La pandemia è stata innescata dal clima più caldo

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Che la pandemia sia stata causata anche dallo sfruttamento ambientale da parte dell’uomo ormai è stato scientificamente assodato. A corroborare questa tesi sono sopraggiunti i ricercatori del dipartimento di zoologia dell’Università di Cambridge. Dallo studio condotto nella prestigiosa università si evince come il mutamento degli habitat dovuto ai cambiamenti climatici abbia innescato la diffusione del Covid-19 per mezzo di animali selvatici quali i pipistrelli. Vediamo in che modo.

Pandemia: se la crescita delle foreste ci tradisce

Un dato decisamente meno noto riguardante l’origine della pandemia è quello relativo alla crescita degli alberi. Recentemente, anche grazie a massicce campagne di piantumazione verde da parte di famosi marchi, la crescita forestale è vista da molti come un fattore estremamente positivo per la salvaguardia dell’ambiente. Talvolta, però, non è così, o almeno non se la crescita non è molto ben controllata.

Nello studio si legge che le temperature più alte, l’aumento della luce solare e quello dell’anidride carbonica nell’aria hanno stimolato la crescita di piante in luoghi prima quasi desertici. Più precisamente, gli habitat di alcune zone della Cina meridionale, dello Yunnan e delle regioni adiacenti in Myanmar e Laos si sono trasformati da arbusti tropicali a savana tropicale e poi a boschi decidui. Questo ha creato un ambiente adatto per la proliferazione di molte specie di pipistrelli, che vivono prevalentemente nelle foreste.

Da qui, poi, la storia è nota. I pipistrelli di tutto il mondo sono portatori di oltre 3000 specie di coronavirus. Ognuno, quindi, può portare con sé più di due virus. Uno di questi, il ben conosciuto Covid-19, era ospite di uno di quei pipistrelli appena trasferiti nella zona grazie alla nuova ricchezza della vegetazione. Ha poi raggiunto un innocente pangolino, il quale a sua volta è stato strappato dal suo habitat per finire in un mercato di animali selvatici di Wuhan. Il passaggio dall’animale all’uomo, in questo ambiente che pullulava di organismi attraverso cui proliferare, gli esseri umani appunto, è stato per il virus molto semplice.

La vegetazione della regione dello Yunnan, in Cina

Una scoperta importante

Questa constatazione è risultata dalla creazione, da parte dei ricercatori inglesi, di una mappa della vegetazione mondiale dei primi del ‘900 e nei tempi recenti. Per farlo hanno utilizzato i dati relativi alle temperature, alle precipitazioni e alla copertura nuvolosa. Successivamente hanno analizzato la presenza dei pipistrelli in varie zone del mondo, per verificarne la coincidenza. Così è risultato chiaro che alcune specie si sono spostate proprio in concomitanza con il cambiamento della vegetazione, dovuta a sua volta all’aumento di temperatura.

Robert M. Beyer, lo scienziato a capo del team di ricerca, ha affermato quanto segue. Poiché il cambiamento climatico ha alterato gli habitat, le specie hanno lasciato alcune aree e si sono trasferite in altre, portando con loro i loro virus. Questo non solo ha alterato le regioni in cui sono presenti i virus, ma molto probabilmente ha permesso nuove interazioni tra animali e virus, causando la trasmissione o l’evoluzione di virus più dannosi. Sostanzialmente, con la proliferazione delle specie di pipistrelli, anche i virus si sono moltiplicati, mutando natura e diventando talvolta più resistenti e aggressivi.

Cambiamenti climatici e pandemia: l’inquinamento

Oltre il 60% delle malattie infettive emergenti in tutto il mondo è riconducibile alle zoonosi, e in particolare alla fauna selvatica. Già solo questo fatto dovrebbe portarci a rivalutare la cura dell’ambiente a 360 gradi, fosse anche solo per un egoistico istinto di conservazione. Un altro fattore che dovrebbe stimolare i politici del mondo ad agire contro i cambiamenti climatici è la connessione tra inquinamento ed effetti del Covid.

Nelle aree in cui si è maggiormente diffusa l’epidemia le concentrazioni di inquinanti atmosferici superano ampiamente i limiti massimi. L’esposizione cronica agli inquinanti atmosferici è stata associata alla sovraespressione polmonare, nota per essere il recettore principale per il Covid-19. Anche il numero di ricoveri in terapia intensiva e il tasso di mortalità sono risultati strettamente correlati alla quantità di particolato atmosferico nelle regioni italiane. Nelle regioni particolarmente inquinate, la mortalità era due volte superiore rispetto alle altre.

È il momento di agire

Inoltre, come abbiamo approfondito qui, sembra che il particolato atmosferico funzioni da carrier, ovvero da vettore per molti contaminanti chimici e biologici, come i virus. In più, le particelle inquinanti costituiscono un substrato che permette al virus di rimanere nell’aria in condizioni vitali per più tempo. Alla luce di questi fatti e dello studio da lui condotto con l’Università di Cambridge, Andrea Manica ha esortato i responsabili politici a riconoscere il ruolo del riscaldamento globale nei focolai delle malattie virali. Li ha poi incoraggiati ad affrontare la crisi climatica nell’ambito dei programmi di ripresa economica post Covid-19.

Manica ha ricordato che la pandemia di Covid-19 ha causato enormi danni sociali ed economici. I governi devono cogliere l’opportunità di ridurre i rischi per la salute derivanti dalle malattie infettive, adottando misure decisive per mitigare i cambiamenti climatici. Camilo Mora, terzo autore dello studio, ha aggiunto che il fatto che il cambiamento climatico possa accelerare la trasmissione di agenti patogeni dalla fauna selvatica all’uomo dovrebbe essere un campanello d’allarme urgente per ridurre le emissioni globali.

Mario Draghi: cosa aspettarsi sulle politiche ambientali

Mario-Draghi

L’ex Presidente della Bce ed economista di fama mondiale Mario Draghi è stato incaricato dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella di affrontare un nuovo governo. Una notizia accolta con gioia da una buona parte della popolazione, visto il suo “alto profilo”.

Ma cosa possiamo aspettarci dalla sua Presidenza in termini di misure ambientaliste?

Durante il suo primo discorso pubblico dopo l’assegnazione dell’incarico, Draghi non ha esitato a mettere al centro del discorso il Recovery Plan, una risorsa senza dubbio fondamentale se si vuole attuare una vera e propria conversione ecologica del Paese.

Abbiamo a disposizione le risorse straordinarie dell’Ue, abbiamo la possibilità di operare con uno sguardo attento alle future generazioni e alla coesione sociale

Per andare a scovare uno sprazzo di ambientalismo tra le sue prime parole da Premier, bisogna però andare ad interpretare questa frase in un modo che si può definire ottimistico. Tra tutte le crisi elencate da Draghi, di quella ambientale e climatica non ce n’è traccia. Almeno per ora.

L’Unione Europea preme

Tuttavia, l’attenzione che sta rivolgendo l’Unione Europea alla questione ambientale, finirà sicuramente per influenzare alcuni dei provvedimenti inseriti nel Recovery Plan. La pianificazione di uno sviluppo economico che vada a braccetto con la sostenibilità ambientale è infatti uno dei criteri con cui verrà giudicato il documento. Inoltre, sebbene sia a tutti gli effetti un’economista, e sappiamo bene come il binomio economia-sostenibilità sia percepito come antitetico, durante la sua lunga carriera non sembrano esserci grosse macchie in termini di incarichi per aziende particolarmente dannose.

A parte qualche anno passato alla Goldman Sachs, quarta banca al mondo, tra il 2002 e il 2005, in cui è quanto meno probabile che abbia gestito dei fondi di investimento in settori dannosi per l’ambiente, gli altri ruoli ricoperti sono stati per lo più istituzionali. Riguardo a questo, si potrebbe aprire un discorso molto ampio sulle oggettive responsabilità delle istituzioni per l’immobilità con cui hanno affrontato l’avanzare della crisi climatica. Ma quando si parla di ambiente, si parla di futuro. Ed è in quella direzione che bisogna guardare per trovare soluzioni credibili al problema.

L’attenzione verso le giovani generazioni

La situazione cambia drasticamente se invece guardiamo alle parole pronunciate dall’ex-Presidente della Bce durante l’incontro annuale organizzato dalla Fondazione Meeting Per l’Amicizia fra i popoli, tenutosi lo scorso agosto.

