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USA Election Day: chi vincerà le elezioni?

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L’Election Day è arrivato. Oggi, 3 novembre 2020, gli Stati Uniti sono chiamati a votare il prossimo Presidente USA. Da un lato abbiamo Donald Trump, tra i più feroci nemici dell’ambiente a livello mondiale. Dall’altro Joe Biden, ex vicepresidente sotto la legislatura Obama. In palio, a queste elezioni – oltre alla Casa Bianca – c’è una buona fetta delle probabilità che abbiamo di contrastare in maniera adeguata la crisi climatica.

Per l’occasione L’EcoPost ha organizzato una Diretta Facebook, visibile al link, insieme a The Pitch, “il blog delle grandi speranze”, e Kritica Economica, osservatorio controcorrente su economia, società e politica. Due giovani e frizzanti realtà che, come noi, si occupano di informazioni indipendente. L’incontro, che ha visto molti utenti collegati, ha fornito tutte le informazioni utili a capire quali possano essere gli snodi cruciali su cui, probabilmente, i due candidati si giocano la partita.

Come funzionano le elezioni negli USA

I primi minuti sono stati dedicati ad una dettagliata spiegazione di come si voti. Emiliano Mariotti, caporedattore della Sezione Risiko di The Pitch, ha introdotto magistralmente la tornata elettorale. Partendo dalle modalità di voto e di assegnazione dei seggi parlamentari, un sistema che come sappiamo è molto particolare, è stata fatta una previsione su quali siano gli Stati che faranno da ago della bilancia.

Con circa una quarantina di Stati in cui il risultato è già praticamente scontato, il faro sarà puntato su quelle aree in cui l’esito è incerto. Quelle da tenere maggiormente d’occhio sono Texas, Florida e Pennsylvania, in quanto saranno loro ad assegnare il più alto numero di grandi elettori tra gli “indecisi”. Il primo, in particolare, torna in bilico dopo più di 50 anni di totale dominio repubblicano. Un cambio in quella regione significherebbe, con ogni probabilità, sconfitta certa per Trump. Ma un discorso simile si può fare anche per gli altri due, seppure assegnino un numero di grandi elettori minore. Di primaria importanza sarà anche l’esito dell’Arizona, dove la sempre più alta percentuale di popolazione ispanica, insieme ad un aumento del trasferimento nello Stato di numerosi californiani, potrebbe farle cambiare colore.

Elezioni2020_USAmap
Nella mappa sono stati colorati in rosso gli Stati repubblicani, in blu quelli democratici e in marroncino gli swing States, i territori ove si deciderà il nome del prossimo presidente. Grafica: Eminetra.

Stati da tenere d’occhio e grandi elettori

Dall’altra parte ci sono anche North Carolina e Georgia, storicamente democratici, che potrebbero invece cambiare casacca. Interessante sarà anche vedere da che parte andranno gli Stati della Rust Belt, anch’essi più incerti che mai. Con il temine Rust Belt – cintura di ruggine – indichiamo la regione prettamente industriale degli States, estesa tra i Grandi Laghi e i monti Appalachi settentrionali. la cintura parte dalla parte occidentale dello Stato di New York e attraversa Pennsylvania, Virginia, Ohio, Indiana e porzioni di Michigan, Illinois, Iowa e Wisconsin. L’intera zona, attraversa da decenni un imponente declino economico, tanto che tra Detroit e Chicago si estendono numerose cittadine popolate esclusivamente da abitanti sotto la soglia della povertà.

Più in generale, grazie ad una mappa del Paese in parte precompilata, è stato fatto notare come, grazie agli Stati già assegnati, Biden parta da un bottino di 216 grandi elettori, mentre Trump parte da 125. Una forbice abbastanza larga che tuttavia non esclude la possibilità che ci sia qualche sorpresa. Per vincere, di grandi elettori, ne servono infatti 270.

Un altro fattore che rende ancora più interessante quest’elezione riguarda l’ampia fetta di americani che hanno scelto il mail voting, il voto via posta che rappresenta una vera e propria incognita. Il conteggio di queste schede potrebbe richiedere più giorni e allungare l’attesa della proclamazione del vincitore.

