Disastro ambientale in Siberia

Disastro ambientale in Siberia

Geografia della zona

Ci troviamo a Norilsk, nel territorio di Krasnojarsk, in piena Siberia settentrionale. Questa località è la seconda città al mondo, per popolazione, oltre la linea del Circolo Polare Artico, preceduta soltanto dalla più nota Murmansk. Il centro, sorgendo ad una latitudine di 69 gradi nord, è il più settentrionale della Siberia. La città sorge su suolo completamente ghiacciato, che non disgela mai nel corso dell’anno, il cosiddetto permafrost. È la mattina del 29 maggio e tutto appare solito e consueto, non vi è alcun sentore che si sta per verificare un incidente cui seguirà un disastro ambientale di dimensioni storiche.

Il clima subartico e il fatto di essere uno dei 10 luoghi più inquinati al mondo, non giocano certo a favore dell’appeal turistico di Norilsk. L’impianto industriale cittadino dell’azienda NorNickel è, singolarmente, il polo produttivo più inquinante sul nostro pianeta. L’aria in città è tossica; un’alta percentuale dei circa 105mila abitanti di Norilsk soffre di malattie respiratorie. Tra i cittadini il cancro si manifesta con una probabilità due volte superiore a quella della media russa. L’aspettativa di vita da queste parti è più corta di ben 10 anni rispetto alle altre regioni del vasto Paese.

I fatti dell’ultimo tra i disastri ambientali del mondo

Ora che conosciamo la remota, per noi centro-europei, zona di Norilsk, andiamo a vedere cosa è successo il 29 maggio. All’interno di una centrale termoelettrica nei pressi della città è improvvisamente crollato un serbatoio di carburante. Tale contenitore era colmo di gasolio. In seguito al suo crollo, le oltre 20mila tonnellate di combustibile liquido si sono riversate nel fiume Ambarnaya, che scorre accanto alla centrale. In brevissimo tempo, le acque del fiume si sono tinte di un rosso acceso. Le immagini sono tanto spettacolari quanto terribili; si tratta di una inondazione di gasolio la quale, inevitabilmente, andrà a devastare gli ecosistemi della rete fluviale locale.

https://www.youtube.com/watch?v=Yb4jG47cZtM

Un disastro ambientale ed ecologico

L’evento rappresenta un disastro ambientale di proporzioni catastrofiche. L’associazione ambientalista Greenpeace ha paragonato l’accaduto all’incidente della petroliera Exxon Valdez, nel 1989. Le conseguenze di tale misfatto, nel quale, come qualcuno ricorderà, si versò in mare una quantità di petrolio incredibile, pari a circa 41 milioni di litri, in seguito all’incagliamento di una superpetroliera nello stretto di Prince William, stretta insenatura del golfo di Alaska.

Il presidente russo, Vladimir Putin, ha immediatamente dichiarato lo stato d’emergenza per l’intera regione, chiedendo ai gestori della centrale di assumersi le proprie responsabilità. In seguito, però, appurato che la centrale è in gestione alla ditta NTEK – sussidiaria di NorNickel, il gigante estrattivo cui abbiamo accennato in apertura – e che NorNickel è di proprietà di Vladimir Potanin, oligarca russo, naturalmente miliardario e naturalmente prezioso alleato dello zar del nuovo millennio, si è deciso di non sostituire il CEO e di non nazionalizzare l’impresa.

Putin ha dichiarato pubblicamente che si attiverà presto, assieme ai suoi funzionari, per modificare la normativa in modo da evitare che in futuro si ripetano simili disastri ambientali e ha criticato duramente le autorità locali, ree di non aver risposto in maniera coordinata ed efficace allo sversamento in acqua di tutto questo gasolio. Teniamo presente che la situazione è stata insabbiata per diversi giorni, prima che il 3 giugno la peculiare colorazione dei fiumi contaminati non rendesse nota a chiunque la situazione.

Ci auguriamo che il presidente Putin sia in buona fede e speriamo che il suo governo, dal potere pressoché infinito, riesca a trovare una quadra per evitarci di dover descrivere un simile disastro anche tra qualche tempo. Resta comunque il fatto che, ad oggi, abbiamo 20mila tonnellate di gasolio le quali stanno arrivando in mare dai fiumi siberiani. Questo disastro ambientale, non può attendere la prossima normativa.

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Ecosistemi condannati dall’ennesima catastrofe ambientale

Lo stato di emergenza garantisce lo stanziamento di ampie risorse per portare soccorso nella zona interessata dall’incidente. Al fine di capire a cosa sia dovuto il crollo del serbatoio, è stata avviata un’indagine. È però sotto gli occhi di tutti come si sia perso fin troppo tempo prezioso. Putin si è personalmente lamentato di essere stato informato troppo tardi e di aver appreso la notizia dai social network. Il governatore della regione di Krasnojarsk, Alexander Uss, ha dichiarato di essere stato informato solamente nella giornata di domenica 31 maggio.

Se ciò non bastasse, ricordiamo che non è la prima volta che NorNickel si trova coinvolta in simili incidenti. Già nel 2016 la società era stata responsabile di un disastro ambientale. In tale occasione del materiale inquinante stipato in un impianto metallurgico si era riversato nel fiume Daldykan. Anche tale corso d’acqua, in quella occasione, si era tinto completamente di rosso.

Alexei Knizhnikov, rappresentante dell’associazione ambientalista WWF per la Russia, ha confermato che il volume di gasolio disperso nell’Ambarnaya sarebbe notevolmente superiore a quello fuoriuscito nel Mar Nero, 13 anni fa, a causa dell’incidente dello stretto di Kerch. In tale occasione, una nave cisterna affondò rilasciando in acqua 5mila tonnellate di gasolio. Secondo Svetlana Radionova, responsabile dell’agenzia russa per la tutela ambientale, in seguito al crollo del serbatoio a Norilsk, la concentrazione degli elementi inquinanti nell’Ambarnaya è ora decine di migliaia di volte superiore al massimo consentito dalla già piuttosto generosa normativa locale attuale.

La chiazza rossa dovuta al gasolio disperso, Foto: Vistanet.it

L’ecosistema del fiume Ambarnaya e dei suoi confluenti e affluenti è condannato da questo insostenibile inquinamento, non ci è dato sapere se e quando si riprenderà.

Le cause del disastro ambientale

Nel momento in cui si scrive la situazione è ancora in sviluppo. Come sappiamo infatti, fiumi e corsi d’acqua sono dominati dalle correnti e questo significa che ora dopo ora, giorno dopo giorno, la macchia rossa di gasolio si sposta, nonostante i tentativi di contenerla e gli sforzi delle autorità russe che agiscono in stato di emergenza.

Attualmente la superficie interessata è ampia circa 350 chilometri quadrati, con il combustibile che ha percorso un diametro di 12 chilometri dal punto della sua dispersione. I dati sono però naturalmente in continuo aggiornamento e, a seconda di quando questo articolo verrà  letto, potrebbero essere già cambiati, ci auguriamo in meglio.

A quanto è stato ricostruito, i pilastri a sostegno della cisterna contenente il gasolio avrebbero cominciato ad affondare nel terreno a causa della fusione del permafrost sottostante, causata dall’innalzamento delle temperature. È soltanto un’ipotesi, per il momento. Se confermata, però, sarebbe un altro insindacabile segnale di quanti danni stiamo facendo al nostro Pianeta. Non si escludono comunque neppure le ipotesi di usura eccessiva o danneggiamento strutturale.

Individuazione del colpevole e misure contenitive

Nel corso dell’inchiesta aperta non appena il disastro ambientale è stato reso pubblico è già stato effettuato un arresto. Viatcheslav Starostine, responsabile della centrale elettrica, si trova in fermo provvisorio. Durante i prossimi giorni le forze dell’ordine russe faranno maggior chiarezza.

Al fine di impedire ulteriore diffusione al carburante, il governo ha preso misure importanti: innanzitutto la sistemazione di barriere di contenimento contro la propagazione del gasolio nell’acqua e, in secondo luogo un monitoraggio continuo della marea rossa. Serve però capire in quale modo eliminare il combustibile; bruciandolo? Diluendolo con forti reagenti? Pompandolo nella tundra adiacente? L’ultima soluzione pare la meno percorribile, in quanto la zona è già satura di carburante, mentre le altre due sono al vaglio delle autorità. Ad ogni modo, il diesel non attende certo di sapere quale sarà la decisione finale e sta già cominciando a dissolversi in acqua.

A complicare le operazioni di pulizia ci si mettono anche le caratteristiche del letto del fiume, poco profondo, e quelle dell’area paludosa che lo ospita. Una stima prevede che la pulizia potrebbe durare tra i 5 e 10 anni e il costo superare 1,3 miliardi di euro. Tempi grami attendono la Siberia.

Disastri ambientali anche nel prossimo futuro?

Se l’inchiesta confermasse lo scioglimento del permafrost come responsabile di questo crollo, ci troveremmo di fronte ad un pessimo precedente. In tempi recenti, numerose ondate di caldo hanno interessato la Siberia. La comunità scientifica sospetta che si stia verificando, in numerose località della regione russa, una fusione dello strato di ghiaccio permanente. Una ricerca del 2013 sosteneva che un aumento annuo della temperatura globale pari a 1,5 gradi centigradi sarebbe stato sufficiente a sciogliere completamente il permafrost siberiano. Questo fenomeno si sta svolgendo più velocemente del previsto.

Oltre al surriscaldamento globale, anche la geologia ci sta mettendo del suo. Sono state osservate, sotto la coltre perennemente ghiacciata del suolo siberiano, circa 7000 bolle di gas metano. Queste bulgunyakh, come si chiamano in lingua locale, finiscono quasi sempre per esplodere, rilasciando il gas nell’atmosfera. Qualora tutte queste bolle dovessero scoppiare, o anche se lo facesse solo la maggior parte di esse, un’enorme quantità di gas serra sarebbe rilasciata nell’aria. Il gas fuoriuscito da esse, infatti, contiene una concentrazione di metano 1000 volte più alta di quella normalmente riscontrata nell’atmosfera e un quantitativo di anidride carbonica 25 volte più alto del consueto.

Ancor più preoccupante è il fatto che, all’interno dei crateri formati nello strato di ghiaccio permanente, la concentrazione di metano continua a restare alta per molto tempo dopo l’esplosione del bulgunyakh. Tali bolle, dunque, potrebbero essere il colpo di grazia per il delicato ecosistema siberiano, uno dei più minacciati dal global warming.

Il permafrost, uno strato di ghiaccio permanente sotto la terra, Foto: Blue Planet Earth

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Rischi e pericoli connessi alla fusione del permafrost

I ricercatori non si accontentano di capire le cause a cui sia dovuta la comparsa di queste bolle, essi vogliono anche riuscire a stabilire quali bulgunyakh esploderanno per primi. In tal modo sarà possibile stabilite quali fette di popolazione correranno i maggiori rischi e in quale momento.