“Il ritorno alla crescita che rispetti l’ambiente e non umili la persona è divenuto un imperativo assoluto […]. Il ritorno alla crescita e alla sostenibilità delle nostre politiche economiche sono essenziali per rispondere al cambiamento dei desideri delle nostre società […]. La protezione dell’ambiente, con la riconversione delle nostre industrie e dei nostri stili di vita è considerata dal 75% delle persone nei 16 maggiori Paesi al primo posto nella risposta dei governi a quello che è il più grande disastro sanitario dei nostri tempi

In quest’occasione Draghi ha sottolineato, eccome, la centralità della questione ambientale nella pianificazione di un futuro che possa essere sicuro per le future generazioni. Di fronte a queste dichiarazioni risulta quindi lecito guardare ai prossimi mesi, e perché no ai prossimi anni, con un cauto ottimismo.

D’altronde, che il futuro dell’economia mondiale passi per una conversione ecologica sostanziale, è ormai un dato di fatto. E Draghi questo lo sa bene.

Economia e ambiente possono andare a braccetto

In un momento di totale incertezza come quello che stiamo vivendo, l’assegnazione del ruolo di Primo Ministro ad uno degli economisti migliori del mondo può essere consdierata una vera e propria boccata d’ossigeno. Soprattutto alla luce delle sue dichiarazioni di meno di sei mesi fa. E se a dire che l’idea di uno sviluppo economico incentrato sulla sostenibilità è più che concreta, è un uomo del suo profilo, questo significa che è davvero possibile.

Ciò che resta da vedere, come sempre in questi casi, è se e come le belle parole verranno trasformate in azione. Fino ad ora, di slogan ne abbiamo sentiti fin troppi e, molto spesso, ci hanno lasciato interdetti. Sebbene infatti la questione climatica abbia guadagnato un minimo di attenzione mediatica, siamo ancora ben lontani dal trattarla con l’urgenza che merita. E la colpa è inevitabilmente anche dei governi e dei decisori politici di tutto il mondo. Ad oggi, sebbene qualcosa sia stato fatto, siamo ancora ben lontani dal raggiungimento dei target intermedi previsti per arginare l’aumento della temperatura media mondiale al di sotto dei 2 gradi.

Draghi questo lo sa bene, così come è consapevole dei danni economici, e non solo, che l’avanzare del cambiamento climatico porterebbe all’Italia. Abbiamo a disposizione una chance incredibile per far ripartire il nostro pase in modo green, grazie ad una quantità di finanziamenti mai vista prima. Guai ad abbassare la guardia, i “soliti noti” sono dietro l’angolo e hanno puntato questi soldi da lontano. Ma le parole del neo Presidente del Consiglio dei Ministri dello scorso agosto, possono farci ben sperare.

Speriamo che non ci deluda, come fatto dai suoi predecessori.

Deforestazione: ‘Quanta foresta avete mangiato, usato o indossato oggi?’

Dietro i prodotti di largo consumo, alcuni anche tipicamente italiani come il caffè, si cela una massiccia, sistematica deforestazione: è quello che emerge da un report del WWF (fonte di tutti i dati riportati in questo articolo)

Sembra che ci siamo abituati agli incendi in Amazzonia, alla scomparsa del polmone verde della terra, alla deforestazione. Notizie divenute abituali, niente che ci sconvolge (quasi) più: spesso l’abitudine ci fa dimenticare l’importanza delle foreste.

Negli ultimi 30 anni sono stati deforestati 420 milioni di ettari di terreni, più o meno come la superficie dell’intera Unione europea (UE). Il saldo tra deforestazione e creazione di nuove foreste è negativo per 178 milioni di ettari, un’area equivalente a quella della Libia. Ma a quale scopo?

Leggi anche: Deforestazione Amazzonia: quando la natura non ha voce (lecopost.it)

Quali sono le cause della deforestazione?

La conversione delle foreste in terreni agricoli è responsabile del 73% della deforestazione e ne è oggi la prima causa nelle aree tropicali e subtropicali del nostro pianeta.

È il Brasile il paese con il tasso di deforestazione più alto e raccapricciante. Negli ultimi 30 anni, 65 milioni di ettari di foresta amazzonica brasiliana sono stati trasformati in pascoli e campi coltivati. Questa espansione della produzione ha portato benefici sociali in alcune regioni. Sì, ma a che prezzo? Il prezzo è l’aumento delle disuguaglianze sociali in altre regioni, il contributo ai cambiamenti climatici a livello locale ed il potenziale di alterare il sistema climatico su scala planetaria.

Deforestazione incorporata: il ruolo dell’UE e dell’Italia

Ciò che viene sottolineato nel report è la stretta correlazione tra la deforestazione, in particolare in Sud America, ed il consumo di prodotti nell’UE ed in Italia.

Dal 2013 la commissione europea analizza tale relazione. Essa è riassunta nel concetto di ‘’embedded deforestation’’, cioè quanta ‘deforestazione è incorporata nella produzione di alcuni beni e servizi. Con le sue importazioni, risulta che l’UE è responsabile del 10% della deforestazione globale.

Deforestazione e Made in Italy?

Anche la responsabilità dell’Italia è tutto fuorché trascurabile. È diffuso infatti l’utilizzo di carni e mangimi provenienti da deforestazione indiretta per la produzione delle eccellenze del made in Italy, come salumi e formaggi. Non sono esenti nemmeno i prodotti IGP: ne è un esempio la bresaola, in parte proveniente da cosce congelate di zebù (Bos taurus spp) un bovino allevato prevalentemente in Brasile.

Quali sono i prodotti responsabili della deforestazione?

Soia, carne di manzo, legno e olio di palma, i principali, a cui si aggiungono caffè, pellame ed i lattiero-caseari.

Carne bovina

L’allevamento bovino è il primo driver della deforestazione. Circa l’80% della distruzione della Foresta Amazzonica deriva da questo settore. Un quinto (17%) della carne bovina importata in Unione europea dal Brasile è legato alla deforestazione illegale. Anche l’Italia importa 1/3 delle carni bovine dall’Amazzonia , rendendo il Brasile la prima fonte di carne proveniente dall’estero . Il nostro Paese ha indotto in media una deforestazione che va da 11.153 ha/anno (ipotesi di massimo) a circa 5.900 (ipotesi di minimo).

Soia

Segue la soia, la cui produzione è aumentata negli ultimi 50 anni a causa dell’incremento del consumo di carni: la soia è destinata infatti per l’80% alla produzione di farine usate. Di questo, il 97% è destinato ai mangimi animali. E’ il Brasile il maggiore produttore e L’UE è al secondo posto al mondo per importazione di questo legume, dopo la Cina. Bisogna sottolineare che un quinto della soia importata in UE dal Brasile è legata a deforestazione illegale. L’Italia è al terzo posto in UE per importazioni di farina di soia che hanno indotto una deforestazione media di circa 16.000 ha/anno.

Caffè

Dopo l’acqua, il caffè è la bevanda più consumata al mondo, ogni giorno.

Secondo i dati, la produzione di caffè dovrà triplicare entro il 2050 per soddisfare la domanda globale: il 60% dell’area che sarebbe idonea a coltivare il caffè nel 2050 è oggi coperta da foreste. L’Europa rappresenta il 33% del consumo globale di caffè. I Paesi da cui proviene il caffè bevuto in Europa sono il Brasile (il 31% delle importazioni extra-Ue) e Vietnam (22%). L’Italia è il secondo maggiore importatore di caffè in UE, dopo la Germania.

Legno

Nell’ambito dei settori legno-arredo e della carta l’Italia riveste un doppio ruolo: da un lato quello di un importatore pressoché netto di materie prime grezze e/o semilavorate, dall’altro quello di un forte esportatore di prodotti finiti.

La deforestazione potenziale associata all’import italiano di legno e prodotti derivati tra il 2010 e il 2018 oscilla complessivamente tra 99.135 ha (stima per difetto) e 313.896 ha (stima per eccesso), il 95% dei quali dovuti all’import diretto.

Pellame

L’Italia ha un ruolo da protagonista in questo ambito per quanto riguarda l’approvvigionamento della pelle, di cui è il massimo importatore al mondo, per fornire alcune delle più importanti industrie del Made in Italy: moda, arredamento, automotive. L’Italia è il 2° maggiore importatore al mondo di pelli dal Brasile, dopo la Cina. Comprare pellame in Brasile significa essere di fronte ad un alto rischio di avere a che fare con la deforestazione.

