La (non) riforma della PAC: il fallimento è servito

https://anchor.fm/lecopost/episodes/LUE-si-contraddice–Il-voto-sulla-PAC-mette-gi-a-rischio-il-Green-New-Deal-elj5u6

Il Parlamento europeo ha votato a favore del compromesso sulla riforma della PAC, la Politica Agricola Comune. Partito Popolare europeo, Socialisti e democratici e Renew Europe hanno concordato una riserva di bilancio nei tre regolamenti in discussione durante la sessione plenaria della scorsa settimana. Questo voto è fondamentale per capire il futuro della transizione ecologica del Green Deal, proposto dalla Presidente della Commissione Europea, Ursula Von der Leyen. Osservare come verranno spesi i 350 miliardi di euro del prossimo bilancio settennale, un terzo dei fondi complessivi dell’UE, è importante. Greenpeace ha sentenziato la votazione, definendola come una “condanna a morte per le piccole imprese e la natura”.

Leggi anche: “From Farm to Fork: nuova strategia UE su agricoltura e alimentazione”

Nascita della PAC e obiettivi

Finita la seconda guerra mondiale, la scarsità alimentare dovuta alle conseguenze belliche incideva pesantemente sulla qualità della vita della popolazione europea. Garantire uno standard sufficiente a livello nazionale non risultava adeguato al risanamento dell’intero continente. Così, si decise di inserire l’agricoltura nelle competenze della Comunità Economica Europea. I target vennero sanciti nel Trattato di Roma del 1957.

Durante la Conferenza di Stresa, dal 3 al 12 luglio 1958, si gettarono le basi operative della PAC. Si decise che l’agricoltura dovesse essere considerata parte dell’economia, in modo da aumentare gli scambi intracomunitari. Riequilibrando il rapporto fra domanda e offerta agricole, si poteva consolidare il legame tra politica di mercato e politica del mercato agricola. Infine, evitando fenomeni di sovrapproduzione, sarebbe stato più facile assicurare all’agricoltura un livello di remunerazione dei capitali come negli altri settori.

Entrò in vigore nel 1962, con l’obiettivo di approvvigionare i cittadini e fornire i giusti standard di vita ai contadini, garantendo l’autosufficienza alimentare. Le sue finalità erano incentrate sull’incremento della produttività, sviluppando progresso tecnico e assicurando lo sviluppo razionale della produzione.

La policy sottostava a tre principi fondamentali. Il primo era il mercato comune, per poter commerciare all’interno dei confini comunitari beni come farina, riso, grano, zucchero, carne, vino e alcuni tipi di frutta e di verdura. Il secondo venne identificato nella preferenza o priorità comunitaria. Nel caso in cui ci fosse stato un surplus di offerta, con conseguente discesa dei prezzi, la Comunità Europea avrebbe aiutato l’equilibrio attraverso un aumento delle scorte. Infine, si stabilì la solidarietà comunitaria. Per fare ciò, si creò un Fondo europeo agricolo di orientamento e garanzia (FEOGA), così da permettere un’organizzazione meticolosa delle risorse a disposizione.

Scontri sulla PAC

Le intenzioni della PAC si scontrarono quasi subito con la frammentazione nazionale sulle politiche agricole.

Secco Leendert Mansholt, definito uno dei padri della PAC, in un suo intervento del 1970, spiegò questa differenza marcata: «sul piano nazionale, gli Stati dispensano denari che non servono a nulla, per creare imprese così piccole che condannano i propri coltivatori alla miseria mentre si espandono gli altri settori dell’economia e si accresce il livello di vita di altre categorie della produzione.

Sono stati citati esempi a sufficienza: uno Stato sovvenziona la costruzione di stalle per quindici bovini, quando una azienda redditizia deve contare su almeno quaranta capi; altri accordano facilitazioni per l’acquisto di trattori, quando la maggioranza dei trattori europei sono impiegati a poco più della metà della loro capacità reale; si sovvenziona l’acquisto delle mietitrebbie, quando il paro esistente non è utilizzato, in media, che per un terzo della sua capacità reale.»

Innumerevoli (e fallimentari) tentativi di riforma della PAC

E fu con il cosiddetto Piano Mansholt del 1968 che queste contraddizioni vennero definite chiaramente. La pubblicazione, nominata Memorandum sulla riforma dell’agricoltura nella Comunità economica europea, aveva lo scopo di riformare in modo incisivo la PAC. Da una parte, si impegnava a operare una revisione della politica di sostegno dei mercati agricoli; dall’altra, chiedeva la messa in atto di politiche socio-strutturali, per permettere a tutti gli operatori del settore di godere delle stesse opportunità lavorative e di crescita. Il suggerimento di tagliare il sostegno dei prezzi sollevò numerose critiche, tanto che il progetto venne accantonato, lasciando immutato, per tutti gli anni ’70, l’equilibrio precario su cui si mantenevano le aziende.

Non fu l’unico tentativo. Il varo del Piano Delors nel febbraio 1987 assunse un importante significato. La ratifica dell’Atto Unico, avvenuta poco tempo prima, ridava slancio alla riforma della PAC, prefiggendosi di contenere la spesa, riformare i fondi e aumentando le risorse proprie del bilancio comunitario. Mercato comune e PAC furono riassunti compresi in un più vasto pacchetto di riordino, visto l’allargamento. Affrontare le disuguaglianze regionali era necessario per aumentare la produttività e il benessere di tutto il territorio comunitario.

La riforma Fischler della PAC del 2003

La multifunzionalità, intesa come una visione ad ampio raggio di conservazione ambientale e sviluppo rurale, divenne il fulcro della nuova riforma, denominata Fischler, del 2003. Essa poneva le basi di una costruzione della PAC, che la rendesse all’avanguardia, prendendo in considerazione i diversi campi strategici di interesse. Non si poteva più prescindere da fattori quali la sicurezza alimentare, la qualità dell’ambiente e il benessere animale. Una revisione metodica degli strumenti, calcolando le conseguenze delle azioni prettamente economiche di un’UE sempre più estesa e influente a livello internazionale.

Lo stesso Commissario Fischler dichiarò durante i dibattiti del 2003 che «[la] comune aspirazione è una politica agricola coerentemente imperniata su obiettivi economici, sociali e ambientali. Questo ideale, che ancora non abbiamo raggiunto, è alla base delle proposte di riforma della Commissione. Non intendo nascondere che esistono divergenze nella valutazione e nella scelta delle misure concrete più opportune e che molti sono gli aspetti ancora da definire.»

Revisione della PAC del 2014

Nel 2014, con l’insediamento della Commissione Juncker, forte delle riforme dell’anno precedente per rendere la crescita più intelligente e inclusiva, sono stati proposti degli obiettivi strategici ancora più ambiziosi. Una produzione alimentare sostenibile, una gestione sostenibile delle risorse naturali e un’azione per il clima, attraverso uno sviluppo territoriale equilibrato sono diventati i perni della nuova riflessione europea.

La linea tracciata doveva essere implementata da strategie più complesse e articolate, adattandosi alle nuove sfide. Il 18 giugno 2018 venivano discusse al Consiglio per l’Agricoltura e la Pesca tre proposte legislative di riforma: i regolamenti sui piani strategici della Politica Agricola Comune e per il mercato comune unico, e la regolamentazione sul finanziamento, il management e il monitoraggio della PAC.

Per ripensare alla funzione della PAC sono stati elencati nove obiettivi per migliorare la qualità degli alimenti, sostenendo la produzione. Tra questi, vi sono il riequilibrio della distribuzione del potere nella filiera, la tutela dell’ambiente e il sostegno generazionale.

Le difficoltà di una vera riforma della PAC

Se ci si limitasse alla valutazione delle istituzioni europee, il quadro sarebbe confortante, se non addirittura positivo. Ma le difficoltà a raggiungere un consenso in sede sovranazionale sono marcate. Ed è per questo motivo che le riforme della PAC sono sempre state complicate da far approvare e poi attuare.

Alcune volte, proposte difficili da un punto di vista di risposta elettorale sono addossate a livello centrale europeo dai governi nazionali. Altri gruppi di interesse spingono perché si attui una legislazione che permetta loro dei benefici. Grandi associazioni nazionali, come quelle presenti in Francia e in Germania, sono riuscite, nei decenni, a imporre le proprie idee, minacciando scontri e disordini.

Se da una parte, però, la questione economica è sicuramente rilevante, dall’altra, le conseguenze dei pagamenti diretti avrebbero causato una rottura all’interno del settore agricolo, che si sentiva costretto ad accettare quelli che sembravano più una misura di welfare, che una di sostegno alla produzione. La realtà si dimostrò diversa. Proprio perché esistevano disparità enormi tra le diverse categorie di agricoltori, la nuova distribuzione dei pagamenti avrebbe, almeno in parte, colmato le enormi disuguaglianze tra piccole e grandi aziende.

Come evidenziato dall’Agenzia Europea per l’Ambiente (AEA), “Le due principali sfide cui l’agricoltura si trova a far fronte in Europa sono il cambiamento climatico e il consumo di suolo, ossia la sua conversione, ad esempio, in insediamenti e infrastrutture. Il cambiamento climatico impone l’adattamento delle varietà di colture e determina fenomeni meteorologici estremi e richiede, quindi, una significativa gestione dei rischi. Il consumo di suolo si traduce in una diminuzione dei terreni agricoli, in molti regioni.”

La nuova PAC, in teoria

La proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio, per sostenere i piani strategici che gli Stati Membri devono redigere nell’ambito della PAC, doveva tenere in considerazione vari ambiti. Tra questi, sicuramente garantire la sicurezza alimentare, contribuendo a migliorare la risposta dell’UE alle nuove esigenze della società in materia di alimentazione e salute.

L’obiettivo era lo sviluppo di un’agricoltura sostenibile e del benessere animale, con una nutrizione più sana ed evitando gli sprechi alimentari. La nuova PAC doveva essere inserita all’interno del piano più vasto di transizione verde, il Green Deal europeo. Attraverso una strategia comune, si sarebbe arrivati a un sistema alimentare “equo, sano e rispettoso dell’ambiente”.

Leggi anche: “Wwf, 16 strategie da campo alla tavola”

La realtà dei fatti: il compromesso al ribasso

425 voti a favore, 212 contrari e 51 astenuti. Questo è il risultato delle votazioni per appello nominale del 23 ottobre alla sessione plenaria del Parlamento europeo.

Così, mentre in Italia si dibatteva sul nome da dare ai burger vegani, la PAC si allontanava sempre più dagli obiettivi del Green Deal, svuotandosi di significato. L’attenzione social non è bastata a frenare il compromesso al ribasso. Ancora una volta, le grandi lobby del Copa-Cogeca , l’associazione dei grandi agricoltori europei, ha avuto la meglio.

Chi perde, di nuovo? La natura, la biodiversità, i piccoli agricoltori.

Leggi anche: “L’Italia è il secondo esportatore di pesticidi illegali in UE”

PAChinermi e pappagalli

Le decisioni assunte dal Parlamento europeo si discostano dalla transizione verde. Visto che il 60% dei fondi PAC potrà essere destinato a pratiche anche non agroecologiche, non si fermerà l’utilizzo sconsiderato di fertilizzanti e pesticidi. La conversione green è, nuovamente, rallentata. Ancora una volta, le grandi aziende beneficeranno dell’80% dei sussidi.

Inoltre, i siti Natura 2000 potranno essere destinati all’aratura, diventando prati permanenti, tranne in poche eccezioni.

Infine, per affossare ancora di più la situazione già poco rosea, ecco che, a fronte di un’approvazione di un emendamento sulla connessione tra PAC e accordo di Parigi, ne sono stati bocciati dieci che auspicavano un avvicinamento ai target del Green Deal.

Nota positiva è la “condizionalità sociale”, ossia l’azzeramento dei fondi a quegli agricoltori che non concedono giusti contratti di lavoro.

E ora? Il movimento #WithdrawTheCAP, per una vera riforma della PAC

«Il cibo ci rimanda […] a tutte le questioni del giorno: ci parla del nostro rispetto per noi stessi, della nostra capacità di conversare con gli altri, della nostra attenzione verso i più deboli, dei rapporti di genere, della nostra apertura al mondo, della condizione delle nostre leggi, del nostro rapporto con il lavoro, con la natura, con il clima e con il mondo animale. Il cibo ci parla, meglio di ogni altra cosa, delle disuguaglianze tra coloro, sempre più rari, che possono ancora mangiare sano e tutti gli altri.» Così scrive Jacques Attali nel suo libro “Cibo. Una storia globale dalle origini al futuro”.