I temi cruciali affrontati nella Diretta

Dopo l’esaustiva introduzione, si sono succeduti tutti gli altri relatori che, a turno, hanno approfondito un tema di competenza, ritenuto cruciale per l’esito. Andrea Muratore, collaboratore di Kritica Economica, ci ha parlato della situazione sociale del Paese che si appresta a votare. La popolazione è oggi più che mai polarizzata. L’ideale del “sogno americano”, che è da sempre stato un collante tra le varie frange della popolazione, oggi non sembra più reggere. Le diseguaglianze sono sempre più calzate e il problema della discriminazione razziale, oggi, sembra quasi una segregazione di classe.

L’ombra della pandemia

Un argomento ripreso anche da Martina Beltrami di The Pitch, caporedattrice della sezione Galileo che, dati alla mano, ha mostrato, nell’ambito di una più ampia analisi della disastrosa questione Covid, come la pandemia in atto, la quale ha colpito gli USA più di ogni altro paese al mondo, possa giocare un ruolo fondamentale nell’esito elettorale. La parte di popolazione più colpita è stata infatti di gran lunga quella delle minoranze, che hanno anche registrato un maggiore tasso di mortalità. La mancanza di una qualsiasi idea di solidarietà e pubblica assistenza è, infatti, uno dei grandi problemi della società americana. La pessima gestione da parte di Trump dell’epidemia potrebbe dunque fare la differenza.

Tralasciando per il momento i temi ambientali affrontati dai nostri redattori, Mattia Mezzetti e Natalie Sclippa, che approfondiremo in seguito, passiamo ad un commento sul comparto economico del Paese, espresso in maniera chiara e lineare da Camilla Pelosi di Kritica Economica. Se infatti Trump ha sempre fatto della crescita del PIL il suo cavallo di battaglia, è anche vero che il Paese che ha ricevuto era già in ottima salute. Il trend positivo, a cui si sono poi aggiunti gli anni di presidenza del Tycoon, parte infatti dal lontano 2009, al pari del calo della disoccupazione. In questa curva si nota però un’inversione di rotta a partire dal 2019, anno in cui si sono iniziati a vedere i primi effetti delle politiche Repubblicane.

Una situazione poi aggravata dalla pandemia in atto. Il cavallo di battaglia di Trump ci appare quindi un po’ zoppo. Ad oggi, inoltre, la disoccupazione è del 10% più alta rispetto a febbraio.

Energia e futuro

Successivamente si è invece parlato delle politiche energetiche del paese. Un tema più che mai complesso, che vede da un lato l’avanzare della crisi climatica, e dall’altro una lobby come quella dei combustibili fossili che ha un‘influenza decisiva sulle decisioni del Paese. Ad oggi, infatti, gli Stati Uniti si sono praticamente ritirati dal Medio Oriente, grazie allo sfruttamento di shale oil e shale gas, due combustibili il cui approvvigionamento – tramite fratturazione idraulica o fracking – causa feroci danni agli ecosistemi. Le nuove misure di esplorazione ed estrazione hanno permesso al Paese di tranciare quel cordone ombelicale che lo legava alle aree del mondo più ricche di queste materie prime.

Va anche precisato come le grandi multinazionali del petrolio americane abbiano registrato grosse perdite quest’anno. Secondo Andrea Muratore resta tuttavia difficile pensare che gli Stati Uniti non continueranno a giocare un ruolo di primaria importanza nel mercato energetico globale, continuando anche ad insistere sulle fonti di energia tradizionali e altamente inquinanti per non perdere la propria posizione di rilievo nel settore. Gli ultimi due interventi dell’incontro sono invece stati dedicati ai possibili scenari futuri. Camilla Pelosi ci ha spiegato quelle che potrebbero essere le implicazioni della vittoria di un candidato o dell’altro in ambito macroeconomico.

Successivamente Emiliano Mariotti ha invece parlato delle politiche estere isolazionistiche portate avanti da Trump in questi anni. Con la sua riconferma esse vedrebbero una prosecuzione naturale; in caso però di vittoria di Biden subirebbero una grossa frenata. Obiettivo dichiarato del candidato dei Democratici è infatti quello di smantellare quanto fatto in questi ultimi quattro anni in termini di politica estera. Un obiettivo perseguibile ma difficile da realizzare in toto, visto e considerato che al momento intorno agli USA è stata letteralmente fatta terra bruciata.

