I cambiamenti climatici si abbattono su un’Italia impreparata

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“L’Italia è diventata l’hotspot dei cambiamenti climatici”. È con questa frase che Marco Damilano, direttore de L’Espresso, ha introdotto, durante una puntata di Propaganda Live, la presentazione dell’ultimo libro di Stefano Liberti, intitolatoTerra bruciata“, in cui il giornalista d’inchiesta, già autore di diversi titoli e documentari di assoluto livello sul cambiamento climatico, spiega come il nostro paese sia diventato una delle aree geografiche più colpite dall’avanzare del riscaldamento globale. Gli ultimi esempi sono le inondazioni che durante questo weekend hanno colpito la Liguria e il Piemonte. Mentre i politici si facevano vanto del corretto funzionamento del Mose, che ha salvato Venezia dalla seconda “acqua alta” degli ultimi dodici mesi, le due regioni settentrionali stavano vivendo una tragedia annunciata.

Le inondazioni di Piemonte e Liguria

Partiamo dai fatti dello scorso weekend. Nella giornata di sabato una bomba d’acqua ha colpito la parte nord occidentale del Paese, con ingenti danni alle infrastrutture locali e non solo. Sono 20 le persone disperse, e ci sono anche due vittime già accertate.

A Ventimiglia, città di confine tra Italia e Francia, il fiume Roya ha rotto gli argini, devastando una città che ora si trova in ginocchio. I danni sono incalcolabili.

Il livello del fiume Sesia, in Piemonte, è salito fino a 8 metri e mezzo, provocando un alto numero di esondazioni in diverse aree della regione e stabilendo l’ennesimo record targato “climate change”. Le città di Borgosesia, Mergozzo e Candoglia sono state colpite da 214 mm di pioggia in 12 ore. Una serie di disgrazie che si aggiungono alla lunga lista di disastri ambientali a cui abbiamo dovuto assistere in quest’annata a dir poco travagliata. Nel mentre siamo costretti a raccogliere nuovamente i cocci di un paese che, come diciamo da tempo, sta subendo e continuerà a subire le conseguenze del riscaldamento globale, in un contesto aggravato da gravi problemi di cementificazione e dissesto idrogeologico. Due fattori che spianano la strada a catastrofi di questo tipo.

https://www.youtube.com/watch?v=T8PfEAh9XqI

L’hotspot dei cambiamenti climatici

L’espressione usata da Stefano Liberti e Marco Damilano per descrivere la situazione attuale è a dir poco azzeccata. La frequenza e l’intensità di fenomeni meteorologici estremi verificatisi nel nostro paese stanno aumentando a vista d’occhio. Solamente negli ultimi venti giorni ,oltre alle zone sopra citate, anche quelle di Livorno, Napoli e Milano hanno dovuto fare i conti con eventi simili.

A Rosignano Marittimo, in Toscana, tra il 25 e il 26 settembre, una tromba d’aria ha causato tre feriti e distrutto le case di quattro persone, che sono state evacuate. Ingenti i danni anche alle infrastrutture, con palestre scoperchiate, alberi caduti ed una tensotruttura completamente crollata.

Negli stessi giorni le condizioni meteorologiche avverse hanno spaventano anche i cittadini campani. Alla Pignasecca (Napoli), una tettoia si è staccata da un palazzo cadendo su alcune bancarelle del mercato. Solamente una fortunata coincidenza ha fatto sì che non ci fossero vittime. Allo stesso tempo Salerno veniva colpita da una tromba d’aria, con ingenti danni alle infrastrutture locali. Alcune frazioni della città sono restate isolate. Gli interventi dei vigili del fuoco sono stati più di quaranta.

Anche la Lombardia non è restata indenne. A Luvinate, un sessantunenne è rimasto ucciso mentre faceva jogging. A Tradate una tromba d’aria ha scoperchiato il tetto dell’ospedale, distruggendo anche alcune sale operatorie. A Castelvaccana due persone sono rimaste sommerse da fango e detriti all’interno della loro abitazione, con i vigili del fuoco che sono riusciti a soccorrerli solamente nella giornata successiva. A Lazzate, in Brianza, il tetto della scuola elementare è stato portato via da una tromba d’aria mentre si stavano regolarmente svolgendo le lezioni. Le risaie situate tra Pavia e Novara sono state vittima di una gradinata, facendo perdere, ad alcune aziende, il 100% del raccolto. Nell’alto Mantovano i campi di mais sono stati distrutti.

In Veneto, dove Venezia si è salvata solo grazie al Mose, una grandinata ha colpito vaste zone della regione, con chicchi grandi come palline da tennis. Nel frattempo in alcune località ad alta quota del Nord Italia sono arrivate le prime nevicate, in largo anticipo rispetto agli scorsi anni.

Tutto questo, lo ribadiamo, solamente nelle ultime due settimane.

Gli altri disastri ambientali

Se invece ci sforziamo di andare poco più a ritroso con la memoria, per ricordare gli eventi catastrofici che hanno messo in ginocchio diverse parti d’Italia negli ultimi dodici mesi, la lista si allunga ulteriormente:

Tutto questo solo in Italia, e solo nell’ultimo anno. E i media parlano ancora di “maltempo”, divenendo in questo modo complici di una classe politica che, nonostante i ripetuti campanelli d’allarme, continua a non affrontare il problema con l’urgenza che merita. Immediata l’indignazione dei volti noti del panorama ambientalista italiano che, all’unisono, hanno posto l’attenzione sulla vera causa di queste catastrofi: il cambiamento climatico.

E non si può neanche dire che tutto questo non fosse prevedibile. Da decenni ormai gli scienziati del clima descrivono alcune delle conseguenze del riscaldamento globale come “un aumento nell’intensità e nella frequenza di fenomeni meteorologici estremi”. Così come si sa ormai da tempo che la nostra cara Italia sarà tra i paesi a subirne maggiormente i danni, sia per collocazione geografica, sia per composizione morfologica, in un contesto aggravato da un tasso di cementificazione tra i più alti del mondo. Eppure siamo ancora qui a raccontare di queste tragedie, mentre i politici del nostro paese postano compiaciuti sui social la messa in atto del sistema Mose, quando a 200 chilometri di distanza c’è gente che perde la vita sotto i colpi del riscaldamento globale e non è ancora stata messa nero su bianco una strategia credibile per decarbonizzare il paese nel più breve tempo possibile, tenendo anche conto delle misure di adattamento utili ad arginare i danni che fenomeni di questo tipo continueranno a causare nei decenni a venire.

Siamo in emergenza. È “collasso climatico”

Alla luce di questi avvenimenti e, soprattutto, delle migliaia di ricerche scientifiche portate a termine sul tema, non ci si può più nascondere dietro a slogan inconcludenti. Siamo nell’epoca dei cambiamenti climatici ed il nostro paese rischia il collasso, per non parlare di altre zone del pianeta che sono ancora più a rischio della nostra. Ormai non passa giorno senza che, in qualche parte del mondo, non si verifichi un disastro ambientale. Incendi, alluvioni, frane, ghiacciai che si staccano, morie di animali e pesci, sono tutti avvenimenti che ormai non sorprendono più, data la loro frequenza. Così come non va dimenticato che la pandemia globale in atto è direttamente associabile al delirio di onnipotenza che ha permesso all’uomo di devastare la natura che ci circonda. Ora più che mai è giunto il momento di interrogarsi su questi problemi, per proporre soluzioni globali ed inclusive che non lascino indietro nessuno. Proprio in questo senso, è fondamentale continuare ad alzare la voce per innalzare il cambiamento climatico a tema centrale all’interno del dibattito pubblico ed alfabetizzare la popolazione su un qualcosa che rischia di affossarci senza che la maggior parte di noi se ne accorga.

Fridays For Future ripartirà questo venerdì con lo sciopero globale e manifesterà anche nelle piazze italiane, in tutta sicurezza e secondo le normative anti Covid vigenti. Extinction Rebellion ha dato inizio ieri ad una settimana di “ribellione” a Roma. Migliaia di gruppi di attivisti in tutto il mondo stanno combattendo giorno dopo giorno, per assicurare alle future generazioni un pianeta che sia quanto meno vivibile. Quella che per decenni è stata “solo” una teoria scientifica senza riscontro effettivo, oggi è più reale che mai. E i cittadini di tutto il mondo, compresi quelli italiani, ne stanno pagando le conseguenze. Serve una svolta politica, mediatica e mentale, oltre ad un esame di coscienza collettivo che ci porti ad ammettere di aver sbagliato su, quasi, tutta la linea. Il tutto nel più breve tempo possibile. Solo a queste condizioni potremo salvarci dal “collasso climatico”.

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Green wave: quando i Verdi vincono in Europa

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È stato tempo di elezioni. In questa ultima tornata, che ha visto diversi Paesi e regioni al voto, i Verdi vincono in Europa. Sarà l’inizio della scalata green che permetterà all’Unione di mettere in pratica il Green New Deal?

Chi sono i Verdi?

Prima di addentrarci nei risultati raggiunti, è utile chiarire alcune tappe storiche del movimento ambientalista da cui poi nacque l’European Green Party.

Il primo partito dei Verdi venne fondato in Germania, nel 1979. Le battaglie politiche principali vertevano sull’organizzazione del trasporto pubblico in modo più efficiente e sul controllo dell’inquinamento e dell’energia nucleare. Divenne ufficiale a livello nazionale nel 1980: il suo programma prevedeva la smilitarizzazione dell’Europa, attraendo la componente più a sinistra del SPD (partito socialdemocratico). Nel 1984 presero il 5,6% dei seggi del Bundestag, il parlamento federale.