Il voto della scorsa settimana deve essere rivisto. Per questo motivo, è necessaria una mobilitazione sociale. Non si può continuare a minimizzare l’impatto che la filiera alimentare ha nella nostra società ed economia. Disinteressarsi significa non prendere posizione su un aspetto che è indispensabile per la sopravvivenza del genere umano e del pianeta terra.

Bas Eickhout, eurodeputato verde, ha sottolineato come « Le catene di approvvigionamento più corte, i pagamenti adeguati e i posti di lavoro sicuri possono rendere la politica agricola europea un modello per alimenti sani, prodotti localmente e venduti. Questa riforma della PAC impedirà ai paesi dell’UE di spendere di più per misure ambiziose per proteggere il clima e l’ambiente e migliorare il benessere degli animali. »

Associazioni di categoria, piccoli produttori e ambientalisti si sono riuniti con l’hashtag #WithdrawTheCap -ritirate la PAC- per sensibilizzare e iniziare un dialogo costruttivo. Rendere la PAC sostenibile è necessario. Non è più il tempo di tergiversare.

Mater Amazonia, la mostra presso il Museo Etnologico Vaticano “Anima Mundi” termina il 26 ottobre

Mater Amazonia. The deep breath of the world, è il nome della mostra dedicata al cuore verde della Terra, l’Amazzonia, che porta la firma dei Musei Vaticani. Allestita nei rinnovati spazi del Museo Etnologico Vaticano Anima Mundi, è stata voluta ed inaugurata dal Santo Padre. La mostra è stata prorogata fino al 26 ottobre 2020.

Mater Amazonia. The deep breath of the world

La mostra nasce dal desiderio di Papa Francesco di portare l’attenzione sui temi odierni riguardanti l’Amazzonia.

Locandina della mostra Mater Amazonia, presso il Museo Etnologico Vaticano.

L’enciclica Laudato sì” ed il sinodo sull’Amazzonia sono la dimostrazione di quanto questo tema sia centrale nel cuore del Papa, tanto da volere e da inaugurare il 18/10/19 una mostra che potesse creare un dialogo concreto tra il pubblico e questo territorio.

Leggi anche il nostro articolo: Deforestazione Amazzonia: quando la natura non ha voce

La mostra permette al visitatore di immergersi nel cuore naturale e culturale della foresta, ed è divisa in due settori.

Un indigeno presenzia all’inaugurazione della mostra, presso il Museo Etnologico Vaticano.

Il primo, di tipo educativo-generale, con l’ausilio di alcuni pannelli descrittivi, introduce all’Amazzonia, alle sue popolazioni indigene, alla sua struttura e biodiversità.

Il secondo settore invece, attraverso l’utilizzo del multimediale, trasporta in un’attiva denuncia ecologica nei confronti dell’impatto antropico, sotto forma di incendi, deforestazione, estrazioni minerarie, espansione delle città ed inquinamento. Inoltre, si susseguono scene di vita quotidiana alternate a parole di saggezza degli indigeni nonché di speranza da parte del Santo Padre:

“La difesa della terra non ha altro scopo che la difesa della vita” .

Papa Francesco, incontro con la popolazione indigena dell’Amazzonia, Puerto Maldonado, gennaio 2018

Nella realtà naturale si inserisce quella umana; difatti al centro della mostra sono esposti 120 oggetti rappresentativi delle popolazioni indigene, provenienti da tutti e 9 i Paesi toccati dalla foresta. Attraverso di essi, la mostra vuole sottolineare lo stretto rapporto di equilibrio tra le popolazioni indigene e la natura stessa, generatosi in migliaia di anni.

La posizione della Chiesa

Forte è la posizione della Chiesa: il Cristianesimo può contribuire nel preservare l’ambiente ed essere accanto alle popolazioni indigene locali. Per questo motivo sono presenti due grandi pannelli dedicati ai missionari ed alle missionarie, testimoni di una realtà vissuta in prima linea.

Spiccano i nomi di Chico Mendes, sindacalista, politico e ambientalista brasiliano assassinato nel 1988 e Don Luigi Bolla, il quale, nonostante i pericoli e le minacce di ogni tipo, continuò ad indagare sui costumi, l’etnologia e la cultura degli Shuar ecuadoregni, fino alla sua morte nel 2013.

Don Luigi Bolla
Crediti: Beatrice Martini

“La situazione dell’Amazzonia è triste paradigma di quanto sta avvenendo in più parti del pianeta, una mentalità cieca e distruttrice, che predilige il profitto alla giustizia e mette in evidenza l’atteggiamento predatorio con il quale l’uomo si rapporta con la natura.”

Papa Francesco.

Alla fine della sala, come a fare da ponte con la mostra sull’Oceania, è esposto un copricapo di piume proveniente dalla Papua Nuova Guinea. Questa collocazione sta a simboleggiare che, al mondo, esistono tante Amazzonie e che i problemi appena affrontati nella mostra sono in realtà globali.

Anima Mundi, il rinnovato Museo Etnologico del Vaticano

Dopo un periodo di chiusura per ristrutturazione, riapre finalmente al pubblico il Museo Etnologico Vaticano e lo fa con un primo spazio dedicato all’Australia e all’Oceania. Il nome Anima Mundi (anima del mondo), racchiude un significato profondo: i Musei Vaticani visti come una casa comune, che spalanca le porte ai popoli del Mondo intero.

Leggi anche il nostro articolo: David Attenborough: una vita sul nostro pianeta

Il curatore del Museo Etnologico Vaticano, Padre Nicola Mapelli, ci accompagna in un viaggio attraverso le meraviglie, le culture ed i conflitti ecologico/sociali dei Paesi rappresentati. L’Anima Mundi vuole cambiare il paradigma del museo come mero contenitore e trasformarlo in un luogo di incontro.

Difatti, il 15/10/2010 nel museo etnologico ci fu l’inaugurazione di una mostra chiamata “Ritual Life”, dedicata all’arte e alla cultura degli Aborigeni australiani. Per organizzarla, i curatori della mostra P. Nicola Mapelli e Katherine Aigner hanno visitato le comunità di origine degli oggetti, per comprenderne a fondo il significato e per avere l’autorizzazione ad esporli. All’inaugurazione in Vaticano, furono presenti diversi Aborigeni australiani che resero vive quelle opere tramite danze tradizionali.

Crediti: Beatrice Martini

“Ci hanno insegnato che il nostro sistema culturale è molto fragile. Hanno conoscenze ancestrali e profonde. Da quell’incontro di visioni diverse è nata una grande voglia di ristrutturare completamente il museo e Padre Mapelli si è fatto artefice di questa rivoluzione”.

Stefania Pandozy, Responsabile del Laboratorio di Restauro Polimaterico dei Musei Vaticani

Trasparenza e Riconnessione nel Museo Etnologico

Trasparenza: è la parola d’ordine nel museo, per la quale Padre Mapelli ha insistito molto.

Il Mondo è come una piazza in cui le culture dialogano, ed il museo vuole rievocare tale assenza di barriere; presentando al pubblico ampi spazi carichi di luce, senza punti di chiusura nelle vetrine ed opere libere dall’ingombro dei classici sostegni. Tutto ciò grazie ai supporti morfologici creati nel rispetto dell’opera.

Crediti: Beatrice Martini

Nella mostra permanente dedicata all’Australia e all’Oceania è esposto solo lo 0,5% dell’intera collezione di quella parte del mondo. Complessivamente, la collezione del Museo Anima Mundi vanta ben 80.000 opere, conservate in moderni depositi climatizzati, collocati al di sopra dell’esposizione. Il concetto di trasparenza è stato applicato anche a questi ultimi, per non far passare l’idea di possesso ed accumulo degli oggetti da parte del mondo occidentale, come troppo spesso accade.

Essenziale nel processo di rivoluzione del Museo è stata la filosofia di “Riconnessione” sostenuta da Padre Mapelli: a questo scopo, nel corso del tempo ha viaggiato nei luoghi più remoti del Pianeta per incontrare i discendenti di coloro che hanno inviato le opere, facendosi raccontare cosa significassero e chi fossero gli artisti.

Vi è anche una sezione del Museo dedicata ai non vedenti, i quali possono “avvicinarsi” all’opera ed entrare in contatto con essa attraverso riproduzioni di opere, profumi e suoni che rievocano paesi distanti. La collezione dell’Oceania e dell’Australia presenta al pubblico pezzi unici ed invidiati da tutto il Mondo.

Stefania Pandozy e Padre Mapelli (foto scattata prima della pandemia)

L’Anima Mundi e la sua forte denuncia ecologico/sociale

La mostra, con il suo sguardo sul Mondo, intende sollecitare una riflessione profonda su alcuni temi, molto cari al pontefice: il dialogo con i popoli indigeni e la cura della casa comune. Quello che si snoda attualmente nel Museo è un vero e proprio viaggio, che va dallaPolinesia alla Melanesia, dalla Micronesia alla Nuova Guinea e dall’Australia alla Nuova Zelanda.

Intervistato, Padre Mapelli ha tenuto molto a dar voce e spazio a quelli che oggigiorno sono temi assai delicati: l’impatto antropico nei confronti dell’ambiente e delle minoranze, spesso in estremo legame con quest’ultimo.

“Una volta giunti in Australia ci si presenta davanti agli occhi il mondo spirituale degli Aborigeni australiani, definito “Dreaming”. Nella visione di vari gruppi, gli antenati hanno camminato sul territorio australiano lasciando molti segni ed infine, una volta giunto il momento di andarsene, trasformandosi nella realtà naturale. Dunque, per gli Aborigeni australiani, la natura è molto importante perché non rappresenta solo terra e acqua, ma l’antenato stesso; il quale viene estirpato e dissacrato con i soprusi ambientali.”

E continua:

“Per questo motivo gli Aborigeni lottano fortemente contro le attività che creano danni ai luoghi per loro sacri. L’Australia è uno dei principali produttori di uranio e le comunità stanno avviando forti lotte contro i depositi delle scorie radioattive, ovviamente progettate nelle riserve dei nativi. Altra tragedia quella degli esperimenti nucleari (7 esplosioni) che gli inglesi fecero in Australia. Il Pacifico è stata una delle zone più martoriate dai test atomici americani e inglesi in Micronesia, e francesi in Polinesia.”

Ristabilire un contatto profondo

Arrivati in Melanesia, non si può non dar voce ad un disastro sociale e ambientale consumatosi sull’isola di Bouganville:

“Le popolazioni indigene dell’isola di Bougainville si schierarono contro i piani di una società mineraria, la quale estraeva minerali dal suolo locale. Come prodotto di pulitura di questi ultimi, produceva immense quantità di mercurio e altre sostanze tossiche. Queste, per incuria, finirono nell’oceano e nelle falde, creando gravi danni fisici alle persone e all’ambiente. Il vescovo dell’isola era molto legato a questo tema tanto da creare un festival ‘dell’acqua’, il quale mirava a sensibilizzare ed istruire circa la sua importanza”.

Per Padre Mapelli gli elementi della natura non devono quindi essere trattati come materia inerte, concetto ormai predominante nella mentalità occidentale, ma bisogna ristabilire un contatto profondo, per contribuire a preservare un Mondo ormai sempre più sfruttato.

Infine:

“La Nuova Zelanda è una nazione “nuclear free”, non possiede centrali ne accetta il passaggio di sottomarini a propulsione nucleare nelle proprie acque territoriali. Dal punto di vista conservativo dell’ambiente ha qualcosa da insegnare al resto del Mondo”.

Il Laboratorio di Restauro Polimaterico del Museo Etnologico Vaticano (tutto al femminile)

Dal 1997 ad oggi, il Laboratorio di Restauro Polimaterico dei Musei Vaticani ha permesso di conservareoltre 60.000 manufatti. Questo si compone di un’equipe tutta al femminile, con restauratrici provenienti da diversi settori della conservazione.

La sua istituzione è stata dunque una vera e propria sfida, che ha visto nascere un nuovo linguaggio; questo ha permesso di avviare un lavoro di gruppo allo scopo di definire peculiarità e criticità di vari materiali che spesso, in questo genere di opere, ritroviamo come elementi costitutivi di un unico pezzo, stabilendo priorità e protocolli conservativi. Proprio la compresenza di più materiali sullo stesso manufatto ha portato a dover definire in comune quale sia il più fragile da salvaguardare nonché, dettaglio non secondario,  la scelta del microclima idoneo per preservarlo.

