Cambiamento climatico: cause e soluzioni nella rubrica de L’EcoPost
Stando all’attuale realtà delle cose, il cambiamento climatico, o climate change, sarà con ogni probabilità l’emergenza globale che caratterizzerà in negativo il futuro del nostro pianeta nei decenni a venire. Per questo motivo, con il peggioramento della situazione e con la frequenza e la determinazione con la quale scienziati e comunità di tutto il mondo hanno richiesto un intervento collettivo a livello planetario, i cambiamenti climatici sono entrati a far parte delle agende politiche di vari paesi e non solo. L’EcoPost, in qualità di blog che intende aiutare il lettore a rivedere il proprio comportamento in ottica sostenibilità, non può esimersi dall’affrontare questa complessa tematica, e fornire al proprio pubblico le notizie più salienti sul cambiamento climatico.
Ma che cos’è il cambiamento climatico? Come lo possiamo definire? E quali conseguenze avrà sull’ecosistema terrestre? Il termine cambiamento climatico è quanto mai sconfinato e difficile da racchiudere in una definizione tanto stringente quanto chiara, senza rischiare di incappare in una eccessiva semplificazione.
Cambiamento climatico: definizione
Diversamente da quanto si possa pensare, l’elemento principale del cambiamento climatico è l’uomo. Infatti, in natura esiste già una variabilità climatica derivante da una complessa serie di processi naturali interni ed esterni al pianeta. Tuttavia, quando parliamo di cambiamento climatico facciamo riferimento allo stato di alterazione di questa variabilità climatica per mano dell’uomo. Dunque, quando parliamo di cambiamento climatico stiamo affermando che le attività umane, dette anche antropiche, raggiungono un’intensità tale da influenzare quello che altrimenti sarebbe il naturale corso degli eventi. Per essere considerato tale, il cambiamento o alterazione dell’atmosfera planetaria deve però essere misurabile in un intervallo di tempo solitamente corrispondente a trenta anni. Ma andiamo per gradi e cerchiamo di rispondere alle domande sul perché si parli di cambiamento “climatico”.
Il bilancio energetico e la centralità del clima
Il clima gioca un ruolo fondamentale nella molteplicità di elementi che interagendo tra loro regolano la vita sul pianeta Terra. Il clima o sistema climatico racchiude in sé due aspetti che sono il bilancio energetico del pianeta e gli interscambi di materia che avvengono al suo interno.
Il bilancio radiativo terrestre
Con il bilancio radiativo si intende la quantità di energie della Terra che si ottiene facendo la differenza tra l’energia in uscita e quella in entrata. Per sua conformazione la Terra ha un bilancio energetico stabile e costante, in quanto l’energia in entrata e in uscita più o meno corrispondono. La temperatura del pianeta dunque è in diretta correlazione con il bilancio radiativo terrestre.
La materia nel ciclo chiuso terrestre
Come dicevamo l’altro aspetto che concorre al determinare il clima terrestre sono invece gli interscambi di materia. Diversamente dalle radiazioni che entrano ed escono, la materia rimane grossomodo sempre interna all’atmosfera terrestre, salvo poche e poco rilevanti eccezioni. Se la temperatura rappresenta una buona misura dell’energia terrestre. L’acqua è un ottimo indicatore della materia che viene scambiata all’interno del sistema terrestre. A questo si deve la grande rilevanza del ciclo dell’acqua e quindi delle precipitazioni ai fini della classificazione del cambiamento climatico.
Climatechange e riscaldamento climatico
Ora che abbiamo compreso le nozioni basilari del cambiamento climatico proviamo a capire cosa sta succedendo e perché parliamo di emergenza climatica. Negli ultimi anni soprattutto, ma già da decenni in realtà, gli studiosi hanno cercato di sensibilizzare istituzioni e cittadini del significativo cambiamento delle temperature, quello che chiamiamo riscaldamento climatico o riscaldamento globale [collegamento ipertestuale]. Questa tendenza è talmente delineata che quasi l’unanimità degli scienziati si sono espressi d’accordo [collegamento ipertestuale] nel considerarlo un cambiamento reale e destinato a perdurare se non si interviene in tempo.
Le misurazioni hanno portato gli studiosi ha identificare con assoluta certezza le cause di questo aumento della temperatura terrestre, l’aumento dei gas clima alternati, i cosiddetti gas serra, prodotti dalle attività umane. Seppure la storia climatica terrestre non sia completamente estranea a cambiamenti climatici così decisi, l’elemento davvero preoccupante è la repentinità con la quale questo aumento della temperatura si sta verificando. Un aumento progressivo e incrementale nel relativamente breve periodo corrispondente al progresso della rivoluzione industriale, specialmente con gli ultimi decenni che hanno fatto registrare dei picchi mai raggiunti.
La categoria cambiamento climatico de L’EcoPost
Preso grossomodo atto di che cosa stiamo parlando, noi de L’EcoPost abbiamo deciso di dedicare una delle categorie del nostro blog al cambiamento climatico. Questa categoria, decisamente la principale per quantità di articoli, ha l’obiettivo di portare all’attenzione dei nostri lettori le notizie di carattere generale sulle cause delcambiamento climatico e, allo stesso modo, informarli di tutte quelle che sono le possibili soluzioni al cambiamento climaticoadottate e proposte dagli attori a livello globale.
Oggi si celebra l’ VIII° edizione della Giornata Mondiale della Natura Selvatica; un appuntamento creato dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite per sensibilizzare comunità ed enti locali sull’importanza di preservare flora e fauna selvatiche a rischio estinzione. Quest’anno il tema punta sulle “Foreste e mezzi di sussistenza: sostegno delle persone e del pianeta”.
Anni difficili in un Pianeta al collasso
Le pandemie in corso negli ultimi 50 anni sono state determinate dalla violenta rottura degli equilibri biologici da parte dell’uomo, che, deforestando, trasformando violentemente e repentinamente l’habitat di molte specie, addentrandosi nei posti più remoti del pianeta, ha permesso la promiscuità di più specie. Fattore, secondo la scienza, determinante nella proliferazione di nuove forme virali.
Gli esseri umani sono sempre alla ricerca di speranza. Durante i lockdown in tutto il Pianeta, internet ha abbondato di storie di fauna selvatica che rinasceva nei luoghi urbani più sorprendenti – dai canali di Venezia ai villaggi rurali della Cina – con l’idea che il mondo naturale stesse finalmente ricevendo la tregua di cui aveva bisogno per riprendersi.
La maggior parte di queste storie sono inventate, ma ancora più importante, agiscono come una sorta di pericoloso placebo, alimentando la convinzione che tutto ciò che serva per annullare decenni di devastazione ecologica sia l’interruzione su larga scala delle attività umane per alcune settimane.
E’ necessario che si ridefinisca il nostro rapporto con la fauna selvatica. I coronavirus esistono da anni, ma gli scienziati ritengono che quest’ultimo ceppo abbia avuto origine nei pipistrelli e sia stato trasmesso all’uomo dai pangolini che hanno agito come vettore nell’insidioso mercato della fauna selvatica (wet market) di Huanan a Wuhan, Cina.
I wet market sono spesso potenziali focolai per epidemie. Crediti: Jo-Anne McArthur su Unsplash,com
Il commercio di fauna selvatica finalizzato al consumo decima allo stesso tempo molti degli animali selvatici più importanti dal punto di vista ecologico del nostro pianeta, esponendoci anche a gravi problemi di salute pubblica. Per proteggere la fauna selvatica e noi stessi, è imperativo chiudere per sempre il commercio di animali selvatici ed il traffico illegale associato.
Stiamo perdendo gran parte della biodiversità mondiale
La biodiversità sta scomparendo a un ritmo allarmante negli ultimi anni, principalmente a causa di attività umane come le modifiche nell’utilizzo del suolo, l’inquinamento e il cambiamento climatico. La biodiversità è tradizionalmente definita come la varietà di tutte le forme di vita presenti sulla Terra. Essa comprende il numero di specie, le loro variazioni genetiche e l’interazione di queste forme viventi all’interno di ecosistemi complessi.
In una relazione ONU pubblicata nel 2019, gli scienziati hanno lanciato l’allarme di estinzione per 1milione di specie (su un totale stimato di 8 milioni), molte delle quali rischiano di scomparire nel giro di pochi decenni. Alcuni ricercatori ritengono addirittura che stiamo attraversando la sesta estinzione di massa nella storia del pianeta Terra. Le precedenti estinzioni di massa hanno eliminato tra il 60 e il 95% di tutte le specie. Servono milioni di anni affinché gli ecosistemi guariscano da eventi di simile portata.
Il tasso di estinzione degli insetti sta subendo, assieme agli anfibi, una rapida accelerata dovuta all’impatto antropico sui loro habitat. Crediti: Beatrice Martini
Gli ecosistemi in salute ci forniscono servizi essenziali che noi, troppo spesso, diamo per scontate. Le piante convertono energia dal sole rendendola disponibile ad altre forme di vita. I batteri e altri organismi viventi scompongono la materia organica in nutrienti che forniscono alle piante un terreno sano in cui crescere. Gli impollinatori sono essenziali per la riproduzione delle piante, garantendo a noi la produzione di cibo. Piante e oceani agiscono come principali pozzi di assorbimento delle emissioni di anidride carbonica.
In altre parole, la biodiversità ci assicura aria pulita, acqua potabile, terreni di buona qualità e l’impollinazione delle coltivazioni. Ci aiuta a contrastare il cambiamento climatico, ad adattarci a esso, e riduce l’impatto dei pericoli naturali. Poiché gli organismi viventi interagiscono in ecosistemi dinamici, la scomparsa di una specie può avere un impatto di vasta portata sulla catena alimentare. Non possiamo conoscere di preciso quali sarebbero le conseguenze delle estinzioni di massa per gli esseri umani, ma sappiamo che al momento è la varietà della natura a consentirci di vivere e prosperare.
Le foreste, essenziali per il Pianeta
Le foreste del Pianeta hanno un valore inestimabile; sono fondamentali per lo stoccaggio del carbonio, ospitano oltre l’80% delle specie terrestri animali e vegetali, regolano i regimi idrologici e forniscono preziosi servizi ecosistemici. Eppure stiamo distruggendo i paesaggi forestali intatti ad un ritmo vertiginoso, è quanto emerso da un nuovo studio pubblicato sulla rivista Science Advances.
Le foreste in tutto il Pianeta stanno subendo drastiche perdite a causa dell’impatto antropico. Crediti: Beatrice Martini
Secondo gli autori oltre il 7% delle aree forestali intatte sono andate perdute tra il 2000 e il 2013. Un lasso temporale estremamente breve. Rischiano inoltre di scomparire definitamente da almeno 19 paesi entro i prossimi 60 anni. Un paesaggio forestale cessa di essere “intatto” quando è frammentato da strade o da altre opere di origine antropica.
“Queste foreste rappresentano alcune delle ultime porzioni della Terra che non sono state influenzate significativamente dall’uomo. Perdere queste aree significa perdere qualcosa che è più grande di noi stessi”.
le parole di Lars Laestadius, co-autore dello studio.
Oltre la metà delle perdite di paesaggi forestali intatti si è registrata in tre paesi: Russia, Brasile e Canada. In generale sono però i paesi tropicali quelli soggetti al maggior calo. Questo non significa che le foreste stiano scomparendo del tutto nelle aree citate, in molti casi sono semplicemente frammentate in aree più piccole. Questo però aggrava semplicemente la situazione.