Il gas serra, ad ogni modo, non è l’unico rischio connesso al disgelo. Dobbiamo infatti anche considerare come l’emisfero nord del nostro Pianeta sia la principale riserva mondiale di mercurio. Secondo uno studio firmato Geophysical Research Letters, infatti, nel suolo perennemente ghiacciato alle latitudini settentrionali della Terra troviamo una quantità di questo elemento tossico doppia rispetto a quello presente in tutti gli altri terreni, negli oceani e nell’atmosfera. Messi assieme. Il mercurio, infatti, si lega ai materiali organici presenti nel suolo, finisce ricoperto di sedimenti prima e di ghiaccio poi, restando intrappolato sotto chiave finché, naturalmente, il surriscaldamento globale non lo liberi dalla sua fredda prigione.

Il cambiamento climatico, contribuendo in prima persona alla fusione del permafrost, rischia di scatenare un disastro ambientale incontenibile. Pensiamo a che cosa succederebbe se il disgelo liberasse non solo la quantità industriale di mercurio di cui abbiamo appena scritto, ma anche le centinaia di batteri e virus rimasti intrappolati nelle carcasse congelate di specie animali e nei residui vegetali ancora non completamente decomposte a causa del ghiaccio.

A causa del surriscaldamento globale, il permafrost è a rischio fusione, Foto: Notizie Scientifiche

Dal disgelo al disastro ambientale

La fusione del permafrost consentirebbe al mercurio di liberarsi nell’aria, avvelenando in un sol colpo le comunità locali che vivono di pesca in Alaska e in Siberia, interrompendo la loro catena alimentare e condannando quelle aree allo spopolamento o alla morte. Ma non solo. Tramite i venti e le correnti d’aria, la tossicità raggiungerebbe anche aree e zone ben distanti da quelle interessate dal ghiaccio permanente, magari densamente popolate.

Il mercurio correrebbe il rischio di viaggiare in maniera inarrestabile nella catena alimentare. Parallelamente, ogni altra sostanza nociva, ogni altro pericolo rimasto intrappolato per secoli sotto la spessa coltre ghiacciata, sarebbe libero di tornare a circolare. Ci viene semplice immaginare, ad esempio, uno scenario con virus in circolazione incontrollata, visto che stiamo ancora lottando contro il nuovo coronavirus. Pensiamo ai batteri portatori di patologie che consideriamo debellate annidati sotto il ghiaccio perenne.

Le minacce nascoste sotto il ghiaccio perenne sono numerose, sarebbe molto difficile affrontarle tutte. Non è che un altro motivo per batterci per la tutela e conservazione del nostro Pianeta, contro lo sfruttamento e il surriscaldamento.

 

 

 

 

Ripresa: che ne è stato delle proposte green?

Ripresa: il mondo si prepara a ripartire

Siamo ripartiti. Certo, dobbiamo ancora mettere la marcia lunga e non è detto che il nuovo coronavirus non ci raggiunga di nuovo; per il momento però, la curva del contagio appare in deciso calo e ormai le riaperture si susseguono come da programma. E’ una buona notizia ma non arriva sola. Accanto ad essa, infatti, dobbiamo annoverare come la ripresa non si stia affatto dimostrando quella opportunità green che, non solo noi sull’EcoPost, ci auguravamo. Andiamo a vedere alcune decisioni recenti che sono state prese nel mondo.

Cattivi esempi dal mondo

Da diverse latitudini ci arrivano esempi che indicano esattamente il contrario. In numerose parti del mondo, politici ed imprenditori stanno, più o meno alla luce del sole, studiando strategie per ripartire nella più cupa e totale incuranza dell’ambiente. Per queste persone l’unica ripresa a contare è quella economica. Non si curano di tutelare l’ecosistema.

Partiamo dal Brasile e da quella che sembrerebbe essere la sua idea di ripresa. Il governo di Jair Bolsonaro, come ben sappiamo, non è stato esattamente il migliore a gestire l’emergenza COVID-19. Il governo sudamericano ha ampiamente sottovalutato la pandemia e il Paese è, tuttora, uno dei principali focolai mondiali. Il periodo postvirale, però, rischia di essere ancora peggio, se al potere resteranno gli stessi.

Ripresa, perché non indebolire la legislazione ambientale?

Ricardo Salles, il Ministro dell’Ambiente brasiliano, ha dimostrato come sia tale solo di carica. La sua proposta, durante l’ultimo Consiglio dei Ministri, è in disaccordo totale con quello di cui il suo Ministero si dovrebbe occupare. Per quanto incredibile possa apparire, nei termini e nei modi, la proposta ministeriale è esattamente quella che ora andremo ad illustrare, testimoniata da un video che sta facendo scalpore. Salles ha proposto al suo governo di indebolire ulteriormente la legislazione ambientale, già alquanto permissiva in Brasile, poiché ora la popolazione è distratta dal coronavirus.

Jair Bolsonaro, premier brasiliano, con il suo ministro dell’ambiente, Ricardo Salles. Foto: Teleambiente

La questione amazzonica e il piano di sviluppo brasiliano

Nel video in questione, diffuso dalla Corte Suprema brasiliana, Salles afferma: “Dobbiamo fare uno sforzo ora che la copertura mediatica è calata e tutti parlano solamente di coronavirus. Occorre fare pressione per cambiare le leggi e semplificare le norme. Non abbiamo bisogno del Congresso. Con il caos attuale, non ce le faranno mai passare.” Insomma, non solo Salles si dimostra totalmente incurante della tutela ambientale, pur rappresentando un Paese nel quale si trova un’ampia porzione della principale foresta vergine mondiale e che i suoi concittadini stanno abbattendo come se non ci fosse un domani; egli propone anche di bypassare il Congresso e operare in maniera completamente incostituzionale.

La deforestazione amazzonica è aumentata sensibilmente nei primi 4 mesi del 2020, rispetto allo stesso periodo di riferimento del 2019. Gli ambientalisti incolpano apertamente di ciò il premier Bolsonaro, che più di una volta ha dichiarato di voler aprire l’Amazzonia allo sviluppo economico. Distruggendola.

Il disboscamento della foresta amazzonica è aumentato nei primi mesi del 2020

In sua difesa, Salles ha poi esternato: “Ho sempre difeso la de-burocratizzazione e la semplificazione normativa. In tutti i campi. La rete di queste norme insensate ostacola gli investimenti, la creazione di posti di lavoro ed uno sviluppo sostenibile.” Ovviamente, la realtà è ben lontana dalla sua dichiarazione, in quanto sono proprio le norme definite insensate quelle che tutelano la Foresta Amazzonica e gli altri ampi ecosistemi che costellano un Paese magnifico ed estremamente ricco dal punto di vista biologico com’è il Brasile. Queste norme sono sistematicamente infrante e un governo saggio dovrebbe potenziarle, non certo ridurle o proporre di cancellarle, come sta facendo Bolsonaro e il suo governo, assolutamente criminale dal punto di vista ambientale.

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Ripresa, vogliamo davvero seguire l’esempio cinese?

Sul fronte della lotta al nuovo coronavirus, la Cina è stata descritta come un esempio da seguire. Le misure di quarantena imposte alla città di Wuhan e alla sua provincia, Hubei, nei mesi scorsi, hanno segnato il percorso da seguire per il resto del pianeta. Durante quel brutale periodo di lockdown, la qualità dell’aria cinese migliorò notevolmente. Lo stesso avvenne nel resto del mondo. Dopotutto, le strade erano libere e le industrie chiuse per la maggior parte, inoltre gli aerei erano a terra, dunque tutti i principali inquinanti erano fuori causa. In virtù di ciò, in tanti abbiamo auspicato che questo periodo virtuoso potesse proseguire, all’indebolimento dello stato di quarantena. In Cina, però, non è andata proprio così.

Tassi di inquinamento maggiori di quelli previrali

La settimana scorsa è stato reso pubblico un report stilato dal Centro di Ricerca su Energia e Aria Pulita (CREA), un’organizzazione indipendente che si occupa di inquinamento dell’aria, il quale indica con chiarezza come in Cina l’aria sia più inquinata ora che prima della chiusura forzata. Tale indice non riguarda solo lo Hubei, bensì l’intero Paese. Monitorando le polveri sottili; il diossido di azoto NO2; l’anidride solforosa SO2 e l’ozono, nel periodo di riferimento aprile – maggio, è risultato, al netto dei pattern meteorologici, come tutti gli indicatori abbiano superato i rilevamenti del 2019, dall’interruzione della quarantena. Responsabile di questo picco inquinante sarebbe il carbone. In Cina, infatti, sono attive molte centrali che lo trasformano in energia. Ciò spiegherebbe l’alto tasso di anidride solforosa. Quando il carbone viene bruciato, rilascia zolfo; esso interagisce con l’ossigeno presente nell’aria e crea SO2; per tal motivo se n’è rilevata così tanta.

In Cina l’inquinamento dell’aria, al termine del lockdown, ha superato quello del periodo previrale. Nella foto: Shanghai

Cattivi presagi

La situazione cinese è un pessimo monito. Sia nel 2003 – al termine dell’epidemia di SARS – sia nel 2008 – per riprendersi dalla crisi economica globale – la Cina privilegiò un rapido rilancio economico alla tutela ambientale. In entrambi i casi, il gigante asiatico è riuscito a rimbalzare e ritrovare presto la sua leadership economica. Ancor peggio è rilevare come la Cina, negli ultimi anni, stava riscontrando successo nella sua lotta all’inquinamento, una misura lanciata nel 2014 per migliorare la qualità della sua aria. Nel 2019 era stato calcolato come il gigante asiatico avesse salvato la vita di circa 400mila persone nell’anno 2017, grazie alle sue polizze di contrasto all’inquinamento. Si teme che, ora, questo buon lavoro vada perduto perché la priorità sarà la ripresa economica.

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Regno Unito, la ripresa passa per una centrale a gas

Anche in Europa abbiamo esempi di Stati che pianificano di uscire dalla crisi in maniera non sostenibile. Uno, ad esempio è il Regno Unito. Sull’isola britannica, l’anno prossimo, si terrà un summit climatico mondiale e il Paese aveva promesso, sia con Theresa May sia con Boris Johnson, di impegnarsi in prima persona per contrastare il surriscaldamento climatico. Tale vertice si preannuncia già incandescente, poiché il pianeta non è affatto sulla buona strada e sta perdendo la lotta al cambiamento climatico. A Glasgow 2021, probabilmente, sarà necessario prendere misure drastiche. Troppi Paesi, infatti, hanno politiche ambientali assolutamente inadeguate per rispettare gli accordi presi a Parigi nel 2015.

L’alta corte britannica ha autorizzato la realizzazione di una vasta centrale elettrica a gas, dopo mesi di battaglie legali intraprese da associazioni ambientaliste. Anche da queste parti, a quanto pare. conta la ripresa economica, non la tutela ambientale.

La più grande centrale europea

Ci troviamo nel North Yorkshire e da queste parti la Drax, uno tra i più importanti gruppi energetici britannici, sta pianificando la riconversione della Drax Power Station. La centrale, a carbone, produce al momento circa l‘8% dell’energia di cui ha bisogno il Paese. La centrale è considerata molto sporca, essendo un vecchio stabilimento, altamente inquinante. L’azienda vorrebbe riconvertirlo, utilizzando un ciclo combinato di gas. La centrale è da sempre ostracizzata da molti; lo scorso anno l’ispettorato dei pianificatori raccomandò al governo britannico di negare l’autorizzazione a procedere, poiché ciò sarebbe andato a danneggiare gli obiettivi statali nella lotta al cambiamento climatico. Per la prima volta, un grande progetto veniva fermato a causa delle implicazioni ambientali dovute alla sua realizzazione. Sfortunatamente, però, l’ispettorato non ha autorità per fermare un simile progetto: la decisione spetta al governo.

