Medicane: l’uragano mediterraneo minaccia l’Europa

Si chiama Medicane: combinazione delle parole inglesi “Mediterranean” e “hurricane” e si è, nuovamente, formato nel nostro mare . Ianos, infatti, è un uragano mediterraneo che «ha traslato il suo baricentro verso lo Ionio e lambisce l’Italia, in particolare Sicilia e Calabria, dove sono in atto piogge e temporali.» La spiegazione del meteorologo Riccardo Ravagnan a La Stampa delinea una situazione pericolosa per il nostro Paese, ma catastrofica per la Grecia, dove si è abbattuto il 18 settembre.

Leggi anche: “Il tempo dei dubbi è finito. I cambiamenti climatici sono qui, ora.”

Nascita e vita di un uragano mediterraneo

Più piccolo di quelli atlantici, può comunque causare danni ingenti. Si forma solitamente a fine estate, quando le temperature miti dell’acqua sono più alte di quelle dell’aria. Traendo l’energia dal mare, il ciclone si rafforza con il calore e l’umidità. I venti, acquistando velocità, possono portare a precipitazione violente, con conseguenze nefaste sulle coste.

Il vortice, che in un primo momento aveva perso forza, si è riorganizzato. Questo processo è dovuto alle temperature delle acque superficiali, che hanno raggiunto picchi di 27-28 °C. Così, vicino alle coste libiche, si è rivitalizzato. Le previsioni erano catastrofiche. Secondo alcuni modelli matematici, le raffiche avrebbero raggiunto i 200 km/h. Secondo altri, si sarebbero sfiorati, addirittura, i 225 km/h.

«La caratteristiche essenziale è il “cuore caldo” (warm core in termine tecnico), ben presente soprattutto nei bassi strati, con temperature di oltre i +2°C +3°C (se non pure più) rispetto all’ambiente circostante.» ha aggiunto il meteorologo Carlo Testa. Questi cicloni possono conservare una potenza enorme, nonostante abbiamo meno spazio per svilupparsi rispetto a quelli oceanici.

La mattina del 18 settembre, Cefalonia si è risvegliata con un paesaggio inquietante, nonostante l’aumento della pressione atmosferica e l’abbassamento del livello del mare.

Già il portavoce del governo, Stelios Petsas, aveva messo in guardia: «L’impatto di Ianos, dobbiamo essere chiari, sarà simile a quello di una forte tempesta ma di maggiore intensità, estensione e durata.»

L’impatto del medicane sulla costa greca

L’impatto è stato devastante. Meteo.gr, ente preposto al monitoraggio meteorologico, aggiorna i cittadini. La situazione è pericolosa. Si chiede ai greci di evitare viaggi non strettamente necessari a Cefalonia, Zante e Itaca. Inoltre, si allegano immagini di alberi sradicati e oggetti volanti, spazzati via dalla tempesta.

Un video immortala le raffiche incessanti, che preoccupano la popolazione.

Non è la prima volta per un uragano mediterraneo

Già due anni fa, a fine settembre, Zorba si era scagliato sulla penisola ellenica. Piogge torrenziali ne avevano accompagnato l’arrivo. In poche ore, tre persone venivano state dichiarate scomparse dalla TV nazionale. I vigili del fuoco avevano ricevuto migliaia di segnalazioni da parte della popolazione, intrappolata nelle proprie case, talvolta scoperchiate.

Nonostante i medicane siano eventi rari, il loro numero si sta intensificando. La tendenza sarebbe quella dei cicloni tropicali: a una diminuzione degli eventi, l’intensità aumenterebbe, portando a conseguenze catastrofiche. Giovanni Coppini, direttore della divisione Opa (Ocean Predictions and Applications) del Cmcc, il Centro Mediterraneo sui cambiamenti climatici avverte:

«Quello che possiamo aspettarci è che l’innalzamento della temperatura del mare porti a un aumento dell’intensità dei Medicane, con pioggia e venti estremi che possono arrivare a 150 km/h, ma non a un numero maggiore di questo tipo di tempeste estreme. Il Medicane rimane un evento raro.»

Leggi anche: “Venezia e i politici con l’acqua alle caviglie. L’immagine di un fallimento”

Medicane e cambiamento climatico

Collegare la formazione di questo uragano mediterraneo al cambiamento climatico è complesso. Le valutazioni da effettuare sono molteplici, come sottolinea Antonello Pasini, fisico e divulgatore scientifico. L’aggravamento della situazione italiana è notevole: per ragioni termodinamiche, è più probabile che i medicane possano infrangersi anche sulle nostre coste. D’altra parte, però, non è detto che il numero dei fenomeni salga, visto che dipendono dalla circolazione marina.

Non eravamo abituati a concepire che eventi estremi di questa entità potessero accadere anche nel Mediterraneo. Questo problema si aggiunge alle già molteplici difficoltà che devono essere affrontate dalle isole e dalle città costiere. L’innalzamento del livello del mare e il suo riscaldamento sono fenomeni da osservare costantemente. Inoltre, è necessario collegare più fattori profondamente collegati tra loro, per poter far affiorare una vera strategia per la mitigazione e l’adattamento.

Riciclo dei pannelli solari: scoperto nuovo metodo per riutilizzare il silicio dei dispositivi dismessi

Il riciclo dei pannelli solari, o più in generale quello di tecnologie ecocompatibili, è uno dei cavalli di battaglia dei detrattori della conversione ecologica. Si tratta per lo più di argomenti superati e che si basano su fondamenta poco solide. Oggi ancora di più, grazie ad una scoperta degli scienziati dello Skolkovo Institute of Science and Technology di Mosca che, in uno studio pubblicato sulla rivista ACS Sustainable Chemistry & Engineering, hanno spiegato come riconvertire il silicio utilizzato nei sistemi fotovoltaici per dargli nuova vita

Il silicio dei pannelli solari dismessi come nuova fonte di energia

Il ricercatore capo del progetto Stanislav Evlashin ha così commentato la scoperta: “I pannelli utilizzati vengono convertiti in nanoparticelle mediante sintesi idrotermale in ambiente acquoso. L’aspetto positivo di questo processo è che le dimensioni delle nanoparticelle possono essere controllate in un intervallo compreso tra 8 e 50 nm senza utilizzare molte apparecchiature”. Il processo da loro implementato permette così di riciclare in modo sicuro le particelle di silicio, in modo da creare nuove fonti di nanoparticelle di ossido di silicio.

Si tratta di un procedimento sicuramente innovativo che infierisce un altro colpo a chi continua a giustificare la mancata accelerata verso la transizione green con scuse quali, appunto, la non riciclabilità dei dispositivi in grado di produrre energia da fonti pulite e non inquinanti. Va però detto che questa scoperta non cambia totalmente le carte in tavola. Infatti già prima della realizzazione di questo esperimento era comunque possibile riciclare in buona parte i pannelli, anche nel nostro paese. COBAT è infatti un’azienda specializzata nel riciclaggio di questo tipo di rifiuti, così come ce ne sono altre che operano già da tempo nel settore che, così come tanti altri, sta vivendo una fase di grande sviluppo tecnologico che, nel giro di qualche anno, ci permetterà di risolvere definitivamente questo tipo di problematiche che, purtroppo, sono vittime della grande disinformazione che regna sul tema.

Il falso mito dell’insostenibilità dei pannelli solari e dei prodotti ecocompatibili

Anche parlando di questo argomento risulta evidente la grande imparzialità che governa la nostra società quando è il momento di giudicare un prodotto inquinante ed uno che, invece, ha un impatto positivo, al netto dei processi di produzione e di smaltimento, sull’ambiente.

Sebbene infatti esistono tutt’ora alcune minori criticità da risolvere, il bilancio degli effetti che un pannello fotovoltaico ha, in termini di sostenibilità, è altamente conveniente. Parliamo di sistemi che hanno una durata di almeno 25/30 anni e che, durante il loro ciclo di vita, hanno prodotto così tanta energia pulita da rendere le critiche mosse dai suoi detrattori semplicemente infondate. Il risparmio, in termini di emissioni, che comporta un’installazione del genere, non verrà infatti in alcun modo annullato dai potenziali problemi che potrebbero, forse, verificarsi nel momento in cui andrà smaltito. A maggior ragione ora, con questa ulteriore scoperta che, precisiamo, non è la prima in questo campo e non sarà l’ultima.

Quella del puntare il dito contro i prodotti ecocompatibili è una pratica largamente diffusa, non solo tra chi ha forti interessi nel rallentare la transizione ecologica, ma anche tra i cittadini. Spesso si incappa in conversazioni sulle possibili problematiche legate alla diffusione su larga scala di tecnologie verdi, perdendo però di vista due aspetti che giustificano, eccome, la necessità di investire massicciamente nel settore green.

Il primo di questi riguarda la convenienza in termini di emissioni. Il ciclo di vita di una macchina elettrica nel suo complesso, ad esempio, ha un impatto ambientale molto minore rispetto a quelle alimentate da combustibili fossili. Basti pensare ad alcuni degli argomenti maggiormente cavalcati dai più diffidenti, quali lo smaltimento della batteria o, più in generale quando si parla di energia solare, dei sistemi di accumulo. Già oggi ci sono aziende specializzate nel recupero o nel corretto smaltimento di questi “scarti”, rendendo quindi quelle affermazioni poco più che sterili polemiche.