Un paesaggio ecosistemico frammentato vale tanto quanto uno ormai scomparso. Le specie abituate a determinate variabili, specifiche di quell’ecosistema, si trovano a fronteggiare condizioni “limite”, per le quale non hanno gli strumenti. Conseguenza? Scomparsa, impossibilità di spostamenti e della ricerca di partner sessuali.
Tuttavia la velocità con cui stiamo perdendo queste aree è in crescita, il tasso di riduzione dei paesaggi forestali intatti tra il 2011 e il 2013 è triplicato rispetto a quello registrato tra il 2001 e il 2003. La causa principale della drastica riduzione di aree naturali intatte potrebbe essere la continua espansione dell’uomo; le nuove strade aprono vie d’accesso agli umani consentendo loro di spingersi in aree che un tempo gli erano precluse.
Dallo studio è emerso che circa il 14% delle perdite di foreste incontaminate sono state causate da attività che hanno alterato direttamente il paesaggio, come la deforestazione. Le altre foreste sono invece state frammentate dalla costruzione di strade e infrastrutture e dall’espansione agricola.
Dopo una battaglia durata 8 lunghi anni, la compagnia petrolifera anglo-olandese Shell è stata condannata dalla Corte Internazionale di Giustizia per aver provocato un enorme disastro ambientale.
Le terre circostanti al delta del fiume Niger sono state danneggiate a causa di ingenti fuoriuscite di petrolio.
Gli abitanti del luogo saranno finalmente risarciti.
Non è un incidente, ma un volontario disastro ambientale
1640 barili è la quantità di petrolio che gli impianti di Shell hanno riversato sulle terre circostanti al delta del fiume Niger, distruggendole completamente.
Per capire l’entità del danno considerate che un barile di petrolio equivale circa a 159 litri. Pensate ora di versare sul terreno l’equivalente di 130.380 bottiglie di acqua da due litri ciascuna, però contenenti petrolio.
La stima è stata realizzata da Accufacts Inc, mentre Amnesty International, ente che ha diffuso la notizia, ha stimato addirittura una quantità superiore ai 100.000 barili.
Sì, perché a diffondere la notizia ovviamente non sono stati i media. Se non fosse per merito di Amnesty International, questo gravissimo disastro ambientale sarebbe finito direttamente nel dimenticatoio.
Una causa durata 13 anni
La documentazione dimostra che da anni, precisamente dal 2008, la compagnia petrolifera era a conoscenza delle perdite degli impianti ormai obsoleti, ma aveva deciso di non assumersi alcuna responsabilità.
Ha scelto per anni di non tenere in considerazione la vita degli abitanti del luogo che sono soliti coltivare le terre o dedicarsi alla pesca per ricavare cibo per vivere una vita dignitosa.
Inutile ribadire a questo punto che, anche questa volta, gli interessi economici di un’azienda sono stati più importanti della vita delle persone residenti in questa zona del mondo, già di per sé sicuramente non ricca.
Shell ha avuto il coraggio di arrecare consapevolmente un danno inestimabile ad una popolazione povera.
Ricordiamo inoltre che l’aspettativa di vita nella zona attorno al delta del Niger è di 10 anni inferiore rispetto a quella nel resto della Nigeria.
Le persone non hanno uno standard di vita alto e senza dubbio non hanno bisogno di terre e acque inquinate, che contaminano il raccolto e la pesca di sostanze tossiche per la salute.
Sono state esaminate le acque di alcuni pozzi, utilizzati dalla popolazione per la propria igiene personale, per bere e cucinare che presentavano livelli altissimi di benzene, una sostanza ultra cancerogena per l’organismo.
Le acque presentavano valori di mille volte superiori alla soglia tollerata dalla legge nigeriana di 3 µg/L.
Già nel 2008 fu avviata una causa contro la compagnia petrolifera e durante il procedimento in tribunale vennero a galla le responsabilità dell’azienda, che lasciava in funzione gli impianti pur sapendo che fossero difettati e vecchissimi.
La Shell tuttavia si giustificò affermando che le perdite dell’impianto riguardavano nello specifico la filiale situata in Nigeria e che quindi avrebbe dovuto rispondere al danno in base alle normative vigenti nel Paese.
Un piccolo riscatto per la popolazione
Gli abitanti del luogo, insieme alla filiale olandese dell’ ONG Friends of the Heart, hanno portato avanti le loro accuse nei confronti della Shell per 13 lunghi anni.
Secondo quanto afferma la Common Law inglese, le persone che subiscono gravi danni a causa di carenze in materia di salute, sicurezza e ambiente in una filiale estera di una multinazionale inglese devonoessere assistite.
Ora, infatti, Shell è stata obbligata a:
risarcire gli abitanti dei villaggi di Oruma, Goi, Ikot Ada Udo;
bonificare tutti i 400 metri quadri di suolo danneggiato dalle emissioni di petrolio
La responsabilità del disastro ambientale non è quindi solo della sede Nigeriana, ma anche della società madre, Royal Dutch Shell, che avrebbe dovuto fin da subito mettere in sicurezza l’impianto con un sistema di rilevazione delle perdite, cosa che adesso è obbligata ad installare.
Channa Samkalden, avvocato della parte lesa, afferma: ‘’C’è finalmente giustizia ma questo caso mostra anche che le società europee devono comportarsi in modo responsabile all’estero’’.
Senza dubbio un grande passo in avanti, ma è indicativo il fatto che ci siano voluti tutti questi anni per arrivare ad una conclusione.
Le condizioni ambientali nel frattempo sono peggiorate sempre di più. Se Shell avesse ammesso i suoi errori fin dall’inizio, si sarebbe evitato il disastro ambientale, bonificando subito la zona interessata.
Il problema è che questa causa vinta non è all’ordine del giorno: di solito risulta veramente difficile schiacciare le grandi multinazionali, anche se si porta avanti una causa più che legittima.
Il ‘’coltello dalla parte del manico’’ appartiene sempre al ricco a prescindere dall’eticità delle sue azioni e le multinazionali del petrolio hanno il controllo sulle terre circostanti al delta del Niger da oltre mezzo secolo.
È chiaro che questa sentenza rappresenta una vittoria per tutti gli ambientalisti ma, affinché le aziende si mettano una mano sul cuore (e non come sempre, solo sul portafogli), è necessario che vengano redatte norme internazionali per la tutela dei territori.
Iniziamo la settimana con un bilancio generale sull’impegno degli stati a favore dell’ambiente. Una piccola anticipazione: la valutazione è molto negativa. Lo svela un rapporto dell’Unfccc, l’agenzia dell’Onu per la lotta al cambiamento climatico, redatto in vista della Cop26, che si terrà a novembre. Il report, pur necessitando di un’integrazione, è molto chiaro: i Paesi hanno ridotto solo dell’1% le loro emissioni rispetto al 2010. Per mantenere gli accordi di Parigi, però, tutti gli Stati firmatari dovrebbero ridurle del 45% entro il 2030. Come sempre, comunque, è necessario attribuire i giusti pesi e misure, soprattutto considerando quali e quanti stati hanno presentato i loro obiettivi.
Al termine della storica Cop21 del 2015, 196 Nazioni hanno firmato l’accordo di Parigi. L’impegno era quello di mantenere l’aumento della temperatura globale al di sotto dei 2 gradi rispetto ai livelli pre-industriali. Negli anni successivi, questo obiettivo si è inasprito e gli scienziati hanno ritenuto doveroso abbassare l’asticella climatica a 1,5°. Per farlo, sarebbero necessari dei tagli alle emissioni nette mondiali del 45% entro il 2030 e del 100% entro il 2050. Per monitorare i risultati e anche in vista della Conferenza sul clima, che si terrà a Glasgow a novembre 2021, le Nazioni Unite hanno chiesto agli stati di inviare le loro Nationally Determined Contributions (NDC). Si tratta semplicemente di un insieme di documenti che dichiarano il modo in cui il governo che li presenta contribuirà alla limitazione del riscaldamento globale. La scadenza era stata fissata al 31 dicembre 2020.
Meno della metà degli Stati (40%) ha però presentato i dati. Come se non bastasse, dai pochi analizzati emerge che l’impatto combinato di questi Paesi avvierebbe il mondo sulla strada per ottenere una riduzione delle emissioni inferiore all’1% entro il 2030 rispetto al 2010. Un numero che stride con il 45% sopra accennato. A questo proposito, il segretario generale dell’ONU Antonio Guterres ha mostrato la sua preoccupazione: “Il 2021 è un anno decisivo per affrontare l’emergenza climatica globale. […] Il rapporto provvisorio di oggi dell’Unfccc è un allarme rosso per il nostro pianeta. Mostra che i governi non sono neanche lontanamente vicini al livello di ambizione necessario per limitare il cambiamento climatico a 1,5 gradi e a raggiungere gli obiettivi dell’Accordo di Parigi”.
I silenzi che parlano
Gli obiettivi di tagli alle emissioni non sono sufficienti
Probabilmente, alcune delle Parti che hanno consegnato i loro NDC nel 2020 erano anche abbastanza orgogliose. La maggior parte ha infatti aumentato i livelli individuali di ambizione per ridurre le emissioni. Gli ultimi NDC sono inoltre più chiari e più completi del primo ciclo. Per esempio contengono più informazioni sull’adattamento e un maggiore allineamento con gli Obiettivi di sviluppo sostenibile. Alla luce di questo, quindi, perché l’obiettivo non è stato centrato?
I dati più eloquenti, come spesso accade, sono quelli nascosti. Solo il 40% dei firmatari dell’Accordo ha presentato gli obiettivi aggiornati e questi contribuiscono solo al 30% delle emissioni globali. Anzi, senza la presenza di Regno Unito e Unione Europea, che sono stati diligenti nel rispettare la consegna, l’elenco sarebbe composto da nazioni davvero poco inquinanti rispetto ai livelli mondiali. Questo ovviamente non giustifica il loro mancato raggiungimento dei target emissivi, che rappresenta un’altra causa dello scarto rilevato. Sicuramente, però, il loro sforzo (o non sforzo) non è determinante nella lotta al riscaldamento globale.
I grandi assenti
Una lotta che sarebbe sicuramente più semplice da vincere se le nazioni più inquinanti, che sono responsabili del 75% delle emissioni, contribuissero alla riduzione delle stesse. Invece, soltanto due delle diciotto nazioni più inquinanti hanno presentato gli NDC. Tra i grandi assenti troviamo gli Stati Uniti, la Cina, l’India, l’Australia e il Brasile. Qualcuno potrebbe muovere due riflessioni per difenderli. Innanzi tutto, queste grandissime realtà potrebbero aver bisogno di più tempo per riorganizzare l’economia e la società. Il 2020, poi, ha rallentato se non bloccato qualunque possibile iniziativa a causa dell’epidemia di Covid. Anche la Segretaria esecutiva dell’Ufccc, Patricia Espinosa, ha chiarito come il Rapporto di sintesi sia “solo un’istantanea, non un quadro completo degli NDC, perché nel 2020 il Covid-19 ha posto sfide significative a molte nazioni rispetto al completamento dei report loro richiesti”.