Infatti Andrea Leadsom, al tempo segretario di Stato per l’economia, l’energia e la strategia industriale, rifiutò questa raccomandazione. e diede via libera al progetto ad ottobre 2019. La questione fu allora sollevata da ClientEarth, un’associazione di avvocati sensibili alla tematica ambientale, i quali hanno fatto causa alla Drax. La settimana scorsa, l’alta corte britannica ha dato ragione all’azienda. I lavori per la maggior centrale a gas d’Europa sembrano poter ora cominciare. Il sito fornirà il 75% dell’energia necessaria al Regno Unito.

Progetto della rinnovata centrale nel North Yorkshire. Foto: Guardian

Il dibattito sulla centrale

E’ necessario specificare come la Drax stia, effettivamente, cercando di creare una centrale avanzata e quanto più efficiente possibile, anche dal punto di vista ambientale. L’ambizione della compagnia è quella di rimuovere, non certo aggiungere, CO2 all’atmosfera. Com’è possibile farlo quando si costruiscono centrali che sfruttano combustibile fossile? Queste centrali di ultima generazione hanno un sistema di cattura e stoccaggio di carbone, il quale dovrebbe imprigionare le emissioni. Il primo passo di questa riconversione è l’utilizzo di biomassa rinnovabile o pellet di legno per alimentare la centrale. In secondo luogo occorrerà concretizzare la strategia di cattura e stoccaggio del carbonio. La tecnica si basa sulla capacità di imprigionare le emissioni per poi stoccarle in caverne sotterranee. Il sistema è noto come BECC, bioenergia e cattura del carbonio, un’accoppiata che mira a riconvertire tutte le centrali fossili in avanguardie della produzione energetica a basso impatto.

Gli ambientalisti, però, si fidano poco di Drax e di questo sistema definito rivoluzionario. In fin dei conti, la società britannica ha la non invidiabile reputazione di essere la principale inquinatrice dell’Europa occidentale. Non sono pochi, infatti, gli studiosi che esprimono ancora perplessità riguardo al sistema BECC. La contabilizzazione del carbonio difesa dalla Drax, origina molte incertezze. L’Imperial College di Londra, tramite il suo centro di ricerca Grantham Institute, ha addirittura indicato in un rapporto che il sistema BECC potrebbe rivelarsi totalmente controproducente, trasferendo le emissioni dal livello atmosferico a quello sotterraneo, per via dello stoccaggio underground. Insomma, il potenziale effettivo della bioenergia e cattura del carbonio, resta ancora puramente teorico, originato da una serie di ipotesi complesse e mai testate su vasta scala.

Abbiamo veramente bisogno del gas?

Il caso di Drax, così come gli altri esaminati prima, può portarci a riflettere sulla ripresa. In quale direzione vogliamo andare d’ora in avanti? Al gigante dell’energia britannico va riconosciuto l’impegno di voler arrivare ad un impronta di carbonio inferiore allo 0. In sostanza, l’azienda vuole assorbire più carbonio di quello che produce. Un intento senz’altro nobile. L’atteggiamento degli ambientalisti, d’altra parte, è altrettanto comprensibile. Personalmente neanche io mi fiderei di un gruppo come Drax, specialmente se basa la sua intera strategia futura su teorie effimere e non ancorate a test affidabili. Aldilà di ciò, però, lo stimolo che vorrei fosse tratto dagli esempi portati nei paragrafi precedenti è un altro: abbiamo veramente bisogno di basarci ancora sul gas e sul fossile per il nostro fabbisogno energetico?

Due sentieri per la ripresa

Riporto prima di chiudere le due posizioni, opposte, di Drax e Greenpeace. Che ci siano da stimolo per intraprendere la miglior strada possibile, ora che cominciamo ad affrontare la complessa questione della ripresa post-crisi.

Secondo il gruppo energetico – e a quanto sembra anche secondo il governo e l’alta corte britannici – non c’è nulla di male nel seguire il sentiero del sistema BECC. “Nella transizione alle emissioni 0 prevista per il 2050, il gas naturale rappresenta una fonte affidabile di approvvigionamento energetico. Nel frattempo il settore delle energie rinnovabili continuerà a crescere, supportato da investimenti da record.” Così ha parlato un rappresentante del dipartimento per l’economia, l’energia e la strategia industriale del Regno Unito.

L’opinione di John Sauven, responsabile di Greenpeace UK, è diametralmente opposta: “Costruire nuove centrali a gas quando il Regno Unito si è imposto un target di emissioni 0, non è certo segno di una leadership climatica. Ha anche poco senso dal punto di vista economico. I costi sono maggiori di quelli che servirebbero per puntare su eolico e solare. Investire capitale per aumentare l’inquinamento può essere legale ma non è certo una posizione difendibile.”

 

 

 

 

 

 

 

Api, una strage silenziosa: siamo al punto di non ritorno?

Sembra ormai segnato il destino delle api, meravigliosi animali essenziali per la sopravvivenza del genere umano e dell’ecosistema. Sempre più stremate dall’impatto antropico e dal clima che cambia, si rischia di raggiungere il punto di non ritorno nel giro di pochi anni, con conseguenze drammatiche per l’intero Pianeta.

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L’incessante sterminio (consapevole) delle api potrebbe portare al declino della specie umana.
Immagine: Beatrice Martini

Le api, un tesoro inestimabile (anche per le nostre tavole)

Grazie alla loro operosità, questi insetti permettono l’impollinazione di molti fiori e piante, spesso distanti tra loro, facilitandone anche il rimescolamento dei semi.

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Un’ape intenta nel riempire le sacche polliniche situate sulle zampe posteriori le quali, quando piene, si stima rappresentino circa il 30% del peso complessivo dell’animale.
Immagine: Beatrice Martini

Si calcola che siano responsabili del 70 % circa delle impollinazioni di tutte le specie vegetali presenti sul pianeta, dando un contributo incredibile alla biodiversità.

Solo in Europa si stima che l’84% delle 264 specie coltivate dipendano dall’impollinazione degli insetti e che ben 4000 diverse varietà vegetali sopravvivano grazie alle api. Senza queste ultime molta frutta e verdura sparirebbe dalle nostre tavole per sempre.

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Le api, bioindicatori per il monitoraggio dell’inquinamento

Dal 1962, l’ape è stata sempre più impiegata nel monitoraggio dell’inquinamento ambientale, provocato dai metalli pesanti in ambito urbano e dai pesticidi nelle zone rurali. Due sono gli indicatori che attestano la malasanità di un ambiente: l’elevata mortalità dell’insetto o la presenza di metalli pesanti nel miele, nel polline e nelle sue larve.

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Le cause principali da associare alla drammatica moria delle api sono da ricercare in fattori quali l’inquinamento, malattie, pesticidi e perdita di porzioni del proprio habitat.

Tra i fattori che spingono questi insetti verso il punto di non ritorno: il cambiamento climatico, pesticidi e malattie. L’uomo, con le sue pratiche agricole ad alto impatto ambientale rappresenta la prima minaccia per la sopravvivenza degli impollinatori ed il conseguente equilibro dell’ambiente.

Che siano allevate o selvatiche, le popolazioni di api stanno subendo gravi perdite in Europa e negli Stati Uniti, ma anche in Brasile, Giappone e in Africa, preannunciando l’imminente punto di non ritorno. Insieme alle api, per le stesse cause, si registra un declino drammatico anche di altri insetti impollinatori: bombi, farfalle e falene.

Grazie alla ricerca siamo in grado di affermare che la responsabilità di tale massacro è da imputare esclusivamente alle azioni dell’uomo; possiamo dunque parlare di un vero e proprio genocidio. Come scrivono Alessandro dal Lago, Antonio Volpe, Massimo Filippi nel loro libro Genocidio animale:

“Se gli animali vivono, sentono e desiderano, come può essere inquadrata la loro incessante messa a morte se non nei termini di un genocidio legalizzato?”

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E’ possibile un mondo senza api?

Senza il processo dell’impollinazione cesserebbero gli incroci di polline tra piante lontane, con gravissime conseguenza per gli organismi che direttamente o indirettamente dipendono da esse, uomo compreso. Le api dunque non sono solo mere produttrici di miele ma, bensì, regolatrici dell’ecosistema e dei raccolti su cui basiamo la nostra dieta.

Da tempo la comunità scientifica denuncia questa strage silenziosa ed i suoi carnefici: il timore è il raggiungimento del punto di non ritorno con il quale si dovrà fare presto i conti. Qualche passo nella giusta direzione, però, è stato fatto dall’Europa negli ultimi due anni.

Nel 2018 la Commissione europea ha presentato “l’iniziativa per gli impollinatori dell’UE“, la prima proposta sugli insetti impollinatori che coinvolge l’intera Comunità Europea. L’obiettivo è quello di sensibilizzare sul tema, informare sul declino degli impollinatori e verificarne le cause.

Il 18 dicembre 2019 il Parlamento Europeo ha adottato una risoluzione per chiedere alla Commissione delle azioni più mirate alla tutela degli impollinatori selvatici, assegnando maggiori fondi per la ricerca e un’ulteriore riduzione nell’uso di pesticidi.

Soluzioni alternative ai pesticidi?

Il ripristino degli habitat naturali degli insetti impollinatori, insieme alla ripianificazione agricola, è probabilmente il modo più efficace per evitare l’ulteriore diminuzione o scomparsa delle loro popolazioni.

Preservare delle porzioni di prato accanto ai campi coltivati può incrementare l’abbondanza e la diversità di molte specie di impollinatori, che a loro volta migliorano la resa delle colture e la rimuneratività dell’azienda. Pratiche simili permettono la conservazione anche dei nemici naturali di quei parassiti che l’uomo solitamente contrasta con insetticidi e fungicidi.

Bee my Future: il progetto di Lifegate per salvare le api

Lifegate ha attivato il progetto “Bee my Future” che sostiene l’allevamento di 14 alveari, grazie al lavoro di un apicoltore esperto, nella provincia di Milano. Il miele in questione viene prodotto esclusivamente seguendo i principi del biologico ed il suo acquisto permette il finanziamento e l’aumento delle arnie.

L’idea nasce con l’intento di donare alle api il riparo necessario dai fattori che ne limitano la sopravvivenza soprattutto durante la sciamatura.

Il 20 maggio si celebra la Giornata Mondiale delle api

Concepita dall’ONU nel 2017, questa giornata punta alla sensibilizzazione dell’opinione pubblica circa l’affascinante mondo delle api e sulle problematiche ambientali che le stanno mettendo in ginocchio.

Leggi anche: “L’estinzione delle api sarà l’inizio della fine”

L’informazione del singolo è essenziale per evitare il raggiungimento del punto di non ritorno. Per prepararvi a questa giornata, e ad una migliore comprensione del loro mondo, vi consigliamo alcune interessanti letture. Potete trovare i link all’acquisto sotto ogni immagine!

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Esiste una petizione online per tassare le emissioni

Tassare le emissioni carbonio è l’obiettivo della nuova petizione “StopGlobalWarming.eu“, che può essere firmata, senza costi e senza sforzi, tranquillamente dal divano di casa.