Chi sono gli sfidanti

Elezioni2020_BidenTrump

I partecipanti alla diretta live per L’EcoPost, i nostri redattori Mattia Mezzetti e Natalie Sclippa, si sono concentrati sulla questione ambientale nell’ampio panorama di queste elezioni. Nel primo intervento si sono delineati i 4 ticket presidenziali. Con questa espressione indichiamo le accoppiate di presidente e vicepresidente espresse dai partiti che ambiscono a porre un loro esponente, per almeno quattro anni, alla Casa Bianca di Washington. I candidati a presidente sono tantissimi, oltre 1200. Davvero pochi però sono quelli che hanno serie possibilità di vincere questa elezione, in quanto hanno raccolto le firme necessarie in tutti gli Stati, possiedono un capitale da investire nella campagna e dispongono di un buon numero di sostenitori su cui contare.

Le infrastrutture del partito repubblicano e democratico, le quali appoggiano, rispettivamente, la candidatura di Donald Trump e Michael Pence e quella di Joe Biden e Kamala Harris, sono le più forti e strutturate. È dunque pressoché impossibile che il ticket vincitore non sia uno di questi due. Accanto a loro però, hanno le firme per vincere anche Jo Jorgensen e Jeremy Spike Cohen del Partito Libertario nonché Howie Hawkins e Angela Nicole Walker per i verdi. Una vittoria di questi outsider è però impensabile, è infatti troppo difficile per questi candidati riuscire a ottenere i voti necessari da parte dei grandi elettori.

Donald Trump e le sue contraddizioni

La grande volata per la vittoria elettorale è iniziata nel mese di settembre. Il presidente uscente, Donald Trump, mai troppo sensibile alla tematica ambientale come sappiamo, ha utilizzato la leva del surriscaldamento globale durante i suoi comizi. Ovviamente l’ha fatto a suo modo, con una dialettica ed un carisma efficaci a strappare applausi ai suoi, ma con pochissima aderenza alla realtà delle cose. In Florida, Stato chiave perché swing State – una di quelle circoscrizioni ove non c’è uno schieramento fisso per l’uno o l’altro partito, bensì le intenzioni dell’elettorato variano di volta in volta – The Donald ha affermato: “Chi mai avrebbe pensato che Trump fosse un grande ambientalista?” Ovviamente nessuno. Il presidente si vanta di aver sostenuto fortemente una gestione attiva delle foreste. Non solo, anche di aver coordinato le numerose agenzie federali atte a prevenire incendi boschivi e dunque la distruzione di ettari su ettari di patrimonio forestale.

Naturalmente sono discorsi da campagna elettorale, con il solo scopo di guadagnare voti in vista delle elezioni. Qualcuno ricorderà la narrativa mendace di Trump in occasione della tragedia degli incendi in California, all’inizio di questo caldo autunno. Il presidente diede la colpa dei roghi alla malagestione democratica del patrimonio forestale – la California è un feudo blu – e disse, di fronte ad un incredulo Gavin Newsom – il governatore dem dello Stato – che non doveva preoccuparsi oltre poiché presto avrebbe cominciato a rinfrescare.

Non pago, Trump aggiunse poi: “In realtà, non credo la scienza sappia.” Negando ancora una volta l’ormai evidenza dell’avanzata del global warming.

Acqua pulita e ruolo dell’EPA

Un altro tema che il presidente ha spesso tirato in ballo è quello dell’acqua. L’amministrazione ha sovente affermato di voler tutelare l’acqua potabile – tema caldissimo in USA dopo la vicenda del piombo da bere nella cittadina di Flint, in Michigan, altro swing State – ma in realtà il suo Clean Water Act fa ben poco per tutelare l’acqua dolce. Industria e allevamento intensivo continuano a poter fare quel che vogliano nelle falde acquifere presenti nei loro terreni e Trump, nonostante quel che dice, ha indebolito o eliminato ben 125 leggi che miravano a tutelare l’aria e le acque. Altri 40 provvedimenti ambientali sono in rollback, ovvero pronti ad essere ridimensionati o eliminati.