L’obiettivo dei tagli alle emissioni, però, era stato fissato nel 2015, ovvero ben cinque anni fa, quando la pandemia era ancora un evento ben nascosto tra i piani dell’universo. Allora, poi, il margine di tempo per rivoluzionare il mercato dell’energia era più ampio. Certo, sappiamo che gli Stati uniti hanno attraversato la presidenza di Donald Trump, il quale nel 2017 si è addirittura sfilato dagli Accordi di Parigi. Questo fatto però non rappresenta una scusante, bensì una aggravante che mette in luce come l’elezione dei giusti politici possa cambiare le sorti del mondo. Si potrebbe poi pensare che, essendo questo report soltanto un frammento del quadro, noi non possiamo sapere se gli stati non presenti abbiano o meno un piano per ridurre le emissioni. Si può rispondere a questa semplicistica obiezione con un’altra domanda, ancora più semplice. Se fosse davvero tutto in regola, cosa avrebbero da nascondere?
Il futuro degli accordi per i tagli alle emissioni
Per quanto riguarda le nazioni che già hanno presentato il piano, queste dovranno puntare le loro frecce più lontano. Come ha affermato Ester Asin, direttrice dell’European Policy Office del Wwf, l’Unione Europea ha concordato un National Climate Action Plan aggiornato più ambizioso. Non risulta però essere sufficiente per affrontare adeguatamente l’emergenza climatica. Ridurre le emissioni nette del 55% entro il 2030 per un Paese così inquinante è un obiettivo ancora lontano da ciò che sarebbe necessario. Per compensare la sua impronta carbonica e quindi la sua responsabilità climatica, l’Europa dovrebbe ridurre i gas serra del 65%. Mostrerebbe così agli altri Paesi che “l’azione climatica, l’uguaglianza sociale e la prosperità economica possono andare di pari passo”.
Il direttore esecutivo di Greenpeace Italia, Giuseppe Onufrio, ha affermato che “nella partita del clima anche l’Unione europea è chiamata a giocare un ruolo decisivo, e così tutti i Paesi membri. L’Italia, in particolare, deve aggiornare profondamente il Piano Nazionale Integrato Energia e Clima che risponde ai vecchi e ormai superati obiettivi comunitari. Il governo Draghi porti l’ambizione europeista e ambientalista dalle parole ai fatti e utilizzi l’occasione storica del Piano di ripresa e resilienza per portare il nostro Paese all’avanguardia della lotta alla crisi climatica”.
Riguardo invece all’assenza di molti stati degli stati, Patricia Espinosa ha affermato che un secondo rapporto sarà pubblicato prima della COP26. Ha quindi invitato “tutti i Paesi, in particolare i principali emettitori che non l’hanno ancora fatto, a presentare le loro richieste il prima possibile, in modo che le loro informazioni possano essere incluse nella relazione aggiornata”. Guterres, dal canto suo, ha tentato di vedere una luce nel buio. La pandemia di Covid-19, seppur tragica, ha dato il via allo stanziamento di fondi e piani recupero che offrono l’opportunità di ricostruire un ambiente più verde e pulito. E da qui, secondo il segretario generale dell’Onu, bisogna ripartire per accompagnare le promesse “ad azioni immediate per avviare il decennio di trasformazione di cui le persone e il pianeta hanno così disperatamente bisogno”.
Mezza tonnellata di pura perfezione genetica, manto bianco come la neve, 42 denti che indicano la sua essenza predatoria; di chi stiamo parlando? Del Re indiscusso del Polo nord: l’Orso polare (Ursus maritimus). Il 27 febbraio si celebra la giornata mondiale dedicata a questo fantastico animale; Sfortunatamente, in anni recenti, è diventato l’indicatore ambientale perfetto per comprendere meglio le drammatiche conseguenze che i cambiamenti climatici stanno apportando al Pianeta ed ai suoi abitanti.
Lo stiamo perdendo
L’Orso polare si è estinto. Questa frase mette i brividi, vero? Vi starete chiedendo come sia possibile, nessun giornale ne ha fatto parola fin’ora. Si, l’Orso polare è geneticamente estinto.
Se ci si pensa bene, il concetto di estinzione genetica è ancor più drammatica. L’impatto antropico, sotto forma di caccia eccessiva, infinite emissioni e quindi surriscaldamento della calotta polare, hanno letteralmente tolto a questa specie gli strumenti necessari per far fronte agli insulti ambientali. Abbiamo azzerato la loro variabilità genetica; riducendo sempre più il numero degli individui nelle popolazioni abbiamo permesso che fenomeni come l’inincrocio (incrocio fra consanguinei) e la deriva geneticalavorassero negativamente sul patrimonio genetico della specie.
La giornata mondiale dell’Orso polare dovrebbe portare a riflettere sulla condizione precaria nella quale stiamo ponendo queste meravigliose creature.
Quest’ultima risulta impoverita ed incapace di sopravvivere in un ambiente che cambia. Proprio l’ambiente, infatti, determina quali individui potranno sopravvivere e lo fa sulla base del numero di geni a disposizione. Se i geni son pochi, allora mancheranno gli strumenti per far fronte al Mondo esterno.
Orso polare, conosciamolo meglio
L’orso polare è un mammifero, appartenente alla famiglia degli Ursidi ed è il più grande carnivoro terrestre del nostro Pianeta; è una specie che si trova al polo nord nel mar glaciale artico. Una sua caratteristica è la vita semi-acquatica. Gli orsi polari infatti trascorrono la maggior parte del loro tempo sulla banchisa ghiacciata, sulla quale cacciano, si riproducono e allevano i cuccioli, ma sono altrettanto eccellenti nuotatori.
Gli esemplari di maschio adulto pesano mediamente dai 350 ai 700 kg e misurano dai 2,4 ai 3 metri di lunghezza; le femmine, invece, sono grandi circa la metà dei maschi e normalmente pesano tra i 150 e i 250 kg. La longevità dell’orso polare in natura è di 25-30 anni, mentre in cattività può superare anche i 35.
Due esemplari di Orso polare
L’orso polare è caratterizzato dalla pelliccia bianca ma, diversamente da altri mammiferi dell’Artide, in estate il suo manto non diventa più scuro. L’isolamento termico degli orsi polari è estremamente efficace contro il freddo, ma il loro corpo si surriscalda a temperature sopra i 10 °C. Questo lascia intendere quanto possano risentire dei picchi caldi causati dal clima che cambia.
Una caratteristica interessante della pelliccia è che, fotografata con luce ultravioletta, appare nera: ha quindi, come ulteriore meccanismo di “produzione” di energia termica, un’elevata capacità di assorbimento delle frequenze uv. Ciò è possibile avendo l’epidermide nera. Nera? Esattamente! I raggi del sole attraversano la pelliccia e raggiungono la pelle, dalla quale sono assorbiti proprio grazie alla colorazione scura.
La sua fonte primaria di proteine è costituita anzitutto dalle foche, ma anche cetacei, trichechi, molluschi, granchi, pesci; persino vermi di mare, uccelli, piccoli di aquile e civette, ghiottoni, volpi polari, renne e lemming. Può mangiare anche bacche e rifiuti. Trovandosi in cima alla catena alimentare ha quindi pochi nemici; naturalmente l’uomo resta il vero pericolo per questa specie.
Cambiamenti ambientali
Se le emissioni di gas serra manterranno il loro trend attuale, tutte le popolazioni di orsi polari nell’Artico probabilmente scompariranno entro il 2100. Lo afferma uno studio pubblicato su Nature Climate Change.
Il modello preso in considerazione dagli studiosi cattura le tendenze demografiche, osservate nel periodo 1979-2016, e dimostra come potrebbero già essere state superate, in alcune sotto-popolazioni, le soglie di reclutamento e di sopravvivenza. Inoltre, suggerisce che, con elevate emissioni di gas serra, la riproduzione e la sopravvivenza in forte calo metterà a repentaglio la persistenza di tutte le sotto-popolazioni dell’alto Artico entro il 2100.
La moderata mitigazione delle emissioni prolungherebbe leggermente la persistenza ma è improbabile che prevenga l’eliminazione di alcune sotto-popolazioni entro questo secolo. Già è molto probabile che molti orsi polari inizieranno a sperimentare un fallimento riproduttivo dal 2040, portando a conseguenti estinzioni locali.
Illustrazione: Polar Bears International
“È ormai risaputo da tempo che gli orsi polari soffriranno a causa del cambiamento climatico. Ma ciò che non era del tutto chiaro era le tempistiche con le quali avrebbero iniziato ad avvenire cali importanti nella sopravvivenza e riproduzione degli orsi polari, con la loro conseguente scomparsa. Non sapevamo se ciò sarebbe accaduto all’inizio o alla fine di questo secolo. “
ha affermato Péter Molnár, biologo dell’Università di Toronto e autore principale dello studio.
Gli orsi polari attingono alle riserve energetiche accumulate durante la stagione di caccia invernale per sopravvivere ai magri mesi estivi sulla terraferma. Sebbene gli orsi siano abituati a digiunare per mesi, le loro condizioni fisiche, la capacità riproduttiva e la sopravvivenza diminuiranno se posti in una condizione di digiuno eccessivamente lunga.
Nella popolazione del Mare di Beaufort meridionale dell’Alaska, i biologi hanno già visto il numero di orsi polari diminuire del 25-50% durante i periodi estivi, proprio quando gli orsi sono costretti a digiunare troppo a lungo. E nella baia di Hudson occidentale la popolazione è diminuita di circa il 30% dal 1987 .
Conclusioni: possiamo “salvare” l’Orso polare?
Le specie che vivono in habitat caratterizzati da condizioni rigide, sono generalmente note per essere molto vulnerabili ai cambiamenti ambientali. Gli orsi polari sono specialisti estremi, dipendono dall’acquisizione della maggior parte del loro apporto alimentare annuale entro periodi stagionali limitati. Negli orsi polari, è probabile che il riscaldamento continuo e il calo del ghiaccio marino artico mettano alla prova la loro capacità di cacciare le foche in molte regioni, aumentando allo stesso tempo i loro schemi di movimento annuali e le frequenze di nuoto.
In assenza di ghiaccio marino estivo, gli orsi polari diventeranno sempre più dipendenti dall’ecosistema terrestre, che ha risorse alimentari limitate rispetto all’ambiente marino. Le specializzazioni fisiologiche di questi predatori, che cacciano sopra e sotto il ghiaccio marino, non sono adatte per un Artico in rapido riscaldamento. È probabile che il declino di questa specie prefiguri un declino in altri mammiferi marini dipendenti dal ghiaccio e in alcune delle loro prede principali, come il merluzzo artico che si basa sullo zooplancton associato al ghiaccio marino.
A differenza di altre specie minacciate dalla caccia o dalla deforestazione, gli orsi polari possono essere salvati solo se il loro habitat è protetto; ciò richiede di affrontare il cambiamento climatico a livello globale. Alcune ricerche hanno dimostrato che se iniziassimo a ridurre domani le emissioni di gas serra, ci vorranno ancora almeno altri 25-30 anni prima che l’estensione del ghiaccio marino si stabilizzi (a causa di tutta l’anidride carbonica già presente nell’atmosfera).
Si stima che attualmente ci siano circa 23.000 orsi polari in tutto il Mondo, ma, senza un’azione concreta e rapida sui cambiamenti climatici, il numero attuale decrescerà nel giro di pochi anni. È importante che ognuno di noi comprenda l’entità del problema. Possiamo prendere parte al cambiamento attraverso delle proposte di legge, manifestazioni, un consumo più consapevole, l’utilizzo sempre maggiore delle energie rinnovabili.
