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Rifiuti radioattivi: nessun comune italiano vuole ospitarli

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Se volessimo paragonare la vicenda dei rifiuti radioattivi italiani a una Serie TV a puntate, potremmo dire di essere a metà stagione. Più precisamente saremmo nel mezzo dell’episodio chiave di volta in cui i fili sono al culmine dei loro intrecci e che, nel breve termine, inizieranno ad essere sciolti. Nella scorsa puntata abbiamo infatti parlato di come l’Unione Europea pretendesse dall’Italia una risposta in merito al nostro programma di smaltimento dei rifiuti radioattivi. Nel momento in cui l’italiana SOGIN (Società Gestione Impianti Nucleari) ha presentato il suo piano, però, è accorsa una rivolta nazionale, che ancora non sappiamo quando, come e se sarà risolta.

Il richiamo dell’UE

Riassumiamo la puntata precedente (che trovate interamente in questo articolo). A fine ottobre la Corte di Giustizia UE ha avviato una procedura di infrazione contro l’Italia in merito alla gestione dei rifiuti radioattivi. Nonostante nel nostro Paese le centrali nucleari siano state definitivamente chiuse nel lontano 1990, l’Italia non ha ancora avviato un efficiente programma di gestione degli scarti. Questi sono, di fatto, bombe a orologeria pericolose per l’ambiente e la popolazione, ma la quantità di questi oggetti nel nostro paese è sconcertante.

Secondo l’ ISIN (Ispettorato Nazionale per la Sicurezza Nucleare) in Italia vi sono 33 mila metri cubi di rifiuti nucleari custoditi momentaneamente nei luoghi dove sono stati prodotti, come ad esempio nelle vecchie centrali nucleari ormai dismesse. Nei prossimi 50 anni i rifiuti nucleari potrebbero raggiungere i 78mila metri cubi che deriveranno dai residui dalla ricerca, della medicina nucleare e dell’industria.

Per arginare i possibili pericoli derivanti da queste improvvisate e poco sicure discariche radioattive, nel 2013 era stata emanata una direttiva UE che chiedeva agli stati membri di presentare le loro soluzioni per lo stoccaggio di questi rifiuti. Il tempo, però, è trascorso e l’Italia, insieme ad Austria e Croazia, non ha presentato alcun piano. Almeno fino ad ora.

Il piano del Deposito Nazionale per i rifiuti radioattivi

Il progetto italiano per lo stoccaggio di questi rifiuti è un Deposito Nazionale a cui sarebbero destinati i 74 metri cubi di materiali a bassa o molto bassa radioattività. Ciò significa che dovranno essere depositati in una sorta di scatola protettiva per almeno 300 anni, ovvero il tempo nel quale perdono la carica radioattiva. O meglio, finché la carica non sarà più a livelli considerati dannosi per la salute e l’ambiente.

Da non dimenticare sono i residui a media o alta attività. Questi si neutralizzano soltanto dopo migliaia o centinaia di migliaia di anni. Per questo dovranno necessariamente essere depositati in una sorta di bunker geologico, quindi interrato, per prevenirne al massimo i potenziali danni. Al momento, però, questo magazzino geologico non esiste. Pertanto anche questi 17 mila metri cubi di rifiuti altamente pericolosi dovranno essere temporaneamente immagazzinati nel Deposito Nazionale.

Come è fatto il Deposito di rifiuti radioattivi

Il Deposito sarà costituito da una serie di contenitori, per la maggior parte in cemento armato, posizionati “a matrioska”, quindi uno dentro l’altro. Il primo è quello classico, che vediamo in film e giornali, dei rifiuti radioattivi. Parliamo di un cilindro o un parallelepipedo metallico che contiene i rifiuti in forma solida. A loro volta questi contenitori vengono posizionati in cubi di calcestruzzo alti quasi due metri.

E ancora, questi moduli sono inseriti in celle di cemento armato grandi 27 metri per 15 e alte 10 metri, progettate per resistere almeno 350 anni. Nel deposito verranno “ammassate” 90 di queste celle. Infine, l’ultima barriera protettiva consiste in una sorta di collina artificiale alta qualche metro, composta a sua volta da diversi strati di vari materiali. Il suo compito è quello di rendere il deposito impermeabile all’acqua, oltre che piacevole alla vista.