Il team di restauratrici (foto scattata prima della pandemia)

Ancora Stefania Pandozy:

 “Padre Mapelli difende la conservazione del bene tangibile ed intangibile attraverso la politica di riconnessione, considerando gli oggetti degli ambasciatori; il laboratorio Polimaterico opera questa difesa individuando ed approfondendo il valore dell’opera stessa nella cultura di origine, affatto scontato come per le opere occidentali,  e attraverso una politica del ‘minimo intervento’. Le componenti del team hanno chiaramente rinunciato alla visibilità ed al valore connesso all’epoca di un manufatto (un Michelangelo ha, nell’immaginario collettivo,  una risonanza diversa da una corona di piume della Papua Nuova Guinea). Un oggetto etnografico può essere di grandissimo valore nella contemporaneità se, per esempio, parliamo di una maschera della Terra del Fuoco che viene distrutta alla fine del rito”.

L’importanza di creare un dialogo

Il Laboratorio è riuscito a conservare i pigmenti naturali di alcuni manufatti presenti nel Museo, così da permettere ai popoli indigeni la possibilità di ammirare nuovamente i colori di un tempo; cosa che invece spesso non è possibile, a causa di una totale assenza di cultura dei musei.

“Si sono emozionati molto alla vista dei colori ritrovati, e ci hanno permesso di esporli nel Museo. Dunque, questa diviene anche un’operazione culturale di grande valore, che prevede la cura e la condivisione del bene materiale. In questo momento storico, in cui il dialogo interculturale è così fondante, pensiamo che un museo come questo possa portare un valore aggiunto, una prova che si può cambiare paradigma. Qui abbiamo una dimostrazione di ciò: la trasparenza, l’essenzialità delle architetture e l’attenzione al particolare, ci possono aiutare a vedere le cose in un altro modo”.

La plastica dei Paesi sviluppati invade l’Africa

Plastica_Africa_Bottiglie
https://anchor.fm/lecopost/episodes/Dove-finisce-la-plastica-che-non-riusciamo-a-riciclare-eldla3

Negli anni ’70 la plastica, una meraviglia della tecnologia al tempo, era considerata un materiale rivoluzionario. Questo derivato del petrolio rappresentava il materiale del futuro. La sua duttilità, la sua possibilità di acquisire qualsiasi forma e contenere pressoché qualunque materiale fecero gioire i chimici all’epoca, convinti di aver trovato la chiave di volta, la quintessenza della loro ricerca, il prodotto che avrebbe accompagnato l’umanità per il resto della sua esistenza. Cinque decenni fa, a nessuno interessava la questione ambientale. Non ci si curava troppo di che cosa avrebbe significato dover smaltire tutta quella plastica che iniziava ad invadere il mercato.

Plastica_cannucce_colorate

Dove finisce la nostra plastica?

I Paesi ricchi, il cosiddetto Occidente sviluppato, non è in grado di riciclare la maggior parte della sua plastica. Molto semplicemente, ne produce troppa. Il riciclo del materiale è un processo lungo e complicato: esso prevede che la plastica venga pulita, smistata, triturata, trasformata in piccoli pezzettini denominati flakes (fiocchi, in inglese) i quali saranno in seguito convertiti in nuovi prodotti. Ammesso che questo processo venga seguito alla lettera e il materiale sia riciclato come si deve, ogni singola fase di questo processo degrada la qualità del polimero. La plastica non è vetro, non si può riciclare all’infinito. Già fin dal primo passaggio del suo riciclo, essa si deteriora notevolmente.

Per i Paesi ricchi è molto più semplice, economico e rapido, evitare di riciclare la propria plastica. Molti Stati, infatti, non cominciano neppure il processo di riciclo, soprattutto nel caso delle plastiche più dure e difficilmente riconvertibili. Si preferisce bruciare i rifiuti o, in maniera ancor più comoda, spostarli semplicemente da un luogo ad un altro. La maggior parte della plastica prodotta dove si sta bene, finisce dove si sta male, spesso sotto forma di conditio sine qua non inserita all’interno di accordi commerciali tra occidentali e Paesi in via di sviluppo.

Leggi anche: “Isola di plastica. Cos’è? Dov’è? Come si forma?

L’incognita della responsabilità

Negli Stati Uniti si produce la maggior quantità di plastica nel mondo. Il loro primato potrebbe essere presto superato da alcune economie emergenti ma, diversamente da quanto accade negli USA, la Cina sta pensando di bandire completamente la plastica monouso. Il primo passo è stato l’abolizione dei sacchetti non biodegradabili. Entro la fine del 2020 saranno messi al bando in tutte le principali città del gigante orientale. Entro il termine del 2022 si stima che non ne circoleranno più. Negli States sono più indietro. Recentemente si è aperto un dibattito: chi è il responsabile dell’inquinamento dovuto a materie plastiche?

Plastica_fabbisognoeuropeo
Il fabbisogno di plastica per ogni Stato europeo. Tabella: Polimerica

Il Partito Democratico americano spinge per incolpare le aziende produttrici. La proposta dem contempla la creazione di un programma nazionale di vuoti a rendere, l’eliminazione di numerosi prodotti monouso non necessari già a partire dal 2022 e la sospensione temporanea della pianificazione ed edificazione di nuovi impianti per la produzione di plastica. Nel disegno di legge presentato si prevedono anche controlli atti a verificare che i rifiuti di questo materiale prodotti negli USA non siano spediti in altri Paesi. La strada per l’approvazione di questa proposta è tutta in salita. Ci troviamo in America e le corporation tengono la politica imbavagliata, come spesso accade.

Matt Seaholm lavora presso la Plastic Industry Association. Si tratta dell’associazione statunitense rappresentante di tutte le aziende del settore. Seaholm dirige la divisione che ha il compito di impedire divieti all’utilizzo delle plastiche. Come ogni lobby, anche quella dei produttori statunitensi di questo inquinante polimero è legata stretta alle alte sfere della politica. Non solo la PIA ha sempre negato ogni responsabilità dell’industria nella produzione dei rifiuti, essa è anche passata all’attacco in seguito alla presentazione della proposta che abbiamo ora descritto e lo ha fatto con Seaholm in prima linea.

Guerra allo shopper riutilizzabile

Nei peggiori momenti della pandemia, sono usciti numerosi articoli – non esattamente inattaccabili dal punto di vista scientifico – nei quali si affermava che le buste della spesa riutilizzabili erano un veicolo di contagio da nuovo coronavirus. Quasi tutti questi articoli riportavano gli studi del ricercatore Ryan Sinclair, autore di tre studi relativi all’argomento. I dettagli delle sue ricerche possono essere consultati sull’Internazionale numero 1379, importante fonte per questo articolo. Questi approfondimenti di Sinclair sono stati finanziati dall’American Chemistry Council – chiaramente di parte – e dai californiani di Environmental Safety Alliance. Segretario di quest’ultimo gruppo è un ex lobbista della NRA, la potentissima lobby delle armi, convinto che le leggi civili dovrebbero basarsi su quanto scritto nella Bibbia. Un simile personaggio deve essere sicuramente un luminare della questione ambientale.

In realtà, l’ultimo di questi studi è piuttosto chiaro nell’affermare che qualunque rischio di eventuali contagi legati al riuso di sacchetti per la spesa si può contrastare lavando mani e shopper. Eppure, l’industria della plastica non ha desistito, continuando ad usare questo materiale per rilanciare la necessità di utilizzare sacchetti di plastica monouso. A loro dire, naturalmente, essi sono molto più sicuri.

Plastica_shopper_rifiuti

L’opportunismo degli industriali non ha scalfito le decisioni già prese in numerosi Paesi volte a limitare consumo e produzione di plastica. Questa è una buona notizia ma ci dimostra, una volta in più, come il sistema economico in cui viviamo sia del tutto disinteressato a salvare il nostro Pianeta, se per farlo deve andare contro i propri interessi.

Le rigide normative africane

Il continente nero, giovane e attento alla tematica ambientale ben più dell’occidente, è quello dove sono state approvate le normative più severe. Il Senegal ha già messo al bando le tazze in plastica monouso e l’acqua in sacchetti di plastica – metodo di trasporto molto diffuso in uno Stato dove l’acqua è oro. In Kenya già dal 2017 sono stati vietati gli shopper usa e getta, i quali fino a 3 anni fa volavano per strada, intasavano le falde acquifere e restavano appesi agli alberi. Nairobi ha inoltre vietato l’introduzione di plastiche monouso, comprese le bottiglie di plastica, nei parchi nazionali e nelle aree protette.

Nel 2018 si era parlato di estendere questo divieto sull’intera superficie nazionale ma poi non se n’è fatto nulla. Come mai? Perché le multinazionali dei soft drinks hanno battuto i pugni sul tavolo. Coca Cola, Unilever e Kenya Association of Manufacturers si sono issate in difesa del polietilene tereftalato (PET), con il quale si fanno le bottigliette.

Le strategie dei giganti della plastica

Dati i prezzi particolarmente bassi a seguito del crollo del costo del petrolio, è ora molto più conveniente produrre involucri in plastica piuttosto che in vetro. Le aziende appena citate hanno creato la PETCO, società ad hoc che si dovrebbe occupare di riciclare la plastica per le aziende che l’hanno istituita. Il condizionale resta d’obbligo dal momento che nel 2019 il consorzio ha stanziato la miseria di 385.400 dollari di sussidi per incentivare il riciclo in Kenya. Si tratta di noccioline se consideriamo che due dei tre componenti della PETCO sono parte delle magnifiche 5, le multinazionali che fatturano più dei PIL di molti Stati e, di fatto, hanno in mano le sorti del mondo trainandone l’economia.

Naturalmente, la scelta di presentare questo consorzio come un ente paladino del riciclo non è che parte di una strategia adottata a livello globale dall’industria della plastica. Gli addetti ai lavori del settore, infatti, hanno da tempo preso di mira i Paesi più poveri come luoghi di stoccaggio dei loro rifiuti.

Plastica_Tabella_prospettive
Prospettive del consumo della plastica nei prossimi 15 anni. Elaborazione: Polimerica

Porto anche l’esempio della Alliance to end plastic waste, creata l’anno scorso da BASF, Exxon Mobil e altre aziende tra le principali produttrici di plastica. Questa alleanza si è impegnata a finanziare con 1,5 miliardi di dollari tutte le operazioni necessarie ad impedire l’accumulo di rifiuti plastici nell’ambiente. La cifra, a un profano, potrebbe sembrare elevata; in realtà però si tratta di appena l’1% della cifra che si stima sia necessaria per ripulire gli oceani dalla plastica che li soffoca. L’industria non ha alcuna intenzione di riciclare, vuole semplicemente mettersi in buona luce. Il loro business è per definizione nemico dell’ambiente.

Un sistema alimentato a bugie

Non sono affatto pochi gli attivisti che, in Africa, si stanno battendo contro i soprusi delle multinazionali che riempiono di plastica le loro discariche. Ovviamente però, un pugno di ambientalisti proveniente da Paesi in via di sviluppo può abbastanza poco contro un’azienda come Coca Cola o contro le sue alleate Nestlé e Unilever. A chiunque si batta davvero per l’eliminazione dalla plastica, le operazioni di facciata delle grande produttrici infiammano i nervi.

Secondo David Azoulay, direttore del programma di salute ambientale presso il Center for International Environmental Law a Ginevra, le iniziative presentate nel pragrafo precedente non sono altro se non “soldi investiti per poter continuare ad inquinare. È come se il nostro vicino ci pagasse un dollaro per contribuire alla pulizia del giardino ma poi vi riversasse 250 dollari di spazzatura. Nessuno accetterebbe un simile patto.”

Sullo stesso piano di questo ragionamento esemplificativo dobbiamo metterne un altro, questa volta purtroppo reale.

Donald Trump e la plastica

Anche l’amministrazione Trump, notoriamente ben più interessata all’economia che all’ecologia, si trovò costretta ad occuparsi di plastica. Lo scorso novembre, sull’ondata dell’indignazione mondiale per i rifiuti in plastica, Rick Perry, dimissionario segretario all’energia, nell’annunciare un’iniziativa presidenziale per preservare la pulizia dei corsi d’acqua nazionale dalla plastica, snocciolò ai giornalisti una delle favole più amate dall’industria della plastica a stelle e strisce. “Nel mondo contiamo otto fiumi che trasportano, da soli, il 90% dei rifiuti plastici negli oceani. Nessuno di questi è americano.” Disse in quell’occasione l’allora segretario.