L’importanza di Internet e i Social Media

Non è certo la prima volta che Internet e i Social Media hanno avuto un ruolo decisivo per cambiamenti sociali importanti. Pensiamo al successo ottenuto dall’hashtag #Metoo, grazie al quale donne e uomini di tutto il mondo si sono fatti forza per combattere insieme una mentalità retrograda e maschilista. Oppure si pensi alla sempre maggiore popolarità della piattaforma di campagne sociali Change.org, il cui direttore Luca Francescangeli ha dichiarato che dal 2012 al 2017 sono state vinte ben 800 petizioni.

Un esempio è l’approvazione, da parte della Camera dei Deputati, dell’emendamento che riconosce il reato di revenge porn. E ancora, Fedez e Chiara Ferragni, grazie alla piattaforma di raccolta fondi Gofoundme hanno raccolto più di 4 milioni di euro da destinare all’ospedale San Raffaele di Milano perché sostenesse i costi dell’epidemia di Covid-19. Lo sciopero digitale per il clima di Fridays For Future ha registrato solo in italia più di 6000 presenze “virtuali”. E la lista potrebbe continuare.

petizione emissioni

Cosa prevede la petizione per ridurre le emissioni

Marco Cappato non si è fatto quindi intimorire dal lockdown e ha creduto nella potenza del web. La campagna StopGlobalWarming.eu è stata infatti promossa da Eumans!, il movimento di Cappato formato dai cittadini europei attivi sullo sviluppo sostenibile, insieme a Science For Democracy.

La proposta della campagna prevede, innanzi tutto, una tassa sulle emissioni (che aumenterà nel corso del tempo), abbassando al contempo le tasse sul lavoro e sui redditi più bassi. Propone poi di abolire il sistema di quote gratuite di CO2 per ogni Stato e introdurrebbe un prezzo fisso per le emissioni, in modo da ridurne le importazioni da parte dei paesi più inquinanti.

Come sappiamo, infatti, in seguito all’Accordo sul Clima di Parigi, è entrato in vigore il “comodo” sistema di scambio di emissioni. Semplificando molto, le nazioni più virtuose, che restano sotto il limite consentito di emissioni, hanno il diritto di vendere le emissioni restanti ad altri paesi, che invece hanno superato la soglia di agenti inquinanti emessi nell’atmosfera.

Questo meccanismo non ha, ovviamente, incentivato un miglioramento da parte delle nazioni più inquinanti, anzi. Ha invece fatto sì che queste continuassero a sforare i limiti senza particolari ripercussioni. Se non quelle, ovviamente, sul riscaldamento globale e sulle popolazioni che più risentono dei cambiamenti climatici (le quali sono anche, paradossalmente, quelle che inquinano meno).

Perché è importante firmare la petizione per ridurre le emissioni

Un altro punto importante della petizione prevede che il ricavato della tassa sul carbone sia destinato a progetti di risparmio energetico e fonti di energia rinnovabile. “Con il prezzo del petrolio ai minimi e le pressioni per rimuovere i vincoli ambientali in nome dell’uscita dalla crisi, si rischia di tornare indietro a modelli di sviluppo disastrosi per l’ambiente – ha dichiarato Cappato -. L’Unione europea e gli Stati nazionali stanno per spendere migliaia di miliardi di soldi pubblici per uscire dalla crisi. Bisogna cogliere l’occasione per promuovere un modello di sviluppo sostenibile”.

La petizione, per poter essere presentata alla Commissione Europea, deve raggiungere quota un milione di firme in sette diversi paesi dell’Unione. Al momento ne sono state raggiunte 26.548. Perché il numero subisca un’impennata, dovrebbe passare il forte messaggio contenuto nel video della Banca Mondiale proprio in merito alla tassazione delle emissioni.

Non è questione di prendere le parti di qualcuno, bensì di pensare al futuro. L’inquinamento non è gratis e, se non controllato, causerà un danno globale senza precedenti. Molti paesi, però, emettono CO2 nell’atmosfera senza alcun costo. Questa bolletta la pagheremo noi, sotto forma di minacce alla salute pubblica, scarsità di cibo e di acqua e disastri naturali. Invece, quando l’inquinamento ha un prezzo, possono essere pagate l’efficienza e l’innovazione per le energie rinnovabili, che faranno risparmiare, sul lungo periodo, molti soldi.

Leggi anche: “Cala l’inquinamento. 11.000 morti in meno in Europa”

Ovviamente, noi crediamo che la tassazione delle emissioni sia solo un modo per favorire la transizione verso un mondo la cui economia non dovrà più basarsi sulla combustione del carbone per sopravvivere. I soldi risparmiati anche grazie all’implementazione delle energie rinnovabili dovranno essere utilizzati anche per un’educazione ambientale capillare, che eradichi la mentalità della ricerca del profitto fine a se stesso, oltre che quella del consumismo estremo. Questo perché il cambiamento di una società va di pari passo con i valori della società stessa. Nel frattempo, è necessario che i cittadini comunichino “ai piani alti” di essere pronti a questo cambiamento. E ora possono farlo.

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L’ambiente dopo il COVID: come ripartire?

Fase 2: nella ripartenza ricordiamoci dell'ambiente

Aspettavamo il 4 maggio con ansia, lo attendevamo da quando il premier lo segnalò come data per l’alleggerimento delle misure restrittive dovute alla pandemia, e finalmente è arrivato. Ora un primo livello dell’agognata normalità è tornato e ne siamo lieti. Naturalmente, l’emergenza non è passata e si corre il rischio di dover tornare indietro, nella sventurata ma realistica ipotesi di una risalita del contagio. Visti i dati comunque incoraggianti, relativamente alla curva del virus, riscontrati negli ultimi giorni, chissà che ora non si possa riprendere a parlare di ambiente, a recuperare il discorso da dove lo avevamo interrotto, a causa del nuovo coronavirus.

Comincia la Fase 2, l’economia spera di ripartire. Illustrazione: Vector

Ambiente e COVID

I due concetti sono legati e lo sono in maniera evidente, anche se in pochi ne parlano. L’EcoPost già ne ha scritto, come ricorderà chi legge con maggior frequenza. Se lo sfruttamento ambientale ha agevolato la diffusione dell’agente patogeno, è inevitabile pensare che l’ecosistema non possa essere trascurato nella fase di ripartenza, quella nella quale ci auspichiamo di lasciarci la pandemia alle spalle.

Un apprezzabile effetto della quarantena forzata è stata, come ben sappiamo, la riduzione pressoché omogenea, a livello globale, delle emissioni inquinanti. Prova tangibile di questo trend è stata, ovviamente, la picchiata dei prezzi del petrolio, giunto in territorio negativo per la prima volta nella storia. Ciò ci ha fatto subito sperare in una concreta riduzione della produzione dell’oro nero, per il futuro almeno più prossimo. Sfortunatamente non è affatto detto che le cose vadano così.

Petrolio: l’impatto sul futuro

Non è affatto semplice ridurre bruscamente la produzione petrolifera, o addirittura interromperla. Consideriamo che la gran parte dei depositi di petrolio sono contenuti all’interno di rocce porose. Per riuscire ad estrarre il greggio occorre forzarne, è il caso di dirlo, la fuoriuscita tramite una costante pressione. Più invecchia il pozzo, più diventa costoso estrarne petrolio. L’atto pratico della chiusura di un pozzo è molto caro. L’operazione poi rischia di diventare un vero e proprio salasso, anche per un signore del petrolio, qualora si dovesse chiudere un pozzo per poi magari doverlo riaprire poco dopo, causa nuovo aumento della domanda. Siamo tristemente a conoscenza del fatto che la nostra società, in nome di una crescita che non guardi in faccia niente e nessuno, è più che disposta a sacrificare l’ambiente sull’altare economico – finanziario.

Barili di petrolio. Foto: Key4biz

Almeno fino all’inizio dell’allarme COVID, lo status quo è dipeso dal petrolio. A sua volta, il settore petrolifero è dipeso da generose iniezioni di capitale, le quali hanno finanziato esplorazione e produzione. Auspichiamo almeno che questa fastidiosa pandemia ci serva da insegnamento, portandoci a riflettere sugli errori dovuti al voto che l’umanità ha fatto al petrolio.

Ipotesi e speranze ambientali

Circola una tesi che ci piace molto. Alcuni sociologi ritengono che i cambiamenti nel nostro comportamento, introdotti dal nuovo coronavirus, potrebbero restare con noi, donandoci nuova sensibilità e regalando al mondo una duratura riduzione dell’inquinamento. Per Goldman Sachs, una delle maggiori banche d’investimento mondiali, al calo della domanda di petrolio nel 2020 seguirà un brusco aumento del prezzo dell’oro nero nel 2021. L’industria petrolifera, secondo questo rapporto, potrebbe non essere in grado di tenerne il passo. Il vuoto causato dai petrolieri potrebbe essere presto riempito dalle rinnovabili, indirizzando il pianeta verso un futuro energetico più pulito e rispettoso dell’ambiente. C’è però anche chi pensa il contrario.

E’ credenza molto diffusa quella che le emissioni risaliranno non appena la domanda di viaggi aerei tornerà a crescere, specialmente nei paesi emergenti. Per LGIM – Legal & General Investment Management, una compagnia di investimenti londinese – l’attuale crollo del prezzo del petrolio sarà un doloroso boomerang, in quanto gli automobilisti saranno stimolati ad acquistare autovetture di cilindrate maggiori, esattamente come avvenne quando i SUV divennero più accessibili. Tali veicoli si diffusero a macchia d’olio, anche nelle città e altri luoghi nei quali, francamente, hanno davvero poca praticità ed utilità, se non quella di appagare un gusto estetico. Ancora una volta, un capriccio umano va a danneggiare l’ambiente. E, in questo caso particolare, il capriccio non è di una multinazionale, un imprenditore senza scrupoli o una corporate venture che deve proteggere ed incrementare un fatturato gigantesco, bensì del privato cittadino.

Lo studio di Goldman Sachs

E’ interessante approfondire lo studio riportato qualche riga fa. Goldman Sachs, nell’individuare uno spiraglio per le energie rinnovabili, ci porta anche a conoscenza di una verità poco piacevole ma della quale dobbiamo cominciare a prendere atto.

Gli analisti della banca d’investimenti affermano: “Il 2020 è fin qui testimone del più massiccio declino delle emissioni globali di anidride carbonica di sempre. C’è possibilità di un ulteriore calo a seconda della durata dell’impatto sul settore trasporti e sull’attività industriale.” Le crisi di ampia portata avute in precedenza, però, hanno sempre portato ad un rimbalzo di emissioni energetiche al loro termine. Gli esempi portati sono quelli del 2008 (fallimento della banca Lehman Brothers) e 1979 (crisi petrolifera). Diversamente dagli altri due casi, però, questa volta le emissioni sono in calo da più tempo. Nel 2019 avevamo già riscontrato una loro flessione, che ora è diventata più netta. Per proseguire la via virtuosa che abbiamo intrapreso, comunque, occorrerà mantenere il percorso nelle prossime settimane e nei prossimi mesi.

