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Orso polare: la Giornata Mondiale che dovrebbe far riflettere

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Mezza tonnellata di pura perfezione genetica, manto bianco come la neve, 42 denti che indicano la sua essenza predatoria; di chi stiamo parlando? Del Re indiscusso del Polo nord: l’Orso polare (Ursus maritimus). Il 27 febbraio si celebra la giornata mondiale dedicata a questo fantastico animale; Sfortunatamente, in anni recenti, è diventato l’indicatore ambientale perfetto per comprendere meglio le drammatiche conseguenze che i cambiamenti climatici stanno apportando al Pianeta ed ai suoi abitanti.

Lo stiamo perdendo

L’Orso polare si è estinto. Questa frase mette i brividi, vero? Vi starete chiedendo come sia possibile, nessun giornale ne ha fatto parola fin’ora. Si, l’Orso polare è geneticamente estinto.

Leggi anche il nostro articolo: “Il valore della biodiversità: perché è importante per noi”

Se ci si pensa bene, il concetto di estinzione genetica è ancor più drammatica. L’impatto antropico, sotto forma di caccia eccessiva, infinite emissioni e quindi surriscaldamento della calotta polare, hanno letteralmente tolto a questa specie gli strumenti necessari per far fronte agli insulti ambientali. Abbiamo azzerato la loro variabilità genetica; riducendo sempre più il numero degli individui nelle popolazioni abbiamo permesso che fenomeni come l’inincrocio (incrocio fra consanguinei) e la deriva genetica lavorassero negativamente sul patrimonio genetico della specie.

La giornata mondiale dell’Orso polare dovrebbe portare a riflettere sulla condizione precaria nella quale stiamo ponendo queste meravigliose creature.

Quest’ultima risulta impoverita ed incapace di sopravvivere in un ambiente che cambia. Proprio l’ambiente, infatti, determina quali individui potranno sopravvivere e lo fa sulla base del numero di geni a disposizione. Se i geni son pochi, allora mancheranno gli strumenti per far fronte al Mondo esterno.

Orso polare, conosciamolo meglio

L’orso polare è un mammifero, appartenente alla famiglia degli Ursidi ed è il più grande carnivoro terrestre del nostro Pianeta; è una specie che si trova al polo nord nel mar glaciale artico. Una sua caratteristica è la vita semi-acquatica. Gli orsi polari infatti trascorrono la maggior parte del loro tempo sulla banchisa ghiacciata, sulla quale cacciano, si riproducono e allevano i cuccioli, ma sono altrettanto eccellenti nuotatori. 

Gli esemplari di maschio adulto pesano mediamente dai 350 ai 700 kg e misurano dai 2,4 ai 3 metri di lunghezza; le femmine, invece, sono grandi circa la metà dei maschi e normalmente pesano tra i 150 e i 250 kg. La longevità dell’orso polare in natura è di 25-30 anni, mentre in cattività può superare anche i 35.

Due esemplari di Orso polare

L’orso polare è caratterizzato dalla pelliccia bianca ma, diversamente da altri mammiferi dell’Artide, in estate il suo manto non diventa più scuro. L’isolamento termico degli orsi polari è estremamente efficace contro il freddo, ma il loro corpo si surriscalda a temperature sopra i 10 °C. Questo lascia intendere quanto possano risentire dei picchi caldi causati dal clima che cambia.

Una caratteristica interessante della pelliccia è che, fotografata con luce ultravioletta, appare nera: ha quindi, come ulteriore meccanismo di “produzione” di energia termica, un’elevata capacità di assorbimento delle frequenze uv. Ciò è possibile avendo l’epidermide nera. Nera? Esattamente! I raggi del sole attraversano la pelliccia e raggiungono la pelle, dalla quale sono assorbiti proprio grazie alla colorazione scura.

La sua fonte primaria di proteine è costituita anzitutto dalle foche, ma anche cetacei, trichechi, molluschi, granchi, pesci; persino vermi di mare, uccelli, piccoli di aquile e civette, ghiottoni, volpi polari, renne e lemming. Può mangiare anche bacche e rifiuti. Trovandosi in cima alla catena alimentare ha quindi pochi nemici; naturalmente l’uomo resta il vero pericolo per questa specie.

Cambiamenti ambientali

Se le emissioni di gas serra manterranno il loro trend attuale, tutte le popolazioni di orsi polari nell’Artico probabilmente scompariranno entro il 2100. Lo afferma uno studio pubblicato su Nature Climate Change.

Il modello preso in considerazione dagli studiosi cattura le tendenze demografiche, osservate nel periodo 1979-2016, e dimostra come potrebbero già essere state superate, in alcune sotto-popolazioni, le soglie di reclutamento e di sopravvivenza. Inoltre, suggerisce che, con elevate emissioni di gas serra, la riproduzione e la sopravvivenza in forte calo metterà a repentaglio la persistenza di tutte le sotto-popolazioni dell’alto Artico entro il 2100.