Cosa significa quindi davvero ‘’qualità’’ ed ‘’eccellenza’’? Siamo spesso ignoranti circa l’origine dei prodotti che consumiamo abitualmente. Forse, scorgere dietro le etichette l’ombra di una sistematica deforestazione può insegnarci ad adottare un’inedita, più responsabile prospettiva per rispondere a queste domande.

Consigliamo la visione del documentario Deforestazione Made in Italy , ”una storia che mette in discussione il concetto di “eccellenza”, indagando angoli bui di un sistema di produzione globalizzato.”

India, la rabbia degli agricoltori

In India, da circa due mesi decine di migliaia di agricoltori sono accampati nella periferia di Nuova Delhi. Alla fine di settembre, il governo del Primo ministro Narendra Modi ha approvato in Parlamento 3 nuove leggi riguardanti l’agricoltura. Queste ultime andrebbero a sfavore dei braccianti. Poco dopo sono scoppiate le prime proteste negli stati settentrionali del Punjab e di Haryana, che possiedono quasi il 3% dei terreni coltivabili del Paese ma producono il 50% circa delle sue eccedenze di riso e grano. A nulla è servito l’intervento “mediatore” della Corte Suprema ed i morti finora sono circa 150.

Cosa sta accadendo in India?

Il governo ha ignorato a lungo le proteste degli agricoltori (cominciate a settembre); ma alla fine di novembre questi ultimi si sono diretti verso Nuova Delhi. In migliaia, a bordo dei loro trattori, hanno superato barriere e fossati creati dalle forze dell’ordine per arrestare l’avanzata.

Le nuove leggi permetteranno ai commercianti privati di acquistare i raccolti direttamente dagli agricoltori, aggirando così gli uffici del governo creati per garantire l’equità dei prezzi. I sindacati degli agricoltori protestano perché ritengono che queste leggi porteranno alla sparizione degli uffici commerciali governativi, i quali acquistano gran parte delle eccedenze di cereali.

Leggi anche il nostro articolo: “Decarbonizzazione: parte la Mission Possible a Davos”

Il mese scorso, la Corte Suprema dell’India emesso un’ordinanza che sospendeva le tre controverse leggi agricole e ha ordinato la formazione di un comitato di mediazione composto da quattro membri per aiutare le parti a negoziare. Ma i leader degli agricoltori hanno respinto qualsiasi comitato nominato dal tribunale. Almeno 147 agricoltori sono morti nel corso dei mesi di proteste per una serie di cause, tra cui suicidio, incidenti stradali e esposizione al freddo.

Il malcontento degli agricoltori è stato una sfida significativa per Modi, poiché mesi di manifestazioni e sit-in in tutto il paese contro la sua politica agricola sono diventati una situazione di stallo segnata da colloqui bloccati tra gli agricoltori e la sua amministrazione. Ma i passi avanti fatti sono davvero pochi e alquanto insignificativi.

Cosa temono gli agricoltori in India?

Per decenni, il governo indiano ha offerto prezzi garantiti agli agricoltori per determinate colture; ciò dava una certezza a lungo termine che consentiva loro di effettuare investimenti per il ciclo colturale successivo. Le nuove regole consentono agli agricoltori di vendere le loro merci a chiunque a qualsiasi prezzo.

Ma gli agricoltori sostengono che le nuove leggi li lasceranno in condizioni ben peggiori, rendendo più facile per le società sfruttare i contadini e aiutare le grandi aziende a ridurre i prezzi. 

Le leggi sono state così controverse poichè l’agricoltura è la principale fonte di sostentamento per circa il 58% degli 1,3 miliardi di abitanti dell’India. Gli agricoltori sono il blocco elettorale più grande del paese, rendendo l’agricoltura una questione centrale nella politica.

I manifestanti temono che possa ripetersi l’esperienza vissuta nello stato di Bihar; dove leggi come queste sono entrate in vigore 15 anni fa portando allo smantellamento dell’infrastruttura commerciale del governo e a un calo dell’87% dei punti vendita. Gli agricoltori inoltre temono che, con l’entrata in vigore delle nuove leggi, i commercianti privati più piccoli saranno sostituiti dalle grandi aziende.

Le clausole delle nuove leggi, che vietano di ricorrere in tribunale in caso di controversie, acuiscono le loro apprensioni. Alcune delle grandi aziende dell’India, prese di mira dagli agricoltori, portano il nome di Reliance Industries e l’Adani Group; guidato da noto amico intimo di Modi.

Come si è arrivati a questo?

Il sistema dell’acquisto dei cereali da parte degli uffici di commercializzazione del governo, che secondo gli agricoltori andrebbero a scomparire con l’ingresso delle grandi corporation, nacque dal tentativo dell’India di sfamare la sua enorme popolazione.

Nel 1947, anno dell’indipendenza dalla Gran Bretagna, l’India era una nazione in deficit alimentare. Dopo decenni di scarsi raccolti e carestie, nei primi anni ’60 il Paese dette un forte impulso alla coltivazione dei cereali; lo fece affidandosi a nuove varietà ibride di riso e grano ad alto rendimento, coltivati con tecniche di agricoltura intensiva e ampio uso di fertilizzanti chimici.

Gli stati del Punjab e di Haryana (India settentrionale) erano i più adatti per adottare le nuove pratiche e gli agricoltori di quegli stati, oltre a possedere i terreni che coltivavano, questi ultimi erano più grandi rispetto ai campi di altri stati indiani; dove i latifondisti feudali davano in concessione piccoli appezzamenti di terreno ai contadini.

Il sistema dei prezzi garantiti sostenuto dal governo ha incoraggiato gli agricoltori di quelle zone a coltivare riso; lo fece garantendo introiti migliori rispetto a qualsiasi alternativa. Nel decennio successivo, la produzione nei due Stati è aumentata esponenzialmente. Così tanto che l’India ha smesso quasi del tutto di importare riso.

L’abbondante produzione di riso aiutò l’India a far fronte alla fame e alla malnutrizione, con la creazione del Sistema di distribuzione pubblica; un programma statale di erogazioni alimentari. Con il passare degli anni però, nel Punjab e in alcune aree di Haryana, la coltivazione intensiva di riso fece abbassare di centinaia di metri la falda acquifera. Inoltre, il ricorso a fertilizzanti e pesticidi avvelenò i terreni e le riserve idriche di sostanze chimiche.

Gli agricoltori di quegli stati adesso si trovano a dover fare i conti con una situazione che non può essere risolta dalle grandi aziende. Esige un maggiore coinvolgimento da parte del governo. Invece dell’aiuto di quest’ultimo, si trovano davanti nuove leggi che aumentano a dismisura il potere delle grandi aziende e riducono le funzioni del governo. In un primo momento, Modi ha reagito cercando di gettare cattiva luce sui manifestanti, per lo più Sikh. Questi ultimi, da sempre sono molto attivi nelle proteste riguardanti terreni e diritti fondamentali.

Preoccupazioni per la democrazia in India

L’accesso a Internet è rimasto bloccato lunedì 1° febbraio in diversi distretti di uno stato confinante con la capitale indiana, a seguito di violenti scontri nel fine settimana tra polizia e agricoltori. Internet sarebbe stato sospeso in almeno 14 dei 22 distretti nello stato di Haryana vicino a Nuova Delhi, fino alle 17:00 di lunedì. 

Il Ministero degli Interni indiano ha affermato che la mossa era “nell’interesse di mantenere la sicurezza e di evitare l’emergenza pubblica”.

Darshan Pal, uno dei leader di Samyukta Kisan Morcha (un fronte unito di oltre 40 unioni di agricoltori costituito nel novembre 2020 per coordinare la rivolta), ha condannato la chiusura di Internet, definendola “antidemocratica”.

“Il governo non vuole che i fatti reali raggiungano gli agricoltori che protestano, né che la loro condotta pacifica raggiunga il Mondo. Vuole diffondere falsità intorno ai manifestanti. Ha paura del lavoro coordinato dei sindacati degli agricoltori e sta cercando di tagliare i mezzi di comunicazione tra di loro”

Sebbene l’India sia la democrazia più popolosa del mondo, ha anche superato il mondo in termini di interruzioni di Internet nel 2019, secondo Access Now (un gruppo di difesa che tiene traccia della libertà di Internet).

Nello stesso anno, le autorità hanno chiuso Internet in altre aree, comprese alcune parti di Nuova Delhi; in mezzo a proteste diffuse contro una controversa legge sulla cittadinanza considerata da molti discriminatoria nei confronti dei musulmani. Le chiusure arrivano anche sullo sfondo delle crescenti preoccupazioni sulla libertà di stampa in India.