Anche in altri Stati l’ambiente cominciò a ricoprire un ruolo chiave all’interno del panorama politico. Così, nel febbraio 2004, i 34 partiti verdi pan-europei decisero di riunirsi all’interno del Partito Verde Europeo. Da allora, si sono impegnati a proporre manifesti innovativi per spingere l’Unione a una consapevolezza maggiore.

Nel 2019, rinnovando l’auspicio per una conversione verde, avevano affrontato temi “caldi”. L’investimento in una economia equa, la garanzia di un reddito minimo dignitoso nei Paesi membri, la protezione della salute erano solamente alcuni dei punti salienti del programma.

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I Verdi sono il vero vincitore in Nordreno-Vestfalia

Il Nordreno-Vestalia è la regione più popolosa della Germania. Circa 14 milioni di elettori sono stati chiamati alle urne il 27 settembre per scegliere i propri rappresentanti comunali.

A Colonia, Henriette Reker, sindaco uscente, ha ottenuto il maggior numero di voti. È sostenuta dai conservatori e dai verdi. Ad Aquisgrana, la candidata Sibylle Keupen ha vinto con il 67,3%, superando l’avversario della CDU, storico partito di Angela Merkel. Anche a Bonn. Katja Dörner è arrivata prima, con il 56,27%.

Dopo un testa a testa, anche a Wuppertal si è imposto -di misura- il candidato dei Grünen, Uwe Scheidewind. Il gruppo locale dei FridaysForFuture ha festeggiato la vittoria: « Ci aspettiamo una buona ed esemplare politica per il futuro di Wuppertal»

Le idee verdi spaziano in tutti i settori della vita cittadina. Non può esserci benessere senza inclusione sociale, né salute senza spazi verdi. Sembrano proposte semplici, ma, evidentemente, non ancora realizzate.

I verdi vincono in Europa: la scalata green non si ferma in Nordreno-Vestfalia. (credit: facebook/federazioneverdi)

I Verdi vincono in Europa: le ultime elezioni statali tedesche

A marzo 2020, Statista.de ha calcolato la quota ottenuta dai Verdi alle ultime elezioni statali negli stati federali fino a febbraio 2020. La ricerca della piattaforma dati ha raccolto informazioni dal 2016 all’inizio di quest’anno. Le disparità esistono. Ad Amburgo i Grünen si attestano al 24,2%, mentre nel Saarland si fermano al 4%. A Brema, in Baviera e in Assia, oscillano tra il 17 e il 19%.

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In Belgio arriva il governo “Vivaldi”

Si chiama coalizione “Vivaldi”, dalle quattro famiglie politiche che compongono quello che dopo 17 mesi è ufficialmente il nuovo governo belga. Verdi, socialisti, liberali e social-cristiani hanno, infatti, giurato davanti al Re pochi giorni fa. Un’altra vittoria per il partito ambientalista, che è tornato dopo 17 anni. I ministri green sono arrivati alla cerimonia in car sharing, con macchina elettrica.

I risultati ambiziosi sono ripresi a quasi vent’anni di distanza: l’uscita dal nucleare entro il 2025, ridurre le emissioni di un ulteriore 55% entro il 2030, portare il Paese ad avere una visione più inclusiva e sostenibile. La nuova vice-primo ministro verde del Belgio sarà Petra De Sutter, ministra della funzione pubblica. Al ministero dell’energia. fondamentale la presenza della verde Tinne Van der Straeten.

I verdi vincono in Europa: in un post Facebook, la Federazione Verdi italiana si congratula con Petra De Sutter. (credit: facebook/federazioneverdi)

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I verdi vincono in Europa…e in Italia?

In Italia, il risultato alle ultime elezioni è in crescita, ma rimane comunque contenuto. Elena Grandi, co-portavoce della Federazione dei Verdi, il 26 settembre ha confermato il passo in avanti. «In queste elezioni abbiamo ottenuto un grande risultato. Oltre ogni aspettativa. Abbiamo fatto qualcosa di straordinario: con poche forze, pochi soldi, poco tempo, nessun sostegno mediatico (al solito). Con il Covid. E con in sovrappiù la campagna per il no al referendum, che ci ha visti in prima linea.

Abbiamo fatto in molte zone percentuali ben oltre il 3%, abbiamo saputo raccontare il nostro progetto. Abbiamo contribuito a dare un segnale molto forte anche riguardo al referendum: molti italiani hanno detto no e di questo si dovrà tenere conto. […] Parliamo con tutte e con tutti, procediamo nella costruzione di Europa Verde, abbattendo muri e istruendo ponti, ma sempre consapevoli del nostro essere ecologisti e Verdi.»

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Trasformare l’ondata verde in mare di idee e azioni

Il vento sta cambiando. L’ondata di voti “verdi” sottolinea la necessità di vedere la transizione energetica e la salvaguardia climatica come perni non solo per l’attivismo, ma come obiettivi per la politica. Il Green New Deal, le riforme verso filiere produttive e alimentari sostenibili sono le nuove sfide e le impellenti necessità per cambiare abitudini e poter vivere in un ambiente sano e non a discapito di esso.

La rotta deve essere ridisegnata e ampliata. L’orizzonte verso un futuro totalmente green è ancora lontano. Possiamo festeggiare, per un attimo, perché i Verdi vincono in Europa. Ora, dobbiamo impegnare tutte le forze politiche perchè adottino azioni che non vadano contro il pianeta in cui viviamo.

«Voli verso il nulla»: i nuovi viaggi insostenibili

Valigia in mano, check-in fatto: pronti alla partenza. Dopo mesi di astinenza, molti passeggeri potranno ricominciare a guardare il mondo dall’alto. Ma questo “ritorno alla normalità” esula completamente da ogni viaggio convenzionale: si salirà sull’aereo e, dopo un tour panoramico, si ritornerà a casa. Si chiamano «voli verso il nulla» e sono la nuova moda del momento. Così, si evita la quarantena una volta atterrati. In 10 minuti, tutti i biglietti sono stati venduti. A pagare le conseguenze di questo sfizio, c’è il pianeta.

https://youtube.com/watch?v=FvA1YNV6CJ8

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Voli verso il nulla

L’Australia viene definito uno Stato-continente: per estensione, è il sesto Paese più grande al mondo. Difficile poter percorrerlo in automobile, vista la diversità del paesaggio e le zone desertiche. L’ideale per riuscire a vedere le principali attrazioni turistiche è sorvolarne i siti di maggiore interesse storico e culturale. In questo modo, si raggiungeranno mete famose come la Grande Barriera Corallina, le isole Whitsundays e l’Uluru, il monolite sacro, visibile a chilometri di distanza.

Sette ore per ammirare dall’oblò e degustare i piatti preparati dallo chef Neil Perry. Anche il prezzo del viaggio è salato: dai 572 dollari ai 2754. Così, Qantas -che è la più grande compagnia aerea australiana- vuole mitigare gli effetti economici negativi dello stop dovuto alla pandemia.

“Per coloro a cui manca l’eccitazione del viaggio o che desiderano salutare (da lontano) amici e familiari che si trovano in un altro Stato, offriamo il volo panoramico Great Southern Land, utilizzando il nostro aereo B787 Dreamliner, solitamente riservato a tratte internazionali a lungo raggio, con le finestre più grandi di qualsiasi aereo passeggeri” si legge nel sito ufficiale di Qantas. Un’operazione di marketing per risanare, almeno in parte, le casse in perdita.

In ogni caso, «è probabilmente il volo che è diventato sold-out in minor tempo nella storia della compagnia» ha affermato Alan Joyce, CEO dell’azienda.

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Altri esempi di voli verso il nulla: Taiwan

Quello australiano non è l’unico esempio di viaggi verso il nulla. Le restrizioni imposte in tutta l’Asia hanno portato le compagnie a cercare il modo per evitare il fallimento.

I cosiddetti “voli falsi” sono stati pensati a giugno a Taiwan. I passeggeri si sono recati all’aeroporto internazionale di Taipei, hanno passato le misure di sicurezza e sono stati imbarcati. I fortunati sono stati selezionati attraverso una lotteria social, postata sull’account Facebook ufficiale. Più di 7000 persone hanno tentato di salire a bordo, 180 sono risultate vincitrici. Un tour di mezza giornata, per tornare alla normalità.

Vista la grande partecipazione, si è deciso di riproporre il viaggio per la festa del papà, che a Taiwan si celebra l’8 agosto. Così, EVA Air ha messo a disposizione il suo A330, chiamato Hello Kitty Dream jet. Una modalità innovativa, con tutti i comfort riservati alle classi elevate: wi-fi a bordo, varie modalità di svago e un pasto creato da uno chef stellato. Il tutto per la modica cifra di 180 dollari.

Leggi anche:” Il consumatore green: le nostre azioni fanno davvero la differenza?”

Viaggi panoramici…e un po’ tristi

La compagnia giapponese ANA ha proposto un volo panoramico di un’ora e mezza sulla tratta Narita-Honolulu. I viaggiatori, accolti dal personale di bordo, potranno scorgere le Hawaii. Addirittura, coloro i quali si presenteranno con una camicia a fiori, avranno ulteriori sconti. In ogni caso, si sottolineano l’affidabilità e la sicurezza.

Anche la Singapore Airlines sta puntando sui voli verso il nulla, prevedendo una loro comparsa sul mercato per fine ottobre. Le idee sono molte e, come ribadito dalla compagnia a CNN Travel, le modalità di erogazione del servizio saranno molteplici, per soddisfare la voglia di immaginare di varcare i confini dello Stato. Questo è possibile anche grazie a sussidi statali, forniti per aiutare il settore in questo periodo difficile.