La moderata mitigazione delle emissioni prolungherebbe leggermente la persistenza ma è improbabile che prevenga l’eliminazione di alcune sotto-popolazioni entro questo secolo. Già è molto probabile che molti orsi polari inizieranno a sperimentare un fallimento riproduttivo dal 2040, portando a conseguenti estinzioni locali.

Illustrazione: Polar Bears International

“È ormai risaputo da tempo che gli orsi polari soffriranno a causa del cambiamento climatico. Ma ciò che non era del tutto chiaro era le tempistiche con le quali avrebbero iniziato ad avvenire cali importanti nella sopravvivenza e riproduzione degli orsi polari, con la loro conseguente scomparsa. Non sapevamo se ciò sarebbe accaduto all’inizio o alla fine di questo secolo. “

ha affermato Péter Molnár, biologo dell’Università di Toronto e autore principale dello studio. 

Gli orsi polari attingono alle riserve energetiche accumulate durante la stagione di caccia invernale per sopravvivere ai magri mesi estivi sulla terraferma. Sebbene gli orsi siano abituati a digiunare per mesi, le loro condizioni fisiche, la capacità riproduttiva e la sopravvivenza diminuiranno se posti in una condizione di digiuno eccessivamente lunga.

Nella popolazione del Mare di Beaufort meridionale dell’Alaska, i biologi hanno già visto il numero di orsi polari diminuire del 25-50% durante i periodi estivi, proprio quando gli orsi sono costretti a digiunare troppo a lungo. E nella baia di Hudson occidentale la popolazione è diminuita di circa il 30% dal 1987 .

Conclusioni: possiamo “salvare” l’Orso polare?

Le specie che vivono in habitat caratterizzati da condizioni rigide, sono generalmente note per essere molto vulnerabili ai cambiamenti ambientali. Gli orsi polari sono specialisti estremi, dipendono dall’acquisizione della maggior parte del loro apporto alimentare annuale entro periodi stagionali limitati. Negli orsi polari, è probabile che il riscaldamento continuo e il calo del ghiaccio marino artico mettano alla prova la loro capacità di cacciare le foche in molte regioni, aumentando allo stesso tempo i loro schemi di movimento annuali e le frequenze di nuoto. 

In assenza di ghiaccio marino estivo, gli orsi polari diventeranno sempre più dipendenti dall’ecosistema terrestre, che ha risorse alimentari limitate rispetto all’ambiente marino. Le specializzazioni fisiologiche di questi predatori, che cacciano sopra e sotto il ghiaccio marino, non sono adatte per un Artico in rapido riscaldamento. È probabile che il declino di questa specie prefiguri un declino in altri mammiferi marini dipendenti dal ghiaccio e in alcune delle loro prede principali, come il merluzzo artico che si basa sullo zooplancton associato al ghiaccio marino. 

A differenza di altre specie minacciate dalla caccia o dalla deforestazione, gli orsi polari possono essere salvati solo se il loro habitat è protetto; ciò richiede di affrontare il cambiamento climatico a livello globale. Alcune ricerche hanno dimostrato che se iniziassimo a ridurre domani le emissioni di gas serra, ci vorranno ancora almeno altri 25-30 anni prima che l’estensione del ghiaccio marino si stabilizzi (a causa di tutta l’anidride carbonica già presente nell’atmosfera).

Si stima che attualmente ci siano circa 23.000 orsi polari in tutto il Mondo, ma, senza un’azione concreta e rapida sui cambiamenti climatici, il numero attuale decrescerà nel giro di pochi anni. È importante che ognuno di noi comprenda l’entità del problema. Possiamo prendere parte al cambiamento attraverso delle proposte di legge, manifestazioni, un consumo più consapevole, l’utilizzo sempre maggiore delle energie rinnovabili.

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di Beatrice Martini
Feb 27, 2021
Nata nel 1993 a Roma, laureanda in Scienze Biologiche. Grazie alla sua famiglia fin da piccola si appassiona alla natura e alla conservazione di quest’ultima decidendo di farne una missione nella vita. Questo la porta in giovane età ad affacciarsi al mondo della subacquea e della fotografia naturalistica, partecipando a corsi (Scuola di fotografia Emozioni Fotografiche) e workshop in tutta Italia, come il “Marine Wildlife 2018” con Canon presso Tethys Research Institute. Durante il liceo vince due premi letterari che la portano ad appassionarsi al giornalismo, specialmente quello ambientale. Affascinata dai lavori delle sue mentori, Ami Vitale e Cristina Mittermeier, punta a diventare anche lei una foto/videoreporter per la conservazione dell’ambiente. Crede fortemente nel potere della parola e delle immagini attraverso le quali spera, un giorno, di poter dare un contributo per la salvaguardia del Pianeta. Nel 2020, grazie a L’Ecopost, le viene data l’occasione di poter affacciarsi al giornalismo e alla denuncia ambientale.

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