L’ambiente minacciato: in Sri Lanka sfiorata la tragedia

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A solo un mese e mezzo di distanza dal disastro ambientale che ha colpito le Mauritius, una nuova tragedia ha rischiato di consumarsi, questa volta, in Sri Lanka. Una petroliera, battente bandiera Panamense, che trasportava 270mila tonnellate di petrolio è rimasta coinvolta in un incendio. Stavolta l’uomo è riuscito risparmiare l’ambiente dall’ennesima marea nera; l’ultima parola agli esperti.

La dinamica dell’accaduto

Intorno alle 8 del 3 settembre nella sala macchine principale della New Diamond è divampato un incendio, a seguito dell’esplosione di una caldaia.

La petroliera, che navigava a 38 miglia nautiche al largo di Sangamankanda Point (ad est dello Sri Lanka), trasportava 270.000 tonnellate di petrolio dal porto di Meena Al Ahmadi in Kuwait al porto di Paradip in India.

Crediti: Sri Lankan Air Force Media

La Marina, l’Air Force, l’Autorità portuale dello Sri Lanka e la Marina e la Guardia costiera indiana hanno lavorato insieme per contenere l’incendio; mentre alcune navi hanno perimetrato l’area, nell’eventualità di una fuoriuscita di petrolio.

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Necessario un intervento aereo e navale per poter raffreddare i fianchi della nave e l’utilizzo di acqua e sacchi di polvere chimica secca (DCP), i quali hanno fornito risultati positivi nel soffocare le fiamme a bordo. Un rimorchiatore ha trainato la nave a largo mentre il fuoco veniva domato.

Salvi i 21 membri dell’equipaggio; anche le condizioni di salute del terzo ufficiale di ingegneria della nave, ricoverato all’ospedale Kalmunai dopo aver subito delle lesioni, stanno tornando stabili. 

E’ stato purtroppo confermato che un marinaio filippino a bordo sia rimasto vittima al momento dell’esplosione della caldaia.

Un nemico per l’ambiente

L’incendio sulla nave non ha avuto alcun effetto sulle 270.000 tonnellate di petrolio immagazzinate; sono state adottate le misure necessarie per impedire che l’incendio si propagasse alle strutture di stoccaggio del greggio. Attualmente l’ipotesi di sversamento del carico nell’oceano sembra non sussistere.

Tuttavia, l’Autorità per la protezione dell’ambiente marino è pronta a prendere le misure necessarie per mitigare e gestire il rischio di una possibile fuoriuscita di petrolio in futuro.

Una volta che il petrolio viene immesso nell’ambiente provoca danni, spesso, irreversibili alla fauna e flora locali.

Quasi 100 ore dopo la segnalazione dell’emergenza, la Marina dello Sri Lanka e altre parti interessate sono state in grado di domare l’incendio. Il successo nella gestione di questo disastro ha scongiurato una grave catastrofe marittima.

Sul posto gli esperti

La Marina indiana e le squadre di salvataggio sono salite a bordo della nave in difficoltà e ne ispezioneranno l’interno.

Sebbene l’incendio sia stato completamente spento, esiste la possibilità che si ripresenti a causa dell’elevata temperatura all’interno della nave e delle condizioni dell’ambiente circostante. Pertanto, la Marina dello Sri Lanka è in massima allerta ed è pronta per qualsiasi emergenza.

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Nel frattempo, una squadra di 10 esperti britannici e olandesi, tra cui esperti di operazioni di salvataggio, valutatori e un consulente legale, sono arrivati in Sri Lanka il 7 settembre in mattinata. Il team di esperti valuterà i danni arrecati alla nave. 

Di conseguenza, i procedimenti riguardanti quest’ultima saranno decisi in base alle loro raccomandazioni.

Il recente dramma delle isole Mauritius

 Il cargo giapponese Mv Wakashio, incagliato dal 25 luglio su una barriera corallina al largo di Mauritius con 4.000 tonnellate di petrolio, si è spezzata in due dopo averne perse oltre 1.000. L’ambiente circostante sta pagando il caro prezzo dell’ennesima incuria umana.

IL 25 luglio 2020 l’ambiente ha ricevuto un duro colpo da parte dell’incuria umana; perdendo, forse per sempre, un’ecosistema unico al mondo.

Le squadre di salvataggio hanno fatto di tutto per pompare le restanti 3.000 tonnellate di petrolio dalla nave. Il governo di Mauritius ha annunciato che chiederà all’armatore e all’assicuratore una compensazione per i danni. La giapponese Nagashiki Shipping si è detta disponibile a pagare eventuali danni. 

Jasvin Sok Appadu del ministero della pesca di Mauritius ha dichiarato che:

“Finora 38 carcasse di delfini son state portate a riva sulle spiagge. I risultati dell’autopsia chiariranno meglio la situazione”.

L’estrazione ed il trasporto del petrolio da parte dell’uomo hanno più volte stravolto e distrutto interi ecosistemi; la totale ripresa di questi ultimi non sempre è scontata. Ora più che mai è essenziale che l’umanità faccia i conti con una realtà senza petrolio. La strada è lunga e probabilmente gli interessi verranno prima del buon senso.

Urge un cambiamento ed una presa di coscienza collettiva, solo così si potrà aspirare al cambiamento.

Disastro alle Mauritius: in mare mille tonnellate di petrolio

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Il 25 agosto un’ombra nera si è stagliata sulla splendida e quasi incontaminata isola Mauritius, al largo dell’Oceano Indiano. Una nave cargo che trasportava carburante si è infatti incagliata vicino alla costa, tra i colorati intrecci della barriera corallina. Colori che hanno lasciato il posto alla macchia nera di petrolio che è presto fuoriuscita dalla nave. Questo ha causato a Mauritius un gravissimo disastro ambientale.

Come è avvenuto il disastro alle Mauritius

Mille delle quattromila tonnellate di petrolio presenti sull’imbarcazione si sono infatti riversate nel mare, interessando circa 15 chilometri di costa e causando danni incalcolabili all’ecosistema. Fortunatamente tutto l’equipaggio è stato evacuato prima della frattura e, successivamente, dell‘affondamento.

La nave è infatti stata volontariamente affondata dal team di salvataggio, dopo che questo si è occupato di chiudere la falla della nave spezzata e aspirare tutto il carburante possibile. Motivo? La prua era rimasta “sospesa” sulla barriera corallina. Happy Khambule, responsabile della campagna Clima ed Energia di Greenpeace Africa, aveva avvisato che, tra tutte le opzioni disponibili, questa fosse la peggiore. Affondando la nave infatti si metterebbe a rischio la biodiversità e si contaminerebbe l’oceano con ingenti quantità di tossine derivate da metalli pesanti.

Disastro Mauritius: danni incalcolabili

In più, il 26 agosto sono stati rinvenuti sulle coste dell’isola ben 39 delfini e due balene spiaggiati. La prima ipotesi era ovviamente quella di un soffocamento dovuto al catrame. L’autopsia non ha però rilevato tracce significative di petrolio nell’apparato digerente per confermare questa opzione. Il motivo dello spiaggiamento di un così alto numero di cetacei sulle spiagge di Mauritius, dove nel mese di maggio dell’anno scorso ne erano stati trovati soltanto due, potrebbe essere legato proprio all’affondamento della nave.

L’ambientalista Sunil Dowarkasing afferma che i cetacei sono molto sensibili ai suoni. L’esplosione conseguente all’affondamento della nave potrebbe quindi averli spaventati, portandoli a risalire in superficie troppo velocemente, sperimentando la cosiddetta “malattia da decompressione”, che talvolta colpisce anche i sub. Un’altra opzione è quella per cui alcuni leader del branco, in preda al panico, si siano diretti verso la spiaggia e che gli altri li abbiano seguiti.

Un’economia al collasso

Oltre alle conseguenze più immediate, poi vi sono quelle a lungo termine. Abbiamo già menzionato i danni agli ecosistemi marini, già in grave pericolo. A causa del riscaldamento globale e dell’acidificazione degli oceani, i coralli ancora “in vita” nell’isola Mauritius si sono ridotti del 70% tra il 1997 e il 2007. Moltissimi pesci, uccelli dipendono quasi totalmente dalla barriera corallina per sopravvivere. Per gli abitanti delle Mauritius, di conseguenza, è una fruttuosa fonte di cibo, commercio e turismo.

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Le spiagge, poi, si sono ridotte di circa 20 metri a causa dell’innalzamento del livello del mare. Dopo questo ulteriore disastro ambientale l’economia dell’isola è realmente sull’orlo del collasso e, ancora una volta, la colpa non è loro bensì delle società più sviluppate. La nave MV Wakashio, neanche a dirlo, era di proprietà giapponese.