Il dato è corretto. Dieci corsi d’acqua trasportano una percentuale del carico globale di questi rifiuti che si attesta intorno al 90% in mare. Otto sono collocati in Asia e due in Africa. Perry non si è inventato nulla. Ce lo dice la rivista specialistica Environmental Science and Technology, in uno studio del 2017. Quel chel’ex segretario ha omesso è che la maggior parte di quella plastica non proviene dagli Stati lambiti da quei fiumi. Quasi tutta è di provenienza nordamericana o europea.

Plastica_bicchierini_monouso

Stando ai dati di Environmental Sciences Europe, risalenti al 2019, negli ultimi 30 anni i Paesi ricchi hanno esportato oltre 172 milioni di tonnellate di plastica. Questi rifiuti sono stati fatti sbarcare in 33 diversi Stati africani. Il valore della plastica spostata nel continente nero ammonterebbe a 285 miliardi di dollari. La maggior parte di questo materiale è costituto da bottiglie e bottigliette. Le etichette su di esse riportano spesso il logo di Coca Cola o Pepsi. Le origini del problema della plastica in Africa, non sono affatto locali. Il più recente trattato tra USA e Kenya, il quale mira a spostare altre navi di plastica sull’Atlantico, è stato definito dall’amministrazione Trump. E dalla lobby del petrolio che tiene il Presidente al guinzaglio, naturalmente.

Il nocciolo della questione

I paesi in via di sviluppo trovano difficoltà a smaltire la loro spazzatura. Spesso non hanno a disposizione infrastrutture in grado di gestire correttamente il pattume prodotto nei grandi nuclei urbani, ove gli abitanti si riversano per cercare un lavoro che nelle campagne non li consentirebbe di vivere con dignità. Le capitali di questi Stati sono spesso giganti insaziabili, sempre più vaste e popolate. Ciò porta gentrificazione, ciò porta consumo di suolo – ne abbiamo parlato in altre occasioni – ciò produce inevitabilmente rifiuti. Incuranti di ciò gli Stati Uniti – soprattutto, ma anche numerosi altri Paesi sviluppati – riversano su questi territori enormi quantità di rifiuti aggiuntivi. Spesso e volentieri, questa immondizia è composta da quella più difficile da smaltire: plastiche dure e particolarmente ingombranti, polimeri trattati e rinforzati in laboratorio per trasportare farmaci e altri materiali delicati, spesso tossici.

Come riciclare correttamente la plastica. Video: PET – Recycling Svizzera

La tratta – perché di essa si tratta – di rifiuti dai Paesi ricchi a quelli poveri è definita commercio globale dei rifiuti. Essa ha però ben poco delle consuete caratteristiche del commercio. Il valore della plastica di scarto è infimo, tanto che molte aziende vengono pagate per riceverla. I rifiuti spediti lontano in questo modo vengono etichettati come riciclati nelle statistiche degli Stati che li cedono; spesso e volentieri, però, chi li riceve, incapace di riciclare l’intera mole della spazzatura che riceve, finisce per incenerirla o lasciarla a marcire nelle discariche.

Leggi anche: “La rinascita di una discarica nel segno dell’architettura sostenibile”

La geopolitica della plastica

I Paesi in via di sviluppo non sono affatto contenti di ricevere tutta questa plastica e questo meccanismo corre il rischio di dare avvio ad un domino pericoloso. La plastica potrebbe dare avvio ad una guerra mondiale dei rifiuti, nella quale i ricchi spediscono ai poveri i loro rifiuti e i poveri li rimbalzano a chi è ancor più povero, e alla fine nessuno si occupa dello smaltimento del rifiuto. Il termine smaltimento non è impiegato a caso, perché di fronte a queste dinamiche dobbiamo chiederci se il riciclo sia, in effetti, davvero la soluzione migliore. L’arma più efficace per vincere la guerra alla plastica, non è questa. Occorre ridurre l’impiego del materiale piuttosto che incentivarne il consumo nascondendo la polvere sotto il tappeto del riciclo.

La plastica è una componente particolarmente significativa all’interno della più vasta questione ambientale. C’è un accordo internazionale, firmato a Ginevra, il quale dovrebbe impedire lo smercio incontrollato del materiale in altri Paesi. Gli USA non hanno ratificato il trattato, ma anche chi quella convenzione l’ha firmata, sembra curarsene molto poco. L’infatuazione dell’umanità per la plastica, nata due generazioni fa quando il polimero sembrava il quinto elemento della tecnica, una sorta di equazione divina discesa sull’uomo per consentirgli di creare qualunque cosa potesse pensare con questo materiale, ci ha mostrato anche la faccia più oscura della sua medaglia. La plastica è ovunque, spesso invisibile eppure ugualmente inquinante. La questione del rifiuto plastico e della sua gestione potrebbe minare la geopolitica dei prossimi anni e decenni. SI Stima che occorreranno ancora diversi lustri, prima che l’industria cominci effettivamente a declinare.

Come le multinazionali del fossile hanno approfittato del Covid

https://anchor.fm/lecopost/episodes/Le-multinazionali-del-fossile-allattacco-durante-la-crisi-Covid-elageg

Nei periodi di crisi, si sa, ci sono anche delle grandi occasioni, soprattutto se a cercarle è chi, da decenni, di mestiere fa l’opportunista. Stiamo parlando, ovviamente, della pandemia in atto, che ha monopolizzato le pagine dei media di tutto il mondo, e delle multinazionali operanti nel settore dell’energia fossile. Un nuovo report pubblicato dalla rete internazionale Fossil Free Politics, di cui fanno parte oltre 200 associazioni ambientaliste, porta alla luce tutte le manovre implementate dalle lobby dell’oil&gas per indirizzare le centinaia di miliardi di fondi pubblici, messi a disposizione dai vari governi, verso progetti che ci legherebbero per tanti anni ancora ad attività altamente inquinanti, scavando di fatto la fossa alle future generazioni.

Come approfittarsi di una pandemia

Il titolo del report, “Trasformare la crisi in opportunità: lobby e grandi manovre dell’industria fossile durante la pandemia”, è già di per sé più che esplicativo. Con una bibliografia lunga due pagine, che fa riferimento a più di 70 fonti ufficiali, il documento pubblicato la scorsa settimana costituisce una ricostruzione dettagliata ed affidabile delle operazioni portate avanti dai grandi attori dell’industria fossile in questi ultimi mesi, in cui l’attenzione era completamente rivolta ad altri temi di stretta attualità. Lungo una dozzina di pagine, il report si compone di quattro punti che ben riassumono la strategia utilizzata dai lobbisti per rifocillare le proprie casse e vedere approvate delle strategie energetiche che vincolerebbero per diversi anni ancora l’operato delle varie nazioni ad aziende come Eni, Snam, Total, Shell, Repsol e tante altre, grazie alla pianificazione di progetti incentrati su Gas, Stoccaggio di Carbonio e Idrogeno: tutte soluzioni ad alto impatto climatico che finirebbero per aggravare una situazione che già oggi risulta compromessa, almeno parzialmente.

Le false soluzioni proposte dalla lobby del fossile: Gas, Carbon capture & storage e Idrogeno

Tra le varie tecnologie disponibili oggi sul mercato per affrontare la crisi climatica in atto, le compagnie petrolifere hanno deciso di puntare tutto sulle tre soluzioni indicate appena sopra. Uno scenario che va evitato a tutti i costi per i seguenti motivi:

  • Il gas viene descritto da queste grandi aziende come una fonte di energia sostenibile. Tuttavia esso ha come effetto del suo utilizzo la generazione di gas serra ad alto impatto climatico come l’anidride carbonica ed il metano. Viene da sè, dunque, che quella di utilizzare questa fonte di energia non è una soluzione sostenibile, ed anzi, l’assegnazione di fondi pubblici ad aziende che operano in questo settore rischia di legarci ad un modello di sviluppo insostenibile per i decenni a venire, dirottando inoltre dei soldi che potrebbero essere utili alla transizione ecologica.

Le false soluzioni permettono alle aziende fossili di continuare indisturbate con il loro modello di business inquinante. Nella migliore delle ipotesi, si sprecano tempo e denaro; nella peggiore, si generano nuovi pericoli.

  • Lo stoccaggio e la cattura di carbonio, anche conosciute come CCS o Carbon Capture Storage costituiscono una tecnologia su cui le industrie operanti nel settore fossile confidano, o almeno fingono di farlo, per diminuire la presenza di gas serra in atmosfera. Ci hanno investito così tanto negli ultimi decenni che sono ormai praticamente costrette ad affermare che sia una soluzione credibile per contrastare la crisi climatica in atto. Tuttavia, ad oggi, i progressi fatti in questo campo non sono neanche lontanamente sufficienti a rendere questa pratica una possibile via d’uscita.

In realtà, le promesse di fattibilità commerciale della CCS sono sempre lontane un decennio. È una tecnologia non collaudata e rischiosa, ad alta intensità energetica, che allontana l’uscita dai combustibili fossili. È enormemente costosa, molto più del passaggio all’energia rinnovabile e non garantisce affatto la promessa riduzione di emissioni.

  • Un discorso a parte merita inoltre il tanto acclamato idrogeno. I suoi sostenitori sono ormai praticamente ovunque, ed effettivamente, per una piccolissima percentuale sul mix energetico mondiale, questo gas viene prodotto in maniera sostenibile, senza emettere gas serra. Tuttavia c’è un piccolo dettaglio che raramente viene citato quando si parla di idrogeno:

Attualmente il 96% dell’idrogeno viene ricavato da combustibili fossili […] La ‘promessa’ dell’idrogeno verde viene utilizzata per spianare la strada a quello fossile, tramite grandi investimenti infrastrutturali.

Il lobbysmo delle aziende

Il modo di operare di queste grandi multinazionali è ormai cosa ben nota. La loro ascesa è direttamente riconducibile al grande potere che esse hanno esercitato nel corso degli anni in ambito politico. Attraverso delle forti pressioni nei confronti dei decisori istituzionali, rese possibili dal loro strapotere economico, sono sempre riuscite ad ottenere delle leggi che gli permettessero di godere di ingenti somme di denaro pubblico. Ed anche in questo caso la strategia è rimasta la stessa.

Negli scorsi mesi la Commissione Europea ha discusso del piano di rilancio Next Generation EU, un pacchetto da oltre 750 miiardi di euro stanziati per gli anni 2021-2017. Il 30% di questa somma dovrà essere destinata ad azioni in favore del clima. Ed ecco che le tre pratiche sopra elencate diventano magicamente etichettate come “in favore dell’ambiente”, quando in realtà sono tutt’altro. Facendo diventare gas fossile, stoccaggio di carbonio e idrogeno delle soluzioni “verdi” queste aziende potrebbero infatti riuscire ad ottenere un’enorme quantità di denaro pubblico che, inevitabilmente, finirà per aggravare la situazione relativa al cambiamento climatico.

Come se tutto ciò non bastasse c’è un altro fattore che rende la situazione ancora più ambigua. A partire da marzo 2020 il Corporate Sector Purchase Program, ovvero un gruppo di acquisto dell’Unione Europea a cui sono stati affidati i fondi derivati dalla vendita degli Eurobond nella fase più acuta della pandemia, “ha acquistato titoli obbligazionari di aziende come Repsol, Shell, Eni, OMV, Total Capital E.ON e Snam. Così facendo, la BCE sta di fatto sostenendo la profittabilità futura di queste società”. Insomma, per farla breve, la BCE ha creato “un’alleanza finanziaria con il settore del fossile […] vincolandosi alle loro performance finanziarie. Di conseguenza avranno un interesse diretto nel promuovere politiche che aiutino queste aziende a rendere adeguatamente per almeno un decennio“.

