Il clima terrestre nella storia

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Gli attori principali nelle mutazioni del clima terrestre

Spesso, anche qui sulle pagine de L’EcoPost, ci occupiamo della questione climatica e ambientale al giorno d’oggi. Siamo una guida alla sostenibilità dunque abbiamo la mission e anche l’ambizione di voler accompagnare chi ci legge in un viaggio per ridurre il nostro impatto sul pianeta. Per farlo, naturalmente, affrontiamo la questione immergendola nella contemporaneità. Eppure per capire al meglio l’evoluzione del clima terrestre può essere utile intraprendere un piccolo trekking nella storia della Terra. In fin dei conti, le mutazioni climatiche sono parte della vita del nostro pianeta da sempre e, di fatto, l’unica novità del nostro tempo è la comparsa di un nuovo attore principale: l’uomo.

Ascolta il podcast di introduzione all’articolo!

La nostra specie è sicuramente il principale motivo dei cambiamenti climatici nella era geologica che vede l’umanità protagonista, il cosiddetto antropocene. Con tale espressione – non prettamente geologica, bensì più che altro un indicatore sociologico – si indica l’epoca che stiamo vivendo, quella in cui è l’uomo il padrone e custode del creato. Non stiamo facendo esattamente un buon lavoro. Prima della nostra comparsa, c’era un altro attore protagonista dal quale dipendevano gli sconvolgimenti del clima terrestre. Si tratta dell’anidride carbonica (CO2). Essa ha sempre giocato un ruolo cruciale nel riscaldamento del pianeta e lo si era capito già in tempi non sospetti, due secoli fa.

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Foto di Gerd Altmann da Pixabay 

La rilevanza dei livelli di anidride carbonica nell’atmosfera

Nel lungo corso della sua vita, il nostro pianeta ha sperimentato diversi livelli di anidride carbonica nell’atmosfera. Vi sono infatti stati momenti – ovviamente dobbiamo pensare a lunghi periodi di tempo – nei quali grandi quantità di CO2 sono uscite dai mari e dalla crosta terrestre. In corrispondenza di questi fenomeni, l’intero pianeta si è riscaldato. Quando invece l’anidride carbonica è rimasta imprigionata, ecco che esso si è raffreddato. Simultaneamente a questi sensibili sbalzi termici, le linee costiere si sono spostate sulla piattaforma continentale e l’altezza del livello dei mari è cambiata più e più volte.

Storici e geologi dividono l’età della terra in eoni, vastissimi periodi di tempo. Quello in cui viviamo oggi si chiama fanerozoico ed è cominciato circa 500 milioni di anni fa. È soprattutto studiando questa epoca che ci siamo accorti di come l’anidride carbonica sia davvero il motore principale del clima terrestre. Dipende infatti dalla quantità di questa ogni profonda variazione climatica avvenuta sulla Terra. Quel che preoccupa è che oggi l’essere umano sta liberando CO2 ad una delle più alte velocità mai riscontrate nelle precedenti ere geologiche. Gli strumenti di rilevazione ci riportano questa verità ed il dato è significativo.

Leggi anche: “CO2 in netto calo nel 2020, eppure non basta

Il clima terrestre cambia continuamente

I negazionisti climatici e chiunque voglia sottovalutare o comunque trascurare il rischio del surriscaldamento globale è solito ricorrere all’arma sempre affilata per la quale dovremmo preoccuparci meno, in fondo il clima terrestre è continuamente cambiato nel corso della storia. Questo è sicuramente vero. Ciononostante, non si tratta certo di un’argomentazione positiva che possa essere strumentalizzata alla narrazione negazionista. Non si tratta infatti di una notizia buona e da prendere alla leggera. Nelle parole di Wally Broecker, noto climatologo della Columbia University scomparso nel 2019: “Il sistema climatico è una bestia furiosa. Ora noi la stiamo stuzzicando.” In una breve frase, l’esperto sintetizzava davvero bene quel che ci sia in ballo.

Consideriamo infatti che l’intera storia umana che ci sia conosciuta, a partire dai nostri antenati meno evoluti, occupa poche migliaia di anni nella storia del pianeta. In soldoni, significa che non siamo che un battito di ciglia per la Terra; se paragonassimo la storia del pianeta ad un giorno di 24 ore dalla sua nascita fino ad oggi, l’uomo non occuperebbe che gli ultimi pochi secondi.

La finestra che ci ha visto stanziati sulla crosta terrestre è stata la più stabile finestra climatica degli ultimi 650mila anni. Qualora dovessimo finire per svegliarla arrabbiata – quella bestia furiosa di cui parlava Broecker – potremmo scatenare una serie di reazioni chimiche a catena che devasterebbero il nostro habitat fino a un punto di non ritorno. Se superassimo infatti tutti i parametri storici che ora vedremo, potremmo finire per riportare il pianeta ad uno stato simile a quello di decine di milioni di anni fa. In tal caso, esso non sarebbe più adatto ad ospitare l’Homo Sapiens. In questa maniera, non ci dimostreremmo esattamente sapienti.

nel video de Il Lato Positivo, una rapida panoramica di come si presentasse il clima sulla Terra prima dell’arrivo dell’uomo.

Un instabile equilibrio

Le misurazioni ci dicono che quando nell’aria era presente la stessa quantità di CO2 di oggi, l’aria era molto più calda e gli oceani più alti di almeno 20 metri. Ci ricorda forse qualche previsione fatta in tempi recenti? Il pianeta starebbe infatti cercando ancora il suo punto di equilibrio con l’innaturale atmosfera saturata dalla nostra civiltà industriale. Non ci è dato sapere in quale maniera vi riuscirà.

Qualora l’anidride carbonica si assesti sui livelli attuali – o comunque non aumenti di molto – la Terra potrebbe impiegare millenni ad assestarsi. Il fatto è che la transizione potrebbe essere tutt’altro che piacevole e trasformare il pianeta in qualcosa di molto diverso dall’amabile cornice che ha cullato l’umanità dalla sua comparsa al giorno d’oggi. La paleoclimatologia ci insegna che la Terra può rispondere alle provocazioni esterne in maniera davvero aggressiva. L’istinto di autoconservazione del pianeta è infatti tale che potrebbe sbaragliare ogni nostro modello, fino al più catastrofico. È infatti già accaduto in passato.

A lezione dalla storia

Ripercorrendo la storia dei cambiamenti che hanno maggiormente influito sul clima terrestre possiamo mettere le mani avanti, preparandoci al meglio agli sconvolgimenti climatici che potrebbero presto arrivare.

Un viaggio nel tempo

Senza indugiare troppo sulla storia della civiltà umana e mantenendo il focus sul clima terrestre, viaggiamo mentalmente fino a diecimila anni fa. I grandi mammiferi erano appena scomparsi, tanto in Eurasia quanto nelle Americhe, a causa degli esseri umani. Su un pianeta molto diverso da quello che conosciamo oggi, il livello dei mari si stava alzando e il ghiaccio si ritirava, tanto che nel giro di qualche millennio l’acqua di disgelo avrebbe alzato enormemente il livello degli oceani, arrivando fino a sommergere sotto di essi le barriere coralline che fino ad allora avevano visto e goduto della luce del sole.

I primi insediamenti umani risalgono a novemila anni fa e, come ci ricordiamo dalle nozioni storiche apprese a scuola, la civiltà nacque nella Mezzaluna fertile, in America centro-meridionale e in Cina. Per quanto strano possa apparire a noi oggi, all’epoca il Sahara era una distesa verde ricca di laghi che ospitavano flora rigogliosa e fauna variegata; ciò era dovuto agli ultimi sussulti di un’era glaciale che aveva stretto la Terra in una morsa fredda per centomila anni e all’innalzamento generale delle temperature sul pianeta.

Giunti a cinquemila anni fa, mentre scoprivamo la scrittura e cominciavamo ad uscire, come specie, da millenni di analfabetismo, il ghiaccio formatosi durante la glaciazione si era sciolto pressoché completamente e il livello degli oceani si era stabilizzato, dando origine alle linee costiere che conosciamo oggi. Il Sahara cominciò ad inaridirsi, come già era successo numerose altre volte nel corso degli eoni e tutti coloro i quali si erano stanziati in Africa occidentale cominciarono a migrare alla ricerca di territori più accoglienti, trovandone uno di loro gradimento presso il Nilo e dando quindi un grande impulso alla nascita di una delle più magnifiche civiltà della storia umana. L’avvento dei faraoni si deve anche a cause ambientali. Non tutti hanno respinto i migranti climatici nel corso della storia. Qualcuno ha preferito trasformarli in risorsa.

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Foto di Scottslm da Pixabay 

Il clima terrestre oggi

Gli studi ci dicono che da quel momento in avanti il clima terrestre rimase più o meno stabile. Secondo le misurazioni geologiche, il successivo grande cambiamento nelle temperature del pianeta è quello avvenuto negli ultimi decenni. Esso non è però dovuto alla Terra, bensì a chi la abita. Gli antichi ci insegnano come la storia abbia il vizio di ripetersi e sia dunque maestra – Historia magistra vitae, scrisse Cicerone nel suo De Oratore – dunque dovremmo utilizzare bene questo dato.

In passato anche una disavventura climatica localizzata ha portato al crollo e alla scomparsa di una società. Pensiamo ad esempio a cosa accadde all’intero mondo dell’età del bronzo. La prima civiltà umana stanziata e sviluppata scomparve, senza appello, flagellata da una terribile carestia. Le comunità stabilitesi sull’Egeo e sul Mediterraneo orientale non si adattarono al peggioramento del clima. Che sia un monito per il nostro tempo?

Per la più grande società della storia antica, l’Impero Romano, non fu così. L’espansione senza precedenti della cultura latina fu agevolata da secoli di clima mite, temperato, se vogliamo persino caldo. Poi però si crearono sistemi di pressione sull’Islanda e le Azzorre, forti e duraturi, i quali discesero sull’Europa simultaneamente alla disfatta dell’Impero. Tra i nemici dei centurioni, si può annoverare anche il gelo improvviso. Naturalmente, sarebbe azzardato – quando non scorretto – attribuire al clima la regia della storia. È però possibile leggere questi periodi anche attraverso questa chiave.