Qualche soluzione al disastro di Mauritius

Per il momento si sta cercando di salvare il salvabile. Proprio una settimana prima del disastro è stato pubblicato uno studio in Australia che dimostrava l’efficacia dei capelli umani nell’assorbire il petrolio, Così, attraverso l’ente no-profit Sustainable Salons, sono state donate all’isola 10 tonnellate di capelli, a loro volta messe a disposizione dai parrucchieri australiani aderenti all’iniziativa, con lo scopo di bloccare il flusso di petrolio nel mare.

Poiché l’isola vicina a Mauritius, Reunion, è sotto giurisdizione francese, il presidente Macron ha inviato un aereo militare con attrezzature per monitorare l’inquinamento, oltre che una nave a supporto. Anche il governo di Tokyo invierà una squadra di esperti per soccorrere l’ambiente e gli abitanti dopo il disastro. Nella giornata di sabato, poi, centinaia di persone sono scese in piazza nella capitale di Mauritius Port Luis per chiedere che sia aperto un processo per trovare il colpevole dell’accaduto ed avere così giustizia. Per il momento solo il capitano della nave e il suo secondo sono stati arrestati.

Polveri sottili: cosa sono e quali effetti hanno

polveri sottili

Le polveri sottili sono l’insieme di micro particelle, sia solide che liquide, presenti nell’aria. Il termine tecnico è particolato atmosferico ed è costituito da pulviscoli di origine sia naturale che antropica, in grado di minare la nostra salute.

Composizione delle polveri sottili

Le polveri sottili possono essere costituite da diversi componenti chimici quali metalli pesanti, solfati, nitrati, ammonio, carbonio organico, idrocarburi aromatici policiclici, diossine/furani. In particolare, il particolato costituito da ossidi di azoto (NOx) e biossidi di zolfo (SO2) si formano tramite processi di combustione di materiali che contengono impurità. Le maggiori responsabili di questo tipo di particolato sono le industrie.

Il particolato costituito da ammonio, invece, deriva dall’ammoniaca la cui presenza in atmosfera è dovuta principalmente dalle attività agricole. Il carbonio organico (OC) è un composto di origine sia naturale che antropogenica ed è prodotto principalmente da traffico, riscaldamento, industrie, combustione di biomasse. I metalli possono essere sia di origine naturale come le polveri sahariane e la risospensione di materiale crostale, che antropogenica. In questo caso le polveri sottili derivano dalla combustione, dalle industrie, dal traffico, dall’usura dei freni e della strada).

Quanto sono grandi?

Le due categorie principali di polveri sottili sono il particolato grossolano, che è costituito da particelle con un diametro di più di 10 micron, e il particolato fine. Di quest’ultimo si divide in due tipi:

  • PM10 (PM = Particulate Matter): è anche detto particolato grossolano. Si tratta di particelle con un diametro di 10 micron o inferiore.
  • PM2.5 : è anche detto particolato fine. Si tratta di particelle con un diametro di 2.5 micron o inferiore.

Il diametro di un capello è di circa 70 micron. Queste particelle, quindi, sono molto fini e pertanto inalabili. Il particolato grossolano è in genere trattenuto dalla parte superiore dell’apparato respiratorio (naso e laringe). Il PM10 è in grado di penetrare nel tratto respiratorio superiore e oltre (naso, faringe e trachea). Il PM2.5 può penetrare profondamente nei polmoni, specialmente con la respirazione dalla bocca. Il particolato ultra fine penetra fino agli alveoli, mentre quello costituito da particelle con un diametro misurabile in nanometri (1 nanometro corrisponde a PM 0,001) può arrivare a raggiungere il nucleo delle cellule. Il particolato ultra-fine, misurabile in nanometri (fino a 600nm) rappresenta più dell’80% del numero totale nm) di particelle, mentre diminuisce notevolmente passando alle dimensioni maggiori.

Gli effetti negativi delle polveri sottili sulla salute

L’esposizione acuta al particolato può causare difficoltà respiratorie. Quella prolungata è associata a un aumento di malattie respiratorie quali bronchiti croniche, asma e riduzione delle funzionalità respiratorie. L’esposizione cronica, specialmente alle polveri più fini che penetrano in profondità nel sangue, è associata a un incremento del rischio di tumore delle attività respiratorie.

Secondo Legambiente, sono oltre 412 mila all’anno le morti premature in Europa dovute a un’eccessiva esposizione alle polveri sottili. L’Italia si trova al primo posto di questa classifica. Solo nel 2019 sono morte 60 mila persone per malattie respiratorie acute, patologie polmonari ostruttive, ischemia, tumore ai polmoni e infarto. Dei 3,9 milioni di persone che in Europa sono minacciate da Pm2,5 e 10, ben il 95% vive in Nord Italia, in particolare nella Pianura Padana, che è tra le aree più inquinate d’Europa. La legge prevede che per il PM10 non si superino i 50 microgrammi per metro cubo. A Gennaio 2019, però, è Milano sono stati registrati 90 microgrammi per metro cubo, a Torino 94 microgrammi per metro cubo.

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E quelli sull’ambiente

Il particolato è dannoso anche per l’ambiente. Essendo infatti le particelle molto fini, vengono facilmente trasportate su lunghe distanze dal vento e posarsi su acque e terreni. A seconda della loro composizione chimica, gli effetti sull’ambiente possono includere:

  • Acidificazione dei corsi d’acqua
  • Alterazione dell’equilibrio nutrizionale delle acque costiere e dei grandi bacini fluviali
  • Esaurimento dei nutrienti del suolo
  • Danneggiamento delle foreste e delle colture
  • Compromissione della varietà ecosistemica
  • Acidificazione delle piogge

I possibili rimedi per l’inquinamento da polveri sottili

La principale causa della presenza di particolato nell’aria è il riscaldamento domestico. Non a caso la concentrazione di polveri sottili nell’aria nella zona di Miano, per fare un esempio, è molto più alta nel periodo invernale. Anche i veicoli a motore giocano la loro parte. Tutti i combustibili fossili utilizzati per far funzionare le automobili sono additabili come colpevoli. Il peggiore, in questo senso, è la benzina. Ma anche il Diesel che, oltretutto, è la peggiore alternativa in termini di emissioni di CO2. Un ruolo primario è anche giocato, più in generale, dall’inquinamento derivante dalle fabbriche.

I possibili rimedi sono dunque individuabili in tutte quelle alternative a basse emissioni: riscaldamento alimentato da pompe di calore, veicoli elettrici o, più in generale, mobilità sostenibile ed una conversione olistica del sistema economico. Tutte alternative già esistenti, la cui implementazione deve essere stimolata tanto dallo Stato quanto dalla volontà dei cittadini. Le polveri sottili causano, solo in Italia, 80.000 morti premature all’anno. È ora di correre ai ripari.

Fonti:

United States Environmental Protectiion Agency

Ministero della salute

Report Mal’Aria di città 2020 di Legambiente

Il Post

Dakota Access Pipeline, un giudice ordina la chiusura

Dakota Access Pipeline pipe

Il Dakota Access Pipeline

Circa 3 mesi fa abbiamo già parlato di DAPL. L’acronimo sta per Dakota Access Pipeline e si tratta di uno degli oleodotti più importanti del mondo. Il progetto, controverso fin dalla sua prima progettazione, è stato oggetto di proteste da parte di ambientalisti e nativi americani per il suo impatto ambientale, oltre che per il fatto che il suo tracciato devasti luoghi sacri alle tribù indigene. Dopo diversi anni, dopo numerose manifestazioni e arresti, finalmente un giudice federale ha stabilito la sospensione della produzione.

Ma che cos’è il DAPL? Il serpente nero, come lo chiamano i Sioux di Standing Rock – fin dall’inizio in prima fila contro la realizzazione dell’oleodotto – è un progetto costato 3,7 miliardi di dollari. Completata nel 2017, la pipeline è lunga ben 1900 chilometri. Il tracciato parte dal North Dakota, nei pressi della città di Stanley, in una zona nella quale giace la riserva petrolifera Bakken, una delle più ricche del Nord America. Il progetto DAPL è nato per poter sfruttare questo copioso giacimento. Da Stanley, l’oleodotto scende verso sud sconfinando nel South Dakota, poi vira verso oriente per arrivare in Iowa e termina nello Stato dell’Illinois, nei pressi della località di Patoka. Da qui il greggio viene inviato in raffineria. La capienza record della Dakota Access Pipeline è di 570mila barili di petrolio al giorno.