Chi sono le lobby del fossile italiane ed europee

Secondo il rapporto pubblicato da Fossil Free Politicsmentre milioni di famiglie erano costrette a casa, i massimi livelli della Commissione europea hanno avuto tre incontri a settimana con i lobbisti dei combustibili fossili“. Una situazione inaccettabile che rischia di avere serie conseguenze sul lungo termine. Tra i “lobbisti” citati nel report troviamo le italiane Saipem, Snam, Eni, Maire Tecnimont e, più in generale, il Consorzio TAP, oltre a Confindustria Energia e la SACE, due giganti del panorama economico italiano che sono delle vere e proprie “cassaforti” per società operanti nel settore del fossile. Guardando invece all’estero ci sono altri nomi ben noti a chi si occupa di ambientalismo, e non solo: Repsol, Cepsa, Shell, OMV, Total, Partex, Engie, GRTGaz, Téréga, IOGP, Eurogas, Hydrogen Europe, ENTSO-G, Naturgy, Exxon Mobil, FuelsEurope, PGNiG, Gas Naturally e BP, Un vero e proprio esercito di aziende pronte a tutto pur di aumentare i propri profitti e mettere le mani su un succulento pacchetto di fondi pubblici che potrebbero invece essere destinati alla transizione ecologica.

L’unica via d’uscita

Alla fine del documento, appena prima della lunghissima lista delle fonti ufficiali utilizzate per la sua redazione, c’è una pagina dedicata alle conclusioni, in cui vengono elencate delle proposte utili ad uscire da questo circolo vizioso di influenza e corruzione ai più alti livelli della nostra società:

1 – Le istituzione democratiche devono erigere un muro per impedire all’industria del fossile l’accesso alle attività decisionali: no agli incontri con le lobby, no agli incarichi come consulenti e consiglieri, no ai ruoli negli istituti pubblici di ricerca.

2- Affrontare la questione degli interessi acquisiti: no ai conflitti d’interessi, no alle porte girevoli tra incarichi pubblici e industria del fossile, no ai consulenti provenienti dal mondo dell’industria.

3 – Porre fine alle corsie preferenziali riservate all’industria del fossile: no all’influenza nei negoziati sul clima, no alla partecipazione alle delegazioni istituzionali in sede di trattative internazionali o missioni commerciali, no ai sussidi o agli incentivi diretti all’uso di combustibili fossili o alle attività che ne promuovano o ne estendano l’uso

4 – Basta partnership con l’industria del fossile: no a sponsorizzazioni e partnership, no alla partecipazione ad eventi dell’industria, no alle donazioni a partiti o candidati.

Insomma, è tempo per le istituzioni di dare priorità all’interesse pubblico rispetto a quello privato. Gli interessi fossili vanno estromessi dalla politica senza se e senza ma, proprio come venne fatto anni fa con l’industria del tabacco, giusto per citare un esempio. Fino a quando non si entrerà in questo ordine di idee, i grandi lobbisti avranno la vittoria in tasca.

Il costo umano dei disastri ambientali: il nuovo report ONU

Il Centro di Ricerca sull’Epidemiologia dei Disastri (CRED), l’agenzia che studia la salute pubblica durante emergenze di massa, ha realizzato uno studio sull’incidenza dei disastri naturali negli ultimi vent’anni. I dati, raccolti dal suo database EM-DAT, sono preoccupanti. Il report “Il costo umano dei disastri” è stato pubblicato il 13 ottobre, durante la Giornata internazionale per la riduzione del rischio di catastrofi.

Leggi anche: “Giornata mondiale dell’ambiente: rispettare la natura è rispettare gli altri”

Che cos’è un disastro ambientale?

Prima di addentrarsi nella documentazione presentata, è bene definire il concetto di disastro ambientale. Perché il database ne registri uno, è indispensabile che si rispettino quattro criteri: vi deve essere un numero di vittime pari o superiori a 10; 100 o più persone devono essere influenzate dall’evento; è obbligatoria la dichiarazione dello stato d’emergenza; infine, un altro vincolo è la richiesta di assistenza internazionale.

La differenza sostanziale tra pericoli e disastri risiede proprio nella presenza o meno di vittime. La prima categoria comprende rischi geofisici, idrologici, meteorologici, climatologici, biologici e spaziali. Per quanto riguarda questo approfondimento, si eviterà di prendere in considerazione le ultime due tipologie.

Leggi anche: “Report Onu sulla biodiversità: è tempo di cambiare rotta”

Il costo umano dei disastri

Il rapporto compara i numeri dell’impatto degli eventi estremi, mettendo in relazione le finestre temporali dal 1980 al 1999 e dal 2000 al 2019.

Nel primo arco di tempo, i disastri sono stati 4212 e hanno comportato 1,19 milioni di decessi. La popolazione che ha subito conseguenze, però, è stata più vasta: quasi 3,25 miliardi di persone. Il danno economico è stato di 1,63 trilioni di dollari.

Nel ventennio successivo, i numeri sono aumentati. 1,23 milioni di persone sono morte a causa di 7248 eventi di entità distruttiva, coinvolgendo più di 4 miliardi di esseri umani. I danni, poi, sono quasi duplicati, con un impatto di 2,97 trilioni di dollari.

Le tipologie dei disastri

Il 44% dei disastri sono alluvioni. Successivamente, a sedici punti di distanza, troviamo le tempeste. L’8% degli eventi estremi sono terremoti e, vicino, ci sono i momenti di temperature elevatissime. Anche la localizzazione geografica deve far riflettere. Quattro quinti dei dieci Paesi più colpiti si trovano in Asia. Il primo è la Cina, il terzo, l’India. Sul podio negativo, al secondo posto troviamo gli Stati Uniti.

L’estensione diversificata delle conseguenze può portare a risposte diverse dal punto di vista dell’attuazione dei protocolli di azione. Se, infatti, la popolazione influenzata dalle alluvioni è stata di più di un miliardo e mezzo, la maggior parte delle morti sono dovute a eventi imprevedibili, come i terremoti, che fanno registrare il 58% dei decessi.

Effetti dei disastri

Ogni tipologia di evento estremo è spesso caratterizzante per un certo territorio. La siccità colpisce in modo profondo il continente africano, con 134 eventi tra il 2000 e il 2019. L’impatto sulla popolazione è forte: fame e povertà alimentano il sottosviluppo della parte più debole della società, trascinando negativamente tutta l’economia. Inoltre, periodi prolungati di scarsità d’acqua, hanno effetti devastanti sul lungo termine, provocando lo spopolamento delle aree colpite e aumentando la desertificazione.

Il database tiene in considerazione solamente la correlazione diretta tra fatto e conseguenze. Non sono facilmente misurabili, invece, le morti e i disagi indiretti, non ricollegabili sul breve periodo.

Il cambiamento climatico dovrebbero aumentare il rischio di siccità in molte regioni vulnerabili del mondo“, in particolare quelle che affrontano insieme le sfide della crescita della popolazione e della sicurezza alimentare.

L’Europa, invece, ha il triste primato per i decessi da onde anomale di caldo, con l’88% dei casi complessivi. Incendi spaventosi, a cui siamo ormai abituati ad assistere, devastano territori per mesi, con un incremento non solo nell’intensità dei fenomeni, ma anche nell’allungamento delle stagioni di caldo torrenziale.

Leggi anche: ” Medicane: l’uragano mediterraneo minaccia l’Europa”

Nessun Paese è immune ai disastri

Mami Mizutori, rappresentante del segretariato generale delle Nazioni Unite per i disastri ambientali, è chiara: «La correlazione tra adattamento al cambiamento climatico e riduzione del rischio dei disastri è una questione fondamentale. […] L’adattamento è perentorio per la gestione del rischio di catastrofi a livello nazionale e locale

L’importanza di avere una visione lungimirante viene ribadita in un complesso sistema quale quello mondiale, visti gli obiettivi ambiziosi di riduzione della povertà, controllo dell’urbanizzazione e diminuzione dell’utilizzo sconsiderato di suolo. Così, si può prevedere anche il costo umano dei disastri, oltre a quelli ambientali ed economici.

Leggi anche: “Nuovi migranti climatici da Somalia e Bangladesh”

Soluzioni per una prospettiva condivisa dopo “Il costo umano dei disastri”

Le soluzioni esistono e devono essere concordate insieme. Provando a collocare su una carta geografica la diffusione degli eventi estremi, possiamo notarne la disomogeneità territoriale. Alcune aree, infatti, sono più colpite di altre.

Bisogna tenere in considerazione anche che azioni, apparentemente insignificanti, compiute in un punto del mondo possono scatenare conseguenze enormi in altre. Questo fenomeno è stato nominato “effetto farfalla” dal fisico Edward Lorenz nel 1972. Egli ipotizzò che il battito d’ali di una farfalla in Amazzonia potesse generare, in seguito a una concatenazione non-lineare di processi atmosferici, un uragano in Texas. Questo esempio, che potrebbe far sorridere, spiega in modo semplice la relazione forte che esiste all’interno della grande variabilità naturale.

Cosa si aspetta, allora, a collegare i nostri gesti quotidiani alle loro ripercussioni sul pianeta? Per riuscire a minimizzare i danni umani e ambientali dei sempre più frequenti disastri ambientali è necessario investire su azioni veloci e mirati, cercando di investire in ambiti di ricerca e sviluppo che possano dare speranze concrete a territori in grave difficoltà, aumentando anche il benessere delle popolazioni che li abitano.

Auto elettrica: è legge l’incentivo alla trasformazione

Auto_Elettrica_cover
https://anchor.fm/lecopost/episodes/Al-via-gli-incentivi-per-trasformare-la-propria-auto-in-un-veicolo-elettrico-el1lbb

Le automobili sono il mezzo di trasporto più diffuso al mondo. Da quando Henry Ford decise di “creare cavalli più veloci” l’auto si è diffusa a macchia d’olio in tutto il pianeta, diventando ben più di un veicolo. La macchina simboleggia l’età adulta, è uno status symbol, rispecchia l’agiatezza del suo guidatore e, secondo numerosi psicologi, è un simbolo di potenza e vuole addirittura intimidire, in molti casi. Al di là di tutto questo, ad ogni modo, è anche un potente inquinante. I motori termici, infatti, originano emissioni nocive all’ambiente. Per tal motivo, ormai da tempo, si parla di auto pulite, alimentate a energia elettrica o ad idrogeno. All’interno del decreto agosto, approvato in Senato dalla commissione bilancio per la conversione in legge, sono stati previsti incentivi destinati all’auto elettrica.

Auto_elettrica_plugin

I dettagli dell’emendamento

Il decreto agosto è quello nel quale è stato messo nero su bianco il Superbonus al 110%. La proposta, giunta alle approvazioni finali, stanzia 25 miliardi per il rilancio economico del Paese e lo fa puntando in maniera convinta e decisa sulla green economy. All’interno del testo troviamo anche un incentivo rivolto a chiunque voglia convertire un veicolo ad alimentazione termica in un modello di auto elettrica.

Il primo firmatario è Daniele Pesco (M5S) e la proposta prevede un importante contributo, pari al 60% del costo della riqualificazione da motore termico ad elettrico. Il massimo contributo possibile, comunque, sarà 3500 euro. Il contributo potrà essere richiesto fino al 31 dicembre 2021. In aggiunta a questo incentivo sull’acquisto ne è stato previsto uno anche sulle spese relative alle imposte di bollo necessarie per l’iscrizione dell’auto elettrica al PRA, il pubblico registro delle automobili. Ciò significa che si può ottenere uno sconto importante anche su trascrizione e bollo, oltre che sull’atto di acquisto.

Leggi anche: “Ecobonus: cos’è e come funziona il superbonus al 110% del decreto rilancio?”

La conversione in auto elettrica

Entriamo ora nel merito ed esaminiamo che cosa sia la conversione di una vecchia auto in modello elettrico. Quanto costa l’operazione e in che cosa consiste esattamente? In estrema sintesi, occorre togliere il motore a scoppio e montare l’elettrico alla frizione, tramite giunto. In realtà, dal punto di vista della meccanica un’ auto elettrica potrebbe anche fare a meno di cambio e frizione. D’altra parte, però, attaccare il propulsore agli assi comporterebbe costi troppo esosi. Bisognerebbe infatti utilizzare appositi componenti meccanici; per tal motivo, solitamente cambio e frizione sono mantenuti.

Dopo aver collocato il motore pulito, occorre allocare anche il pacco batterie. Di norma esse vanno collocate nel bagagliaio oppure in luogo del serbatoio della benzina o del gasolio. È poi necessaria l’implementazione di una elettronica di controllo dedicata per gestire le batterie ed ottimizzarne la durata. Uno scoglio arcigno da superare, quando si tratta di auto elettriche, è proprio quello dell’accumulatore, della batteria. Esse possono essere molto costose e c’è l’annosa questione del loro smaltimento a fine vita. Ultimamente sono stati fatti importanti passi avanti a questo riguardo.