Che cosa possiamo imparare

Possiamo continuare questo nostro viaggio nel tempo e nel clima terrestre ancora a lungo. Potremmo arrivare fino a 40 milioni di anni fa e parlare di catene montuose come l’Himalaya che stavano crollando. Potremmo concentrarci su eruzioni vulcaniche che non abbiamo visto neppure nei più catastrofici disaster movie. Magari potremmo narrare il viaggio dell’India che si stava distaccando dall’Asia. In quel periodo la CO2 era diffusissima e – di conseguenza – la temperatura terrestre molto elevata. Se continuassimo, però, ci ritroveremmo con un articolo lunghissimo che insiste sempre sullo stesso concetto; concetto che è già stato dato e dal quale occorre ora trarre alcune conclusioni.

Si stima che all’alba dei mammiferi – circa 50 milioni di anni fa – le temperature sul pianeta fossero più alte di almeno 13 gradi rispetto a oggi. Il clima terrestre era del tutto inadatto alla fisiologia umana: troppo caldo e troppo umido. Il lettore potrebbe a questo punto erroneamente pensare che l’accordo di Parigi del 2015 sia fin troppo stringente. Perché preoccuparci tanto di stare entro 1,5 gradi di innalzamento se sappiamo che la Terra può sopportare ben alte temperature? Sta proprio qui la lezione che dovremmo imparare da questo approfondimento; abbiamo bisogno di comprendere bene quali siano i modelli che prendiamo come riferimento.

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Foto di catazul da Pixabay 

Riferimenti insufficienti

Nell’inchiesta pubblicata da Peter Brannen su The Atlantic, dalla quale sono stati tratti i dati riportati in questo articolo, si specifica come la maggior parte delle proiezioni di riferimento impiegate in climatologia si fermino alla fine del secolo. Di fatto, non prevedono cosa avverrà dopo il 2100. Gli sconvolgimenti che conducono a variazioni pari o paragonabili alle temperature di altri eoni si verificano su scale temporali molto più lunghe. I modelli che utilizziamo per predire le variazioni future sono dunque attendibili? Presentano per caso alcune lacune?

Negli Stati Uniti queste domande sono all’ordine del giorno nei briefing degli esperti. I ricercatori stanno infatti allargando il loro orizzonte a quello che potrà accadere dopo, ad esempio nel caso in cui la CO2 nell’aria raggiungerà la nefasta soglia di 1200 parti per milione (ppm, secondo un’unità di misura ormai familiare a chi ci legge). Si tratta di un risultato pessimo, tremendo, ma sfortunatamente tutt’altro che impossibile. La nostra specie sta infatti emettendo anidride carbonica nell’aria ad un ritmo enormemente più veloce di quelli che hanno caratterizzato i periodi più estremi dell’era dei mammiferi. Parliamo di una velocità maggiore di circa 10 volte.

I rischi di un clima terrestre fuori controllo

La devastazione del nostro habitat, comunque, potrebbe essere ben più vicina del prossimo secolo. L’acidificazione degli oceani, ad esempio, è un processo già iniziato. I mari potrebbero raggiungere il tasso di acidità di 56 milioni di anni fa ben prima del 2100, se non invertiremo la rotta suicida che abbiamo impostato. Se ci guardiamo incontro regolandoci con il termometro della natura, ci accorgiamo già oggi di come le stagioni stiano diventando sempre più strane e irregolari. Gli orsi polari hanno perso il loro habitat artico e ora cacciano a riva, intrattenendo una dieta assolutamente inedita per loro. Le fioriture sbocciano prima che ci siano api in grado di impollinare. I pigliamosche popolano i boschi settimane dopo che le uova dei bruchi, loro prede, si siano schiuse. Tutto è sfasato e ciò si deve a noi.

Dieci miliardi di tonnellate di ghiaccio si sono già sciolte. Si stima che la metà delle barriere coralline tropicali sia già morta e il tasso di acidità degli oceani è già aumentato del 30%. Le temperature globali sono aumentate dovunque. Non credo ci sia bisogno di snocciolare altri dati per passare il messaggio che si vuole dare in queste righe: dobbiamo invertire la rotta. L’inerzia del clima terrestre e dei suoi sistemi è tale da concederci ancora di farlo ma occorre cominciare a ridurre seriamente le emissioni di CO2. È dalla rivoluzione industriale che avveleniamo il pianeta.

Approfondimento con il fisico Bruno Carli riguardante l’impatto dell’uomo sul clima terreste

Ombre scure all’orizzonte: il rischio estinzione di massa

Nel 1963, Norman Newell, paleontologo statunitense tra i più apprezzati nel suo settore, scrisse Crisi nella storia della vita. Nell’articolo coniò l’espressione estinzione di massa. Con tale termine si intende un cambiamento nelle condizioni di vita molto più veloce di quanto l’evoluzione possa stargli dietro. I toni usati da Newell sono piuttosto catastrofici, forse fin troppo per gli anni ’60. Non per oggi però. Il binario che stiamo percorrendo finisce sull’orlo di un burrone, se agiamo ora il freno della locomotiva è in grado di arrestarla per tempo. Si tratta però di un grosso se.

Leggi anche: “Perché la sesta estinzione di massa è causata dall’uomo

“Progetto di Lustro”. Il piano verde per i fondi Next Generation

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Si chiama “Progetto di Lustro” ed è stato presentato martedì 23 marzo alla Camera in conferenza stampa. È un dossier con 5 azioni chiave per orientare i fondi del Next Generation UE verso una vera transizione ecologica. La sua realizzazione ha coinvolto 15 associazioni, fra cui Legambiente, il Forum Disuguaglianze Diversità e Slow Food Italia. La presentazione nella sala stampa della Camera è stata guidata da Rossella Muroni, a capo del neogruppo parlamentare Facciamo Eco, a cui appartiene anche l’ex ministro dell’istruzione Lorenzo Fioramonti. Dopo anni di assenza dal Parlamento Italiano, i Verdi tornano in campo in stretta collaborazione con le maggiori associazioni ecologiste del paese.

Progetto di Lustro: come nasce e cosa contiene

Rivoluzione verde e digitale, giovani, donne, innovazione, inclusione, lavoro giusto e pulito. Su questi pilastri è nato “Progetto di Lustro”, il piano per investire i fondi del Recovery Fund in chiave ecologica e sostenibile. Sostenibile non solo dal punto di vista ambientale, ma anche economico e sociale. Ciò è ben evidente se si osservano le 15 associazioni partner – Rinascimento Green, 6000 sardine, Slow Food Italia, Slow Food Youth Network, Eumans, Green Italia, #POP, Arci nazionale, Kyoto Club, Fondazione Grameen Italia, Forum Disuguaglianze Diversità, Legambiente Onlus, Associazione le réseau, Movimenta, Focsiv – e lo slogan scelto per la campagna: “Non c’è giustizia climatica senza giustizia sociale”. Il piano, visionabile al seguente link, è stato costruito seguendo cinque progetti faro, cinque principi per l’applicazione del fondo e cinque linee guida per indirizzare il lavoro del governo.

I 5 progetti faro del Progetto di Lustro sono:
1) Efficientamento energetico: riduzione delle emissioni delle abitazioni e del sistema produttivo. Reddito energetico, comunità energetiche
2) Cambio del modello produttivo e di consumo: conversione nella logica della filiera e dell’economia circolare, abbassamento delle emissioni in industria, imprese e agricoltura
3) Mobilità sostenibile: elettrificazione della mobilità e incremento della rete ferroviaria
4) Scuole e università: Investimenti in ricerca, intervento di riqualificazione delle strutture
5) Sicurezza del territorio: ristoro dei territori inquinati, a rischio idrogeologico

Leggi anche: “Mobilità sostenibile, nasce il nuovo ministero”

Società civile e politica: la nascita di Facciamo Eco

Il nome “Progetto di Lustro” nasce dalla volontà di mettere in pratica azioni efficaci in un arco temporale ben definito. Un lustro appunto, ovvero cinque anni, in cui il governo italiano dovrebbe “approfittare” dei fondi in arrivo dall’Unione Europea per compiere la svolta ecologista da tempo richiesta dalla società civile. A sostenere le diverse associazioni sul piano politico c’è il gruppo parlamentare Facciamo Eco-Federazione dei Verdi. Questa nuova componente è nata a inizio marzo 2021 dalla volontà di riportare le istanze ecologiste in parlamento ed è composta da esponenti fuoriusciti dal gruppo misto, fra cui Rossella Muroni (ex Leu e già Presidente di Legambiente), Lorenzo Fioramonti (ex 5 stelle ed ex ministro dell’Istruzione) e Alessandro Fusacchia (ex +Europa).

Si tratta di personalità politiche che da tempo dialogano con i rami più diversificati della società civile, compreso il movimento giovanile Fridays For Future. Ed è proprio alle giovani generazioni che si orientano le principali proposte di Facciamo Eco:

Oggi la “next generation” si mobilita per continuare a chiedere ad alta voce di difendere il Clima e di cambiare il nostro sistema di produrre, consumare, vivere. Sono i giovani dei Fridays For Future che ormai da 3 anni portano in piazza milioni di persone per ricordare alla politica che non c’è un Pianeta B e che la lotta al mutamento climatico deve essere prioritaria. Anche per questo la componente FacciamoEco intende impegnarsi, per difendere e rappresentare le istanze ecologiche di quella prossima generazione di cui stiamo impiegando non più solo le risorse naturali ma ora anche le risorse economiche che arriveranno dall’Unione europea.

Dal sito di Facciamo Eco

Leggi il nostro articolo: “Eni mette gli occhi sul Recovery Fund”

Una “cultura verde” al centro del Progetto di Lustro

Fra le proposte avanzate da Facciamo Eco c’è anche l’istituzione di un servizio civile ambientale “in grado di coniugare la lotta all’emergenza climatica con la lotta alla disoccupazione giovanile”. Su questa stessa linea il piano “Progetto di Lustro” tenta di rendere organiche tematiche fin’ora affrontate separatamente. Istruzione, tutela dell’ambiente e lavoro fanno invece parte di un unica visione per il futuro, che deve essere appunto sostenibile sotto tutti i punti di vista.

“Vogliamo scuole e università sicure e moderne, che non inquinino, e che preparino i giovani alle sfide del futuro”.