La biodiversità rafforza la produttività di un qualsiasi ecosistema grazie alle interazioni tra i vari organismi viventi che interagiscono con l’ambiente fisico.L’ISPRA riporta che la perdita di biodiversità è una causa di insicurezza alimentare ed energetica, di aumento della vulnerabilità ai disastri naturali, di diminuzione del livello della salute sociale, di riduzione della disponibilità e della qualità delle risorse idriche, e di impoverimento delle tradizioni culturali.
Definizione di biodiversità
Biodiversità significa “varietà di vita” (dal greco bios, vita, e dal latino diversitas, varietà), inclusa la variabilità della medesima. La varietà si muove sull’asse dello spazio, generalmente intendendo la differenza tra organismi del presente, mentre la variabilità si sposta su quella del tempo, solitamente corrispondendo all’evoluzione.
Ci sono tre tipi di diversità biologica: una genetica, un’altra di specie e l’altra di ecosistema. Con la prima si considera il patrimonio genetico di ogni essere vivente. La seconda indica le varie specie animali e vegetali, senza tralasciare il regno dei funghi e i microrganismi. Infine, con la terza si individuano i diversi ecosistemi, cioè insiemi costituiti da organismi e dall’ambiente in cui viviamo e interagiamo.
Biodiversità, causa ed effetto
Tutti i livelli di biodiversità sono interconnessi e interdipendenti. Ad esempio, i geni del DNA definiscono la fisicità e la potenzialità di un’ape, oltre a determinarne i caratteri ereditari. Come specie, le api interagiscono sia con i propri simili che con altri organismi, volano da un fiore a un altro e fecondano la pianta che produrrà il frutto. Questo contiene il seme che farà germogliare un’altra pianta, domani un albero. L’albero si rapporta con le componenti fisiche dell’ecosistema e così, grazie alla fotosintesi clorofilliana, avremo nuovo ossigeno da respirare.
In quanto esseri viventi, il nostro benessere si rapporta con un ecosistema equilibrato. Di conseguenza, l’interazione tra le diverse componenti di questo insieme è di fondamentale importanza. Infatti, la scomparsa di una specie influisce sull’ambiente, in maniera diretta e indiretta. Direttamente – se le api scomparissero, alcune specie di piante non si riprodurrebbero – e indirettamente, perché se ciò accadesse, perderemmo parte del patrimonio alimentare, e non solo. Questo non costituirebbe solo una mancanza culturale, dato che la nostra salute si rapporta con gli alimenti. La biodiversità non dipende solo dalla forma esterna e dalla struttura interna di un elemento, ma soprattutto dalle rispettive correlazioni.
Fisica biologica
Il valore della biodiversità è interconnessione e interdipendenza tra le cose. Senza equilibrio non avremmo benessere. Senza interazioni, non esisteremmo.
“Pensiamo il mondo in termini di oggetti, cose, entità […] Questi oggetti non stanno ciascuno in sdegnosa solitudine. Al contrario, non fanno che agire l’uno sull’altro. È a queste interazioni che dobbiamo guardare per comprendere la natura, non agli oggetti isolati. […] un albero assorbe energia dai raggi del sole, produce l’ossigeno che respirano gli abitanti del paese mentre osservano le stelle e le stelle corrono nella galassia trascinate dalla gravità di altre stelle… Il mondo che osserviamo è un continuo interagire. È una fitta rete di interazioni.“
[Carlo Rovelli, Helgoland, 2020, p. 84]
Anche se l’autore tratta di fisica, l’argomento si correla chiaramente; gli oggetti sono caratterizzati dal modo in cui interagiscono. Prendiamo il primo oggetto che vediamo; ne distingueremo i colori grazie alla luce riflessa, il peso dato dalla gravità, la sua funzione con la materia usata per produrlo e con la quale è percepito. Al contrario, un oggetto senza interazioni non agirebbe né influenzerebbe alcuna cosa. Sarebbe come se non ci fosse. Il mondo che conosciamo e che comunemente chiamiamo “realtà” è una rete di entità che si manifestano l’una all’altra scambiandosi energia reciprocamente. Alterarne il flusso può destabilizzare la biodiversità in cui ci riconosciamo.
Biodiversità vegetale
Avendo iniziato a parlare di impollinatori (le api, ma anche le farfalle, le formiche, le zanzare, i colibrì e i pipistrelli) e impollinazione, continuiamo ora a trattare sul valore della biodiversità vegetale. Le piante sono vitali perché emettono ossigeno, ma non solo; sono fonte di cibo, di ombra, di materiale da costruzione, di fibre per vestiti, di medicine. In più, le radici possono prevenire frane e inondazioni. Non di meno, le piante, come i funghi e alcuni animali, mantengono il suolo fertile e l’acqua pulita.
Parlando di sostenibilità, facciamo riferimento anche al piano economico. Molte industrie si basano sulla biodiversità delle piante. In primis, l’agricoltura, incluse alcune pratiche più moderne come la permacultura. In secondo luogo, il settore medico e farmaceutico, l’edilizia, la moda, il turismo e l’ospitalità, ad esempio. Quando la biodiversità di un ecosistema è compromessa, l’impatto economico sulla comunità locale avrà conseguenze gravi.
Con National Geographic si riportano motivi specifici per cui la biodiversità è importante nell’industria medica e farmaceutica. Alcuni scienziati hanno scoperto delle sostanze chimiche nelle piante della foresta pluviale che ora sono usate in diversi farmaci. Uno dei più popolari e sicuri antidolorifici, l’aspirina, originariamente era ricavato dalla corteccia del salice. Le medicine contro alcune forme di cancro sono state ricavate dalla pervinca rosa, un fiore che cresce in Madagascar. La morfina è una sostanza derivante dal succo del papaverum somniferum.
Il problema è che, fino ad ora, solo una piccola percentuale di specie della foresta pluviale è stata studiata. Ogni anno, migliaia di specie si estinguono prima che altri scienziati possano determinare se una pianta possa contribuire alla salute di altri esseri viventi.
Biodiversità animale
Alcune interazioni potrebbero apparire bizzarre. Ad esempio, sul The Guardian si legge che le tartarughe tropicali e le scimmie ragno sembrano avere poco a che fare con una stabilità climatica. Invece, alcune specie di alberi particolarmente efficienti nel convertire l’anidride carbonica in ossigeno si basano sulla dispersione dei loro semi. Infatti, oltre agli impollinatori, ci sono degli animali che si potrebbero definire “seminatori”. Pensate; una scimmia prima mangia un frutto di una specie di pianta e poi si sposta per diversi metri. Quindi espelle le feci che, oltre ad essere concime, contengono i semi del frutto di quel vegetale così distante. Così la pianta, anche se radicata al suolo, è riuscita a riprodursi in un altro posto.
La biodiversità può sorprendere anche di più. Vediamo ora un esempio di come gli equilibri naturali vengano preservati dall’interazione tra specie diverse.
Tra milioni di formiche di una colonia, una inizia a comportarsi stranamente, arrampicandosi su di un albero e percorrendo diversi metri dal suolo. “Qualcosa ha preso il controllo dei suoi movimenti, come un burattinaio che tira i fili di una marionetta.” La formica non può porre resistenza e così viene trascinata in alto, fino a quando non trova della vegetazione a cui aggrapparsi. Una volta arrestata, il cordyceps, un fungo parassita, spunta fuori dal suo corpo. Questo si riprodurrà strategicamente; trovandosi in alto, le spore del bulbo verranno diffuse dalle correnti d’aria e così, una volta a contatto con il nuovo ospite a terra, potranno prenderne il controllo.
Si stima che esistano specie di cordyceps per altri specifici tipi di insetto. In questo caso, più una colonia di formiche è popolosa, più è probabile che diventi preda di questi funghi. Equilibri delicati come questa interazione permettono che nessuna specie possa mai dominare le altre, così proteggendo la biodiversità.
Tutelare la biodiversità
Per preservare la biodiversità del patrimonio agro-alimentare, comprese le tradizioni di molte comunità mondiali, dal 1996 Slow Food promuove Arca del Gusto, un progetto per segnalare l’esistenza di migliaia di prodotti culturali e per denunciare il rischio che possano scomparire. Un’altra arca, invece, è stata costruita da Joel Sartore che, con National Geographic e con l’ausilio della fotografia, intende incentivare le persone a salvare le specie animali a rischio di estinzione. Questo progetto, avviato verso il 2006, si chiama Photo Ark e Sartore ha già scattato più di 10.500 ritratti. L’obiettivo è quello di documentare oltre 15.000 specie che vivono negli zoo e nelle aree protette del mondo prima che sia troppo tardi. Tutto questo perché si intende incentivare la conservazione delle specie, ad esempio adottando un animale a rischio d’estinzione. Normalmente, si possono fare delle donazioni occasionali, mensili o annuali a organizzazioni quale il WWF.
Queste organizzazioni possono effettivamente fare la differenza, così il nostro contributo finanziario. Nel passato, il rinoceronte bianco meridionale si era quasi estinto a causa della caccia eccessiva. Pare che nel 1880 ne fossero rimasti appena 25 o 30 esemplari. Poi, però, con l’adozione di misure protettive, se ne favorì la ripresa, trasferendo gli esemplari nelle riserve africane, dove si ripopolarono. Purtroppo, ciò non è avvenuto con il rinoceronte bianco settentrionale. Nel 1970, la popolazione contava circa 500 esemplari, ridottasi a non più di 10 nel 2006 a causa del bracconaggio. Nel 2016 si contavano solamente tre rinoceronti. Poi, nel 2018 è scomparso l’ultimo esemplare maschio. Affinché si riduca la perdita di biodiversità, possiamo sostenere chi opera direttamente a favore dell’ambiente.
Altre letture de L’EcoPost per approfondire il tema sulla biodiversità:
Pensiamo ancora una volta a quanto sia importante la relazione tra gli elementi. Un fiore ne feconda un altro grazie al polline trasportato da una farfalla. Quello che era un fiore, ora è un frutto contente un seme. A contatto col terreno, il seme germoglia e diventa una pianta, poi un albero. Insieme ad altri alberi, l’anidride carbonica è convertita in ossigeno. Se non ne è convertita in misura equilibrata, l’anidride carbonica, come gas a effetto serra, influenza l’atmosfera, in particolare l’ozonosfera che si riduce. Il buco nell’ozono così formatosi non filtra le radiazioni del sole, le quali causano lo scioglimento dei ghiacciai. Arrivati a questo punto, le conseguenze gravano sul mondo con l’aumento del livello del mare, con l’acidificazione degli oceani e con l’incidenza di fenomeni metereologici estremi.
Ciò che possiamo fare per tutelare la biodiversità è aver coscienza della relazione tra le cose e rispettarle. Anche quella cosa che, apparentemente, può essere insignificante. Se una farfalla contribuisce a salvaguardarci da un uragano, anche noi, nel nostro piccolo, possiamo generare grandi cambiamenti. La biodiversità unisce le nostre azioni e plasma l’essere.