Il riciclo della batteria

Dobbiamo ricordare che la presenza di motore elettrico non significa sostenibilità totale. Può sembrare contraddittorio parlare di inquinamento legato a motori puliti, soprattutto quando siamo abituati alle ben più elevate emissioni dei motori termici. Per quanto riguarda le batterie, però, dobbiamo tenere a mente che esse sono composte di litio, nichel, manganese e cobalto. Questi elementi devono essere smaltiti con processi che non siano dannosi per l’ambiente. Inoltre, poi, l’energia con la quale alimentiamo la vettura deve provenire da sorgenti rinnovabili, altrimenti il guadagno dovuto alla propulsione elettrica in sé sarà cancellato. La batteria di un’auto elettrica ha durata pari a 8 – 10 anni oppure ad una percorrenza di 160mila chilometri. Per il futuro si prevedono durate maggiori ma, al momento, la vita di un accumulatore ecologico ha questa aspettativa.

Ad oggi il riciclo del litio sfrutta la pirolisi. Tale processo causa la fusione dei diversi metalli, consentendone il riutilizzo. Il risultato si ottiene grazie alle altissime temperature prodotte nel corso del processo le quali, naturalmente, liberano nell’atmosfera gas tossici di scarto, causa di inquinamento. Non ogni componente della batteria può essere recuperato. Non abbiamo problemi a riusare il nichel e il cobalto, una volta fusi; eppure nessuno è ancora in grado di riciclare la cosiddetta black mass. Essa è la componente attiva della batteria, contenente un miscuglio di minerali rari.

Numerose aziende nordeuropee, coadiuvate da alcune case produttrici di automobili, stanno sviluppando tecnologie e processi per riciclare e riutilizzare integralmente gli accumulatori elettrici. Una ditta finlandese, la statale Fortum, afferma di poter riciclare oltre l’80% dei componenti di una batteria agli ioni di litio. Tale risultato si otterrebbe grazie ad un processo idrometallurgico diverso – e meno impattante – della pirolisi. SI vuole giungere, quanto prima possibile, al riciclo del 100 % dei componenti della batteria elettrica.

https://www.youtube.com/watch?v=fdRg-gxXbl8
Approfondimento sulle batterie dell’auto elettrica di Marco Montemagno

I costi della trasformazione in auto elettrica

Quanto può costare la trasformazione di una vettura con propulsione termica in auto elettrica? L’esborso dipende dal modello del veicolo e dalla sua cilindrata. In linea di massima, convertire una Fiat Panda potrebbe costare sensibilmente meno di 10.000 euro, soprattutto nel caso delle motorizzazioni meno potenti. La media dei costi, però, è ben più alta. Consideriamo una simile operazione potrebbe facilmente attestarsi su una spesa intorno ai 20.000 euro. A fronte di questo esborso, naturalmente, i 3.500 euro di incentivo appaiono come ben poca cosa. Per tal motivo potrebbe essere più conveniente approfittare di altri incentivi per l’elettrico, come ad esempio quelli proposti dalle stesse case produttrici, le quali sovente supervalutano l’usato e incentivano l’acquisto di un motore ibrido o pulito al 100%.

Auto_Elettrica_schizzo

Ad ogni modo, il mercato delle auto elettriche è in rapida evoluzione e le informazioni riportate nell’articolo sono naturalmente soggette a variazione. Il futuro della mobilità in fondo è questo. Se vogliamo inseguire la sostenibilità non possiamo trascurare i trasporti.

Fridays For Future: “L’UE sta barando con i numeri e ci sta rubando il futuro”

https://anchor.fm/lecopost/episodes/La-critica-di-Greta-Thunberg-allUE-I-numeri-delle-emissioni-sono-falsati-ekvrar

Qualche giorno fa il Parlamento Europeo ha approvato la “Climate Law”, un provvedimento che impegna l’Unione a ridurre del 60% le emissioni entro il 2030. Una notizia che è stata accolta con gioia da parecchi addetti ai lavori. Tuttavia c’è anche chi non è affatto soddisfatto di questa decisione. Stiamo parlando di Greta Thunberg e del movimento a lei ispirato, Fridays For Future. La giovane attivista svedese, insieme agli altri giovani volti di FFF Luisa Neubauer, Adélaïde Charlier e Anuna de Wever, ha pubblicato un articolo su Medium.com in cui vengono spiegati i motivi di questa loro insoddisfazione.

climate-law

L’obiettivo della lettera

“Una delle più grandi e pressanti minacce per l’umanità è la convinzione che si stia mettendo in atto una reale e sufficiente azione di salvaguardia del clima, che ci si stia occupando della faccenda, quando in realtà non è così.”

Lo spezzone di articolo sopra riportato esprime, in maniera chiara, quale sia la più grande preoccupazione che riguarda la legge promulgata dal Parlamento Europeo. Se da un lato infatti la decisione presa la scorsa settimana da Bruxelles va nella giusta direzione, dall’altro ci sono dei dubbi riguardanti le modalità con cui i dati vengono calcolati. Un dettaglio non da poco, soprattutto se si considera che l’opinione pubblica, sempre molto distratta per quanto riguarda le questioni climatiche, ha rilanciato la notizia come se fosse la soluzione definitiva a tutti i problemi legati al cambiamento climatico. Ma, conti alla mano, non è proprio così. Ecco perchè.

Le discrepanze con l’Accordo di Parigi

Il Paris Agreement pone come obiettivo globale un aumento medio della temperatura globale che non sfori la soglia di +1,5 °C, dandosi come limite massimo un aumento di +2°C. Affinchè si raggiunga questo risultato, ogni paese ha il dovere di ridurre le proprie emissioni a zero entro il 2050, con in mezzo degli step intermedi che permettano di monitorare in maniera realistica se il proprio operato è in linea con quanto promesso o meno.

Nell’articolo pubblicato e tradotto sul sito di Fridays For Future si può leggere quanto segue:

“Gli obiettivi proposti per la riduzione delle emissioni di CO2 per l’UE del 55%, del 60% o perfino del 65% entro il 2030 non sono neanche lontanamente sufficienti per essere in linea con l’obiettivo di 1,5°C, e nemmeno con il “ben al di sotto dei 2°C” dell’accordo di Parigi”.

Una frase che non lascia spazio ad interpretazioni. Secondo alcune stime dei più importanti ricercatori del mondo, con la riduzione stabilita dal Parlamento Europeo avremmo solamente il 50% di possibilità di non superare la soglia dei +1,5°C. Praticamente la stessa probabilità di indovinare l’esito del lancio di una monetina. Non proprio una considerazione rassicurante.

La manipolazione delle date e delle percentuali

Un altro dei punti esposti riguarda l’utilizzo delle date di riferimento in termini di riduzione delle emissioni, che in Unione Europea sono da sempre calcolate rispetto a quelle del 1990. Dal 1990 ad oggi l’UE ha già ridotto, con metodi discutibili di cui vi parleremo sotto, le proprie emissioni territoriali del 23%. Per raggiungere l’obiettivo prefissato dalla Climate Law sarà dunque sufficiente tagliare le nostre emissioni odierne di un ulteriore 42% rispetto al 2018. Una cifra ben lontana dal 60% annunciato e che rischia di mandare fuori strada la percezione collettiva dei risultati ottenuti.

Le emissioni esportate

Passiamo ora ad una delle problematiche principali della logica adottata dall’UE. Nel conteggio complessivo non vengono incluse le emissioni che, rispetto al 1990, sono state esportate in altri paesi. Quella di delocalizzare le attività produttive in paesi a basso reddito, dove le regolamentazioni ambientali ed il costo del lavoro diventano uno scoglio molto più facile da superare, è una pratica che negli ultimi trent’anni si è diffusa a dismisura in Europa. Una parte cospicua della riduzione ad oggi ottenuta è dunque frutto di questo sotterfugio. Tutto ciò rende i risultati ottenuti fino ad ora poco più di uno specchietto per le allodole. Se infatti la quantità di emissioni globali non diminuisce ma, invece, ne viene semplicemente spostata l’origine, il risultato finale sarà lo stesso.

“Le riduzioni proposte non calcolano le emissioni del trasporto aereo internazionale, del trasporto marittimo né, ancora, del consumo di beni prodotti al di fuori dell’UE. Quindi, per esempio, se il vostro computer portatile è stato prodotto in Cina, le vostre scarpe in Indonesia, i vostri jeans in Bangladesh, la vostra giacca in India, il vostro caffè in Kenya, il vostro smartphone in Corea del Sud e la vostro bistecca in Brasile, allora, in pratica, nessuna di queste cose verrà conteggiata come emissioni dell’UE. E un breve viaggio in treno da Colonia ad Aquisgrana comporterà più emissioni di un volo andata/ritorno per Buenos Aires o Bangkok.”

Come dare il cattivo esempio

Proseguiamo con la penultima argomentazione espressa su TheMedium.com dall’attivista svedese.

Se non riusciamo a fare da guida e dare per primi l’esempio come abbiamo promesso, allora come possiamo aspettarci che paesi come la Cina e l’India facciano la loro parte?

Un aspetto che è stato completamente trascurato nella promulgazione di questa legge è quello dell'”equità”. L’Unione Europea, insieme ad altri paesi, si è impegnata con il Paris Agreement ad aiutare le nazioni del terzo mondo per far sì che vengano dotate di alcune importanti infrastrutture, di cui noi disponiamo già da tempo, e che assicurino il rispetto di alcuni diritti fondamenti come quello all’acqua e all’istruzione, così come anche la costruzione di altre opere per noi ormai scontate come strade, reti elettriche, ospedali e via dicendo. Il tutto, ovviamente, entro i limiti dei principi di sostenibilità. Ma se l’UE stessa è la prima a rompere queste regole, come può aspettarsi che gli altri la seguano?

Quest’ultimo è un dettaglio che non va affatto sottovalutato e che, sul lungo termine, potrebbe fare la differenza. La coerenza tra parole e fatti è l’unico modo credibile di risolvere la crisi climatica.

Gli altri fattori da considerare nel conteggio dell’aumento di temperatura

L’ultimo punto, lasciato forse di proposito come ultimo nell’articolo, è quello che fa più paura. Quando sono state calcolate le probabilità di rimanere al di sotto della soglia di +1,5°C, con i tagli di emissioni stabiliti, non sono stati tenuto in conto diversi fattori, che però si verificheranno con grande probabilità. Anzi, a dirla tutta, alcuni di questi hanno già iniziato a manifestarsi.

Se ad esempio gli ecosistemi naturali, l’oceano o le calotte di ghiaccio passeranno il cosiddetto “punto di non ritorno”, di cui vi abbiamo parlato in un precedente articolo, verrebbero attivati “dei cicli di feedback che aumenterebbero il surriscaldamento”.

Vanno inoltre aggiunte al calcolo effettuato dall’UE “le emissioni prodotte negli incendi, la morìa delle foreste per malattie e siccità, il calo dell’effetto albedo dovuto alla scomparsa dei ghiacci marini, o il rapido degrado del permafrost artico e il conseguente rilascio di metano”. Tutti aspetti che, da soli, rischiano di scatenare un ulteriore aumento della temperatura che oscilla da +0,5°C a +1,1°C.

“Ascoltate la scienza, agite in base alla scienza”

Questa presa di posizione di Greta e delle sue compagne, avvenuta un paio di giorni prima della promulgazione della Climate Law, ci deve spingere a riflettere su diverse cose. Da un lato risulta fondamentale verificare in maniera dettagliata quanto promesso da una classe politica che, fino ad oggi, ha deluso su tutta la linea per quanto riguarda la crisi climatica. Le conclusioni a cui sono arrivate le attiviste sono infatti basate su dei dati che sono alla portata di tutti. La letteratura offre ormai centinaia di titoli sul tema del cambiamento climatico, e risulta fondamentale acquisire una conoscenza quanto più dettagliata possibile su questo argomento, per riuscire ad avere un approccio critico e consapevole alle promesse che ci vengono fatte. Inoltre, altro fattore da non sottovalutare, ci ricorda quanto sia importante tenere alta la soglia dell’attenzione. Il rischio più grande, come precisato anche dalle attiviste, è quello di pensare, grazie ai piccoli progressi che si stanno facendo in questi ultimi tempi, che ci si sta prendendo cura a dovere del problema. Beh, non è ancora così. E noi non smetteremo di parlarne fino a quando non lo sarà.