Dove verrà costruito il deposito?

Siamo arrivati quindi al frame della resa dei conti, in cui tutte queste parole devono essere messe in pratica. Solitamente, infatti, è proprio lo scontro con la realtà a rendere le cose, diciamo così, interessanti. Questo inevitabile passaggio mette in luce i lati oscuri di una questione che, se affrontata superficialmente, sembra anche troppo semplice. Produciamo rifiuti e li immagazziniamo senza che nessuno si faccia male. Poi, tra trecento anni, ci penseranno gli altri. Ma non funziona così e la realtà è appunto molto diversa.

Il 5 gennaio SOGIN ha pubblicato una mappa, detta CNAPI o Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee ove costruire questo gigantesco Deposito Nazionale di rifiuti radioattivi. I criteri utilizzati per questa decisione sono, per esempio, l’attività vulcanica o il livello di sismicità del territorio, ma anche la presenza o meno di altipiani e la concentrazione abitativa. Una completa infografica che riassume i diversi criteri è stata ben realizzata dal Post.

Alla luce quindi di queste condizioni, le tre aree più idonee sono risultate essere in provincia di Torino, di Alessandria e di Viterbo. Tutte le altre sono situate in Toscana, Basilicata, Puglia, Sicilia e Sardegna, ma hanno una valutazione di idoneità inferiore rispetto alle prime dodici. Prevedibilmente, però, nessuna delle 67 aree individuate ha accolto con piacere la notizia. Anzi, i sindaci dei comuni interessati hanno rifiutato, talvolta anche minacciando proteste e rivolte, l’idea del progetto.

Nessuno vuole i rifiuti radioattivi in casa propria

Oltre ai timori riguardanti la salute e la sicurezza dei cittadini, Sindaci e Governatori hanno esposto varie e comprensibili proteste. Il presidente della Regione Piemonte, Alberto Cirio ha sottolineato come alcune delle aree scelte tra Torino e Alessandria siano patrimonio Unesco. Ha poi aggiunto: “Immaginate una persona in procinto di comprare una casa in uno di questi comuni. Dopo aver letto la notizia voi cosa fareste al suo posto?”.

Di avviso simile è il sindaco di Matera, che nel 2018 è stata nominata capitale della cultura ed è stata quindi una destinazione molto ambita per milioni di turisti, italiani e internazionali. Ecco le parole di Bennardi. “Un deposito nella sua zona sarebbe uno sfregio per diversi motivi. Ve lo immaginate un turista che arriva in una Matera autentica e trova una discarica di rifiuti radioattivi? Matera sito Unesco e deposito di scorie nucleari? Tutto questo terrebbe lontano chiunque”. Sulla sua scia anche il Ministro Roberto Speranza, di origini lucane, ha affermato che la Basilicata è una zona sismica di tipo 2, quindi sarebbe impensabile accogliere qui rifiuti radioattivi.

Una soluzione c’è, e creerà caos

Se nessuno si offrirà volontario tra i comuni scelti per ospitare il Deposito, Sogin dovrà pensare a trattative bilaterali per trovare una soluzione condivisa. La decisione finale spetta al ministero dello Sviluppo economico, che individuerà l’area con un decreto. L’obiettivo è di costruire il deposito entro il 2025.

Un sindaco coraggioso?

L’unico ad essersi fatto avanti è Daniele Pane, Sindaco di Trino, in provincia di Vercelli. Questa piccola cittadina però non è presente nella mappa pensata da SOGIN, anche se proprio qui in passato è stata costruita una delle centrali nucleari italiane ormai dismesse. Pane ha affermato che “se in passato si pensò a questo sito per l’installazione della centrale, magari potrebbe andare bene anche per il deposito. Già oggi noi facciamo da deposito nazionale. Quasi l’80 per cento dei rifiuti radioattivi italiani sono stoccati tra Trino e Saluggia. Piuttosto che rimanere in questo stato di provvisorietà, preferirei ospitare il deposito definitivo con tutti gli standard di sicurezza”.