Ma c’è anche un altro punto che vale la pena trattare. Le alternative non ecocompatibili, come ad esempio le automobili “tradizionali” o le centrali a carbone e a gas, solo per fare alcuni esempi, presentano esattamente lo stesso tipo di problematiche. Che fine fa un’automobile ormai obsoleta? E cosa ne sarà della centrale a gas o a carbone una volta che verrà dismessa? In tutte queste situazioni ci sarà un alto costo ambientale da pagare. Eppure il dito viene puntato viene puntato solo contro le alternative sostenibili.

Come siamo arrivati a questo punto?

Questa situazioni ai limiti dell’assurdo è frutto, come spesso in questi casi, di un’astuta strategia comunicativa delle grande multinazionali, oltre che di un’informazione piuttosto superficiale sull’argomento ad opera dei media, con una conseguente percezione alterata della realtà da parte dei cittadini. Già con le tecnologie che abbiamo a disposizione oggi le tesi degli scettici sono facilmente confutabili. Inoltre gli ingenti investimenti che continuano ad esser fatti nel campo dell’energia pulita permettono di avere un cauto ottimismo nella risoluzione di alcune problematiche che, è vero, ad oggi esistono, ma che comunque già così rappresentano un’alternativa decisamente migliore dal punto di vista ambientale rispetto al cosiddetto business as usual.

Siamo comunque nel bel mezzo di una vera propria battaglia tra due forze antitetiche che, però, vengono giudicate in modo assolutamente imparziale. Solo quando si arriverà a guardare alla realtà in maniera oggettiva e, perchè no, scientifica, la tanto agognata transizione ecologica troverà dinanzi a sè la strada spianata.

Neve artificiale: unica possibilità per lo sci?

Neve-artificiale-funivia
https://anchor.fm/lecopost/episodes/Neve-artificiale–sempre-pi-necessaria-ejn7dv

La settimana bianca, il weekend sulla neve, la domenica di sci. Per i numerosi italiani che amano la montagna l’inverno offre opportunità meravigliose: le vette dolomitiche, le Alpi e persino gli Appennini propongono comprensori estremamente suggestivi e sorgenti di divertimento estremo nella stagione fredda. L’indotto montano, però, è seriamente minacciato dal surriscaldamento globale. Senza ricorrere all’utilizzo della neve artificiale, infatti, l’industria dello sci non sembra più in grado di reggere.

La nivometria del varesotto mostra quanto siano diminuite, negli ultimi 50 anni, le precipitazioni nevose. Grafico: Centro Geofisico Prealpino.

Bella questa neve artificiale

Il cambiamento climatico, responsabile del surriscaldamento globale ha comportato la sempre più decisa riduzione delle precipitazioni nevose. Soltanto negli ultimi 20 anni, è stato stimato che le nevicate si siano ridotte del 78%, un dato che impressiona. Per riuscire dunque a far partire la stagione sciistica è sempre più necessario sparare, come si suol dire, neve finta tramite appositi cannoni, e non solo alle quote più basse.

La motivazione che spinge ad affidarsi sempre di più alla neve programmata la rivela Valeria Ghezzi, presidente di ANEF, l’associazione nazionale degli esercenti funiviari. “La neve artificiale è ormai fondamentale per diversi motivi. Il primo e principale è che rappresenta una polizza di assicurazione: Se non scende la neve, la fabbrichiamo e la stagione è salva. Ciò non vale soltanto per gli impianti sciistici. Questa polizza di assicurazione vale anche per il sistema economico delle località di montagna.” Ecco la verità sbattuta in faccia. Senza la neve tecnica, termine che più propriamente indica la neve artificiale, addio sci o quasi. Questo è l’impatto già evidente del surriscaldamento globale sulle nostre vite.

Senza sci bisognerebbe rinunciare agli introiti di un settore turistico che richiama annualmente 4 milioni di appassionati soltanto in Italia. Oltre a dover fare a meno del divertimento di scivolare giù dalle montagne, naturalmente, non quantificabile in termini economici ma altrettanto importante, se non di più, del sonante danaro. Fino al 2018, la montagna valeva qualcosa come l’11% del Prodotto Interno Lordo turistico nazionale. Il fatturato montano produceva 11 miliardi di euro ogni 12 mesi; 4,6 dei quali derivanti dallo sci in senso stretto. Nella stagione invernale successiva si è registrato un calo di presenze, così come nell’ultima, quando sugli spostamenti ha influito anche il nuovo coronavirus.

Quanto valgono le Alpi

Per avere contezza di quanto davvero significhino le Alpi e lo sci, dobbiamo tener conto di quanto affascinino. Nel mondo, uno sciatore su due si reca sulle Alpi per sfoggiare salopette e mascherina da sole. Le presenze sull’arco montano europeo sono da sempre numerosissime, seppure ultimamente stiano calando, proprio perché la neve è sempre meno copiosa. Per introiti e riconoscimento istituzionale internazionale, se le Alpi fossero una nazione sarebbero il secondo Stato europeo.

Dal Piemonte alla Slovenia, attraversando la Francia, la Svizzera, il Liechtenstein, l’Austria e la Baviera incontriamo 48 regioni, abitate da 80 milioni di persone e in grado di produrre un PIL locale pari a 3 trilioni di euro ogni anno. Le Alpi sono il cuore ricco – una volta ricchissimo – del Vecchio Continente. Su di esse, però, aleggia lo spettro climatico: temperature sempre più alte e, dunque, montagne sempre meno bianche. Secondo la rivista Time, negli ultimi 60 anni la stagione della neve, lungo l’arco alpino, si è accorciata di 38 giorni. Oltre un mese perso a causa del surriscaldamento globale.

Neve artificiale per sopravvivere

Il turismo invernale è un patrimonio. In Italia contiamo 1820 impianti di risalita – i quali impiegano 840 mezzi speciali, denominati “gatti delle nevi” – e un indotto di oltre 400 aziende. Solamente gli impianti di risalita occupano 12mila persone in maniera diretta e ne impiegano altre 2000 in maniera indiretta nei rifugi, nel noleggio attrezzature e come istruttori di sci (dati ANEF). Va da sé che questo intero settore necessita di un manto nevoso costante e abbondante. Per garantirlo, non è più possibile prescindere dalla neve artificiale. Se non si vuole soffocare questo mondo, bisogna ricorrere all’innevamento programmato e sopperire all’irregolarità e alla carenza della neve naturale utilizzando la sofisticata tecnica nota come snowfarming. Più si abbassano le quote, maggiore è lo sfruttamento di queste tecnologie.

L’impatto di queste tecnologie però può diventare pesante, tanto in termini economici quanto ambientali.

Le temperature negative, sotto lo zero, sono sempre più rare e anche le più celebri località sciistiche, citiamo Madonna di Campiglio e Plan de Corones ma non sono le uniche, possono andare incontro a difficoltà nel conservare e mantenere la propria neve artificiale. Per distendere la coltre bianca, infatti, occorrono 100 ore di temperatura non superiore allo 0. Dal momento che tale condizione è sempre più rara, si stanno sviluppando anche macchine capaci di produrre e mantenere neve artificiale a temperature positive. Il brevetto à della azienda italiana Neve XN.

Quali sono i costi

Inevitabilmente, la produzione di neve artificiale aumenta, non di poco, i costi di esercizio. Alla stagione scorsa l’Italia contava più di 3200 chilometri di piste attive, sul 72% delle quali si trovavano macchinari per comporre la coltre bianca. Questi dispositivi hanno un costo che spazia tra gli 11 e i 15mila euro per ettaro. La differenza la fanno fattori variabili quali esposizione al sole, natura del terreno e dislocazione dei bacini sfruttati per l’approvvigionamento idrico. La costruzione degli impianti ha invece un costo che oscilla tra i 100 e i 140mila euro per ettaro. Solitamente occorrono una ventina d’anni per il completo ammortamento della spesa di installazione. Le spese non gravano solo sul privato; sovente province, regioni e/o comunità montane contribuiscono all’esborso.

Diversamente da quanto qualcuno potrebbe pensare, non si usa alcun additivo chimico per produrre neve artificiale. Elementi chimici non sarebbero particolarmente utili e, soprattutto, metterebbero in pericolo l’utilità estiva dei terreni ove si scia, i quali sono adibiti a pascolo nella bella stagione. L’innevamento programmato ha un solo ingrediente: l’acqua. Essa viene prelevata da laghi e ruscelli poco distanti, siano essi naturali o artificiali. Da queste falde si conduce l’acqua alle macchine sfruttando i declivi montuosi o tramite pompe e condotte. I dispositivi poi la miscelano con aria a bassissima temperatura, sotto pressione, e predispongono l’azione dei generatori a ventola (i cannoni sparaneve) o delle lance, le quali hanno una gittata considerevolmente più ridotta. Talvolta vengono utilizzate vere e proprie macchine frigorifere, trasportabili con appositi veicoli.

Un generatore a ventola. Foto: Demaclenko.

Un aiuto dalla tecnologia

Nel corso degli ultimi 15 anni, l‘efficienza degli strumenti per produrre neve artificiale è enormemente migliorata. A parità di consumo idrico ed energetico, siamo oggi in grado di produrre una quantità di prodotto cinque volte superiore. Possiamo controllare i dispositivi e programmarli da remoto per funzionare soltanto nelle giornate più fredde, utilizzando meno energia. La coltre bianca generata in questa maniera, terminato il proprio ciclo, torna nell’ambiente sotto forma liquida. Insomma, i costi economici sono certamente elevati eppure non ci sono altre vie per mantenere l’industria bianca che profitta dalla stagione invernale. Spese a parte, però, qual è l’impatto della neve artificiale sull’ambiente?