L’EPA, Environmental Protection Agency, l’agenzia statunitense per la protezione dell’ambiente, dovrebbe vigilare sull’operato presidenziale relativamente alle questioni di questo tipo. È d’obbligo puntualizzare come, in realtà, queste agenzie paragovernative non siano esattamente arbitri intransigenti, poiché le nomine di chi ne fa parte partono molto spesso dallo Studio Ovale. Ad ogni modo, poi, Trump, si è sforzato di indebolire ancor più l’EPA. Dapprima le ha ridotto i finanziamenti e poi le ha di fatto tolto ogni appoggio a Washington. Allo stato attuale, l’Agenzia ha davvero pochi motivi di esistere. Essa rappresenta, tristemente, più un tentacolo burocratico della grande piovra che è la macchina amministrativa statunitense che un vigile attento sulle misure ambientali che vengono firmate dal POTUS.

In vista delle elezioni: differenze in campo ambientale tra i due schieramenti

All’interno della riflessione ambientale stimolata da L’EcoPost ci si è voluti soffermare rapidamente anche sulle differenze tra i due principali candidati. Per farlo sono stati divisi i più importanti temi ambientali per gli USA dell’immediato futuro: politiche ambientali, fonti energetiche fossili e rinnovabili, smaltimento della plastica e tutela di parchi e patrimonio naturale. In maniera estremamente schematica sono stati suddivisi questi ambiti in cinque tabelle con uno specifico focus su ognuna di queste tematiche. Le tabelle sono consultabili di seguito.

ElezioniUSA_Tab1

In questa e nelle tabelle successive, quando si parla di Trump si tratta di misure prese durante la sua amministrazione; in merito a Biden invece trattiamo punti del suo programma, dal momento che non è mai stato Presidente ma soltanto il vice di Obama.

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La questione dei combustibili fossili è di vitale importanza. Il presidente ci vuole puntare ancora molto, tanto che parla apertamente anche della protezione dell’oleodotto DAP, di cui avevamo scritto. Lo sfidante, invece, è più sbilanciato verso le forme energetiche rinnovabili, pur non rinnegando del tutto il fossile.

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Con il Dakota Access attualmente in stallo a seguito di una decisione giudiziaria, il momento sembra buono per puntare sull’energia pulita. Biden è più propenso di Trump ma anche lui deve fare i conti con il peso politico ed economico della lobby petrolifera.

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La questione plastica è quella che maggiormente ci fa capire l’incoerenza del presidente. Trump da una parte ha finanziato startup che ripuliscono gli oceani dalla plastica e ha dato vita al programma Plastics Innovation per riciclare la maggior quantità di plastiche possibile. Dall’altra però, il suo governo ha abolito il bando sui prodotti monouso in questo polimero e spedisce mensilmente grandi quantità di plastiche difficilmente riciclabili in Paesi in via di sviluppo.

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I parchi e la tutela della wilderness statunitense sono i temi ambientali cui Trump tiene maggiormente. Almeno questo è quanto possiamo apprendere dal giudizio della sua amministrazione. Ciononostante ha da qualche giorno dato il semaforo verde al disboscamento della foresta del Tongass; vero e proprio polmone verde dell’Alaska.

Il caso Alaska e il suo significato in chiave elettorale

Non è ovviamente un caso il fatto che questo via libera giunga a pochi giorni dalle elezioni. L’Alaska è un feudo rosso, uno Stato irriducibilmente conservatore, e l’abbattimento di parte di quella riserva boschiva significa lavoro per molte persone.