Stretto di Messina e l’incubo della plastica nei fondali

Nello stretto di Messina vivono i mostri. Non stiamo parlando di Scilla e Cariddi, che resero difficile il viaggio a Ulisse. A minacciare questo braccio di mare, che divide la Calabria dalla Sicilia, ci sono i rifiuti, che inquinano il fondale marino, danneggiando l’intero ecosistema. Uno studio, pubblicato sulla rivista Environmental Research Letters e condotta dall’Università di Barcellona, insieme ad altri centri di ricerca internazionali, ha denunciato la situazione.

I residui di materiali vari, che si depositano o vengono trascinati dalle correnti, diventano cibo per gli animali. Gli esperti si sono concentrati sull’identificazione delle esigenze su cui incentrare il monitoraggio, per poter, finalmente, arrivare ad alcune soluzioni durature. Si sono basati sulla definizione di rifiuti marini, che il Programma Ambientale dell’ONU ha descritto come “qualsiasi materiale solido persistente, fabbricato o lavorato, scartato, smaltito o abbandonato nell’ambiente marino e costiero”. Insomma, il microcosmo, in cui ci stiamo per tuffare, è alterato dalle azioni dell’uomo.

Stretto di Messina: il “mare di spazzatura” con la più alta densità di rifiuti al mondo

Gettato direttamente dalle navi o da altre piattaforme marine oppure finito in modo accidentale tra le onde, tutto lo scarto che produciamo viaggia o si sedimenta sul fondale, cambiandone o, addirittura, stravolgendone l’equilibrio. Solamente nel 2010, si è stimato che più di 8 milioni di tonnellate di rifiuti, abbandonati sulla terraferma, siano arrivati nei mari. E le prospettive sono ancor più negative. Si pensi che alcune previsioni indicano come si potrebbero monitorare fino a 90 milioni di tonnellate di emissioni plastiche negli ecosistemi acquatici entro il 2030. Se già sotto questa lente la situazione è allarmante, conoscere cosa succede sotto lo stretto di Messina è utile per comprendere ancora una volta quanto sia necessario cambiare rotta. In alcune parti del fondo, si riscontra la presenza di più di un milione di oggetti per chilometro quadrato.

A complicare il quadro si inserisce la poca conoscenza del fondale, tanto è vero che, nel 2019, gli studi in questo senso hanno rappresentato meno del 25% di tutti gli studi sui rifiuti marini, microplastiche escluse e un 1/7, includendole. La dispersione è diversa: ci sono degli inquinanti leggeri, a bassa densità, che rimangono sospesi per periodi variabili. Altri, invece, si inabissano. Nessun luogo è escluso da questo tipo di cambiamento e i dati permettono di stabilire che vi è un incremento di articoli monouso, lattine e plastiche. Nemmeno la Fossa delle Marianne è stata risparmiata: a 10900 metri, è stato registrato un sacchetto. In alcuni punti, i rifiuti superano il numero degli esseri viventi presenti. Talvolta, li ingeriscono, scambiandoli per prede, mentre si nutrono di altri organismi o quando sono a caccia di banchi. Come se non risultasse abbastanza, potrebbero mangiarli in maniera secondaria, ossia scegliendo organismi che si erano cibati di detriti in precedenza.

Leggi anche: “Isola di plastica. Cos’è? Dov’è? Come si forma?

Come monitorare i rifiuti dei fondali marini

Per fare in modo di riuscire a condurre studi approfonditi e fornire delle soluzioni concrete, bisogna fare un passo fondamentale: monitorare i fondali marini. Se quello dello Stretto di Messina è risultato particolarmente inquinato, è stato anche grazie alla messa a punto di strategie diversificate, così da permettere di incrociare i dati e avere una panoramica più completa possibile. Gli esperti, all’interno della loro ricerca, hanno fornito alcuni spunti. Innanzitutto, indagare le acque poco profonde, così da scandagliare il territorio. In secondo luogo, usare le reti a strascico, che possono essere utilizzate per valutare la densità di rifiuti su vasta scala degli stock ittici.

Questo secondo sistema, però, ha dei punti a suo sfavore più forti rispetto al primo. Potrebbe alterare -ancora una volta- l’equilibrio, riportando a galla o smuovendo detriti e rendendo l’ambiente ancora più dinamico. Un secondo elemento da tenere in considerazione è la pericolosità, dovuta al rischio di cattura di munizione inesplose. Si stima che sia circa un milione di tonnellate di armi chimiche giacciano sui fondali globali. Una minaccia per fauna, flora ed esseri umani. Un altro tipo di osservazioni sono quelle visive, con immagini subacquee in grado di studiare quantità e distribuzione. Per quanto la risoluzione delle immagini possa essere ottima, di sicuro non riuscirà a intercettare inquinanti microscopici. Inoltre, sono operazioni complesse, che necessitano di procedure ad hoc e, talvolta, pericolose. Esistono, infine, piattaforme per l’acquisizione di immagini di rifiuti marini. Tutte le informazioni devono essere analizzate, elaborate, annotate e gestite adeguatamente.

Leggi anche: “La pianta marina che combatte la plastica: la Posidonia oceanica”

Perché lo Stretto di Messina non diventi il primo “stretto di plastica”

Sentiamo spesso parlare di sensibilizzazione, per quanto riguarda la gestione dei rifiuti. Ormai, siamo abituati a situazioni di degrado ambientale, che, però, non devono diventare la normalità. Tutelare i nostri mari e, prima ancora, i nostri fiumi, non è solo indicatore di civiltà. È un modo per responsabilizzarci e intervenire, provando a smaltire le enormi quantità di materiale inorganico e nocivo che produciamo e abbandoniamo.

Decarbonizzazione: parte la Mission Possible a Davos

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Una coalizione per decarbonizzare

Durante il World Economic Forum di Davos, svoltosi quest’anno in formato virtuale, date le note problematiche legate alla pandemia, sono state gettate basi per una interessante iniziativa ambientale. Parliamo di una coalizione a cui hanno aderito oltre 400 aziende che si pone come obiettivo finale la decarbonizzazione di industria pesante e trasporti. Questi due settori contribuiscono largamente al cambiamento climatico.

La coalizione si è data l’accattivante nome di Mission Possible. In tal modo, si vuole fare il verso al celebre film d’azione con Tom Cruise, impegnato a portare a termine varie operazioni considerate impossibili. Clienti, fornitori, banche, azionisti e autorità, tutti questi attori sono coinvolti in Mission Possible. Si punta a raggiungere emissioni nette pari allo zero. Alle spalle ci sono finanziatori importanti quali Bezos Earth Fund e Breakthrough Energy. Il consorzio è un ottimo modo per porre in essere il concetto di stakeholder capitalism di cui tanto si è parlato ultimamente nelle sale del World Economic Forum; almeno sulla carta.

Ascolta il podcast di introduzione all’articolo!

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Foto di Bela Geletneky da Pixabay 

Davos Agenda 2021 contro il cambiamento climatico

Le fondamenta di questa alleanza furono gettate da Antonio Guterres, segretario generale ONU, al vertice sul clima tenutosi nel 2019. Egli propose per primo di portare l’industria pesante – dal settore siderurgico a quello dei trasporti aerei e marittimi – a ridurre la propria impronta di carbonio abbassando le emissioni di CO2.

Greta Thunberg, la nota attivista ambientale svedese, ha voluto registrare un messaggio per il Forum di Davos. La giovane ha posto l’accento su come si faccia troppo poco per l’ambiente, all’infuori di un grande chiacchiericcio

Mission Possible è forse la voce che risuona più forte all’interno della Davos Agenda 2021. Ne sono partner principali, oltre al World Economic Forum (d’ora in avanti WEF); Energy Transitions Commission; Rocky Mountain Institute e la coalizione We Mean Business.

Leggi anche: “Green Economy, cosa si cela dietro il termine”

L’importanza della coalizione per la decarbonizzazione

Dalla comunicazione ufficiale rilasciata dal WEF, si capisce come a Davos vogliano puntare con convinzione su Mission Possible. “La partnership aiuterà un maggior numero di settori industriali a mobilizzare risorse e allinearsi con un maggior numero di organizzazioni. In tal modo accelereremo la corsa verso le emissioni zero. Questa iniziativa aiuterà industrie a utilizzo intensivo di CO2 a raggiungere i loro traguardi e realizzare il cambiamento sistemico necessario per portare a termine il chiaro percorso verso l’abbattimento delle emissioni.”