Non c’è giustizia climatica senza giustizia sociale

Ai nostri lettori questi concetti potranno sembrare banali. Eppure, è bene ribadirlo, non risultano altrettanto banali ai nostri politici, che si ostinano a proporre piani totalmente inadeguati per la sfida che ci aspetta. È di questa settimana la notizia della visita ufficiale del Ministro degli Esteri Luigi Di Maio e dell’ad di Eni Claudio Descalzi al nuovo premier libico Abdul Hamid Dbeibah. Sebbene nelle dichiarazioni abbiano citato anche la volontà di aumentare la produzione di rinnovabili, lo scopo della visita era senza dubbio assicurarsi l’appoggio della nuova leadership per i progetti offshore di Eni. Il fatto che l’Italia sia stato il primo paese europeo ricevuto dal nuovo governo non dovrebbe affatto stupire. Eni è infatti il primo produttore di gas in Libia.

Più volte in questo blog abbiamo ribadito come la nostra dipendenza energetica dal Nord Africa infici enormemente la credibilità politica dell’Italia. Il caso Regeni e la detenzione di Patrick Zaki ci ricordano ogni giorno che la strada per la transizione ecologica è un percorso che coinvolge a stretto giro la tutela dei diritti umani. Dall’inizio del suo mandato Fioramonti non ha mai smesso di ribadire questo concetto, denunciando più volte l’imbarazzante strategia dell’Italia nel caso Regeni e non solo. Quando si parla di creare una “cultura ecologica” si intende proprio questo: educare le giovani generazioni alla sostenibilità e allo stesso tempo rendere giustizia a chi è stato vittima di un sistema politico-economico che da decenni è ostaggio di gas e petrolio. “Non c’è giustizia climatica senza giustizia sociale”: un invito immediato, creato dal basso, per indirizzare chi ci governa dall’alto verso l’unica rotta possibile.

Leggi anche: “Giulio Regeni e l’ENI: il filo nero della mancata verità”

Energia eolica: tutto ciò che bisogna sapere sull’energia del futuro

Con la continua evoluzione del nostro Pianeta, siamo costretti a fare i conti con il cambiamento climatico: le energie rinnovabili, come l’energia eolica, dunque non rappresentano più solo un’alternativa, ma l’unica soluzione credibile all’eccessivo utilizzo dei combustibili fossili.

L’energia eolica sta diventando sempre più importante. Essa è alla base dello sviluppo di un futuro carbon neutral, con zero emissioni di CO2. A dirsi sembra un’utopia, ma se si continua con un trend in crescita, entro il 2030, questo tipo di energia verde dovrebbe arrivare a coprire il 20% della domanda elettrica globale.

Leggi questa breve guida per avere tutte le informazioni sull’energia eolica.

La definizione della Treccani

L’energia ricavata dalla conversione della forza cinetica del vento in energia meccanica o elettrica.

Energia eolica: cos’è e come funziona. Alcune caratteristiche

L’energia eolica viene ricavata dalla forza del vento, che viene trasformata in forza-lavoro. Questa tecnologia eolica viene utilizzata fin dall’antichità, pensate per esempio alla barca a vela o al mulino, due strumenti piuttosto datati che utilizzano la forza del vento per muoversi.

Ha avuto un grande sviluppo durante gli anni ’70 quando i costi dell’energia derivata dai combustibili fossili ebbero un’impennata: fu necessario quindi trovare nuove modalità per l’approvvigionamento dell’energia.

A seguito di numerosi studi portati a termine nel corso del ‘900 si capì che per trasformare l’energia eolica in elettricità era necessario uno strumento: la pala eolica.

Le pale eoliche, dette anche areogeneratori, ruotano grazie alla forza del vento producendo energia cinetica che viene trasmessa ad un rotore collegato alle pale stesse.

Il rotore conduce l’energia della rotazione all’albero della pala che la porta direttamente al generatore che a sua volta la trasforma in energia elettrica.

Le pale fanno generalmente parte di parchi eolici, più tecnicamente detti wind farm, ossia ”fattorie del vento”, proprio perché ospitano diverse pale eoliche interconnesse tra loro attraverso un collegamento a tensione media e vengono controllate da remoto.

On-shore, near-shore e off-shore: le differenze

In ingegneria energetica si definisce parco eolico o centrale eolica un insieme di aerogeneratori, più comunemente detti turbine, interconnessi tra di loro e situati in un territorio delimitato con lo scopo di produrre energia elettrica sfruttando quella del vento.

Esistono tre tipologie di parchi eolici (on-shore, near-shore e off-shore) vediamo le differenze.

On-shore

Le wind Farm on-shore sono collocate sulla terraferma in luoghi normalmente molto ventosi, come le zone costiere, montuose oppure pianure interne, in modo da sfruttare appieno tutto il vento disponibile per creare elettricità.

Un vantaggio da non sottovalutare dell’eolico on-shore è che si tratta di una fonte molto economica per la produzione di energia in moltissimi paesi europei.

I parchi eolici ben progettati e gestiti hanno inoltre un impatto davvero minimo sul territorio e sull’ecosistema.
Collocandosi sulla terraferma, l’eolico porta con sé diversi benefici, anche in termini economici, alle comunità che vivono negli immediati dintorni dell’impianto, creando posti di lavoro e aumentando il tasso di occupazione.
Il settore eolico infatti, impiega circa 300 mila persone in tutta Europa, principalmente abitanti di zone rurali e decentrate dove sono solitamente posizionate le pale.

Near-shore

Gli impianti eolici near-shore sono costruiti ad una distanza massima di 10 km dalla costa. Hanno caratteristiche molto simili ai parchi on-shore, anche in termini di produzione.
Il vantaggio è che il rumore dovuto al movimento delle pale giunge meno intensamente ai villaggi costieri, disturbando in misura minore la tranquillità degli abitanti.

Off-shore

I parchi off-shore vengono costruiti in mare aperto, lontano dalla costa e consentono di ottenere energia eolica in grande quantità. I costi di realizzazione e manutenzione sono più elevati rispetto a quelli degli impianti on-shore.

La principale differenza tra l’eolico terrestre e l’off-shore è che per realizzare quest’ultimo sono necessari dei cavi sottomarini, che devono essere costruiti sul fondale, per garantire la trasmissione alla terraferma dell’energia prodotta dalle pale eoliche situate al largo.
La produzione di energia eolica ormai è in qualsiasi caso cotrollata da software in grado di monitorare costantemente la produzione e l’impianto stesso.

Eolico domestico

La consapevolezza che il cambiamento climatico è una questione drammatica che riguarda tutti noi sempre più da vicino, ci spinge a trovare delle soluzioni anche nel quotidiano, in particolar modo nell’ambito domestico.

Una soluzione sostenibile è la transizione alle energie rinnovabili anche nelle singole abitazioni. Il mercato ci offre diverse alternative per la produzione ecosostenibile di energia, una delle quali è rappresentata dagli impianti mini o micro eolici ad uso domestico.

Gli impianti micro-eolici, a differenza dei grandi parchi eolici che sono in grado di soddisfare più grandi fabbisogni di energia, sono semplicemente impianti eolici di piccole dimensioni, talmente piccole da poter essere installati nelle singole abitazioni.

La differenza tra il micro eolico e il mini eolico è solo in termini di potenza: il micro eolico raggiunge al massimo i 20 Kw, mentre il mini eolico raggiunge una potenza compresa tra i 20 Kw e i 200 Kw.

Il vantaggio? Oltre a rappresentare un aiuto per il nostro Pianeta, consente anche di risparmiare sulla bolletta. È vero che i costi di installazione e il materiale può essere costoso, ma è anche vero che dura nel tempo.

Vantaggi e svantaggi dell’energia eolica

Senza dubbio l’energia eolica arreca numerosi vantaggi all’ambiente e alle persone (vedi https://www.wwf.ch/it/i-nostri-obiettivi/energia-eolica), vediamoli insieme:

  • è una fonte rinnovabile e facilmente reperibile (il vento non si esaurisce mai!);
  • zero emissioni di CO2, dunque non inquina e non produce rifiuti;
  • i materiali utilizzati per le pale eoliche si riciclano più facilmente rispetto a quelli delle centrali geotermiche, inoltre durano nel tempo (fino a 25 anni);
  • produzione di energia a basso costo nelle aree del Pianeta ventose.

Visti gli effetti positivi, una domanda sorge però spontanea: se l’eolico da una parte rappresenta una soluzione concreta per minimizzare le emissioni di carbonio, dall’altra ci si chiede che cosa potrebbe comportare una sua espansione.
Visti gli effetti positivi dell’energia eolica non solo sull’ambiente, ma anche in termini di costi, non si può però negare che vi siano anche dei fattori sfavorevoli:

  • l’impatto negativo che le pale eoliche hanno sul panorama;
  • inquinamento acustico, dovuto al movimento delle pale nei loro immediati dintorni. Alcuni esperti hanno dichiarato che il rumore generato dalle turbine causerebbe danni neurologici da non sottovalutare. La soluzione a questo problema sarebbe far prevalere gli impianti off-shore in modo da non fare arrivare sulla costa il suono sgradevole del movimento delle pale;
  • in alcune zone del pianeta possono causare un danno ai volatili, in particolar modo agli uccelli migratori e ai pipistrelli, che potrebbero impigliarsi nelle pale eoliche.

Dove si produce l’energia eolica nel Mondo

Nel panorama mondiale, i più grandi produttori di energia eolica sono la Cina e gli Stati Uniti, ma in questi ultimi anni anche i paesi situati nel Nord Europa si stanno muovendo per sfruttare la ventosità del Mare del Nord aumentando la presenza di aereogeneratori eolici. Per esempio, nel 2017 in Danimarca il 43,3% del consumo elettrico derivava dallo sfruttamento dei venti.

Un’altra nazione che sa come sfruttare il vento è la Grecia, dove l’impianto eolico di Kafireas ha un peso molto importante per l’economia del paese.
Il parco eolico è situato nel comune di Karystos sull’isola di Evia e, con le sue 67 turbine eoliche, è il più grande di tutta la Grecia. Per realizzarlo sono stati spesi ben 300 milioni di euro.
Enel Green Power è l’addetta alla gestione dell’impianto nonché alla sua costruzione. Per edificarlo si è usato il riferimento del cantiere sostenibile, energicamente indipendente e ad emissioni zero, grazie all’installazione di pannelli solari.