Green jobs in Italia: 1,6 milioni di posti entro il 2024

https://anchor.fm/lecopost/episodes/Focus-Censis-Confcooperative-In-Italia-1-6-milioni-di-green-jobs-entro-il-2024-eku68l

1,6 milioni di posti green: sono i dati riportati dal Focus Censis Confcooperative “Dopo le macerie la ricostruzione, ecco l’Italia che ce la fa”. Il lavoro riporta quelli che sono i nuovi sbocchi occupazionali post-pandemici. Entro il 2024, più di 970 mila aziende richiederanno competenze elevate nella sostenibilità ambientale.

Leggi anche: “La rinascita di una discarica nel segno dell’architettura green”

Green jobs: cos’è il lavoro green?

La nozione di lavoro green è stata formulata dal Programma Ambientale delle Nazioni Unite, più di dieci anni fa. I lavori sono verdi “quando contribuiscono a ridurre le conseguenze negative per l’ambiente, promuovendo lo sviluppo di imprese ed economie sostenibili da un punto di vista ambientale, economico e sociale”. Possono essere impieghi in settori già esistenti, oppure hanno il potenziale per crearne di nuovi, emergenti, come le rinnovabili o fonti energetiche alternative.

Secondo l’ILO, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, sono molteplici i risultati che si possono raggiungere. Innanzitutto, è possibile migliorare l’efficienza energetica, riducendo il consumo di materie prime e limitando le emissioni di gas a effetto serra. In secondo luogo, è utile ricordare la diminuzione dei rifiuti e dell’inquinamento, così da proteggere e ripristinare gli ecosistemi e sostenere l’adattamento per gli effetti del cambiamento climatico.

Non tutti i lavori verdi sono uguali. Si differenziano, infatti, per procedimenti produttivi più o meno verdi, oppure per il mancato inquinamento di beni come l’acqua o il suolo.

Già nel 2008, il Programma per l’Ambiente delle Nazioni Unite (UNEP) aveva sottolineato come la nozione di lavoro green fosse in ascesa nei Paesi sviluppati, ma che stentasse ad affermarsi negli Stati con grande crescita economica, come Cina e Brasile. Gli effetti del cambiamento climatico, già visibili in molte aree del mondo, dovevano far intendere un cambio di passo immediato e deciso.

A dodici anni di distanza, sappiamo che le cose non stanno andando molto meglio. Un punto, però, rimane fermo: i green jobs sono un’opportunità da cogliere al volo, per completare la transizione energetica che ci consentirà di sopravvivere e di poter rigenerare la biodiversità che abbiamo distrutto.

Leggi anche: “Report Onu sulla biodiversità: è tempo di cambiare rotta”

Green jobs e pandemia: quali opportunità?

Il lockdown ha fermato molti lavori. Guy Ryder, Direttore Generale dell’ILO ha affermato che “per milioni di lavoratori, nessun reddito significa accesso negato al cibo, alla sicurezza e al futuro, Con l’evoluzione della pandemia e la crisi lavorativa, il bisogno di proteggere i più vulnerabili diventa ancora più urgente“.

La tragedia delle morti a causa della pandemia si somma alle prospettive poco rosee per il futuro. Ad aprile 2020, quasi due miliardi e mezzo di persone vivevano in Paesi totalmente o parzialmente chiusi. Il colpo peggiore è inferto alle piccole e medie imprese, che hanno poche possibilità di resilienza rispetto a lunghi mesi di inattività. Tra la popolazione, le donne hanno sofferto maggiormente.

Le soluzioni, però, esistono. Ci sono programmi di assistenza che permettono di riconvertire la propria attività e di introiettare nuove competenze. Con queste modalità, sarà più facile adattarsi e creare nuovi posti di lavoro, che siano ecocompatibili. La strada da percorrere è dunque la seguente: sfruttare la pandemia da Covid-19 a nostro favore e dare enfasi a idee sostenibili, a nuovi tipi di relazioni, di inclusione sociale e territoriale.

Leggi anche: “Autoconsumo: è l’alba di una nuova energia?”

Una guida ai green jobs

Si intitola “Green jobs training guidebook” ed è un progetto che nasce da ONU e ILO per insegnare a studenti e curiosi il mondo dei lavori verdi. Scritto nel 2017, vuole dare gli strumenti per misurare e costruire modelli sociali tali da sviluppare politiche climaticamente sostenibili. Lo scopo primario è quello di coinvolgere maggiormente le istituzioni, così da permettere agli Stati di acquisire l’abilità di sviluppare dei propri database statistici, modelli economici per pianificare e promuovere un cambiamento.

Per riuscire a risolvere la crisi sociale e ambientale allo stesso tempo, bisogna contribuire alla transizione verso un’economia verde, che non aumenti solo il benessere delle persone, stimolando l’equità sociale, ma che riduca anche i rischi ambientali e la scarsità ecologica. L’umanità continua a utilizzare le risorse del pianeta come se fossero infinite. L’impatto devastante su suolo, acqua, fauna e flora dimostra che non possiamo continuare con questa modalità “business as usual”. Gli eventi meteorologici sempre più estremi dimostrano come le conseguenze sul breve, medio e lungo termine debbano essere rivalutate. I costi reali della noncuranza sono altissimi.

Gli Stati si differenziano per gli approcci e le strategie utilizzate in ambito di mitigazione e adattamento al cambiamento climatico. Alcuni adottano misure a basse emissioni, altri sperimentano l’efficientamento tecnologico, così da progredire e, allo stesso tempo, poter impegnare le risorse in altri ambiti. Questo spostamento di budget deve essere assecondato da altre forme di aiuto e sostegno, framework precisi di policy e strumenti finanziari governativi e internazionali.

L’opportunità per l’Italia: il focus Censis Confcooperative

Non è un caso che il colore della speranza sia il verde. Secondo lo studio, in Italia l’acquisizione di competenze green è importante per il 75% delle imprese. Un terzo tra le 700 mila intervistate che hanno investito in questo senso ha la sua sede al sud. Per quasi la metà, vi è la volontà di introdurre piani di sostenibilità e supporto nella propria strategia aziendale. In un anno, dal 2018 al 2019, sono aumentate del 13,3% le attività che sostengono azioni ambientalmente compatibili.

La sterzata verso il segno positivo è sicuramente dato dalle start up, che a settembre hanno superato le 12mila unità. Per quanto riguarda la distribuzione territoriale, le regioni del Nord Ovest guidano l’innovazione, con il 34,5% delle proposte, seguite dal Mezzogiorno, attestandosi al 24,5%.

Maurizio Gardini, presidente Confcooperative, durante la presentazione del report, incalza: «Vogliamo chiedere al governo che vadano rapidamente a terra i provvedimenti già adottati per le imprese, per la capitalizzazione, per il rafforzamento patrimoniale. Una sburocratizzazione che consenta di snellire le varie attività, in primis il codice degli appalti.»

Previsioni rosee…o meglio, verdi!

Le proposte ci sono, gli strumenti anche. Non possiamo più prescindere dal constatare che necessitiamo di un approccio olistico in tutte le azioni che intraprendiamo. Lo sforzo sarà impegnativo, all’inizio. Ma comprendere il significato di “sostenibilità” a 360° è indice di una rinnovata saggezza: un’ecosaggezza. Esistono aziende diventate fiore all’occhiello di sostenibilità, orgoglio italiano da diffondere e far conoscere.

La lezione impartita dalla pandemia è chiara. Ma un modo di rivalutare e iniziare qualcosa di nuovo deve essere la spinta verso un futuro all’insegna del colore verde.

Leggi anche:” Nuovo libro sull’educazione ambientale: “Educare al pensiero ecologico”

Disastro ambientale in Russia: ecosistema marino a rischio

E’ in corso un disastro ambientale in Russia, l’ennesimo. La penisola di Kamchatka, nell’estremo oriente russo, è protagonista di un dramma ecosistemico di grande portata; nelle ultime due settimane enormi quantità di biomassa marina sono state rinvenute lungo alcune spiagge della penisola. Greenpeace, scienziati ed il comitato investigativo della Russia stanno cercando di fare chiarezza su quanto sta avvenendo.

A fine settembre i primi problemi

I primi a dare l’allarme sono stati i surfisti e gli abitanti del luogo, che dopo essere entrati in acqua hanno subito una perdita temporanea della vista. Il medico ha diagnosticato ai molti la bruciatura della cornea; inoltre le persone hanno avvertito un senso di debolezza, nausea e mal di gola. Raccontano che il sapore dell’acqua in quei giorni era insolito, non salato, ma amaro.

Ciò che ha sbigottito di più è stato il cambiamento nel colore dell’acqua dell’oceano ma, soprattutto, la comparsa di echinodermi bentonici ed altri animali marini morti. Studi iniziali su campioni di acque costiere indicano la presenza nel mare di un inquinante di consistenza simile all’olio industriale.

Leggi anche il nostro articolo: “La rinascita di una discarica nel segno dell’architettura sostenibile”

Foto e video che ritraevano il disastro ambientale in Russia hanno invaso le piattaforme sociali di tutto il mondo: cavalloni di schiuma giallastra, stelle marine, granchi, foche e polpi, ammassati sulla sabbia delle principali spiagge della penisola.

Greenpeace Russia è stata una delle prime a denunciare l’accaduto, inviando sul posto scienziati ed esperti per cercare di fare chiarezza attraverso azioni concrete. Gli scienziati hanno prelevato campioni di sabbia, di acqua alla foce dei fiumi e in mare aperto, oltre che dalle carcasse rinvenute.

Attualmente è in corso un’indagine penale, avviata ai sensi della parte 2 dell’art. 247, parte 2 dell’art. 252 del codice penale della Federazione Russa (violazione delle norme per la circolazione di sostanze e rifiuti pericolosi per l’ambiente; inquinamento dell’ambiente marino).

Le varie ipotesi del disastro ambientale

Si ritiene che le creature marine rinvenute sulle spiagge siano state vittime di una fuoriuscita di sostanze tossiche nell’Oceano Pacifico, ma la causa ufficiale del disastro ambientale in Russia non è stata ancora stabilita.

Alcuni esperti hanno suggerito che carburante per missili altamente tossico potrebbe essere fuoriuscito in mare. Il primo sito di test, Radygino, dista circa 10 km dall’oceano ed è stato utilizzato per alcune esercitazioni nel mese di agosto.

https://www.instagram.com/tv/CF7VviihIWo/?utm_source=ig_web_copy_link

Vladimir Burkanov, un biologo specializzato in foche, in un commento pubblicato dal quotidiano Novaya Gazeta, ha suggerito che i vecchi depositi di carburante per missili conservati a Radygino potrebbero essersi arrugginiti e il carburante colato nel terreno, per poi finire in mare.

Il biologo Vladimir Rakov, capo del laboratorio di ecotossicologia marina dell’Istituto oceanologico del Pacifico (sezione dell’Estremo Oriente dell’Accademia delle scienze russa), in un’intervista afferma che la morte degli animali marini non è causata dalla fioritura di microalghe tossiche:

“La fioritura di microalghe tossiche nelle acque fredde della Kamchatka è estremamente rara. Inoltre, solo alcune specie marine sarebbero morte. Probabilmente qui c’è un veleno più forte “.

Una caratteristica distintiva di ciò che sta accadendo ora è la massiccia morte di animali bentonici (cioè dei fondali); mentre la superficie dell’oceano sembra essere in discrete condizioni. Non vi è la presenza di carcasse di grandi mammiferi marini e gli stock ittici sembrano stabili. Animali lenti come stelle marine e ricci non hanno avuto la possibilità di spostarsi tempestivamente.

Il sito di Kozelskyè, utilizzato per seppellire sostanze tossiche e pesticidi ormai da quarant’anni; è situato alle pendici di un vulcano, collegato a sua volta con un sistema di laghi e paludi, non lontano dall’Oceano. Greenpeace ha diffuso immagini satellitari che mostrano come la fonte di inquinamento potrebbe presumibilmente essere riconducibile al fiume Nalycheva. Sulla riva di quest’ultimo infatti c’è una discarica di pesticidi di cui si hanno pochissime informazioni.

Greenpeace sul posto per fare chiarezza

Greenpeace parla di disastro ambientale in Russia.