IATA, l’Associazione Internazionale Trasporto Aereo, conferma che, per ritornare ai flussi pre-Covid, si dovrà attendere il 2024.

Il vero costo del biglietto

Il report pubblicato da ICCT (The International Council on Clean Transportation) per l’anno 2018 confermava l’aumento di gas serra sprigionati dai voli. L’anidride carbonica dovuta ai viaggi commerciali è aumentata del 32% negli ultimi sette anni rispetto alle 765 milioni di tonnellate di CO2 del 2013. La maggior parte sono domestic flights, ossia spostamenti all’interno del proprio Stato. In Asia, si sono registrati i tassi maggiori di emissioni.

I voli verso il nulla sono, ancora una volta, la dimostrazione che si deve cambiare mentalità per poter salvare il pianeta dalla crisi ambientale. Gli aerei ci permettevano di coprire grandi distanze in un tempo considerevolmente minore rispetto alla nave o all’automobile. Ma questa emergenza deve farci aprire gli occhi sulle azioni superflue e le comodità a cui eravamo abituati e che non ci possiamo più permettere.

La Cina annuncia di voler raggiungere la neutralità climatica entro il 2060

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Una notizia inaspettata che ha colto di sorpresa gli addetti ai lavori. Xi Jinping, durante l’Assemblea Generale dell’ONU di qualche giorno fa, ha annunciato che la la Cina vuole fare la sua parte contro l’inquinamento e raggiungerà “emissioni zero” entro il 2060. Una data che si distanzia di qualche anno rispetto a quella definita degli accordi di Parigi che, però, potrebbe comunque costituire un cambio epocale nella lotta climatica, visto e considerato che il Paese è il maggior emettitore di gas serra al mondo, con circa il 28% delle emissioni del pianeta riconducibili alle sue attività.

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Una svolta epocale nella lotta della Cina all’inquinamento

Una tale presa di posizione da parte di una delle maggiori economie mondiali è sicuramente una buona notizia. Seppur con tutte le riserve del caso, che analizzeremo nei paragrafi successivi, si tratta della promessa più ambiziosa mai fatta dalla Cina sul tema dell’inquinamento. Durante le passate conferenze sul clima il dibattito sulle emissioni cinesi è stato uno dei più accesi, soprattutto relativamente alle accise da pagare per le quote di carbonio. Se infatti i paesi industrializzati spingevano per l’adozione di una politica incentrata sulla logica del “chi inquina paga”, Pechino, dal canto suo, si è sempre opposta a questo provvedimento in quanto paese non ancora completamente sviluppato. Inoltre va considerato che gran parte delle emissioni cinesi sono conseguenza della produzioni di beni di consumo che vanno a finire nel mercato occidentale, rendendo dunque l’inquinamento necessario alla loro produzione attribuibile ai paesi di destinazione. Delle posizioni che possono essere condivisibili o meno, ma che, sotto alcuni punti di vista, hanno una loro giustificazione logica.

L’annuncio è stato accolto in maniera decisamente positiva da diverse personalità eccellenti del panorama internazionale. La Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, per citarne una, ha espresso la sua soddisfazione con un tweet: “Accolgo con favore l’obiettivo della Cina di tagliare le emissioni e arrivare alla neutralità carbonica entro il 2060. Lavoreremo insieme a loro per questo, ma c’è tanto da fare ancora”.

Secondo una stima di Carbon Brief, qualora la Cina raggiungesse effettivamente l’obiettivo prefissato e gli altri paesi non facessero nulla, il riscaldamento globale raggiungerebbe +2,35 °C intorno al 2060, ovvero circa 0,25 gradi in meno rispetto alle previsioni attuali. Se a questa diminuzione aggiungiamo quella auspicabile anche per le altre grandi economie globali, lo scenario relativo agli effetti dei cambiamenti climatici inizierebbe ad assumere sembianze molto meno nefaste. Se infatti la quota di +1,5°C è quella dichiarata come obiettivo comune negli Accordi di Parigi, ad oggi risulta molto difficile immaginare di restare al di sotto di quella soglia. Per come stanno le cose attualmente, riuscire a raggiungere un’innalzamento della temperatura media di solo +2°C sarebbe un ottimo risultato. Non si eviterebbero totalmente le conseguenze della crisi climatica, ma verrebbero scongiurati gli scenari peggiori che, di fatto, metterebbero a rischio la sopravvivenza di un’ampia fetta della popolazione mondiale.

Il piano della Cina per diminuire l’inquinamento

“L’umanità non può permettersi di ignorare i ripetuti avvertimenti della natura e di seguire il sentiero finora battuto dell’estrazione di risorse senza investire nella tutela dell’ambiente, di cercare lo sviluppo a discapito della salvaguardia e di sfruttare le risorse come se fossero inesauribili”. Dietro a queste parole di Xi Jinping c’è un piano già delineato ed in parte esposto durante la Conferenza. Il picco delle emissioni verrà raggiunto nel 2029, permettendo così alla propria economia di proliferare e raggiungere i livelli delle grandi potenze mondiali. A partire dal 2030 inizierà invece un processo di decarbonizzazione dell’economia, con l’obiettivo di raggiungere la neutralità climatica nel 2060.

Ciò ovviamente non significa che nel frattempo non verranno messe in campo le prime contromisure per abbattere le emissioni del Paese. La Cina è infatti il maggiore produttore mondiale di automobili e bus elettrici ed è già oggi uno dei paesi che investe maggiormente nelle fonti rinnovabili. Secondo una stima effettuata da Bloomberg lo scorso anno Pechino produceva già 213 gigawatt di energia da pannelli fotovoltaici e 231 da turbine eoliche. Quantità non trascurabili che dimostrano i progressi fatti negli ultimi anni. Il problema principale giace però nell’enorme quantità di energia necessaria ad alimentare il Paese che, nel frattempo, verrà generata dai combustibili fossili. Sono infatti tantissimi i permessi concessi dal governo per la costruzione di centrali a carbone negli ultimi anni. Inoltre la Repubblica Popolare Cinese è uno dei maggiori produttori mondiali di acciaio, cemento ed altri prodotti il cui processo produttivo è altamente inquinante.

Tutti questi fattori inducono a pensare che difficilmente la Cina non inquinerà più nel 2060. Tuttavia il governo ha in mente una serie di contromisure atte a compensare queste emissioni. Tra queste c’è la volontà di riforestare ampie zone del paese e di rigenerare altre aree naturali che attualmente sono trascurate. Inoltre si punta anche a migliorare alcune tecnologie legate all’assorbimento di carbonio dall’atmosfera, ma al momento si tratta solo di ipotesi. Fondamentali in questo senso saranno anche gli investimenti nel campo dell’ “idrogeno verde”, una fonte di energia che potrebbe costituire il futuro del settore.

D’altronde, come ben sa Xi Jinping, la Cina è uno dei paesi maggiormente esposti all’avanzamento dei cambiamenti climatici. Già oggi la vasta area territoriale del paese è una delle zone che ha sperimentato il maggiore aumento delle temperature medie. Inoltre la presenza di enormi centri abitati a ridosso delle coste oceaniche rende necessaria, eccome, l’attuazione di politiche di mitigazione ed adattamento al riscaldamento globale.

Gli USA restano soli?

Un’altra chiave di lettura della sorprendente presa di posizione della Cina riguarda i potenziali risvolti politici. Con le elezioni americane alle porte, dall’esito sempre più incerto, non è infatti facile predire quale sarà il futuro della lotta economica tra le due forze. Vista la momentanea incertezza del risultato delle presidenziali statunitensi, da cui dipenderà la politica energetica dei prossimi anni, questo passo in avanti di Pechino pone la Cina momentaneamente in vantaggio sul diretto concorrente per quando riguarda una questione che è inevitabilmente comuni a tutte le nazioni del mondo, come lo sono i cambiamenti climatici. L’esito della tornata elettorale di inizio Novembre ci dirà se Washington seguirà o meno la dichiarazione d’intenti di Xi Jinping. Qualora Biden dovesse aggiudicarsi la Casa Bianca, visto anche l’impegno che l’Unione Europea ha preso con il Green New Deal, la lotta climatica potrebbe subire una svolta inaspettata e, soprattutto, decisamente positiva. Un’ulteriore riprova dell’importanza dei prossimi anni, che ci diranno se la battaglia ambientale sarà vinta o meno.

Elefanti morti in Botswana, mistero risolto?

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Durante il mese di maggio, in Botswana, vennero rinvenute alcune carcasse di elefante, le quali a fine luglio raggiunsero quota 281. L’ipotesi di bracconaggio è stata smentita dal dipartimento della fauna selvatica e dei parchi nazionali; Oggi, a distanza di qualche mese, con le analisi alla mano il mistero sembrerebbe risolto. O quasi. L’unica certezza è che gli elefanti morti siano ormai 330.

I primi decessi a maggio 2020

Il Botswana è un paese dell’Africa meridionale definito dal deserto del Kalahari e dal delta dell’Okavango; e proprio lungo le rive di quest’ultimo si sta consumando, da maggio, un dramma ancora irrisolto.

Le carcasse dei primi mammiferi rinvenuti non furono denunciate immediatamente, ma si aspettò il mese di luglio, quando le morti avevano sfiorato il picco dei 280 casi. Il Botswana ospita circa 13.000 esemplari di pachidermi, più di qualunque altro Paese africano ed ancora stupisce la poca prontezza nell’intervento.