Come si produce la neve artificiale. Approfondimento curato da Tecmania.

Neve artificiale: cosa comporta in termini ambientali

Per rispondere alla domanda non possiamo, sfortunatamente, basarci su analisi estese e complessive a livello nazionale – o regionale se è per questo – poiché non ne esiste alcuna. Lo studio che vi si avvicina maggiormente è stato condotto dall’Agenzia Nazionale per le Nuove Tecnologie, l’Energia e lo Sviluppo Economico Sostenibile (ENEA). Esso è un ente pubblico, controllato dal Ministero per lo Sviluppo Economico, finalizzato a ricerca, innovazione tecnologica e prestazione di servizi avanzati a imprese, pubblica amministrazione e cittadini. Gli ambiti di cui si occupa sono quelli dell’energia, dell’ambiente e dello sviluppo economico, purché sostenibile. I ricercatori dell’ente hanno preparato un dossier, intitolato Carbon and Water Footprint degli impianti di innevamento programmato, per il quale hanno monitorato 3 impianti collocati in aree geografiche e condizioni operative differenti. L’indagine non è più aggiornatissima, risalendo alle stagioni comprese tra il 2014 e il 2016 ma permette comunque una base di ragionamento.

I dati raccolti indicano che i tre impianti impattino, in termini di anidride carbonica CO2 equivalente, tra i 700 e 1300 chilogrammi per ettaro innevato, sull’intera stagione invernale. La differenza si deve principalmente al fatto che uno dei 3 impianti era alimentato con energia fossile, mentre gli altri due utilizzavano l’idroelettrico, fonte rinnovabile. Naturalmente, il primo impianto incide maggiormente relativamente alla produzione di gas serra, mentre gli ultimi due sono più costosi in termini di realizzazione di materiali necessari a condurre l’acqua al macchinario.

Non disponiamo di un censimento che misuri il dispendio energetico impianto per impianto, dunque i dati ora visti hanno un significato statistico piuttosto limitato. Secondo ANEF, ad ogni modo, i consumi degli impianti funiviari italiani ammonterebbero a 357 milioni di kWh annui. Soltanto il 40% di questo totale deriva da energia rinnovabile, non abbastanza. “Gli impianti a energia fossile sono vicini alle città, quelli prealpini. Qualcosa anche in Appennino, ove avere a disposizione l’idroelettrico non è la normalità” ha affermato Valeria Ghezzi.

La montagna va a gasolio

A onor di cronaca, dobbiamo puntualizzare che per avere neve non basta spararla; essa va portata sulla pista, stesa e battuta in posizione. Queste operazioni, certamente indispensabili, sono avversate dagli ambientalisti. Esse, infatti, finiscono per disturbare il contesto naturale che le subisce. Gli aspetti di gestione e preparazione delle piste sono fattore di stress e alterano il normale assetto ambientale. Se a questo si aggiunge l’impatto che ha la costruzione delle tubature e di tutta quell’impiantistica atta all’innevamento meccanico, ecco che ci si rivela tutto il costo ambientale della neve artificiale.

Per stendere e posizionare il manto nevoso creato si utilizzano i battipista – i cosiddetti gatti delle nevi – presenti in Italia con una flotta di circa 840 unità. Essi sono veicoli alimentati a gasolio, in tutto paragonabili a camion motorizzati da una potenza che si avvicina ai 400 cavalli. Possiamo immaginarci facilmente il significato di questo dato in termini di inquinamento acustico e ambientale. A ciò dobbiamo poi aggiungere tutto l’inquinamento prodotto dai turisti che si recano in montagna in auto, ben maggiore, ma non dobbiamo comunque ignorare l’impatto dei battipista, il quale è considerevole.

In Germania stanno introducendo dei mezzi bimotore, ibridi, che utilizzano anche l’elettrico. I costi produttivi di un simile veicolo, però, restano ancora insormontabili. Questi mezzi, dopotutto, hanno necessità di potenza. Operano in pendenza, a temperature basse e dispongono di lame e frese che vanno messe e mantenute in funzione. È poco verosimile pensare che la montagna possa smettere, nel breve, di andare a gasolio.

Come comportarsi?

Dal momento che il surriscaldamento globale galoppa inarrestabile, a maggior ragione a seguito della pandemia che sta vanificando gran parte degli sforzi fatti in precedenza per combattere il cambiamento climatico – si pensi alle fabbriche riattivate al massimo della loro potenza per rimettere in moto l’economia o alle mascherine disperse ovunque nell’ambiente – avremo sempre più necessità della neve artificiale. Come si è scritto, il settore del turismo montano non vive altrimenti.

Come si deve comportare il turista? Al solito, innanzitutto è importante essere informati di che cosa significhi andare a sciare, di questi tempi. In secondo luogo, poi, il consiglio è quello di scegliere comprensori alti, in quota, ove l’impatto dell’innevamento industriale è minore. Qualora ciò non ci fosse possibile, per via dei costi o delle distanze, allora è consigliabile sfruttare i comprensori più vicini alla nostra residenza, magari quelli appenninici, riducendo così le emissioni dovute al nostro spostamento. Quest’ultimo, poi, non è detto che debba essere affrontato in auto, si può valutare di coprire la distanza in treno, magari. Ovviamente, fare la cosa green è sempre la scelta più faticosa; stare dalla parte dell’ambiente è la scelta più difficile ma anche l’unica possibile.

Ci auguriamo che la tecnologia riesca ad andare incontro al meglio alle esigenze di questo settore. Se così non fosse il turismo invernale diverrebbe un indotto sempre più inquinante, difficilmente sostenibile, quando non seriamente dannoso per l’ambiente.

Correlati

L’Italia è il secondo esportatore di pesticidi illegali in UE

pesticidi
https://anchor.fm/lecopost/episodes/Italia-secondo-esportatore-UE-di-pesticidi-ejlfnh

A volte, da bambina, quando un adulto mi imponeva il divieto di fare qualcosa, mi bastava uscire dal suo radar visivo per continuare indisturbata la mia attività. Lo stesso atteggiamento infantile è proprio delle aziende chimiche produttrici di pesticidi; e quella mancanza di attenzione, voluta o non voluta, da parte degli adulti è paragonabile alle indulgenti leggi dell’Unione Europea. Un’indagine di Greenpeace UK, Unearthed, e dalla ONG svizzera Public Eye ha messo a nudo l’esportazione, da parte di alcune nazioni europee, di pesticidi che sono già stati dichiarati illegali all’interno dell’Unione. Insomma, invece che terminare il gioco, le aziende chimiche lo hanno proseguito lontano dagli occhi degli adulti.

Perché i pesticidi erano illegali

Nei primi dieci anni del nuovo millennio l’Unione Europea ha deciso di vietare l’utilizzo di alcuni prodotti fitosanitari. Tra questi il Trifluralin e l’Alachlor, erbicidi utilizzati sin dagli anni ’60 e rivelatosi tossici per gli organismi acquatici, oltre che per la loro lunga persistenza nel suolo. Un altro famigerato erbicida ormai vietato in UE è l’Atrazina. Secondo L’EPA (Environmental Protection Agency) l’esposizione ad Atrazina è collegata al cancro alla prostata, oltre ad avere effetti neuroendocrini con conseguenze sia a livello riproduttivo che di sviluppo.

Vi sono poi i pesticidi, che non hanno caratteristiche migliori. L’ 1,3-dicloropropene e la Propargite, per esempio, sono considerati probabilmente cancerogeni per operatori e consumatori, oltre che per i mammiferi che vi entrano in contatto.

Etica? No grazie

Alla luce di questo, le aziende chimiche e chi gestisce i loro rapporti commerciali non si sono poste alcun problema etico, ma hanno deciso di esportare questi pesticidi ed erbicidi dannosi per gli uomini e l’ambiente dove la legge lo consentiva, ovvero fuori dall’Unione Europea. E le cose sono anche peggiori di così. Oltre agli Stati Uniti, l’Australia, il Canada e il Giappone, l’UE esporta i pesticidi anche in nazioni del mondo più povere, come Marocco, Sud Africa, India, Messico, Iran e Vietnam.

In totale, nel periodo dei 9 mesi di indagini, sono state contate 81.615 di tonnellate di prodotti fitosanitari vietati destinati all’esportazione. Di queste, il 12% (pari cioè a 9.500 tonnellate di pesticidi) provenivano dall’Italia. Questo dato rende il Bel Paese il secondo esportatore europeo di queste sostanze. Poi, quando il Regno Unito reciderà i suoi legami con l’Unione Europea, l’Italia si aggiudicherà il primato.

Leggi anche: From farm to fork: nuova strategia UE su agricoltura e alimentazione

Il caso dell’Alto Adige

Non stupisce quindi la recente e triste notizia del processo a Karl BärAlexander Schiebel. I due attivisti si sono infatti schierati contro l’uso intensivo dei pesticidi in agricoltura, in particolare in Trentino Alto Adige. Sono stati poi portati in giudizio dall’Assessore all’Agricoltura bolzanino Arnold Schuler.

I due, però, non avrebbero torto, visto che i dati parlano chiaro: la vendita di pesticidi in rapporto alla superficie trattabile supera di oltre sei volte la media nazionale. Il processo contro Bär inizierà oggi, 15 settembre. In caso di condanna egli rischia la pena detentiva e la rovina personale a causa dell’astronomica spesa di risarcimento per aver “recato danno all’immagine dell’Alto Adige”. Fermo restando che entrambi gli attivisti stanno già sostenendo delle ingenti spese legali. 