Quasi tutti sanno che Space X è un’azienda fondata da Elon Musk. In pochi però sono a conoscenza del fatto che questa abbia contribuito all’avvistamento di ingenti perdite di metano in Turkmenistan, che raggiungono i diecimila chilogrammi all’ora. Un fatto gravissimo, poiché il metano, oltre ad essere un gas serra, ha anche un potere riscaldante molto maggiore dell’anidride carbonica. L’avvenimento non può che indurre a chiederci quante altre perdite di gas siano occorse nel mondo prima dell’esistenza di questi satelliti, all’oscuro di tutti.
Perché il Turkmenistan perde metano
Il Turkmenistan ospita la quarta riserva di gas naturale più grande al mondo. Non stupisce che metà di quel gas sia destinato allo Stato più popoloso del pianeta: la Cina. Il passaggio avviene attraverso un gasdotto lungo all’incirca 7000 chilometri. Oltre a questa gigantesca infrastruttura, il Turkmenistan “vanta” molti altri gasdotti più piccoli, necessari allo smistamento del gas a partire dai bacini. Ebbene, quattro di questi gasdotti, che si trovavano in prossimità del giacimento di Galkynysh, il secondo più grande al mondo, probabilmente perdevano gas da valvole mal funzionanti. Le altre quattro aree nelle quali hanno identificato del gas sospetto sono i punti in cui avviene il fenomeno di gas flaring. Si tratta, riassumendo molto, di zone adibite alla combustione del metano che non può essere trasportato o lavorato.
Il misfatto lo ha rivelato un satellite inviato nello spazio da GHGSat, un’azienda canadese che monitora le emissioni di gas serra provenienti dal nostro Pianeta. Hugo, questo il nome del satellite, è stato mandato in orbita da un razzo di Space X il 24 gennaio di quest’anno. Non è però la prima volta che GHGSat rileva perdite di questo tipo in Turkmenistan. L’anno scorso, mentre la società stava effettuando misurazioni satellitari da un vulcano nella parte occidentale del paese, ha accidentalmente rivelato enormi quantità di metano provenienti dal giacimento di petrolio e gas di Korpezhe.
Senza contare quelle probabilmente mai osservate nel corso degli anni. Il Turkmenistan è infatti uno dei paesi che produce la maggiore quantità di perdite di metano nel mondo. Nel 2020 nell’Asia centrale le perdite si sono triplicate rispetto all’anno precedente, nonostante il calo a livello mondiale, anche a causa degli enormi giacimenti presenti in questa Nazione.
Questo cratere del Turkmenistan è soprannominato “La porta dell’inferno” e sta bruciando ininterrottamente dal 1971, anno in cui alcuni geologi sovietici localizzarono una caverna piena di gas naturale. Le trivellazioni che dovevano estrarlo, però, ne causarono il crollo. Così, fu innescato un incendio per evitare la diffusione nell’atmosfera del metano e altri gas presenti nella caverna.
Come funzionano le rilevazioni
La tecnologia satellitare consiste in un sistema a infrarossi che è già in grado di individuare le emissioni da specifici luoghi quali giacimenti, condutture e miniere. Anche se, per ora, le perdite devono essere distanti almeno 25 metri per apparire come camini distinti nelle immagini satellitari.
GHGSat, che opera dal 2016, non è e non sarà l’unica azienda a operare in questo campo. Per esempio, anche i satelliti dell’Agenzia spaziale europea (ESA) possono rilevare le perdite di metano. Molti altri concorrenti si stanno affacciando a questa importante attività di rilevazione. Bluefield Technologies Inc., ad esempio, è stata la prima a identificare nel 2020 un’ enorme perdita di gas in Florida, utilizzando i dati acquisiti dall’ESA. Un rapporto di Bloomberg News ha successivamente identificato la probabile fonte, che si trovava, appunto, in Florida. La scoperta ha poi dato il via a un’indagine dell’Agenzia per la protezione ambientale degli Stati Uniti su una possibile violazione del Clean Air Act.
Questa sana concorrenza spinge al miglioramento delle tecnologie. Se infatti i satelliti dell’Agenzia spaziale europea potevano rilevare le perdite di metano solo se esse consistono in almeno diecimila chilogrammi all’ora. Invece, a quelli della più moderna GHGSat, che orbitano a quote più basse, bastano 100 chili all’ora. L’immagine a pixel diffusa dall’azienda mostra le aree in cui il gas metano di recente rilevazione è presente in maggiore concentrazione.
One gas field in central Asia is leaking huge amounts of methane—the equivalent of 250,000 cars driving at once https://t.co/QBQ4Dq0gIh
L’implementazione di queste potenti tecnologie è molto importante in quanto il metano è un potentissimo gas serra. Purtroppo spesso è considerato uno dei combustibili più “green” poiché rappresenta una componente del tanto conclamato gas naturale. La combustione di metano, infatti, produce meno anidride carbonica rispetto a quella del petrolio e del carbone, a parità di energia prodotta. Inoltre questo gas resterebbe nell’atmosfera soltanto dodici anni, nulla in confronto ai cinquecento dell’anidride carbonica.
In primo luogo, però, dodici anni sono comunque sufficienti a creare squilibrio nell’atmosfera se ingenti quantità di gas vengono costantemente emessi senza attenderne lo smaltimento. Inoltre il metano ha un potere riscaldante è 25 volte maggiore rispetto a quello dell’anidride carbonica, in un arco di 100 anni. Per questo la quantità di metano rilasciata dai gasdotti del Turkmenistan ha lo stesso effetto che avrebbero 250 mila automobili con motore a scoppio costantemente accese.
Secondo i dati dell’Agenzia internazionale dell’energia (IEA), nel 2020 le attività di estrazione, lavorazione e distribuzione di petrolio e gas di tutto il mondo hanno disperso nell’atmosfera 70 milioni di tonnellate di metano. Il loro impatto è equivalente a quello di tutte le emissioni di anidride carbonica prodotte nello stesso arco di tempo dall’intera Unione Europea. Anche se rispetto al 2019 le emissioni di metano mondiali sono diminuite del 10 per cento, secondo l’IEA ciò è dovuto semplicemente al blocco della produzione di gas naturale conseguito alla pandemia di covid. Per questo, non è escluso che nel 2021-2022 le emissioni di metano potrebbero tornare ai livelli precedenti o superarli.
Il Turkmenistan farà qualcosa?
Risolvere il problema non sembra essere semplice. Le segnalazioni al Turkmenistan da parte di GHGSat infatti non sono bastate. L’azienda si è trovata quindi costretta a chiedere l’intervento della diplomazia canadese per chiedere al governo Turkmeno di fermare le perdite. Al momento, però, non sembrano esserci state risposte soddisfacenti. Il motivo, come rivela il Post, è da ricercarsi nel sistema politico del Turkmenistan, che ufficialmente consiste in una Repubblica presidenziale, ma di fatto si può definire un regime autoritario, con ben pochi contatti con l’esterno.
Inoltre, alcune perdite sono probabilmente non disgiunte dal funzionamento della rete stessa. Pensiamo, per esempio, al metano di scarto di cui abbiamo accennato, che deve essere in qualche modo eliminato. Ammettere queste falle vorrebbe dire mettere in discussione il funzionamento e, probabilmente, l’esistenza stessa dei gasdotti, investendo, o perdendo, moltissimo denaro. In un momento in cui si stanno decidendo le sorti di un altro gasdotto nuovo di pacca, che sarà lungo 1800 chilometri e attraverserà, oltre al Turkmenistan, l’Afghanistan, il Pakistan e l’India, l’intervento sulle “piccole” perdite di vecchi gasdotti per la causa ambientale non sarà sicuramente in cima alla lista del governo Turkmeno.
Il covid-19, ormai è assodato, si è diffuso anche a causa dello sfruttamento ambientale da parte dell’uomo, come spieghiamo in questo articolo. Lo stesso sfruttamento che ha generato anche una fortissima disuguaglianza sociale ed economica in tutto il mondo. A conferma di ciò, il coronavirus non ha mietuto vittime in egual misura. Alcune categorie di persone sono state più colpite di altre e alcuni paesi pagheranno il prezzo di questa pandemia per un tempo più lungo.
Disuguaglianza economica
La pandemia da coronavirus ha paralizzato economie e stati, mostrando come alcuni di essi siano più fragili ed esposti. Africa e America Latina, secondo le analisi, saranno i paesi che soffriranno più a lungo a causa della pandemia e non solo in termini di salute, ma principalmente in termini di calo, se non arresto e retrocessione, di sviluppo.
L’Africa dopo la pandemia da covid-19 dovrà fare i conti con un panorama ancora più complesso in cui la disuguaglianza sarà, se possibile, accentuata. La situazione di partenza era infatti già tragica, a causa delle sempre più evidenti discrepanze sociali dovute anche al riscaldamento globale. Come si legge sul Sole 24 Ore, le temperature più elevate hanno migliorato la crescita economica nei paesi più ricchi, mentre hanno influenzato negativamente la crescita dei paesi poveri. In particolare, in uno scenario di continue elevate emissioni e assenza di politica climatica, si prevede che entro il 2050 i soli cambiamenti di temperatura e precipitazioni nell’Africa orientale e occidentale ridurranno i tassi di crescita del Pil pro capite annui di oltre il 10%.
Il Covid ha quindi anticipato la catastrofe.The Economist rivela statistiche agghiaccianti che mostrano come il continente abbia incontrato un blocco nello sviluppo. Una battuta d’arresto che si protrarrà a lungo e i cui effetti danneggeranno la popolazione in maniera diffusa. Le più grandi economie dell’Africa si stanno contraendo a causa del crollo del turismo, le sole Mauritius hanno registrato una decrescita del 12,9% del PIL, e della diminuzione della domanda di combustibili fossili. Persino le grosse economie strettamente legate all’esportazione di petrolio, come la Nigeria, stanno affrontando un arresto senza precedenti e, soprattutto, senza essere preparate.
I bambini impossibilitati ad andare a scuola rimangono a casa, spesso senza i mezzi necessari per usufruire della scarsamente disponibile didattica a distanza. Oppure iniziano a lavorare per racimolare qualche decimo di dollaro raccogliendo rifiuti. La chiusura delle scuole, poi, colpisce i bambini in maniera ineguale. Infatti le bambine sono spesso chiamate ad occuparsi di faccende domestiche e familiari, trovandosi a rinunciare in partenza allo studio autonomo. Per non parlare del rischio di incorrere in matrimoni non programmati per sgravare la famiglia dalla spesa di mantenimento.
Gender gap
Il gender gap avrà effetti duraturi poiché nelle famiglie vi è la tendenza a dare precedenza all’istruzione dei membri di sesso maschile. Questo fenomeno è nettamente in contrasto con gli obiettivi di sviluppo sostenibile fissati dalle Nazioni Unite. Lo schema dell’ONU, infatti, trova una correlazione molto forte tra la sostenibilità ambientale e quella sociale. Questo ha fatto sì che si ponesse come obiettivo di sviluppo sostenibile anche la sutura del gender gap quale conseguenza degli effetti del cambiamento climatico. Effetti che invece il Covid ha decisamente accentuato.
Una perdita che le statistiche impiegheranno poco tempo a restituire in termini numerici. Di fatto, però, è una dimensione da valutare in termini di vite possibili che verranno negate. La prospettiva non è solo quella di un inciampo nello sviluppo, ma di un vero e proprio ostacolo, una diga da cui i giovani cercheranno in ogni modo di esondare. La pandemia infatti non lascerà solo una cicatrice economica. Spingerà molti ad emigrare, affrontando le complessità di un flusso sempre più criminalizzato e periglioso per giungere altrove, nel Nord del mondo, e ritagliarsi un futuro diverso.