Si è parlato in apertura di come abbiano aderito a Mission Possible oltre 400 aziende. Ebbene, tra di esse vi sono alcuni nomi i quali, francamente, hanno ben poco a che vedere con la sensibilità ambientale. Ciò non toglie che, ci auspichiamo, potrebbero essere veramente mossi a cambiare le proprie politiche economiche, allineandosi con le aziende che si stanno già muovendo nel concreto per ridurre il proprio impatto sull’ambiente. Alcuni dei brand che hanno aderito alla coalizione – e che ne sono stati nominati guida – sono Arcelor Mittal, Maers e Shell.

Decarbonizzazione: una mobilitazione globale

Da settori hard-to-abate alle emissioni zero

Acciaio, cemento, chimica, alluminio, trasporti navali, aerei e pesanti su gomma; tutti questi settori si contraddistinguono per una peculiarità che li accomuna: inquinano moltissimo. È proprio qui che sta l’importanza di questa coalizione. Potrebbe veramente essere la volta buona che questi giganti dell’inquinamento si alleino per diminuire il proprio impatto ambientale. Se queste industrie divenissero sostenibili, sarebbe un vero e proprio punto di svolta nella battaglia per il clima e il futuro del pianeta. Non potremmo infatti essere troppo ottimisti sulle sorti del global warming, qualora non coinvolgessimo in prima persona gli attori principali delle emissioni, quelli provenienti dai settori cosiddetti hard-to-abate (ovvero che hanno difficoltà a ridurre il proprio impatto ambientale.)

Impegno concreto

Nel tweet incorporato l’impegno di WEF e delle aziende coinvolte per ottenere emissioni zero al più presto

Naturalmente, gli antefatti sono molto positivi. Quella appena riportata non può che essere una grande notizia per ogni ambientalista, così come per chiunque sia un minimo interessato alle sorti del pianeta su cui abita. Al solito, però, un conto è fare proclami, un altro impegnarsi nel concreto a raggiungere quegli ambiziosi obiettivi che si dichiarano in pubblico.

Bisognerà impegnarsi lungo l’intera catena del valore e della produzione nei settori elencati. Sarà necessario coinvolgere i competitor per stipulare accordi comuni, vincolanti da ambedue le parti, che impegnino ognuno a fare la propria parte di azione climatica. Gli impegni presi a Davos dovranno diventare piani credibili, volti a supportare la decarbonizzazione già in tre anni, a partire dal 2024 come si è messo per iscritto.

“Non si tratta solo di alcune aziende che si vogliono impegnare per il clima. Dobbiamo riunire l’intera catena di approvvigionamento, in modo che ogni settore abbia un incentivo a decarbonizzare. Soltanto così tutti lavoreranno più velocemente per ridurre le proprie emissioni.” Sono le parole di Maria Mendiluce, CEO della coalizione We Mean Business. Nell’illustrare all’agenzia di stampa Reuters il senso di Mission Possible, Mendiluce sintetizza ottimamente la strada che si vuole intraprendere. Non possiamo che augurarci di cuore che questi obiettivi vengano presto raggiunti.

Frasi sull’ambiente e citazioni, la nostra raccolta

Come redazione, ci affidiamo ogni giorno ai dati ed ai numeri per raccontare la crisi climatica in modo trasparente, obiettivo, inopinabile. Questi numeri e dati stupiscono ed indignano, ma bisogna che suscitino emozione per non rimanere sulla carta. Rimangono un grido fine a se stesso se non riusciamo ad interiorizzare ciò che raccontano .

Parlare di ambiente significa anche provare a stimolare l’intima connessione con la natura che, come esseri viventi, è intrinseca nella nostra natura. Connessione che difficilmente riesce ad emergere nella nostra frenetica società del consumo, dove sembra non esserci molto spazio per meravigliarsi della natura intorno a noi.

Ecco quindi a voi una raccolta di frasi sull’ambiente di artisti, leader, attivisti e scienziati che speriamo possa stimolare quella scintilla in grado di accendere quel primordiale, spontaneo ed universale amore e rispetto per il nostro Pianeta.

Leggi anche: Comunicare la sostenibilità in maniera positiva è la chiave – L’Ecopost

Frasi sull’ambiente di leader e politici

” Dobbiamo affrontare l’attacco alla democrazia e alla verità, un virus impetuoso, ingiustizie e razzismo, la crisi climatica… saremo giudicati, voi ed io, da come risolveremo le crisi della nostra epoca” Joe Biden

E per fare ciò c’è bisogno delle parole giuste e dell’ispirazione che può scaturire da esse.

”La finanza soffoca l’economia reale. Non si è imparata la lezione della crisi finanziaria mondiale e con molta lentezza si impara quella del deterioramento ambientale” – Papa Francesco

”La terra fornisce abbastanza risorse per soddisfare i bisogni di ogni uomo, ma non l’avidità di ogni uomo” Mahatma Gandhi

Frasi sull’ambiente di scrittori e artisti

”Grazie a dio gli uomini non possono ancora volare e sporcare i cieli cos’ come fanno con la terra!” Henry Thoureau 1817 – 1862

”Forse il mio cuore è il mondo” Else Lasker-Schüler

”Questo è un altro aspetto rasserenante della natura: la sua immensa bellezza è lì per tutti nessuno può pensare di portarsi a casa un’alba o un tramonto” Tiziano terzani

”Finchè ci sarà l’autunno, non avrò abbastanza mani, tele e colori per dipingere la bellezza che vedo.” Vincent Van Gogh

”La natura non è un posto da visitare. È casa nostra” Gary Snyder

”La mia anima non può trovare nessuna scala per il paradiso che non sia la bellezza della terra” Michelangelo Buonarroti

”La ricchezza che raggiungo viene dalla natura, la fonte della mia ispirazione” Claude Monet

Frasi di scienziati, ricercatori ed attivisti

”Nel novecento la popolazione si è moltiplicata pe r4 , l’economia per 24, la produzione industriale per 40 il consumo energetico per 16, le emissioni di co2 per 17, il consumo di acqua per 9, la pesca marina per 35, le foreste si sono ridotte del 20%. E siamo finiti sull’orlo della sesta estinzione di massa.” Antonio Cianciullo

”Gli alberi rimangono intatti se tu te ne vai, ma tu no, qualora se ne vadano loro” Markku Envall,

”Se avrò dei bambini un giorno mi chiederanno come mai non avete fatto niente quando era tempo di agire. Dite di amare i vostri figli sopra ogni cosa ma state rubando loro il futuro” Greta Thunberg

”Quel che vedo nella natura è una struttura magnifica che possiamo capire solo molto imperfettamente, il che non può non riempire di umiltà qualsiasi persona” Albert Einstein

”Non ci sono passeggeri sul ”battello terra” siamo tutti membri dell’equipaggio” Marshall McLuhan

”L’umanità è in marcia, si è lasciata la terra alle spalle” David Ehrenfeld

”Ricordati di guardare alle stelle, cerca di dare un senso a quello che vedi e chiediti quello che fa vivere l’universo. Sii curioso.” Stephen Hawking

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La pianta marina che combatte la plastica: la Posidonia oceanica

Vi sarà sicuramente capitato, durante una passeggiata sulla spiaggia, di incontrare delle palline color marrone e non capire di cosa si trattasse. In questo articolo vi introdurremo ad una pianta marina essenziale per l’equilibrio dei nostri mari, ai rischi che corre e al suo aiuto nella battaglia contro la plastica: stiamo parlando della Posidonia oceanica.

La Posidonia oceanica, elemento chiave

La Posidonia oceanica è una pianta adattata alla vita subacquea, endemica del Mediterraneo, cioè presente solo lungo le coste di questo bacino; si tratta di un elemento chiave per la conservazione degli ecosistemi del Mar Mediterraneo. Difatti, questa è in grado, come tutte le piante, di catturare la CO2 dall’atmosfera e, di conseguenza, modificare l’acidità dell’acqua oltre ad ossigenarla. Inoltre, svolge la funzione di habitat e nutrimento per un gran numero di specie di pesci ed invertebrati, in particolare larve e i giovani esemplari, creando vere e proprie “nursery”.

Crediti: Marevivo

Le piante di Posidonia oceanica crescono formando ampie praterie sommerse, su fondali sabbiosi e ghiaiosi. Per un a crescita ottimale ha bisogno di acque estremamente limpide. Per questo motivo, la presenza di fitte e grandi praterie è un chiaro segno della qualità delle acque. Vengono considerate per questo dei “bioindicatori”.