La coltivazione delle mele, diffusa soprattutto nella valle dell’Adige e in Val di Non, porta le province di Bolzano e Trento al triste primato di regione italiana con la maggiore distribuzione di pesticidi.

Le contraddizioni dell’esportazione di pesticidi

Le contraddizioni legate all’uso e all’esportazione di pesticidi, se non sono evidenti, la sveliamo di seguito. Innanzi tutto, l’abbiamo detto, esiste un problema etico alla base di questa attività. Proteggere da sostanze cancerogene gli abitanti dell’Unione Europea soltanto perché in possesso di un documento che ne sancisca la cittadinanza e non farlo con altri esseri umani che hanno semplicemente una nazionalità differente non ha alcun senso logico.

In più, l’Unione Europea importa dai Paesi sopra elencati una grandissima quantità di prodotti agricoli e, quindi, cibo che finisce direttamente sulle nostre tavole. La vendita di pesticidi a queste Nazioni, quindi, ci si ritorcerebbe contro, rappresentando perfettamente quel fenomeno che ormai va di moda chiamare karma.

Infine, vi è sempre il problema del riscaldamento globale che incombe sul pianeta (e sopratutto sui paesi più poveri) ormai da decenni. Il quale ancora non spaventa chi lucra sulla produzione, trasporto, vendita e smaltimento di prodotti che l’hanno causato. Non basta quindi questo infausto fenomeno a minacciare l’ambiente, gli ecosistemi e l’essere umano. I pesticidi non riescono ad uscire dalla scacchiera e si uniscono agli innumerevoli strumenti di tortura cui la Terra è già sottoposta.

Leggi anche: Riscaldamento globale: perché aumenta la temperatura?

L’appello di Federica Ferrario, responsabile campagna agricoltura di Greenpeace Italia, è quindi rivolto all’UE, che deve porre fine a questa ipocrisia vietando per sempre la produzione e l’esportazione di tutti i pesticidi vietati.

L’ambiente minacciato: in Sri Lanka sfiorata la tragedia

https://anchor.fm/lecopost/episodes/Tragedia-sfiorata-in-Sri-Lanka-a-fuoco-una-nave-con-270-mila-tonnellate-di-petrolio-ej9vna

A solo un mese e mezzo di distanza dal disastro ambientale che ha colpito le Mauritius, una nuova tragedia ha rischiato di consumarsi, questa volta, in Sri Lanka. Una petroliera, battente bandiera Panamense, che trasportava 270mila tonnellate di petrolio è rimasta coinvolta in un incendio. Stavolta l’uomo è riuscito risparmiare l’ambiente dall’ennesima marea nera; l’ultima parola agli esperti.

La dinamica dell’accaduto

Intorno alle 8 del 3 settembre nella sala macchine principale della New Diamond è divampato un incendio, a seguito dell’esplosione di una caldaia.

La petroliera, che navigava a 38 miglia nautiche al largo di Sangamankanda Point (ad est dello Sri Lanka), trasportava 270.000 tonnellate di petrolio dal porto di Meena Al Ahmadi in Kuwait al porto di Paradip in India.

Crediti: Sri Lankan Air Force Media

La Marina, l’Air Force, l’Autorità portuale dello Sri Lanka e la Marina e la Guardia costiera indiana hanno lavorato insieme per contenere l’incendio; mentre alcune navi hanno perimetrato l’area, nell’eventualità di una fuoriuscita di petrolio.

Leggi anche il nostro articolo: “Alluvioni estive, la nuova normalità italiana”

Necessario un intervento aereo e navale per poter raffreddare i fianchi della nave e l’utilizzo di acqua e sacchi di polvere chimica secca (DCP), i quali hanno fornito risultati positivi nel soffocare le fiamme a bordo. Un rimorchiatore ha trainato la nave a largo mentre il fuoco veniva domato.

Salvi i 21 membri dell’equipaggio; anche le condizioni di salute del terzo ufficiale di ingegneria della nave, ricoverato all’ospedale Kalmunai dopo aver subito delle lesioni, stanno tornando stabili. 

E’ stato purtroppo confermato che un marinaio filippino a bordo sia rimasto vittima al momento dell’esplosione della caldaia.

Un nemico per l’ambiente

L’incendio sulla nave non ha avuto alcun effetto sulle 270.000 tonnellate di petrolio immagazzinate; sono state adottate le misure necessarie per impedire che l’incendio si propagasse alle strutture di stoccaggio del greggio. Attualmente l’ipotesi di sversamento del carico nell’oceano sembra non sussistere.

Tuttavia, l’Autorità per la protezione dell’ambiente marino è pronta a prendere le misure necessarie per mitigare e gestire il rischio di una possibile fuoriuscita di petrolio in futuro.

Una volta che il petrolio viene immesso nell’ambiente provoca danni, spesso, irreversibili alla fauna e flora locali.

Quasi 100 ore dopo la segnalazione dell’emergenza, la Marina dello Sri Lanka e altre parti interessate sono state in grado di domare l’incendio. Il successo nella gestione di questo disastro ha scongiurato una grave catastrofe marittima.

Sul posto gli esperti

La Marina indiana e le squadre di salvataggio sono salite a bordo della nave in difficoltà e ne ispezioneranno l’interno.

Sebbene l’incendio sia stato completamente spento, esiste la possibilità che si ripresenti a causa dell’elevata temperatura all’interno della nave e delle condizioni dell’ambiente circostante. Pertanto, la Marina dello Sri Lanka è in massima allerta ed è pronta per qualsiasi emergenza.

Leggi anche il nostro articolo: “Disastro alle Mauritius: in mare mille tonnellate di petrolio”

Nel frattempo, una squadra di 10 esperti britannici e olandesi, tra cui esperti di operazioni di salvataggio, valutatori e un consulente legale, sono arrivati in Sri Lanka il 7 settembre in mattinata. Il team di esperti valuterà i danni arrecati alla nave. 

Di conseguenza, i procedimenti riguardanti quest’ultima saranno decisi in base alle loro raccomandazioni.

Il recente dramma delle isole Mauritius

 Il cargo giapponese Mv Wakashio, incagliato dal 25 luglio su una barriera corallina al largo di Mauritius con 4.000 tonnellate di petrolio, si è spezzata in due dopo averne perse oltre 1.000. L’ambiente circostante sta pagando il caro prezzo dell’ennesima incuria umana.

IL 25 luglio 2020 l’ambiente ha ricevuto un duro colpo da parte dell’incuria umana; perdendo, forse per sempre, un’ecosistema unico al mondo.

Le squadre di salvataggio hanno fatto di tutto per pompare le restanti 3.000 tonnellate di petrolio dalla nave. Il governo di Mauritius ha annunciato che chiederà all’armatore e all’assicuratore una compensazione per i danni. La giapponese Nagashiki Shipping si è detta disponibile a pagare eventuali danni. 

Jasvin Sok Appadu del ministero della pesca di Mauritius ha dichiarato che:

“Finora 38 carcasse di delfini son state portate a riva sulle spiagge. I risultati dell’autopsia chiariranno meglio la situazione”.

L’estrazione ed il trasporto del petrolio da parte dell’uomo hanno più volte stravolto e distrutto interi ecosistemi; la totale ripresa di questi ultimi non sempre è scontata. Ora più che mai è essenziale che l’umanità faccia i conti con una realtà senza petrolio. La strada è lunga e probabilmente gli interessi verranno prima del buon senso.

Urge un cambiamento ed una presa di coscienza collettiva, solo così si potrà aspirare al cambiamento.

Alluvioni estive, la nuova normalità italiana

Alluvioni_estive_cartello

Tanto tuonò che piovve. Ci siamo ormai abituati, ahinoi, alle alluvioni estive nel nostro Paese. Solo nelle ultime settimane possiamo ricordare una bomba d’acqua a Milano, con esondazione del Seveso (24 luglio), il nubifragio a Verona (23 agosto) e l’allagamento a Cortina d’Ampezzo (24 agosto). Il trend, però, non è certo iniziato in questo poco fortunato 2020.

Il maltempo è conseguenza del cambiamento climatico

La Coldiretti, l’associazione dei coltivatori diretti, monitora costantemente l’andamento delle condizioni meteorologiche italiane. A detta loro, nel nostro Paese, si verificherebbero violenti temporali durante la stagione estiva ormai in maniera costante. Nella bella stagione 2020 che si appresta a terminare, in Italia, ci sarebbe stata la non invidiabile media di ben 3 grandinate ogni giorno.

“Siamo di fronte alle evidenti conseguenze dei cambiamenti climatici. Anche in Italia l’eccezionalità degli eventi atmosferici è ormai la norma. La tendenza alla tropicalizzazione del clima si manifesta con una più elevata frequenza di manifestazioni violente, sfasamenti stagionali, precipitazioni brevi e intense ed il rapido passaggio dal sole al maltempo. Ciò compromette le coltivazioni con costi per oltre 14 miliardi di euro, in un decennio, tra perdite in produzione agricola nazionale e danni a strutture e infrastrutture nelle campagne.” L’associazione dei coltivatori ha spiegato così il suo rapporto annuale relativo all’estate 2020. In questa specifica fase stagionale – l’estate è un periodo chiave per numerose coltivazioni – è proprio la grandine il nemico più temuto.

