lucani determinati a promuovere un consumo sostenibile. Abbiamo deciso di intervistarli per farci raccontare la storia di questo progetto, i criteri per la scelta dei prodotti e gli obiettivi a lungo termine. Grazie al recupero dei materiali di scarto e alla piantumazione di alberi, EERT rientra pienamente nei criteri di economia circolare e rappresenta una realtà virtuosa che vale la pena conoscere.

Che cos’è EERT e com’è nata l’idea degli accessori in legno

Cos’è EERT? 
EERT è un’idea di business sostenibile prima che un e-commerce di accessori di moda in legno. Sostanzialmente siamo una piccola impresa come tante altre impegnate nel commercio online. A renderci speciali è il nostro rapporto con l’ambiente, caratterizzato dal rispetto e dalla riconoscenza per tutto quello che esso ci dona quotidianamente. È per questo che abbiamo deciso di promuovere l’utilizzo di prodotti sostenibili, frutto di processi di lavorazione che abbattono qualsiasi fonte di spreco. Il nostro impegno per l’ambiente non finisce qui. Per ogni prodotto acquistato ci impegniamo a donare degli alberi con l’ausilio di importanti associazioni ambientaliste affermate a livello internazionale con noi affiliate come TeamTrees”.

Come nasce l’idea e chi ne fa parte?
“L’idea è nata dall’iniziativa di alcuni giovani ragazzi laureandi in ingegneria. Come molti nostri coetanei, eravamo spronati dai continui e sempre più frequenti inviti all’azione per rendere il mondo un posto migliore. A lezione sentivamo continue lamentele da parte dei nostri compagni riguardanti l’ambiente universitario e l’ambiente stesso. Tutti però avevano un comportamento passivo e dunque nessuno si rimboccava le maniche. E’ per questa motivazione che abbiamo deciso di fornire il nostro umile contributo al settore della moda, già affermatissimo in questa nazione, in chiave tutta green, al fine di fare qualcosa per la società”.

EERT

I criteri di EERT per la scelta dei prodotti

Quali prodotti si possono trovare nel vostro e-commerce e quali sono gli step necessari affinché entrino a far parte del progetto?
“Sul nostro e-commerce è possibile trovare accessori di moda (e a breve anche gadget) sostenibili. Si sente spesso questa parola, ma cosa vuol dire effettivamente “sostenibile”?
Il termine, riferito ad un prodotto, ha essenzialmente tre interpretazioni:

1) Sostenibile è ciò che è realizzato con prodotti sostenibili;
2) Sostenibile è ciò che è realizzato con processi sostenibili;
3) Sostenibile è qualcosa che non inquina e che ha zero sprechi.


È sulla base di queste tre definizioni che scegliamo i prodotti. Preferiamo prodotti prevalentemente in legno, un materiale ben meno inquinante delle normali plastiche, che garantisce comunque ottime proprietà meccaniche. Quest’ultima è una condizione necessaria affinché la qualità percepita rimanga sufficientemente alta, garantendo un’esperienza di fruizione totalmente comparabile a quella degli oggetti tradizionali. È infatti una delle nostre sfide maggiori quella di combattere l’idea che un prodotto green sia un prodotto di scarsa fattura”.

Attenzione al design e recupero degli scarti

Quali sono i tratti distintivi di EERT ed in che modo può considerare la propria idea di business sostenibile?
EERT ricerca la sostenibilità in tutte le fasi della creazione di un prodotto, dal design alla distribuzione. Ecco cosa ci distingue maggiormente. Il design è strategicamente curato in modo che:

  • 1) Il prodotto abbia lo stretto necessario affinché svolga la funzione per la quale naturalmente è stato concepito;
  • 2) Le componenti siano modulari. Questo ci consente di rilavorare una singola componente e di poterla riutilizzare in altri contesti.


Gli scarti della lavorazione (il truciolo ad esempio), o vengono usati per sostituire la comune plastica da imballaggio per proteggere i nostri pacchi durante il trasporto, oppure vengono compressi ed utilizzati per la creazione dei box in legno. Niente è sprecato, tutto è riutilizzato. Ci costa meno e siamo più green”.

EERT

Gli obiettivi a lungo termine di EERT

Qual’è l’obiettivo a lungo termine di EERT?
“Non nascondiamo la consapevolezza riguardo la difficoltà di espandere il nostro business in futuro. In ogni caso puntiamo a divenire autonomi per quanto riguarda la piantumazione degli alberi, ossia essere in grado di adoperare volontari e istituire veri e propri eventi per prenderci cura del nostro pianeta. L’obiettivo entro la fine del 2021 è quello di consolidare partnership con enti ambientalisti in ogni regione italiana. Sulla scia di questa nostra ambizione, puntiamo a dare lavoro ai piccoli artigiani connazionali del legno duramente colpiti da questa emergenza sanitaria che noi tutti speriamo venga superata al più presto”.

Un modello applicabile su larga scala

Pensate che il vostro approccio incentrato sulla sostenibilità possa essere applicato anche ad altri settori?
“Sì, indubbiamente. Ne siamo convinti in quanto già ora esistono imprese di grosso calibro dei più svariati settori industriali che si impegnano direttamente, e quindi economicamente, in iniziative come la nostra. Condizione necessaria affinché tale trend si rafforzi nel tempo è che le amministrazioni aziendali guardino non solo al profitto in senso stretto, ossia economico, ma anche ai benefici complessivi che gli individui e l’ambiente che interagiscono con l’organizzazione ottengono. Essere attenti all’ambiente non significa donare 100milioni di alberi o partecipare a manifestazioni. Basterebbe una piccola accortezza nell’utilizzo di prodotti d’uso comune. Purtroppo questo messaggio, per quanto banale sembri, non lo è affatto. La massa preferisce grandi brand a prodotti realizzati in una certa maniera e con un certo obiettivo. Questa è la vera grande sfida. Cambiare il pensiero ed il fare umano per un futuro migliore, per un presente migliore“.

Leggi anche: “Le foreste e l’uomo, relazione complessa anche alla luce del cambiamento climatico”

Orologi e bracciali in legno per uomo e donna

Tutti i prodotti a marchio EERT sono disponibili sul loro e-commerce divisi secondo le categorie scelte dai fondatori:

  • Orologi uomo
  • Orologi donna
  • Bracciali in legno

Una nuova idea di business, improntata sulla sostenibilità, e soprattutto messa in piedi da dei giovani ragazzi italiani, che hanno deciso di non stare a guardare sperando che le cose cambiassero, provando a fare la loro parte con la creazione di un business che possa essere sostenibile sotto tutti i punti di vista: ambientale ed economico.

Da parte nostra va a loro un grande in bocca al lupo, nella speranza che idee come queste inizino a prendere il sopravvento sulla alternative meno sostenibili.

Le foreste e l’uomo, relazione complessa anche alla luce del cambiamento climatico

foreste

Che ruolo svolgono le foreste nel contrasto al cambiamento climatico? Il legno potrebbe costituire una valida risorsa energetica? Il tema delle foreste e della loro gestione genera sempre un acceso dibattito. Abbiamo intervistato Luca Caverni, laureato in Scienze Forestali e studioso in questo ambito. Dalle sue parole si evince come una corretta pianificazione forestale potrebbe favorire una gestione dei boschi in grado di mitigare i cambiamenti climatici.

Perché gestire le foreste italiane?

1. Luca, potresti descriverci brevemente la situazione forestale italiana e cosa significa gestione forestale?

“L’Italia è bella e nota grazie anche al suo territorio, caratterizzato da colline e montagne scarsamente popolate. La maggior parte dei lettori, probabilmente, se si affacciasse dalla finestra non osserverebbe foreste (sinonimo di boschi  – comma 1 art. 3 D.lgs 34/2018) seppure queste occupano il 38% della superficie nazionale, ma aree urbane e palazzi (anche io vi rispondo da questa situazione) questo perché le foreste si trovano prevalentemente nelle Aree Interne del Paese. Le foreste italiane sono tra le più ricche a livello europeo per diversità di specie e categorie forestali e per questo sono anche tra le più protette nel continente. Questa ricchezza è anche frutto della interazione millenaria tra l’uomo e la natura. Infatti in Italia meno di un sesto dei boschi (15.4%) non presenta tracce di interventi selvicolturali passati.