La disuguaglianza in America Latina
Luis Alberto Moreno, ex presidente della Inter-American Development Bank nel mandato 2000-2005, in un lungo articolo apparso su Foreign Affairs ha dipinto un’immagine realistica delle prospettive dell’America Latina particolarmente colpite dalla pandemia. Il primo elemento che emerge dall’analisi riguarda proprio la struttura iniqua della società dell’America Latina. Qui il virus è stato portato e diffuso dalle classi medio-alte che hanno contratto il virus durante le loro permanenze all’estero e non hanno rispettato le norme preventive consigliate al loro rientro.
Dalle case delle famiglie più abbienti, il virus si è diffuso usando come portatori gli impiegati, la working class. Da qui in poco tempo ha raggiunto anche gli strati più bassi della popolazione, diffondendosi a macchia d’olio e trovando dei bacini di contagio immensi nelle zone più indigenti. Il pattern di Guayaquil nei primi mesi del 2020 si è dipanato subito come un modello di disuguaglianza. I malati abbienti hanno usufruito subito dei costosi servizi di sanità privata, mentre le classi medio basse e le fasce più povere di popolazione hanno dovuto rivolgersi al sistema pubblico. Il quale, prevedibilmente, è arrivato presto alla saturazione, lasciando per giorni i corpi dei deceduti a imputridire ai margini delle strade della capitale economica dell’Ecuador.
Un futuro poco roseo
Secondo quanto descritto da Moreno “Tutti i progressi fatti dalla regione per risolvere la povertà degli ultimi 20 anni rischiano di venire disfatti”. La disuguaglianza non svaniranno al rientrare dell’emergenza. Anzi, si manifesteranno in maniera ancora più prepotente ed invalidante, soprattutto considerando la drammatica tendenza populista dei governi in corso di mandato attualmente presenti. Il telelavoro, lo smart working, in America Latina è impossibile. Il digital divide infatti mutila l’accesso ad internet di circa il 50% della popolazione totale, secondo quanto registrato dalla Banca Mondiale. Le criticità dell’America Latina emergeranno in una crisi invalidante che, ricalcando il modello della crisi degli anni 90, costringerà gli stati a fare ancora più affidamento sugli Stati Uniti.
Disuguaglianza ambientale
Il covid 19 ha arrestato le attività del mondo intero senza esclusioni. Comunque, gli effetti dei collassi economici e sociali, terreno fertile per regimi politici totalitari ed instabili, avranno un’eco più duratura in Africa, America Latina e nei paesi più poveri dell’Asia. Si prospetta un panorama complesso, fratturato e soprattutto drasticamente connesso alle criticità sempre più evidenti direttamente derivate dal cambiamento climatico. È vero, nella prima metà del 2020 si è registrato un lieve calo globale delle emissioni di gas CO2eqiv pari al 8%. Il cambiamento climatico però non ha subito un rallentamento, o perlomeno un rallentamento sufficiente a scongiurare il pericolo.
Nel 2020 i disastri naturali hanno colpito i paesi sviluppati, quelli in via di sviluppo e i meno sviluppati, ma con un’incidenza maggiore, e arrecando danni esponenzialmente più gravi, in quelli compresi nelle ultime due categorie, agendo quindi su sistemi e meccanismi già gravemente compromessi da condizioni di povertà diffusa e sistemica. L’arresto allo sviluppo e l’incalzante avanzata delle manifestazioni del cambiamento climatico peseranno sul volume complessivo della povertà estrema che interesserà ben 49 milioni di persone.
Indigenza, precarietà e assenza di prospettive. Questo il futuro di milioni di persone in un ambiente sempre più ostile, soggetto ad alluvioni, desertificazione e scarsità di risorse essenziali. Un futuro che inevitabilmente spingerà sempre più persone a scegliere di migrare. I migranti climatici sono coloro che scelgono di lasciare il luogo di origine a causa dell’ostilità del clima e dei disastri naturali. Secondo quanto riportato dall’ IDMC sono circa 25 milioni di persone l’anno. Questo numero è condannato ad aumentare, soprattutto viste le previsioni del Centro di Monitoraggio per Le Migrazioni Interne (IDMC) che prospettano una quantità sempre crescente di terremoti, tsunami e alluvioni.
L’incontro inevitabile tra le contrazioni economiche dovute alla pandemia, l’arresto o la riduzione degli aiuti e la stasi delle politiche di sviluppo limiteranno drammaticamente gli interventi nei Paesi Meno Sviluppati che dovranno fare i conti con una crescente disuguaglianza sociale, traducibile in aumento della povertà, delle marginalizzazioni delle minoranze e della discriminazione di genere, e una carenza di piani d’azione necessari e cruciali. Il coronavirus ha colpito in maniera iniqua, indebolendo ulteriormente chi già partiva svantaggiato ai blocchi di partenza, zavorrandolo e spargendo ostacoli lungo il percorso.
Di Martina Micciché. Nata a Milano ma vive ovunque, qualche volta anche nella sua città. Ha contribuito a fondare, con Saverio Nichetti, il blog www.alwaysithaka.com, dedicato alla sostenibilità e alla promozione di turismo sostenibile e informato. Vegana, femminista, laureata in Scienze Politiche, sta conseguendo la magistrale in Relazioni Internazionali. Un giorno vorrebbe trasferirsi in Islanda, con Saverio e un numero spropositato di pecore. Durante il primo lockdown ha auto-pubblicato un breve romanzo dal titolo “Cielo a domicilio”.
Ogni 20 febbraio, si celebra la Giornata mondiale della giustizia sociale. Voluta dall’Organizzazione Mondiale del Lavoro (ILO) già nel 2008, ha lo scopo di educare l’opinione pubblica su questioni preoccupanti, per mobilitare la volontà e le risorse per affrontare problemi globali. Quest’anno, si concentra l’attenzione sulla giustizia sociale nell’economia digitale, viste le conseguenze e i grandi cambiamenti avvenuti in questi mesi di pandemia. Tra nuove modalità lavorative e tentativi di rendere accessibili le piattaforme diversificate, le disuguaglianze esistenti si sono aggravate. Il peso della crisi si è abbattuto sulle fasce di popolazione più deboli.
Ascolta il podcast di introduzione all’articolo!
Divario digitale, meno giustizia sociale
Sono trascorsi ormai 13 anni dalla Dichiarazione sulla giustizia sociale per una globalizzazione giusta, che istituzionalizzava per l’ILO il lavoro dignitoso. Non solo, gli obiettivi strategici si dimostravano di ampio respiro, comprendendo l’occupazione, la protezione sociale, il dialogo sociale e dei diritti del lavoro. Oggi, si ribadisce un concetto chiave: il lavoro non è una merce e la povertà costituisce un pericolo per la prosperità di tutti. Partendo da questa affermazione, possiamo ben immaginare le sfide, che si presentano in questo 2021. L’attenzione all’economia digitale è cruciale, per discutere di regolarità del lavoro e di reddito, dei diritti e delle condizioni eque di impiego.
La giustizia sociale si occupa delle difficoltà che la società affronta nel mondo dell’istruzione, dell’assistenza sanitaria, del lavoro, dell’economia, adottando strategie trasversali e intergenerazionali. Non si tratta solo di una questione di numeri, ma, soprattutto di persone. Le conseguenze della pandemia stanno esponendo a rischi le aziende, come la concorrenza sleale e gli attacchi informatici. Inoltre, l’adeguamento costante dei metodi lavorativi intacca soprattutto i settori più “tradizionali” e alcune parti vulnerabili della popolazione. Nel rapporto 2018, si sottolineava come la maggior parte delle migrazioni fossero legate direttamente o indirettamente alla ricerca di un lavoro dignitoso. 258 milioni erano i migranti internazionali e l’ILO stimava che circa 150 milione fossero lavoratori migranti.
Giustizia sociale e migranti ambientali
Oggi, a questi numeri, si devono aggiungere anche i migranti ambientali. Seppur non ancora riconosciuti a livello internazionale, pagano un prezzo altissimo. Serve, quindi, una nuova visione per l’economia, che «rispetti i confini planetari, che ristabilisca la giustizia e le relazioni sociali come base per il benessere dell’uomo e che, infine, riconosca quale scopo ultimo il benessere sostenibile e reale e non semplicemente la crescita dei consumi materiali». Non è sufficiente redigere delle linee guida per una transizione giusta, ma deve essere applicata una vera giustizia sociale.
Bisogna tenere a mente che una delle cause delle migrazioni è il clima. Il fenomeno è in costante crescita e le stime internazionali prevedono che, entro il 2050, il numero di persone in questa condizione potrebbe essere di 200 milioni. Ci sono dei fenomeni improvvisi, come alluvioni o uragani oppure processi, che necessitano di tempi più lunghi, come la desertificazione.
Il focus annuale può aiutare a districarsi tra i tanti temi che necessitano di una risposta sociale, economica e politica. Affermare la promozione dei diritti umani -anche per ridurre le disuguaglianze- deve essere intesa non solo come apertura ai mercati, ma anche come avanzamento delle capacità di ogni singolo cittadino. Escludere una delle due facce della medaglia, sottolinea la filosofa Martha Nussbaum, è imprudente, in un’epoca di rapida globalizzazione economica.
Quando a questa espansione dei mercati globali si succede una crisi, i nodi vengono al pettine e le disuguaglianze riaffiorano, esacerbate dalla situazione di instabilità e disagio. Insicurezza, povertà ed esclusione ostacolano l’integrazione e la piena partecipazione all’economia globale per i paesi in via di sviluppo o per le economie in transizione. Inoltre, l’impatto su giovani, migranti e anziani si è acuito, facendo aumentare quel lavoro di cura non retribuito, di cui, spesso, si occupano le donne e che le porta a dover accettare una dipendenza economica all’interno della propria famiglia.
Giustizia sociale, giustizia ambientale
In un’intervista all’Unesco, il professor Thiagarajan Jayaraman afferma schiettamente: «Un mondo pacifico e sicuro è una condizione preliminare per affrontare efficacemente il cambiamento climatico. Ma ciò non significa che la pace e la sicurezza sorgeranno perché si intraprende un’azione efficace per il clima.»
Non possiamo più permetterci di ragionare a compartimenti stagni, come se non si vedesse la correlazione tra fenomeni. Il legame tra giustizia sociale e giustizia ambientale non è immediato, ma scava radici profonde, tra l’immanente, quello che abbiamo oggi, e il permanente, ciò che rimarrà non solo durante la nostra vita, ma anche alle generazioni future.
Riequilibrare la nostra bilancia sociale e ambientale porterà al compimento di una rivoluzione verde e inclusiva, che sia stimolo per un’economia virtuosa e a misura di uomo e di donna. Non lasciare nessuno indietro e favorire uno sviluppo armonico saranno i cambi di paradigma per abbandonare la necessità di fuggire dalle proprie terre o di stravolgere le proprie abitudini.
Ecco che ci risiamo. L’ultima volta che abbiamo votato per le elezioni politiche, in Italia, era il 2018. Ora siamo nel 2021. Sono passati 3 anni e si sono già succeduti 3 governi. Più o meno com’è successo nei 75 anni di storia dell’Italia repubblicana, nel corso dei quali abbiamo avuto oltre 60 esecutivi. Povera Italia.