Alluvioni estive e fenomeni estremi portano a estremi danni

L’elaborazione di Coldiretti muove da dati ESWD, European Severe Weather Database, e i risultati dati sono piuttosto preoccupanti per l’indotto del settore agricolo. La raccolta estiva della frutta, infatti, rischia di essere pesantemente minata dall’insorgenza di fenomeni atmosferici così estremi. Anche la vendemmia è in procinto di cominciare e si corre il rischio di perdere fino a un anno intero di lavoro qualora i fenomeni lambissero le vigne.

Naturalmente, per il benessere delle colture le precipitazioni sono necessarie, l’acqua è vita come ben sappiamo e la siccità è un pessimo nemico dell’agricoltura. La pioggia però occorre in maniera costante. Non è salutare avere periodi con precipitazioni nulle e poi nubifragi che ricordino le cataratte del cielo di biblica memoria. I forti temporali sono una minaccia poiché le precipitazioni violente causano frane e smottamenti. In un Paese dall’altissimo rischio idrogeologico come la nostra Italia, le alluvioni estive sono una calamità rilevante.

“I cambiamenti climatici con precipitazioni sempre più intense e frequenti, le bombe d’acqua che si abbattono su un territorio fragile per via della cementificazione e dell’abbandono sono una minaccia. Sono saliti a 7252 i comuni italiani a rischio frane e/o alluvioni secondo le elaborazioni Coldiretti su dati ISPRA. Si tratta del 91,3% del totale” precisa la stessa associazione di coltivatori.

Alluvioni_estive_strada

Un nuovo contesto climatico

L’Italia del Nord è stata falcidiata dal maltempo, negli ultimi giorni, e le alluvioni estive hanno portato danni ingenti e disperso persone. Grandine, pioggia e smottamenti si sono susseguiti a Milano, in Valtellina, nell’alessandrino, ad Asti e a Casale Monferrato. Il veronese, Mantova, Cremona e la provincia di Belluno sono tutti stati investiti dalle intemperie, così come il vicentino. In luglio una brutta alluvione estiva colpì invece la città siciliana di Palermo. Il nuovo contesto climatico estivo, nel nostro Paese, pare sempre più essere caratterizzato da periodi di caldo rovente proveniente dal deserto del Sahara alternati a fenomeni di estremo maltempo in zone più o meno circoscritte del nostro Paese.

Quando infatti agli anticicloni africani, i quali caratterizzano sempre più spesso la bella stagione nelle nostre regioni, si uniscono correnti atlantiche fresche e instabili; vengono innescati nubifragi, grandinate e alluvioni devastanti, portatrici di conseguenze distruttive, anche a causa della non ottimale condizione delle infrastrutture italiane, spesso sofferenti di scarsa manutenzione quando non proprio abbandonate al più totale disinteresse. Lo scontro tra diverse masse d’aria genera i presupposti necessari alla formazione di imponenti celle temporalesche, capaci di scaricare al suolo ingenti quantità di acqua in pochissimo tempo.

Il surriscaldamento globale potenzia le alluvioni estive

A ciò va aggiunta la nefasta azione che il surriscaldamento globale gioca sulle temperature dei mari. L’innalzamento di queste ultime, infatti, comporta una maggiore evaporazione. Di conseguenza, l’atmosfera si arricchisce sempre più di vapore acqueo, ovvero umidità. Possiamo pensare a questo elemento, come al vero catalizzatore per la formazione dei temporali. L’umidità in atmosfera, infatti, non è che energia potenziale per alimentare forti rovesci. La penisola italiana è circondata dal mare, dunque si trova spesso proprio al centro degli scontri tra masse d’aria calda e fredda, e la zona di conflitto nella quale esse si incontrano subisce l’influenza dell’evaporazione accelerata a causa dell’innalzamento delle temperature planetarie.

Leggi anche: “Earth Overshoot Day 2020 posticipato. È stato il COVID?”

Il nostro pianeta minacciato

Le estati non sono certo terribili solo a casa nostra. Oramai l’intero pianeta ha un problema con il surriscaldamento. Negli scorsi mesi abbiamo avuto 38 gradi a Londra, 40 a Madrid e addirittura 42 a Parigi, senza poi parlare del gran caldo siberiano, senza precedenti. Le alluvioni estive hanno colpito senza alcuna pietà Turchia, Corsica, Ungheria, Repubblica Ceca, Romania, Serbia, Ucraina, Polonia , Bulgaria, Giappone, Bangladesh e l’isola greca di Evian. Per i morti e i dispersi climatici, però, non esiste alcuna università John Hopkins a darci quotidianamente il numero di morti, feriti e dispersi. Sembra chiaro che il mondo reputi più pericolosa la pandemia della ben più insidiosa questione ambientale.

E poi c’è la situazione cinese. Il gigante asiatico è, da giugno, alle prese con una stagione delle piogge che pare infinita. Nella Cina rurale la catastrofe potrebbe essere epocale in termini di danni economici e vite umane perse. Eppure il governo di Pechino preferisce tenere tutto nascosto, insabbiando una vicenda che non farebbe certo buona propaganda. Le cifre che circolano raccontano di 219 morti, 64 milioni di cinesi vittime di esondazioni e, dunque, semisommersi, più di 50mila edifici crollati, 2 milioni di persone evacuate e 5 milioni di ettari di terre coltivate inondati. Le piogge però non accennano a smettere e questi numeri dovranno essere aggiornati.

I responsabili dietro al fenomeno delle alluvioni estive

Non basta però snocciolare dati che ogni estate si fanno più cupi, occorre invertire la tendenza che continua a soffiare sulle vele del surriscaldamento globale, occorre che la società si impegni davvero a cambiare la situazione. I principali responsabili delle alluvioni estive sono gli stessi che stanno alla base del fenomeno dell’innalzamento del clima a livello globale: gli uomini.

Leggi anche: “Disastro alle Mauritius: in mare mille tonnellate di petrolio.”

Alluvioni_estive_fenomeni_estremi_montaggio

Alluvioni estive e danni climatici, quali sono le colpe dell’uomo

La mano dell’uomo gioca un ruolo di assoluto primo piano nella propagazione e prosperazione dei fenomeni atmosferici estremi. La distruttività delle alluvioni estive, ad esempio, si deve a gravi mancanze ambientali che da tempo vengono messe in risalto da geologi e ambientalisti: la latitante manutenzione di sponde e argini fluviali, la selvaggia cementificazione dei letti e delle aree ad essi adiacenti, le canalizzazioni forzate, tutte queste operazioni condotte dall’uomo portano a un serio dissesto idrogeologico. È stato calcolato che in Italia si consumino ogni giorno circa 90 ettari di suolo. È naturale che, se aggiungiamo a questi dati il surriscaldamento globale, ci accorgiamo bene di quale sia la strada che stiamo percorrendo.

Degrado ecologico e innalzamento delle temperature non sono una buona accoppiata. Dobbiamo sforzarci di dividerla, eppure, sembra che la comunità umana mondiale sia piuttosto lieta di questo metaforico fidanzamento, tanto che continua a rafforzarlo, comportandosi in maniera sbagliata, incurante della salvaguardia ambientale. Se vogliamo evitare altri articoli che parlano di alluvioni estive e delle loro brutte conseguenze, occorre agire in fretta.

Due anni dal primo sciopero di Greta. L’ambientalismo è passato di moda?

ambientalismo-Greta
Ascolta l’articolo cliccando qui sopra

Il 20 agosto 2018, Greta Thunberg, una ragazza allora quindicenne, si sedette per la prima volta davanti al parlamento svedese con un cartello che recitava: “Sciopero per il clima”. È stato l’inizio di un’enorme ondata di mobilitazione ecologista. Per un anno e mezzo i ragazzi di tutto il mondo hanno riempito le piazze con cartelli, canti, flash-mob, costringendo la politica a fare i conti con le nuove istanze delle giovani generazioni. Anche le aziende hanno captato il cambiamento e da qualche tempo non c’è pubblicità che non abbia al suo interno qualche riferimento ambientale. Eppure, la pandemia ha radicalmente rallentato l’onda verde e ha drasticamente rivolto altrove l’attenzione del pubblico. Che cosa rimane dunque delle battaglie di questi due anni? È già ora di relegare questo capitolo di ambientalismo in uno dei cassetti della storia? O ci sono speranze che qualcosa sia davvero cambiato?

Il fenomeno Greta. L’ambientalismo e le giovani generazioni

Ricordo ancora il mio primo sciopero a Torino. Era il 1° febbraio 2019 e avevo sentito che alcuni studenti si ritrovavano per protestare per il clima. La cosa che mi stupì di più arrivando in Piazza Castello fu l’età media dei ragazzi, 16-18 anni, e il loro profondo livello di informazione riguardo la crisi climatica. Eravamo in 15 quel giorno, ma mi raccontarono che cinque di loro facevano la stessa cosa già da dicembre, imitando la ragazza svedese fino ad allora poco conosciuta. Greta Thunberg aveva infatti già rilasciato qualche discorso ma solo gli esperti di ambientalismo le avevano prestato davvero attenzione.

A mio parere, sarebbe certamente riduzionistico credere che i milioni di studenti scesi in piazza nei mesi successivi siano riconducibili in toto al cosiddetto “effetto Greta”. Certamente la giovane attivista svedese ha il merito di aver creato una tattica nuova e vincente. Saltare la scuola è una scelta radicale, che suscita dubbi e costringe dunque a chiedersi le motivazioni di tanta determinazione. Allo stesso tempo però, è bene riconoscere che gli scioperi per il clima hanno avuto successo perché la popolazione giovanile era pronta a esprimere una sensibilità ambientale che non si vedeva dai movimenti ecologisti degli anni ‘70.