Tra i molti esempi del costante rapporto tra uomo e foresta vi è sicuramente il Codice Forestale Camaldolese, testimonianza di come per oltre 8 secoli i monaci hanno gestito i boschi, dimostrando una profonda sintonia tra ricerca spirituale e cura della foresta (oggi all’interno di un Parco Nazionale).

foreste Always Ithaka
Foto credit: AlwaysIthaka

“Il 66% delle foreste è di proprietà privata”

Gestire le foreste significa compiere delle scelte, nel rispetto della normativa vigente, conciliando, attraverso azioni concrete, gli aspetti ambientali, economici e sociali che un bosco esprime. Un fattore fondamentale, che consente di conoscere meglio le caratteristiche di ogni foresta, individuarne la vocazione, garantirne la tutela e una gestione lungimirante ed equilibrata nel tempo è la pianificazione forestale. Eppure ad oggi solo il 18% della superficie forestale nazionale è sottoposto ad un Piano di gestione forestale (livello di pianificazione più dettagliato). Grazie alla storia e alla ricerca abbiamo a disposizione conoscenze molto accurate che stimolano continuamente il miglioramento delle tecniche di pianificazione gestionali. Preme sottolineare un aspetto relativo alle foreste private: attualmente il 66% della superficie è di proprietà privata, contraddistinta da una marcata frammentazione fondiaria e dall’assenza di gestione per buona parte della superficie”.

Le foreste nel contrasto al cambiamento climatico

2. Che importanza ha la gestione forestale nel contrasto al cambiamento climatico?

Le foreste, essendo composte da alberi (organismi viventi), non sono elementi statici del paesaggio ma crescono in volume (in Italia quanto 39 piscine olimpioniche[1] ogni giorno) e superficie (un campo da calcio[2] ogni 9 minuti). Essendo vive, reagiscono agli stimoli, inclusi quelli del clima, ma con il cambiamento in atto le loro “reazioni” potrebbero compromettere i servizi ecosistemici (ovvero funzioni e beni primari) finora garantiti. Certamente le foreste vivrebbero anche senza l’uomo, tuttavia è l’uomo che non vivrebbe senza le foreste. Infatti i servizi ecosistemici che le foreste assicurano nel tempo sono di tre tipologie: regolazione e mantenimento (qualità dell’aria, depurazione dell’acqua, prevenzione incendi, protezione dal dissesto idrogeologico…), approvvigionamento (di legname, prodotti spontanei…) e culturali (benefici immateriali, spirituali, ricreativi e sanitari…).

L’IPCC prevede che i disturbi alle foreste boreali (tempeste di vento, incendi e fitopatie…)  conseguenti alle variazioni climatiche, possano diventare più intensi e frequenti. Tuttavia un recente articolo di Nature ricorda come la gestione forestale consenta di aumentare la resilienza e la stabilità delle foreste nel lungo periodo. In questo modo si può preservare o incrementare il carbonio stoccato nella foresta (beneficio evidenziato anche dall’IPCC) e mantenere la biodiversità (par. 2.2.4 Strat. UE Biodivesità 2030).

Gestire le foreste non è sinonimo di deforestare

Quindi, come spiegato al punto 1, gestire non è deforestare, cioè convertire la foresta in altro uso del suolo che rappresenta la seconda causa dei cambiamenti climatici dopo la combustione di fonti fossili. Le cause della deforestazione sono molteplici, tra queste vi è anche il commercio illegale di legname di cui l’Europa è uno dei principali importatori. Anche la deforestazione incorporata, di cui siamo “inconsapevolmente” responsabili attraverso acquisti quotidiani (alimentari, pellame…) non appropriati, contribuisce a danneggiare le foreste.

Tra le varie misure di contrasto messe in atto, l’UE ha individuato, oltre al ripristino forestale, anche la gestione forestale in grado di agevolare una bioeconomia più attenta alle dinamiche globali. L’uso del legno rappresenta comunque un elemento cui non possiamo rinunciare, perché essendo CO2 “solidificata”, materiale riciclabile e alternativo ad altri più energivori (cemento, plastica…), ci consente di mitigare i cambiamenti climatici. Un’altra azione fondamentale di mitigazione dei cambiamenti climatici è la messa a dimora e cura nel tempo del verde urbano“.

Il legno: preziosa risorsa rinnovabile?

3. Foreste e biomassa: esiste un acceso dibattito sulla possibilità di ricavare energia dal legno. Da una parte c’è chi sostiene che non si possa utilizzare il legno perché si compromette il patrimonio forestale, intaccando così la sua capacità di immagazzinare anidride carbonica. Dall’altra c’è chi sostiene che il legno possa costituire una preziosa fonte di energia rinnovabile. In questo quadro che ruolo ha la gestione forestale nel fornire combustibile necessario al Paese?

“Alcune premesse:

  • Entro il 2050 in UE non si dovranno più generare emissioni nette di gas serra.
  • Il settore energetico provoca l’80,5% delle emissioni di gas serra nazionali;
  • In Italia le energie rinnovabili soddisfano il 17,8% dei consumi finali lordi complessivi;
  • La quota di fabbisogno energetico nazionale soddisfatta da importazioni è il 75% del totale.

Precisazioni:

  • In Italia, in UE e nel mondo le bioenergie sono la principale energia rinnovabile;
  • Le biomasse sono incluse tra le fonti rinnovabili (art. 2 D.lgs 387/2003);
  • Il termine biomassa è molto ampio (qui mi riferirò solo ai prodotti e residui forestali);
  • Sulla neutralità climatica c’è un acceso dibattito scientifico, oltre che politico;
  • L’Italia è il primo importatore al mondo di legna da ardere, e quarto di pellet.
  • Dalle foreste italiane, secondo la stima più alta, si preleva solamente il 37,4% del volume che cresce annualmente mentre la media europea è del 65-67%.

Il ruolo della politica nella gestione forestale

Considerati i rischi delle importazioni e il basso tasso di prelievo, ritengo quest’ ultimo accettabile e incrementabile. Tuttavia esso non deve necessariamente soddisfare l’intero fabbisogno nazionale tenuto conto che il legno viene chiaramente impiegato anche per altri fini (tessile, strutturale…). Rispetto alla finalità energetica, vista la scarsa indipendenza nazionale e il rilevante ruolo delle bioenergie, applicando il “principio a cascata”, per cui il legno debba essere impiegato prima per i suoi fini durevoli (Strategia forestale UE e nazionale), si possono conciliare le diverse destinazioni d’uso. Ai fini energetici si destinano soprattutto i residui, così da massimizzare l’impatto positivo delle biomasse verso il clima, che comunque non devono rappresentare l’unica fonte energetica nazionale.

Le politiche dovrebbero sostenere filiere territoriali (senza distorcere il mercato) e tecnologie in grado di abbattere le emissioni. La realizzazione dell’uso a cascata del legno richiede: la pianificazione forestale, la formazione degli operatori, la conoscenza delle aree circostanti al bosco e l’attuazione di processi partecipativi. C’è tanto ancora da fare rispetto alle foreste, ma diffido da soluzioni uniche e sempre valide; la selvicoltura è una scienza, influenzata da tanti fattori nella sua applicazione, ma essenziale per orientarci nelle scelte“.

Leggi anche: “CO2 in netto calo nel 2020, eppure non basta”


[1] volume della piscina: 2500 m3

[2] dimensioni campo da calcio: 110m x75m=8.250 m2.

“La letteratura ci salverà dall’estinzione”. Il nuovo libro di Carla Benedetti

“Dove falliscono la politica, l’economia, il diritto e altri saperi specializzati, può forse riuscire la parola poetica inseparata, il pensiero incarnato, l’arte?” Carla Benedetti, autrice di La letteratura ci salverà dall’estinzione, parte proprio da questa domanda. Attraverso un excursus di autori antichi e contemporanei, questo saggio illuminante traccia una panoramica del ruolo che la letteratura ha ricoperto e potrebbe ricoprire nell’attuale emergenza climatica.

Un dialogo fra Noè, Leopardi e Pasolini

Carla Benedetti è professoressa di Letteratura Italiana contemporanea all’Università di Pisa. Edito da Einaudi, l’ultimo libro da lei pubblicato riesce ad evidenziare l’enorme potenzialità “suscitatrice” della parola. Da Omero al Don Chisciotte di De Cervantes, da Leopardi a Carlo Emilio Gadda, da Pasolini fino ad Amitav Gosh de La grande cecità. L’autrice fa dialogare quegli autori che hanno saputo usare l’immaginazione e la potenza della scrittura per creare una cosiddetta “terza via”. Ma terza via rispetto a che cosa?