Dakota Access Pipeline map
Nell’angolo a destra, la mappa della Dakota Access Pipeline. In grigio, la localizzazione della riserva Bakken. A sinistra, l’impatto dell’oleodotto sulla comunità di Standing Rock, nei pressi della città di Bismarck. Foto: The Washington Post su concessione di Energy Transfer

Posizioni contrapposte

Fin dal 2014, quando si è cominciato a progettare il DAPL, c’è stata una forte contrapposizione tra favorevoli e contrari all’opera. Chi si è schierato a favore della realizzazione dell’infrastruttura – una fazione guidata naturalmente dall’indotto legato a Energy Transfer, l’azienda petrolifera concessionaria dell’oleodotto Dakota Access Pipeline – è sceso in campo portando le proprie argomentazioni. La principale, indicata con chiarezza nel business plan, è la riduzione dei costi. Rispetto ad estrarre il greggio in North Dakota e spedirlo in Illinois su rotaia, tramite il DAPL si fa molto prima, se ne sposta di più nello stesso intervallo di tempo e si risparmia in termini economici. Dal punto di vista finanziario, non c’è gara. Tristemente, sappiamo bene quanta importanza abbia questo aspetto nella società di oggi.

Dakota Access Pipeline proteste
Una protesta contro la Dakota Access Pipeline; Foto: Flickr

Dall’altra parte della metaforica barricata troviamo i nativi americani e le associazioni ambientaliste. Nessuno di essi ragiona in termini economici. Il tracciato invade con prepotenza la regione settentrionale della riserva di Standing Rock, dove vivono gli ultimi Sioux, e questo ha devastato alcuni dei loro luoghi di sepoltura. Per gli indiani americani – che mi perdoneranno la non corretta definizione della loro etnia, ma è stato scritto così per intenderci al meglio – la terra ove si seppelliscono gli avi è sacra e non vi si può edificare. Tantomeno sotterrare un serpentone di acciaio per trasportare petrolio. Inoltre, la comunità è legittimamente preoccupata per i rischi connessi all’inquinamento della falda acquifera da cui attinge.

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Le preoccupazioni degli indigeni

Energy Transfer ha garantito l’inesistenza di qualsiasi rischio di perdite connesse al tracciato dell’oleodotto ma, in fin dei conti, le preoccupazioni della comunità sono comprensibili. L’acciaio, come ogni materiale, è sottoposto ad usura e gli incidenti, lo sappiamo bene, avvengono; persino il Titanic era stato definito inaffondabile. Nel sottosuolo, qualora del petrolio dovesse fuoriuscire dal condotto, esso impiegherebbe pochissimo tempo prima di raggiungere, per infiltrazione, la falda acquifera più vicina.

La decisione della corte federale

James E. Boasberg, giudice federale degli Stati Uniti d’America, operante alla corte distrettuale del District of Columbia, ha sancito che la costruzione della Dakota Access Pipeline non ha rispettato gli standard ambientali. È una tesi che i contrari all’opera sostenevano da tempo. La sentenza rappresenta una importante vittoria per la tribù Sioux. Il giudice ha stabilito che la produzione deve fermarsi entro un massimo di 30 giorni. Da qui al 6 agosto, dunque, il DAPL dovrà chiudere i rubinetti. Dopodiché andrà effettuata una nuova – e più severa della precedente – verifica ambientale, per accertare i rischi causati dall’oleodotto.

Boasberg e i giudici della corte federale, dunque, hanno legittimato la posizione degli oppositori alla costruzione dell’infrastruttura. Certo, sarebbe stato meglio se lo avessero fatto prima che essa venisse assemblata ed interrata ma occorrerà farsene una ragione. In fondo non era più tardi di aprile quando la Dakota Access Pipeline riceveva il semaforo verde presso altre sedi; questa sentenza ha ribaltato tutto.

Un condotto lunghissimo

DAPL è parte di un progetto più ampio, denominato Keystone XL Pipeline, un oleodotto pensato per tagliare in due il Nord America, partendo dalla provincia canadese dell’Alberta e giungendo fino al Texas, trasportando petrolio da Nord a Sud. L’amministrazione di Donald Trump si è schierata a favore del progetto. La precedente, quella di Barack Obama, ha sempre parteggiato pubblicamente con i nativi americani ma, va aggiunto, non si è esattamente strappata le vesti per bloccare il cantiere.

Dakota Access Pipeline young protester
La protesta ha coinvolto anche le nuove generazioni; Foto: Flickr

Gli specialisti dello US Army Corps of Engineers, il nucleo di genieri dell’esercito, il quale ha il compito di svolgere queste pratiche di controllo, condussero la precedente verifica ambientale. Non si sa ancora chi dovrà effettuare la nuova – probabilmente saranno di nuovo loro, gli stessi esperti che hanno già sbagliato una volta – ad ogni modo, però, il Financial Times stima che occorreranno almeno 13 mesi per effettuarla.

La parola del giudice contro la Dakota Access Pipeline

Il pronunciamento che ha stabilito la necessità di una nuova verifica può dirsi storico. Non accade spesso che un giudice federale sfidi così apertamente l’operato di un corpo militare. Quando ha pronunciato la sua sentenza, il giudice Boasberg ha affermato: “Data la serietà del NEPA (National Environmental Policy Act, la legge federale sull’ambiente) che i genieri devono seguire, non è possibile aggiustare l’oleodotto senza prima chiuderlo. È un fatto che la Dakota Access Pipeline si sia assunta il proprio rischio economico conscia del possibile danno ambientale che l’oleodotto può causare, ogni singolo giorno. Per tal motivo, la Corte stabilisce che il flusso di petrolio deve cessare.” Come si diceva, la posizione della corte sposa appieno quella ambientalista.

Mike Faith, capotribù dei Sioux di Standing Rock, ha definito il 6 luglio come una giornata storica per chiunque abbia lottato contro la Dakota Access Pipeline. “L’oleodotto non avrebbe mai dovuto essere costruito qui. Lo abbiamo detto fin dall’inizio. ” Ha affermato. Energy Transfer invece si è detta certa che la decisione non sia avallata dalla legge o da rischi concreti, lasciando pensare ad un possibile ricorso. Lisa Coleman, portavoce dell’azienda petrolifera, ha detto che la sua società crede che il giudice Boasberg abbia abusato del suo potere. Non ha alcun senso per loro chiudere la Dakota Access Pipeline, un’opera che funziona da oltre 3 anni e non ha mai causato alcun tipo di problema.

Un sogno che diventa realtà, come i Sioux hanno reagito alla decisione della corte federale

Non possiamo dirci certi che questa pratica sia chiusa. Gli interessi economici in ballo sono davvero alti, non solo per la società petrolifera e i suoi investitori ma anche per tutto l’indotto che vive di petrolio: chi lo trasporta, chi lo raffina, chi si occupa dello stoccaggio, chi della vendita… Insomma è lecito attendere una contromossa da parte di Energy Transfer e dei suoi legali.

Dakota Access Pipeline, l’analisi di Matt McGrath

Sulla vicenda si è voluto esprimere Matt McGrath, corrispondente della BBC per l’ambiente. McGrath, grande professionista, è un’autorità nel campo e ha analizzato la situazione DAPL per la sua testata. A suo modo di vedere, i proprietari dell’oleodotto devono ora fronteggiare l’esosa prospettiva di chiudere la loro pipeline per oltre un anno. Gli oleodotti sono opere molto controverse, in quanto potenzialmente pericolose. Perdite di petrolio o possibili incidenti, infatti, spaventano tutti. Nel caso della Dakota Access Pipeline, la corte ha stabilito che l’impatto sulla pesca, la caccia o la giustizia ambientale non sia stato preso adeguatamente in considerazione. In definitiva, la sentenza sottolinea come la verifica ambientale sia stata troppo superficiale.

Secondo il punto di vista di Matt McGrath, la decisione relativa al DAPL chiude una brutta settimana per gli affaristi americani del fossile. Non più di qualche giorno prima di questa sentenza, infatti, è stato cancellato il progetto dell’oleodotto atlantico. Un tubo che avrebbe dovuto spostare greggio dalla West Virginia al North Carolina, tagliando a metà lo Stato della Virginia. In quel caso, l’azienda proprietaria e i suoi partner hanno incolpato le lungaggini burocratiche e il polverone scatenato dalle puntuali proteste ambientaliste.

I problemi in cui sono incappate ambedue queste infrastrutture ci danno speranza. Si tratta di due casi che sottolineano come la lotta al fossile sia il nuovo e più recente fronte della battaglia tra economia ed ambiente. È il caso degli USA e di tutto il resto del mondo. La dicotomia ambiente/ economia è la madre dell’intera questione ambientale.

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Acqua inquinata in Veneto: c’è una zona rossa

Acqua inquinata in Veneto

È allarme acqua inquinata in Veneto: gli abitanti delle province di Vicenza, Padova e Verona lamentano patologie inusuali, in un numero di casi alto e inconsueto. La causa sembrerebbe essere l’inquinamento dell’acqua della falda locale, causato da una società chimica che ha operato per oltre 50 anni in provincia di Vicenza.