La classe politica che esprimiamo è di livello infimo, e la cosa appare particolarmente evidente negli ultimi tempi. Le leggi elettorali che il Parlamento propone sono risibili, imbarazzanti nella loro inefficacia. Ciò si deve principalmente al fatto che siano concepite per garantire uno scranno a ogni partito, partitino e micropartito che creiamo praticamente per sport. La cosa peggiore in tutto ciò è che ogni classe politica rispecchia il popolo che la elegge. Dunque prima di giudicare loro dovremmo fare un pò di sana autocritica noi stessi, per chiederci perché mai diamo il potere in mano a certi personaggi.
Antefatto a parte, si è insediato un nuovo esecutivo al termine della scorsa settimana. Novità particolarmente rilevante è la creazione del Ministero alla Transizione Ecologica. Ad esser franchi ci si aspettava qualcosa di più di quel che è stato partorito dalla visione politica di Mario Draghi. Andiamo però con ordine.
Donatella Bianchi, presidente WWF, annuncia ufficialmente la nascita del Ministero della Transizione Ecologica. Immagini: LA7
Il governo Draghi
Il nuovo premier Mario Draghi (classe 1947) è uno degli economisti più eminenti a livello mondiale. Dopo un notevole percorso di studi che lo ha portato anche negli Stati Uniti, ha cominciato la sua carriera presso il Ministero del Tesoro, prima di venire nominato Direttore Esecutivo della Banca Mondiale. Dopo un lungo corso tra le mura amiche del Ministero, con la carica di Direttore Generale, entra in Goldman Sachs. Impiegato presso la sede londinese del colosso finanziario, in quanto Vice Chairman e Managing Director, guida le strategie europee del gruppo.
Nel 2005 diviene il nono governatore della Banca d’Italia. A questo punto la sua carriera si impenna. Viene nominato Presidente del Forum per la Stabilità Finanziaria – che nel 2009 diventa Consiglio per la Stabilità Finanziaria – e poi, nel 2011, l’Eurogruppo lo rende ufficialmente Presidente della Banca Centrale Europea. Al termine del suo mandato in BCE si ritira a vita privata, ufficializzandola tramite le note parole: “del mio futuro chiedete a mia moglie.” Il 13 febbraio 2021 giura come Presidente del Consiglio dei Ministri. Il suo governo nasce da un compromesso tra numerose forze politiche – tutte, praticamente, eccezion fatta per Fratelli d’Italia – e nomina l’altissimo numero di 23 Ministri. Draghi ha dovuto accontentare tutti.
Le parole d’ordine del governo
Naturalmente, non occorre ricordare qui il particolare momento che stiamo attraversando. Il neo-governo Draghi, però, non dovrà occuparsi soltanto della crisi sanitaria ed economica innescata dalla pandemia. L’ex presidente di BCE ha fatto già circolare l’elenco dei principali punti programmatici che dovranno caratterizzare la sua azione politica. L’opera sarà convintamente europeista, come ci stanno dicendo i media da giorni, secondo una strategia che dovrebbe essere la più efficacia per riuscire a disporre dei copiosi finanziamenti parte del Recovery Fund.
L’esecutivo si concentrerà su 5 macro-temi, intenzionato a risolvere altrettante emergenze indicate dallo stesso premier: sanità, lavoro, scuola, imprenditoria e ambiente. Per questo motivo è stata avallata la richiesta forte, esternata principalmente dal Movimento 5 Stelle, della creazione di un Ministero preposto alla Transizione Ecologica.
Beppe Grillo e Mario Draghi. Sarebbero le menti dietro l’ideazione del Ministero alla Transizione Ecologica. Foto: The Italian Times
La formazione del Ministero alla Transizione Ecologica
Che cosa intendiamo precisamente quando parliamo di Ministero della Transizione Ecologica? Come sarà costruito e chi lo guiderà? Tra i partiti che hanno maggiormente insistito per dar vita al dicastero c’è il Movimento 5 Stelle, come già scritto. Il partito ha parlato di questo ministero come di un ufficio fondamentale in questo preciso momento. Hanno ragione da vendere. Viene allora spontaneo domandarsi come mai, in due anni che sono stati al governo, non abbiano pensato di istituirlo loro stessi. Nonostante nel nostro Paese si parli sempre più sovente di transizione ecologica, siamo ancora piuttosto indietro nel concreto.
Ricordiamo infatti che l’Italia ha fatto dipendere troppo spesso la propria politica estera dalla strategia industriale di ENI (ne abbiamo parlato qui) e non è riuscita ad imporre alcun obbligo ambientale ad Arcelor Mittal a causa della mancanza di una strategia efficace e sostenibile per ILVA. Il nostro Paese spende annualmente circa 19 miliardi di euro in sussidi ambientali che tali non sono – in quanto in realtà danno origine a complicazioni per l’ambiente – e, dal 2011 a oggi, ha già sborsato oltre 600 milioni in multe a Bruxelles per infrazione. Come se non bastasse, 7 dei circa 60 milioni di italiani vivono in aree altamente inquinate. Altrettanti hanno la dimora in zone a grave rischio idrogeologico e di inondazioni. In una simile situazione, è più che mai necessaria l’istituzione di questo ministero.
Esempi dall’estero: Austria
In Austria l’ambientalista Leonore Gewessler è a capo di un ufficio davvero completo in termini di transizione ecologica. Si chiama Ministero per l’azione climatica, l’energia, i trasporti, l’industria e l’innovazione tecnologica. Il Paese – guidato come sappiamo dal conservatore Sebastian Kurz e i suoi improbabili alleati dei Verdi – è all’avanguardia assoluta, in Europa, per quanto riguarda clima ed energia. Lo Stato alpino, in maniera coerente ed intransigente, tanto che potremmo definirla proprio gerarchica, ha dato vita ad una politica ambientale estremamente ambiziosa. Il Ministero di Gewessler coordina ogni settore legato alla sostenibilità: trasporti, energia, industria e innovazione, grazie all’autorità di cui dispone che gli permette di spegnere immediatamente ogni focolaio di dibattito generato relativamente a questi ambiti.
Spagna
Anche in Spagna tali decisioni sono in mano a una donna. Teresa Ribera Rodriguez, vice primo ministro iberica, regge il ministero ribattezzato della transizione ecologica e della sfida demografica. Si è infatti deciso di associare alla battaglia climatica quella contro lo spopolamento e l’abbandono delle zone rurali spagnole. Ribera da sempre sostiene che le energie rinnovabili siano un indispensabile volano per la trasformazione verde e ha riportato il Paese ai primi posti nello sfruttamento di fonti pulite. In questo modo, si è invertita una tendenza che aveva caratterizzato gli ultimi anni. La chiave di volta è stata l’eliminazione dalle bollette dei costi per il sostegno delle rinnovabili che sono stati trasferiti in un fondo alimentato per di più dai fornitori.
Francia
Oltralpe, in Francia, Emmanuel Macron era riuscito a coinvolgere Nicolas Hulot, celeberrimo ecologista, per guidare il potentissimo Ministero della Transizione Ecologica e Solidale. Un unico hub avrebbe dovuto supervisionare l’operato ambientale, energetico, climatico, relativo ai trasporti e all’economia circolare. Per portare avanti questi compiti il budget ammonta oggi a 48 miliardi – ai quali dobbiamo aggiungere la quota di fondi europei che la Francia destinerà a questo ufficio – che non sono troppi per un Paese ben più sensibile del nostro, dove c’è contezza dell’importanza della sfida climatica. La lotta al surriscaldamento dei cosiddetti cugini è molto più combattuta, a livello sociale e politico, rispetto a quanto sia da noi, dove ancora in troppi vedono la creazione di questo dicastero come un mero contentino dato da Mario Draghi a Beppe Grillo, per comprarsi il suo sostegno al governo. E la cosa peggiore è che potrebbe essere la verità.
Hulot si è dimesso nel 2018, denunciando in radio il potere e la pervasività delle lobby. Gli industriali, a suo dire, gli impedivano, di fatto, di procedere spedito verso la decarbonizzazione come avrebbe voluto fare. Vista la situazione di grave emergenza climatica, non si poteva certo procedere a piccoli passi e occorreva un cambiamento radicale. Tristemente, Hulot constatò che il governo e la politica gli erano vicini soltanto a parole e si arrese a quest’evidenza. Stremato e stanco di lottare contro mulini a vento, rassegnò il mandato. A sostituirlo arrivò Barbara Pompili, transfuga dei Verdi e vicinissima politicamente a Macron.
La transizione ecologica in sintesi
Affinché funzioni, il Ministero della Transizione Ecologica deve poter soprintendere e organizzare secondo necessità quello dello Sviluppo Economico. I due ambiti non possono più essere separati, pena l’inefficacia dell’operato. Similmente, dovrebbe avere l’ultima parola anche in decisioni ambientali e – specialmente in Italia – relative alle infrastrutture ed i trasporti.
Eppure il MIse, per com’è concepito nel nostro Paese e per come ha sempre lavorato, è costituito quasi interamente da personale formatosi nell’era del fossile. Tale ministero ha sempre operato a braccetto con ENI, ENEL e i settori dell’industria pesante. Per anni lo staff impegnato nella definizione delle strategie italiane di sviluppo economico ha trattato le rinnovabili come fossero un capriccio troppo costoso e ha utilizzato la parola green energy alla stregua di uno slogan. Al Mit poi, la situazione potrebbe essere pure peggiore. Nessuno ricorda addetti particolarmente zelanti nel campo della manutenzione, della sicurezza o dei trasporti pubblici. Tutti invece sappiamo molto bene come le grandi opere scaldino il cuore a chiunque sia impiegato in quelle stanze.
Il Ministero dell’Ambiente sarà sostituito da quello alla Transizione Ecologica. Foto: greenme.it
Un ministero di Serie B
Vent’anni fa, nel 2001, il Ministero all’Ambiente – che sarà sostituito da quello alla Transizione Ecologica – disponeva di un budget pari a circa 2 miliardi di euro. Oggi non può contare neppure su 800 milioni. Inevitabilmente, alla riduzione dei fondi è seguito un drastico abbassamento delle competenze. Di fatto, al giorno d’oggi è un dicastero minore. Nonostante clima e ambiente siano parole sulla bocca di tutti e i cambiamenti dovuti al global warming siano già arrivati al nostro uscio.
Nell’equilibrio del potere, la scrivania dell’ambiente è spesso stata assegnata a rappresentanti di second’ordine, sovente per accontentare questo o quel partito che avevano contribuito al trionfo elettorale. Piuttosto di rado la sua titolarità è stata davvero stabilita in base alle competenze. Non era questo il caso con Sergio Costa, persona attenta e capace ma poi a qualche partitino è venuto il mal di pancia, come ben sappiamo. C’è però anche una nota positiva.
Il governo e la sua responsabilità nella transizione ecologica
La scelta di Draghi, con tutti i limiti che ora analizzeremo, presenta infatti una grande opportunità. Il governo sembra volersi assumere, tramite l’instaurazione del Ministero alla Transizione Ecologica, le proprie responsabilità sul nostro futuro. Se vogliamo giocarcela questa sfida ai cambiamenti climatici, dobbiamo porre il potere decisionale in materia ambientale nelle mani di un solo burocrate. Le competenze in materia sono oggi spezzettate tra vari dicasteri e ciò non agevola certo un’azione rapida, coerente ed efficace.