Le morti degli elefanti in Botswana potrebbero essere (indirettamente) legate all’uomo.
Crediti: National Park Rescue

A denunciare le morti sono stati i volontari e ricercatori di Elephants Without Borders (EWB), i quali studiano i modelli migratori, il comportamento e l’ecologia degli elefanti, della fauna selvatica e dei loro habitat.

Il recupero della popolazione di elefanti nel Botswana ha portato ad una crescente preoccupazione su come gestire questa grande popolazione. Alcune persone sono preoccupate che gli elefanti si siano ripresi in numero maggiore di quello che l’ambiente può sostenere, e c’è una notevole preoccupazione per l’aumento del conflitto uomo-elefante.

In principio, proprio quest’ultimo venne ipotizzato come causa di morte; ma si resero conto che sui corpi degli elefanti morti vi era ancora la presenza di zampe e zanne. Quegli animali non erano stati toccati dall’uomo.

Nuove ipotesi di morte: i cianobatteri

La specie è classificata come vulnerabile nella Lista Rossa della IUCN e ciò ha creato non poche pressioni al Governo da parte della comunità scientifica e da quella ambientalista. Sono stati condotti dei test e delle analisi sulle carcasse, suolo e acque limitrofe al luogo del decesso.

I test sono stati effettuati in laboratori specializzati in Sudafrica, nello Zimbabwe e in Canada. Sarebbe emerso che nelle pozze vicine ai corpi e dentro questi ultimi ci fosse la presenza di cianobatteri, i quali sono in grado di produrre tossine, dette cianotossine, che possono appartenere alla categoria delle neurotossine.

Crediti: National Park Rescue

Le autorità del Botswana sostengono che stanno indagando meticolosamente. Ma non sono state in grado di escludere né avvelenamenti né malattie. Il modo in cui gli animali muoiono  – molti cadono di muso – e gli avvistamenti di altri elefanti che camminano in cerchio indicano qualcosa che potenzialmente attacca i loro sistemi neurologici.

Le carcasse mostrano che erano caduti mentre camminavano, proprio sul loro sterno, il che è molto insolito. Finora non sembra esserci alcun segno chiaro del motivo. Quando accade qualcosa del genere è allarmante. Sono rimaste coinvolte tutte le età e sesso. Diversi elefanti vivi sembravano essere deboli, letargici ed emaciati, con alcuni che mostravano segni di disorientamento, difficoltà a camminare o zoppicare. Abbiamo osservato un elefante camminare in cerchio, incapace di cambiare direzione sebbene incoraggiato da altri membri del branco.

Afferma l’EWB.

Anche la causa antropica per ora rimane esclusa perché le popolazioni locali non hanno più accesso ai veleni convenzionali, come il cianuro e l’antrace, spiega Hervé Fritz, ricercatore del CNRS e direttore del laboratorio di ricerca internazionale Rehabs a Port-Elizabeth (Sud Africa). Questi veleni hanno anche l’effetto collaterale di avvelenare gli spazzini, come gli avvoltoi. 

Tuttavia, in Botswana, non è stato osservato alcun danno collaterale.

Forti dubbi da parte della comunità scientifica

Perchè i batteri hanno colpito solo gli elefanti?

Sappiamo che l’elefante, ad esempio, è l’unico animale che beve sotto la superficie dell’acqua. E laddove la profondità è una sfida, mostra chiaramente la possibilità che la specie sia in grado di aspirare il limo, che è proprio dove si trova la crescita dei cianobatteri. Tuttavia, abbiamo ancora molte domande a cui rispondere, come perché solo gli elefanti e perché solo quella zona. Abbiamo una serie di ipotesi su cui stiamo indagando.

Dottor Mmadi Reuben, il capo ufficiale veterinario del Dipartimento della fauna selvatica e dei parchi nazionali del Botswana.

L’unica cosa che gli elefanti fanno rispetto alle altre specie è che vanno a cercare i raccolti nei campi degli agricoltori. Se questi emettessero del veleno, gli elefanti di tutte le età accumulerebbero quella tossina e poi tornerebbero alle loro pozze d’acqua. Questo è almeno, se non più probabile, di questi cianobatteri come causa di morte.

Leggi il nostro articolo: “Energia pulita: che lezione dall’Oceania”

Spero che ciò che il governo ha detto sia vero, perché per testare i campioni di tessuto, devono essere conservati in condizioni specifiche e trasportati rapidamente a laboratori specializzati; ma ciò non è accaduto in Botswana, il che ha alimentato la speculazione sulle potenziali cause. Solo perché i cianobatteri sono presenti nell’acqua ciò non dimostra che gli elefanti siano morti per l’esposizione a quelle tossine. Senza buoni campioni di elefanti morti, tutte le ipotesi sono proprio questo: ipotesi.

Dott.Niall McCann, direttore della conservazione presso l’ente di beneficenza con sede nel Regno Unito National Park Rescue.

Le morti degli elefanti sono da additare all’uomo?

Se non si smentisse l’ipotesi del cianobatteri, l’uomo sarebbe comunque coinvolto in questo dramma.

Il cambiamento climatico sta aumentando sia l’intensità che la gravità delle fioriture algali dannose, rendendo più probabile il ripetersi di questo problema. L’aumentare sempre maggiore delle temperature dell’acqua rende favorevoli le condizioni di proliferazione.

Leggi il nostro articolo: “Trump e gli incendi: “Non credo che la scienza sappia”

Il Governo farà monitorare le pozze d’acqua per le fioriture nella prossima stagione delle piogge per evitare un’altra moria.

Energia pulita: che lezione dall’Oceania

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La settimana scorsa, dalle pagine de L’EcoPost, abbiamo parlato di autoconsumo e comunità energetiche. Lo abbiamo fatto muovendo da un recente decreto del MISE che incentiva e incoraggia la creazione e lo sviluppo di queste figure capaci di prodursi energia in autonomia e di immagazzinarla per il proprio fabbisogno e per la vendita. La componente energia è una colonna all’interno dell’ampia discussione sul surriscaldamento globale; è necessario allontanarsi dalle sorgenti fossili, limitate e inquinanti, per abbracciare il rinnovabile e scommettere su energia pulita e illimitata. Se in Italia cominciamo a muovere i primi passi in questa direzione, in altre parti del mondo si è puntato già da tempo sulla green energy.

Leggi anche: “Autoconsumo: è l’alba di una nuova energia?”

Energia pulita in città: il caso Sydney

Agli antipodi del nostro vissuto quotidiano, nella lontana Australia, si trova la città di Sydney; probabilmente la più importante del Paese e del continente Oceania. Il suo iconico skyline, dominato dalle geometrie del Teatro dell’Opera, la rendono riconoscibile a prima vista. Ebbene, oltre alla sua storia e architettura, la capitale morale australiana avrà anche un altro dettaglio, non da poco, da aggiungere alle sue brochure turistiche e non solo. Essa sarà infatti la prima città al mondo alimentata al 100% da energia pulita e rinnovabile.

I lampioni e il sistema di illuminazione pubblico, gli impianti sportivi e gli edifici cittadini e persino il municipio sfruttano già da luglio le rinnovabili. Queste scelte sono figlie di una decisione presa nel 2016, la quale all’epoca apparve come rivoluzionaria, con cui la città decise di ridurre del 70% le proprie emissioni di carbonio entro il 2030. Ora, 10 anni prima di quella ambiziosa deadline, Sydney ha scelto di muovere un importante primo passo. La scelta non è soltanto etica e di esempio per tutto il mondo – o almeno per quella porzione di esso la quale voglia veramente scampare all’apocalisse ambientale – ma ha anche un importante risvolto economico.

Le stime dicono che, dal 2021, quando l’intero distretto metropolitano sarà green, gli abitanti risparmieranno, complessivamente, mezzo milione all’anno sulla loro bolletta. In aggiunta a ciò, la realizzazione dei due parchi solari e del centro eolico, le infrastrutture che, de facto, copriranno l’intero fabbisogno energetico cittadino, hanno creato numerosi posti di lavoro.

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La svolta

“Tutti gli apparati elettrici: lampioni, piscine, edifici comunali e persino lo storico municipio di Sydney, assorbiranno energia da fonti interamente rinnovabili. Questo è il più grande affare di energia verde nella storia dell’Australia.” Ha affermato con soddisfazione il sindaco, Clover Moore. La prima cittadina, intervistata dal City of Sydney News, è parsa orgogliosa di essere stata in grado di centrare gli obiettivi di sostenibilità che la giunta si era posta. Moore ne ha ben donde. Diversamente dalle tante altre figure politiche che, in giro per il pianeta, si riempiono la bocca di piani di sostenibilità – o green new deal qualora preferiate, dato che va di moda dare ad ogni proposta un nome anglosassone – lei un importante risultato lo ha ottenuto.

L’investimento per la creazione delle tre centrali rinnovabili che producono energia è stato pari a 60 milioni di dollari. Tre quarti dell’energia pulita che rifornisce la città è di derivazione eolica, la restante solare. L’ammortamento della spesa è stato calcolato in circa 10 anni e la stima delle riduzioni nocive si attesta intorno alle 200mila tonnellate ogni anno.

Per citare nuovamente il sindaco Moore: “Le città sono responsabili del 70% delle emissioni serra mondiali. È fondamentale intraprendere azioni sul clima efficaci e basate sull’evidenza. Siamo nel mezzo di un’emergenza climatica. Se vogliamo ridurre le emissioni e far crescere il settore dell’energia pulita, ogni livello di governo deve passare urgentemente al rinnovabile.” Il pensiero è corretto e condivisibile. La politica deve mandare segnali forti e dare esempi calzanti.

