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Qualcuno se ne ricorderà. Già qualche settimana fa, in tempi meno sospetti, quando la pandemia marciava ancora a regimi molto alti e la fase 2 non era che un miraggio, L’EcoPost aveva avvertito dai potenziali rischi che i DPI avrebbero portato all’ambiente. I dispositivi di protezione individuale, mascherine e guanti, in questi giorni sono nostri compagni inseparabili. In numerose regioni, ci sono ordinanze che obbligano i cittadini ad indossarli, in altre sono vivamente consigliati. Dal 4 maggio in poi, fino a quando saranno date nuove indicazioni, le mascherine andranno indossate nei luoghi pubblici chiusi. Una mascherina va sostituita ogni 5 ore circa. Per i guanti il ciclo di vita è ancora inferiore. Ognuno di questi dispositivi è un rifiuto speciale. Non differenziabile.

Un guanto monouso gettato a terra, Foto: GoNews

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Legambiente Marche lancia l’allarme

La situazione, naturalmente, si fa critica quando all’enorme utilizzo di questi prodotti si aggiunge l’inciviltà. Legambiente Marche, in seguito ad alcune segnalazioni nel maceratese, ha lanciato un grido di allarme. “Negli ultimi giorni abbiamo ricevuto segnalazioni di DPI abbandonati in strada. Sui marciapiedi, nei parcheggi dei supermercati, vicino a farmacie o esercizi commerciali aperti. Nella crisi sanitaria, molti cittadini si stanno purtroppo lasciando andare a comportamenti incivili e inaccettabili. Tutto questo non è tollerabile.” La comunicazione di Legambiente Marche appare piuttosto perentoria.

Parliamo di strumenti potenzialmente contaminati, dunque possibilmente infetti. Com’è ovvio, i guanti e le mascherine dismessi e abbandonati in strada sono un rischio sanitario per chiunque vi entri in contatto. Pensiamo soprattutto agli operatori ecologici, i quali devono entrarci in contatto a causa della brillantezza della persona che li ha gettati, nella più completa noncuranza del suo prossimo. Essi rischiano di infettarsi inavvertitamente per la leggerezza, potrei usare anche altre parole, di chiunque abbia smaltito i suoi DPI in tale sciagurata maniera.

Mascherine usate ritrovate in mare, al largo di Ancona. Foto: Corriere Adriatico

Mascherine e guanti, la difficoltà dello smaltimento

Il potenziale danno ambientale dovuto a questi prodotti è considerevole. Muoviamo dal ragionamento di Legambiente Marche per generalizzare a livello mondiale il problema. Macerata è naturalmente una piccola cittadina di provincia, poco nota a chiunque stia leggendo lontano dalle Marche, non fosse per un bruttissimo episodio di cronaca nera capitato in città qualche anno fa. Se in ogni conglomerato urbano troviamo la stessa problematica denunciata dall’associazione ambientalista – com’è davvero probabile – la situazione si fa seria.

I DPI sono realizzati in fibra di polipropilene o poliestere, ovvero plastica. Alternativamente, soprattutto i guanti, possono essere realizzati in lattice, nitrile, pvc o altri materiali sintetici. La facciamo semplice? Questi prodotti non hanno nulla nella loro composizione di anche solo lontanamente naturale. Ragioniamo un attimo su che cosa significhi abbandonare queste protezioni sul ciglio della strada. Alla prima precipitazione copiosa, mascherine e guanti buttati in terra, o ancor peggio in mezzo ad aiuole e cespugli, rischiano di essere trascinati dal flusso dell’acqua piovana. Tale veicolo li condurrà inevitabilmente all’interno dei reticoli idrografici superficiali, o dei tombinati. Da lì, naturalmente, il passo successivo è lo sbocco in mare.

L’intelligenza è il principale alleato

Non dovrebbe servire scriverlo ma dal momento che farlo non costa nulla procederemo. Evitiamo di abbandonare guanti e mascherine in strada. Non liberiamoci di questi prodotti in una maniera tanto sciocca, pericolosa e nociva del decoro urbano (oltre che dell’ambiente). L’ideale è gettarle nella raccolta indifferenziata, qualora fosse possibile dedicando un sacco apposito alle protezioni sanitarie. Nel caso si fosse positivi, poi, ogni rifiuto diventa automaticamente speciale. In tal caso occorre sospendere completamente la raccolta differenziata, chiudere in maniera vigorosa i sacchetti della spazzatura, conservarla in un ambiente nel quale non possano accedere animali domestici e, naturalmente, avvertire chi gestisce la raccolta dei rifiuti nel municipio di residenza.