Il libro parte dal presupposto che la letteratura contemporanea, la saggistica e i testi divulgativi trattano la crisi climatica seguendo due filoni principali. Il primo, quello catastrofico, denuncia tutta la gravità dell’emergenza ambientale e porta a credere che non ci sia più niente da fare. Il secondo, quello della “sostenibilità”, dà fin troppo rilievo all’aspetto ottimistico che risiede nelle soluzioni. Ed ecco che la terza via consiste nel prospettare “una via tragica, che non promette salvezza ma neppure pietrifica l’azione nell’idea di una catastrofe inevitabile”.

Il fallimento della letteratura nella crisi ecologica

Per fare ciò, secondo l’autrice, è necessario che il lettore venga coinvolto non solo nella sfera del logos, ovvero della ragione, ma anche in quella del pathos, del sentimento e della compassione. Questa seconda sfera di comprensione porterebbe il lettore a percepire il senso di emergenza e a riorientare le proprie strutture di pensiero. Se vogliamo infatti attribuire alla letteratura una parte di responsabilità dell’attuale crisi climatica – dice Benedetti – dobbiamo farlo riconoscendo che la letteratura ha risposto all’avanzare della crisi usando le stesse strutture che usava prima, nella cosiddetta “modernità”. Con le sue parole:

Mentre le scienze della Terra registravano un mutamento epocale di portata geologica, e la parola Antropocene guadagnava sempre di più la ribalta, le cerimonie di denominazione e le categorie storico-culturali degli umanisti non rilevavano nessuna rottura epocale clamorosa con la modernità”.

Leggi anche: Il nuovo libro sull’educazione ambientale “Educare al pensiero ecologico”

La letteratura ci salverà dall’estinzione con immaginazione ed empatia

In queste parole possiamo certamente rinvenire una critica implicita agli autori “postmoderni” e a grandi filosofi contemporanei quali Zygmunt Bauman, coniatore del termine “modernità liquida”. Ed è impressionante come l’autrice riesca a rendere estremamente attuali alcuni episodi biblici, come il diluvio universale di Noè, ed alcuni passi dello Zibaldone di Leopardi, proprio a sottolineare che la letteratura non è lettera morta. Alcuni scritti del passato possono offrire una chiave di lettura per le crisi di altre epoche, come quella attuale. Perché la crisi cui stiamo assistendo è in primo luogo ambientale, ma anche filosofica e di pensiero.

Intervista a Amitav Gosh, autore de La Grande cecità disponibile nella nostra sezione Libri sull’ambiente

Se da una parte questo libro riconosce il fallimento della letteratura all’interno del dibattito ecologico, dall’altra sottolinea che quello stesso ambito del sapere potrebbe “salvarci” e aprire orizzonti nuovi. La letteratura ci salverà dall’estinzione invita ad una “metamorfosi” del sapere, in cui siano padrone l’immaginazione, l’empatia e una nuova idea di umanità:

Per portare alla luce e valorizzare la forza suscitatrice che si può liberare da questa antica pratica di parola sarebbe necessario un sisma anche nel quadro teorico che informa gli studenti letterari, un ripensamento radicale della natura del loro oggetto di studio, alla luce dell’emergenza ecologica e del sorgere di una nuova idea di umanità in quanto specie: specie terrestre interconnessa alla vita degli altri terrestri non umani e alle forze “inanimate” della Terra e dell’universo“.

Greta Thunberg e il fenomeno Fridays For Future

Carla Benedetti cita anche Greta Thunberg, sottolineando l’efficacia dei suoi discorsi proprio perché usa parole semplici, empatiche, che spaventano e allo stesso tempo spingono all’azione. E quando l’autrice analizza il fenomeno Fridays For Future lo fa mettendo in risalto l’elemento che accomuna la fanciullezza e la letteratura, ossia l’immaginazione. È grazie all’immaginazione, in definitiva, che si può sperare di amplificare alcune voci del passato e dargli una valenza attuale. Ed è sempre grazie all’immaginazione che la letteratura deve trovare scenari nuovi con cui raccontare ed affrontare la crisi climatica.

letteratura

Esistono nella nostra cultura zone meno sorvegliate di altre, dove l’immaginazione e la sensibilità umane bruciano con maggiore forza, dove il sentimento non è ancora “affievolito e intorpidito dall’esperienza del mondo e dalla misera cognizione delle cose” [Leopardi, Zibaldone]. Zone in cui si aprono maggiori varchi di libertà mentale, da cui passa anche ciò che non è regolare. Spazi dove continuano a sorgere pensieri, intuizioni, modi di sentire, determinazioni e sogni che non sono stati normalizzati o resi omogenei a quelli dominanti nella cultura e nella società presente. Attraverso quei varchi può penetrare qualcosa di diverso che pare provenire da un altrove rispetto all’esistente, e che può trasportare possibilità dimenticate, scartate, magari considerate sorpassate ma che in realtà non sono mai del tutto e definitivamente morte.

Una metamorfosi del sapere per salvarci dall’estinzione

Nelle pagine finali, Carla Benedetti passa al vaglio le parole che forse più di altre riescono a cogliere la condizione dell’uomo contemporaneo. Dopo aver analizzato i termini “Antropocene” e “sesta estinzione di massa”, l’autrice sceglie di concludere il saggio con la parola terrestri. È la condizione di terrestri che ci rende vulnerabili, una specie in mezzo ad altre tantissime specie. Una parola che permette di tenere insieme natura e cultura, gravemente separate dalla modernità, e che ora debbono necessariamente riabbracciarsi per provocare una metamorfosi del sapere e una possibile salvezza dall’estinzione.

Il libro è disponibile nella nostra sezione Libri sull’ambiente

20 cartoni e film sull’ambiente per bambini e ragazzi

cartoni e film sull'ambiente

Prima di natale abbiamo pubblicato due articoli relativi ai migliori film e documentari sull’ambiente. Alcuni di quei titoli sono adatti anche alle fasce più giovani, ma esistono ulteriori titoli di pellicole animate e film per trasmettere l’amore per la natura ai più piccoli. Da Wall-E ai capolavori ambientalisti giapponesi, da Lorax a Sulle ali dell’avventura. Cartoni divertenti e film educativi per insegnare alle giovani generazioni l’importanza del rispetto per l’ambiente.

Lista dei cartoni e film sull’ambiente per bambini e ragazzi

Ecco l’elenco di cartoni e film sull’ambiente per bambini e ragazzi. Potete visionare tutti i trailer nella Playlist creata all’interno del nostro canale Youtube, cliccando al seguente link.  

1. Wall-E (2008)
2. Sulle ali dell’avventura (2019)
3. Lorax (2012)
4. Mia e il leone bianco (2018)
5. L’uomo che piantava gli alberi (1987)
6. La marcia dei pinguini (2005)
7. Il pianeta verde (1996)
8. La volpe e la bambina (2007)
9. Mia e il Migù (2008)
10. Turtle – l’incredibile viaggio della tartaruga (2009)

11. Okja (2017)
12. Happy Feet (2006)
13. Free Willy (1993)
14. Chimpanzee (2012)
15. La tartaruga rossa (2016)
16. Nausicaa della Valle del Vento (1984)
17. Pom Poko (1994)
18. Principessa Mononoke (1997)
19. La città incantata (2001)
20. Ponyo sulla scogliera (2008)

Wall-E e Lorax: divertenti e profondi

Fra i cartoni ambientalisti certamente più famosi troviamo Wall-E di casa Disney-Pixare e Lorax della Universal Pictures. Il primo ritrae il pianeta Terra ormai invaso dalla spazzatura. Gli uomini si sono rifugiati su una navicella nello spazio. Proprio da quest’ultima arriva Eve, un altro robot intento a ricercare forme di vita rimaste sul pianeta. L’amore dei due Robot porterà ad un cambiamento decisivo per il destino degli uomini e della Terra. Lorax racconta qualcosa di simile ma con scenari diversi: parla di un ragazzo nato e cresciuto in una città artificiale dove il suolo è di plastica e gli alberi si ricaricano a batterie. La natura è scomparsa e l’aria si vende come un prodotto. Il ragazzo andrà quindi alla ricerca della natura e si farà aiutare da Lorax, il guardiano della foresta.