Acqua rubinetto

L’azienda chimica Miteni

La Miteni era una importante società chimica italiana. La sede aziendale era a Trissino, un centro abitato da circa 8700 persone nel vicentino. La società fu fondata nel 1965 come centro di ricerca al servizio dell’azienda tessile Marzotto. Il suo primo nome, infatti, fu RiMar (Ricerche Marzotto). Il suo principale lavoro era la produzione di acidi carbossilici perfluorurati, utilizzati per impermeabilizzare i tessuti. I processi chimici per produrre questi acidi sono lo scambio di alogeno (HALEX) – che impiega cloro e trifluoruro di antimonio, il cosiddetto reagente di Swarts – o l’impiego di sali di diazonio.

Nel 1988 la società viene rilevata da Mitsubishi ed EniChem (oggi Syndial, la petrolchimica del gruppo ENI) e acquisisce il nome Miteni, il quale non è altro che una crasi delle due aziende controllanti: Mitsubishi ed Eni. Da quel momento la società si concentra sulla produzione di intermedi contenenti fluoro. I suoi clienti di riferimento sono gli attori del settore agrochimico e farmaceutico. Pochi anni dopo, nel 1996, il gruppo Mitsubishi acquisisce il 100% della proprietà delle azioni di Miteni, diventandone proprietario unico. Ricordiamo che la società giapponese non è solo un grande produttore di automobili e condizionatori; si tratta infatti della principale holding finanziaria del Paese orientale, nonché di una delle più importanti al mondo.

Il fallimento

Nel 2009, un nuovo cambio al vertice ha visto il gigantesco gruppo ICIG acquisire l’azienda di Trissino. La Miteni fu collocata nel gruppo di aziende di chimica raffinata del gruppo, raggruppate sotto l’egida di WeylChem. Alcuni anni dopo si monitorò la contaminazione della falda freatica di Trissino. Nell’acqua, furono ritrovati depositi di tensioattivi perfluorurati (PFAS) pericolosamente alti; tracce di sostanze nocive come PFOA, GenX e C6O4 furono rinvenute all’interno della riserva locale di acqua potabile. Il 26 ottobre del 2018 il cda di Miteni deliberò il deposito di un’istanza di fallimento. Un paio di settimane dopo, con una sentenza risalente al 9 novembre 2018 la Miteni S.p.A. è stata dichiarata fallita. Le sue scorie, però, galleggiano ancora nelle acque di Trissino.

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Acqua inquinata in Veneto: veleno da bere

L’8 giugno scorso, presso il tribunale di Vicenza. si è tenuta l’udienza preliminare del processo contro la Miteni. L’accusa mossa all’azienda è quella di inquinamento colposo. Un gruppo di genitori era davanti al tribunale, facilmente riconoscibile per via delle magliette indossate. Sulle t-shirt era scritto “State avvelenando i nostri figli”. Oltre a questo grido di rabbia, che è simultaneamente anche una richiesta di aiuto, era stato stampato un nome e il referto di un’analisi del sangue.

L’iniziativa è del comitato Mamme no PFAS, nato 3 anni fa con lo scopo di proteggere il diritto di tutti all’acqua pulita. L’inviato in Italia della testata francese Libération, Eric Jozsef, le ha incontrate e ne ha intervistato una fondatrice: Michela Piccoli, infermiera. Essa ha affermato: “Mia figlia Maria ha 18 anni. Nel sangue ha un tasso di acido perfluoroottanoico (PFOA) di 86,9 nanogrammi per millilitro. Normalmente, tale tasso varia tra 1,5 e 8 ng/ml.”

La falda freatica interessata dalle scorie della Miteni si estende per circa 700 chilometri quadrati, l’ampiezza del Lago di Garda. Essa fornisce acqua dolce alle province di Verona, Vicenza e Padova. Secondo le campionature, risulterebbe completamente contaminata. La Miteni avrebbe riversato, in un fiume che scorre nella zona di Trissino, sostanze perfluoroalchiliche(PFAS) fino ad una concentrazione di 1,2 milioni di nanogrammi per litro. Gli intossicati a causa dell’acqua inquinata in Veneto ammonterebbero a 350mila persone.

Acqua inquinata in Veneto

PFAS nell’acqua

Che cosa sono i PFAS? Per quale motivo sono così pericolosi? Gli acidi perfluoroacrilici sono una famiglia di composti chimici. Il loro impiego prevalente è nel campo dell’industria. Si tratta di catene alchiliche idrofobiche fluorurate, per semplificare, sono acidi molto forti. Vengono utilizzati allo stato liquido e la loro struttura chimica è in grado di conferirli stabilità termica e resistenza ai principali processi naturali di degradazione. Per questi motivi sono pericolosi inquinanti e hanno contaminato completamente la falda acquifera veneta in questione.

Hanno caratteristiche di impermeabilizzazione notevoli. I PFAS sono oleo e idrorepellenti. Vengono impiegati nella filiera di concia delle pelli, nel trattamento dei tappeti, nella produzione di carta e cartone per uso alimentare, nel rivestimento di padelle antiaderenti e nella produzione di abbigliamento tecnico. Allo stato attuale della ricerca medica, si ritiene che gli acidi perfluoroacrilici agiscano sul sistema endocrino – compromettendo crescita e fertilità – e che siano cancerogeni. La lunga esposizione a PFAS può favorire l’insorgenza di tumori (a reni e testicoli), sviluppare malattie tiroidee, dare origine a ipertensione gravidica e coliti ulcerose.

Come avviene la contaminazione delle acque

In caso di smaltimento non corretto nell’ambiente o, ancor peggio, di sversamento illegale, i PFAS penetrano facilmente nelle falde acquifere. Giunti nell’acqua, la inquinano e, attraverso essa, raggiungono campi e prodotti agricoli. Dunque gli alimenti di cui ci nutriamo. Un’alta concentrazione di queste sostanze non è tossica solo per l’uomo, bensì anche per ogni altro organismo vivente. Gli acidi perfluoroacrilici, infatti, si accumulano nell’organismo attraverso un processo di bioamplificazione. Tale fenomeno avviene quando gli organismi al vertice della piramide alimentare ingeriscono quantità inquinanti superiori a quelle diffuse nell’ambiente. Prendiamo ad esempio l’uomo che si nutre di animali e vegetali già imbevuti di PFAS, esso resterà vittima di bioamplificazione.

A partire da ottobre 2018, la Giunta Regionale del Veneto ha imposto limiti stringenti alla presenza di sostanze perfluoroalchiliche nell’acqua. Sembra però proprio uno di quei proverbiali casi nei quali si serra la stalla soltanto dopo la fuga dei buoi.

Acqua inquinata in Veneto: le accuse

“Per il numero degli abitanti coinvolti e la dimensione della falda freatica, la seconda più grande d’Europa, si tratta di una vicenda eccezionale. L’azienda era al corrente da molto tempo della contaminazione. Aveva l’obbligo di segnalarla alle autorità ma non lo ha fatto. Solo nel 2017 abbiamo saputo della gravità della situazione, all’esito delle prime analisi del sangue.” Afferma Matteo Ceruti, avvocato di decine di mamme no PFAS che si sono costituite parte civile nel processo a Miteni.

Lo scandalo ha cominciato ad assumere le proporzioni attuali nel 2013. Durante uno studio commissionato dall’Unione Europea sulla presenza di sostanze perfluorate nei fiumi, è stato individuato l’inquinamento dell’acqua in Veneto causato da Miteni. A seguito delle ultime rilevazioni, il commissario per la crisi PFAS in Veneto, Nicola Dell’Acquanomen omen – ha ammesso: “Per decenni l’acqua, così com’è, non potrà essere utilizzata.”

All’interno della zona rossa già descritta, il 90% delle persone riporta valori anomali di PFAS nel sangue. La media locale è di 78 nanogrammi per millilitro di sostanze perfluoroalchiliche nel sangue. Un dato agghiacciante, se consideriamo che gli abitanti dell’Ohio, contaminati dai PFAS dell’azienda DuPont, registrano valori più bassi di due terzi, in media. “Le sostanze accumulate possono restare nell’organismo anche più di 10 anni.” Specifica Carlo Foresta, endocrinologo all’Università di Padova. Sui territori interessati si stanno costruendo 60 chilometri di tubazione per bypassare il problema dell’acqua inquinata in Veneto utilizzando le riserve montane. Ogni rubinetto è stato dotato di filtri per la purificazione idrica.