Dal pubblico al privato

I dati di cui abbiamo scritto finora si riferiscono alla porzione di energia legata alla rete comunale. Il 100% di energia rinnovabile, dunque, rifornisce l’intera utenza municipale. Il dato, in sostanza, non tiene conto delle abitazioni private. Facciamo dunque da subito un importante distinguo: Quando parliamo di città green non ci riferiamo a ogni singolo interruttore all’interno dei confini comunali, ma alla porzione di elettricità utilizzata dal municipio.

In aggiunta ai vantaggi già citati, occorre sottolineare l’aspetto relativo alla creazione di una consapevolezza nuova in termini ambientali. Quando i politici fanno il primo passo verso la riconversione energetica, è più facile educare i cittadini. L’istituzione rappresenta l’elettore e prende le decisioni per lui. Questa volta la decisione presa è stata buona e ciò ci fa ben sperare. Naturalmente, ora ci occorrono 10, 100, 1000 Sydney in giro per il mondo. Bisogna agire ora e occorre che, così come il pubblico, si muova anche il privato. Nel nostro piccolo ognuno di noi può attivarsi per riconvertire la propria utenza ad energia pulita. Sono tutte piccole gocce le quali, diceva qualcuno, poi arrivano a costituire un oceano: quello dell’energia pulita, una battaglia fondamentale nella guerra al surriscaldamento globale.

Il pallino dell’energia pulita

Evidentemente in Oceania una parte dei leader politici è più sensibile al cambiamento climatico. Non c’è infatti solo la bella storia di Sydney, occorre scrivere anche di quel che sta accadendo in Nuova Zelanda. Il primo ministro neozelandese, una di quelle figure politiche che in Europa – ma anche in America – ci sogniamo, tanto è progressista e al passo con i tempi, Jacinda Ardern, sembra davvero intenzionata a portare avanti una delle sue più ambiziose promesse elettorali.

Entrambi questi esempi virtuosi – quello di Sydney e della Nuova Zelanda – vanno in controtendenza rispetto alle dichiarazioni del Primo Ministro australiano, Scott Morrison (Partito Liberale d’Australia), il quale ha, a più riprese, scherzato sulle possibili conseguenze del cambiamento climatico, annunciando anche la sua volontà di raggiungere l’obiettivo della neutralità climatica “nella seconda metà del secolo” rifiutando, di fatto, gli impegni del Paris Agreement.

Nel 2017, quando ancora doveva entrare in carica – ma stava già portando avanti una campagna elettorale efficace, i cui frutti si sono poi visti – la Ardern era stata chiara. Durante il primo mandato (in scadenza ad ottobre) ci occuperemo di priorità economiche e sociali già in agenda. Nella prossima campagna elettorale, però, il tema principale sarà l’ambiente. È facile fare promesse di questo tipo, anzi, diciamo pure che è la quotidianità del lavoro di un politico. Tra il dire e il fare, però, c’è di mezzo quel mare che separa uno statista da un quaquaraqua. I tre anni del primo mandato Ardern ci fanno pensare molto più al primo che al secondo, naturalmente, ora però il primo ministro sarà atteso al varco. Se vinciamo, portiamo il Paese al 100% di energie rinnovabili entro il 2030; con queste parole Jacinda Ardern ha aperto la sua campagna elettorale per la rielezione.

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Quali fonti energetiche utilizza la Nuova Zelanda, Grafico: Wikipedia.

La forza di Jacinda Ardern

La gestione della pandemia – pressoché impeccabile ma che ha comunque lasciato qualche inevitabile strascico sull’isola – ha leggermente minato il consenso del Partito Laburista al potere, difficilmente però la Ardern non vincerà agevolmente le elezioni in ottobre. Al momento, è data sopra il 50%. Con le priorità in agenda già affrontate, si preannuncia un importante occasione per occuparsi davvero di clima. Nella migliore delle ipotesi, qualora i voti rispecchiassero la proiezione, il partito di Jacinda Ardern avrebbe la maggioranza da solo, senza bisogno di alleanze. Il Labour è forte perché ha dimostrato competenza e creato coesione sociale in un Paese etnicamente misto come la Nuova Zelanda. L’immagine di questo successo è il volto del Primo Ministro: giovanile (Ardern ha 40 anni), eppure trasuda già grande esperienza politica. Basteranno queste caratteristiche a rendere concreto il piano ambientale?

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Jacinda Ardern, Foto: Happymag

Il piano green

“La ripresa economica post COVID-19 rappresenta un’opportunità unica per la generazione di rimodellare il sistema energetico della Nuova Zelanda. Possiamo renderlo più rinnovabile, più veloce, conveniente e sicuro. L’investimento nelle energie rinnovabili consentirà di creare posti di lavoro. Il nostro piano svilupperà la forza lavoro altamente qualificata di cui questa economia ha bisogno per prosperare in futuro. Il piano per l’energia pulita è un elemento del più ampio piano di ripresa dal COVID-19 e del lavoro che preparerà la Nuova Zelanda al futuro. Stimoleremo occupazione ed economia.” In un recente discorso di Ardern c’è la sua visione per il futuro energetico del Paese.

Già oggi la Nuova Zelanda è uno degli Stati più virtuosi da questo punto di vista. L’84% circa della sua elettricità è prodotta da fonti rinnovabili. Ciononostante, il Paese importa ancora carbone e petrolio dall’estero e lo fa in quantità ingenti. Oltre ad una riconversione totale in 10 anni, il piano mira anche a elettrificare l’intera industria nazionale e il settore dei trasporti. Tra le nuove tecnologie preferite dai laburisti ci sarebbe l’idrogeno verde. Secondo i detrattori – ovvero la quasi interezza degli avversari politici di Jacinda Ardern, National Party (conservatori) in testa – il piano non farebbe affatto risparmiare, bensì aumenterebbe il costo dell’energia di almeno il 40%.

Non che dobbiamo stupirci, sappiamo bene ormai che l’opposizione è solo capace di dire il contrario di quel che pensi un governo. Relativamente a ciò, tutto il mondo è davvero paese.

Può la Nuova Zelanda sfruttare soltanto energia pulita?

Nonostante Jacinda Ardern sia probabilmente uno dei pochi fari di buona politica, in un mondo che non sa più neppure cosa siano gli statisti, resta comunque lecito dubitare del fatto che le sue parole non siano solo calamite da campagna elettorale. La Nuova Zelanda è però un piccolo Stato. I suoi abitanti sono meno di 5 milioni e l’energia pulita è già una piacevole realtà, come si è scritto. Dunque in un lasso temporale di 10 anni, i quali potrebbero anche essere tutti amministrati dallo stesso partito, seppure Ardern non sarà più Primo Ministro nel 2023, vi sono numerose possibilità che tale risultato possa essere raggiunto. Il fabbisogno energetico del Paese potrebbe tranquillamente essere soddisfatto solo tramite fonti rinnovabili. Quel che farà la differenza nel corso dei prossimi anni sarà la volontà di raggiungere l’obiettivo.

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Noi osservatori esterni, che viviamo lontani dalla Nuova Zelanda in condizioni sociali e politiche profondamente diverse, non possiamo che auspicarlo. Qualora anche un Paese così lontano e contenuto riuscisse a raggiungere la totalità di energia pulita, non sarebbe che un esempio da seguire per tutti; un precedente cui ispirarsi; una strada da intraprendere.

L’Oceania manda ottimi segnali al fronte della battaglia per il clima e l’ambiente. Nel Pacifico vivono spesso in prima persona i drammi delle piogge torrenziali e delle alluvioni legate al surriscaldamento globale, con numerose isole che si trovano spesso in difficoltà. Gli altri Paesi riusciranno ad intercettare questi segnali e fare altrettanto?

Distruzione dei mari: una scelta consapevole e pericolosa

L’oceano: la grande distesa blu dove la vita ebbe inizio, lo specchio d’acqua attraverso il quale civiltà differenti si sono incontrate e sviluppate. Al giorno d’oggi sembra che l’uomo abbia dimenticato il ruolo fondamentale che gli oceani ricoprono per la propria esistenza, apprestandosi sempre più a deturparne la bellezza e gli equilibri. Cerchiamo di fare chiarezza sulla repentina distruzione dei mari e del ruolo antropico in questa tragedia.

Impatto antropico sui mari del mondo

Dobbiamo riconoscerlo: non abbiamo saputo custodire il Pianeta con responsabilità. La situazione ambientale, a livello globale così come in molti luoghi specifici, non si può considerare soddisfacente. Tra questi luoghi vi è proprio il grande Blu.

La popolazione umana sta crescendo in maniera esponenziale, ciò si traduce in una maggiore necessità di spazi e, soprattutto, di risorse. Una buona percentuale di queste ultime proviene proprio dai mari.

La pesca eccessiva, spesso praticata utilizzando reti da pesca non idonee, sta portando ad un impoverimento ecosistemico, con conseguenze future senza precedenti. L’immissione di sostanze tossiche attraverso le acque reflue o lo sversamento di petrolio nei mari. Queste sono solo alcune delle terribili cause che stanno portando i mari del Pianeta al collasso.

Sotto il segno del mercurio

Le attività antropiche, come i processi industriali e minerari-estrattivi, nel tempo hanno contribuito all’aumento delle concentrazioni di mercurio (Hg) negli oceani ed alla distruzione dei mari.

Uno dei drammi legati a questo elemento, si è consumato sull’isola di Bouganville (Papua Nuova Guinea) nel 1963, per mano della Rio Tinto Zinc, uno dei giganti del settore minerario.