Di foreste a rischio e del problema della deforestazione parlano i cartoni Mia e il Migù e Epic – Il mondo segreto. Mia è una bambina del Sudamerica che attraversa un mondo incantato e simbolo della natura inviolata per raggiungere suo padre, operaio in un cantiere di un grande complesso alberghiero costruito nel cuore della foresta amazzonica. A proteggere la foresta ci sono i Migù, esseri magici con la missione di proteggere il cuore del pianeta. Anche in Epic – il mondo segreto troviamo il rapporto padre-figlia e dei minuscoli soldati a difesa della foresta. Di tutt’altra natura sono il cartone animato Happy Feet, che affronta con divertimento il problema della pesca artica, e La tartaruga Rossa, in cui il silenzio e la musica rispecchiano i suoni della natura senza l’interferenza della parola umana.

Leggi anche: “Capri-Revolution, un film che aiuta a comprendere l’ambientalismo”

Cartoni e film sull’ambiente e gli animali

Il tema delle tartarughe era già stato affrontato anni prima in Turtle L’incredibile viaggio della tartaruga. Questo documentario naturalistico racconta il viaggio di una tartaruga dall’America all’Africa, con tutti i pericoli posti dal riscaldamento globale. Altro titolo da non perdere, premiato agli Oscar come “miglior documentario” è La Marcia dei Pinguini. La voce di Fiorello guida l’incredibile viaggio dei pinguini Imperatori in mezzo ai ghiacci artici. Il tema ecologista non è trattato direttamente ma l’amore per la natura nasce in maniera spontanea grazie alla potenza delle immagini. Dall’impatto visivo altrettanto forte segnaliamo Chimpanzee, altro documentario naturalistico che segue la storia di Oscar, un giovane scimpanzè rimasto solo nelle foreste della Costa d’Avorio e preso in custodia da un suo simile.

L’equilibrio fra uomo e mondo animale

Sul complicato equilibrio fra uomo e mondo animale troviamo altri interessanti titoli, fra cui Mia e il Leone Bianco. In questa pellicola viene trattato il tema degli allevamenti di animali. Mia cresce in una famiglia del Sudafrica che, a sua insaputa, alleva leoni e si ritroverà ad intraprendere un viaggio per proteggere Charlie, leone bianco, dalla vendita del padre al migliore offerente. Lo stesso contrasto è sceneggiato in Okja, film prodotto fra gli Stati Uniti e la Corea del Sud. Il problema dell’allevamento della carne viene in questo caso raccontato con scene forti e violente, non adatte ai cuori sensibili.

Anche in Free Willy, commedia avventurosa degli anni ’90, un giovane ragazzo cerca di salvare un esemplare di oca rinchiusa in uno zoo. La volpe e la bambina della casa cinematografica Lucky Red narra invece la storia d’amicizia fra la protagonista e una volpe selvatica. L’insegnamento del rispetto per la natura è evidente lungo tutto il film.

Sulle ali dell’avventura: un film sull’ambiente da non perdere

Per concludere con questo filone, degno di lode è la pellicola francese Sulle ali dell’avventura. Uscito nel 2019, affronta il tema della perdita di biodiversità. Un figlio costretto a trascorrere le vacanze con il padre, verso il quale inizialmente non prova nessuna stima, fino a quando non scopre che proprio nel suo laboratorio sta architettando un piano per salvare le oche selvatiche e offrire loro una rotta migratoria sicura. Emozionante, delicato, e soprattutto tratto da una storia vera, Sulle ali dell’avventura è il film perfetto da vedere in famiglia o a scuola per educazione ambientale.

Segnaliamo inoltre altri due spunti filmografici visionabili con i ragazzi. Il cortometraggio L’uomo che piantava gli alberi, inspirato al libro di Jean Giono e vincitore del Premio Oscar come miglior cortometraggio animato, e Il pianeta verde. Quest’ultimo, sebbene datato, dipinge con comicità il contrasto fra il nostro mondo inquinato e il Pianeta Verde, in cui l’uomo vive in armonia con i suoi simili e con la natura.

Il filone dei cartoni ecologisti giapponesi

Ultimi, ma non per importanza, menzioniamo i cartoni giapponesi ambientalisti. Seppur tramite scenari e metodi narrativi totalmente diversi da quelli “occidentali”, i film dello Studio Ghibli diretti da Hayao Miyazaki sono considerati dei veri e propri capolavori ecologisti. Nausicaa della Valle del Vento, Pom Poko, Principessa Mononoke, La città incantata e Ponyo sulla scogliera. In ognuno di questi film d’animazione la tematica ambientalista viene affrontata più o meno direttamente, sottolineando le relazioni del cambiamento climatico con il sistema capitalista. Non resta dunque che scegliere, fra i vari titoli proposti, quali proporre alle giovani generazioni per trasmettere loro l’amore per la Terra e la necessità di salvaguardarla.

Leggi il nostro articolo: “Pachamama, il gioco da tavolo per fermare la crisi climatica e salvare il pianeta”

Pachamama: il gioco da tavolo per fermare la crisi climatica e salvare il pianeta

Pachamama

Si chiama Pachamama, la sfida del secolo ed è il gioco da tavolo ideato da ZeroCO2 per comprendere la crisi climatica e salvare il pianeta. Spesso in questo blog abbiamo ribadito la difficoltà di spiegare e comprendere le complesse dinamiche del cambiamento climatico. Il gioco da tavolo Pachamama è un ottimo strumento di sensibilizzazione perché riesce a coniugare apprendimento, adesione alla realtà e divertimento. Vediamo insieme di cosa si tratta.

Pachamama: obiettivo e regole del gioco

Il termine Pachamama è stato scelto perché nella lingua Inca significa “Madre Terra”. Lo scopo del gioco è appunto quello di preservare l’equilibrio terrestre, limitando la temperatura media globale sotto i 18 gradi. Questa soglia è stata scelta sulla base della situazione attuale: la temperatura si è innalzata di circa 1 grado rispetto ai livelli pre-industriali, quando la temperatura media terrestre era di 15 gradi centigradi. Il gioco “concede” quindi altri 2 gradi di innalzamento, così come stabilito dall’Accordo di Parigi.

In seguito vedremo infatti che uno dei punti di forza di Pachamama è proprio la forte adesione alla realtà. Ma prima di approfondire questo aspetto, è bene sintetizzare le regole del gioco. Ogni partita dura all’incirca 30-40 minuti ed è suddivisa in 10 turni di gioco che equivalgono a 10 decenni. Il numero dei giocatori può variare da 3 a 6 ed è consigliata un’eta minima di 14 anni. Ogni giocatore personifica un’area del mondo (America del nord, Africa, Europa, Sud-est asiatico, eccetera) e ha a disposizione una carta in cui vengono sintetizzate le informazioni su quella regione geografica.

Leggi anche: Decarbonizzazione, parte la Mission Impossible a Davos

Adesione alla realtà, cooperazione e giustizia climatica

Si parte infatti con un budget iniziale corrispondente alla ricchezza delle singole aree: quanto più la regione è ricca e produttiva, tanto più è alto il livello di emissioni di anidride carbonica; viceversa, i paesi con un budget economico limitato hanno più potere di mitigazione climatica e più alta capacità di ricompensare le emissioni tramite la reforestazione. Inoltre, un ruolo chiave è giocato dalle carte “ricerca” tramite cui i giocatori possono ridurre o limitare le emissioni grazie a scoperte scientifiche o innovazioni. In che modo questo gioco rappresenta un ottimo strumento educativo per parlare di emergenza climatica?

Pachamama

Innanzitutto, Pachamama rispecchia fortemente la realtà attuale. Non solo nel calcolo della temperatura che è stato citato sopra, ma anche nel modo in cui le disparità geografiche vengono raffigurate. In questo gioco in scatola non esiste vincitore. Si vince o si perde, insieme. Per fare ciò gli ideatori di Pachamama hanno introdotto tre pause all’interno del gioco in cui i giocatori possono dialogare, scambiare carte e decidere come collaborare. Nella pratica i giocatori si ritrovano a simulare una seduta di cooperazione internazionale, come se fosse l’ONU, in cui viene naturale applicare il principio di giustizia climatica. Per giustizia climatica si intende che i paesi che storicamente hanno inquinato di più devono impegnarsi maggiormente a limitare le emissioni e nel contempo aiutare quelle regioni del mondo che sono più colpite dalla crisi climatica.