Il ministro Sergio Costa di tutta risposta ha affermato quanto segue. “Leggo che alcuni sindaci di città non presenti nella lista si stanno candidando: se non si è nella lista il proprio territorio non possiede le caratteristiche tecniche per ospitare il deposito”. Il che mette tristemente in luce anche le falle nella legislazione italiana, che non molti anni fa permetteva il funzionamento di una centrale nucleare in un territorio evidentemente non idoneo a questa attività.

I vantaggi del Deposito Nazionale

Il sindaco di Trino, probabilmente, vorrebbe anche aver accesso ai 30 milioni di euro promessi ai comuni ospitanti. I costi per la costruzione del deposito invece ammontano a 900 milioni, che saranno in parte ammortizzati grazie alla bolletta elettrica degli italiani. Da questa già oggi vengono detratti i soldi di compensazione per le aree in cui si trovano i depositi provvisori.

Un altro vantaggio dell’avere “in casa propria” il Deposito Nazionale sarebbe la creazione di migliaia di posti di lavoro. Sia per i quattro anni di costruzione dell’impianto, ma anche durante il funzionamento dell’impianto stesso, che potrebbe occupare dalle 700 alle 1000 persone. Alcuni ritengono che bisognerebbe rendersi conto che le scorie sono anche il frutto di un efficiente programma di ricerca medica e di implementazione di cure delle quali loro stessi e tutta la popolazione giovano.

Gli svantaggi del nucleare

Però è comprensibile che nessuno voglia farsi carico di decisioni sbagliate prese in passato, come l’apertura sul suolo nazionale delle centrali. Il nucleare è da molti considerato un’alternativa alle fonti fossili. Ma, oltre ai disastri ambientali devastanti come quello di Chernobyl, anche i recenti fatti riguardo allo smaltimento delle scorie mettono in luce il limite di questo tipo di energia. La quale porta a dover immagazzinare rifiuti nelle più disparate aree del mondo il cui spazio, ricordiamolo, è limitato. Qui, permettetemi, stiamo raggiungendo il livello di chi necessita di fugare il dubbio sulla sfericità della Terra.

Leggi anche: A Chernobyl le radiazioni sono aumentate di 16 volte

Inoltre, se è vero che molte scorie derivano dalla ricerca medica, è anche vero che altrettante sono prodotte dall’industria. Non è questa la sede per snocciolare una possibile inchiesta sulla provenienza di questi rifiuti, ma sappiamo che probabilmente il generico termine “industrie” si riferisce a stabilimenti che producono oggetti inutili atti a soddisfare la nostra fame di consumismo. Ma, in mancanza di grosse novità, approfondiremo forse questo tema nella prossima puntata.

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di Iris Andreoni
Gen 18, 2021
Nata a Milano nel 1991 ma bergamasca di adozione, è tornata nella sua città natale per conseguire la laurea specialistica in Lettere Moderne, un corso di studi che ha cambiato la sua vita e il suo punto di vista sul mondo. Ha infatti imparato ad approfondire e affrontare criticamente argomenti di varia natura e dare in questo modo priorità a ciò che nella vita è davvero importante. Il rispetto per l’ambiente è una di queste cose e, grazie ad alcuni libri e documentari, ma anche dopo due viaggi in Asia, Iris si interessa in modo particolare a questo ambito. Durante l’università scrive recensioni e interviste sul blog letterario Viaggio nello Scriptorium e, terminati gli studi, si appassiona al mondo del giornalismo, decidendo di sfruttare il grande potere della scrittura per comunicare al mondo i suoi interessi e le notizie più importanti. Collabora come redattrice con il giornale Bergamo Post e ha poi l’onore di frequentare il Corso di Giornalismo Ambientale Laura Conti organizzato da Legambiente. Qui conosce altri aspiranti giornalisti e insieme decidono di dare il loro contributo per informare l’Italia riguardo all’emergenza ambientale cui stiamo assistendo e di cui non molti sembrano essersi accorti. Per l’Ecopost Iris si occupa della redazione di contenuti e comunicazione sui Social Media.

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