Altri 83 paesi del mondo sono soliti ad utilizzare l’energia eolica, infatti nel 2018 la capacità di generare energia eolica nel mondo è aumentata del 9,6%. Sempre nel 2017 il 4,4% del fabbisogno energetico planetario era coperto dall’energia eolica.

La situazione in Italia

In Italia, gli impianti eolici sono maggiormente concentrati al Sud e nelle Isole, essendo i luoghi più ventosi dello Stivale: essi soddisfano circa il 6% della domanda energetica nazionale.

L’Italia è attualmente il quinto paese in Europa per la quantità di impianti eolici installati: la maggior parte di essi fu installata durante lo scorso decennio, quando furono messi a disposizione degli incentivi per la costruzione degli impianti.

Ora, anche a causa del lockdown, la costruzione di nuovi impianti ha subito un drastico rallentamento.

Secondo il PNIEC (Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima),entro il 2030 l’Italia dovrebbe arrivare a produrre, grazie allo sfruttamento eolico, circa il 10% lordo del consumo elettrico nazionale.

Gli interventi di repowering (sostituzione delle componenti obsolete degli impianti) e di reblading (installazione di nuove pale più potenti, a seguito dello smantellamento delle vecchie) potrebbero rappresentare una componente importante nella crescita dell’eolico.

Ottime notizie

Il più grande parco eolico del mondo é una novità: si chiama Dogger Bank e verrà costruito entro la fine del 2024 su un altopiano sabbioso situato nel Mare del Nord, dove l’acqua non supera l’altezza di 15/30 metri (basta pensare che questo altopiano, circa 10.000 anni fa era un’isolotto!).

Il campo eolico off-shore ospiterà una serie innumerevole di turbine alte almeno 200 metri, che andranno a soddisfare il 5% della domanda di elettricità proveniente dall’Inghilterra, ossia coprirà il fabbisogno di circa 6 milioni di famiglie.

Il Regno Unito si sta dando da fare per dimostrare il suo reale interesse per l’ambiente ed raggiungere l’obiettivo che si era prefissato per il 2050 di emissioni zero.

Un’altra novità recente è la Baltic Sea Offshore Wind Declaration, un patto siglato nel 2020 da Danimarca, Finlandia, Polonia, Svezia, Germania, Estonia, Lettonia e Lituania.

L’accordo prevede di aumentare la costruzione degli impianti eolici off-shore, sfruttando al massimo la ventosità del mar Baltico fino a produrre 93,5GW di energia.

Verso un futuro ecosostenibile

In questi ultimi anni le classi dirigenti si stanno muovendo in una direzione ecosostenibile. D’altra parte era inevitabile non farlo: il tempo che ci rimane a disposizione per salvare il nostro Pianeta sta diminuendo sempre di più e non abbiamo tempo per le chiacchiere.

È importante che ognuno di noi si adoperi nel suo piccolo per compensare le proprie emissioni di CO2 e per diminuire quindi la propria impronta di carbonio. Solo collaborando si arriverà a quel tanto ambito futuro ad emissioni zero.



Disastro nucleare di Fukushima: è passato un decennio

11 marzo 2011, ore 14:46 locali; al largo della costa del Giappone settentrionale, alla profondità di 30 km si verificò un sisma di magnitudo 9 con successivo tsunami, che portò ad uno dei disastri nucleari più gravi al Mondo. Quello di Fukushima. L’11 marzo di quest’anno si è celebrato un decennio da quel terribile evento. Un giorno che le Nazioni di tutto il Pianeta hanno vissuto con sgomento e con il terrore di aver ripetuto il dramma di Chernobyl.

Fukushima: cosa accadde?

Lo tsunami, quel giorno, mise fuori uso l’impianto elettrico di backup della centrale nucleare; questa, rimasta senza elettricità, non riuscì più a garantire il raffreddamento dei reattori. L’interruzione dei sistemi e di ogni fonte di alimentazione elettrica, nelle ore successive causò la perdita di controllo di tre reattori che erano attivi al momento del terremoto. Nel corso delle ore e dei giorni successivi vi furono quattro distinte esplosioni, causate da fughe di idrogeno; alcune distrussero strutture superiori degli edifici di due reattori.

I noccioli di tutte e tre le Unità coinvolte subirono il meltdown completo, in momenti diversi. Oltre al rilascio di materiale radioattivo iniziale, uno dei maggiori problemi è ora la rimozione delle milioni di tonnellate di acqua radioattiva usata nel raffreddamento delle barre, ancora presente nell’impianto. Il lavoro di ripulitura costerà decine di miliardi di dollari e potrebbe protrarsi per i prossimi 40 anni.

Sopra l’unità 1 attualmente è in costruzione una gigantesca copertura (che sarà terminata nel 2023) in cui saranno sepolti polveri e detriti; mentre la rimozione del combustibile è pianificata per il 2027. L’unità 2, invece, ospiterà una struttura che, a partire dal 2024, sarà usata per stoccare 615 fasci di barre di combustibile. Quasi ultimati invece i lavori nell’unità 3, sovrastata da una struttura in acciaio in cui questo mese si dovrebbe completare la rimozione di altro combustibile. E infine c’è l’unità 4, in cui non è presente alcun detrito.

Secondo le stime della Tepco, saranno necessari almeno altri 30 anni per recuperare il combustibile non danneggiato e quello che si è sciolto e poi solidificato, per sbarazzarsi dell’acqua usata per il raffreddamento e per disassemblare i reattori. Sono in particolare i primi due punti a preoccupare di più, dal momento che ancora non si sa con certezza dove siano tutti i detriti e quindi non se ne può pianificare con precisione il recupero. Nel 2022 gli addetti alla bonifica proveranno a intervenire con un braccio meccanico sull’unità 2 per recuperare piccole quantità di detriti che si pensa giacciano sul pavimento.

Fukushima oggi

Oggi le cose sono cambiate solo superficialmente. Per gli isotopi radioattivi, infatti, dieci anni rappresentano un tempo irrisorio e la contaminazione è ancora presente, nonostante i tentativi del governo di decontaminare e di abolire la zona di esclusione.

Il prelievo di 5 cm di terra nelle zone limitrofe alla centrale, ha abbassato di molto il livello di contaminazione rilevabile in superficie, ma ha anche lasciato degli interrogativi senza risposta. Per esempio, sulla tipologia di analisi effettuate, visto che gli elementi radioattivi sono svariati. La maggior parte delle analisi, però, si concentra sulla rilevazione del Cesio 137. Oppure sulle condizioni delle falde acquifere o del terreno finalizzato alle coltivazioni. Le particelle radioattive, con le piogge, vengono mano a mano assorbite dal terreno ma ritornano in circolo dopo essere state assimilate dalle piante.

Leggi anche il nostro articolo: “Le foreste e l’uomo, relazione complessa anche alla luce del cambiamento climatico”

Il governo giapponese ha revocato quasi per intero l’iniziale zona di evacuazione; lasciando giusto alcune aree, in particolare quelle dei comuni più a ridosso della centrale, Ookuma e Futaba. Il resto del territorio è ad oggi ufficialmente una zona in cui è permesso rientrare. Come è possibile? La politica giapponese, la quale punta molto sulle prossime Olimpiadi per mostrare al Mondo che l’incubo nucleare sia svanito, ha iniziato ad abolire i sussidi abitativi e l’assistenza sanitaria agli sfollati.

Tantissime persone si stanno rifiutando di rientrare in quei territori, in cui sarebbe impossibile ricominciare una vita. Non solo a causa del pericolo radioattivo, ma anche per un sistema economico completamente distrutto; inoltre, vi è una grave mancanza di servizi primari, come ospedali o supermercati. La zona di Fukushima è sempre stata un paradiso verde del Giappone, famosa per i suoi tantissimi prodotti come riso e carni pregiate. La popolazione viveva grazie a quei settori che non potranno più essere ripristinati.

Acque radioattive in mare?

La Tepco, la compagnia giapponese che gestisce la centrale nucleare di Fukushima Dai-ichi, potrebbe dover riversare enormi quantità di acque radioattive nel Pacifico, quando lo spazio di stoccaggio sarà esaurito.

L’acqua è attualmente stazionata in oltre 1000 enormi-serbatoi che tuttavia nel 2022 saranno pieni. Il piano di Tokyo è quello di gettarla in mare, previo trattamento, attraverso un processo di rimozione multi-nuclide che tuttavia non è in grado di filtrare alcune sostanze pericolose.

Le taniche contenenti le acque radioattive di Fukushima.
Crediti: Issei Kato/Reuters

Alcuni studi confermano come anche dopo il trattamento l’acqua sia ancora contaminata e quindi pericolosa per la salute umana e per l’ambiente. Le rassicurazioni offerte dalle autorità giapponesi si baserebbero su dati sperimentali incompleti e, dunque, ancora inaffidabili. Tra le sostanze contenute nell’acqua contaminata, il trizio che secondo alcune ricerche può provocare morti fetali, leucemia infantile e sindrome di Down.

A preoccupare sono anche gli effetti a lungo termine dell’acqua trattata sull’ecosistema marino, con le sue inevitabili conseguenze per l’economia locale che vive di pesca. L’unica certezza è che una volta riversato nell’oceano, il materiale radioattivo rimarrà in mare.

La Tepco è da anni alle prese con l’accumulo di acqua radioattiva. L’acqua di falda che scorre sotto la struttura si contamina quando entra in contatto con quella usata per impedire che i nuclei danneggiati dei tre reattori fondano. Il governo nipponico ha investito 34,5 miliardi di yen (291 milioni di euro) per costruire una barriera ghiacciata sotterranea. Questa dovrebbe impedire all’acqua di falda di raggiungere i reattori, ma la struttura è riuscita soltanto a ridurre il flusso da 500 a 100 tonnellate al giorno.

Il Giappone ed il nucleare oggi

Il disastro di Fukushima non ha fermato il nucleare nel paese. Alcuni impianti sono tornati presto in funzione dopo uno stop generale cautelativo subito dopo l’incidente. Attualmente sono 9 i reattori giapponesi di nuovo in funzione dopo il disastro; altri 6 hanno già passato la revisione e possono essere rimessi in funzione. Infine, 12 reattori sono ancora in revisione.