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La funzione delle praterie è paragonabile a quella delle foreste tropicali e delle zone umide: essa svolge un ruolo fondamentale nella regolazione dell’equilibrio ecologico del mare.

I posidonieti svolgono un ruolo importante nei processi relativi agli ecosistemi costieri e alle dune, nella modellazione dei processi sedimentari e nella compattazione delle spiagge di sabbia. Le foglie morte di Posidonia oceanica agiscono come un naturale bacino di riduzione dell’energia delle onde; portando al minimo l’erosione del suolo, della spiaggia e delle dune.

Una valida alleata nella lotta contro la plastica

I ricercatori hanno scoperto che queste piante sottomarine intrappolano le microplastiche in fasci di fibre naturali, noti come “palline di Nettuno”. Secondo lo studio “Seagrasses provide a novel ecosystem service by trapping marine plastics”, queste sono in grado di filtrare e “intrappolare” le plastiche disperse in mare, specialmente nelle aree costiere. Gli scienziati hanno svolto la conta delle particelle presenti in queste sfere riversatesi sulle spiagge in Spagna.

“Ciò dimostra che i detriti di plastica sul fondo del mare possono essere intrappolati nei residui algali, lasciando infine l’ambiente marino riversandosi sulla spiaggia”, ha riferito Anna Sanchez-Vidal, biologa marina dell’Università di Barcellona.

“Questa pulizia rappresenta una continua eliminazione dei detriti di plastica dal mare”, ha aggiunto.

Ancorandosi in acque poco profonde, aiutano a prevenire l’erosione della spiaggia e ad attenuare l’impatto delle mareggiate distruttive.

 ‘Neptune balls’, è ben visibile la plastica intrappolata nelle fibre.
Photograph: Marta Veny/UNIVERSITY OF BARCELONA/AFP/Getty Images

Crescendo dall’Artico ai tropici, la maggior parte delle specie ha foglie lunghe e erbose che possono formare vasti prati sottomarini. Non è chiaro se la raccolta della plastica danneggi le alghe stesse. Sanchez-Vidal e il suo team hanno studiato solo la Posidonia oceanica; ma si pensa che anche altre Fanerogame possano svolgere la medesima funzione.

Le minacce alla Posidonia oceanica

Le principali minacce per le praterie di Posidonia oceanica sono le costruzioni marittime, l’inquinamento delle acque costiere; l’ancoraggio, le spiagge artificiali e l’eliminazione delle foglie morte di Posidonia oceanica dalla spiaggia e le specie aliene.

I posidonieti, che occupano circa 500.000 km2, sono in declino a livello mondiale, con un tasso di perdita stimata del 1-2% all’anno; quattro volte il tasso di perdita delle foreste tropicali e la percentuale sale e raggiungere il 5% nel Mediterraneo. Inoltre, la lenta crescita di queste piante (2 cm/anno) fa si che le perdite siano irreversibili, e che i tempi di recupero della pianta richieda diversi secoli.

Un’altra minaccia ai posidonieti sono le specie aliene, come la Caulerpa taxifolia, conosciuta come “alga killer”. All’inizio degli anni ’80 l’alga è sfuggita dall’Acquario di Monaco attraverso le acque di pulizia delle vasche e ha iniziato a colonizzare il Mediterraneo ad una velocità impressionante. Ai tempi la questione fu sottovalutata perché non si pensava che un’alga marina originaria delle acque tropicali degli oceani Indiano, Pacifico e Atlantico sarebbe riuscita a superare le temperature invernali del Mediterraneo.

Oggi l’alga è invece diffusa in gran parte del Mediterraneo (la colonia più settentrionale è in Croazia) ma anche in California e nell’Australia meridionale. Ora sono considerate una delle 100 peggiori specie invasive a livello mondiale.

Cresce rapidamente soffocando le forme bentoniche delle zone costiere soprattutto se l’ambiente è già disturbato, ad esempio da scarichi di acque usate. Producono una tossina repellente che le rende sgradevoli, così da non avere predatori in natura.

Progetto “Rispetta il tuo Capitale” di Marevivo

Il progetto “Rispetta il tuo capitale” di Marevivo, in collaborazione con Pramerica SGR, ha permesso la riqualificazione, il ripristino ed il monitoraggio di un’importante area marina Italiana, concretizzandone poi i risultati in uno studio in collaborazione con l’Università Bocconi di Milano e l’Università degli Studi di Genova.

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Leggi anche il nostro articolo: “Inquinamento dell’aria: la Pianura Padana si conferma l’area peggiore d’Europa”

In particolare l’associazione si è occupata di effettuare interventi ambientali innovativi nell’area di Marina di Cecina, in Toscana, per la tutela della Posidonia oceanica.

Le attività condotte hanno permesso un pieno riutilizzo delle risorse necessarie per l’ambiente ed un corretto trattamento dei rifiuti antropici rinvenuti durante le operazioni. La Posidonia spiaggiata è stata recuperata e trasformata in fertilizzante naturale; la sabbia depurata è stata riportata sulla spiaggia di appartenenza e gli scarti sono stati correttamente smaltiti secondo i principi della raccolta differenziata.

Il progetto è proseguito nei mesi di giugno e luglio 2020 in zona Secche di Vada, a nord di Marina di Cecina; con un intervento finalizzato alla pulizia dei fondali marini per liberare il mare e la Posidonia dai rifiuti. Sono stati recuperati grandi quantità di plastica, copertoni di auto e camion, reti abbandonate e altri attrezzi da pesca; tutti materiali potenzialmente pericolosi per gli animali marini e per la crescita e lo sviluppo della Posidonia.

La tutela della Posidonia

I posidonieti sono stati considerati un ecosistema prioritario dalla Comunità Europea con la direttiva n° 43/92 CEE relativa alla “conservazione degli habitat naturali e semi-naturali e della flora e della fauna selvatiche”, recepita nell’ordinamento italiano dal D.P.R. n° 357 del 08/09/1997.

La Posidonia oceanica è specie protetta in quanto inclusa nell’allegato II alla Convenzione di Berna del 19/11/1979 relativa alla “Conservazione della vita selvatica dell’ambiente naturale in Europa” ratificata in Italia con la legge n° 503 del 05/ 08/ 1981.

La Posidonia oceanica è inserita nell’Annesso II alla Convenzione di Barcellona del 1995 per la protezione del Mediterraneo dall’inquinamento, ratificata in Italia con legge n° 175 del 27/05/99.

Green Economy, cosa si cela dietro il termine

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Green Economy: definizione

Che cos’è l’economia verde

Il termine green economy, in inglese, è ormai diffusissimo anche in Italia, tanto che se ne sente parlare davvero molto spesso. Ma a che cosa ci riferiamo quando parliamo di economia verde o economia ecologica? Si tratta di un modello teorico di sviluppo economico che muove da un’analisi bioeconomica. In tale analisi non si prende in esame soltanto la crescita del Prodotto Interno Lordo (PIL) e i benefici di un determinato regime di produzione di una determinata nazione o comunità. Nel modello si dà anche importanza a quanto quello sviluppo impatti sull’ambiente, ovvero quali potenziali danni porti l’intero ciclo di trasformazione della materia prima al pianeta.

Nel video di HTT, che cos’è la green economy

Come si valuta un modello economico

La valutazione più tipica di ogni modello economico si calcola a partire dall’estrazione delle materie prime, nei luoghi dove esse sono rintracciabili. Poi si mette in conto il loro trasporto; la trasformazione in energia e/o prodotti finiti e da ultimo quali siano i problemi che questo ciclo genera. Tra di essi vanno annoverati anche tutti i possibili disagi, quando non proprio i danni causati all’ambiente al termine del ciclo, nelle fasi di smaltimento ed eliminazione del prodotto.

Gli economisti parlano di retroazione negativa a danno del PIL nel momento in cui il modello economico diventa troppo impattante sull’habitat interessato dall’economia presa in esame. Quando ci sono problemi ambientali, infatti, le attività economiche riducono inevitabilmente la propria resa. Ogni impresa, infatti, è fatta di persone e trae chiaramente vantaggio da una buona qualità dell’ambiente ove opera. Qualora funzionino a regime e nel rispetto ambientale agricoltura, pesca e turismo la salute pubblica ne giova. Lo stesso accade in assenza di disastri naturali e dei drammi che da essi originano.