Lo schema di Goldman Sachs illustra bene come le fonti rinnovabili siano state via via più utilizzate nel corso degli ultimi 20 anni

I governi dovranno evitare di incentivare le industrie operanti nel fossile, evitando di dar loro supporto se si vuole davvero tagliare questo cordone ombelicale che ci tiene legati a loro. Lo faranno o invece si appelleranno ai posti di lavoro che corrono il rischio di andar perduti? Governi ed investitori saranno finalmente pronti ad investire in maniera decisa e continuativa su forme di energia diverse dal fossile? Ci si presenta di fronte un’opportunità, al termine di questa crisi. Dobbiamo sfruttarla al meglio, per la tutela dell’ambiente ed il bene del nostro Pianeta.

Ambiente: siamo in forte ritardo

Il ritardo è tale che potremmo aver definitivamente perso il treno. Nel dicembre 2015, alla celeberrima conferenza di Parigi, ci eravamo dati un obiettivo ambizioso. L’accordo sottoscritto in quella sede da 195 Paesi si poneva l’obiettivo di limitare il riscaldamento globale e mantenerlo al di sotto dei 2 gradi Celsius a lungo termine. Tale obiettivo, oggi, ci appare pressoché irraggiungibile. Il calo delle emissioni di cui abbiamo or ora parlato rende più agevole il cammino, senza dubbio, eppure l’obiettivo appare ancora decisamente fuori portata. Per concretizzare quello scenario dovremmo mantenere il calo delle emissioni costante tra il 3,5 e il 6,5% da qui al 2050. Le stime per il 2020 dicono che quest’anno ce la faremo, dato che si prevede una riduzione intorno al 5,4% sui dodici mesi. Per i prossimi 30 anni però?

Il grafico mostra chiaramente il calo delle emissioni dovuto al nuovo coronavirus. Gli altri rettangoli negativi rappresentano la crisi petrolifera e quella seguita al fallimento della banca Lehman Brothers

“Gli sforzi complessivi per ridurre le emissioni di anidride carbonica potrebbero non essere sufficienti per raggiungere l’obiettivo dei 2 gradi.” E’ la lapidaria affermazione degli esperti di Standard & Poor, autori di uno studio similare a quello analizzato e realizzato da Goldman Sachs. “Affinché si realizzi lo scenario ci vorrebbe una riduzione di emissioni equivalente a quella provocata dal COVID – 19 ogni anno, per i prossimi tre decenni.”

Le speranza nelle rinnovabili

In definitiva, il futuro prossimo energetico appare nebuloso, esattamente come quello sanitario. Eppure dovrebbe apparire abbagliante, ora più che mai, la necessità di impegnarsi seriamente sul fronte delle energie rinnovabili. Ci si presentano davanti mesi in cui occorreranno scelte importanti. Se l’assenza di liquidità resetterà il settore petrolifero, lasciando in salute solo le compagnie maggiori, quelle in grado di assorbire lo shock economico e finanziario, con chi si schiereranno società e politica? Con le aziende del fossile o con quelle del rinnovabile? Non è il momento giusto per stilare programmi di supporto e aiuto all’energia pulita?

Interessante approfondimento di Super Quark riguardante le energie rinnovabili

Numerosi istituti finanziari hanno già iniziato, prima della pandemia, a dirottare capitali sui settori della cattura di anidride carbonica o dello sfruttamento di green energy. I giovani ricchi, una categoria di cui poco si parla ma che rappresenta una fetta consistente di investitori, frequentemente desiderano impegnare il proprio denaro in sostenibilità e tecnologie verdi. La Banca d’Inghilterra e altri attori del mondo economico e finanziario hanno cominciato ad integrare, nelle loro stime di rischio, le conseguenze del cambiamento climatico. Di fatto, ciò significa gli investimenti legati alle rinnovabili saranno considerati meno rischiosi, e dunque agevolati, a dispetto di quelli ancora legati al settore petrolifero. Il sentiero è stato preparato e la strada è ora chiaramente indicata da questi enti. E’ un ottimo percorso da imboccare all’uscita del tunnel COVID – 19, resta solo da vedere se sarà seguito.

Cala l’inquinamento, 11.000 morti in meno in Europa

morti inquinamento

A fronte delle migliaia di tragedie che il COVID-19 sta causando, il calo drastico dell’inquinamento in tutto il mondo ne ha evitate altrettante. Lo si legge in uno studio del Center for Research on Energy and clean Air (CREA): 11.000 morti per inquinamento atmosferico evitati in Europa per il crollo del consumo di carbone e petrolio.

Perché l’inquinamento causa morti?

Potremmo già essere sicuri della veridicità dello studio utilizzando la logica, o semplicemente mettendo un piede fuori casa e respirando un’aria decisamente più pulita. Però è utile dare uno sguardo ai dati.

Secondo lo studio, le due sostanze più dannose presenti nell’aria sono il biossido di azoto e il particolato. Questi insieme causano ogni anno 470 mila morti per malattie quali insufficienza cardiaca (40%), disturbi polmonari come bronchiti ed enfisemi (17%), infezioni e diabete (17%), ictus (13%) e cancro (13%).

Il motivo per cui queste sostanze causano o alimentano queste malattie lo ha spiegato al World Economic Forum Guojun He, professore alla Facoltà di Ambiente e Sostenibilità dell’Università Scienza e Tecnologia di Hong Kong.

“Poiché le particelle sono così piccole – dice He – possono penetrare nei polmoni e nel sistema sanguigno. Da lì possono fluire attraverso tutto il corpo e arrivare al cuore e al cervello. Se qualcuno ha malattie respiratorie o cardiovascolari preesistenti, il particolato può innescare un infarto o un ictus.

Inoltre il corpo ha una risposta infiammatoria al particolato, poiché è proprio ciò che accade quando un corpo esterno entra nel sistema. Per impedire che faccia del male ad altri organi, il corpo invia le sue truppe, ovvero il sangue, verso il “nemico” e questo provoca infiammazione.

Non si tratta però solo un problema fisico. Quando le particelle di fumo entrano nel cuore e nel tuo cervello, sembra che queste possano danneggiare anche le capacità cognitive.

Italia primo paese per morti da inquinamento di NO2

L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) stima che le morti premature nel mondo per l’inquinamento raggiungano 4,2 milioni. Anche se, secondo recenti ricerche, ciò sottostimerebbe l’impatto delle malattie cardiovascolari.

Secondo le stime dell’Agenzia europea dell’ambiente (2019) l’Italia è il primo Paese in Europa per morti premature da biossido di azoto, con 14.600 vittime l’anno. Questo è dovuto anche al fatto che l’Italia sfora sistematicamente i limiti di inquinamento atmosferico consentiti dall’UE. A gennaio Milano si era posizionata quinta nella classifica delle città più inquinate del mondo. Inoltre, l’età media italiana è molto più alta rispetto ad altri paesi europei e, quindi, vi sono più persone soggette a malattie respiratorie.

Con il lockdown questi livelli si sono abbassati drasticamente, come ha rilevato l’Esa grazie ai satelliti Copernicus che monitorano lo stato di salute del Pianeta. Madrid, Milano e Roma hanno visto una riduzione di circa il 45%, mentre Parigi un calo del 54%.

Leggi anche: “Milano vuole tenere basso l’inquinamento anche dopo il virus”

Sempre secondo CREA, questo avrebbe evitato il maggior numero di decessi in Germania (-2.083), nel Regno Unito (1.752), in Italia (1.490), in Francia (1.230) e in Spagna (1.081).

Proiettando queste stime alla Cina, un paese che ospita 1/5 della popolazione mondiale, le morti evitate potrebbero essere miliardi. Il professor He, ai tempi dell’intervista ancora ignaro di ciò che il COVID-19 avrebbe provocato, ha affermato che “più di 3,7 miliardi di vite potrebbero essere salvate ogni anno in Cina se l’intera nazione mantenesse i livelli di particolato sotto i PM10”.

morti inquinamento
In occasione delle Olimpiadi 2008 a Beijing, in Cina, la comunità internazionale ha mostrato preoccupazione per i livelli di inquinamento del Paese. A fronte di questo, sono state implementate le regolamentazioni per ridurre le emissioni. Questo ha portato a una pulizia dell’aria di Beijing senza precedenti e il grafico mostra il calo impressionante della mortalità dopo i Giochi (la linea tratteggiata).

Meno inquinamento, meno malattie

Gli esperti sanitari hanno dichiarato che i risultati rispecchiano la loro esperienza durante la pandemia. Fermo restando che non sono state prese in considerazione le persone affette da COVID-19, il dottor LJ Smith, consulente di medicina respiratoria all’ospedale King’s College di Londra ha dichiarato al Guardian. “Abbiamo visto molti meno pazienti ricoverati con esacerbazioni di asma e polmonite nell’ultimo mese e non c’è dubbio che un calo dell’inquinamento atmosferico sia parte del motivo”.

Stando allo studio, questo miglioramento della qualità dell’aria potrebbe anche evitare 6.000 nuovi casi di asma nei bambini e 1.900 visite al pronto soccorso per attacchi di asma.

Non dobbiamo gioire, ma imparare la lezione

Nonostante i risultati positivi, l’autore dell’analisi Lauri Myllyvirta non ha esultato. “Sono molto in conflitto per tutto questo. – dice Myllyvirta – Le persone stanno morendo. Le misure che siamo stati costretti a prendere (a causa del virus, ndr.) stanno causando molte difficoltà economiche e di altro tipo. Questo però è un esperimento senza precedenti di riduzione del consumo di combustibili fossili”.

Leggi anche: “La natura trionfa nelle città deserte”

E continua. “Spero che questo fatto possa indurre le persone a pensare E se avessimo questo tipo di qualità dell’aria non perché tutti sono costretti a stare seduti a casa ma perché siamo riusciti a passare al trasporto pulito e all’energia? Dobbiamo sperare che questo virus ci aiuti nella lotta ai cambiamenti climatici e ad altre sfide più grandi, piuttosto che riportarci indietro.

Il virus non sarebbe stato così mortale

Come ha affermato il fisico e membro del CNR Antonello Pasini in un’intervista insieme a L’Ecopost (che sarà pubblicata a breve) condotta dai Giovani Democratici di Prato, è facile che venga trasmessa l’idea che in questi giorni siamo costretti a scegliere tra la nostra salute e quella dell’aria. In realtà è tutto il contrario. Con un’aria più pulita il virus non sarebbe stato così mortale, poiché avrebbe trovato corpi più resistenti e meno affetti da patologie polmonari pregresse.

Per non parlare degli allevamenti intensivi e il nostro modello di consumo, che è stata causa diretta della diffusione del virus. Ma di questo parliamo in altri, più mirati articoli (come “Virus: lo sfruttamento ambientale li fa esplodere”).

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Mascherine, guanti e sanificazione: quali rischi ambientali?

Mascherina COVID

Qualcuno se ne ricorderà. Già qualche settimana fa, in tempi meno sospetti, quando la pandemia marciava ancora a regimi molto alti e la fase 2 non era che un miraggio, L’EcoPost aveva avvertito dai potenziali rischi che i DPI avrebbero portato all’ambiente. I dispositivi di protezione individuale, mascherine e guanti, in questi giorni sono nostri compagni inseparabili. In numerose regioni, ci sono ordinanze che obbligano i cittadini ad indossarli, in altre sono vivamente consigliati. Dal 4 maggio in poi, fino a quando saranno date nuove indicazioni, le mascherine andranno indossate nei luoghi pubblici chiusi. Una mascherina va sostituita ogni 5 ore circa. Per i guanti il ciclo di vita è ancora inferiore. Ognuno di questi dispositivi è un rifiuto speciale. Non differenziabile.