Quando ottenne da parte del governo coloniale australiano la licenza per poter iniziare le operazioni di estrazione sull’isola, l’amministrazione stabilì l’utilizzo momentaneo della valle del fiume Jaba, dove vennero scaricati rifiuti altamente nocivi, compresi cianuri e metalli pesanti derivanti dal processo di concentrazione di rame e di oro.

La distruzione dei mari passa anche attraverso lo sversamento in acqua di sostanze come il mercurio.

Questi scarichi nel sistema fluviale distrussero gran parte della vita marina dell’estuario.

Leggi il nostro articolo: “Sotto il segno del mercurio: il futuro degli oceani”

Quest’area del letto del fiume, abitata dalla tribù dei Nasioi, divenne priva di pesce e la diffusione di acque sotterranee inquinate in terreni non compensati non permise l’utilizzo agricolo di questi ultimi e quindi il conseguente sostentamento della popolazione. I problemi locali s’intensificarono ulteriormente dinanzi gli evidenti danni ambientali causati dall’incessante sfruttamento della miniera da parte della compagnia australiana.

Le tonnellate di acidi generati dall’attività mineraria hanno ucciso i fiumi Jaba e Kawerong, che rappresentavano una risorsa di acqua e di cibo per migliaia di persone. Tutta l’area attorno a questi fiumi appare come un paesaggio abbandonato.

La plastica soffoca i mari

L’inquinamento da plastica è diventato uno dei problemi ambientali più urgenti, a causa del rapido aumento della produzione di materiale usa e getta che travolge la capacità del mondo di affrontarli. L’inquinamento da plastica è maggiormente visibile nei Paesi in via di sviluppo, dove i sistemi di raccolta dei rifiuti sono spesso inefficienti o inesistenti.

Le comodità offerte dalla plastica, tuttavia, hanno portato ad una cultura dello scarto che rivela il lato oscuro del materiale stesso. Ad oggi, le plastiche monouso rappresentano il 40% della plastica prodotta ogni anno. Molti di questi prodotti, come i sacchetti di plastica e gli involucri per alimenti, durano da pochi minuti a poche ore, ma possono persistere nell’ambiente per centinaia di anni.

Leggi il nostro articolo: “Isola di plastica. Cos’è? Dov’è? Come si forma?”

Ogni anno, circa 8 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica finiscono negli oceani. È l’equivalente di mettere cinque sacchi della spazzatura pieni su ogni piede di costa in tutto il mondo.

Sull’isola di Henderson gli scienziati hanno trovato oggetti di plastica provenienti da Russia, Stati Uniti, Europa, Sud America, Giappone e Cina; trasportati nel Pacifico dal vortice del Pacifico meridionale, una corrente oceanica circolare.

Entro il 2050, la plastica negli oceani supererà i pesci, secondo quanto prevede una relazione della Ellen MacArthur Foundation, in collaborazione con il World Economic Forum. La distruzione dei mari passa anche da qui.

Una volta in mare, la luce del sole, il vento e l’azione delle onde scompongono i rifiuti di plastica in piccole particelle. Queste “microplastiche” si diffondono in tutta la colonna d’acqua in ogni angolo del globo, dal Monte Everest, la vetta più alta, alla Fossa delle Marianne , la depressione più profonda.

Milioni di animali vengono uccisi dalla plastica ogni anno, dagli uccelli ai pesci ad altri organismi marini. Si sa che quasi 700 specie, comprese quelle in via di estinzione, sono state colpite dalla plastica.

Foche, balene , tartarughe e altri animali rimangono strangolati dalle plastiche del nostro quotidiano o impigliati in attrezzi da pesca abbandonati (come le ghost nets). Sono state trovate microplastiche in più di 100 specie acquatiche, tra cui pesci, gamberi e cozze destinati alla nostra tavola.

L’overfishing ed il bycatch depauperano i mari

Con la crescita della popolazione umana è aumentato anche lo sfruttamento dell’ambiente. Inoltre, i nostri metodi di pesca e raccolta di risorse sono diventati sempre più efficienti, portando alla scomparsa di molti animali di grandi dimensioni e alla creazione di ambienti marini insolitamente “vuoti”.

L’overfishing ne è un esempio. Con questo termine si intende il fenomeno della sovrappesca, ovvero quando avviene la rimozione di una specie dall’ambiente ad una velocità che la stessa non può sostenere attraverso il reclutamento, con il risultato di un declinano numerico.

La pressione di pesca è cresciuta in maniera così elevata nel tempo da determinare il sovrasfruttamento di quasi la totalità degli stock delle principali specie commerciali. La biomassa di queste specie è fortemente ridotta e l’eccesso di mortalità da pesca fa sì che un numero insufficiente di individui riesca ogni anno a raggiungere l’età di riproduzione.

Il fenomeno del bycatch comporta la cattura “involontaria” di organismi assieme alla specie ricercata durante l’attività di pesca, specialmente se vengono usate reti come quelle a strascico (non selettive). La distruzione dei mari passa anche da qui.
Credits: Beatrice Martini

Molti vertebrati ed invertebrati marini vengono pescati in modo accidentale durante le operazioni di pesca. Vengono feriti o muoiono durante tale processo, un fenomeno chiamato bycatch.

Un altro effetto legato all’overfishin è un cambiamento drastico e innaturale nella struttura in classi di età delle popolazioni ittiche, dominate da individui in età giovanili e riproduttori di piccola taglia, mentre si riduce la proporzione di individui di età avanzata, cioè dei grandi riproduttori.

Perchè l’industria della pesca possa avere un successo a lungo termine è importante che essa sia ben organizzata. Che stabilisca quote di prelievo ben precise e che monitori continuamente lo stato della risorsa. La situazione del Mediterraneo è al collasso a causa dell’assenza di regolamentazioni razionali e dell’incapacità di far osservare le poche leggi esistenti.

Inquinamento ed eutrofizzazione dei mari

L’inquinamento delle acque ha conseguenze negative sulle persone, gli animali ed interi ecosistemi. Gli oceani sono spesso usati come scarichi all’aperto per rifiuti industriali e liquami urbani.

Un’altra fonte di inquinamento in crescita lungo le aree costiere è lo scarico di nutrienti e composti chimici derivanti dagli allevamenti di gamberetti e salmone. Gli inquinanti scaricati in acqua possono diffondersi rapidamente e su vasta scala a causa della presenza di forti correnti.

Alcune sostanze minerali che solitamente sono essenziali per la vita di piante ed animali possono divenire tossiche se presenti ad elevate concentrazioni. Tra queste vi sono i nitrati ed i fosfati, derivati dai fertilizzanti usati massivamente in agricoltura, dai liquami degli scarichi urbani o dai processi industriali: grandi quantità di queste sostanze innescano il fenomeno di eutrofizzazione.

La piattaforma petrolifera Deepwater Horizon, la quale causò un disastro ecologico di cui ancora oggi molti ecosistemi ne pagano le conseguenze; a risentirne, anche la stessa pesca locale. La distruzione dei mari passa anche da episodi come questo.

La concentrazione di tali elementi porta ad abnormi crescite di fitoplancton sulla superficie del mare (ma anche di laghi e stagni), creando strati talmente spessi da oscurare la colonna d’acqua. Ciò impedisce alle specie vegetali di fare fotosintesi (e dunque di produrre ossigeno) impedendo la crescita di altre piante, esse stesse fonte di cibo.

Lo strato ad un certo punto degenera, muore e sprofonda; in risposta a tutta questa materia organica morta, alcuni batteri e funghi decompositori si riproducono più rapidamente (condizioni ottimali) consumando tutto l’ossigeno presente sul fondale e generando un’ambiente anossico tutto attorno, portando alla morte di molti esemplari.

Le alghe che si generano vanno poi spesso a ricoprire le barriere coralline, portandole alla morte, necessitando queste ultime di acque limpide. La comunità biologica ne risulta impoverita e semplificata; una sorta di “zona morta” popolata solo da quelle specie adattate all’acqua inquinata ed a bassi livelli di ossigeno.

Un altro grosso elemento di distruzione dei mari è il petrolio. Il greggio ha un peso specifico minore dell’acqua, per cui inizialmente forma una pellicola impermeabile sopra la superficie del mare, causando evidenti danni fisici e tossici diretti alla macrofauna. La successiva precipitazione sul fondale replica l’effetto sugli organismi bentonici. La bonifica dell’ambiente danneggiato richiede mesi o anni.

Il disastro ambientale della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon ha causato lo sversamento di petrolio nelle acque del Golfo del Messico in seguito a un incidente riguardante il Pozzo Macondo che si trova a oltre 1.500 m di profondità. Lo sversamento è iniziato il 20 aprile 2010 ed è terminato 106 giorni più tardi. È il disastro ambientale più grave della storia americana.

Massacro di specie a rischio

Uno dei dibattiti più accesi circa lo sfruttamento delle specie a rischio riguarda la caccia alle balene ed il shark finning.

Dopo aver constatato che la caccia aveva drasticamente ridotto le popolazioni di molte specie, nel 1986 un’apposita commissione internazionale (International Whale Commission) finalmente vietò ogni forma di prelievo.

Malgrado ciò alcune specie, come la balenottera azzurra e la balena franca boreale, rimangono oggi a livelli di densità di gran lunga inferiori a quelli precedenti l’inizio della caccia.

Leggi anche il nostro articolo: “Estinzione: a rischio orsi polari e squali”

La lentezza con cui le popolazioni di alcune specie stanno tornando ad accrescersi potrebbe esser dovuta alla continua caccia illegale e pseudo-legale. Infatti, nonostante il divieto imposto dagli accordi internazionali, il Giappone continua a prelevare migliaia di esemplari di alcune specie di balena; giustificando l’operazione con l’apparente necessità di raccolta di maggiori informazioni scientifiche per poter stabilire lo stato delle loro popolazioni.