La green economy sul dizionario

Il celebre dizionario Treccani dà una definizione di green economy chiara e piuttosto immediata. Tale definizione semplifica quanto è stato espresso nelle righe precedenti, incorporando i concetti riportati:

Modello teorico di sviluppo economico che prende in considerazione l’attività produttiva valutandone sia i benefici derivanti dalla crescita sia l’impatto ambientale provocato dall’attività di trasformazione delle materie prime. Forma economica in cui gli investimenti pubblici e privati mirano a ridurre le emissioni di carbonio e l’inquinamento, ad aumentare l’efficienza energetica e delle risorse, a evitare la perdita di biodiversità e conservare l’ecosistema.

Cenni storici

Si potrebbe far risalire il concetto di green economy al 1911. A quell’epoca, il termine non era ancora stato coniato e l’attenzione all’ambiente era davvero molto bassa. In quel periodo Frederick Soddy, chimico e fisico britannico, sviluppò un modello che metteva in relazione la dipendenza economica – politica dai fondamenti della termodinamica. La sua analisi era in netto contrasto con l’economia neoclassica, figlia e dipendente della meccanica newtoniana, che al tempo era già dominante. Le teorie di Soddy restarono piuttosto circoscritte per almeno 60 anni.

All’inizio degli anni ’70, gli studi di Nicholas Georgescu-Roegeneconomista svizzero – prima e Herman Daly – suo collega statunitense – poi, introducono finalmente le scienze ecologiche nel pensiero economico. Di fatto, è a questo punto della storia che si sviluppa il concetto di sostenibilità e il suo fondamento operativo nell’immaginario collettivo.

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Foto: Pixabay

A questi due pionieri seguiranno altri professionisti che renderanno il connubio tra crescita ed ecologia sempre più raffinato, fino al 2014. In quell’anno il noto economista Jeremy Rifkin teorizza un’economia rivoluzionaria se paragonata ai modelli tipici, interamente verde e digitale. Chiunque desideri approfondire il suo modello può farlo consultando il volume “La terza rivoluzione industriale.” I principali concetti nel suo ragionamento sono internet delle cose, ascesa di un commons – economia collaborativa – alternativo al sistema produttivo che va per la maggiore e, infine, quella che forse è la principale necessità perché la green economy prenda piede: l’eclissi del capitalismo.

Dossier Stern, il primo Green Economy Report

Prima di Rifkin si era già iniziato a parlare di un’economia nuova ed ecologica, la quale era anche già stata ribattezzata come verde. Il cosiddetto rapporto Stern, risalente al 2006, propone un’analisi economica che valutava già l’impatto dei cambiamenti climatici a livello sia ambientale sia macroeconomico. Nel documento, il PIL mondiale viene definito minacciato dal surriscaldamento globale. Per essere datato 2006, il dossier resta ancora attualissimo, tanto erano sul pezzo i punti salienti elencati da Nicholas Stern, all’epoca presidente della Banca Mondiale.

Pochi anni dopo, nel 2009, il presidente USA Barack Obama si impegnò a rilanciare l’economia del suo Paese puntando sulla green economy. Era un periodo in cui gli States, così come tutto il mondo, attraversavano una grave crisi, non ancora totalmente risolta. A seguito del crack della banca Lehman Brothers, infatti, l’economia americana versava in recessione profonda. Il modello di sviluppo verde vuole contrastare quello nero dovuto allo sfruttamento di combustibili fossili. L’amministrazione Obama non riuscì a dare molto gioco alla green economy, pur riuscendo ad insediare negli USA numerose attività nel settore. A Donald Trump, come ben sappiamo, interessava ben poco del benessere del pianeta. Chissà che Joe Biden non riesca a dare finalmente slancio all’economia ecologica.

Green economy per superare i vecchi paradigmi

L’economia verde, dunque, non prende in esame soltanto la produzione. Dai concetti scritti quando abbiamo dato la definizione di green economy, emerge come si considerino anche altri valori, compresi quelli legati all’ambiente. Un ciclo economico inserito in quest’ottica dovrà necessariamente evitare di impattare troppo sulla natura. La verde vuole essere un’economia che diminuisce le emissioni di CO2 e, di conseguenza, l’inquinamento. Per riuscire a conservare l’ecosistema ed evitare di danneggiare troppo la biodiversità è necessaria una partnership tra pubblico e privato. Se vogliamo cambiare il nostro sistema economico, dobbiamo infatti tutti caricarci sulle spalle il fardello della sua riconversione.

Un modello teorico che prende sempre più piede

Per tutto quel che si è scritto fin qui si capisce bene come il modello teorico di green economy voglia rompere con i vecchi paradigmi economici. I sistemi di macroeconomia tradizionali, infatti, mettono – più o meno volontariamente – in contrapposizione la crescita o il successo del modello con la tutela del nostro habitat. In Europa, in tempi recenti, il concetto di economia verde sta prendendo sempre più piede. L’Unione Europea continua infatti a pubblicizzare e parlare di questo modello, proponendo numerosi incentivi per le comunità statali che decidano di puntare forte su di esso.

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Foto: Pixabay

Gli stessi governi italiani, nonostante la loro estrema mutevolezza, si dimostrano via via più attenti a questo tema, indipendentemente dal loro colore politico. Naturalmente, c’è chi vi è più attento e chi meno; i partiti più conservatori sono tendenzialmente più lontani dalla sensibilità ambientale, fosse anche solo per non perdere consenso da parte dello zoccolo duro del loro elettorato. Di ricetta verde, però, sentiamo parlare settimanalmente in questi tempi di pianificazione per intercettare i generosi fondi del recovery fund continentale e la proposta non riscontra una opposizione troppo acre, nelle stanze dei bottoni. Negli ultimi anni, i Ministri hanno ideato vari bonus per stimolare la conversione verso la green economy. Sono elementi che ci fanno ben sperare, sebbene la strada appaia ancora davvero molto lunga. Molti di essi, infatti, restano per il momento soltanto sulla carta.

Leggi anche: “Ripresa: che ne è stato delle proposte green?”

Nel concreto

A questo punto abbiamo snocciolato sufficientemente che cosa significhi il termine green economy, da dove derivi e quali siano le sue caratteristiche teoriche. Andiamo dunque ora a vedere che cosa comporti essa nello specifico, nel concreto. Partendo da una generosa quota di investimenti che mirino a migliorare l’efficienza energetica delle comunità aderenti al modello, la green economy punta a salvaguardare l’ecosistema su cui essa si appoggia. Nel farlo, naturalmente, non vuole pregiudicarne la crescita. Un simile atto è chiaramente più facile a dirsi che a farsi; il cambiamento deve partire dalla sensibilità delle persone che nel sistema di economia ecologica sono circoscritte. Riforme politiche e norme comunitarie devono consentire la riscoperta dell’importanza della natura e della sua protezione. Accanto alla conversione economica ne occorre anche una sociale.

Green economy come meccanismo virtuoso

Accrescere il PIL senza danneggiare l’ecosistema può apparire un’impresa. Ciò si deve al fatto che gran parte delle nostre nozioni economiche vedono la crescita come nemica dell’ambiente, poiché dalla rivoluzione industriale in poi è sempre stato così. Le risorse vanno gestite al meglio, dalla culla alla tomba, ottimizzando la produzione e trasformazione. In tal modo, sarà possibile crescere senza impattare sull’ambiente, innescando un meccanismo virtuoso ancora ampiamente sconosciuto nella gran parte dei Paesi cosiddetti sviluppati.

La Terra fa sempre più fatica a tollerare e sostenere l’impatto di un’umanità troppo numerosa, la quale consuma le risorse del Pianeta come se non ci fosse un domani. Così facendo, si aumentano notevolmente i rischi che quel domani non arrivi per davvero. A medio e lungo termine, non esistono alternative possibili all’economia ecologica. L’ambiente può e deve essere considerato un fattore di crescita economica. Il principio alla base del modello di sviluppo green è infatti di una chiarezza cristallina. Se impoveriamo l’ambiente che ci ospita, dunque le sue risorse, e consumiamo eccessivamente le materie prime che esso ci offre, danneggiando le riserve, avremo inevitabilmente un aumento del prezzo delle stesse. Ciò comporta chiaramente un danno economico.

Se invece ci preoccupiamo di tutelare il nostro habitat, potremmo allora contare su uno stabile apporto materico. Inoltre, l’ambiente va protetto, tutelato e gestito al meglio. Tutte queste mansioni richiedono del personale. Questi lavoratori sono quelli a cui ci riferiamo quando parliamo di green jobs. Agricoltori, tecnici addetti alla produzione di energie rinnovabili, operatori ecologici che si occupino del riciclo, bioarchitetti, paesaggisti e biourbanisti. Tutti questi settori possono essere potenziati, all’interno di comunità improntate all’economia verde. Ecco creato il modello virtuoso di cui si parlava poc’anzi.