Un guanto monouso gettato a terra, Foto: GoNews

Leggi anche “La mascherina e il suo impatto sull’ambiente”

Legambiente Marche lancia l’allarme

La situazione, naturalmente, si fa critica quando all’enorme utilizzo di questi prodotti si aggiunge l’inciviltà. Legambiente Marche, in seguito ad alcune segnalazioni nel maceratese, ha lanciato un grido di allarme. “Negli ultimi giorni abbiamo ricevuto segnalazioni di DPI abbandonati in strada. Sui marciapiedi, nei parcheggi dei supermercati, vicino a farmacie o esercizi commerciali aperti. Nella crisi sanitaria, molti cittadini si stanno purtroppo lasciando andare a comportamenti incivili e inaccettabili. Tutto questo non è tollerabile.” La comunicazione di Legambiente Marche appare piuttosto perentoria.

Parliamo di strumenti potenzialmente contaminati, dunque possibilmente infetti. Com’è ovvio, i guanti e le mascherine dismessi e abbandonati in strada sono un rischio sanitario per chiunque vi entri in contatto. Pensiamo soprattutto agli operatori ecologici, i quali devono entrarci in contatto a causa della brillantezza della persona che li ha gettati, nella più completa noncuranza del suo prossimo. Essi rischiano di infettarsi inavvertitamente per la leggerezza, potrei usare anche altre parole, di chiunque abbia smaltito i suoi DPI in tale sciagurata maniera.

Mascherine usate ritrovate in mare, al largo di Ancona. Foto: Corriere Adriatico

Mascherine e guanti, la difficoltà dello smaltimento

Il potenziale danno ambientale dovuto a questi prodotti è considerevole. Muoviamo dal ragionamento di Legambiente Marche per generalizzare a livello mondiale il problema. Macerata è naturalmente una piccola cittadina di provincia, poco nota a chiunque stia leggendo lontano dalle Marche, non fosse per un bruttissimo episodio di cronaca nera capitato in città qualche anno fa. Se in ogni conglomerato urbano troviamo la stessa problematica denunciata dall’associazione ambientalista – com’è davvero probabile – la situazione si fa seria.

I DPI sono realizzati in fibra di polipropilene o poliestere, ovvero plastica. Alternativamente, soprattutto i guanti, possono essere realizzati in lattice, nitrile, pvc o altri materiali sintetici. La facciamo semplice? Questi prodotti non hanno nulla nella loro composizione di anche solo lontanamente naturale. Ragioniamo un attimo su che cosa significhi abbandonare queste protezioni sul ciglio della strada. Alla prima precipitazione copiosa, mascherine e guanti buttati in terra, o ancor peggio in mezzo ad aiuole e cespugli, rischiano di essere trascinati dal flusso dell’acqua piovana. Tale veicolo li condurrà inevitabilmente all’interno dei reticoli idrografici superficiali, o dei tombinati. Da lì, naturalmente, il passo successivo è lo sbocco in mare.

L’intelligenza è il principale alleato

Non dovrebbe servire scriverlo ma dal momento che farlo non costa nulla procederemo. Evitiamo di abbandonare guanti e mascherine in strada. Non liberiamoci di questi prodotti in una maniera tanto sciocca, pericolosa e nociva del decoro urbano (oltre che dell’ambiente). L’ideale è gettarle nella raccolta indifferenziata, qualora fosse possibile dedicando un sacco apposito alle protezioni sanitarie. Nel caso si fosse positivi, poi, ogni rifiuto diventa automaticamente speciale. In tal caso occorre sospendere completamente la raccolta differenziata, chiudere in maniera vigorosa i sacchetti della spazzatura, conservarla in un ambiente nel quale non possano accedere animali domestici e, naturalmente, avvertire chi gestisce la raccolta dei rifiuti nel municipio di residenza.

Nello schema, come disporre correttamente dei DPI dopo il loro utilizzo

Mascherine, guanti e sanificazione

Ritornando al comunicato di Legambiente Marche, l’associazione ha aggiunto come occorra prestare attenzione anche al modo in cui si effettuano le sanificazioni. La questione principale, a tal riguardo, è l’utilizzo di ipoclorito di sodio. L’abuso di tale sostanza infatti è nocivo per l’ambiente. Legambiente raccomanda di sanificare solo i luoghi ove sia strettamente necessario farlo e, comunque, sempre in aree circoscritte. “Ai forti dubbi sulla reale utilità delle attività di disinfezione su larga scala in esterni, si accompagna la forte preoccupazione per l’uso di ipoclorito di sodio” afferma l’associazione ambientalista per bocca del suo direttore generale, Giorgio Zampetti. Stando anche a quanto riportato nelle note dell’Istituto Superiore di Sanità e dell’ISPRA, infatti, gli interventi con ipoclorito di sodio sono impropriamente definiti sanificazione, poiché corrono il rischio di essere troppo invasivi per persone ed ambiente.

Il prodotto, ci dice la stessa Legambiente, è “corrosivo per la pelle e dannoso per gli occhi. Potenzialmente in grado di liberare sostanze pericolose e per l’ambiente con conseguente esposizione della popolazione a gravi rischi.”

Disinfezione di una strada con ipoclorito di sodio. Molti sono i dubbi sull’utilità del prodotto per la sanificazione batterica all’aperto

L’ipoclorito di sodio

Perché mai Legambiente ha sottolineato questo prodotto? Che cos’è l’ipoclorito e per quale motivo dobbiamo fare attenzione al suo utilizzo? L’ipoclorito è il sale di sodio dell’acido ipocloroso. In chimica, lo si indica in formula NaCIO.

Il suo caratteristico colore giallo paglierino e il suo ancor più caratteristico odore penetrante lo rendono facilmente riconoscibile. Quasi nessuno, però, lo chiama con il suo nome. Usato comunemente come sbiancante e disinfettante, l’ipoclorito è noto più comunemente come candeggina, varichina, o ancora, secondo il nome registrato da Angelini Pharma, Amuchina. Naturalmente, in ognuno di questi prodotti, così come nelle loro varianti diffuse a livello regionale (nitorina, acquina, niveina, conegrina, acqua di Labarraque…) l’ipoclorito è diluito in soluzione acquosa, con una percentuale variabile tra l’1 e il 25%. Il prodotto non viene mai adoperato, né commercializzato, in forma pura.

L’ipoclorito, infatti, è un sale pentaidrato particolarmente instabile, che fonde già a soli 18 gradi e può decomporsi, per sfregamento così come per riscaldamento, in maniera anche particolarmente violenta. Per tal motivo, la percentuale del 25% è solitamente ritenuta la misura massima di concentrazione nel suo utilizzo comune. Viste queste sue proprietà, occorre prestare cautela nel suo utilizzo.

Attenzione alla Fase 2

Naturalmente, siamo tutti piuttosto sollevati dal pensiero che stiamo entrando nella fase 2 e presto assisteremo ad un alleggerimento delle misure di distanziamento. Come ben sappiamo però, è necessario fare attenzione, in questa fase, a rispettare tutte le regole che ci verranno date. Se ciò vale per ognuno di noi, nella lotta al contagio e nel contenimento dell’emergenza sanitaria, lo stesso discorso vale dal punto di vista ambientale. “Auspichiamo che i Comuni adoperino con buon senso ed accortezza quei 70 milioni di euro in arrivo per la sanificazione degli uffici, dei mezzi e degli ambienti.” Il riferimento è alla somma che il Governo ha destinato ai presidi locali per disinfettare gli spazi. Non possiamo che unirci all’auspicio di Legambiente.

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Milano vuole tenere basso l’inquinamento anche dopo il virus

Milano

Milano, sabato pomeriggio. Un rumore fortissimo, seguito da una deviazione incontrollabile del manubrio mi costringono ad accostare. Ero terrorizzata, ma non sentivo alcun male. Inizialmente pensavo fosse stata l’adrenalina ad aver bloccato qualunque sensazione di dolore fisico, per darmi la possibilità di reagire e togliermi dalla strada. Poi mi sono resa conto di non essermi fatta nulla. L’unico danno lo aveva subito lo specchietto della macchina che, sfrecciando verso il semaforo rosso successivo, aveva sfiorato la mia bicicletta noleggiata. Il piano Strade Aperte previsto per Milano nel post-epidemia di coronavirus forse eviterà che questo e molti altri fatti spiacevoli si perpetuino nel capoluogo lombardo.

Cosa prevede il piano

Il Piano Strade Aperte annunciato il 20 aprile per la città di Milano è stato definito dal Guardian molto ambizioso. Prevede infatti la riconversione di 35 chilometri di strade in piste ciclabili, marciapiedi, aree pedonali, oltre che l’abbassamento dei limiti di velocità a 30km/h in molte più zone. Il tutto potrebbe essere già pronto prima dell’estate, specialmente per quanto riguarda le strade più importanti, come gli 8 chilometri di Corso Buenos Aires.

I motivi di questa decisione sono riscontrabili nell’impatto del coronavirus sulla vita della città, sia attualmente che dopo la fine dell’epidemia. Innanzi tutto l’inquinamento atmosferico si è ridotto notevolmente poiché la congestione del traffico si è ridotta del 75%. Dalla pagina “Aria di Milano”, che raccoglie giornalmente i dati dell’Air Quality Index, si può vedere quanto durante questi mesi l’aria di Milano sia migliorata. Dal 1 aprile al 25 aprile, infatti, sono state registrate 17 giornate in cui l’aria ha raggiunto lo stato “eccellente”, con un AQI sotto ai 50. In tutto il mese di gennaio ne erano stati registrati soltanto 2. Sempre a gennaio Milano si era posizionata quinta nella classifica delle città più inquinate del mondo.

L’importanza delle azioni individuali

La speranza è che tutto questo aumenterà la consapevolezza, da parte dei cittadini, dell’importanza che le nostre azioni individuali hanno sulla collettività. A ridurre l’inquinamento non è stata infatti chissà quale scoperta scientifica o macchina futuristica. È stato ognuno di noi, recandosi all’alimentari più vicino invece che al grande centro commerciale in periferia, limitando gli spostamenti inutili e lavorando da casa. Tutte pratiche che si spera verranno perpetrate, dove possibile, anche dopo l’epidemia.

Leggi anche: “Coronavirus, il paradossale calo delle emissioni e l’esperimento smart working”.

La speranza, però, non basta. Molti esperti infatti prevedono che accada il contrario, ovvero un aumento delle emissioni dovuto ai più frequenti spostamenti tramite automobile. Questo perché i mezzi di trasporto pubblici subiranno, durante la fase due, alcune restrizioni.

Il sindaco di Milano, Beppe Sala, ha annunciato su Facebook che “Il traffico in metro sarà del 25% in meno rispetto a prima. Potremo far entrare massimo 75 persone alla volta. Se non si trovano altre formule, non se ne esce più: quindi anche l’idea di parlare di piste ciclabili non è una scelta ideologica, ma è una scelta di visione e anche di necessità”. Nella metropolitana sono già stati disegnati sul pavimento i segni per permettere alle persone di rispettare le misure di distanziamento sociale.