Leggi il nostro articolo: “Lo sciopero per il clima? Non è solo una scusa per saltare la scuola”

Due anni di attivismo ambientale e l’arrivo della pandemia

Nei mesi successivi Torino è diventata una delle più attive città italiane in campo ambientale, grazie anche al coinvolgimento di importanti esperti quale Luca Mercalli e ai contatti instaurati fra i giovani attivisti e i loro colleghi europei. Roma, Milano, Napoli, Firenze, fino ad arrivare alle città più piccole, sono state travolte dal passaparola mediatico di Fridays For Future. Il 15 marzo 2019, durante il primo sciopero globale per il clima, un milione di giovani italiani ha invaso le piazze per reclamare il diritto al futuro. Sono seguiti altri tre scioperi globali e gli slogan sono diventati veri e propri sit-in; ogni venerdì è stato dedicato ad un aspetto specifico della crisi climatica, come il ruolo delle multinazionali o della fast fashion, la scarsità idrica o la solidarietà per gli incendi in Amazzonia. L’ambientalismo in Italia non era stato così attivo da decenni.

Il quinto sciopero globale per il clima era previsto per il 24 aprile 2020, ma a causa del lockdown è stato modificato in versione online. È innegabile che le piazze piene, così come erano state fino a gennaio, abbiano sortito tutt’altro effetto rispetto a un hashtag condiviso sui social. Così come è innegabile che la pandemia nel suo insieme abbia radicalmente ridotto l’attenzione mediatica rivolta alla crisi ecologica. Ciò è avvenuto nonostante tantissimi studi abbiano nel frattempo confermato che l’espansione di nuovi virus, quale appunto il Covid-19, sia strettamente legata al peggioramento delle condizioni climatiche. A poco sembrano essere servite tutte le riflessioni positive e propositive nate in quarantena, quando gli animali hanno invaso le città silenziose e la natura trionfava di fronte a una società “messa in pausa”.

I risultati ottenuti. Una moda o un cambiamento tangibile?

Il virus, con la sua imprevedibilità e il carico di novità senza precedenti che ha portato con sé, ha conquistato il primo posto di tutti i TG e delle discussioni interpersonali. Di fatto, dalla fine del lockdown l’ambientalismo sembra essere stato relegato in un cassetto, come se fosse finita ormai una moda, una tendenza, spazzata via dalla prioritaria emergenza sanitaria, con buona pace delle multinazionali che ora non dovranno più sforzarsi di attuare strategie di greenwashing per ingannare i clienti. Resta quindi da chiedersi: questi due anni hanno fatto davvero la differenza? O la pandemia ha solamente aiutato a spazzare via tutto? L’ambientalismo è già passato di moda?

Guardando la panoramica generale e i dati delle maggiori statistiche a riguardo, si può affermare che l’onda verde abbia senza dubbio contribuito a modificare l’agenda politica del mondo e le abitudini della popolazione. Un gruppo di ricerca del UK Centre for Ecology and Hydrology ha analizzato le parole chiave delle ricerche online. Ne è emerso che le espressioni “azioni climatica” e “emergenza climatica” sono cresciute di 20 volte nel 2019, soprattutto grazie agli scioperi per il clima e alle proteste di Exctinction Rebellion. Il Dr. Thackeray ha voluto sottolineare che ad un aumento delle ricerche ha corrisposto l’evoluzione del linguaggio: i termini “emergenza” o “crisi climatica” hanno sostituito le espressioni standard come “cambiamento climatico” e “riscaldamento globale”. Più in generale, la copertura dei media nei confronti dell’ambientalismo e delle proteste ad esso correlate sono duplicate dalla metà del 2018.

Leggi il nostro articolo: “Perché la crisi climatica non sembra un’emergenza”

La pandemia potrebbe aver favorito l’ambientalismo

Un altro studio rilasciato dalla BBC ritiene che la pandemia potrebbe nel suo insieme aver aiutato la causa dell’ambientalismo. Infatti, durante il periodo di costrizione in casa, molte persone hanno attuato dei cambiamento radicali nel proprio stile di vita, fra cui per esempio la necessità di rinunciare ai viaggi di lunga distanza e la possibilità di lavorare in smartworking. Questa riduzione globale del movimento ha portato al più grande crash di consumo di combustibili mai registrato nella storia. Ma non solo. La professoressa Elise Amel dell’ Università di St Thomas ha fatto notare che molti atteggiamenti sostenibili intrapresi durante il lockdown, sebbene adottati a causa del virus e non per un diretto amore per l’ambiente, potrebbero perdurare anche in futuro.

Si attuerebbero quindi degli effetti “spillover”, per cui grazie a un’attenzione nata da un obbligo ne deriverebbe un’abitudine permanente e un cambiamento più radicale. Lo smartworking è solo l’esempio più lampante, ma lo studio si riferisce anche al ritorno al turismo locale e al bisogno individuale di riconnettersi con la natura. Lo studio sottolinea però che questi cambiamenti individuali avranno senso solo se la politica e le industrie faranno la loro parte. In questo senso, la ricerca chiarisce che l’opinione pubblica è fortemente schierata per una ripresa economica che sia anche sostenibile dal punto di vista ambientale. Dai dati Ipsos di maggio 2020 si evince che il 75% delle persone analizzate in 16 paesi si aspetta che i propri governi considerino l’ambiente una priorità nei recovery plans post-Coronavirus.

ambientalismo
Intervista Ispos Mori che chiedeva ai partecipanti se il proprio governo dovesse considerare l’ambiente una priorità nei piani di ripresa post-Covid. Fonte: Ipsos 2020

Il bilancio di Greta: “Il mondo oggi nega ancora”

Nonostante questi dati positivi, Greta Thunberg ha dichiarato di essere parecchio delusa. Il divario fra quello che si sta facendo e ciò che sarebbe necessario è ancora molto ampio. Ecco infatti che cosa ha dichiarato al Guardian, in una lettera scritta con tre colleghe attiviste alla vigilia dell’incontro con la consigliera Angela Merkel:

Guardando indietro, sono successe molte cose. Milioni di persone sono scese in strada per unirsi alla lotta decennale per la giustizia climatica e ambientale. E, il 28 novembre 2019, il Parlamento Europeo ha dichiarato l’emergenza climatica. Ma in questi stessi due anni, il mondo ha anche emesso più di 80 gigatonnellate di CO2. Abbiamo visto continui disastri naturali prendere piede in tutto il mondo: incendi, ondata di caldo estremo, uragani, alluvioni, tempeste, lo scioglimento del permafrost e il collasso di ghiacciai e interi ecosistemi. Molte vite e mezzi di sussistenza sono andati persi. E questo è solo l’inizio.

Oggi, i leader di tutto il mondo parlano di “crisi esistenziale”. L’emergenza climatica è discussa in innumerevoli commissioni e Summit. Sono stati posti obiettivi, sono stati fatti grandi discorsi. Eppure, quando si tratta di agire, siamo ancora in uno stato di negazione. La crisi climatica non è mai stata trattata come una crisi. Il divario fra quello che dobbiamo fare e quello che si sta effettivamente facendo continua ad ampliarsi. Concretamente, abbiamo perso altri due anni cruciali di inazione politica”.

Cultura: la chiave dell’ambientalismo. Le nuove mobilitazioni in programma

Forse è ancora troppo presto per redigere bilanci. Cambiamenti di questo genere necessitano anni per essere metabolizzati. Inoltre, la chiusura delle scuole e di tutti i progetti legati al mondo dell’associazionismo ha sicuramente inciso negativamente in questi mesi. Ricordiamo infatti che è la cultura, in tutti i luoghi in cui essa viene declinata, a fare davvero la differenza. Intanto, possiamo prendere con positività i dati sopra riportati e sperare che siano i semi di un cambiamento che deve ancora del tutto iniziare.

ambientalismo-Fridays

Vogliamo inoltre segnalare che i ragazzi di Fridays For Future non sono per nulla spariti: per il prossimo weekend c’è in programma una manifestazione in alta montagna per alzare l’attenzione sulla crisi climatica e sullo scioglimento dei ghiacciai. Invitiamo tutti i lettori a riprendere nuovamente la via della mobilitazione e dell’informazione, sottolineando che la pandemia non è stata una parentesi o la fine di un capitolo, bensì la più ampia manifestazione che la crisi climatica è qui e ora.

Leggi il nostro articolo: “Trivellazioni in Alaska e incendi in California: l’incubo americano”

Earth Overshoot Day 2020 posticipato. È stato il Covid?

Ascolta l’articolo cliccando qui sopra

L’Earth Overshoot Day quest’anno è caduto il 22 agosto. Anche se con quasi un mese di ritardo rispetto al 2019, l’umanità ha consumato del tutto le risorse annuali disponibili sul Pianeta. Alcuni studiosi ipotizzano che questo ritardo sia da attribuire al blocco totale di alcuni mesi imposto dal Covid-19; il quale avrebbe ridotto il consumo di risorse e diminuito l’impronta ecologica annuale dell’umanità.

Earth Overshoot Day: cos’è ?

Anche detto Ecological Debt Day (EDD), l’Earth overshoot day indica, attraverso un calcolo preciso, il giorno nel quale l’umanità consumerà interamente le risorse prodotte dal Pianeta nell’intero anno.