Il finning è una pratica brutale quanto inutile. Questa consiste nella rimozione delle pinne dagli squali, ributtando il corpo ancora in vita direttamente nell’oceano. Incapaci di nuotare in modo efficace, gli squali muoiono per soffocamento (devono stare in continuo movimento per ossigenare le branchie) o mangiati da altri predatori.

La rimozione di predatori apicali all’interno degli ecosistemi marini porta a disastrosi effetti top-down che si ripercuotono su tutta la catena trofica. Il finning è aumentato dal ’97 per la crescente domanda di pinne per la zuppa e per le cure tradizionali, in particolare in Cina.

L’Ecopost consiglia: alcune letture

Noi di Ecopost teniamo molto all’informazione del singolo. Qui di seguito riportiamo alcuni titoli che vi potranno avvicinare ancora di più alle tematiche trattate nell’articolo.

  • Mariasole Bianco, “Pianeta oceano. La nostra vita dipende dal mare”
  • Charles Moore, “L’oceano di plastica”
  • Filippo Solibello, “Spam. Stop plastica a mare”
  • Nicolò Carnimeo, “Come è profondo il mare”
  • Franco Borgogno, “Un mare di plastica”
  • Frank Schätzing, “Il mondo d’acqua”

Trump e gli incendi: “Non credo che la scienza sappia”

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https://anchor.fm/lecopost/episodes/La-reazione-di-Trump-agli-incendi-in-California-ek3hk8

In occasione degli incendi scoppiati in California, che hanno devastato migliaia di acri di terra e ucciso almeno 36 persone, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha negato, ancora volta, l’esistenza dei cambiamenti climatici. Ha incolpato, piuttosto, la mala gestione delle foreste da parte dei democratici.

Le agghiaccianti (e tardive) parole di Trump sugli incendi

In realtà, gli interventi di Donald Trump in merito alla California infuocata sono stati molto pochi e molto tardivi. Il primo commento, infatti, è arrivato soltanto venerdì scorso, dopo settimane di agonia da parte del territorio e degli abitanti della West Coast. Trump ha semplicemente twittato il suo apprezzamento nei confronti dei pompieri per la gestione dell’emergenza.

Le sue parole più tristi, però, sono state pronunciate quando il presidente americano si è confrontato con il Governatore Democratico della California Gavin Newsom e altri funzionari statali e federali. Il segretario dell’Agenzia per le Risorse Naturali Wade Crowfoot ha esortato il presidente a riconoscere il ruolo del clima che cambia per le nostre foreste. Di tutta risposta, Trump ha affermato: “inizierà a rinfrescarsi, aspetta e vedrai“. Al successivo auspicio, da parte di Crawfoot, che il presidente e la scienza siano prima o poi d’accordo, Donald Trump ha risposto: “In realtà non credo che la scienza sappia“.

Il colpevole degli incendi secondo Trump

Verrebbe quindi da chiedersi a chi o cosa Trump attribuirebbe la colpa dei devastanti incendi che stanno colpendo la California. Ebbene il primo cittadino americano si è esposto anche su questo, portando il tutto su una questione di rivalità politica. Ha infatti biasimato i governatori democratici per non aver saputo curare a dovere le proprie foreste e quindi prevenire gli incendi: “Quando per anni le foglie secche si accumulano sul terreno, questo semplicemente aizza il fuoco, – ha detto Trump – sono davvero un carburante. Quindi devono fare loro qualcosa al riguardo.”

Trump non ha però fornito prove a sostegno della sua affermazione. Inoltre, gli esperti e i corpi forestali affermano che rastrellare le foglie non è un’operazione sensata e fattibile, considerando la vastità delle foreste statunitensi. In più, molti degli incendi hanno colpito arbusti costieri e praterie, non foreste.

L’unica “prova” della sua tesi Trump l’ha esposta affermando che altri paesi non hanno affrontato lo stesso livello di incendi. Un dato, anche questo, facilmente smontabile, visti i recenti disastri in Australia e nella foresta pluviale amazzonica, che gli esperti attribuiscono proprio ai cambiamenti climatici.

California, settembre 2020 (Foto di Marta Navales)

Il ruolo dei cambiamenti climatici

Qual è, allora, il ruolo dei cambiamenti climatici negli incendi californiani e perché Trump lo nega? In realtà, a Mr.Trump basterebbe consultare i dati degli anni passati in merito agli incendi, o semplicemente leggere le vecchie news. Si accorgerebbe che, prima di tutto, non è soltanto un problema di arbusti gestiti male dai democratici. In secondo luogo si accorgerebbe che che non si tratta soltanto di dati scientifici, ma anche storici e, quindi, sicuramente fattuali.

I cinque maggiori e più devastanti incendi della storia californiana hanno infatti avuto luogo negli ultimi tre anni, tra i quali anche il più mortale, nel 2018, che ha ucciso ben 85 persone. Coincidenza vuole che nove dei dieci anni più caldi mai registrati al mondo si sono verificati a partire dal 2005. Di questi, cinque sono occorsi dal 2016, ovvero proprio negli ultimi 5 anni. Le temperature dell’Oregon e della California sono aumentate di oltre 1°C dal 1900.

La prolungata siccità che sta colpendo la California negli ultimi dieci anni, con un calo delle piogge autunnali del 30%, ha causato la morte di milioni di alberi, trasformandoli in un potente combustibile per gli incendi. Anche le regioni montuose, che normalmente sono più fresche e umide, si sono prosciugate più rapidamente del solito durante l’estate, aumentando il potenziale carburante per il fuoco.

Cosa sta accadendo

Mentre noi elenchiamo dati storici e scientifici che Trump negherà impunemente, gli incendi proseguono. In Oregon hanno bruciato in una settimana quasi il doppio di quello che di solito viene distrutto mediamente in un anno. I forti venti e la bassa umidità ostacolano gli sforzi per tenere sotto controllo gli incendi. Come riporta la BBC, in California sono morte 25 persone dal 15 agosto, migliaia di case sono state distrutte e altrettante persone sono ora sfollate. Gli edifici e le strade in Oregon, dove sono già morte 10 persone, e nello stato di Washington, dove è stata registrata una vittima, sono ricoperti di cenere. L’aria è irrespirabile.

A fronte di questo, Trump non ha mosso un dito. Le sue azioni (o non azioni) politiche, però, non finiscono nel nulla. L’uscita dagli accordi di Parigi degli Stati Uniti, i finanziamenti alle industrie fossili, così come a quelle delle armi, a discapito delle energie rinnovabili, l’approvazione delle trivellazioni nei parchi naturali, sono tutti provvedimenti che hanno un tornaconto politico ed economico per il presidente e i suoi sostenitori. Come dimostrano gli incendi, però, le conseguenze per il Pianeta e per l’umanità non sono così vantaggiose. La natura non si può comprare.

Report Onu sulla biodiversità: è tempo di cambiare rotta

https://anchor.fm/lecopost/episodes/Nuovo-allarmante-Report-Onu-sulla-biodiversit-ek0bem

L’umanità si trova a un bivio: deve scegliere se continuare a vivere sfruttando le risorse della Terra come se fossero infinite, oppure destarsi, finalmente, dal torpore degli annunci e iniziare a cambiare concretamente. Il quinto report Onu sulla biodiversità – Global Biodiversity Outlook 5 – riassume lo stato in cui versa la natura, condividendo le azioni che hanno impattato in modo positivo sull’ambiente. Le soluzioni devono essere trovate e messe in pratica. Non rimane più tempo!

Leggi anche: “Biodiversità 2020: la strategia UE per salvare la natura”

Biodiversità a rischio: come proteggerla, come proteggerci

Sono ormai trascorsi dieci anni dal Protocollo di Nagoya. Il documento aveva l’obiettivo di rendere più democratici i benefici genetici derivanti dal progresso in ambito scientifico e tecnologico. Così, gli Stati avrebbero contribuito anche alla conservazione della diversità biologica, rimanendo vigili sulla sostenibilità e sui diritti. Questo accordo andava a rafforzare il Protocollo di Cartagena sulla biosicurezza, adottato nel gennaio del 2000 ed entrato in vigore nel 2003. Era necessaria una revisione, visto il lancio imminente della Strategia 2011-2020.

Ora, si tirano le somme degli sforzi che i governi e gli attori politici hanno messo in atto per contrastare la perdita di varietà a rischio. Nonostante alcuni slanci positivi, i risultati non sono confortanti. «Ma devo essere brutalmente onesta: il mondo non ha raggiunto gli obiettivi prefissati e non siamo nemmeno sulla strada giusta» ha aggiunto Elizabeth Maruma Mrema, Segretario Esecutivo della Convenzione sulla Diversità Biologica, alla presentazione del report.

Le minacce ambientali da scongiurare sono molteplici. Il declino è visibile e si sta intensificando: gli ecosistemi si stanno degradando o, addirittura, scompaiono.

Leggi anche: “WWF, 16 strategie dal campo alla tavola”

I risultati del documento

Il report Onu sulla biodiversità è lo strumento per capire quanto è stato fatto e delineare il percorso da seguire nei prossimi anni. I dati sono stati forniti da 167 Paesi e il testo è stato integrato con 675 ricerche scientifiche.

L’introduzione si concentra sulla biodiversità per lo Sviluppo Sostenibile, collegando questo aspetto agli SDGs (Obiettivi di Sviluppo Sostenibile) dell’Onu. Essendo profondamente legati, il raggiungimento di alcuni rafforza il miglioramento di tutto l’ecosistema.