Pachamama: il ruolo chiave della reforestazione

Infine, un dettaglio importante del gioco consiste nella lunga durata della reforestazione. Mi spiego meglio: negli ultimi tempi si sentono sempre più campagne pubblicitarie che sponsorizzano la piantumazione di alberi in cambio dell’acquisto di prodotti. Dal fronte ambientalista questa procedura viene vista con forte scetticismo perché molte di queste pubblicità rientrano in strategie di greenwashing ed è difficile controllare se questi alberi vengono effettivamente piantati, con che metodi e per quanto tempo viene monitorata la loro crescita. Pachamama rende bene questo concetto e prevede che un albero piantato possa contribuire alla mitigazione del cambiamento climatico solo dopo due decenni. Sebbene sia solo un gioco, la lungimiranza richiesta nelle regole di Pachamama è un aspetto chiave nelle strategie di adattamento e mitigazione alla crisi climatica.

Il gioco da tavolo richiama dunque il vecchio detto: “Il migliore momento per piantare un albero era vent’anni fa, il secondo miglior momento è adesso”. E non lo fa solo a parole, infatti per ogni Pachamama acquistato ZeroCO2 si impegna a donare un albero in Guatemala. Questi alberi verranno presi in carico da famiglie contadine delle comunità locali e potranno essere monitorati tramite aggiornamenti periodici. Infine, tutto il contenuto del gioco in scatola è prodotto con materiali sostenibili.

Un gioco da tavolo educativo e divertente

Lunga durata, cooperazione internazionale, ruolo-chiave della ricerca: sono solo alcuni degli aspetti che fanno di Pachamama un’idea geniale che insegna a grandi e giovani come prendersi cura del pianeta Terra. Lo consigliamo particolarmente a tutti gli insegnanti che stanno cercando nuove strategie per trasmettere l’educazione ambientale e più in generale a tutte le famiglie che vogliono provare un gioco innovativo, educativo e divertente.

Leggi il nostro articolo: “Vaia, dalla strage di alberi alla cassa che rigenera le foreste”

Nature Deficit Disorder: che cos’è e perché la pandemia lo ha accentuato

Nature Deficit Disorder

Ascolta il podcast di introduzione all’articolo!

Quanti di voi durante l’anno passato hanno sentito il bisogno e l’urgenza di riconnettersi con la natura? Il lockdown e le restrizioni tutt’ora in vigore hanno fortemente limitato la possibilità di stare all’aperto, aumentando quella che gli esperti hanno chiamato “sindrome del distacco dalla natura” o “Nature Deficit Disorder”. Per capire che cosa sia, ci affidiamo alla recente pubblicazione Educare al pensiero ecologico di Rosa Tiziana Bruno e ad un articolo del New York Times, in cui si conferma il legame fra contatto con la natura e benessere psico-fisico, soprattutto per quanto riguarda i bambini.

Nature Deficit Disorder: le teorie di Richard Louv

Il termine “Nature Deficit Disorder” fu coniato dal giornalista americano Richard Louv nel suo libro Last Child in the Woods. La sindrome del distacco dalla natura consiste nell’ “insieme dei segnali che caratterizzano la condizione umana in assenza di contatto con la natura”. Riportiamo ora una breve spiegazione contenuta nel libro Educare al pensiero ecologico, in cui la sociologa Rosa Tiziana Bruno delinea cause e conseguenze del Nature Deficit Disorder:

“Trascorrere costantemente poco tempo all’aria aperta e a contatto con la natura causa una serie di disfunzioni fisiologiche e comportamentali. Possono verificarsi una riduzione dell’uso dei sensi (l’olfatto, il tatto), difficoltà attentive e un aumento del rischio di disordini fisici e mentali (depressione, ADHD, obesità). Questo accade perché la separazione dalla natura mortifica un bisogno primario sensoriale e psicosomatico. (…) Alcuni fenomeni comuni come la stanchezza cronica, l’irrequietezza e l’insonnia sono, almeno in parte, riconducibili alla mancanza di contatto con gli elementi naturali”.

R. T. Bruno, Educare al pensiero ecologico

I benefici del contatto con la natura

Il Nature Deficit Disorder parte dalla premessa che la relazione con la natura gioca un ruolo fondamentale nella vita dell’uomo. Il contatto con l’ambiente naturale funge da antidoto contro “la crescente e generalizzata epidemia del disagio”. Secondo le teorie di Louv, la relazione uomo-natura provoca influenze positive sulla capacità di apprendimento, sulle relazioni sociali e anche sulla formazione del senso etico.

Scientificamente parlando, spiega la dottoressa Bruno, ci sarebbe un vero e proprio giovamento corporeo quando si osserva un paesaggio naturale: La relazione con la natura aumenta la produzione di endorfine: esponendosi al sole o osservando dal vivo un paesaggio, non solo la tensione si dissolve, ma si prova una intensa e inesprimibile sensazione di benessere”. L’autrice del libro ci tiene a ribadire che la cosiddetta “sindrome del distacco dalla natura” non è ancora stata inserita nell’elenco delle patologie ufficialmente riconosciute. Tuttavia, sempre più ricerche confermano il legame fra la diminuzione del tempo trascorso in natura e l’aumento del disagio psico-fisico. Ciò è specialmente vero se osserviamo bambini e adolescenti.

New York Times: “Nature Deficit Disorder is really a thing”

Infatti, un articolo di giugno 2020 del New York Times intitolato “Nature Deficit Disorder Is Really a Thing”, riporta nuove evidenze accademiche su questo tema. Soprattutto per quanto riguarda i bambini, i benefici dati dal contatto con la natura sono evidenti. Una ricerca dell’ Instituto Salud Global di Barcellona ha dimostrato che aggiungere uno spazio verde ai cortili scolastici aumenta i comportamenti prosociali: i bambini aiutano, cooperano e condividono maggiormente. La mancanza di accesso a spazi verdi provoca invece l’effetto contrario. Ming Kuo, professoressa associata all’Università di Illinois, ha spiegato come l’accesso agli spazi verdi diminuisca l’aggressività e il disturbo da deficit di attenzione/iperattività; allo stesso tempo, il contatto con la natura rinforza il sistema immunitario.

Nell’articolo del New York Times viene infine menzionato uno studio in cui si rileva che anche solo guardando delle scene naturali è possibile ridurre lo stress e regolare il battito cardiaco. Tali ricerche analizzano anche gli effetti della pandemia: “per alcune persone è stata necessaria una pandemia e l’ordine di rimanere in casa per sentire la necessità di spendere più tempo all’aperto”. Gli esperti si augurano che la consapevolezza nata in questo periodo di lockdown e restrizioni anti-Covid possa perdurare anche quando torneremo alla “normalità”.

Nature Deficit Disorder e lockdown

La sociologa Rosa Tiziana Bruno ha sperimentato sul campo quanto appena detto. Infatti, il suo libro si concentra prevalentemente sul disagio adolescenziale, tracciando una sorta di road-map per insegnanti e educatori. Durante il periodo di lockdown, non potendo effettuare i laboratori che solitamente svolge in classe e all’aperto, Rosa Tiziana Bruno ha chiesto agli alunni coinvolti di concentrarsi sull’unico elemento naturale accessibile a tutti durante la quarantena: il cielo.

“Dai diari visivi sono emersi i pensieri più variegati, ma ho notato alcune differenze. I bambini che vivono in appartamenti privi di significativi sbocchi esterni hanno espresso la propria inquietudine usando colori piuttosto cupi. Le scene da loro raffigurate esprimono sensazioni di isolamento, di timore e talvolta anche di confusione. Al contrario, i bambini a contatto con piante e animali, con un giardino o un terrazzo a disposizione, hanno usato colori caldi e riprodotto scene da cui emerge un senso di equilibrio e di fiducia nel futuro”.

R.T. Bruno, Educare al pensiero Ecologico

Il problema dell’iperconnessione tecnologica

Seguendo le teorie di Louv, l’autrice individua tre cause principali per il Nature Deficit Disorder: l’eccessivo controllo genitoriale, la scomparsa della natura dalle città e l’iperconnessione tecnologica. Per quanto riguarda quest’ultimo fattore, è stato addirittura coniato un nuovo termine, ovvero la “nomofobia” (no mobile phobia), che significa appunto “paura di restare disconnessi”. Le principali statistiche riportano che le giovani generazioni trascorrono quasi un terzo delle loro giornate davanti a uno schermo.