Il 4 ottobre, il team russo di Greenpeace è andato in spedizione in Kamchatka per registrare l’inquinamento dell’area costiera di Khalaktyrsky e delle baie vicine. Al momento, gli attivisti sono riusciti a ispezionare le baie a sud di Petropavlovsk-Kamchatsky, tra cui Vilyuchinskaya, Salvation, Bezymyannaya e altre.

https://www.instagram.com/p/CF9vH2FiOTw/?utm_source=ig_web_copy_link

Greenpeace ha registrato l’inquinamento in diversi punti, uno dei quali si sta spostando a sud della penisola di Kamchatka, verso il South Kamchatka Wildlife Refuge, patrimonio mondiale dell’UNESCO “Vulcani della Kamchatka”.

Dopo un controllo preliminare, le autorità locali hanno riferito che i campioni di acqua sono risultati 4 volte superiori per i prodotti petroliferi e 2,5 volte per il fenolo. In relazione al grave inquinamento, sono già stati avviati diversi procedimenti penali.

Greenpeace ha ricevuto e analizzato immagini satellitari nell’area della spiaggia di Khalaktyrsky e delle baie adiacenti. Da ciò sono riusciti a capire le tempistiche dell’inquinamento: dal 1 al 3 settembre, l’area sembrava normale. La foto dell’8 settembre mostra che si sono formate strisce fangose ​​vicino al punto in cui il fiume Nalycheva sfocia nella baia. Probabilmente, come conseguenza dello spostamento del suolo dopo forti piogge. Inoltre, potrebbero essere fuoriuscite sostanze pericolose dal fiume; è in questi giorni che i surfisti hanno i primi segni di avvelenamento. 

Il 30 settembre e il 1 ottobre le macchie sono chiaramente visibili nell’acqua, è più torbida. Il 2 ottobre, un numero enorme di carcasse viene trovato sulla riva. Il 5 ottobre, Greenpeace è già sul posto, registrando una grande quantità di schiuma nell’acqua. 

Testimonianze

“Abbiamo prelevato campioni, cercato animali morti ed eseguito immersioni di rilevamento del benthos. I nostri risultati hanno mostrato che la condizione dei mammiferi marini e degli uccelli è normale. Tuttavia, durante le immersioni, abbiamo scoperto che a profondità comprese tra 10 e 15 metri c’è una massiccia morte di benthos: il 95% è deceduto. Alcuni grossi pesci, gamberetti e granchi sono sopravvissuti, ma in numero molto ridotto “

“Dopo l’immersione, posso confermare che c’è un disastro ambientale. L’ecosistema è stato minato in modo significativo e ciò avrà conseguenze piuttosto a lungo termine, poiché tutto in natura è interconnesso.”


Il fotografo subacqueo Alexander Korobok, che ha preso parte alla spedizione, ha riferito che durante le immersioni a Salvation Bay, ha avuto un’ustione mucosa.

“I migliori scienziati sono venuti in Kamchatka. Pertanto, al fine di stabilire la fonte di ciò che sta accadendo, è importante continuare la ricerca. Ed è importante per noi stabilire la ragione tecnologica o biologica di ciò che sta accadendo. Attualmente vediamo le conseguenze, ma non capiamo ancora la causa”

ha detto Vladimir Solodov .
https://www.instagram.com/p/CGAbxpKl9_u/?utm_source=ig_web_copy_link

Conseguenze drammatiche

La portata del disastro non farà che aumentare, poiché anche quelle specie di animali che si nutrono di benthos moriranno: l’approvvigionamento alimentare è stato distrutto. 
In tutti i luoghi visitati dalla spedizione sono stati prelevati campioni, che saranno trasferiti per la ricerca nei laboratori di Vladivostok e Mosca.

La costa della baia di Vilyuchinskaya è il territorio dei vulcani della Kamchatka, patrimonio dell’umanità. È su questo sito che nidificano uccelli rari, in particolare l’aquila di mare di Steller, elencata nei libri rossi internazionali e russi. L’aquila vive solo lì: sulla costa del Mare di Okhotsk, lungo le rive delle penisole di Kamchatka e Chukotka. 

Fino al 40% della popolazione di aquile che vive nel parco naturale nidifica nella baia di Vilyuchinskaya.

Leggi anche il nostro articolo: “In Africa si sta progettando l’oleodotto più lungo del mondo”

Questi uccelli si nutrono principalmente di pesci di grandi dimensioni, quindi l’inquinamento dell’oceano può portarli alla morte o ad abbandonare i nidi. 

In Africa si sta progettando l’oleodotto più lungo del mondo

africa oleodotto

I governi del mondo intero stanno cercando di sconfiggere la pandemia decretando nuovi lockdown e impedendo così alle persone di uscire di casa. Nelle aree agricole più remote dell’Africa Orientale, vi è invece chi la propria casa la sta perdendo a causa dei lavori di costruzione dell’oleodotto più lungo del mondo, l’East African Crude Oil Pipeline. Oltre agli sfratti, se la costruzione di questo ecomostro venisse portata a termine, avrà conseguenze terribili sugli uomini, sugli animali e sull’incontaminata natura africana.

L’oleodotto più lungo del mondo

È stato ormai comprovato che una delle cause della pandemia sia da attribuirsi allo sfruttamento ambientale e all’inquinamento dovuto ai gas serra e alle fonti fossili. Nonostante ciò le compagnie petrolifere continuano a scavare alla ricerca di preziose riserve. È quel che sta accadendo in Uganda, in seguito alla scoperta di una vastissima riserva di petrolio nel sottosuolo. La nota compagnia petrolifera francese Total insieme alla China National Offshore Oil Corporation hanno quindi iniziato i lavori di costruzione di un oleodotto per poterlo trasportare verso il porto più vicino e di lì in altri continenti.

L’oleodotto dovrebbe originare dall’area circostante il Lago Albert, al confine della Repubblica Democratica del Congo ed estendersi per 1443 chilometri fino al porto di Tanga in Tanzania. Se terminato, l’East African Crude Oil Pipeline sarebbe il tubo per il trasporto del petrolio più lungo del mondo, anche più della molto criticata Dakota Access Pipeline (di cui parliamo qui), negli Stati Uniti. Per la sua costruzione sarà necessario un investimento di 3,5 miliardi di dollari. Molti, direte voi. In realtà, però, non così tanti se si considera che le due compagnie petrolifere hanno già speso altri 4 miliardi per le infrastrutture atte alla costruzione di cinquecento pozzi nei pressi dei giacimenti.

Loschi motivi

I motivi ufficiali per la costruzione dell’oleodotto sono in primo luogo, quello di rimpinzare le riserve di petrolio. Ovviamente in barba alle speranze e alle necessità di un cambiamento verso le energie rinnovabili. In secondo luogo i CEO dei giganti petroliferi e i leader dei paesi interessati hanno sottolineato il beneficio economico che l’Uganda e le nazioni limitrofe ne trarrebbero. Il portavoce del governo della Tanzania Hassan Abassi ha dichiarato che il Paese guadagnerà circa 3,24 miliardi di dollari una volta che il progetto sarà operativo. Inoltre, l’impianto creerà più di 18.000 posti di lavoro nei prossimi 25 anni.

Un occhio superficiale potrebbe legittimare quest’ultima motivazione. Persino l’Onu nel recente rapporto sull’alimentazione ha riconosciuto che in alcuni Stati più poveri le emissioni di carbonio potrebbero inizialmente dover aumentare per consentire a tali paesi di raggiungere gli obiettivi di nutrizione. Non è però questo il modo di farlo. Questo tipo di progetto, infatti, porterà guadagni ai paesi importatori della materia prima, oltre che alle compagnie addette allo scambio. Come ha scritto sul New Yorker Bill McKibben, fondatore dell’Organizzazione ambientalista 350.org, “attualmente la quantità di paesi esportatori che registrano la minore crescita del PIL è disarmante.” E ha aggiunto che “la storia insegna che i benefici dell’oleodotto non saranno ampiamente condivisi“. In altre parole, ritiene che i benefits di cui parlano gli investitori sono in realtà destinati soltanto a poche élites. Le quali, appunto, lucrano su un territorio incontaminato e una popolazione povera. Entrambi, quindi, facilmente sfruttabili.

Danno alle persone

Non solo l’ambiente e le persone non riceveranno particolari benefici, ma subiranno maggiormente i danni, reali o potenziali, dell’oleodotto. Questo nonostante le aziende petrolchimiche coinvolte abbiano presentato un certificato di idoneità sociale e ambientale. Per esempio, avrebbero scelto un percorso che riduce al minimo il numero di persone che dovranno trasferirsi.

Gli abitanti intervistati, però, non sono d’accordo. In molti hanno già dovuto lasciare le loro case per fare spazio ai lavori. Inoltre, anche se sfrattassero soltanto una persona per la costruzione del tubo, questo non sarebbe giusto. Come abbiamo imparato durante i mesi più difficili della pandemia, dietro ai numeri si celano persone, diritti, storie, emozioni. Si sarebbero anche verificati episodi di corruzione, come intimidazioni agli abitanti costretti a firmare i fogli di idoneità ambientale e sociale contro la loro volontà.

Quasi un terzo dell’oleodotto verrà inoltre costruito nel bacino del lago Vittoria, dal quale dipende la vita di circa trenta milioni di persone. Secondo l’agenzia Global facility for disaster reduction and recovery, “una fuoriuscita di petrolio potrebbe avere effetti catastrofici sulle fonti d’acqua locali. Ma anche sull’ambiente (per esempio gli ecosistemi acquatici, ndr.) e sulle comunità che ci abitano”. La zona attraversata dal tubo è inoltre a medio rischio sismico, che aumenterebbe il rischio di un incidente.

Danni all’ambiente

Un ulteriore problema riguardante l’oleodotto è riconducibile al fatto che attraverserebbe un’area la cui biodiversità è tanto ricca quanto delicata. In un resoconto del 2017 il Wwf Uganda annunciava che la pipeline avrebbe probabilmente causato disordini significativi, una frammentazione e un aumento del bracconaggio in un habitat naturale dalla biodiversità molto importante. La riserva naturale Biharamulo, per esempio, ospita una delle ultime cinque colonie di scimmie Piliocolobus. Inutile dire cosa comporterebbe la presenza umana per un gruppo di animali a rischio estinzione, abituati a vivere in quasi completo isolamento all’interno di una foresta. I cui alberi, oltretutto, saranno per buona parte abbattuti.

Leggi anche: Estinzione: a rischio orsi polari e squali

Da non dimenticare, poi, è il sempre incombente riscaldamento globale, causato dalle emissioni di natura antropica e che anche in questo caso faranno la loro funesta parte. Innanzi tutto quelle derivate dai lavori di costruzione per l’intero impianto estrattivo. In più, per permettere al petrolio di scorrere costantemente attraverso il tubo sarà necessaria l’energia termodinamica. Come si legge nello studio di Science Direct, per permettere al petrolio di scorrere a 50, 60, 70, 80, 90 e 100 metri cubi all’ora serve rispettivamente una temperatura di 55, 60, 65, 70–75 °C e una pressione altrettanto alta. Il calore necessario verrà generato da fonti fossili e, pertanto, si emetteranno gas serra in atmosfera.

Inoltre il petrolio che arriva in Tanzania verrà trasportato (con mezzi veloci e ad alte emissioni) verso gli impianti di lavorazione internazionali. Di lì prenderà il via tutta quella filiera estremamente inquinante che già conosciamo e che alimenta moltissimi mercati, da quello della plastica a quello della benzina a quello del riscaldamento delle nostre case.

L’oleodotto oggi

Al momento la costruzione dell’oleodotto è bloccata, ma si tratta più che altro di un disaccordo interno sulle tasse per la costruzione dell’impianto in Uganda. Dal punto di vista politico – ed etico – non vi sarebbero invece stati dubbi. L’oleodotto era da fare. Il presidente ugandese Yoweri Museveni e quello della Tanzania Hassan Abassi hanno infatti recentemente firmato un accordo tra loro e con la Total per continuare i lavori di costruzione.

In un momento in cui l’umanità sta lottando per la sopravvivenza della sua stessa specie un nuovo oleodotto era l’ultima cosa di cui necessitava. Ma, probabilmente, è stato proprio a causa di questa dilagante e momentanea distrazione che i signori del petrolio hanno sparato il loro ennesimo colpo.

Leggi anche: Trump permette l’estrazione di carbone in due parchi protetti