Nello schema, come disporre correttamente dei DPI dopo il loro utilizzo

Mascherine, guanti e sanificazione

Ritornando al comunicato di Legambiente Marche, l’associazione ha aggiunto come occorra prestare attenzione anche al modo in cui si effettuano le sanificazioni. La questione principale, a tal riguardo, è l’utilizzo di ipoclorito di sodio. L’abuso di tale sostanza infatti è nocivo per l’ambiente. Legambiente raccomanda di sanificare solo i luoghi ove sia strettamente necessario farlo e, comunque, sempre in aree circoscritte. “Ai forti dubbi sulla reale utilità delle attività di disinfezione su larga scala in esterni, si accompagna la forte preoccupazione per l’uso di ipoclorito di sodio” afferma l’associazione ambientalista per bocca del suo direttore generale, Giorgio Zampetti. Stando anche a quanto riportato nelle note dell’Istituto Superiore di Sanità e dell’ISPRA, infatti, gli interventi con ipoclorito di sodio sono impropriamente definiti sanificazione, poiché corrono il rischio di essere troppo invasivi per persone ed ambiente.

Il prodotto, ci dice la stessa Legambiente, è “corrosivo per la pelle e dannoso per gli occhi. Potenzialmente in grado di liberare sostanze pericolose e per l’ambiente con conseguente esposizione della popolazione a gravi rischi.”

Disinfezione di una strada con ipoclorito di sodio. Molti sono i dubbi sull’utilità del prodotto per la sanificazione batterica all’aperto

L’ipoclorito di sodio

Perché mai Legambiente ha sottolineato questo prodotto? Che cos’è l’ipoclorito e per quale motivo dobbiamo fare attenzione al suo utilizzo? L’ipoclorito è il sale di sodio dell’acido ipocloroso. In chimica, lo si indica in formula NaCIO.

Il suo caratteristico colore giallo paglierino e il suo ancor più caratteristico odore penetrante lo rendono facilmente riconoscibile. Quasi nessuno, però, lo chiama con il suo nome. Usato comunemente come sbiancante e disinfettante, l’ipoclorito è noto più comunemente come candeggina, varichina, o ancora, secondo il nome registrato da Angelini Pharma, Amuchina. Naturalmente, in ognuno di questi prodotti, così come nelle loro varianti diffuse a livello regionale (nitorina, acquina, niveina, conegrina, acqua di Labarraque…) l’ipoclorito è diluito in soluzione acquosa, con una percentuale variabile tra l’1 e il 25%. Il prodotto non viene mai adoperato, né commercializzato, in forma pura.

L’ipoclorito, infatti, è un sale pentaidrato particolarmente instabile, che fonde già a soli 18 gradi e può decomporsi, per sfregamento così come per riscaldamento, in maniera anche particolarmente violenta. Per tal motivo, la percentuale del 25% è solitamente ritenuta la misura massima di concentrazione nel suo utilizzo comune. Viste queste sue proprietà, occorre prestare cautela nel suo utilizzo.

Attenzione alla Fase 2

Naturalmente, siamo tutti piuttosto sollevati dal pensiero che stiamo entrando nella fase 2 e presto assisteremo ad un alleggerimento delle misure di distanziamento. Come ben sappiamo però, è necessario fare attenzione, in questa fase, a rispettare tutte le regole che ci verranno date. Se ciò vale per ognuno di noi, nella lotta al contagio e nel contenimento dell’emergenza sanitaria, lo stesso discorso vale dal punto di vista ambientale. “Auspichiamo che i Comuni adoperino con buon senso ed accortezza quei 70 milioni di euro in arrivo per la sanificazione degli uffici, dei mezzi e degli ambienti.” Il riferimento è alla somma che il Governo ha destinato ai presidi locali per disinfettare gli spazi. Non possiamo che unirci all’auspicio di Legambiente.

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