Si stima che, procedendo ai ritmi attuali, intorno al 2050 l’umanità avrà consumato il doppio delle risorse prodotte dalla Terra.

L’EOD segna la data in cui la domanda dell’umanità di risorse e servizi ecologici, in un dato anno, supera ciò che la Terra può rigenerare in quel medesimo arco di tempo. Manteniamo questo deficit liquidando le scorte di risorse ecologiche e accumulando rifiuti, principalmente anidride carbonica nell’atmosfera.

Il concetto di Earth Overshoot Day è stato concepito da Andrew Simms del think tank britannico New Economics Foundation.

Come viene calcolato?

Il Global Footprint Network si occupa di calcolare il giorno definito come Earth Overshoot. Il calcolo è dato dal rapporto tra la biocapacità del Pianeta, ossia l’ammontare di tutte le risorse che la Terra è in grado di generare annualmente, e l’impronta ecologica dell’umanità, ossia la richiesta totale di risorse per l’intero anno.

Leggi anche il nostro articolo: “Trivellazioni in Alaska e incendi in California: l’incubo americano”

In questo modo otteniamo la frazione dell’anno per la quale le risorse generate riescono a provvedere al fabbisogno umano. Infine moltiplicando per il numero di giorni in un anno si ottiene la data dell’Earth Overshoot Day.

  • {\displaystyle BIO} = biocapacità annuale del pianeta Terra;
  • {\displaystyle HEF} = impronta ecologica annuale dell’umanità

{\displaystyle EOD={\frac {BIO}{HEF}}\times 365}

Il Covid rallenta il consumo delle risorse?

Secondo i ricercatori, la velocità con cui l’umanità consuma le risorse della Terra è diminuita drasticamente quest’anno a causa della pandemia da Covid-19. Di conseguenza, l’Earth Overshoot Day è tornato indietro di oltre tre settimane dal 29 luglio 2019 al 22 agosto di quest’anno.

Secondo uno studio condotto da Global Footprint Network, un’organizzazione di ricerca internazionale, il quasi totale stop indotto dal Covid-19 ha portato ad una riduzione del 9,3% dell’impronta ecologica dell’umanità rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Tuttavia, per continuare a consumare risorse ecologiche al nostro ritmo attuale, avremmo ancora bisogno dell’equivalente di 1,6 Terre .

L’Earth Overshoot Day è solo un modo per illustrare la portata della sfida biologica che dobbiamo affrontare. Sebbene i dati di quest’anno siano incoraggianti, è necessario che vengano compiuti ulteriori progressi e studi.

Lo spostamento di tre settimane tra le date dell’Earth Overshoot Day nel 2019 e nel 2020 rappresenta il più grande spostamento di un anno da quando è iniziato”l’overshoot” globale negli anni ’70. Da allora, l’aumento della popolazione mondiale e l’aumento dei livelli di consumo pro capite hanno visto l’Earth Overshoot Day spostarsi all’inizio dell’anno, con la data che tocca luglio per la prima volta nel 2019.

Parlano gli esperti

David Lin, che guida il team di ricerca dietro l’Earth Overshoot Day, ha spiegato:

“Quest’anno è stato particolarmente difficile perché volevamo dare un’indicazione di come il Covid-19 abbia influenzato i risultati del 2020 “.

La ricerca di Lin ha rilevato che c’è stato un forte calo delle emissioni di CO2 (del 14,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente).

Leggi anche il nostro articolo:”Disastro alle Mauritius: in mare mille tonnellate di petrolio”

Mike Childs, responsabile delle politiche di Friends of the Earth, ha avvertito che:

“Il miglioramento di quest’anno nel modo in cui utilizziamo le nostre risorse naturali è dovuto esclusivamente al Covid-19 e ai successivi blocchi. A meno che non si verifichi un cambiamento significativo nel modo in cui agiamo, è probabile che la situazione torni alla normalità, o peggio, negli anni successivi “.

Un ritmo insostenibile

La verità è che i ritmi ai quali l’uomo sta sfruttando le risorse disponibili sul Pianeta sono insostenibili. E’ essenziale che avvenga una mobilitazione mondiale verso un diverso tipo di utilizzo delle risorse.

Abbattiamo intere foreste per il legname e per creare ampie zone da pascolo, svuotiamo i nostri mari ed oceani senza dar tempo alla fauna di potersi rigenerare; scarnifichiamo la terra per appropriarci dei suoi minerali e pietre preziose, che alimentano lo sfruttamento umano, abbattendo ogni tipo di diritto.

La realtà dei fatti è che dobbiamo rivoluzionare le nostre vite, guardando al reale utilizzo delle risorse quotidiane e capacitandoci di quanto ognuno di noi effettivamente possa impattare sul Pianeta.

L’Ecopost ha provato a calcolare la propria impronta ecologica e, a malincuore, siamo venuti a conoscenza che servirebbero almeno 2 terre per permetterci di mantenere invariati i nostri stili di vita.

Dato il massiccio ed eccessivo uso delle risorse biologiche del pianeta, le nostre economie sono ora limitate dalla disponibilità della biocapacità della Terra. Per assicurarci di avere un pianeta sano che possa supportarci ora e in futuro, è necessario ridurre la domanda “umana” e mantenere vitale il nostro Pianeta.

Il passato non determina necessariamente il nostro futuro. Le nostre scelte attuali sì. Attraverso decisioni sagge e lungimiranti, possiamo ribaltare le tendenze del consumo di risorse naturali migliorando al contempo la qualità della vita di tutte le persone.

Se siete curiosi di scoprire la vostra “Ecological Footprint” vi rimandiamo al seguente sito.

Trivellazioni in Alaska e incendi in California: l’incubo americano

trivellazioni in alaska
Ascolta l’articolo cliccando qui sopra

Il 2020 non è decisamente l’anno migliore in cui esistere, né per il genere umano, né per il pianeta. Le emergenze si susseguono e si sommano a processi più duraturi e profondi di cambiamento. Per questo, mai come ora, è necessario mettere in pratica nuovi approcci, specialmente in campo climatico. Negli Stati Uniti il Presidente Trump sembra essere di tutt’altro avviso. La decisione di dare il via libera alle trivellazioni in Alaska onshore nella riserva Arctic National Wildlife Refuge e la situazione drammatica degli incendi in California creano una combinazione pericolosa. Il sogno americano si è trasformato in un incubo.

Le trivellazioni in Alaska: si cerca ancora l’oro nero

L’idea di una transizione verso energie verdi non è una priorità dell’amministrazione repubblicana. Il Green New Deal, un’idea malsana. Perché, allora, non riportare in auge un progetto controverso degli anni ’70? La possibilità di trivellare la riserva in Alaska è una mossa strategica a pochi mesi dalle elezioni, perché porterebbe, a livello economico, denaro e posti di lavoro.

Ma quale prezzo si è disposti a pagare? A livello ambientale, l’impatto è disastroso.

Sono trascorsi solamente due mesi dalla registrazione di temperature record nell’Artico: 38°C, venti in più della media stagionale. La zona è già colpita dalle conseguenze del cambiamento climatico. Un’ulteriore perforazione del terreno provocherebbe l’acuirsi del riscaldamento. L’accelerazione dello scioglimento del ghiaccio metterebbe a rischio le specie animali, molte delle quali già in pericolo d’estinzione.

Trivellazioni in Alaska: la voce del Pentagono

Dal Pentagono assicurano la sostenibilità dell’operazione. Il piano è stato firmato da David L. Bernhardt, responsabile degli Affari Interni. Il deputato Don Young ha affermato che è stato un grande giorno «non solo per gli abitanti dell’Alaska, ma per l’indipendenza energetica americana.» Rivendicando il ruolo decisivo di questa amministrazione, ha poi aggiunto che migliaia di cittadini dello Stato settentrionale sono impegnati nell’industria petrolifera, «e il loro sostentamento dipende dai lavori ben retribuiti creati dalle riserve nazionali.» In un periodo di crisi economica, una possibilità in più che il tycoon venga votato a novembre.

Nel dicembre 2018, è arrivato il via libera per le trivellazioni in Alaska. L’Ufficio che si occupa del management territoriale ha accettato il piano che riguarda la costa. Secondo le informazioni a loro pervenute, non ci sarebbe alcun tipo di pericolo. Le aree saranno messe in vendita in due volte: 400mila acri (161mila ettari) entro dicembre 2021, altrettanti entro la fine del 2024.

Le trivellazioni onshore in Alaska hanno coseguenze devastanti per la flora e la fauna. Questa apertura viene messa in atto in un momento delicato per gli Usa, che stanno affrontando

Trivellazioni in Alaska simbolo l’incubo americano

Così, per avere un riscontro sul breve periodo, si mette a rischio l’intero ecosistema, finora protetto. Il piano è devastante per la fauna del luogo. L’impatto ambientale è incisivo: l’inquinamento acustico, la distruzione degli habitat, le fuoriuscite di petrolio concorrono ad alimentare il caos climatico. A sottolineare la negatività della scelta è Kristen Monsell, del Centro per la Diversità Biologica, in un’intervista alla BBC.

Lo stress provocato dalla presenza umana ha conseguenze sul comportamento degli animali, che si vedono costretti a cambiare zona e abitudini. La riserva è un luogo idilliaco per molte specie di uccelli e di mammiferi, tra cui l’orso polare. L’ingestione di petrolio o il contatto con esso portano a irritazioni cutanee, avvelenamento e, talvolta, alla morte di questi esemplari, sempre più a rischio.