In un’intervista al Financial Times, il ministro dell’Economia del Giappone Hiroshi Kajiyama ha affermato:

L’energia nucleare sarà essenziale per il raggiungimento dell’obiettivo di azzeramento delle emissioni nette di carbonio entro il 2050.

A marzo 2019 il mix elettrico giapponese era ancora ben distante dagli obiettivi fissati lo scorso dicembre per il prossimo decennio: le fossili erano al 77%, le rinnovabili al 17% e il nucleare al 6%.

Nel nuovo piano mancano i dettagli per l’energia dall’atomo, ma il governo ha fatto sapere che intende riservargli uno spazio più ampio. Nel vecchio piano del 2018, il nucleare avrebbe dovuto coprire nel 2030 il 20-22% del mix. Praticamente lo stesso ruolo riservato alle rinnovabili. I giapponesi pare la pensino diversamente. Secondo un sondaggio pubblicato il mese scorso dal quotidiano nipponico Asahi Shimbun, il 53% della popolazione non vuole il riavvio dei reattori. Un terzo invece si dichiara a favore, percentuale che cala al 16% tra gli abitanti di Fukushima. Il cambio di rotta è ancora molto lontano.

“Abbiamo la responsabilità di consegnare alle future generazioni un ambiente in cui possano vivere in sicurezza e con la massima tranquillità. In un mondo che ci è stato consegnato non possiamo più guardare alla realtà solo in termini utilitaristici, orientando l’efficienza e la produttività solo al nostro profitto individuale. La solidarietà tra generazioni non è un optional, ma una questione elementare di giustizia”

Papa Francesco, “Laudato si”

La domanda che tutti dovremmo porci è: siamo davvero sicuri che l’energia nucleare sia davvero pulita ed economica come molto spesso si crede?

Le foreste e l’uomo, relazione complessa anche alla luce del cambiamento climatico

foreste

Che ruolo svolgono le foreste nel contrasto al cambiamento climatico? Il legno potrebbe costituire una valida risorsa energetica? Il tema delle foreste e della loro gestione genera sempre un acceso dibattito. Abbiamo intervistato Luca Caverni, laureato in Scienze Forestali e studioso in questo ambito. Dalle sue parole si evince come una corretta pianificazione forestale potrebbe favorire una gestione dei boschi in grado di mitigare i cambiamenti climatici.

Perché gestire le foreste italiane?

1. Luca, potresti descriverci brevemente la situazione forestale italiana e cosa significa gestione forestale?

“L’Italia è bella e nota grazie anche al suo territorio, caratterizzato da colline e montagne scarsamente popolate. La maggior parte dei lettori, probabilmente, se si affacciasse dalla finestra non osserverebbe foreste (sinonimo di boschi  – comma 1 art. 3 D.lgs 34/2018) seppure queste occupano il 38% della superficie nazionale, ma aree urbane e palazzi (anche io vi rispondo da questa situazione) questo perché le foreste si trovano prevalentemente nelle Aree Interne del Paese. Le foreste italiane sono tra le più ricche a livello europeo per diversità di specie e categorie forestali e per questo sono anche tra le più protette nel continente. Questa ricchezza è anche frutto della interazione millenaria tra l’uomo e la natura. Infatti in Italia meno di un sesto dei boschi (15.4%) non presenta tracce di interventi selvicolturali passati.

Tra i molti esempi del costante rapporto tra uomo e foresta vi è sicuramente il Codice Forestale Camaldolese, testimonianza di come per oltre 8 secoli i monaci hanno gestito i boschi, dimostrando una profonda sintonia tra ricerca spirituale e cura della foresta (oggi all’interno di un Parco Nazionale).

foreste Always Ithaka
Foto credit: AlwaysIthaka

“Il 66% delle foreste è di proprietà privata”

Gestire le foreste significa compiere delle scelte, nel rispetto della normativa vigente, conciliando, attraverso azioni concrete, gli aspetti ambientali, economici e sociali che un bosco esprime. Un fattore fondamentale, che consente di conoscere meglio le caratteristiche di ogni foresta, individuarne la vocazione, garantirne la tutela e una gestione lungimirante ed equilibrata nel tempo è la pianificazione forestale. Eppure ad oggi solo il 18% della superficie forestale nazionale è sottoposto ad un Piano di gestione forestale (livello di pianificazione più dettagliato). Grazie alla storia e alla ricerca abbiamo a disposizione conoscenze molto accurate che stimolano continuamente il miglioramento delle tecniche di pianificazione gestionali. Preme sottolineare un aspetto relativo alle foreste private: attualmente il 66% della superficie è di proprietà privata, contraddistinta da una marcata frammentazione fondiaria e dall’assenza di gestione per buona parte della superficie”.

Le foreste nel contrasto al cambiamento climatico

2. Che importanza ha la gestione forestale nel contrasto al cambiamento climatico?

Le foreste, essendo composte da alberi (organismi viventi), non sono elementi statici del paesaggio ma crescono in volume (in Italia quanto 39 piscine olimpioniche[1] ogni giorno) e superficie (un campo da calcio[2] ogni 9 minuti). Essendo vive, reagiscono agli stimoli, inclusi quelli del clima, ma con il cambiamento in atto le loro “reazioni” potrebbero compromettere i servizi ecosistemici (ovvero funzioni e beni primari) finora garantiti. Certamente le foreste vivrebbero anche senza l’uomo, tuttavia è l’uomo che non vivrebbe senza le foreste. Infatti i servizi ecosistemici che le foreste assicurano nel tempo sono di tre tipologie: regolazione e mantenimento (qualità dell’aria, depurazione dell’acqua, prevenzione incendi, protezione dal dissesto idrogeologico…), approvvigionamento (di legname, prodotti spontanei…) e culturali (benefici immateriali, spirituali, ricreativi e sanitari…).

L’IPCC prevede che i disturbi alle foreste boreali (tempeste di vento, incendi e fitopatie…)  conseguenti alle variazioni climatiche, possano diventare più intensi e frequenti. Tuttavia un recente articolo di Nature ricorda come la gestione forestale consenta di aumentare la resilienza e la stabilità delle foreste nel lungo periodo. In questo modo si può preservare o incrementare il carbonio stoccato nella foresta (beneficio evidenziato anche dall’IPCC) e mantenere la biodiversità (par. 2.2.4 Strat. UE Biodivesità 2030).

Gestire le foreste non è sinonimo di deforestare

Quindi, come spiegato al punto 1, gestire non è deforestare, cioè convertire la foresta in altro uso del suolo che rappresenta la seconda causa dei cambiamenti climatici dopo la combustione di fonti fossili. Le cause della deforestazione sono molteplici, tra queste vi è anche il commercio illegale di legname di cui l’Europa è uno dei principali importatori. Anche la deforestazione incorporata, di cui siamo “inconsapevolmente” responsabili attraverso acquisti quotidiani (alimentari, pellame…) non appropriati, contribuisce a danneggiare le foreste.

Tra le varie misure di contrasto messe in atto, l’UE ha individuato, oltre al ripristino forestale, anche la gestione forestale in grado di agevolare una bioeconomia più attenta alle dinamiche globali. L’uso del legno rappresenta comunque un elemento cui non possiamo rinunciare, perché essendo CO2 “solidificata”, materiale riciclabile e alternativo ad altri più energivori (cemento, plastica…), ci consente di mitigare i cambiamenti climatici. Un’altra azione fondamentale di mitigazione dei cambiamenti climatici è la messa a dimora e cura nel tempo del verde urbano“.

Il legno: preziosa risorsa rinnovabile?

3. Foreste e biomassa: esiste un acceso dibattito sulla possibilità di ricavare energia dal legno. Da una parte c’è chi sostiene che non si possa utilizzare il legno perché si compromette il patrimonio forestale, intaccando così la sua capacità di immagazzinare anidride carbonica. Dall’altra c’è chi sostiene che il legno possa costituire una preziosa fonte di energia rinnovabile. In questo quadro che ruolo ha la gestione forestale nel fornire combustibile necessario al Paese?

“Alcune premesse:

  • Entro il 2050 in UE non si dovranno più generare emissioni nette di gas serra.
  • Il settore energetico provoca l’80,5% delle emissioni di gas serra nazionali;
  • In Italia le energie rinnovabili soddisfano il 17,8% dei consumi finali lordi complessivi;
  • La quota di fabbisogno energetico nazionale soddisfatta da importazioni è il 75% del totale.

Precisazioni:

  • In Italia, in UE e nel mondo le bioenergie sono la principale energia rinnovabile;
  • Le biomasse sono incluse tra le fonti rinnovabili (art. 2 D.lgs 387/2003);
  • Il termine biomassa è molto ampio (qui mi riferirò solo ai prodotti e residui forestali);
  • Sulla neutralità climatica c’è un acceso dibattito scientifico, oltre che politico;
  • L’Italia è il primo importatore al mondo di legna da ardere, e quarto di pellet.
  • Dalle foreste italiane, secondo la stima più alta, si preleva solamente il 37,4% del volume che cresce annualmente mentre la media europea è del 65-67%.

Il ruolo della politica nella gestione forestale

Considerati i rischi delle importazioni e il basso tasso di prelievo, ritengo quest’ ultimo accettabile e incrementabile. Tuttavia esso non deve necessariamente soddisfare l’intero fabbisogno nazionale tenuto conto che il legno viene chiaramente impiegato anche per altri fini (tessile, strutturale…). Rispetto alla finalità energetica, vista la scarsa indipendenza nazionale e il rilevante ruolo delle bioenergie, applicando il “principio a cascata”, per cui il legno debba essere impiegato prima per i suoi fini durevoli (Strategia forestale UE e nazionale), si possono conciliare le diverse destinazioni d’uso. Ai fini energetici si destinano soprattutto i residui, così da massimizzare l’impatto positivo delle biomasse verso il clima, che comunque non devono rappresentare l’unica fonte energetica nazionale.

Le politiche dovrebbero sostenere filiere territoriali (senza distorcere il mercato) e tecnologie in grado di abbattere le emissioni. La realizzazione dell’uso a cascata del legno richiede: la pianificazione forestale, la formazione degli operatori, la conoscenza delle aree circostanti al bosco e l’attuazione di processi partecipativi. C’è tanto ancora da fare rispetto alle foreste, ma diffido da soluzioni uniche e sempre valide; la selvicoltura è una scienza, influenzata da tanti fattori nella sua applicazione, ma essenziale per orientarci nelle scelte“.