Fonte: Adkronos

La crisi dei mezzi pubblici, bike e car sharing

Queste restrizioni causeranno non pochi disagi per chi deve recarsi al lavoro, vista l’usuale congestione della metropolitana durante le ore di punta. Qualcuno potrebbe non fidarsi della mia esperienza personale, che spesso prevedeva la rinuncia all’entrata nel vagone troppo affollato e l’attesa della corsa successiva. I dati però confermano che il 55% degli abitanti di Milano utilizza i mezzi pubblici per andare al lavoro. Se gran parte di questi iniziasse ad utilizzare la macchina, il problema dell’inquinamento, già poco gestibile, andrebbe definitivamente fuori controllo.

Inoltre pratiche come car sharing e bike sharing saranno giustamente considerate dalle persone potenziali pericoli per la diffusione del virus. Di qui la probabile scelta di utilizzare l’auto privata, ritenuta più sicura e igienica. Ecco allora l’importanza del progetto Strade Aperte: non costringere le persone ad utilizzare l’auto privata più di prima ma facilitare gli spostamenti a piedi, con il monopattino elettrico o con la bicicletta privata.

Un modo per salvare l’economia

Inoltre, come ha fatto notare al Guardian Marco Granelli, vice sindaco di Milano, una nuova mobilità aiuterebbe anche l’economia cittadina. “Abbiamo lavorato per anni per ridurre l’uso dell’auto. Se tutti guidano una macchina, non c’è spazio per le persone, non c’è spazio per muoversi, non c’è spazio per attività commerciali al di fuori dei negozi.”

E continua: “Pensiamo di dover reimmaginare Milano nella nuova situazione. Dobbiamo prepararci; ecco perché è così importante difendere anche questa parte dell’economia, sostenere bar, artigiani e ristoranti. Quando sarà finita, le città che hanno ancora questo tipo di economia avranno un vantaggio, e Milano vuole essere in quella categoria “.

Il progetto per Corso Buenos Aires.

Una città all’avanguardia

Milano è una città che cambia velocemente, di anno in anno, e che non ha nulla da invidiare alle maggiori e più sviluppate metropoli mondiali. Tanto che, anche per le questione ambientali, ha già preso iniziative esemplari per il mondo intero.

Un esempio è il “Bosco Verticale“, l’innovativo palazzo di Stefano Boeri la cui costruzione è terminata nel 2014. Questo edificio rappresenta un progetto pilota per una nuova generazione di edifici eco-sostenibili. Come ha affermato uno dei progettisti, “Il Bosco Verticale è un progetto di riforestazione metropolitana che contribuisce alla rigenerazione dell’ambiente e alla biodiversità senza espandere la città sul territorio. (…) In ogni Bosco Verticale è presente una quantità di alberi che occuperebbe una superficie di 20.000 mq.

Il sistema del Bosco Verticale aiuta nella creazione di uno speciale microclima, produce umidità e ossigeno, assorbe particelle di CO2 e polveri sottili. (…) I diversi tipi di vegetazione creano un ambiente che può anche essere colonizzato da uccelli e insetti, trasformandolo in un simbolo della ricolonizzazione spontanea della città da parte di piante e animali”. Ironicamente questo progetto può rappresentare in piccolo quello che è successo durante il lockdown da coronavirus, ovvero la riappropriazione, da parte della natura, degli spazi cittadini.

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Un altro esempio della virtù milanese è stata l’inaugurazione, nel febbraio dell’anno scorso, della ZTL più grande d’Italia e la seconda in Europa. Un progetto che limita la circolazione in tutta la città, specialmente per le automobili a Diesel. Il provvedimento ampliava le misure già restrittive della zona centrale, dove è vietato circolare se non muniti di un permesso acquistabile alla non modica cifra di 5 euro al giorno.

Un esempio per tutti

Provvedimenti in stile “Strade Aperte” serviranno in tutte le grandi città per sviluppare la cosiddetta mobilità attiva (pedonalità e ciclabilità), oltre che della micromobilità (hoverboard, segway, monopattini elettrici). E, come ha dimostrato Janette Sadik-Khan, l’ex commissario per i trasporti di New York, dichiarando di guardare a Milano per il futuro della mobilità della città più importante degli Stati Uniti, Milano potrebbe diventare un esempio positivo per tutto il mondo.

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Prezzo del petrolio ai minimi storici: cos’è successo

Il prezzo del petrolio a Wall Street è crollato

Petrolio a picco

Quella del 20 aprile 2020 sarà ricordata come una data storica. In tale giornata, infatti, l’indice Nymex WTI di Wall Street, il principale indicatore del prezzo del petrolio negli Stati Uniti, ha perso il 305%. A fine serata, un barile di petrolio valeva – (meno) 37 dollari. Dove il meno sta per il segno che indica il dominio dei numeri negativi, quello che si mette davanti alle cifre. Sostanzialmente, il petrolio valeva meno dell’acqua. In termini finanziari ciò significa che l’offerta dei produttori non ha alcuna domanda; detto in parole ancor più povere, un petroliere potrebbe esser disposto a pagare pur di disfarsi delle scorte di petrolio che non riesce a vendere, non avendo più spazio per immagazzinare il prodotto.

Il crollo dei future WTI petroliferi in scadenza a maggio, grafico: CME Group

La situazione è rientrata, se così vogliamo dire, quando alla chiusura delle contrattazioni negli USA è seguita l’apertura di quelle in Asia. I future WTI – così sono denominati, in Borsa, i barili della partita il cui prezzo è precipitato – sono risaliti fino a 1,55 dollari al barile, qualche ora dopo lo shock quantificato perfettamente dal -37,63 a New York. Le azioni denominate future WTI, con scadenza a maggio, non erano mai andate in territorio negativo prima di lunedì.

Le cause del tonfo

In primis dobbiamo annoverare, tra le cause di questa picchiata, la quarantena imposta a gran parte del pianeta a causa del nuovo coronavirus.

L’intero mondo occidentale ha seriamente ridotto la circolazione di automobili, aeroplani e altri mezzi pubblici e privati. Ciò ha inevitabilmente portato ad un abbassamento senza precedenti della domanda, nonostante l’estrazione di greggio non sia stata interrotta, ma soltanto ridotta. Per tal motivo, numerosi proprietari di raffinerie hanno smesso di acquistarlo. Ciò ha dato origine alla paradossale situazione dei produttori, i quali si sono trovati in serie difficoltà. Oltre a non riuscire a vendere il loro prodotto, infatti, non sanno neanche più dove stoccarne le riserve.

La guerra per il petrolio

In secondo luogo, dobbiamo ricordare come Russia, Arabia Saudita e Stati Uniti stiano combattendo, in questo preciso momento, una vera e propria guerra commerciale. I primi due Paesi, che devono gran parte delle loro economie all’oro nero sarebbero i primi responsabili dell’abbassamento della quotazione. Mosca e Riyad, infatti, si sono rifiutati di tagliare la produzione, in pieno disaccordo con le misure dell’OPEC, l’organizzazione che comprende i Paesi produttori di petrolio. Di riflesso, questa decisione ha messo in crisi il settore statunitense dello shale oil. Tale greggio è quello contenuto nelle rocce e sabbie bituminose, estratto tramite la tecnica, oltremodo inquinante, della fratturazione idraulica o fracking.

Petrolio estratto da sabbie bituminose, Foto: Bloomberg

Questa tecnica altamente ditruttiva ha dato modo agli USA di disporre, negli ultimi anni, di grandi quantità di greggio a prezzi tutto sommato convenienti. In fin dei conti, a Donald Trump importa poco se il prezzo più alto lo paghi l’ambiente. Lui capisce solo il linguaggio degli sciacalli dell’economia e della finanza. La sua amministrazione ha favorito e incoraggiato l’impiego della fratturazione idraulica come mai prima. Questa liberalizzazione ha ridotto l’importazione ai minimi, dando modo al settore di fare nuove assunzioni, come promesso in campagna elettorale dal presidente americano.

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Qualche giorno fa, anche la Russia ha deciso di ridurre le proprie operazioni estrattive del 10%, allineandosi alle direttive OPEC.

Gli effetti del crollo

Non è facile fare previsioni, non solo per quanto riguarda il settore estrattivo ma per l’economia mondiale. Se è vero che la morsa della pandemia si sta cominciando ad allentare, non ci è dato sapere quanto potremmo dirci fuori da essa. Quel che si profila, ad oggi, è un futuro di incertezza, difficoltà e possibili bancarotte per numerosi attori del settore petrolifero. Non è da escludere neppure che alcuni produttori possano davvero mettere in conto spese proprie per smaltire quei barili i cui contratti scadono a maggio, poiché liberare spazio in magazzino potrebbe essere la cosa più importante da fare. Nel momento in cui si scrive, infatti, i future WTI per giugno scambiano ancora in territorio positivo. Questo crollo del prezzo del petrolio senza precedenti potrebbe creare un lungo strascico ma la crisi era nell’aria anche prima del COVID.

Nero come il petrolio

Il mondo annega nel greggio. Nonostante lo storytelling che webzine come L’EcoPost, giornali, scienziati, attivisti, giovani e chiunque abbia un briciolo di sale in zucca portano avanti in ogni parte del mondo, assistiamo in questo tempo ad una corsa alla produzione senza precedenti. È come se i produttori non volessero far altro che inondare il Pianeta, saturarlo, renderlo nero come il petrolio. D’altra parte, la domanda sta rallentando. A maggior ragione ora che vige il lockdown, per quanto già da prima la sensibilizzazione al rinnovabile aveva abbassato la richiesta.

Già da mesi, circa 18, le quotazioni del petrolio viaggiano su livelli minimi. Il tema all’ordine del giorno nel corso delle più recenti riunioni dell’OPEC, infatti, è sempre stato il raggiungimento di un accordo per il taglio della produzione. Una riduzione che consentisse al prezzo del barile di rifiatare, risalire verso l’alto, in seguito ad una riduzione dell’offerta. In tal maniera sarebbe stato possibile ricondurre la forbice del prezzo verso un’area più accettabile per i punti di pareggio fiscali di numerosi Stati appartenenti all’organizzazione. Ciò posto, ci troviamo davvero di fronte agli squilli di tromba dei biblici Angeli dell’Apocalisse, per quanto riguarda il settore petrolifero?

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Una cortina fumogena

Difficilmente. Purtroppo, aggiungerei, per chiunque, come chi scrive e legge, si auguri una seria riduzione nell’impiego di questa fonte di energia. Quella di cui abbiamo parlato per molte righe, fino a questo punto, è una mera questione tecnica. Il lotto dei barili di petrolio di maggio, l’insieme dei future WTI registrati all’indice Nymex, si riferisce ad un contratto fisico. Tale accordo presuppone un punto di consegna del petrolio trattato e una data in cui tenere lo scambio di merce. Lo stock è allocato a Cushing, in Oklahoma, dove si trova la partita di oro nero e la sua data di consegna è quella di maggio. Per il mese di giugno ed i successivi, saranno messi in vendita, a Wall Street, altri barili.