La dicotomia tra ambiente ed economia è da sempre parte dell’ideale repubblicano. Da questo punto di vista, Donald Trump è un membro del suo partito fino al midollo, altro che outsider anti-sistema. A onor del vero, ricordiamo che c’è molta più vicinanza tra Joe Biden e i valori economici repubblicani di quanta ve ne sia tra il candidato democratico e l’ala più progressista della sua coalizione; quella composta dalle frange del partito socialista cui appartengono Bernie Sanders e la celebre Alexandria Ocasio-Cortez. Su ampi fronti, anche Elizabeth Warren che ha posizioni a metà tra i progressisti veri e i democratici vecchio stampo come Biden, è ben più di sinistra dell’ex vice di Obama. L’Alaska, ad ogni modo fa un pò storia a sè e abbiamo scelto di approfondirne la situazione.

Da territorio ricchissimo a chiave per vincere le elezioni

Il sottosuolo dell’Alaska è una miniera d’oro. Nero, naturalmente. La ampie riserve dello Stato di ghiaccio sono da sempre un tesoretto per gli States. L’Alaska non è densamente abitato, dato il suo clima. Chi conosce il mito americano degli inizi e la conquista del West sa bene che gli USA devono moltissimo alle risorse della loro terra; ora che a Ovest si è raggiunto l’oceano, l’ultima frontiera è proprio questo territorio. La concessione di ampi tratti dello Stato alle industrie è una mossa altamente strategica per il piano economico di Trump, il quale affida gran parte delle sue possibilità di rielezione proprio a questo aspetto.

Va da sé che l’impatto ambientale di questa decisione sarà disastroso. L’Alaska non è nuova, purtroppo, a scempi ambientali. Citiamo soltanto l’oleodotto TAP, il Trans Alaska Pipeline, serpente d’acciaio che rifornisce lo Stato di gas per il riscaldamento, tagliando a metà il territorio sulla linea dei comuni maggiormente popolati: Wiseman, Fairbanks, Anchorage… Naturalmente, negli anni ’70 – il TAP ha visto la luce nel 1977 – non vi era altro modo, allo stato della tecnologia del tempo, di fornire in maniera sicura e continua combustibile necessario a riscaldare persone e ambienti durante i lunghi inverni artici. Fa però specie pensare che al giorno d’oggi, si voglia proseguire su quella strada.

Il terzetto composto da approvvigionamento energetico, impulso all’economia e sostenibilità ambientale non riesce ancora a mantenersi unito. Ogni volta bisogna sacrificare almeno una delle tre voci. In queste elezioni ne stiamo avendo un concreto esempio. Corre il rischio di farne le spese l’intera America. SIcuramente pagherà pegno l’Alaska, già fortemente minacciata dal surriscaldamento globale.

Dunque, per chi parteggiare a queste elezioni?

Nelle elezioni di questa notte, combattiamo come umanità una bella battaglia nella guerra al cambiamento climatico. Non sappiamo se Biden possa essere il cavaliere in armatura splendente nella lotta, a dire il vero siamo molto scettici al riguardo. Quel che possiamo affermare però, è che Trump sicuramente non sia schierato a fianco del Pianeta. La scelta democratica non è migliore di quella repubblicana, è semplicemente meno peggio. Come hanno ricordato numerosi gruppi ambientalisti statunitensi, il Biden Environment Plan non è assolutamente quel Green New Deal di cui si parla da decenni e che è stato recentemente rilanciato dai progressisti; è però già un inizio, una pianificazione che tiene conto dell’ambiente, un punto di partenza, insomma.

L’unico ticket che spinge sulla misura socioecologica in toto, senza alcun innacquamento, è quello dei verdi, il cui candidato presidente è Howie Hawkins. Nel 2010, quando correva per la nomina a senatore dello Stato di New York, egli mise nero su bianco la proposta rilanciata, all’inizio dell’anno, da Ocasio – Cortez e dal parlamentare Ed Markey. I verdi, però, non hanno alcuna possibilità di vittoria finale.

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di Mattia Mezzetti
Nov 3, 2020
Fanese, classe ’91, inquinatore. Dal momento che ammettere di avere un problema è il primo passo per risolverlo, non si fa certo problemi ad ammettere che la propria impronta di carbonio sia, come quella della gran parte degli esseri umani su questo pianeta, troppo elevata. Mentre nel suo piccolo cerca di prestare sempre maggior attenzione alla questione delle questioni, quella ambientale, ritiene fondamentale sensibilizzare trattando il più possibile questa tematica.

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