Leggi anche: “CO2 in netto calo nel 2020, eppure non basta”


[1] volume della piscina: 2500 m3

[2] dimensioni campo da calcio: 110m x75m=8.250 m2.

Overfishing: UE accusata di ipocrisia e neocolonialismo

L’Unione Europea è il maggiore responsabile dei prelievi di tonno pinna gialla nell’Oceano Indiano, una specie gravemente minacciata dall’overfishing. Tuttavia, i danni causati da parte dell’Unione Europea non riguardano solamente gli stock di tonno. L’overfishing minaccia anche l’economia di quei paesi in via di sviluppo che si affacciano su questo oceano. Questa settimana si terrà una riunione straordinaria dell’Indian Ocean Tuna Commission (IOTC), l’organismo di regolamentazione incaricato della gestione degli stock di tonno. In vista di quest’ incontro, la denuncia delle politiche dell’UE definite ipocrite e neocoloniali arriva forte e chiara da alcuni degli stati le cui economie dipendono direttamente dall’Oceano Indiano..

Leggi anche: Overfishing e pesca sostenibile: guida al consumo di pesce – L’Ecopost

Distruzione dei mari: una scelta consapevole e pericolosa (lecopost.it)

UE ed overfishing nell’Oceano Indiano

I paesi dell’UE – principalmente Spagna e Francia – gestiscono una flotta di 43 navi che portano avanti una pesca non sostenibile lontano da casa. Nel 2019 questi pescherecci hanno pescato 70.000 tonnellate di tonno. La somma supera quella degli stati costieri dell’Oceano Indiano quali l’Iran (58.000 tonnellate), lo Sri Lanka e le Maldive (44.000 tonnellate ciascuno).

Le navi dell’UE sono i principali utilizzatori di “sistemi di aggregazione di pesci” (fish aggregating devicesFADs). L’obiettivo di questi dispositivi artificiali è facilitare il raggruppamento di grandi banchi di tonni in una determinata zona. Essi sono solitamente semplici strutture costituite da una parte galleggiante e da una parte sottomarina. La conseguenza dell’utilizzo di tali strumenti è la cattura di esemplari giovanili non ancora maturi: questo incide sui tassi di riproduzione della specie.

Critiche e preoccupazioni per le conseguenze dell’overfishing

Le proposte presentate dall’UE per ridurre l’overfishing in vista della riunione dell’IOTC hanno alzato un polverone di critiche e malcontenti. Il piano di Bruxelles per la pesca sostenibile infatti comprende misure che porterebbero ad una riduzione del pescato del 6% nel 2021 rispetto ai livelli del 2014. Un taglio misero. Una forte reazione arriva dalle Maldive, la cui proposta comporterebbe una riduzione del 14%. Per questo paese la pesca è il settore economico più promettente: circa il 20% della forza lavoro delle Maldive infatti è coinvolta in questa attività, praticata principalmente con lenze e canne piuttosto che con grandi reti.

Adam Ziyad , direttore generale del ministero della pesca delle Maldive e vicepresidente della IOTC  ha definito le proposte dell’Ue come fasulle. Queste misure infatti non si avvicinano neanche lontanamente ai livelli di riduzione richiesti per garantire la conservazione degli stock ittici. Zyad sottolinea il disinteresse degli stati europei nel promuovere una collaborazione con gli stati costieri per una migliore gestione delle risorse ittiche. Questa è urgente e necessaria anche e soprattutto per proteggere gli interessi delle future generazioni di queste aree.

Nirmal Shah, ex presidente della Seychelles Fishing Authority e ora amministratore delegato di Nature Seychelles, ha descritto la proposta dell’UE come una “tattica dilatoria”.

“L’UE è ipocrita ad andare in giro a parlare di overfishing. È una situazione neocoloniale”

Necessità di usare strumenti sostenibili

Né l’Europa né le Maldive hanno proposto di limitare l’utilizzo dei FADs, additati dalle ONG come pratiche determinanti per il collasso degli stock ittici. Sono stati dunque il Kenya e lo Sri Lanka a presentare una proposta separata per farlo.

Stephen Ndegwa, assistente direttore della pesca al ministero dell’agricoltura del Kenya ha ribadito che saranno gli stati costieri e le loro future generazioni a soffrire dell’esaurimento delle risorse ittiche.

“I pescherecci stranieri, come quelli dell’UE, si sposteranno in altri oceani, ma noi non saremo in grado di spostarci e rimarremo bloccati senza risorse“.

La reazione delle ONG

Secondo la Global Tuna Alliance (GTA), un ente indipendente che rappresenta le marche che commercializzano tonno, sarebbe preferibile ridurre il pescato non del 6% ma del 20%. Se è vero che le misure proposte dalle Maldive sono più vicine a questo obiettivo, GTA sottolinea che anch’esse non sono “proporzionate o eque”. Infatti, si focalizzano sulla riduzione dell’utilizzo di pescherecci a circuizione, un tipo di pesca che non è generalmente praticato dai pescatori delle Maldive. Sembra essere dunque un tentativo di modellare la proposta per tutelare i propri interessi, andando a incidere più sulle tecniche di pesca usate dai competitor che sulle proprie.

Inoltre, queste stesse misure vengono definite come “il minimo indispensabile” in una lettera ai capi delegazione dell’IOTC cofirmata da gruppi come il World Wildlife Fund e la Blue Marine Foundation.

Greenpeace ha sottolineato che nessuna delle due proposte è sufficiente a ricostruire la popolazione del tonno ed ha descritto quella l’europea come “oltraggiosa e iniqua”.

In risposta alle critiche, un funzionario dell’UE ha dichiarato che quest’ultima ha fortemente sostenuto la ricostituzione degli stock. Inoltre, è stata “determinante” nella decisione della IOTC di convocare una sessione speciale.

La proposta di Bruxelles viene poi difesa come “ambiziosa ma realistica”. Questa infatti sosterrebbe l’obbligo di ridurre le catture per tutte le flotte, indipendentemente dalle loro dimensioni, in modo giusto ed equo.

Quello che emerge comunque, è l’immagine di un’Europa irresponsabile, priva di lungimiranza, che cela dietro dichiarazioni altisonanti di facciata meri interessi economici. Soprattutto, è un’Europa che contribuisce a perpetuare una delle più gravi pratiche che minacciano la salute degli oceani: l’overfishing.

CO2 in netto calo nel 2020, eppure non basta

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Diamo i numeri

Nel corso dello scorso anno, causa quarantena dovuta alla pandemia, l’emissione di CO2 si è attestata a 2,6 miliardi di tonnellate in meno sul 2019. Si tratta del calo più alto mai rilevato finora. Eppure i benefici restano temporanei. Consideriamo soltanto che, al fine di restare in carreggiata con le misure prese durante l’accordo di Parigi, lo sforzo da compiere, di 12 mesi in 12 mesi, dovrebbe essere ben maggiore. Per rispettare gli impegni presi nel 2015 nella capitale francese, da parte di un gran numero di Paesi, dovremmo tagliare complessivamente 2 miliardi di emissioni ogni anno.

Un lockdown ogni 2 anni per controllare la CO2

Nell’arco dei dieci anni – intervallo monitorato dalla conferenza di Parigi – appare davvero difficile riportare i livelli di CO2 entro i limiti di sicurezza. Durante la scorsa primavera, quando il COVID-19 ha messo in stand-by il mondo, abbiamo avuto modo di studiare da vicino il nostro impatto – come umanità – sul clima. A finire sotto i riflettori, inevitabilmente, è stata l’anidride carbonica (o CO2, come la chiamiamo per praticità in questo articolo), il gas serra che maggiormente contribuisce a surriscaldare il nostro pianeta. Nell’arco del 2020 le emissioni di questo nocivo gas sono diminuite del 7% su scala globale rispetto all’annata precedente, un crollo senza precedenti da quando abbiamo contezza e rilevazioni. I dati giungono da uno studio internazionale, coordinato dall’Università dell’Anglia orientale, il quale ha confrontato i livelli di emissione in anni e regioni geografiche diverse.

Il dato è più che positivo, naturalmente. Eppure non si può certo cantar vittoria. Gli effetti saranno, con ogni probabilità, soltanto temporanei e considerevolmente insufficienti. Come ci ricorda Nature Climate Change, le emissioni di CO2 devono essere tagliate in termini percentuali sensibilmente maggiori di quelli del 2019. Difficilmente la buona performance di un singolo anno – peraltro dovuta a cause di forza maggiore – potrà aiutarci molto. Occorre tenere l’inquinamento costantemente sotto controllo per vincere la battaglia; non certo per un solo anno solare. In soldoni, avremmo bisogno di un blocco come quello della scorsa primavera ogni 2 anni.Tale è la dimensione dell’insostenibilità della nostra specie per questo pianeta.

In un approfondimento di BCC Milano il rapporto tra lockdown e calo dell’inquinamento

Salute e clima, un legame indissolubile

Ecco che dobbiamo rispolverare un pezzo pregiato dell’argenteria de L’EcoPost. Stiamo trattando il nostro pianeta in una maniera tale per cui ci rendiamo causa principale di quel che accade di male sulla sua superficie.

Se il domino mondiale del COVID-19 è dovuto allo spillover – il salto di specie – del virus da un pipistrello abitante delle foreste asiatiche ad un poco attento consumatore in un mercato di Wuhan, non dimentichiamoci che se quel chirottero era lì è perché alcuni cacciatori ce lo avevano portato, dopo che la strada al suo habitat era stata loro aperta da qualche bracconiere senza scrupolo interessato a catturare specie esotiche per poi rivenderle o qualche costruttore che desiderava aprire un lussuoso resort su terreni occupati dalla macchia boschiva. Tutto è collegato. Ogni cosa è illuminata dalla luce delle azioni del passato, direbbe Jonathan Safran Foer che mi concederà di parafrasare così il titolo di un suo noto lavoro.