Acqua potabile rubinetto

Veneto in Cattive Acque

A febbraio è uscito anche in Italia il film Cattive Acque, interpretato da Mark Ruffalo. Racconta la storia dell’avvocato Robert Bilott, il quale portò in tribunale la DuPont a seguito dell’inquinamento delle acque di Parkersburg, causato dalle emissioni aziendali di PFAS. Al termine di una lunghissima battaglia, la quale lo provò duramente anche nella sfera privata, Bilott riuscì ad ottenere un importante risultato. Obbligò l’azienda a rimborsare ben 671 milioni di dollari per risolvere la class action nella quale l’avvocato coinvolse ogni singola vittima di quell’acqua inquinata.

Trailer italiano del film Cattive Acque. La vicenda raccontata somiglia molto a quella veneta di cui si occupa l’articolo

Come spesso accade nei film, la vicenda della DuPont ha avuto un lieto fine. Anche nella realtà l’industria chimica di Wilmington ha dovuto sborsare tale cifra. Non sappiamo che cosa avverrà all’interno delle aule del tribunale di Vicenza ma ci auguriamo che anche per la Miteni si possa arrivare ad una simile soluzione. Il precedente statunitense sarà sicuramente incluso tra le carte processuali.

Nessun rimborso, neppure il più insperato, potrà ripulire il sangue ai veneti. L’acqua inquinata in Veneto significherà malessere e patologie per i locali ancora per molto tempo. È tempo di cominciare a prendere atto di come stiamo distruggendo le nostre riserve idriche e del male che ci stiamo causando autonomamente. La falda freatica inquinata avanza verso Venezia al ritmo di un chilometro e mezzo all’anno. Come dice Nicola Dell’Acqua: “In Europa ci sono altre Miteni. Se si fissano limiti soltanto in una regione, le industrie chimiche si sposteranno in un’altra.”

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Sotto il segno del mercurio: il futuro degli oceani

Le attività antropiche, come i processi industriali e minerari-estrattivi, nel tempo hanno contribuito all’aumento delle concentrazioni di mercurio (Hg) negli oceani. La conferenza di Goldschmidt del 2020 ha messo in luce la ricerca del Dr. Ruoyu Sun dell’Università di Tianjin sul metilmercurio trovato nel punto più profondo del nostro pianeta, la fossa delle Marianne.

Lo studio cinese

La conferenza Goldschmidt è la principale conferenza geochimica del mondo. Tenuta annualmente, affronta temi come i cambiamenti climatici, l’astrobiologia, le condizioni ambientali, l’inquinamento, l’ambiente sottomarino e molte altre materie. Quest’anno il congresso si è tenuto alle Hawaii, in forma online, dal 21 al 26 giugno.

Ogni anno, scienziati di tutto il mondo presentano ad una commissione le proprie ricerche e scoperte. Solo dopo un’attenta valutazione, vengono scelti coloro degni di nota. Quest’anno la conferenza ha dato voce ad una scoperta drammatica.

Un gruppo di scienziati dell’università cinese di Tianjin, ha misurato le concentrazioni di mercurio e le composizioni di isotopi in molluschi e crostacei catturati a una profondità di 7.000-11.000 metri e in alcuni sedimenti raccolti a 5.500-9.200 metri nella Fossa delle Marianne e nella Fossa di Yap.

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“Durante il 2016-2017, abbiamo dispiegato sofisticati veicoli terrestri per l’esplorazione delle acque sul fondo del mare della fossa delle Marianne e di Yap, tra i luoghi più remoti e inaccessibili della Terra, catturando la fauna endemica e raccogliendo dei sedimenti. Siamo stati in grado di presentare prove inequivocabili della presenza di isotopi del mercurio che provengono esclusivamente dal metilmercurio dell’oceano superiore. La maggior parte di questa sostanza si forma direttamente o indirettamente in seguito a vari processi industriali. Il metilmercurio trovato nelle specie esaminate deriva in gran parte dall’atmosfera e penetra nell’oceano durante le piogge. Sappiamo che questo mercurio si deposita dall’atmosfera nell’oceano di superficie e viene quindi trasportato nell’oceano profondo nelle carcasse di pesci e mammiferi marini, in piccole particelle. Parte di questo mercurio è prodotto naturalmente, ma è probabile che gran parte di esso provenga dall’attività umana”.

Dr. Ruoyu Sun, scienziato a capo della ricerca.

Tuttavia, il metilmercurio viene prodotto naturalmente in quantità minime a queste profondità, ciò implica che il maggior rilascio di questa sostanza, a causa delle azioni umane, è molto più diffuso negli oceani profondi di quanto si pensasse in precedenza.

Il mercurio e la biomagnificazione

I vapori del mercurio (Hg), che provengono in primo luogo dalla crosta terrestre (esplosioni vulcaniche ed incendi) e da attività antropiche come quelle industriali e l’utilizzo di combustibili fossili, sono estremamente tossici.

Va detto che negli ultimi anni l’inquinamento da Hg dovuto a fonti industriali fortunatamente è stato ridotto. Il metilmercurio è una sostanza derivata, presente in piccole concentrazioni nell’acqua di mare, ed assorbito dalle alghe, entrando così nella catena alimentare.

Morte, la conseguenza della presenza di mercurio ed altre sostanze tossiche negli oceani.

Il metilmercurio tende quindi ad accumularsi nei pesci, specialmente nei predatori più grandi e longevi, all’apice della catena trofica, legandosi alle proteine muscolari e divenendo dunque un problema anche per la salute umana. L’effetto del mercurio è particolarmente evidente nelle aree che circondano le industrie metallurgiche, dove piante ed animali sono distrutti nel raggio di km.

Nel 1962 Rachel Carson fu la prima a descrivere il processo di “biomagnificazione“. Spiegò come il DDT ed altre sostanze altamente tossiche diventino sempre più concentrate nei tessuti biologici man mano che si trasmettono nella catena alimentare.

Quindi, la biomagnificazione in ecologia/biologia è il processo per cui l’accumulo di sostanze nocive, come il mercurio, negli esseri viventi aumenti di concentrazione man mano che si sale al livello trofico successivo.

L’immagine ci descrive in maniera semplice e chiara il passaggio del mercurio (prodotto da eventi naturali e antropici) negli oceani.
Crediti: wikipedia

L’immagine qui di sopra permette di comprendere meglio il funzionamento della biomagnificazione del mercurio negli oceani:

un microorganismo di fitoplancton (alla base della catena alimentare negli ecosistemi acquatici) ingloba in sé un atomo di mercurio. Un organismo di zooplancton mangia poi 10 organismi di fitoplancton e ingloba di conseguenza 10 atomi di mercurio; un piccolo pesce mangia 500 organismi di zooplancton e ingloba quindi 5.000 atomi di mercurio; un pesce di media taglia mangia 5 pesci di piccola taglia e ingloba 25.000 atomi di mercurio; un pesce di grossa taglia mangia 2 pesci di media taglia e siamo a 50.000 atomi; infine uno squalo mangia 5 pesci di grossa taglia e ingloba quindi 250.000 atomi di mercurio.

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Nei tessuti di orsi polari in Norvegia e Russia sono state trovate alte concentrazioni di sostanze, tra le quali il mercurio, che hanno un impatto drammatico sulla salute di questi animali.

La baia di Minimata, una tragedia dimenticata

Tra il 1932 ed il 1968 la Chisso corporation (società chimica) riversò nelle acque della baia di Minimata, in Giappone, innumerevoli quantità di mercurio, presenti nelle acque reflue del suo stabilimento.

Il metilmercurio, nel tempo, si depositò nei fanghi sul fondo del mare, luogo in cui vivono e nutrono numerosi microrganismi alla base della catena alimentare. La sostanza tossica fu assorbita da crostacei e molluschi, risalendo la catena alimentare per terminare il proprio viaggio nelle tavolo degli abitanti della baia, molti dei quali pescatori.

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Proprio questi ultimi furono i primi ad accusare le terribili conseguenze di quella che sarebbe stata nominata la “malattia di Minimata”. Una sindrome neurologica che provoca atassia (progressiva perdita del coordinamento muscolare) e parestesia (alterazione della sensibilità degli arti, perdita del senso del tatto). Perdita dell’udito e della vista, disordine mentale ed infine, essendo degenerativa, paresi e morte.

Dopo trent’anni di sversamenti e di omissioni di colpa da parte della Chisso ed il drammatico silenzio del Governo giapponese, finalmente nel 1956 la malattia venne riconosciuta.

Solo dodici anni dopo venne confermato il legame tra sversamenti del mercurio in mare e la malattia; e solo nel 1968 la Chisso smise di inquinare la baia con le proprie acque reflue, delle quali oltretutto negò la tossicità fino all’ultimo.

Una situazione sotto controllo?