Leggi anche: “Estinzione: a rischio orsi polari e squali”

«Qualsiasi compagnia petrolifera che intenda trivellare l’Arctic Refuge dovrà affrontare enormi rischi reputazionali, legali e finanziari», ha avvertito Adam Kolton, direttore dell’Alaska Wilderness League. In realtà, le possibilità che la decisione venga sospesa o ritardata sono remote, anche se dovesse vincere Joe Biden. L’area di 7,7 milioni di ettari, dichiarata area protetta federale nel 1980 e preservata dal Presidente Obama nel 2016, può diventare il luogo dell’ennesima catastrofe ambientale.

Leggi anche: “Disastro alle Mauritius: in mare mille tonnellate di petrolio”

Dal ghiaccio al fuoco: gli incendi divampano in California

Se si salpasse dall’Alaska e si proseguisse verso sud, il paesaggio cambierebbe radicalmente. Ci si lascerebbe alle spalle il ghiaccio, e si intravedrebbero le coste del Canada e poi, nuovamente, degli Stati Uniti: Washington e Oregon. La West Coast, fino in California. Qui, l’inferno. Ormai, siamo assuefatti dalle immagini delle fiamme che divampano e distruggono. Sembrano eventi da elencare in un notiziario. Invece, è necessario mantenere vivo lo sdegno per situazioni pericolose per la flora, la fauna e il genere umano.

La politica dovrebbe essere cosciente e agire in modo mirato. Ma non è così. Joseph Goffman, direttore esecutivo del programma di Giurisprudenza ambientale a Harvard, ha affibbiato al presidente Trump l’appellativo di nichilista climatico. Alla prova dei fatti, ha smantellato il piano di Obama, scegliendo di recedere dall’Accordo di Parigi sul clima e puntando sui combustibili fossili. Le conseguenze sono evidenti.

Leggi anche:”Gli incendi che stanno devastando la California”

«L’inferno è qui»: cosa succede in California

Sul sito di CalFire, l’autorità antincendio dello Stato della California, si può monitorare la situazione in tempo reale. I dati riportati rivelano una condizione poco rassicurante. Nel solo 2020, sono stati bruciati oltre 670mila ettari di terreno, con più di 7000 incidenti. Sette persone hanno perso la vita e più di 3000 strutture sono state danneggiate o distrutte.

La stagione degli incendi è conseguenza naturale della conformazione paesaggistica dello Stato americano. Nonostante ciò, bisogna sottolineare come, quest’anno, sia iniziata prima e si stia prolungando più del previsto. I fattori da tenere in considerazione sono molteplici: una primavera mite e un ridotto strato nevoso hanno velocizzato il processo di scioglimento del ghiaccio, comportando l’avvento anticipato della stagione secca. La scarsità d’acqua ha stressato la fragile vegetazione, che è diventata suscettibile al fuoco.

Colpa del cambiamento climatico?

Quindi, tutto nella norma? Decisamente, no! Questa situazione «è difficile persino da immaginare» ribatte Daniel Swain, scienziato climatico dell’Università della California, intervistato dal The Guardian. Anche se gli incendi di entità più vasta sono sotto controllo, altri piccoli focolai si espandono e cambiano comportamento repentinamente.

Le cause degli incendi sono complesse. Non c’è dubbio che il cambiamento climatico ne aumenti il rischio. In una ricerca condotta da Swain e altri esperti, le conclusioni sono chiare: l’impronta antropica ha facilitato l’aumento di eventi sempre più intensi. L’88% dei roghi autunnali e il 92% delle aree bruciate in California sono di origine dolosa. Un territorio in cui la le zone aride stanno invadendo anche quelle verdi, non si può credere sia tutto normale.

«Venga qui chi non crede alla crisi climatica» ha annunciato Gavin Newsom, governatore democratico della California, dichiarando lo stato di emergenza.

Leggi anche:” È tempo di proteggere la foresta australiana”

Gli incendi in California stanno tenendo occupati più di 10000 vigili del fuoco.

Non ci resta che…agire!

Temperature record, incendi ingestibili, scelte scellerate per mettere a repentaglio quel poco che siano riusciti a proteggere finora. Non possiamo rimanere indifferenti: essere informati su ciò che accade in Alaska e California è fondamentale. Le trivellazioni onshore mettono a rischio la vita di specie già in pericolo, per scopi economici e tornaconti elettorali. Così, battaglie decennali vengono spazzate via ed esperti e ambientalisti sono tacciati di perseguire chissà quali ambizioni personali.

L’obiettivo è, e rimane, uno: salvare quello che abbiamo e ripristinare ciò che è andato perduto, dall’altra parte dell’oceano…e anche da questa.

Disastro alle Mauritius: in mare mille tonnellate di petrolio

Ascolta l’articolo cliccando qui sopra

Il 25 agosto un’ombra nera si è stagliata sulla splendida e quasi incontaminata isola Mauritius, al largo dell’Oceano Indiano. Una nave cargo che trasportava carburante si è infatti incagliata vicino alla costa, tra i colorati intrecci della barriera corallina. Colori che hanno lasciato il posto alla macchia nera di petrolio che è presto fuoriuscita dalla nave. Questo ha causato a Mauritius un gravissimo disastro ambientale.

Come è avvenuto il disastro alle Mauritius

Mille delle quattromila tonnellate di petrolio presenti sull’imbarcazione si sono infatti riversate nel mare, interessando circa 15 chilometri di costa e causando danni incalcolabili all’ecosistema. Fortunatamente tutto l’equipaggio è stato evacuato prima della frattura e, successivamente, dell‘affondamento.

La nave è infatti stata volontariamente affondata dal team di salvataggio, dopo che questo si è occupato di chiudere la falla della nave spezzata e aspirare tutto il carburante possibile. Motivo? La prua era rimasta “sospesa” sulla barriera corallina. Happy Khambule, responsabile della campagna Clima ed Energia di Greenpeace Africa, aveva avvisato che, tra tutte le opzioni disponibili, questa fosse la peggiore. Affondando la nave infatti si metterebbe a rischio la biodiversità e si contaminerebbe l’oceano con ingenti quantità di tossine derivate da metalli pesanti.

Disastro Mauritius: danni incalcolabili

In più, il 26 agosto sono stati rinvenuti sulle coste dell’isola ben 39 delfini e due balene spiaggiati. La prima ipotesi era ovviamente quella di un soffocamento dovuto al catrame. L’autopsia non ha però rilevato tracce significative di petrolio nell’apparato digerente per confermare questa opzione. Il motivo dello spiaggiamento di un così alto numero di cetacei sulle spiagge di Mauritius, dove nel mese di maggio dell’anno scorso ne erano stati trovati soltanto due, potrebbe essere legato proprio all’affondamento della nave.

L’ambientalista Sunil Dowarkasing afferma che i cetacei sono molto sensibili ai suoni. L’esplosione conseguente all’affondamento della nave potrebbe quindi averli spaventati, portandoli a risalire in superficie troppo velocemente, sperimentando la cosiddetta “malattia da decompressione”, che talvolta colpisce anche i sub. Un’altra opzione è quella per cui alcuni leader del branco, in preda al panico, si siano diretti verso la spiaggia e che gli altri li abbiano seguiti.

Un’economia al collasso

Oltre alle conseguenze più immediate, poi vi sono quelle a lungo termine. Abbiamo già menzionato i danni agli ecosistemi marini, già in grave pericolo. A causa del riscaldamento globale e dell’acidificazione degli oceani, i coralli ancora “in vita” nell’isola Mauritius si sono ridotti del 70% tra il 1997 e il 2007. Moltissimi pesci, uccelli dipendono quasi totalmente dalla barriera corallina per sopravvivere. Per gli abitanti delle Mauritius, di conseguenza, è una fruttuosa fonte di cibo, commercio e turismo.

Leggi il nostro articolo “Happy World Reef Day. Persi l’80% dei coralli”

Le spiagge, poi, si sono ridotte di circa 20 metri a causa dell’innalzamento del livello del mare. Dopo questo ulteriore disastro ambientale l’economia dell’isola è realmente sull’orlo del collasso e, ancora una volta, la colpa non è loro bensì delle società più sviluppate. La nave MV Wakashio, neanche a dirlo, era di proprietà giapponese.

Qualche soluzione al disastro di Mauritius

Per il momento si sta cercando di salvare il salvabile. Proprio una settimana prima del disastro è stato pubblicato uno studio in Australia che dimostrava l’efficacia dei capelli umani nell’assorbire il petrolio, Così, attraverso l’ente no-profit Sustainable Salons, sono state donate all’isola 10 tonnellate di capelli, a loro volta messe a disposizione dai parrucchieri australiani aderenti all’iniziativa, con lo scopo di bloccare il flusso di petrolio nel mare.

Poiché l’isola vicina a Mauritius, Reunion, è sotto giurisdizione francese, il presidente Macron ha inviato un aereo militare con attrezzature per monitorare l’inquinamento, oltre che una nave a supporto. Anche il governo di Tokyo invierà una squadra di esperti per soccorrere l’ambiente e gli abitanti dopo il disastro. Nella giornata di sabato, poi, centinaia di persone sono scese in piazza nella capitale di Mauritius Port Luis per chiedere che sia aperto un processo per trovare il colpevole dell’accaduto ed avere così giustizia. Per il momento solo il capitano della nave e il suo secondo sono stati arrestati.