Invece, il tempo trascorso per giochi all’aperto sarebbe diminuito del 90% rispetto agli anni Settanta, così come emerge dalla ricerca di Stephen Moss dal titolo “Natural Childhood”. Rosa Tiziana Bruno traccia un’efficace sintesi del problema appena delineato: mentre aumentano le diagnosi di iperattività, depressione, ansia, scarsa attenzione viene dedicata ai luoghi dove i bambini trascorrono il proprio tempo. Compensare il tempo trascorso al chiuso con del tempo a contatto con la natura potrebbe giovare non poco, permettendo ai bambini di sviluppare le abilità tipiche dell’infanzia: esplorare, socializzare, inventare ed acquisire fiducia in se stessi.

Curare il Nature Deficit Disorder nel lungo termine

Vi invitiamo dunque ad approfondire le teorie della sociologa Bruno nell’intervista all’autrice pubblicata qualche mese fa e disponibile al seguente link. Oppure tramite l’acquisto del libro Educare al pensiero ecologico nella nostra sezione Libri sull’ambiente. La pandemia ha reso evidente un bisogno psico-fisico dell’uomo e sarebbe da sciocchi non indagare ulteriormente questa consapevolezza e sfruttarla a beneficio della società. Soprattutto per quanto riguarda i bambini, non possiamo ignorare i benefici che derivano dal contatto con la natura o, al contrario, non tener conto dei disagi che comporta il distacco da essa. Sperimentando e curiosando fra gli elementi naturali, le nuove generazioni saranno capaci di sviluppare un’ecosaggezza – così come la chiama Rosa Tiziana Bruno – e delle autentiche relazioni sostenibili.

L’impatto ambientale del cinema: The Crown promossa serie sostenibile

Prima di Natale abbiamo pubblicato le selezioni dei migliori film e documentari sull’ambiente. Come già espresso in quegli articoli, il mondo del cinema può fare tanto per la causa ambientale. Non solo attraverso i contenuti che trasmette – immagini, messaggi, valori – ma anche nel ridurre l’impronta ecologica della produzione cinematografica. Con l’aiuto di organizzazioni quali Greenshoot o T-green Film, le case cinematografiche possono applicare elevati standard ecologici e diventare a tutti gli effetti delle produzioni sostenibili. Come è successo alla serie The Crown, fra le più popolari di Netflix.

L’impatto ambientale del cinema: come ridurlo

Da dieci anni, GreenShoot cerca di rendere il mondo del cinema più sostenibile. L’organizzazione è nata proprio dalla consapevolezza che fosse necessario un cambiamento all’interno del mondo del cinema. Dal punto di vista ambientale, le case di produzione hanno un impatto non irrilevante. Pensate ai trasporti necessari per la troupe, alla quantità di cibo necessaria, ai costumi e a tutti gli oggetti di scena necessari per una buona sceneggiatura. Melanie Dicks, co-founder di Greenshoot, si è resa conto di ciò proprio mentre era sul set di un film. Fu così che nacque una collaborazione con il Clean Air Fund per creare un carbon calculator specifico. Ovvero uno strumento che calcolasse l’impronta ecologica delle produzioni cinematografiche, a cui seguirono ulteriori provvedimenti per contenere e ridurre le emissioni derivate dai film. In un’intervista a Ecoage, Melanie Dicks racconta il percorso avvenuto all’interno della serie The Crown.

The Crown: livello Gold per la sostenibilità

Il programma di casa Netflix ha infatti aderito al Green Screen Environmental Production Programme. Il programma tiene conto di diversi aspetti sottostanti alla creazione di un film e affida tre livelli – Green, Silver e Gold – a seconda della buona riuscita dal punto di vista ambientale. Come si può leggere direttamente sul sito, il supporto fornito da Greenshoot accompagna l’intero ciclo di vita di un film: dai calcoli dell’impronta carbonica in fase di pre-produzione, alla fornitura di una catena di montaggio etica per quanto riguarda l’energia, il trasporto e i viaggi; dalla redistribuzione di vestiti e oggetti a organizzazioni benefiche, al conferimento finale di un Green Screen Stamp che attesti il livello raggiunto.

impatto ambientale del cinema
Credit: GreenShoot

The Crown, arrivata ora alla quarta stagione, ha migliorato di serie in serie i propri standard ecologici e ha ora raggiunto il livello Gold. Ciò significa che l’impronta ecologica della serie è quanto più vicina possibile al concetto di “neutralità climatica”, con la quale si intende che le emissioni prodotte vengono ricompensate al punto che l’impatto su questo pianeta viene considerato neutro, non rilevante. Ma ciò che Melanie Dicks tiene a precisare nell’intervista è che non si tratta tanto di ricompensare le emissioni a posteriori, bensì semmai di prevenire ed eliminare in anticipo tutte le emissioni superflue che possono essere evitate.

L’impatto ambientale del cinema, della musica

Un esempio significativo per The Crown riguarda l’attenta ricerca dei vestiti, che rendono così spettacolari i protagonisti e le comparse. Altrettanto importante nella quarta stagione è stata la scelta dei trasporti, privilegiando ove possibile l’uso del treno invece che dell’aereo. Il programma di Greenshoot prevede una formazione seria per i filmmaker e la presenza di un GreenSteward che accompagni la produzione durante le riprese. Dal 2017 Greenshoot ha certificato più di 500 produzioni, risparmiando 45,000 tonnellate di anidride carbonica.

Film famosi come La teoria del tutto hanno partecipato al programma, ma non solo. L’organizzazione offre anche servizi simili ai produttori di pubblicità e alle case discografiche. Ad esempio, i pannelli delle sceneggiature dei videoclip di Adele sono stati donati a delle scuole e a organizzazioni educative invece di essere buttati come di solito avviene nel mondo della musica. Il risparmio in termini di impronta carbonica è stato del 16,4% rispetto a una produzione dello stesso genere che non utilizza green standard.

Leggi il nostro articolo: “20 canzoni sulla natura, sull’ambiente e l’impegno dei cantanti”

Italia: T-green Film per un cinema sostenibile

Anche in Italia è nata un’organizzazione simile. Si chiama T-green Film ed è il “primo fondo regionale in Europa che premia e certifica le produzioni cinematografiche che lavorano nel rispetto dell’ambiente”. Nata nel 2017 all’interno del Trentino Film Commission, T-green Film ha obiettivi molto simili a quelli descritti per Greeshoot: “Attraverso l’adozione delle pratiche elencate nel disciplinare, le società di produzione che girano in Trentino film o serie TV agiscono per ottimizzare i consumi di corrente e l’utilizzo dei mezzi di trasporto, per gestire la scelta dei materiali, i momenti di ristorazione e i rifiuti e comunicare la sostenibilità”. Fra i film italiani che hanno aderito al disciplinare di T-green Film vi è Sconnessi (2018) con Fabrizio Bentivoglio, Ricky Memphis e Carolina Crescentini.

impatto ambientale del cinema
Credit: GreenFilm

L’impatto ambientale del cinema

In definitiva, anche serie TV e film che all’apparenza non hanno nulla a che vedere con l’ambiente possono contribuire alla salvaguardia del pianeta. Guardando lo sfarzo e il lusso che funge da padrone in The Crown, pochi forse immaginavano che dietro le quinte si fosse svolto un attento lavoro di ricerca per rendere il set sostenibile. È importante quindi che attori, registi e produttori usino la loro posizione di visibilità per influenzare e sensibilizzare il pubblico e i colleghi. Un numero crescente di fan potrebbe fare attenzione a questi dettagli e, allo stesso tempo, sempre più celebrità nel mondo del cinema potrebbero seguire l’esempio.

20 film sulla natura e l’ambiente tra finzione e realtà

film sulla natura

Dopo la selezione dei migliori documentari sull’ambiente, vi offriamo oggi una lista di film che parlano direttamente o indirettamente di questioni ambientali. Il mondo del cinema ha infatti un enorme potere nella lotta all’emergenza climatica. Gli attori e i registi possono veicolare forti messaggi attraverso scenari fantastici o storie di vita vera. Fantascienza, commedie, film-inchiesta tratte da storie vere: un elenco di titoli utili da guardare in famiglia o da far vedere a scuola per riflettere sul rapporto uomo-natura.

Qui di seguito l’elenco dei 20 film sulla natura e sull’ambiente da noi selezionati. Potete trovare tutti i trailer nel nostro canale Youtube cliccando al seguente link.