Per tutelare i consumatori, con il Regolamento (CE) n. 1881/2006 l’Europa ha fissato i limiti di mercurio consentiti nei prodotti della pesca. A 0,5 mg/kg per i pesci e muscolo di pesce, e 1 mg/kg per lo squalo, pesce spada, tonno, rana pescatrice, storione (etc.).

Qui vi riportiamo alcuni dei valori medi di metilmercurio presenti nei pesci in commercio; i dati sono a cura del CEIRSA (Centro interdipartimentale di Ricerca e documentazione per la Sicurezza Alimentare).

L’Oms lo ha inserito tra le dieci minacce più gravi per la salute umana.

Purtroppo, anche nei Paesi che da decenni hanno regolato o reso illegale l’utilizzo del mercurio, i loro residui chimici continuano ad essere presenti nell’ambiente e ad avere effetti negativi sui sistemi acquatici.

Inquinamento dei mari, falliti gli obiettivi per il 2020

inquinamento dei mari

Nel lontano 2008 era stata redatta dall’UE una Direttiva il cui obiettivo era quello di raggiungere un “Buono Status Ambientale delle acque” entro il 2020. Nel 2020, però, la situazione è ancora problematica e gli obiettivi per la riduzione dell’inquinamento del mare sono stati rimandati al 2030.

Mancato obiettivo per limitare l’inquinamento del mare

L’ambiente marino è un patrimonio prezioso che deve essere protetto, preservato e, ove possibile, ripristinato. L’obiettivo finale è quello di mantenere la biodiversità e far sì che oceani e mari siano puliti, sani e produttivi. Queste le esatte parole della lunghissima direttiva del 2008, i cui obiettivi non sono ovviamente ancora stati raggiunti.

Il punto 29 cita l’anno 2020, allora probabilmente visto come appartenente a un futuro lontano anni luce, data la poca tempestività con la quale sono state attuate le misure atte a contenere il riscaldamento climatico. Gli stati membri dovrebbero prendere le misure necessarie per raggiungere e mantenere un buono status ambientale del mare. Anche se dovrebbe essere riconosciuto che questo obiettivo non potrà essere raggiunto prima del 2020.

Un quadro contrastante

Alcuni progressi, certo, sono stati fatti. A tal proposito si possono leggere alcuni dati nella relazione dell’Agenzia Europea per l’Ambiente sugli ecosistemi marini europei (giugno 2020). Alcuni ecosistemi marini sono in recupero a causa di significativi, spesso decennali, sforzi per ridurre gli impatti ambientali delle attività umane. Lo stato di qualità dei mari europei dipinge però un quadro dai colori contrastanti. Se infatti alcune specie mostrano segni di ripresa (le aquile dalla coda bianca nel Mar Baltico sono in crescita), nell’Oceano Artico norvegese, nel Grande Mare del Nord e nel Mar Celtico, negli ultimi 25 anni si è registrato un calo del 20% degli uccelli marini.

La pesca intensiva è diminuita nell’Atlantico nord-orientale e nel Mar Baltico, ma il Mar Mediterraneo e il Mar Nero rimangono fortemente sovrasfruttati. Mentre le norme UE che regolano le sostanze chimiche hanno portato a una riduzione dei contaminanti, si registra un aumento dell’accumulo di plastica e di residui chimici nella maggior parte delle specie marine.

L’ecosistema del Mediterraneo è tuttora tra i più ricchi al mondo, con 17mila specie, ma solo il 6,1% dei suoi stock ittici è pescato in modo sostenibile e solo il 12,7% della sua area non riscontra problemi di inquinamento (ANSA)

inquinamento del mare

Il danno dell’inquinamento del mare può essere irreversibile

La relazione dell’ AEA, quindi, più che una celebrazione dei pochi successi ottenuti, costituisce un monito. Stiamo infatti esaurendo il tempo a disposizione per invertire decenni di incuria ed uso improprio delle risorse del mare. Il danno ai mari può infatti essere irreversibile. Alcune delle cause sono l’inquinamento dei mari e quindi l’alterazione chimico-fisica delle acqua, ma anche il riscaldamento globale che comporta l’acidificazione degli oceani, la scomparsa dei coralli, la formazione di enormi zone morte, senza più alcun barlume di vita.

Ma il danno i mari non comporta soltanto, come si potrebbe pensare, l’estinzione di qualche piccolo mollusco invisibile all’occhio umano. Vi sono conseguenze dirette anche sulle popolazioni europee. Le condizioni dei mari determinano infatti la loro capacità di fornire ossigeno, cibo, un clima abitabile e materie prime, oltre che a sostenere le attività ricreative e la salute. In grande scala, poi, tale situazione ha ripercussioni sulla qualità della vita, sui mezzi di sostentamento e sull’economia

La speranza resta (almeno fino al 2030)

Gli autori dello studio sono speranzosi che entro il 2030 la situazione dei mari possa migliorare drasticamente. Abbiamo ancora una possibilità di ripristinare gli ecosistemi marini se agiamo in modo deciso e coerente e realizziamo un equilibrio sostenibile tra il modo in cui utilizziamo i mari e il nostro impatto sull’ambiente marino. Così ha affermato Hans Bruyninckx, direttore esecutivo dell’AEA.

Questa relazione è infatti un’ulteriore spinta per gli Stati Membri ad agire a favore dei mari del continente. La Commissione ha inoltre prodotto una serie di criteri dettagliati e standard metodologici per aiutare gli Stati membri ad attuare la direttiva sui mari. Alcuni esempi pratici? Ridurre la pesca eccessiva e le pratiche di pesca non sostenibili, ridurre i rifiuti di plastica, i nutrienti in eccesso, il rumore subacqueo e tutti gli altri tipi di inquinamento dei mari. Insieme alla nuova strategia dell’UE sulla biodiversità per il 2030, tra i cui i obiettivi vi è quello di rendere almeno il 30% dei mari una zona protetta, e al Green Deal europeo si dovrebbe poter raggiungere gli obiettivi originari entro il 2030.

Leggi il nostro articolo riguardo alla Strategia Europea sulla biodiversità 2020

Quanto inquinano le multinazionali del latte

Multinazionali del latte

Recentemente, lo IATP, Institute for Agriculture and Trade Policy, ha rilasciato un dettagliato rapporto, intitolato Milking the Planet: How Big Dairy is heating up the planet and hollowing rural communities. Tradotto dall’inglese, lingua in cui il documento è stato stilato dalla ONLUS statunitense – tedesca con sede nel Minnesota, il titolo del rapporto suona più o meno così in italiano: mungere il Pianeta: in che modo le multinazionali del latte stanno riscaldando la Terra e svuotando le comunità rurali. Questa intestazione lascia ben poco spazio all’immaginazione. Andiamo ad approfondire la spinosa questione.

Logo del report, Foto: IATP

I gas ad effetto serra

Il rapporto di cui sopra è impietoso. Secondo gli studi riportati nel documento, le emissioni totali combinate di gas serra di 13 tra le maggiori aziende lattiero- casearie sono aumentate dell’11% soltanto nel biennio tra il 2015 e il 2017.

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Aumento delle emissioni delle multinazionali del latte, grafico: IATP

Il GHG (greenhouse gas) di cui si parla è un terribile inquinante poiché è capace di intrappolare il calore nell’atmosfera. I principali GHG sono anidride carbonica (CO2), metano (CH4), protossido di azoto (N2O), esafluoruro di zolfo (SF6), idrofluorocarburi (HFCs, ove la s finale sta per il plurale inglese) e perfluorocarburi (PFC). Anche il vapore acqueo gioca un ruolo importante come agente dell’effetto serra ma si tratta di una formazione naturale, non influenzato direttamente dalle attività umane – le quali causano invece tutte le emissioni precedentemente elencate – dunque non viene incluso tra i gas ad effetto serra.

Ci sarebbe dunque un legame tra l’espansione del settore lattiero – caseario a livello industriale e l’aumento delle emissioni di gas serra. I numeri ora analizzati ce lo dimostrano. Come se il solo problema ambientale non bastasse, la lotta che i grandi poli industriali fanno alle piccole aziende agricole, già impari, si è ulteriormente sbilanciata a seguito della crisi causata dalla pandemia.

Le multinazionali non si curano della propria impronta ambientale

Davvero preoccupante è l’affermazione dello IATP, riportata nel rapporto, secondo la quale nessuna delle 13 multinazionali esaminate ha preso impegni chiari per ridurre le proprie emissioni. L’impronta di carbonio di queste lunghe catene di approvvigionamento del latte non sembra importare ai manager. A onor del vero, 3 di queste aziende hanno stilato obiettivi climatici. Tali target ambientali, messi nero su bianco, coinvolgono l’interezza della loro filiera. Sull’altro piatto della bilancia però, tristemente, troviamo un peso maggiore. Meno della metà delle multinazionali prese in esame riporta le proprie emissioni. Nuovamente, non sembrano neppure interessarsi al problema.