La nostra salute dipende anche – in larga misura – dal clima. Sul fatto che il surriscaldamento globale abbia promosso condizioni favorevoli alla diffusione del Covid esistono già alcune prove. È ampiamente probabile che in futuro ce ne arriveranno anche delle altre, speriamo non a seguito di un’altra pandemia. La storia procede per cause ed effetti; se la crisi sanitaria è effetto di quella ambientale, inevitabilmente risolta la prima bisognerà occuparsi della seconda che ne è causa. Inquinamento e emissioni serra sono calati grazie alla quarantena, bene. Ora facciamo in modo che non si tratti soltanto di un episodio isolato; la battaglia per il clima va vinta whatever it takes, come direbbe qualcuno.

Leggi anche: “Lo smog aiuta la diffusione del coronavirus?”

Tonnellate su tonnellate di CO2 da tagliare

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Foto di JuergenPM da Pixabay 

Il calo episodico delle emissioni di CO2 avvenuto lo scorso anno non causerà alcun declino protratto nel tempo delle emissioni di anidride carbonica. Esattamente quello di cui, invece, avremmo bisogno. Finché l’economia mondiale continuerà ad essere sostenuta principalmente da combustibili fossili, sarà difficile intraprendere questa rotta. La maggior parte del calo di CO2 nel 2020, infatti, si deve alle restrizioni nei trasporti terrestri ed aerei, tra i principali utilizzatori del fossile.

A detta degli stessi ricercatori della East Anglia Uni, per mantenere l’aumento delle temperature globali attorno a 1.5 gradi centigradi sui livelli preindustriali come stabilito a Parigi 2015, la riduzione delle emissioni di CO2 dovrebbe assestarsi sui 2 miliardi di tonnellate – almeno – all’anno per i prossimi 10 anni. Si tratta di una riduzione sensibilmente maggiore di quelle rilevate fino al 2019, quando la pandemia non era ancora che un brutto sogno, e molto più vicina a quanto riscontrato nel 2020, quando il coronavirus ci ha costretto a ridurre il nostro impatto sul pianeta rinchiudendoci in casa. Paradossalmente, dovremmo ringraziarlo questo COVID, per averci fatto capire come dobbiamo comportarci se davvero teniamo alla nostra casa comune.

Perché non far nostro lo stimolo che la pandemia ci ha involontariamente dato? Perché non riflettere, come comunità umana, a quale e quanto dannoso sia davvero il nostro impatto su questa Terra? Possiamo fare di necessità virtù, possiamo finalmente indirizzare la nostra società verso mete ecosostenibili. Oppure no. Oppure possiamo fare come, ad esempio, la Cina e riprendere ad inquinare più di quanto facevamo prima del virus, in virtù di una crescita del 6% (quella stimata da Pechino per la sua economia, nel 2021) anche in un periodo nel quale tutto il mondo soffre economicamente a causa del riverbero della crisi sanitaria. Se faremo così, se sacrificheremo il benessere nostro e del pianeta per staccare più dividendi nell’anno fiscale, forse ce la meriteremmo davvero un’estinzione di massa.

Leggi anche: “ONU: il coronavirus non distragga dalla lotta per il clima”

Rinnovabili, Italia fa un (piccolo) salto in avanti

rinnovabili italia

Nell’oceano di brutte notizie che si infrangono ogni giorno sui lidi delle testate internazionali, è spuntata un’onda anomala che interessa l’Italia: quella delle rinnovabili. Secondo l’Analisi trimestrale del sistema energetico italiano condotta da ENEA, infatti, le rinnovabili in Italia hanno visto un’accelerazione, specialmente negli ultimi due anni. Un risultato certamente buono, non fosse che gran parte del “merito” è da attribuirsi a un evento non proprio felice: quello della pandemia.

Rinnovabili in Italia: i dati che fanno sperare

L’Indice ISPRED è stato elaborato da ENEA per misurare la transizione energetica italiana sulla base dell’andamento di prezzi, sicurezza e decarbonizzazione. Ed è proprio qui che scorgiamo la buona notizia. L’indice ha infatti segnato un aumento su base annua del 38%, anche grazie a un continuo abbassamento dei prezzi delle rinnovabili. Per quanto riguarda le importazioni di tecnologie low carbon dall’estero, anche qui vediamo un forte aumento (+27%, per un valore di 2,2 miliardi di euro), soprattutto per veicoli elettrici, ibridi e batterie. Queste ultime categorie, in particolare, sono passate dal coprire il 33% dell’import green nel 2019, al 56% nel 2020. Nel complesso, quindi, la quota di rinnovabili sui consumi finali è pari a circa il 20% (era 18% nel 2019). Questo dato consente all’Italia di superare il target Ue del 17% imposto per il 2020.

Di pari passo, assistiamo a una costante decarbonizzazione, che nel 2020 ha accelerato del 40%. La forte diminuzione della richiesta di petrolio e carbone ha spinto al minimo storico dal 1961 la quota di fossili nel mix energetico. Una quota che però rimane ancora molto alta, visto che si attesta al 72% nel 2020 (contro il 74% del 2019). La capacità eolica e solare è comunque in crescita, e si stima che passerà dal 16% attuale al 25% nel 2030.

Rinnovabili in Italia: ancora molto da fare

Tra burocrazia lenta e blocchi culturali

Purtroppo, molti lati oscuri caratterizzano questo significativo, ma apparente miglioramento nel settore delle rinnovabili in Italia. Innanzi tutto, il gas resta la prima fonte energetica della Nazione (37,4%). Le rinnovabili, in valore assoluto, hanno subito un aumento di appena l’1%. L’Italia sembra quindi non riuscire a spingere del tutto il piede sull’acceleratore quando si tratta di energia pulita. Il primo ostacolo è dato dalla monumentale torre burocratica italiana e dal continuo scarica barile di responsabilità fra Stato, Regioni ed enti locali.

In secondo luogo, sussiste un grande blocco culturale che impedisce a imprenditori e investitori di dare adito anche solo al pensiero di costruire centrali di energia pulita sul territorio. Un esempio è quello di Francesco Ferrante, vicepresidente del Kyoto Club. Egli aveva censito 160 progetti di impianti per produrre biometano da rifiuti organici e scarti agricoli. Sono però stati tutti bloccati da comitati di cittadini “informati” e da sindaci riottosi ai nuovi progetti. Forse in nome di un paesaggio che andrà comunque distrutto dagli effetti ormai noti e sempre più vicini dei cambiamenti climatici.

Come riporta il Sole 24 Ore, in Italia ogni mese si realizzano impianti eolici da 6 megawatt e impianti fotovoltaici per 54 megawatt. Un risultato ancora lontano dalla cifra da raggiungere per soddisfare gli obiettivi Pniec (Piano Energia e Clima) entro il 2030: 83 megawatt per l’eolico e 250 megawatt per il fotovoltaico. Terna ha dovuto realizzare l’elettrodotto di alta tensione Adriatic Link al largo e sul fondo del mare, con un aumento dei costi che sarà pagato dai cittadini. Il tutto perché le autorità locali ne hanno impedito la costruzione sul suolo nazionale. Confindustria ha calcolato che questi rallentamenti sulle rinnovabili apportino una perdita al Paese di 600 milioni di euro all’anno.

Soldi e pandemia

Un terzo freno è dato dai prezzi delle energie rinnovabili, che restano più elevati rispetto al resto d’Europa. Il motivo è legato soprattutto al ruolo determinante che l’import di rinnovabili gioca per l’Italia, vista la mancanza di fonti domestiche. Il tutto nonostante la nostra Nazione abbia un altissimo potenziale in questo settore. La nostra geografia privilegiata, specialmente nell’Italia meridionale, permetterebbe infatti di sfruttare facilmente le principali fonti, come eolico, fotovoltaico e idroelettrico. Settori che aiuterebbero a colmare la ferita ancora pulsante che divide il Nord e il Sud, innescando in quest’ultima zona incalcolabili progressi nella sfera lavorativa, economica e sociale.

Un ultimo aspetto da considerare è l’effetto dei lockdown dal 2020 ad oggi. I consumi di combustibili fossili si sono drasticamente ridotti, dando quindi l’impressione di una decarbonizzazione de facto. Non dobbiamo dimenticare, però, che il trend potrebbe ribaltarsi nuovamente una volta terminata l’emergenza epidemiologica. In questo articolo approfondiamo la questione.

Per concludere lasciando un barlume di speranza e motivazione, è doveroso sottolineare come gli sforzi della politica italiana del post-pandemia siano maggiori rispetto agli anni passati. In cima alla lista delle priorità che si è posto il nuovo ministero della Transizione ecologica vi è proprio l’aggiornamento del Piano Energia e Clima ai nuovi obiettivi di riduzione delle emissioni posti dall’Europa (-55% entro il 2030). E, per la prima volta, sembra esserci anche la fondamentale disponibilità economica per farlo. Basti pensare che il 37% dei 209 miliardi in arrivo dall’Europa andranno a finire proprio nell’appena confezionato nuovo ministero. Ora non resta che vedere se esiste una disponibilità anche politica, sociale e culturale per affrontare la transizione che ci è stata promessa.

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Rifiuti alimentari: tutto quello che c’è da sapere

Se lo spreco alimentare fosse un Paese, sarebbe la terza fonte di emissioni di gas serra. Si apre con questa considerazione il Report sui Rifiuti Alimentari (Food Waste Index Report), redatto dal Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente e pubblicato il 4 marzo. Al suo interno, si analizza la situazione mondiale, sottolineando come l’insicurezza alimentare – ossia l’impossibilità di garantire acqua e cibo sufficienti a soddisfare il fabbisogno energetico- stia esacerbando le tre crisi in corso: quella del cambiamento climatico, della perdita di natura e di biodiversità, e quella data dall’inquinamento e dallo spreco. Ripercorrere i punti cruciali del rapporto può aiutare a capire meglio come raggiungere l’obiettivo 12 “Consumo e produzione responsabili” dell’Agenda 2030. Partiremo dalla stima delle quantità dello spreco, fino ad arrivare alle sfide e alle raccomandazioni del Programma, per cambiare le nostre abitudini.

Cosa sono i rifiuti alimentari?

La prima domanda a cui diamo una risposta è definire cosa sono i “rifiuti alimentari”, così da rendere più facile e comprensibile la lettura. Teniamo a mente che il cibo è “qualunque sostanza – processata, semi-processata o grezza- che dà nutrimento”. Da qui, intendiamo come rifiuto tutti quegli alimenti o loro parti edibili, che sono scartati durante la filiera, dal campo alla tavola. Nello specifico, si suddividono gli scarti in due ulteriori categorie: edibili e non edibili. I primi contengono le componenti commestibili, i secondi tutto ciò che è associato alla alimentazione, come ossa e cotenne.