La lezione di Hulot ci insegna che dobbiamo combattere una dura battaglia per resistere alle forti pressioni di chi ha interessi nel fossile. La lobby del petrolio, infatti, non vuole certo darsi per sconfitta e spera di protrarre quanto più a lungo possibile la sua agonia, in barba al pianeta. Vari ministeri guidati da orientamenti e priorità diverse non hanno alcuna possibilità di vittoria contro un nemico così ostico e organizzato.
Bozza di destinazione dei fondi Recovery Plan per l’Italia. Grafica: ilprimatonazionale.it
I limiti del nuovo dicastero
Il Ministero della Transizione Ecologica riunirà i compiti del Ministero dell’Ambiente e la giurisdizione energetica che fino a qualche giorno fa era nelle mani del titolare del Mise. Ciò naturalmente significa che il nuovo dicastero avrà in sé alcune funzioni precedentemente assegnate allo sviluppo economico ma, simultaneamente, che non ne prenderà il posto in toto. Questo potrebbe essere limitante, mantenendo due polli a razzolare sulla stessa aia.
All’interno del Minambiente esiste già un dipartimento per la transizione ecologica. Esso si occupa, fino a nuova riorganizzazione, di economia circolare, contrasto ai cambiamenti climatici, efficientamento energetico, miglioramento della qualità dell’aria e sviluppo sostenibile. Altri compiti di pertinenza del dipartimento DITEI – possiamo leggere sul sito – sono la cooperazione ambientale internazionale e il risanamento. Queste mansioni dovrebbero ora divenire prioritarie.
Il nuovo Ministero conta di avere a disposizione un ingente budget – parliamo di circa 69 miliardi di fondi Next Generation EU – fin dalla sua nascita. Tali fondi sarebbero destinati alla conversione del sistema produttivo italiano in un modello ben più sostenibile. Energia, industria – e anche lo stile di vita di ogni persona – devono essere meno dannosi per l’ambiente. Questa non è più una novità per nessuno eppure ancora siamo ben lontani dal raggiungere questo risultato. Non è che un bene il fatto che la politica cominci ad occuparsene. Eppure si teme che il dicastero non riesca ad operare all’altezza delle attese. Non solo, ci sono anche voci fuori dal coro le quali sostengono che questo nuovo ministero si riveli un carrozzone, accentrando in maniera imprecisa alcune competenze di altri uffici e fomentando lo spreco di risorse pubbliche.
Dubbi e perplessità
In fin dei conti, dice Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, il Ministero dell’Ambiente nel 1986 era nato proprio per guidare la transizione ecologica. Insomma, ci sono luci e ombre su questo nuovo dicastero, il quale ha grandi possibilità ma potrebbe anche finire per trovarsi costretto tra troppi limiti. Si tratta però di quel rischio che accompagna ogni novità, in fin dei conti.
Lo spazio dedicato al Ministero della Transizione Ecologica da Porta a Porta.
Alla guida del nuovo Ministero della Transizione Ecologica
Il titolare del neonato Ministero sarà Roberto Cingolani, fisico 59enne. Si tratta del manager e responsabile dell’innovazione tecnologica del gruppo Leonardo. Il suo ruolo aziendale – espresso in lingua inglese come fanno tutti oggi, per chissà quale motivo – è quello di Chief Technology & Innovation Officer. Oltre alla guida del dicastero gli saranno date anche le chiavi del costituendo Comitato Interministeriale per la Transizione Ecologica.
Roberto Cingolani. Foto: quifinanza.it
Cingolani – grande esperto di nanotecnologie – ha un curriculum di tutto rispetto, che può vantare esperienze in grandi e noti centri di ricerca negli USA, in Giappone e in Germania. Nel 2005 ha fondato a Genova l’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) di cui è stato direttore scientifico prima di entrare in Leonardo. La carriera di Cingolani potrebbe renderlo l’uomo giusto per affrontare il complesso passaggio a quella società sostenibile che l’UE ci chiede di diventare. Potrebbe, appunto.
Anche sulla sua figura, infatti, si addensa qualche dubbio. Leonardo è infatti parte di Finmeccanica, azienda leader nella produzione ed esportazione di armamenti. Si tratta dunque di un uomo che non vive esattamente di salvaguardia del creato, piuttosto che guadagna distruggendolo. Questo aspetto potrebbe essere tutt’altro che marginale. Si tratta di un tecnico molto politico; visto alla Leopolda renziana, al meeting di Rimini organizzato da Comunione e Liberazione e agli incontri pubblici di Gianni Letta e dei Casaleggio.
Naturalmente, è troppo presto per dare un giudizio su Cingolani e il suo neonato ministero. Ci auguriamo naturalmente che serva al meglio il nostro Paese mettendo l’ambiente e la sua tutela davvero al centro della sua opera – e, possibilmente, di quella dell’intero esecutivo – non possiamo però evitare di vedere tutto il quadro, nella sua scomoda interezza.
Viviamo in una società in cui chi non fuma ha una maggiore probabilità di morire per malattie respiratorie rispetto ai tabagisti stessi. Lo ha rivelato un recente studio sull’inquinamento atmosferico condotto da alcuni ricercatori di prestigiose università. Nel 2018 infatti sono morte 8,7 milioni di persone a causa del particolato atmosferico, ovvero il 18% di tutti i decessi del mondo. Queste cifre superano di gran lunga quelle rivelate precedentemente in altri studi. A cambiare è stato l’utilizzo, da parte dei ricercatori, di un metodo di rilevazione più preciso, oltre che alla considerazione di un più ampio ventaglio di fattori.
Morti da inquinamento: le metodologie dello studio
Il numero di morti da inquinamento atmosferico dovuto alla combustione di fonti fossili nel 2018 ha superato quello dei decessi causati dal tabacco e dalla malaria messi insieme. Per arrivare a questa conclusione, gli studiosi dell’Università di Harvard, di Birmingham, di Leicester e dello University College di Londra hanno utilizzato la tecnologia GEOS-Chem. Quest’ultima permette, attraverso l’osservazione satellitare, di dividere il globo in una griglia di riquadri ad alta definizione e osservare i livelli di inquinamento in ogni singolo riquadro.
Questa tecnologia permette anche di distinguere esattamente da dove provengano le fonti inquinanti, e non ricorrere semplicemente al generico termine “particolato” (PM 2,5). Uno dei co-autori dello studio, Karn Vohra dell’Università di Birmingham, spiega: Piuttosto che fare affidamento su medie diffuse in grandi regioni, volevamo mappare dove si trova l’inquinamento e dove vivono le persone, in modo da poter sapere più esattamente cosa respirano.
I dati sono relativi agli anni 2012 e 2018. Quest’ultimo è stato scelto perché comprende i risultati della diminuzione delle emissioni da parte della Cina. La decisione di questa nazione di ridurre drasticamente il rilascio di gas serra in atmosfera è stata in grado di determinare l’andamento dei dati relativi alla mortalità globale. Eloise Marais, co-autrice dello studio, evidenzia che i cambiamenti della qualità dell’aria in Cina dal 2012 al 2018 sono i più drammatici perché sia la popolazione sia l’inquinamento sono ingenti. Tagli simili in altri Paesi durante quel periodo di tempo non avrebbero avuto un impatto così grande sui numeri della mortalità globale.
La colpa è sempre e solo una: i combustibili fossili
Comunque, la Cina rimane una delle aree del mondo con il più alto tasso di mortalità per l’inquinamento atmosferico. Il 62% dei decessi ha infatti luogo proprio nella nazione del sol levante (3,9 milioni). A seguire l’India dove nel 2018 sono morte 2,9 milioni di persone. Gli Stati Uniti e l’Europa coprono anch’esse una larga parte delle statistiche. In Europa il 16,8 percento dei decessi totali sono dovuti all’inquinamento. Gran parte di questi si trovano proprio in Italia, nella Pianura Padana, come approfondiamo in questo articolo. Negli Stati Uniti invece i decessi da smog costituiscono il 13,8% del totale. L’America latina e l’Africa hanno invece un tasso di mortalità da smog molto inferiore.
Inoltre,come sottolinea il Guardian, esiste una differenza di mortalità tra categorie diverse di persone, anche all’interno dello stesso Paese. I più fragili sono i bambini, tanto che lo studio prende in considerazione la mortalità dovuta a infezioni respiratorie negli individui di età inferiore ai 5 anni. Particolarmente colpiti sono poi gli anziani, le persone a basso reddito e quelle di colore. Di solito, infine, le persone che vivono nelle aree urbane con un’alta concentrazione demografica subiscono gli impatti peggiori dell’inquinamento.
Per inquinamento, ricordiamolo, si intende il particolato atmosferico derivante dal riscaldamento, dai motori delle macchine e sopratutto dalle combustioni industriali. Le particelle di particolato sono molto piccole, ma proprio per questo motivo hanno la capacità di penetrare nei tessuti polmonari e causare complicazioni, sopratutto a livello respiratorio. In questo articolo parliamo più nel dettaglio delle polveri sottili.
Inquinamento e pandemia: un triste confronto
Sebbene sia noto che le particelle sospese nell’aria sono un pericolo per la salute pubblica, sono stati effettuati pochi studi epidemiologici per quantificare gli impatti sulla salute a livelli di esposizione molto elevati come quelli riscontrati in Cina o in India. Così hanno affermato i ricercatori di Harvard. In particolare Eloise Marais sottolinea come la salute pubblica possa e debba costituire un campanello di allarme per i governi proprio come lo è stato la pandemia, nonostante quest’ultima abbia causato molti meno morti.
Questo, ovviamente, non significa che le misure per il contenimento del Covid-19 siano esagerate, anzi. Quello che si vuole dire è che le soluzioni prese per contrastare i morti da inquinamento atmosferico non sono abbastanza. Considerando poi che la mortalità della pandemia è imputabile all’indebolimento del sistema respiratorio, a sua volta dovuto all’inquinamento, non ci si spiega perché i governi si ostinino a finanziare le industrie del fossile.
I dati sull’inquinamento dovrebbero risvegliare le coscienze dei politici
I combustibili fossili hanno un impatto molto grande sulla salute, il clima e l’ambiente e abbiamo bisogno di una risposta più immediata, ha affermato Marais. Alcuni governi hanno obiettivi carbon neutral, ma forse dobbiamo portarli più lontano visto l’enorme danno alla salute pubblica. Abbiamo bisogno di molta più urgenza.
Riportiamo le parole di Karn Vohra, dell’università di Birmingham. La nostra ricerca sottolinea l’importanza delle decisioni politiche. Per esempio, la decisione della Cina di ridurre le emissioni di combustibili fossili quasi della metà nel 2018 ha salvato 2,4 milioni di vite in tutto il mondo, di cui 1,5 milioni nella Cina stessa. E la Marais incalza: Il nostro studio si aggiunge alla crescente evidenza che l’inquinamento atmosferico derivante dalla dipendenza dai combustibili fossili sia dannoso per la salute globale. Non possiamo quindi continuare a fare affidamento sui combustibili fossili, quando conosciamo i gravi effetti sulla salute. Inoltre sappiamo anche che esistono alternative praticabili e più pulite.
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