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Elaborazione grafica: Pixabay

Tutte le difficoltà del nuovo che prova ad avanzare

La trasformazione dell’economia nera in green economy presenta anche problemi e difficoltà. Essa richiede infatti una trasformazione davvero profonda della società, e non sempre essa riesce a comprenderla appieno, tantomeno a metterla in atto senza obiezioni. Come sempre accade, lasciare il seminato, la nostra comfort zone come direbbero gli anglosassoni, e abbracciare il nuovo, non è cosa semplice per molti.

La prima presa di coscienza dovrebbe arrivare da aziende e imprenditori, i quali farebbero bene a creare una responsabilità sociale d’impresa, la quale indichi ai lavoratori tutti i vantaggi della conversione e, in fin dei conti, l’ineluttabilità di essa, se davvero vogliamo salvare questo pianeta. L’adozione di strumenti e tecnologie che impattino meno sull’ambiente, per quanto possano essere più costose, sarebbero già un ottimo primo passo in questa direzione. Gli Stati farebbero bene ad affiancare le aziende in questo cammino. Qualcuno sta provando a farlo. Ad esempio negli USA è nato un organo preposto – il Sustainabilty Accounting Standards Board – che dal 2011 favorisce la divulgazione di informazioni sulla sostenibilità delle aziende, a favore degli investitori. L’organismo è indipendente, slegato da dinamiche politiche o lobbistiche.

Vi sono svariati studi che ci testimoniano come chiunque adotti politiche aziendali affini alla tutela ambientale, riesca poi a rendere meglio sul mercato. la ricerca più nota è quella del Boston Consulting Group. Risale al 2016 e trae un’importante conclusione: gli investitori tenderebbero a premiare le performance migliori sui temi ambientali, con valutazioni maggiori di una percentuale compresa tra 3 e 19% rispetto alla media delle imprese concorrenti. È un segnale di come la strada che si deve intraprendere sia ben indicata per molti. Non ancora per tutti, però.

Leggi anche: “Da Green New Deal a Gas New Deal, l’UE ci ricasca”

Inquinamento dell’aria: la Pianura Padana si conferma l’area peggiore d’Europa

tagli alle emissioni

Il Nord Italia è l’area più inquinata d’Europa. Per l’ennesima volta un report sulla qualità dell’aria, questa volta targato Università di Utrecht, Global Health Institute di Barcellona e Tropical e Public Health Institute svizzero e pubblicato sulla rivista scientifica The Lancet, inchioda l’insufficienza delle politiche ambientali che dovrebbero diminuire l’inquinamento in Pianura Padana.

smog pianura padana

Un primato ormai consolidato da anni, che ha inevitabilmente delle conseguenze sulla salute degli abitanti. Tra le prime 30 città segnalate dal documento, ben 19 sono italiane.

Le città più inquinate della Pianura Padana

Brescia, Bergamo, Vicenza, Saronno, Verona, Milano, Treviso, Padova, Como, Cremona, Busto Arsizio, Pavia, Novara, Venezia, Pordenone, Piacenza, Ferrara, Torino, Gallarate. Una lista già così lunghissima che, scendendo nella graduatoria, si allunga ulteriormente. Tutte queste località hanno registrato una presenza di particolato atmosferico PM 2.5 ben al di sopra della soglia critica stabilita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Le conseguenze, oltre che essere drammatiche da un punto di vista ambientale e delle emissioni, hanno un impatto significativo anche sulla salute dei suoi abitanti. Un’alta presenza di agenti inquinanti può infatti generare diverse patologie ed aggravarne altre. Senza scendere troppo in dettagli medici, che non riguardano il focus di questo blog ma che potete approfondire in questo documento ufficiale, basti dire che un report del 2020 ha evidenziato come ogni anno in Italia si registrino oltre 45.000 morti premature legate, appunto, all’inquinamento dell’aria. Un ulteriore studio, condotto dalla scienziata dell’Università di Harvard Francesca Dominici, ha inoltre dimostrato che una situazione di questo tipo può aggravare l’incidenza sulla mortalità del virus Covid-19 del 15%. Un dato che racconta, almeno in parte, le cause della tragedia che sta investendo il Nord Italia in termini di vite perdute dall’inizio della pandemia.

Leggi anche Polveri sottili il Killerisilenzioso.: è record di morti

Le cause dell’inquinamento

Sebbene il traffico cittadino e l’intensa attività industriale della regione contribuiscano in maniera non indifferente al problema, i dati ci dicono che il 54% delle PM 2.5 presenti in atmosfera ha un’origine ben diversa: le cause principali dell’inquinamento in Pianura Padana sono da individuare negli allevamenti intensivi, nell’agricoltura e negli impianti di riscaldamento, nonostante un altro studio pubblicato dal CNR, abbia rivelato come la percezione dei cittadini sia ben distorta da questa realtà.

Il dito, infatti, viene spesso e volentieri erroneamente puntato contro il settore dei trasporti e quello delle industrie, che, ben lontani dal poter essere considerati sostenibili, costituiscono solo una porzione minoritaria del problema.

Le possibili soluzioni

Individuate le molteplici cause, è giunto il momento di parlare delle possibili soluzioni. Agire solamente su uno degli aspetti scatenanti, non porterebbe infatti pressoché alcun beneficio. Ed ecco che, probabilmente con decenni di ritardo, si inizia ad intravedere un minimo di intraprendenza politica per arginare il problema.

Dal Bonus al 110%, che mira a ridurre le emissioni del computo domestico, passando per un potenziamento dei trasporti pubblici, fin anche alle agevolazioni per l’installazione di filtri antiparticolato, qualcosa sta iniziando a muoversi, ma siamo ancora ben lontani dall’affrontare il problema con l’urgenza che merita.

Commentando i dati del report, infatti, i sindaci di Bergamo e Brescia, le due città maggiormente incriminate dal report, hanno smentito lo studio, affermando che “i dati si riferiscono al 2015 e sono quindi vecchi. In questi anni la situazione è notevolmente migliorata”. Sebbene sia vero che lo studio ha preso come riferimento delle rivelazioni di qualche anno fa, è altrettanto vero che il problema dello smog nel Nord Italia è più che evidente e contestare un report, redatto secondo gli stringenti paradigmi della pubblicazione scientifica, non è l’atteggiamento giusto. Banalmente, ammettere di avere un problema è il primo passo per trovare una soluzione. Negare di averne uno, può invece causare un effetto domino che ha già oggi, e continuerà a farlo in futuro, delle conseguenze tangibili sulla salute della popolazione.

Va sottolineato però come, nonostante i dati inchiodino il settore della produzione intensiva di carne e latticini, al momento non ci siano dei piani per la riduzione delle sue emissioni. Il bacino padano, come precisato da Greenpeace Italia, è una delle aree con la più alta concentrazione di sistemi di allevamento intensivi in Europa. Eppure di misure atte ad intervenire sul problema non ce ne sono, e non sembrano neanche essere in programma. Un’ulteriore dimostrazione di come nel nostro paese, e non solo, sottolineare che il nostro sistema di approvvigionamento alimentare vada cambiato in maniera sostanziale, in quanto largamente insostenibiliìe, sia ormai a tutti gli effetti un argomento tabù.

Con questi dati, attuare delle politiche mirate, giustificando eventuali decisioni impopolari grazie all’immensa quantità di dati che abbiamo oggi a disposizione, potrebbe sì generare un iniziale malcontento nella popolazione, ma allo stesso tempo aumenterebbe la consapevolezza dei cittadini sul problema e, sul lungo termine, finirebbe anche per salvare delle vite, con anche tutti i benefici ambientali, troppo spesso esclusi dalle equazioni politiche, che ne conseguirebbero.

Serve un cambio di paradigma

La percezione distorta dei cittadini sulle cause dell’inquinamento dell’aria, abbinata ad una parziale e tardiva applicazione di misure atte a mitigare il problema, va ad aggiungere un nuovo capitolo di una narrazione, che portiamo avanti sin dalle origini del blog, sull’insufficienza di comunicazione chiara e di qualità da parte delle istituzioni sui più svariati temi legati all’ambiente e al cambiamento climatico.

Il problema dell’inquinamento in Pianura Padana, e più in generale quello della qualità dell’aria, è altamente sottovalutato e troppo poco discusso. E a pagare il prezzo più alto, come spesso accade, siamo tutti noi.