Uno stock di barili di petrolio, Foto: InvestingCube

Il detentore del contratto, ovvero chiunque si sia aggiudicato la partita al termine delle contrattazioni, all’avvicinarsi della chiusura della finestra di trading, deve essere pronto a ricevere quanto acquistato. Nel mondo reale, però, ciò non accade così spesso.

Dove osano gli speculatori

Il mercato finanziario non è popolato da linee aeree e benzinai che necessitano di carburante. È popolato da lupi e squali, da speculatori che giocano con il petrolio per guadagnare sui differenziali di prezzo tra acquisto e rivendita. Queste persone non hanno alcun interesse reale a ricevere i barili, non se ne farebbero nulla. Dunque comprano, per poi rivendere il petrolio all’approssimarsi della data di scadenza del future, sperando di riuscire a guadagnare qualcosa sul roll, la rivendita. La data di scadenza del lotto il cui prezzo è precipitato lunedì 20, era martedì 21.

Petrolio e denaro speculativo, un’accoppiata che ben simboleggia il potere dell’alta finanza. Elaborazione: Trend-online

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Cos’è successo a questo petrolio

Se si è arrivati a questo punto, è perché gli stock di petrolio WTI a Cushing sono cresciuti del 48% da fine febbraio ad oggi. Ciò si deve, come scritto, al calo della domanda. Lo stock è arrivato a 55 milioni di barili, a fronte di una capienza totale dell’hub di circa 76 milioni. I traders, forse distratti dai venti della pandemia, hanno preso atto troppo tardi dell’impossibilità di prenotare ampio spazio di stoccaggio in Oklahoma. Fisicamente non c’era più volume per allocare altro petrolio, indipendentemente dal prezzo che si era disposti a pagare per garantirselo.

Al netto di una situazione tale, chi si sarebbe mai sobbarcato l’acquisto di barili vincolati alla consegna, dal momento che non c’è il posto per effettuarla quella stessa consegna? Nessuno, neppure con un fortissimo sconto. Per tal motivo, il produttore potrebbe vedersi costretto a pagare di tasca propria, affinché qualcuno gli liberi spazio.

La logistica nel deposito di Cushing, grafico: Bloomberg. La linea gialla indica il prezzo del barile, la bianca la quantità di petrolio stoccato presso il deposito. L’ascissa orizzontale segnala a quale mese si riferisce la punta nel grafico

La possibile via di fuga

Il prezzo del petrolio sembrerebbe aver subito rimbalzato, tanto che già ieri era risalito in territorio positivo. Se però nei prossimi giorni si dovesse verificare un netto calo anche relativamente ai future di giugno, come si dovrebbe reagire? I veterani del mercato si aspettano un deprezzamento significativo delle scadenze di giugno – intorno al 15% – ma danno i barili in trattativa per quel mese ancora in area positiva. Qualora si sbagliassero, allora potremmo davvero affermare con certezza l’esistenza di uno stress fisico (l’assenza di spazio) che si riverbera sulle quotazioni di mercato dell’oro nero.

A quel punto occorrerebbe ricorrere a blocchi, a divieti di produzione nel mese di maggio che incidano ben più del 10% stipulato dall’OPEC. Secondo Bloomberg, notoriamente ben informato in materia finanziaria, il governo americano starebbe pensando ad una opzione estrema. Pagare i produttori, con soldi del contribuente, affinché non trivellino, evitando di andare ad aumentare le riserve di greggio. Si tratterebbe, dunque, di un vero e proprio sussidio alla non produzione. Ecco, questa si che potrebbe essere una buona notizia per l’ambiente.

Africa, designer regala mascherine di tessuto nei villaggi

mascherine

Colori caldi e vivaci, stoffe decorate con rara originalità. Le mascherine create dal del fashion designer kenyota David Avido incarnano perfettamente la bellezza della natura africana. Ma sono anche il simbolo di tutto ciò che di questa terra non conosciamo e dal quale possiamo imparare molto.

La storia di David

David Avido è nato in una baraccopoli di Kibera, in provincia di Nairobi. A causa delle risorse limitate, che imponevano a lui e alla sua famiglia un solo pasto al giorno, David ha dovuto abbandonare gli studi.

La vita artistica di David è nata quando il ragazzo ha deciso di fondare una compagnia di ballo con alcuni amici della scuola elementare. Con i pochi soldi che guadagnava ballando e con il contributo della madre che era una collaboratrice domestica, David è riuscito a terminare gli studi.

Che l’arte (e il fashion design) fosse nelle sue vene era chiaro già da quando era ballerino. “L’idea di Lookslike Avido – questo il nome del suo brand – è nata quando disegnavo i vestiti di scena per me e il mio team. Poi portavo i disegni nelle sartorie, ma non li realizzavano mai esattamente come li volevo io. Così ho deciso di iniziare a cucirli da solo”. Ha detto il giovane designer in un’intervista a Vogue.

Grazie a un’organizzazione che opera in Kenya, David è riuscito a trovare i fondi per studiare al Buruburu Institute of Fine Arts a Nairobi. Si è così laureato in Fashion Design, aggiudicandosi anche il premio come miglior studente dell’anno. David Avido sta a poco a poco scalando le vette della moda internazionale, tanto che nel 2019 è stato invitato alla Fashion Week di Berlino.

Riciclo e riuso: l’insegnamento dell’Africa

Avido, però, non sembra aver cambiato il suo modo di operare, né tanto meno aver tradito le sue origini. Anzi, Avido non manca mai di sottolineare come l’obiettivo primario del suo lavoro sia quello di avere un impatto sociale positivo sulla sua comunità, creando posti di lavoro e motivando i giovani della sua città a inseguire i propri sogni. Ma vuole anche trasmettere un messaggio al mondo intero, ovvero che anche dai sobborghi dell’Africa rurale può nascere del buono, e che non esiste soltanto quello che vediamo nei media.

Anzi, l’Africa può essere un esempio della grande potenzialità del riciclo. Non avendo infatti a disposizione un’ingente quantità di risorse, Avido cuciva stoffe usate. E così fa tutt’ora. Sul sito di Lookslike Avido si legge che tutti i suoi pezzi sono fatti a mano e il 100% delle stoffe provengono da materiali usati.

Anche se al momento non ha certificazioni che lo rendono un brand totalmente sostenibile, sul sito Avido dichiara il suo intento di utilizzare in futuro solo materie prime biologiche e locali. I loro packaging sono già “climate-neutral” e il 100% del loro profitto viene re-investito nella localizzazione della catena. Un aspetto importante visto che comprare dall’Europa o dall’America prodotti fabbricati in Africa implicherebbe non poche emissioni.

Infine, gli scarti dei tessuti vengono donati alle scuole di sartoria, oppure sono riciclati dalla stessa Lookslike Avido per creare shopping bag.

David Avido con due delle sue creazioni: la felpa e la mascherina

Il Coronavirus in Africa

Nel continente africano il Covid-19 non sta mietendo lo stesso numero di vittime del nord del mondo. La paura che si possa diffondere anche lì è però altissima, poiché i sistemi sanitari non avrebbero le strutture e le risorse necessarie per affrontare un’epidemia di tali dimensioni. Inoltre per molte persone vivere in quarantena e seguire le regole del distanziamento sociale non sarebbe possibile a causa delle condizioni di sovraffollamento e indigenza nelle quali sono costrette a vivere.

“Luoghi come Kibera sono aree ad alto rischio“, ha affermato Rudi Eggers, rappresentante dell’organizzazione mondiale della sanità del Kenya. “Negli insediamenti informali e nei campi profughi della nazione vi abitano molte persone vicinissime tra loro, senza la possibilità di lavarsi bene le mani e senza mascherine.

Fortunatamente al momento il numero di contagi in Kenya sembra essere ancora basso. Sono infatti stati riportati 184 casi di coronavirus e 7 morti. Bisogna però dire che soltanto una piccolissima parte degli abitanti sono stati testati (5.500 a fronte dei 50 milioni totali).

Crediti: National Geographic

Inquinamento e diffusione del virus

Vi sarebbero molte diverse ragioni per le quali in Africa il virus non si sta diffondendo velocemente. In primo luogo vi è la mancanza di dati, che potrebbe influenzare negativamente la stima effettiva dei contagiati e dei morti. Un secondo motivo è la celerità con cui sono state prese le misure di sicurezza nelle maggiori città. Nairobi, per esempio, ha chiuso le attività commerciali e vietato assembramenti e spostamenti di persone. Purtroppo sono anche stati riportati casi di violenza estrema da parte della polizia verso chi violasse la quarantena, il che induce le persone a non lasciare facilmente la propria abitazione.

Il lockdown potrebbe anche aver portato ad un miglioramento della qualità dell’aria. Diversi studi, tra cui quello del SIMA del quale abbiamo parlato nell’articolo “Lo smog aiuta la diffusione del virus?” hanno ormai accertato il collegamento tra inquinamento e diffusione del virus. In più l’aria in Africa, sopratutto nelle zone rurali, è tendenzialmente più pulita rispetto al “Primo mondo”, anche se i dati non sono ancora esaustivi in merito.

Il sito Ourworldindata mostra come il tasso di mortalità dovuto all’inquinamento atmosferico sia più alto nelle nazioni a reddito medio, mentre è minore in quelle con un reddito molto basso oppure molto alto. Questo perché i paesi più poveri, in mancanza di industrie, sono meno inquinati. Quelli più ricchi, invece, stanno sviluppando sistemi più puliti di produzione dell’energia e dispongono di un sistema sanitario efficiente. Il Kenya si posiziona, per il momento, ancora tra quelle a basso reddito.

Mary Stephen dell’OMS ha dichiarato anche che i paesi africani, pur essendo più vulnerabili, potrebbero rivelarsi più resistenti, vista l’età media della popolazione. “Nel Regno Unito l’età media è di 40,5 anni, in Cina 37,4, mentre in Togo e in Camerun le soglie raggiungono una media di 19,8 e 18,5”, dice Stephen.

Clima, tosse, mascherine usa e getta

Vi è stato anche chi ha ipotizzato un rallentamento della diffusione del virus con un clima più caldo. Sarah Jarvis, una dottoressa britannica, ha rivelato alla BBC che questo potrebbe accadere per diversi motivi. Uno di questi è che le goccioline che trasportano i virus potrebbero non durare a lungo in un’atmosfera umida. Inoltre il caldo può far si che i virus muoiano più velocemente quando si trovano al di fuori del corpo umano”.

Quel che è certo è che i virus di natura simile al Covid-19 si diffondono attraverso le goccioline respiratorie, sopratutto quando una persona infetta tossisce o starnutisce. Di qui l’importanza del lavoro di Avido nei villaggi del Kenya. Perché continui il suo operato, le fondazioni uwezafoundation e Project Kenya stanno fornendo al giovane designer i tessuti per creare le mascherine.

È doveroso sottolineare che le mascherine di Avido non sono omologate, né tanto meno ad uso medico. Sicuramente, però, bloccando le vie respiratorie riducono il rischio di contagio. In più, essendo in tessuto, sono lavabili, il che diminuisce problemi relativi allo smaltimento di quelle usa e getta, che anche in Italia stiamo affrontando. Infine, le mascherine non lavabili vengono quasi sempre utilizzate più volte, magari a distanza di breve tempo, durante il quale il virus non ha modo di morire. In questo modo si attenua, di fatto, la loro stessa funzione antivirale.