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Colori caldi e vivaci, stoffe decorate con rara originalità. Le mascherine create dal del fashion designer kenyota David Avido incarnano perfettamente la bellezza della natura africana. Ma sono anche il simbolo di tutto ciò che di questa terra non conosciamo e dal quale possiamo imparare molto.

La storia di David

David Avido è nato in una baraccopoli di Kibera, in provincia di Nairobi. A causa delle risorse limitate, che imponevano a lui e alla sua famiglia un solo pasto al giorno, David ha dovuto abbandonare gli studi.

La vita artistica di David è nata quando il ragazzo ha deciso di fondare una compagnia di ballo con alcuni amici della scuola elementare. Con i pochi soldi che guadagnava ballando e con il contributo della madre che era una collaboratrice domestica, David è riuscito a terminare gli studi.

Che l’arte (e il fashion design) fosse nelle sue vene era chiaro già da quando era ballerino. “L’idea di Lookslike Avido – questo il nome del suo brand – è nata quando disegnavo i vestiti di scena per me e il mio team. Poi portavo i disegni nelle sartorie, ma non li realizzavano mai esattamente come li volevo io. Così ho deciso di iniziare a cucirli da solo”. Ha detto il giovane designer in un’intervista a Vogue.

Grazie a un’organizzazione che opera in Kenya, David è riuscito a trovare i fondi per studiare al Buruburu Institute of Fine Arts a Nairobi. Si è così laureato in Fashion Design, aggiudicandosi anche il premio come miglior studente dell’anno. David Avido sta a poco a poco scalando le vette della moda internazionale, tanto che nel 2019 è stato invitato alla Fashion Week di Berlino.

Riciclo e riuso: l’insegnamento dell’Africa

Avido, però, non sembra aver cambiato il suo modo di operare, né tanto meno aver tradito le sue origini. Anzi, Avido non manca mai di sottolineare come l’obiettivo primario del suo lavoro sia quello di avere un impatto sociale positivo sulla sua comunità, creando posti di lavoro e motivando i giovani della sua città a inseguire i propri sogni. Ma vuole anche trasmettere un messaggio al mondo intero, ovvero che anche dai sobborghi dell’Africa rurale può nascere del buono, e che non esiste soltanto quello che vediamo nei media.

Anzi, l’Africa può essere un esempio della grande potenzialità del riciclo. Non avendo infatti a disposizione un’ingente quantità di risorse, Avido cuciva stoffe usate. E così fa tutt’ora. Sul sito di Lookslike Avido si legge che tutti i suoi pezzi sono fatti a mano e il 100% delle stoffe provengono da materiali usati.

Anche se al momento non ha certificazioni che lo rendono un brand totalmente sostenibile, sul sito Avido dichiara il suo intento di utilizzare in futuro solo materie prime biologiche e locali. I loro packaging sono già “climate-neutral” e il 100% del loro profitto viene re-investito nella localizzazione della catena. Un aspetto importante visto che comprare dall’Europa o dall’America prodotti fabbricati in Africa implicherebbe non poche emissioni.

Infine, gli scarti dei tessuti vengono donati alle scuole di sartoria, oppure sono riciclati dalla stessa Lookslike Avido per creare shopping bag.

David Avido con due delle sue creazioni: la felpa e la mascherina

Il Coronavirus in Africa

Nel continente africano il Covid-19 non sta mietendo lo stesso numero di vittime del nord del mondo. La paura che si possa diffondere anche lì è però altissima, poiché i sistemi sanitari non avrebbero le strutture e le risorse necessarie per affrontare un’epidemia di tali dimensioni. Inoltre per molte persone vivere in quarantena e seguire le regole del distanziamento sociale non sarebbe possibile a causa delle condizioni di sovraffollamento e indigenza nelle quali sono costrette a vivere.

“Luoghi come Kibera sono aree ad alto rischio“, ha affermato Rudi Eggers, rappresentante dell’organizzazione mondiale della sanità del Kenya. “Negli insediamenti informali e nei campi profughi della nazione vi abitano molte persone vicinissime tra loro, senza la possibilità di lavarsi bene le mani e senza mascherine.