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L’incuranza delle multinazionali di fronte alle loro emissioni, Grafico: IATP

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Vigilare sull’irresponsabilità

“Due anni dopo aver riportato le nostre prime stime, il nuovo studio dimostra come l’industria lattiero – casearia resti irresponsabile. I governi devono regolamentare le potenti società che controllano il latte. Queste multinazionali vanno obbligate a pagare il conto per il loro impatto sull’ambiente e sulla salute pubblica. ” Evidenzia Shefali Sharma, direttore di IATP Europa e autore del rapporto. “I paesi industrializzati si sono dati il compito di aumentare le proprie ambizioni climatiche eppure queste aziende continuano ad espandersi in potenza. La loro produzione aumenta mentre le comunità rurali soffrono. I governi possono e devono reindirizzare i fondi pubblici per consentire ad agricoltori e allevatori di produrre e salvaguardare il loro sostentamento, oltre che il pianeta. Quelle politiche che forniscono le maggiori possibilità di fermare la sovrapproduzione e garantire prezzi equi ai produttori sono le stesse che possono aiutare a ridurre le emissioni.” Ha aggiunto Sharma, alla pubblicazione del suo report.

A Parigi, nel dicembre 2015, durante la celebre conferenza COP21, i governi decisero di frenare le emissioni globali. Nel corso del solo anno 2017, però, le emissioni di gas serra sono aumentate di 32,3 milioni di tonnellate sull’anno precedente. L’equivalente di 6,9 milioni di auto in strada per un anno intero, per un consumo di 13,6 miliardi di litri di benzina. In quello stesso anno, le emissioni combinate delle multinazionali e della grande industria lattiero – casearia, hanno superato quelle dei principali produttori di carbonio. Ci riferiamo alla BHP e alla ConocoPhilips, aziende che vivono producendo combustibili fossili.

Le multinazionali del latte dimostrano irresponsabilità e si curano ben poco delle proprie emissioni. È dunque necessario che vi sia qualcuno a vigilare su di esse e punirle all’occorrenza. Sono in grado di farlo i governi? Occorre che ci pensino le istituzioni internazionali? Vanno creati enti ad hoc?

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L’illecito vantaggio delle multinazionali

I due anni sui quali il rapporto si concentra, quelli tra il 2015 e il 2017, hanno visto la produzione di latte aumentare dell’8% a livello mondiale. Ciononostante, in quello stesso biennio, migliaia di aziende agricole a conduzione familiare, o di piccole dimensioni, hanno dichiarato fallimento. Sia in Europa, sia negli Stati Uniti, sia in India, sia in Nuova Zelanda (le quattro principali regioni produttrici del latte), gli agricoltori hanno visto il proprio debito aumentare e il proprio reddito diminuire. È terribile per un piccolo produttore, è un colpo da ko tecnico. Le grandi compagnie, invece, stabili e a prova di crisi, hanno saputo resistere stoicamente anche al COVID-19, con una flessione dei loro guadagni ma nessuna delle loro emissioni.

Le brutte immagini degli agricoltori che gettavano il loro latte, che abbiamo visto anche in Italia, evidenziano le fragilità di un sistema in avaria, concentrato nelle mani di pochi abbienti. Come ricorda il report, è ora di chiedere con maggior forza una gestione dell’offerta che contempli prezzi più equi, limitando al contempo la sovrapproduzione e tutti gli sprechi che ne conseguono.

Il cammino del latte, dalla mucca alla tavola

Quale soluzione?

In conclusione, il rapporto firmato da Shefali Sharma suggerisce una possibile via d’uscita a questa ingiusta – ed inquinante – situazione. “Poiché il settore lattiero – caseario si disintegra in ampie operazioni sotto il controllo di alcune multinazionali, la soluzione sta nella creazione di politiche pubbliche concrete. In tal modo si può affrontare la sovrapproduzione e si possono creare programmi in grado di gestire meglio l’offerta. Vanno create politiche agricole, commerciali e concorrenziali competitive e complementari.”

Un report non prende decisioni, non decide il da farsi. Un report analizza una situazione, ne espone i problemi e ne suggerisce le soluzioni. Fatto questo, ha esaurito il suo scopo. La palla ora deve rimbalzare nel cortile dei governi e delle istituzioni politiche sovranazionali. La decisione adesso diventa politica e abbiamo bisogno di qualcuno che la assuma. Ci dimostrino che le belle parole dette e scritte sull’ambiente negli ultimi tempi non sono finite vittima del nuovo coronavirus.

La Corte dei Conti europea boccia la TAV: “benefici sovrastimati”

Troppo costosa, troppo inquinante. Questo il giudizio rilasciato dalla Corte dei Conti Europea la scorsa settimana per quanto riguarda la TAV, il collegamento ferroviario ad alta velocità che dovrebbe collegare Torino e Lione. In un documento che esamina 18 grandi infrastrutture europee, la Corte dei Conti ha ritenuto che il progetto abbia dei costi superiori al previsto. Ma soprattutto, che il presunto beneficio ambientale verrebbe raggiunto solo nell’arco di trenta o cinquanta anni, a seconda del traffico effettivo sulla tratta. A seguito di ciò, alcuni attivisti NO tav e di Fridays For Future hanno fatto riesplodere la protesta.

Tav Torino Lione: Il giudizio della Corte dei Conti Europea

Riportiamo i principali punti del giudizio rilasciato dalla Corte dei Conti Europea. L’analisi degli otto progetti di grandi infrastrutture cofinanziati dall’UE è disponibile integralmente in lingua inglese sul sito ufficiale.

“Abbiamo rilevato che la pianificazione di elementi chiave per gli otto megaprogetti analizzati necessita di miglioramenti e che ci sia il rischio che le previsioni di traffico siano troppo ottimistiche. Metà delle previsioni non sono state ben coordinate. Per la Lione-Torino e il collegamento Seine-Scheldt, le precedenti stime di traffico merci sono molto più alte dei livelli attuali di traffico. Per il tunnel del Brennero, i tre Stati Membri interessati non hanno ancora realizzato uno studio di traffico uniforme, e hanno messo in discussione i reciproci metodi e grafici. Tutto ciò mentre la Commissione non ha eseguito la sua analisi indipendente”.

Di fatto, i problemi principali rilevati dalla Corte dei Conti riguardano la sovrastima del traffico e dei benefici ambientali: “la costruzione di grandi infrastrutture di trasporto è una fonte rilevante di emissione di CO2 e vi è un forte rischio che gli effetti positivi siano sovrastimati. Inoltre, anche a livello economico il progetto tav risulterebbe non redditizio: “nel tempo, i costi degli otto megaprogetti sono aumentati di più di 17 miliardi di euro (47 %), spesso a causa di modifiche della concezione e portata dei progetti, nonché a causa di un’attuazione inefficiente. (…) La Corte ha inoltre individuato debolezze nelle analisi costi-benefici effettuate dagli Stati membri su questi investimenti per svariati miliardi di euro: le previsioni di traffico potrebbero rivelarsi oltremodo ottimistiche e alcuni progetti potrebbero non essere economicamente sostenibili”.

Leggi anche: “Stati Generali 2020. La protesta dei movimenti ambientalisti”

La replica di Telt: la relazione si riferisce a studi superati

Non sono mancate le repliche. Prima fra tutte quella del Telt, il promotore pubblico incaricato di costruire e gestire l’infrastruttura, riportata da La Repubblica Torino: “L’aumento dei costi (+ 85%) cui fa riferimento la relazione della Corte dei conti Ue si riferisce a uno studio preliminare effettuato da Alpetunnel negli anni ’90, che riguardava una galleria di base con una sola canna, anziché le due attuali diventate obbligatorie per le normative di sicurezza. Il costo finale è stato certificato da un soggetto terzo a 8,3 miliardi di euro in valore 2012, convalidato e ratificato dagli Stati e ad oggi pienamente confermato”.

Luca Mercalli: “una cura peggiore del male”

Eppure sono tantissimi gli esperti che da tempo denunciano l’insostenibilità economica e ambientale dell’opera. Fra questi c’è sicuramente Luca Mercalli, climatologo e cittadino torinese. Egli ha commentato il nuovo studio con queste parole per Il Fatto Quotidiano: “Il documento finalmente recepisce l’inconsistenza dei vantaggi ambientali promessi dai promotori (…). Nel 2012 il gestore dell’infrastruttura francese ha stimato che la costruzione del collegamento Lione-Torino avrebbe generato 10 milioni di tonnellate di emissioni di CO2. Gli esperti consultati dalla Corte hanno concluso che le emissioni di CO2 verranno compensate solo 25 anni dopo l’entrata in servizio dell’infrastruttura, quindi dopo il 2055.