1. The day after Tomorrow (2004)
2. The age of Stupid (2009)
3.
Il ragazzo che catturò il vento (2019)
4.
Erin Brockovich (2000)
5. Downsizing (2017)
6. Into the Wild (2007)
7. Cattive acque (2020)
8. Avatar (2009)
9. Waterworld (1995)
10.
Captain Fantastic (2016)

11. Biutiful Cauntri (2007)
12. Un posto sicuro (2015)
13. Dove sognano le formiche verdi (1984)
14. La donna elettrica (2018)
15. Un mondo fragile (2015)
16. Interstellar (2014)
17. Re della terra selvaggia (2012)
18. Qualcosa di straordinario (2012)
19. Snowpiercer (2013)
20. I figli degli uomini (2006)

Fantascienza: film sulla natura del futuro

Un genere che ha unito realtà e fantasia per parlare di cambiamento climatico è la fantascienza. Esistono numerosi titoli di film in cui vengono presentati scenari apocalittici, dove l’innalzamento della temperatura o la scarsità di cibo mettono in pericolo il destino dell’umanità. Presentiamo ora le pellicole più famose, partendo dal kolossal hollywoodiano Interstellar (2014). Il protagonista Matthew McConaughey viene inviato sullo spazio per cercare una soluzione alla scarsità di cibo. Restano solo due decenni per salvare l’umanità e trovare un pianeta alternativo dove andare a vivere.

Vincitore di tre premi Oscar, Avatar (2009) è altrettanto un film distopico in cui gli umani partono in missione verso il pianeta Pandora, dove la flora e la fauna abbondano rispetto alle scarse risorse della Terra e soprattutto dove c’è un minerale per risolvere la crisi energetica in atto sul nostro pianeta. L’arrivo degli umani porterà ad uno scontro fra indigeni e stranieri, fra tecnologia e natura.

Fantascienza e crisi climatica

The Day after Tomorrow (2004) presenta invece la crisi climatica al contrario, ovvero parte dagli avvertimenti di un climatologo riguardo un’imminente glaciazione. Molto veritiero in questo film è il ruolo della politica: il Vicepresidente americano non crede infatti alle previsioni dello scienziato e dichiara che l’economia non è abbastanza florida per investire nella lotta al cambiamento climatico. Un’altra similitudine con la realtà è l’allagamento di Manhattan. Quel che si pensava solo uno scenario di fantascienza nel 2004 e che è poi diventato reale nel 2012 durante l’uragano Sandy.

Anche Snowpiercer (2013) è ambientato in una futura era glaciale. Raffigura un mondo decimato per colpa di falliti tentativi per fermare il cambiamento climatico. I pochi sopravvissuti viaggiano su un treno alimentato da un moto perpetuo. Di datazione più vecchia ma con scenari simili, troviamo Waterworld (1995). Siamo nell’anno 2468: il mondo è stato completamente sommerso dalle acque a causa dell’innalzamento dei mari e i pochi superstiti vivono in città galleggianti. Infine, per il capitolo fantascienza resta da nominare il film I figli degli uomini (2006). In questa pellicola si affronta il tema della natalità e del pericolo di estinzione della razza umana.

film sulla natura tratti da storie vere

Tutto un altro filone riguarda i film che raccontano storie realmente accadute. Un must di questo genere è Erin Brockovich (2000). Una giovane Julia Roberts nei panni di una segretaria di uno studio legale che finisce per indagare la contaminazione delle acque di Hinkley per mano della Pacific Gas and Eletric Company. Sempre sull’inquinamento idrico è uscito quest’anno Cattive Acque (2020) con protagonista Mark Ruffalo. Il film si riferisce al caso dell’avvocato Robert Bilott contro il colosso DuPoint.

Il ragazzo che catturò il vento (2019) narra invece di un giovane ragazzo del Malawi che trova un’ingegnosa soluzione per fermare la siccità e la carestia che da anni flagella il paese: sfruttare la forza del vento. La pellicola si si basa sui fatti realmente accaduti all’inventore e scrittore William Kamkwamba. Un’altra storia incredibile ma vera viene raccontata in Qualcosa di straordinario (2012). Rachel Kramer (Drew Barrimore),attivista ecologista, accompagna l’ex compagno e report televisivo in una missione in Alaska per salvare tre esemplari di balene grigie. Il regista si è ispirato all’ Operation Breakthrough del 1988. Into the Wild – Nelle terre selvagge (2007) riporta il viaggio straordinario di Christopher McCandless attraverso l’America. Il protagonista abbandona la vita di città e il consumismo per ritrovare un rapporto autentico con la natura, passando quindi da un estremo all’altro verso un destino inesorabile.

Commedie: film sulla natura per riflettere

Tornando alle pellicole con sceneggiature inventate, presentiamo ora un genere più leggero che può però offrire spunti di riflessione: la commedia. In Captain Fantastic (2016) ricorre il tema della fuga nella natura. Un padre di famiglia decide di non piegarsi al conformismo della moderna società consumistica e cresce i suoi figli nei boschi dello stato di Washington. Downsizing – Vivere alla grande (2017) vede Matt Damon nei panni di un personaggio sottoposto a un esperimento di rimpicciolimento. Nel mondo ci sono infatti troppe persone e l’unica maniera per risolvere il problema della sovrappopolazione è la diminuzione in scala della presenza umana, che consumerà così di meno risorse e produrrà meno spazzatura. La donna elettrica (2018) tratta di un’ecoterrorista impegnata a sabotare le linee elettriche degli impianti siderurgici, fino a quando il desiderio di maternità la metterà davanti a una scelta cruciale.

film sulla natura tra finzione e realtà

Continuiamo con dei titoli di film dalla sceneggiatura inventata ma che trovano riscontro nella realtà. Un mondo fragile (2015) parla del ritorno di un campesino alla sua terra per aiutare la famiglia abbandonata 17 anni prima. Lo scenario che trova davanti a sé è ben diverso da quello che aveva lasciato: gli abitanti lavorano ora in una grossa monocultura di canna da zucchero, piegati dai diktat del “progresso”. Di vecchia datazione sono invece La foresta di smeraldo (1985) e Dove sognano le formiche verdi (1984). Il primo dipinge un’ambientazione purtroppo molto attuale: la disputa fra un’impresa ingegneristica e una popolazione di indigeni nella foresta amazzonica. Il secondo film narra invece la vicenda del territorio conteso fra gli aborigeni australiani e una compagnia mineraria, in parte rifacendosi alla reale disputa legale “Milirrpum contro Nabalco Pty Ltd”.

I protagonisti del film Re della terra selvaggia (2012) sono Hushpuppy e Wink, una bambina e suo padre che vivono nelle paludi della Lousiana. Il territorio è soggetto a continue alluvioni, in peggioramento a causa del surriscaldamento globale. L’innalzamento della temperatura aumenta infatti la probabilità di eventi estremi come gli uragani. Wink scopre di avere una grave malattia e cerca di insegnare alla figlia come sopravvivere senza di lui.

Docu-film sulla natura e sui disastri ecologici

Anche Un posto sicuro (2015), seppur romanzato in alcune parte, riprende i fatti storici del caso italiano Eternit. Amore e dolore ruotano attorno alle vicende di Casale Monferrato, dove moltissime persone furono colpite da malattie polmonari a causa della lavorazione dell’amianto. L’inchiesta aperta negli anni Settanta porterà alla chiusura dell’impianto e alla dismissione della fabbricazione di amianto in Italia. Sempre di produzione italiana, Biùtiful cauntri (2007) affronta il tema dei rifiuti in Campania. Ecomafia, discariche abusive, inquinamento: un’analisi dettagliata di un problema ambientale e sociale che affligge una delle più belle regioni italiane.

Per ultimo, proponiamo il docu-film The Age of Stupid (2009). In questa pellicola il regista Franny Armstrong mescola immagini reali, parte recitate e pezzi d’animazione per dipingere una sceneggiatura distopica simile a quelle descritte sopra per i film di fantascienza. Il protagonista vive in un pianeta devastato nel 2055 e osserva i comportamenti degli uomini di cinquant’anni prima, ponendosi la seguente domanda: “Perché non abbiamo fermato il riscaldamento globale quando ne avevamo l’opportunità?”.

Leggi anche: “Ecomafia: quando il profitto ruba il futuro”

Ricordiamoci della realtà quando la tv si spegne

Abbiamo scelto di menzionare questo film alla fine di un lungo elenco per ricordare che gli scenari sopradescritti – uragani, città allagate, carestie dovute alla siccità, contese fra popolazioni indigene e grandi imprese – non esistono solo nella finzione, ma sono reali e in aumento in varie parti del mondo. I titoli elencati possono dunque stimolarci ad approfondire, indagare e capire la realtà scientifica che sta dietro alle immagini che vediamo nello schermo della televisione o del pc. Soprattutto durante queste feste, vedere un film sulla natura e sul cambiamento climatico è un ottimo passatempo che possiamo adottare per accrescere la nostra conoscenza sulle tematiche ambientali.