Fortunatamente al momento il numero di contagi in Kenya sembra essere ancora basso. Sono infatti stati riportati 184 casi di coronavirus e 7 morti. Bisogna però dire che soltanto una piccolissima parte degli abitanti sono stati testati (5.500 a fronte dei 50 milioni totali).

Crediti: National Geographic

Inquinamento e diffusione del virus

Vi sarebbero molte diverse ragioni per le quali in Africa il virus non si sta diffondendo velocemente. In primo luogo vi è la mancanza di dati, che potrebbe influenzare negativamente la stima effettiva dei contagiati e dei morti. Un secondo motivo è la celerità con cui sono state prese le misure di sicurezza nelle maggiori città. Nairobi, per esempio, ha chiuso le attività commerciali e vietato assembramenti e spostamenti di persone. Purtroppo sono anche stati riportati casi di violenza estrema da parte della polizia verso chi violasse la quarantena, il che induce le persone a non lasciare facilmente la propria abitazione.

Il lockdown potrebbe anche aver portato ad un miglioramento della qualità dell’aria. Diversi studi, tra cui quello del SIMA del quale abbiamo parlato nell’articolo “Lo smog aiuta la diffusione del virus?” hanno ormai accertato il collegamento tra inquinamento e diffusione del virus. In più l’aria in Africa, sopratutto nelle zone rurali, è tendenzialmente più pulita rispetto al “Primo mondo”, anche se i dati non sono ancora esaustivi in merito.

Il sito Ourworldindata mostra come il tasso di mortalità dovuto all’inquinamento atmosferico sia più alto nelle nazioni a reddito medio, mentre è minore in quelle con un reddito molto basso oppure molto alto. Questo perché i paesi più poveri, in mancanza di industrie, sono meno inquinati. Quelli più ricchi, invece, stanno sviluppando sistemi più puliti di produzione dell’energia e dispongono di un sistema sanitario efficiente. Il Kenya si posiziona, per il momento, ancora tra quelle a basso reddito.

Mary Stephen dell’OMS ha dichiarato anche che i paesi africani, pur essendo più vulnerabili, potrebbero rivelarsi più resistenti, vista l’età media della popolazione. “Nel Regno Unito l’età media è di 40,5 anni, in Cina 37,4, mentre in Togo e in Camerun le soglie raggiungono una media di 19,8 e 18,5”, dice Stephen.

Clima, tosse, mascherine usa e getta

Vi è stato anche chi ha ipotizzato un rallentamento della diffusione del virus con un clima più caldo. Sarah Jarvis, una dottoressa britannica, ha rivelato alla BBC che questo potrebbe accadere per diversi motivi. Uno di questi è che le goccioline che trasportano i virus potrebbero non durare a lungo in un’atmosfera umida. Inoltre il caldo può far si che i virus muoiano più velocemente quando si trovano al di fuori del corpo umano”.

Quel che è certo è che i virus di natura simile al Covid-19 si diffondono attraverso le goccioline respiratorie, sopratutto quando una persona infetta tossisce o starnutisce. Di qui l’importanza del lavoro di Avido nei villaggi del Kenya. Perché continui il suo operato, le fondazioni uwezafoundation e Project Kenya stanno fornendo al giovane designer i tessuti per creare le mascherine.

È doveroso sottolineare che le mascherine di Avido non sono omologate, né tanto meno ad uso medico. Sicuramente, però, bloccando le vie respiratorie riducono il rischio di contagio. In più, essendo in tessuto, sono lavabili, il che diminuisce problemi relativi allo smaltimento di quelle usa e getta, che anche in Italia stiamo affrontando. Infine, le mascherine non lavabili vengono quasi sempre utilizzate più volte, magari a distanza di breve tempo, durante il quale il virus non ha modo di morire. In questo modo si attenua, di fatto, la loro stessa funzione antivirale.

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