Il focus, poi, si sposta sugli Obiettivi di Aichi, ossia i 20 target adottati durante la Conferenza di Nagoya. Si mettono in relazione la letteratura scientifica degli ultimi vent’anni e gli indicatori, per visualizzare i cambiamenti avvenuti: nessuno è stato raggiunto pienamente; sei, solamente parzialmente. In altri casi, siamo ancora fuori rotta. Si pensi, infatti, che si spendono ancora 500 miliardi di dollari in sussidi ambientalmente dannosi.

Ma ci sono anche buone notizie: le politiche di prevenzione hanno anche permesso la sopravvivenza di alcuni specie animali a rischio estinzione. Il loro numero arriva sino a cinquanta. Questo è stato possibile dal 1993, attraverso la messa in atto di restrizioni, controlli sulla specie aliene e invasive, conservazione ex situ e la reintroduzione in aree protette.

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Tre azioni dal report Onu sulla biodiversità

Tre sono le azioni evidenziate dagli esperti. La prima è affidata ai governi nazionali: devono aumentare le loro ambizioni a livello statale, per poi aiutare la media mondiale e formare nuove prospettive di protezione ambientale efficaci. Anche la seconda è affidata alla politica, visto che non si può tralasciare un tema così importante. La diversità biologica deve divenire il cuore della visione a medio-lungo termine, punto centrale del processo decisionale. La terza, infine è rivolta a tutti: le nostre azioni concorrono al miglioramento o al peggioramento del pianeta. Per questo, rallentare il cambiamento climatico deve divenire una priorità.

La prospettiva, quest’anno, è ulteriormente cambiata, a fronte della pandemia da Covid-19. Ha dimostrato come l’equilibrio tra l’essere umano e la natura è in continuo mutamento. Il virus, trasmesso dagli animali, ha messo in luce tutta la pericolosità di ritenerci superiori e sovraordinati rispetto alla fauna e alla flora terrestri.

Sono tre le parole chiave che bisogna tenere a mente: conservare, ripristinare, utilizzare in modo oculato. La connessione deve essere ribadita, sempre: più pensiamo di poter essere autosufficienti, più paghiamo le conseguenze della nostra tracotanza. A soffrirne saranno la nostra salute, le nostre economie e la società.

La strada verso il 2050

Il cambiamento climatico non è, al momento, la causa principale di perdita di biodiversità, ma lo diventerà se non saremo capaci di mantenere l’aumento di temperatura globale sotto 1,5°C. A questo proposito, sono otto le transizioni da compiere per poter vivere in armonia con la natura. Esse spaziano dall’agricoltura alla pesca, dalla filiera alimentare alle città, passando per la sanità e la protezione delle foreste.

La posta in gioco è alta: si rischia la sesta estinzione di massa. Solamente prendendo atto di questo, si può pensare di agire immediatamente, riducendo i rischi futuri. La responsabilità è di tutti: abbiamo gli strumenti, la tecnologia, la possibilità di cambiare veramente.

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I prossimi passi da compiere per la biodiversità

Abbiamo fallito? «La domanda è giusta, perchè non siamo arrivati dove avremmo voluto» risponde Inge Andersen, direttore esecutivo del Programma Ambiente dell’Onu durante la presentazione. «Non è sufficiente essere d’accordo sull’approvazione di nuovi target […], bisogna essere in grado di disaggregarli a livello nazionale in modo che possano essere raggiunti

Bisogna imparare dagli errori del passato. Ripensare ai nuovi obiettivi in modo più semplice deve prima farci interrogare sul fallimento di quelli che si erano posti dieci anni fa. Ma non è più sufficiente. I governi devono prendersi la responsabilità di coinvolgere la popolazione in un cambiamento reale e profondo. Ci sono gruppi vulnerabili e minoranze che ancora soffrono le conseguenze in modo marcato, ma che, allo stesso tempo, sono in prima linea per la conservazione e il ripristino del pianeta.

Un uso sostenibile delle risorse può permettere il nostro benessere: il momento è ora.

L’impegno di Facebook e Google per la neutralità climatica

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I due colossi del Web hanno annunciato la loro volontà di raggiungere la neutralità climatica. Facebook e Google si aggiungono così alla lista delle grandi compagnie che hanno deciso di prendere una posizione decisa nella lotta al riscaldamento globale. Sebbene sia lecito avere tutti i dubbi del caso, almeno fino a quando gli obiettivi e le tempistiche non saranno rispettati, si tratta comunque di un primo passo nella giusta direzione. Solo il tempo ci dirà se si tratta di greenwashing, oppure di una vera e propria svolta ambientalista.

Neutralità climatica: cos’è e come raggiungerla

Quello della neutralità climatica è un concetto che viene spesso ripetuto, anche in campo politico. Il termine è lo stesso che è stato utilizzato per definire i target ambientali, non solo delle compagnie, ma anche di diversi provvedimenti politici quali il Paris Agreement ed il Green New Deal. Questa è la definizione che si può trovare nel sito del Parlamento Europeo: “Le emissioni zero (o neutralità carbonica) consistono nel raggiungimento di un equilibrio tra le emissioni e l’assorbimento di carbonio. Quando si rimuove anidride carbonica dall’atmosfera si parla di sequestro o immobilizzazione del carbonio. Per raggiungere tale obiettivo, l’emissione dei gas serra dovrà essere controbilanciata dall’assorbimento delle emissioni di carbonio”.

Parliamo dunque di una pratica considerata particolarmente virtuosa e che, se portata avanti con coerenza e costanza, potrebbe costituire già da sola la soluzione al problema dei cambiamenti climatici. In questo senso l’ago della bilancia sarà la velocità con la quale questi obiettivi verranno raggiunti, su tutti i livelli della società.

Non solo Facebook e Google: le altre compagnie che hanno preso l’impegno

La notizia più sorprendente riguarda l’inaspettata mossa da parte di Facebook. In una nota pubblicata sul web l’azienda di Marc Zuckerberg ha annunciato che “nel prossimo decennio Facebook lavorerà per ridurre le emissioni carboniche dalle sue operazione, includendo anche quelle dei propri fornitori e dei propri clienti, cercando al contempo di fare la propria parte nello sviluppo di nuove tecnologie per l’assorbimento di carbonio dall’atmosfera e rendendo i nostri processi il più efficienti possibile”.

Una posizione condivida anche da Google che, in realtà, già nel 2007 aveva annunciato la stessa cosa, diventando 10 anni dopo “carbon neutral” o “ad impatto zero”. L’energia utilizzata dalla compagnia è infatti al 100% rinnovabile, tuttavia non si è ancora riusciti ad eliminare completamente le emissioni relative ad altri settori. Un obiettivo che l’azienda spera di raggiungere nel più breve tempo possibile.

I due esempi sopra citati hanno seguito la leadership di Microsoft ed Apple, che hanno dichiarato già da qualche tempo di voler raggiungere la neutralità climatica in tutte le loro attività: dall’energia utilizzata, al reperimento delle materie prime, passando per l’utilizzo e lo smaltimento dei propri prodotti.

Si tratta di obiettivi ambiziosi e difficili da raggiungere, ma considerata la potenza di fuoco dei soggetti è lecito pensare che, se c’è qualcuno che può riuscirci, sono proprio loro. Le date stabilite per ottenere questi risultati varia in base ai soggetti coinvolti, tra il 2030 ed il 2040.

Le criticità verso la neutralità climatica

Siamo ormai abituati ad ascoltare belle parole in favore dell’ambiente da parte delle personalità più influenti della nostra epoca, senza che poi queste vengano tramutate in fatti concreti. Senza girarci troppo intorno, c’è il rischio che anche questa volta accada lo stesso. Tuttavia, prima di giudicare, bisognerà ancora aspettare per capire se queste compagnie stiano facendo sul serio, oppure no.

Resta anche il problema delle emissioni storiche. Se infatti è possibile che nei prossimi anni l’impatto ambientale di queste aziende potrà diminuire fino ad arrivare a zero, ci sono comunque delle criticità legate all’impronta ecologica, per così dire, “storica” di alcune delle realtà economiche con il più alto fabbisogno energetico su scala globale. Una problematica che si proverà a risolvere, per lo più, attraverso attività di riforestazione e rimboschimento. Una pratica ormai molto diffusa che permette di acquistare dei “crediti di carbonio” per compensare le emissione di gas serra. Il rischio, anche in questo caso, è che l’utilizzo di questi crediti di carbonio permetta alle aziende di continuare ad inquinare impunemente. Nel panorama ambientalista esistono sia i sostenitori di questa pratica, sia i detrattori. Altro nodo cruciale della questione sarà il modo in cui verranno calcolate le emissioni. Se infatti, per raggiungere la tanto agognata neutralità climatica, basterà avere equilibrio tra l’anidride carbonica emessa e quella “sequestrata” attraverso pratiche virtuose, ma comunque discusse per vari motivi, potrebbero sorgere delle problematiche importanti.

Un aspetto da non sottovalutare riguarda però la possibile influenza che i quattro colossi citati nell’articolo possono avere sull’economia globale. Un’arma che, se usata a dovere, potrebbe rivelarsi decisiva nella lotta climatica.

Insomma, solo il tempo ci dirà se si tratta dei soliti slogan ambientalisti utilizzati per guadagnare consenso oppure di una vera e propria svolta green. Un futuro a emissioni zero, in un lasso di tempo relativamente breve, è l’unica chance che abbiamo per fermare i cambiamenti climatici. E i big dell’economia mondiale possono, e devono, giocare un ruolo fondamentale.