Leggi anche: “Eventi estremi in Italia: danni e vittime. Quando cambierà la politica?”

20 documentari sull’ambiente da non perdere

documentari sull'ambiente

L’ambientalismo sta finalmente conquistando diversi canali di comunicazione, compreso il mondo del cinema. Si trovano ormai numerosi titoli sull’emergenza climatica e sulla sostenibilità nelle varie piattaforme streaming. Abbiamo selezionato i migliori documentari sull’ambiente da vedere almeno una volta nella vita. Nel nostro sito potete trovare anche la selezione dei migliori film legati alla tematica ambientale e i migliori cartoni sull’ambiente per bambini e ragazzi.

documentari sull’ambiente: la nostra selezione

Ecco la nostra selezione di documentari sull’ambiente. Potete trovare l’elenco completo dei trailer nel nostro canale Youtube cliccando sul seguente link.

1. Punto di non ritorno – Before the flood (2016)
2. Domani (2018)
3. Chasing Ice (2012)
4. The True Cost (2015)
5. Cowspiracy (2014)
6. Una vita sul nostro pianeta (2020)
7. Antropocene (2018)
8. Minimalism (2015)
9. A plastic Ocean (2016)
10. Una scomoda verità (2007) e Una scomoda verità 2 (2017)

11. Virunga (2014)
12. Mission Blue (2014)
13. La fattoria dei nostri sogni (2018)
14. I am Greta (2020)  
15. Soyalism (2018)
16. Unlearning (2015)
17. Trashed (2012)
18. Ice on Fire (2019)
19. Un mondo in pericolo (2012)
20. Ragazzi Irresponsabili (2020)

Conoscere il cambiamento climatico

Per chi non sa da dove iniziare, uno dei migliori documentari sull’ambiente degli ultimi anni è Il punto di non ritorno (Before the Flood) di Leonardo di Caprio. La fama del protagonista non deve certo far dubitare sul contenuto del documentario. Egli stesso nel film racconta del forte scetticismo che aleggia ad Hollywood nei confronti del suo attivismo. Come se un attore non potesse appassionarsi alle tematiche ambientali. Al contrario, l’incessante lavoro di Di Caprio per diffondere l’importanza della crisi climatica si rivela di fondamentale importanza per l’enorme ascendente che ha nei confronti del suo pubblico. Di Caprio è stato anche nominato dall’ONU ambasciatore per la pace nel contrasto al cambiamento climatico.

Il punto di non ritorno segue la linea del precedente documentario Una scomoda Verità (An Inconvenient Truth), prodotto dall’ex Vicepresidente degli Stati Uniti Al Gore. Questi due documentari sono accomunati dal voler presentare la crisi climatica con estrema chiarezza, anche per chi non conosce nulla riguardo all’argomento. Entrambi i docu-film hanno avuto un sequel: nel 2017 Al Gore pubblica Una scomoda Verità 2, con gli aggiornamenti sul clima fino agli accordi di Parigi. Due anni dopo esce Ice on Fire di Di Caprio, dove il focus principale vira dall’analisi del problema alla ricerca delle soluzioni.

documentari sull’ambiente e sulla sostenibilità

In riferimento alla sostenibilità e alle varie opzioni per contrastare la crisi climatica proponiamo qui di seguito quattro interessanti titoli. Di recente abbiamo segnalato il documentario Domani (2018), prodotto da LuckyRed. In questa pellicola si parla delle soluzioni implementate nei vari continenti. Speranza e concretezza accompagnano le avventure dei quattro protagonisti alla scoperta di un mondo migliore che esiste già. Un viaggio simile era già stato affrontato in Unlearning (2013), un documentario dove una famiglia italiana esplora il pianeta per sei mesi con un unico mezzo di pagamento: il baratto.

Leggi il nostro articolo: “Comunicare la sostenibilità in maniera positiva è la chiave”

Dello stesso taglio segnaliamo La fattoria dei nostri sogni (2019) che racconta il cambio di vita di due americani. Il loro sogno di gestire una fattoria si scontra con l’imprevedibilità della natura ai tempi del cambiamento climatico, ma allo stesso tempo ci mostra la versione più profonda e autentica del rapporto uomo-natura. Anche Minimalism parla di un cambiamento radicale nello stile di vita. Il protagonista intraprende un percorso di allontanamento dai beni materiali per riscoprire la bellezza dell’essenzialità.

L’importanza della biodiversità

Tutto un altro filone di approfondimento sull’emergenza climatica riguarda la perdita di biodiversità e la preservazione degli ecosistemi. Come panoramica complessiva consigliamo Anthropocene (2019), in cui si mostra come l’azione umana abbia talmente alterato gli equilibri terrestri da denominare una nuova era geologica, ovvero l’antropocene. Un mondo in pericolo (2012) tratta specificitamente dell’importanza delle api e dei pericoli sulla loro estinzione. Virunga (2014) si concentra invece sul lavoro di conservazione dell’ecosistema all’interno del Parco Nazionale del Virunga nella Repubblica Democratica del Congo. Chasing Ice (2012) documenta il problema dello scioglimento dei ghiacciai con delle immagini mozzafiato grazie alla co-produzione di National Geographic. Mission Blue (2014) tratta invece dell’ambiente sottomarino e dei profondi cambiamenti registrati negli oceani.

documentari sull’ambiente: moda, cibo, spazzatura

Esiste poi tutta una serie di documentari che trattano di singoli settori con un forte impatto sul cambiamento climatico. Collegato all’oceano e al problema dell’inquinamento dei mari troviamo A plastic Ocean (2016). Sul tema della spazzatura segnaliamo invece Trashed (2012), in cui l’attore Jeremy Irons compie numerose interviste per parlare del consumismo e delle conseguenze in termini di rifiuti. Grande attenzione in questo documentario viene data al sistema alimentare e agli sprechi presenti in esso.

Sul tema cibo un titolo da non perdere è Cowspiracy (2014). Il protagonista Kip Andersen, ambientalista convinto da molto tempo, si imbatte in una ricerca che delinea l’enorme responsabilità del settore della carne sulla crisi climatica.  Un altro spunto interessante sul sistema alimentare nel suo rapporto con il clima è Soyalism (2018). Qui non si analizza solamente l’inquinamento prodotto dagli allevamenti, ma anche il sistema insostenibile che sta dietro le monoculture come la soia. Intendiamo insostenibile non solo dal punto di vista ambientale, ma anche economico e sociale, dato che le monoculture e gli allevamenti intensivi danneggiano soprattutto le popolazioni locali.

Per quanto riguarda il mondo della moda, un must da non perdere è The True Cost (2015). Un film di denuncia verso il mondo della fast fashion. Contaminazione dell’aria e delle acque, malattie legate ai materiali tossici, sfruttamento dei lavoratori: un sistema che propone prezzi bassissimi nel mondo occidentale ma che nasconde terribili verità nelle prime fasi della catena produttiva. The True Cost apre gli occhi ed è grazie ad esso che tantissime blogger si sono appassionate alla moda sostenibile.

Documentari sull’ambiente: monografie

Infine, segnaliamo dei titoli biografici in cui si raccontano le storie di alcune personalità legate all’attivismo ambientale. Di recente uscita troviamo I am Greta (2020) e Ragazzi Irresponsabili (2020). Il primo è un ritratto da vicino dell’icona ecologista Greta Thunberg fatto dal regista svedese Nathan Grossman. Nella seconda pellicola invece il regista Ezio Maisto racconta le storie di alcuni protagonisti del movimento Fridays For Future Italia. Proprio per sottolineare che Greta non è un personaggio ma una persona, che assieme a tante altre compie un lavoro incessante di mobilitazione e sensibilizzazione ambientale.

Per ultimo, un altro capolavoro di quest’anno è il film di casa Netflix David Attenborough: una vita sul nostro pianeta (2020). Divulgatore scientifico e pioniere del documentario naturalistico, in questo film racconta decenni di lavoro a contatto con la natura. Ed è proprio con le parole di David Attenborough che vogliamo concludere il nostro elenco di documentari sull’ambiente: “Dobbiamo imparare a lavorare con la natura, piuttosto che contro di essa”.

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