Ma se i livelli di traffico raggiungono solo la metà del previsto occorreranno 50 anni dall’entrata in servizio prima che le emissioni prodotte dalla CO2 per la costruzione siano compensate. E andiamo cioè al 2080, il che è del tutto incompatibile con il Green Deal europeo e l’esigenza di azzerare le emissioni al massimo entro il 2050. Come volevasi dimostrare, sarebbe una cura peggiore del male”. Riportiamo di seguito un estratto della trasmissione Scala Mercalli del 2016, in cui si approfondiva la questione TAV nel dettaglio.

Attivisti NO tav e FFF riaccendono la protesta

La sentenza della Corte dei Conti ha risvegliato il movimento NOTAV – in verità mai sopito – che da domenica sera ha attivato un presidio permanente in via Clarea, nella zona del cantiere della Torino-Lione. Alcuni attivisti si sono legati ai cancelli, mentre altri sono saliti sugli alberi. SkyTG24 riporta alcune dichiarazioni rilasciate dal movimento NOTAV: “Proprio perché sappiamo che fermare il Tav è possibile e oggi come ieri tocca a noi abbiamo lanciato un appello per un’estate che ci vedrà mobilitati sul territorio valsusino in un’attenta opera di monitoraggio e Resistenza ad ogni tentativo da parte del sistema Tav di distruggere ed attaccare il nostro territorio”. 

no tav

Anche Fridays For Future Valsusa ha aderito alla protesta. L’invito per gli attivisti è quello di unirsi al sit-in permanente con il seguente slogan: “DAL SALENTO ALLA VALSUSA LA TERRA È NOSTRA E NON SI ABUSA”. Si potrebbe pensare che il blocco del cantiere sia un metodo estremo e non efficace. Eppure ricordiamo che imprese simili nel passato hanno portato a risultati straordinari. Nel nostro blog avevamo raccontato la storia di Julia Hill, l’americana che ha vissuto per due anni su un albero per salvare la foresta di Humboldt County. Una storia che ricorda Il barone rampante di Calvino. Già nel 1957, Calvino denunciava il passaggio da un mondo in cui la natura dettava le regole e l’uomo le assecondava, ad un mondo in cui “gli uomini sono stati presi dalla furia della scure”.

Leggi il nostro articolo: “Julia Hill, la ragazza che visse 2 anni su un albero per salvarlo”

Tav Val di Susa: un’estate di mobilitazioni

La questione non finisce sicuramente qui. Gli interessi in ballo, soprattutto di matrice economica, sono tanti. Non sarà il giudizio della Corte dei Conti Europea a fermare definitivamente i cantieri della Tav. Possiamo però certamente affermare quanto segue: mentre qualche anno fa il dibattito era polarizzato a favore della costruzione del collegamento Torino-Lione, ora crescono le voci di dissenso, anche da fonti istituzionali. Gli attivisti hanno appena riacceso il fuoco della protesta e dichiarano di voler continuare per tutta l’estate. Monitoreremo le evoluzioni del dibattito e le azioni sul campo. Nel frattempo, ricordiamo che gli scenari attuali indicano una soglia di otto anni per rimanere sotto l’innalzamento di 1.5 gradi centigradi. Qualsiasi valutazione dovrebbe essere tarata su questo lasso temporale.

Leggi il nostro articolo: “Vaia: dalla strage di alberi alla cassa che rigenera la foresta”

Disastro ambientale in India: perdite di gas e petrolio

disastro ambientale india

Quando si dice che siamo l’unica specie vivente potenzialmente in grado di auto-estinguersi non si tratta di un eufemismo. Basti pensare che in India, in particolare nel distretto di Tinsukia (regione di Assam), ha avuto luogo l’ennesimo disastro ambientale a causa della fuoriuscita di gas e petrolio dal pozzo petrolifero della Oil India Limited. L’incidente ha causato almeno 7 morti, migliaia di sfollati e danni incalcolabili all’ambiente. Il tutto, come sempre, per le ingenti quantità di denaro, destinato a pochi, che derivano dalle estrazioni.

Leggi anche: Locuste in India e Sardegna. La piaga climatica si abbatte sugli agricoltori

Una fontana di gas

Il tutto è iniziato la mattina del 27 maggio 2020, quando un sibilo assordante si è propagato tra le abitazioni del villaggio di Baghjan. Se inizialmente si pensava fosse soltanto il rumore di un aereo troppo vicino al suolo, la causa del suono è stata chiara quando gli abitanti hanno iniziato ad accusare prurito agli occhi, mancamenti e difficoltà respiratorie.

Più di 2500 persone appartenenti a 1610 famiglie diverse sono state evacuate dalle aree colpite e portate in campi di soccorso. Il tutto durante la pandemia di Coronavirus, che richiederebbe distanze di sicurezza e misure igieniche quasi assenti all’interno degli accampamenti. OIL ha poi creato una zona rossa di 1,5km di raggio intorno alla centrale fino a data da destinarsi.

Il 9 giugno la situazione è peggiorata ulteriormente. La fuoriuscita di gas e idrocarburi doveva essere continuamente raffreddata con getti d’acqua per evitare esplosioni. Nonostante gli sforzi, però, il pozzo si è incendiato uccidendo due persone che si trovavano sul posto.

I danni alla società del disastro ambientale in India

I danni ambientali e sociali conseguenti al disastro ambientale in India sono incalcolabili. Iban Dutta, residente a Notungaon, ha affermato: “Sebbene il nostro villaggio sia a circa 2 km dal pozzo, il vento trasporta i gas dannosi per la nostra salute. Quattro persone sono morte per via di queste inalazioni nocive, anche se le autorità negano che la fuoriuscita di gas ne sia una causa diretta. Queste persone, infatti, soffrivano già da tempo di malattie polmonari come la Tubercolosi e patologie al fegato. Ma, proprio per questo, sembra chiaro come il gas possa aver aggravato le loro condizioni e aver quindi dato loro il colpo di grazia.

Niranta Gohain, un noto attivista ambientale della zona, ha dichiarato: “L’agricoltura, la pesca e l’allevamento degli animali sono l’occupazione principale della maggior parte delle persone in quest’area. Ma ora a causa della fuoriuscita di petrolio, i terreni agricoli diventeranno sterili e non sarà possibile coltivare alcun terreno per i prossimi lunghi anni. Inoltre, gli animali stanno morendo perché l’olio ha contaminato praterie e corpi idrici ”. Baghjan si trova infatti in un’area particolarmente ricca di acque, con un bacino idrografico ben oltre i 650 mila chilometri quadrati. Le attività ittiche saranno quindi inevitabilmente compromesse e migliaia di persone perderanno la propria fonte di sostentamento.

I danni alla biodiversità del disastro ambientale in India

Anche l’impatto sulla biodiversità è e sarà devastante. Il campo estrattivo di Baghjan si trova vicino le paludi di Maguri-Motapung, che a loro volta fanno parte del Parco Nazionale di Dibru-Saikhowa. Queste due realtà formano un bacino di biodiversità unico, che decine di turisti visitano ogni anno, in particolare gli ornitologi e gli appassionati di volatili, specialmente nella stagione della nidificazione.

Dopo lo scoppio, però, gli uccelli se ne sono andati o sono morti. Il 6 giugno è stata trovata una quaglia completamente ricoperta di petrolio. Così come la carcassa del prezioso “delfino del Gange”, Le cause della sua morte non sono ancora state accertate, ma nulla esclude che il petrolio abbia fatto la sua parte.

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Rajendra Singh Bharti, ufficiale della divisione forestale e della vita selvatica ha dichiarato: “La biodiversità nella zona è stata sicuramente influenzata non solo dal gas ma anche dal suono. Gli uccelli migratori che arriveranno entro la fine di settembre difficilmente troveranno un habitat idoneo alla riproduzione.

Auto-distruzione in corso

Ci si può chiedere, quindi, perché il nostro modello economico sia basato su materie prime che, se utilizzate nella materia scorretta, possono causare danni incalcolabili alla società umana, fino a portare l’intera nostra specie (e non solo) all’estinzione.

La risposta è sempre e solo una: il profitto dei pochi gestori del mercato petrolifero, che si gonfiano le tasche a scapito dei dipendenti, delle popolazioni limitrofe e dei loro stessi bambini, che dovranno combattere contro le conseguenze della crisi climatica.

Ma anche a scapito dell’ambiente e della natura, che ci ha dato la vita e che è la nostra casa. Ma i soldi sembrano essere più importanti di tutto questo. Come diceva mio nonno, però, “il sudario non ha le tasche”.

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