Stima delle quantità dei rifiuti alimentari

I numeri aiutano a comprendere la dimensione del problema. Nel rapporto, si stima che circa 931 milioni di tonnellate di rifiuti alimentari siano stati generati nel 2019. Di queste, il 61% proveniva dal consumo domestico, il 26% dal servizio di ristorazione e il 13% della vendita al dettaglio. Questi primi dati suggeriscono una prima conclusione: il 17% della produzione globale di cibo è sprecata prima di arrivare sulle tavole. Interessante, però, è capire quali Stati generino più scarti. A differenza di quanto si possa pensare, i consumi sono simili in Paesi ad alto, medio e medio-basso reddito. Questo ci porta a una seconda riflessione: non ci si può più soffermare sullo spreco a fine filiera delle nazioni sviluppate e su quello dal campo alla distribuzione di quelle meno sviluppate. Tutti buttano tonnellate di cibo durante il processo di raccolta, trasformazione e consegna. La responsabilità è condivisa.

Ecco che le proiezioni delle organizzazioni internazionali devono essere riviste e i parametri ricalibrati. Si nota, infatti, una sottostima della dimensione del fenomeno. I dati, però, non sono sempre disponibili. Mancano completamente quelli dei Paesi a basso reddito. Così, è necessaria una diversificazione delle strategie per migliorare la situazione mondiale, che deve partire da una raccolta di informazioni che sia più accurata di quella attuale.

Sfide e opportunità della mappatura

Una ricerca come quella contenuta nel rapporto, divisa per tipo di rifiuto e area geografica, rende più accessibile la lettura. Come abbiamo appena visto, però, per riuscire a fornire un quadro completo, la strada è ancora lunga e in salita. L’approfondimento dello studio si suddivide in tre livelli di raccolta dei dati. Il primo riesce a raccogliere stime approssimative, da cui è difficile estrapolare delle vere strategie. Il secondo, invece, ha misurazioni dirette, sufficienti per poter tracciare i flussi. Il terzo, quello auspicabile, alle caratteristiche dei precedenti step aggiunge anche informazioni addizionali, con la disponibilità di costituire modalità di intervento specifiche.

Ed è su questi livelli che ci sono delle limitazioni evidenti della mappatura. Per riuscire a pianificare, servono tempo e informazioni in numero tale da rendere agevole la comparazione. Ma molti Paesi non riescono a quantificare il loro spreco alimentare: così, variazioni sbagliate sul lungo periodo incidono negativamente sugli studi di lungo periodo. Inoltre, metodi differenti di misurazione rendono impossibile il raffronto su scala globale. Programmare una serie di azioni migliorative e seguire le linee guida dei livelli due e tre aiuterebbero a diminuire i rifiuti alimentari.

Raccomandazioni dall’Organizzazione delle Nazioni Unite

Gli studiosi, alla fine del rapporto, evidenziano come quello degli scarti sia un problema di tutti. Uno spreco di cibo è uno spreco di risorse, che ha un impatto profondo sulla filiera, sui costi per il prodotto e per il pianeta. Tutto questo senza dare nutrimento. La questione dell’insicurezza alimentare, che attanaglia ancora una percentuale alta della popolazione mondiale, non più essere marginalizzata, ma deve tornare al centro del dibattito. “Precisione, tracciabilità e comparabilità sono i punti di partenza fondamentali per strategie e politiche nazionali in materia di rifiuti alimentari, così da consentire la riduzione del 50% dello spreco”, come segnalato dall’obiettivo dell’Agenda 2030.

Proviamo, allora, a informarci sull’impatto, che i prodotti che compriamo hanno, prima che arrivino sulla nostra tavola e assumiamoci la responsabilità di cambiare prospettiva sulle dinamiche che depauperizzano il pianeta, per favorire cibi alla moda, che, intanto, devastano il territorio. Diventare consumatori consapevoli si può, anche sprecando di meno.

Evasione ed elusione fiscale a rallentare l’agenda climatica

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Evasione ed elusione fiscale sono due noti nemici di welfare e legalità. Rappresentano un problema endemico per i sistemi economici, come ben sappiamo noi italiani. Quel che però non sappiamo, poiché non siamo soliti pensarci, è come essi siano un vero e proprio freno a mano tirato anche per l’agenda climatica. Tutto è infatti collegato e ambiente ed economia non fanno certo differenza.

Ascolta il podcast di introduzione all’articolo!

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Elaborazione grafica: Gerd Altmann da Pixabay 

Il rapporto ONU

“L’integrità finanziaria è fondamentale per il successo dell’agenda 2030. Come comunità internazionale impegnata ad affrontare la disuguaglianza e a promuovere lo sviluppo sostenibile, dobbiamo mettere in atto principi di trasparenza, sana governance e responsabilità che così spesso sosteniamo.” È quanto ha affermato Volkan Bozkir, presidente dell’assemblea generale ONU, presentando il rapporto Financial Integrity for Sustainable Development. Il documento è stato pubblicato dall’High Level Panel on International Financial Accountability, Transparency and Integrity for Achieving the 2030 Agenda (FACTI Panel).

All’interno del report, il team di esperti FACTI è stato davvero molto chiaro. Evasione ed elusione fiscale rappresentano una malattia terminale all’interno della società odierna, specialmente in virtù degli ambiziosi obiettivi climatici che ci siamo posti da oggi al 2030. I governi dovrebbero finanziare innanzitutto azioni contro povertà estrema, Covid-19 e crisi climatica. È parere di chi ha redatto il dossier che vadano recuperati miliardi di dollari persi per frodi fiscali, corruzione e riciclaggio di denaro.

“I Paesi in via di sviluppo non possono permettersi di perdere risorse in periodi normali. Tantomeno possono farlo ora, nel mezzo della crisi Covid.” Ha detto Bozkir. “Ogni anno viene riciclato fino al 2,7% del PIL globale.” Gli ha fatto eco il FACTI Panel. Gli esperti hanno domandato ai governi di prendere parte ad un Global Pact for Financial Integrity for Sustainable Development.

Un circuito ben oliato a favorire evasione ed elusione fiscale

Il gruppo di esperti coinvolto nella redazione del documento ha messo in risalto problematiche note nelle pratiche di evasione ed elusione fiscale. Le corporation, specialmente le più grandi, riescono ad avvalersi di giurisdizioni tax-free. Questa pratica, scorretta ma non illegale, è capillarmente diffusa. Conti alla mano, il team ha calcolato che questo modus operandi finisca per costare ai governi fino a 600 miliardi di dollari ogni anno. “Coloro che consentono crimini finanziari devono affrontare sanzioni punitive.” Si legge nel testo del rapporto. Purtroppo, molto spesso ciò non succede. Questo si deve al fatto che occorrono misure, provvedimenti, leggi e sanzioni molto più forti e stringenti per combattere la corruzione e prevenire il circolo vizioso del riciclaggio di denaro.

È a gran voce che sul rapporto si chiede “Maggiore trasparenza in merito alla proprietà delle società e alla spesa pubblica. Serve una più forte cooperazione internazionale per perseguire la corruzione e aumentare i livelli di tassazione sulle gigantesche corporation digitali.” Quante volte i media ci parlano di provvedimenti mirati a tassare gli enormi guadagni delle super-aziende del silicio? Quante volte poi non cambia assolutamente nulla dal momento che certi giganti spadroneggiano nelle stanze della finanza mondiale, la quale regola ogni decisione politica? Questi abusi vanno anche a danno dell’ambiente.

Risorse necessarie al bene comune

“Un sistema finanziario corrotto e fallimentare deruba i poveri. Esso priva il mondo intero delle risorse necessarie a eradicare la povertà, riprendersi dal Covid e affrontare la crisi climatica.” Ha evidenziato Dalia Grybauskaite, co-presidente FACTI ed ex presidente lituana, in sede di presentazione del rapporto. “Chiudere le scappatoie che consentono riciclaggio di denaro, corruzione e abuso fiscale sono passo per trasformare l’economia globale per il bene universale.” Ha invece voluto enfatizzare l’altro co-presidente FACTI, Ibrahim Mayaki, ex primo ministro del Niger. “Un decimo della ricchezza mondiale potrebbe essere nascosto in attività finanziarie offshore. Ciò impedisce ai governi di raccogliere la loro giusta quota di tasse.” Avverte il dossier ONU. In tempi recenti circa 131 milioni di esseri umani hanno ufficialmente superato la soglia della povertà mentre la ricchezza dei miliardari è aumentata del 27,5%. Siamo una società sempre più polarizzata, ove la forbice tra ricchi e poveri aumenta instancabile.

Il Panel vuole promuovere equità, responsabilità e integrità finanziaria. Questa deve essere la strada per condurci ad un progresso nel segno della sostenibilità. Con le parole di Bozkir: “Nessuno di noi trarrà vantaggio dall’incapacità di agire. Spetta a ciascuno di noi mettere in atto un sistema di integrità finanziaria che miri ad uno sviluppo sostenibile. Dobbiamo liberare risorse che altrimenti andrebbero perse e creare fiducia nei nostri piani di governance internazionale, nazionali e locali, dimostrando trasparenza, responsabilità e capacità di realizzare l’agenda 2030.”

Evasione ed elusione fiscale ci sono nemiche nella lotta per il pianeta

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Immagine di kalhh da Pixabay 

Quella al surriscaldamento globale, per la salute del nostro pianeta è una guerra. Questa brutta parola viene spesso abusata, anche quando trattiamo della pandemia, eppure dà il giusto senso dell’entità dello sforzo che dobbiamo affrontare come umanità per uscire dalla situazione in cui ci troviamo. È una guerra che dobbiamo vincere assieme o ci vedrà sconfitti individualmente: nelle nostre comunità, nei nostri Paesi e nelle nostre regioni. Per farlo, bisogna disporre di tutte le risorse possibili. L’illegalità e il malaffare finanziario sono alleati del global warming; dobbiamo tagliare queste corde di sostegno e riprenderci questi fondi per poterne disporre in un’ottica comune, interna alla legalità e all’ecologia. Cattiva finanza e devastazione climatica vanno a braccetto.